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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/VI - Anno 43 - N. 07 Ottobre-Novembre 2015 - Mensile

2015

07

Ottobre Novembre

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

Il ritorno di “Giaccherinho” centrocampista del Bologna

Emanuele Giaccherini “Il talento non basta”


di Damiano Tommasi

editoriale

“Caron non ti crucciare... In questo periodo mi sono sentito molto Caronte, il traghettatore di anime verso l’aldilà che Dante e Virgilio incontrano sulle rive del fiume Acheronte. Caronte vorrebbe opporsi al passaggio di Dante e Virgilio, persone vive e non anime di defunti, ma l’ordine superiore è tranchant. “Non ti crucciare, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. Lungi da me sentirmi traghettatore e per di più di anime, ho già parecchio da fare con la mia, ma dalla vicenda del Calcio Femminile fino allo scoop di Soccerlife mi sono sentito e continuo a sentirmi lontano e succube del “dove si puote ciò che si vuole”… ossia il posto di comando.  Provo a spiegarmi. Le ragazze (di cui si può leggere nell’approfondimento più avanti) hanno detto basta! Non si può più rimanere passivi e veder gestito il calcio femminile in questo modo. La creazione del Comitato Esecutivo Federale non ha portato a nessun cambio fino all’annuncio della decisione di non scendere in campo. Niente campionato se non si prendono impegni scritti. La risposta è di quelle che si sente dire Caronte, “zitte e non crucciatevi! Le partite le organizziamo nonostante la decisione di non scendere in campo!”.

Il segnale è stato inequivocabile e ha di fatto calpestato la dignità delle ragazze che volevano protestare. “Colà dove si puote ciò che si vuole” avevano deciso che si doveva giocare, con bambine, con o senza pubblico, con o senza la certezza di avere le squadre in campo! Niente rinvio. Calpestare il diritto alla protesta è molto simile, poi, al calpestio del buonsenso così diffuso in queste settimane. Parole scivolate via in semilibertà dal Presidente Federale mi hanno fatto crucciare non poco ma, tant’è… “colà dove si puote ciò che si vuole” hanno deciso che così non si fa! Non è possibile, non si può più accettare che qualcuno registri all’insaputa! A Caronte viene dato un ultimo consiglio che è perfetto anche per questa nostra misera vicenda terrena… “e più non dimandare”.   Abbiamo deciso di non andare in Consiglio Federale per aperta polemica e soprattutto per prendere le distanze. Confermo che, per ora, distinguersi per non confondersi è il primo grande segno che Caronte, seppur crucciato e senza domande, non ci sta!

... vuolsi così colà dove si puot ciò che si vuol ”


SALVIAMO I BAMBINI COLPITI DAL TERREMOTO. È una corsa contro il tempo. In Nepal milioni di bambini hanno urgente bisogno di aiuto. Molti di loro sono feriti, senza casa, a rischio di malattie perché non hanno acqua potabile e servizi igienici. Altri sono orfani o separati dalle famiglie. L’UNICEF sta rispondendo all’emergenza con acqua, medicinali, attrezzature igienico-sanitarie e tende per ospedali da campo, centri di accoglienza e scuole temporanee. I bambini del Nepal hanno bisogno del tuo aiuto. DONA ORA ALL’UNICEF: • Con carta di credito sul sito www.unicef.it • Cc postale 745000 causale “Emergenza Nepal” • Bonifico bancario su Banca Popolare Etica IBAN: IT 51 R050 1803 2000 0000 0510 051

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Poste Italiane SpA – Spedizione

07

“Caron non ti crucciare…

serie B di Claudio Sottile

Con “Citro-Sodinha” un Trapani effervescente

scritto per noi di Alessandro Comi

Alberto Paleari, n.1 della Giana Erminio

l’intervista di Claudio Sottile

ultima ora

Matteo D’Alessandro: “Allo svincolo scelgo di giocare”

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primo piano di Nicola Bosio La violenza negli stadi

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“Niños Futbolistas”, la tratta dei bambini calciatori

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

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Mirco Scarantino

– 70% NE/VI - Anno 43 - N. 07 Ottobre-Novembre

Organo mensile dell’Associaz

ione Italiana Calciatori

Ottobre Emanuele Giaccher Novembre “Il talento non basta” ini

editoriale di Damiano Tommasi

I tragici fatti di Parigi sono avvenuti quando ormai la stampa di questo numero della nostra rivista era praticamente ultimata. Abbiamo comunque voluto manifestare la nostra vicinanza e la nostra piena solidarietà alla “Parigi che non molla”, inserendo nella testata quel logo diventato ormai simbolo di lotta al terrorismo. Ma soprattutto di pace e di speranza per tutta l’umanità…

in Abbonamento Postale

Il ritorno di “Giaccherinho” centrocampista del Bologna

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sommario

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Ottobre Novembre

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2015 - Mensile


l’intervista

di Pino Lazzaro

Il ritorno di “Giaccherinho” centrocampista del Bologna

Emanuele Giaccherini: “Il talento non Incontro al Centro Sportivo di Casteldebole. Lui infortunato, uno stiramento, ancora lì dunque impegnato nella riabilitazione, a recuperare. Dice che di infortuni un po’ se ne intende, che nei suoi anni da calciatore le cose sono insomma andate così, ma che tutto sommato non si lamenta: come sempre poteva andare anche peggio, no? Emanuele Giaccherini è dunque tornato dalla sua esperienza inglese e quando ci siamo incontrati era lì – come detto – che scalpitava, che come sempre si fa quando si è costretti a stare fermi, ci dava dentro per tornare in campo, ancora e ancora. Come è un po’ tradizione di questo spazio, ecco dunque il suo raccontare e raccontarsi (partendo proprio dalla voce farsi male): dagli inizi su su sino alla Nazionale, tra gli altri obiettivo la sua parte stimolante (di più), visto l’Europeo in Francia del prossimo anno. Buona lettura. “Sì, penso anch’io che gli infortuni facciano parte di questo lavoro e nella mia carriera ne ho avuti parecchi a cominciare da quello – a 16 anni – per cui mi tolsero la milza, per arrivare ad oggi, dopo una stagione travagliata in Inghilterra, con due rotture del perone e una placca

che mi hanno sistemato qui sulla gamba, con sette viti. Ero finalmente rientrato adesso col Bologna e mi sono subito rifermato: stiramento. Di infortuni ne ho avuti più d’uno, ma devo dire che tra i 22 e i 28 ho potuto invece andare sempre al massimo, mai niente, tranne che mi sono rotto “solamente” una spalla, niente cose gravi, tipo alle ginocchia. Insomma, in una carriera c’è chi ne ha giusto uno magari di infortunio, chi invece, che so, una ven-

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tina: diciamo che io sto nella media, una decina e va bene così. Quando mi faccio male, vivo il tutto con grande trepidazione, divento ansioso, penso subito alle partite che perderò, a come farò ad allenarmi, quanto ci metterò. Così devo proprio dire che non riesco a essere né sereno, né troppo lucido. Il fatto è che la prima cosa è il tornare a giocare, il prima possibile e vedo bene adesso, che comincio ad avere la mia età, che su questo sono maturato e capisco più di prima che quel che conta è recuperare, farlo bene”. “Io ho cominciato a giocare, per quelli che sono i miei ricordi, che avevo 5-6 anni; lì al mio paese, a Talla, con tutti gli altri bambini, al parco. Da lì poi, con i miei amici, siamo andati nella squadra di un paese vicino, Rassina, non c’era nulla da noi per la nostra età. Distante 7-8 km, erano i genitori che ci portavano, facevano a turno. Io sono dell’85 e ricordo che giocavo già con gli ‘84 e ‘83 e il mio primo mister è stato Silvano Grifoni, me ne ha fatte capire tante di cose lui, ma credo poi che sia

un po’ di tutti gli allenatori il saperti dare qualcosa. Era, per spiegarmi, un tipo alla Conte, sempre lì, il classico “martello” insomma e mi ricordo di quella volta che lui ha voluto fare comunque allenamento, dai e dai e c’è stata quel giorno l’alluvione, rivedo lì noi sul campo con tutta quell’acqua, quanto mi sono divertito, con i genitori che quasi nemmeno riuscivano ad arrivarci al campo per venirci a prendere. Questo per dire che tipo era Grifoni. Poi, sui dieci anni, sono passato all’Arezzo, il mio allenatore era Mauro Pasqualini, altra bella stagione. Società già importante, mi pare che allora facessero la C2, ma l’anno dopo non c’era la squadra della mia categoria e così sono passato al Bibbiena, società collegata al Cesena e lì era vero settore giovanile, c’era il pulmino che mi portava e riportava, il tutto dagli 11 ai 16 anni”. “Comunque sia, appena tornavo a casa, subito me ne andavo a giocare con gli amici, sempre al parco. Dai, sono cresciuto con le figurine, sentivo le partite alla radio e s’andava poi nella saletta parrocchiale a vedere i posticipi con Telepiù, approfittando anche del tempo tra primo e secondo tempo, per andare fuori, a giocare. Con diversi dei miei amici facevamo il tifo per l’Inter, poi era la Fiorentina quella a cui più si teneva dalle nostre parti. Il mio sogno era quello giusto di giocare e giocare, non quello di diventare professionista e così sono andato avanti sino l’anno del Cesena in serie C, mai immaginavo e pensavo di arrivare, non era quello insomma quel che avevo in testa”.

Taglia small? Una fortuna

“Essere di taglia small tutto sommato per me è stato un vantaggio, sono contento di essere così. Specialmente poi nel calcio, per cui ho dovuto sin da subito affinare le doti tecniche, giocando sin da piccolino con la palla a terra, visto che fisicamente avevo meno”.


basta” “In C2 guadagnavo 1200 euro al mese, sì, come un operaio. Come detto, giocare a calcio era per me soprattutto divertimento, mi piaceva e non lo facevo per soldi, cosa poi sono in fondo 1200 euro? So che di sacrifici ne ho fatti, le si devono provare queste cose ed è comunque un buon livello, è da lì che puoi partire e capire e vedere se ce la puoi fare o no. Ne ho passati così quattro di anni in questo “purgatorio” e sono consapevole che sono stati gli anni più importanti della mia carriera, che è stato grazie a loro che sono arrivato dove sono arrivato, fondamentali. E me le ricordo tutte le cose (e preferisco non dire dove): i mesi e mesi senza prendere uno stipendio, queste case/collegi, non so, in cui ci si trovava in otto dentro una stanza, con i letti a castello. Anche lì per me la cosa più importante continuava ad essere quella di giocare a calcio, quello ha sempre contato per me, anche in Serie A, in fondo è uguale, non è cambiato nulla, tranne il contorno, quello sì. No, per fortuna non ho mai avuto direttamente bisogno dell’AIC, anche quando giocavo in C ed erano davvero momenti duri. Comunque sia sapevo (ma lo sanno tutti) che l’AIC c’era e c’è: tutti noi dobbiamo essere grati all’Associazione, che ci tutela e ci difende”. “Vengo da una famiglia operaia, mio babbo trent’anni in fabbrica, mia mamma uguale. La mia prima macchina è stata una Panda, di seconda mano, era dei miei genitori. L’ho avuta per due anni, quella stagione con la Primavera del Cesena e l’anno di Forlì. Poi ho fatto un incidente (non per colpa mia), mio padre aveva una Ford Fiesta e così ancora una volta l’ha data a me, s’è preso una Lancia Y usata. Gran macchina la Fiesta, con me i due anni di Bellaria, poi a Pavia e l’anno della C a Cesena. Quando mio padre me l’ha data, aveva sui 30.000 chilometri e


l’intervista

con lei sono arrivato a 150.000: ogni anno con me, color grigio, mi ha accompagnato nella scalata, a partire da quei miei anni bui, in cui non vedevo certo la luce. Adesso? Una Maserati e una Audi Q5”.

“Poi, un giorno, tutto è cambiato. Avevo fatto bene a Pavia, anche dieci gol giocando da esterno nel 4-4-2 e proprio quella stagione il Cesena ricominciava dalla C1 perché era stato appena retrocesso e dunque speravo di poter restare, di poterci stare almeno nel gruppo. Invece no, non ero nei loro piani, potevo andare a giocare a Pistoia, la cosa non era ancora definita ed ero così fuori rosa e al ritiro del Cesena mi allenavo con quelli a parte. Poi è arrivato quel giorno e di mezzo c’è stata una disgrazia, sì, era morto il padre di Marco Veronese e c’era una amichevole da fare. Così l’allenatore Bisoli – quello a cui devo gran parte del merito per quello che poi ho fatto – mi ha chiamato lì dal campo accanto e mi ha fatto giocare il secondo tempo, mi pare giocassimo contro il Valmontone. È stato lì che Bisoli s’è convinto che potevo essergli utile ed è stata la svolta. Subito il contratto e subito, nella prima partita contro il Ravenna, sono entrato 20’; dalla seconda non mi ha più tolto”.

quelli a cui pensa sempre la gente, quello che si diverte, che ha sempre e comunque una vita privilegiata eccetera. Io non sono così, non mi ci ritrovo in questo, non mi piacciono per dirti i social network e nemmeno ci tengo a farmi vedere, andare in giro, no. So bene di essere un privilegiato, come no, ma mi sento lo stesso uno molto normale, tutto qua. Di mio ci ho messo la caparbietà, la determinazione, soprattutto la voglia. Se non c’è testa e voglia, allora ci si perde. Ci sono giocatori che cominciano subito dall’alto, magari escono da settori giovanili importanti e cominciano da su e poi via a scendere, in C, in D e magari anche smettono. Io invece ho fatto il percorso inverso, sono partito da sotto e sono salito. Non c’è solo il talento, non basta, ci vuole anche il resto: la voglia, il sacrificio, la determinazione. Il campione secondo me ha tutto, talento ma anche il resto e quel che si dice il grande calciatore ha sì il talento ma se non ha quella voglia dentro, se non ce l’ha, non diventa campione”.

“Che vuoi, ho sempre avuto una vita molto – come dire – professionale. Non sono uno che va a fare le serate, in giro, ste cose qui. T’ho detto che mi è sempre piaciuto giocare e sempre mi sono impegnato al massimo. Io so che sono arrivato proprio dal niente, non sono un calciatore come

“No, modelli veri e propri non li ho mai avuti, per me prima la si deve conoscere per bene una persona. Quando comunque ero un nessuno, uno come Del Piero lo seguivo di più e non solo come calciatore, anzi. Lui che di polemiche non ne ha mai fatte, che nonostante tutto quello che ha continuato a fare, spesso è stato messo in discussione e senza mai mostrare insofferenze. Senza conoscerlo, ammiravo proprio questo di lui, la persona insomma. Poi l’ho conosciuto ed era proprio come me l’ero immaginato”.

Se mi fossi chiamato Giaccherinho…

“La frase di Conte su Giaccherinho l’ho sempre considerata un grandissimo complimento, venuto poi da un allenatore che stimo molto. Il senso era ed è chiaro, se avessi avuto insomma un nome straniero, sarei stato giudicato in altro modo e questo è quel che poi succede in generale in questo nostro mondo del calcio. Chi viene da fuori è più pagato, se ne parla di più, è così più importante e ce ne stanno tanti così di esempi di giovani italiani che sono comunque sottovalutati”.

Mi ritorni in mente

“La partita che non dimentico è Italia-Brasile per la Confederations Cup, quando ho fatto gol. Dai, segnare al Brasile non è che capita poi spesso, vorrei poi vedere quanti ci sono riusciti in una carriera. Lì in quello stadio (a Salvador, all’Arena Fonte Nova; ndr), erano in 50.000, tutto era verde-oro ed è stata una grandissima emozione quell’improvviso passaggio dal fragore che prima e sempre c’era, al silenzio dopo che ho fatto gol, come fosse un minuto di silenzio, come avessi segnato in uno stadio in cui non c’era proprio nessuno. Indimenticabile. Colpo di tacco di Balotelli che è stato bravissimo: io ho stoppato la palla e sono andato dritto verso la porta, Thiago Silva non ha chiuso subito perché pensava la passassi a Diamanti e così sono andato verso la porta e l’ho messa dentro in diagonale, Julio Cesar il portiere”. 8

“Sì, giocare alla Juventus, entrare lì da loro è un


l’intervista

qualcosa di diverso. In fondo è più facile giocare con la Juventus che nel Cesena o nel Bologna, però devi stare a quel livello, devi esserci. Ricordo che venivo da Cesena e lì avrei trovato, per dire, Pirlo, Del Piero, Buffon! Nell’anno prima li avevo incontrati come avversari, ma sino a due anni precedenti erano una sorta di mostri sacri, campioni del mondo e così io mi sarei trovato con loro. Ricordo il mio primo giorno a Vinovo, è capitato che come armadietto mi diedero quello a fianco di Del Piero, poi lui arriva, è lì vicino a me, ci si presenta, pensa te. Io dentro un’emozione che non ti dico e mi vien così da sussurrare se poi è tutto vero e lui, subito, a dirmi: “Se sei qui, te lo meriti”. Sì, giocare nella Juve è una cosa diversa, molto diversa. Devi per forza salire di livello e se non lo fai, torni indietro, poco da fare. Ma quando sali e ancor più ne diventi consapevole, allora giocare diventa sì più facile, stai sicuro che la palla ti arriva nei tempi e nei modi giusti, anche se sono 40-50 metri, lei arriva”. “Beh, andar via da loro è stato molto difficile. A parte la Juventus che qui da noi è il club migliore, lasciavo il top, i due scudetti di fila, le amicizie, con mia moglie che si trovava molto bene, in una città come Torino che per me è davvero bella e poi lasciavo anche l’Italia. Sì, ho anche sofferto parecchio, certo che dall’altra parte c’era un’offerta a cui alla fine non potevo rinunciare e ha contato così la parte economica. Io mia moglie cerco sempre di ascoltarla per bene ed è stata dura anche perché pure lei non era contenta, c’erano i pro e i contro. Va bene, impari l’inglese, fai un’esperienza eccetera, ma dall’altra devi lasciare un posto dove ti sei trovato e stavi benissimo. Però, dai, la carriera è quella che è e quando capitano occasioni così, come fai a non sfruttarle al massimo? Con l’inglese? Adesso lo parlo abbastanza bene, specialmente il secondo anno sono parecchio migliorato”. “Con la scuola? Ho fatto l’Itis, sino alla terza superiore a Bibbiena, poi quand’ero col Cesena ho continuato con la scuola, il quarto e quinto, a Savignano. Sono perito meccanico, è stato bello arrivarci pur giocando a calcio e sono pure uscito bene, con 70”. “Nello spogliatoio sono uno che non parla poi tanto, il fatto è che sono introverso ma so che appena mi sciolgo riesco a dare tanto. Non mi piacciono i gruppetti, queste cose qui e sono uno che cerca di dare amalgama, questo sì. Non sono quello che fa le battute ma penso di saper vedere quel che succede lì dentro e quan-

Una partita che vorrei rigiocare…

“La finale contro la Spagna all’Europeo del 2012 e non importa che io non l’abbia giocata, che fossi in panca. Nella partita del girone li avevamo messi in difficoltà, avevamo giocato col 3-5-2 e nella finale mister Prandelli ha provato a giocarsi la partita con un modulo differente ed è andata come è andata. Chiaro, loro sono quello che sono, anche superiori a noi, ma vorrei vedere come sarebbe potuta andare se avessimo giocato in modo diverso, chissà”. do “vedo” qualcosa, se ci sono dei problemi, allora mi muovo, qualcosa faccio. Le partite le sento abbastanza, a me capita di sentirle in particolare in quel periodo lì, dopo il pranzo ed è col riscaldamento che la tensione poi comincia ad andarsene via. In campo sono di quelli che è sempre molto concentrato e ora che ho 30 anni, comincio ad accorgermi che ho l’esperienza per capire i momenti della partita e così mi capita di “fermarmi a vedere”, non è che sono lì tutto e solo concentrato su quel che succede in quel secondo: la vedo di più di prima adesso la partita”. “Per quel che mi riguarda in campo non ci si va come in guerra, non mi piacciono le mischie tra noi, le risse, credo ci voglia rispetto, sempre. Dopo due anni che ho passato in Inghilterra, devo dire che non ero più abituato a questo nostro clima e mi sono reso conto subito d’essere proprio tornato. In Inghilterra nessuno protesta e sono proprio i calciatori i primi a dare l’esempio, a dare una mano agli arbitri. Lì da loro viene prima la prestazione, poi il risultato che qui invece è la sola cosa che conta, solo quella. Ecco perché secondo me pure per noi calciatori in Italia c’è tanta e tanta più pressione, ecco perché possono così scattare certi comportamenti, non è così facile giocare a calcio qui da noi”. 9


l’intervista

“Io non so se posso venire preso ad esempio, magari può servire quello che ho fatto. Non tutti sono Totti o Del Piero; ci sono anche i Fabio Grosso o i Riganò, giocatori che sono partiti dalla C e hanno lottato e sono arrivati anche in Nazionale. Ecco, io sono di quella categoria, non avevo il talento per arrivare subito in Serie A, però ci si può arrivare lo stesso, anche dopo, più avanti negli anni. E forse posso essere d’esempio anche per quello che è sempre stato il mio comportamento, sia fuori che dentro il campo: ho sempre lottato, mai mollato, con caparbietà”. “Ora, dai e dai, mi trovo a ragionare da “esperto”, dopo i 30 sono ormai più di là che di qua con la carriera, cambiano così le prospettive. Mentre prima ricevevo consigli, ora sono io a fare il passo e così, quando “vedo”, qualcosa la dico. E cerco sempre di farlo nel modo giusto perché con tutti mi piace avere questo di approccio, quello di dare una mano, d’essere utile. E mi ricordo come le dicevano a me le cose, c’è chi l’ha fatto in un modo costruttivo e chi invece dava solo delle bastonate e le cose me le diceva nel modo sbagliato. A un giovane? Mah, l’unica cosa che potrei dirgli è che è dura, ci vuole pazienza, bisogna saper non mollare e avere dedizione. Poi di comportarsi bene e non dico di non andarsi a fare una serata eccetera, ma di starci attenti, di non abbattersi mai, cercare di fare sempre un passo oltre l’ostacolo. E poi l’essere consapevoli che non tutti ce la possono fare e se questo dovesse capitare, non significa essere un perdente, no”. “Al dopo non ci ho mai pensato, però ultimamente un po’ sì. Ora come ora comunque il primo pensiero è il calcio, voglio fare bene, è una stagione molto importante e sono molto concentrato su quel che sto facendo, anche se guardando avanti, non è che mi veda oltre i 35 anni o giù di lì. Vengo da un anno in cui sono stato infortunato parecchio, in tutto ho giocato solo 10 partite e poi c’è l’Europeo e ho voglia di giocare, di dimostrare a me stesso, a tutti, anche al Sunderland, che sono tornato a fare quello che facevo sino a un anno fa, quando con la Nazionale ho giocato contro la Norvegia. Purtroppo mi sono capitati questi problemi 10

alla gamba sinistra e ora anche questo problema muscolare”. “In effetti sono uno che, specie quando le cose non vanno bene, i problemi li porta anche in casa. Per fortuna ho lei, mia moglie, la persona più importante della mia vita. Ci siamo conosciuti l’estate del ritorno del Cesena in A, devo anche dire che se ne intende pure abbastanza e lei sa ascoltarmi e aiutarmi. Il calcio anche a casa? Beh, in effetti ci sto dietro, di partite ne guardo parecchie in tv ma che per me non c’è solo il calcio, sono tanti altri gli sport a cui sto dietro”. “Coloro che giocano, lì sul campo, penso rappresentino in ogni caso la parte più pulita, quella che ama quel che fa. Certo, ci sono gli stipendi, veniamo pagati anche profumatamente ma resto della mia idea e quel che voglio dire è che quel che non mi piace è il contorno, col calcio che è diventato prima di tutto un business e così per me è dunque il campo la parte più pulita. No, non mi piace quel che ci gira attorno, con ambienti in cui i tifosi fanno quel che vogliono e le speculazioni e gli interessi ma in fondo, che vuoi, è lo stesso nella vita normale, operai e padroni, la vita in generale è così. Ma lì dentro, in quel rettangolo di gioco, le cose per me sono ancora diverse ed è quel che mi piace di più”. “Certo che è un lavoro, come no. Ora sono a un livello alto, ma era lavoro anche quando ero in C, facevo in fondo le stesse cose. Che però avevo sempre sognato di fare ed è così un lavoro in cui mi diverto e cosa si può volere di più? C’è chi, per dire, vuol diventare un dottore e ce la fa e lo stesso vale per un calciatore. Ci sono quelli che ce la fanno e vale per ogni tipo di lavoro: ecco, quello è il privilegio”.

La scheda

Emanuele Giaccherini, del maggio 1985, è di Talla, provincia di Arezzo. Dato che a Talla non c’erano squadre per ragazzini della sua età, inizia col calcio in un paese vicino – Rassina – e da qui passa poi al settore giovanile dell’Arezzo. Nuovo “trasloco” l’anno successivo – pure qui per la mancanza di una formazione per la sua categoria – e arriva così al Bibbiena, società collegata al Cesena. Ed è appunto il Cesena a fargli fare la cosiddetta gavetta con le esperienze in C2 con Forlì, Bellaria Igea Marina (due stagioni) e Pavia. Rientrato col Cesena, appena retrocesso in C, debutta in prima squadra nella stagione che si chiude con la promozione in B dei cesenati, confermandosi sia nel successivo campionato di B (concluso con un’altra promozione) che in quello di A. Nell’estate del 2011 passa alla Juventus, squadra con cui ha modo di vincere due scudetti e una Supercoppa Italiana, mentre a luglio 2013 va a giocare col Sunderland, in Premier League; di questa scorsa estate infine, il suo passaggio al Bologna. Convocato per la prima volta dal c.t. Prandelli tra i 32 in vista dell’Europeo 2012 (PoloniaUcraina), entra nella lista “ufficiale” dei 23 ed esattamente il 10 giugno 2012 debutta nella partita inaugurale degli azzurri all’Europeo, contro la Spagna (1-1). Argento a quell’Europeo dietro proprio la Spagna, sempre con la Nazionale s’è classificato al terzo posto alla Confederations Cup giocatasi nel 2013 in Brasile: sono sinora 21 le sue presenze in Nazionale A (3 i gol). Sposato con Dania, ha due figlie: Giulia Maria di 4 anni e Caterina di 2.


scatti

di Maurizio Borsari

Esplosione di gioia alla festa scudetto Campionato 2012-13

Simmetrie

con Walter Gargano in Uruguay – Italia 4-5

SuperGiack

verso Euro 2016 in Italia – Olanda 2-0

Taglia small

con Vaclav Prochazka in Italia – Repubblica Ceca 2-1

Bowling

a Bari in Italia – Olanda 2-0 11


serie B

di Claudio Sottile

Duo mancino per i siciliani

Con “Citro-Sodinha” un Trapani effervescente (Nicola) Citro e (Felipe) Sodinha, nella stessa formazione… alla faccia del bicarbonato di sodio! Detto così, di pancia, scivola facile il gioco. Di parole, certo. E di tecnica offensiva mancina, con due sinistri così. Sergio Caputo, nel 1983, cantava “Citrosodina naturale, bevo per dimenticare il mal di mare”. A Trapani invece il mare lo vivono benissimo. Le bollicine, perciò, servono per far eruttare la passione sugli spalti del rinnovato Provinciale: CitroSodinha, un integratore di (buon) calcio al gusto di limone (trapanese).

Nicola Citro Come ti trovi con Sodinha? “Benissimo, è un giocatore tecnicamente eccezionale. A volte non ti fa capire la giocata che vuole fare perché è così geniale che non te l’aspetti. Poi è un bravo ragazzo”. Nel corso della carriera quando ti sarebbe servito un digestivo per metabolizzare una critica? “Un paio di persone che mi erano vicine mi dicevano che non sarei mai potuto arrivare dove sono ora. Essere in B è una piccola soddisfazione, ho appena cominciato, non sono ancora arrivato del tutto,

La scheda

Nicola Citro è nato a Salerno il 27 maggio del 1989. La sua prima esperienza importante a livello calcistico arriva intorno all’età di 15 anni nella San Severinese in Promozione, dove in due anni riesce a raggiungere un discreto numero di presenze e a collezionare 20 reti, destando così l’interesse dell’Ebolitana, squadra di Eccellenza. Trasferitosi ad Eboli, si mette in luce soprattutto nei primi due anni dove, con le sue giocate e 22 goal, è uno dei protagonisti della promozione in Serie D. Nel 2011/12 passa alle Valle Grecanica e l’anno successivo approda in Sicilia al Città di Messina, sempre in Serie D, dove colleziona 31 presenze e 10 goal.

però sto iniziando un percorso che per loro era inaspettato”. E il Trapani invece cosa vuol far digerire al campionato? “Vogliamo far accettare che siamo una buona squadra e abbiamo una nostra identità. Per gli altri siamo e forse saremo una sorpresa, ma penso che già dall’anno scorso abbiamo fatto vedere come giochiamo. Sappiamo ciò che possiamo dare. Per quello che abbiamo dimostrato, per il gioco, per come ci alleniamo, per il gruppo che abbiamo formato, sì ci dobbiamo salvare ma perché non pensare a qualcosa di più? Le qualità per fare bene le abbiamo”. Com’è essere allenato da Serse Cosmi? “Il sabato in panchina si trasforma, è normale che in partita ti dica le cose direttamente, in campo non hai tempo di stare a spiegare. In settimana durante gli allenamenti, invece, è una persona normale, ridiamo e scherziamo. Abbiamo un rapporto tranquillo”. L’11 ottobre scorso hai segnato all’Arechi contro la Salernitana, squadra sì della tua città ma della quale non hai mai vestito la maglia. Perché non hai comunque

Esplode quindi al Progreditur Marcianise, formazione neo-promossa in serie D, dove in 29 presenze mette a segno 21 reti attirando su di sé l’attenzione delle categorie superiori. Il salto in B arriva lo scorso anni con il Trapani. Stagione

Squadra

Cat.

P.

G. 3

2015-2016 Trapani Calcio

B

8

2014-2015 Trapani Calcio

B

12

0

2013-2014 Marcianise Calcio

D

32

21

2012-2013 Città Di Messina

D

31

10

2011-2012 Valle Grecanica

D

11

4

2010-2011 Ebolitana Calcio

D

15

0

2009-2010 Ebolitana Calcio

Ecc.

26

13 9

2008-2009 Ebolitana Calcio

Ecc.

27

2007-2008 Sanseverinese

Prom.

20

7

2006-2007 Sanseverinese

Prom.

26

13

esultato? “Per rispetto verso i miei molti amici salernitani, mi sono sentito di non farlo. Il calcio è anche questo”. Il tuo idolo? “Ronaldinho”. Hai in mente una cifra gol cui aspiri nella stagione in corso? “Spero di segnare tanto. La cifra ce l’ho in mente e non la dico, risentiamoci a fine stagione…”. Il giocatore più forte dell’attuale Serie B, escludendo i tuoi compagni di squadra? “Marco Sau, uno che fa la differenza. Lui ha già dimostrato tanto”. Calcisticamente non sei vecchio però neanche di primissimo pelo. Come ti senti in questo momento della tua vita professionale? “Bene, anche fisicamente. Sono arrivato un po’ tardi, doveva andare così. Mi ritengo fortunato”. Un tuo predecessore nell’attacco siciliano, Matteo Mancosu, anch’esso esploso tardi, a questo giornale aveva dichiarato: “Ho fatto tanta Serie D non volendo uscire dalla regione, […] preferivo stare a casa in un ambiente sicuro”. Stesse motivazioni tue? “Personalmente se mi avesse chiamato una squadra in Inghilterra o Spagna, per dirne qualcuna, ci sarei andato di corsa. Sono


serie B semplicemente maturato tardi a livello calcistico. Le cause possono essere tante. Responsabilità mie, dei gironi che facevo nei Dilettanti che venivano poco seguiti, di chi chiedeva soldi per il mio cartellino che giustamente in Eccellenza il potenziale acquirente non avrebbe mai speso”. L’acuto più bello fino ad oggi? “Bello e importante il primo in B, il cucchiaio contro la Virtus Entella del 26 settembre 2015”. E quello che sogni di fare? “L’importante è che la palla vada dentro, di tacco, punta o rovesciata, in qualsiasi modo. E che siano gol che contribuiscano al risultato”.

Sodinha Come ti trovi con Citro? “Benissimo. È un grande, è uno dei compagni con cui scherzo di più nello spogliatoio. Gli voglio tanto bene”. Nel corso della carriera quando ti sarebbe servito un digestivo per metabolizzare una critica? “Ne ho ricevute tante in Italia. Dopo aver patito gli infortuni ho preso peso, e quindi mi criticavano dicendomi che ero grasso e non ce la facevo. Ho vissuto un periodo in cui sono stato male, poi è passato, mi sono abituato, anzi queste parole mi sono servite per allenarmi sempre di più e far ricredere le persone”. E il Trapani invece cosa vuol far digerire al campionato? “Non ho mai giocato neanche tra amici per perdere. Quando entro in campo mi piace sempre vincere, pertanto se dicessi la salvezza mentirei. Io vedendo questa squadra non dico che è il nostro obiettivo andare in A però possiamo fare bene, approdare ai playoff e divertirci. Quando sono arrivato a Trapani mi sono sentito subito in un gruppo unito, serio, che si allena alla grande. Ho visto che si sarebbe potuto lavorare per obiettivi importanti. I tifosi pensano che stare in B sia come disputare la A, ma io vedo questa rosa che

può arrivare ai playoff e fare un bel campionato”. Com’è essere allenato da Serse Cosmi? “Non avevo mai lavorato con lui. Da quando sono arrivato in ritiro mi sono trovato perfettamente. Cosmi è una persona fantastica, dall’esterno pensi questo è duro, invece è bravissimo. Dentro e fuori dal campo è un fenomeno.” “È sempre meglio far correre la palla, la palla non suda”, diceva Roberto Baggio, un altro fantasista come te. Condividi? “Quello l’ho sempre detto anch’io, chi corre in campo è la palla, se la palla non gira non entra in gol. Sono d’accordissimo con lui”. Come giudichi il tuo connazionale e compagno di squadra Igor Coronado? “È un giocatore bravissimo, serio, non lo conoscevo prima, sta facendo bene e gli auguro di fare ancora meglio. Per me non è un fenomeno ancora ma può diventarlo”. Mostri continuamente fondamentali da calcio a cinque, desculpa futebol de salão. “Io ho iniziato a giocare all’età di quattro anni a calcio a cinque. Solo futsal per tanto tempo, mi sono fermato a 15 anni. Ho anche vinto Scarpe D’oro nel Campionato Paulista. La tecnica arriva da lì, mi ha aiutato tantissimo, a me piace tanto”. Il gol a Cesena del 26 aprile 2014 è emblematico, con doppio dribbling in corsa di suola. “Simile a quelli che facevo sempre in Brasile, ne ho ricordati un sacco che facevo così. Anche mio padre me l’ha detto, mi ha fatto vedere un video antico con uno molto molto paragonabile”.

questa maniera, anche Ronaldo e Ronaldinho hanno fatto gol del genere. Non è una bestemmia calciare così…”. Felipe Sodinha ha raccolto quanto gli spettava fino ad adesso? “Penso che se non avessi avuto tanti infortuni, avrei potuto fare tanto meglio. Soffro per un ginocchio operato quattro volte, tutti i giorni faccio sacrifici per allenarmi”. Il brasiliano più forte che gioca oggi in Italia? “Ho tanti amici, se ti faccio un solo nome litigo con qualcuno”. E allora il più sottovalutato? “Io!”. Nel Bari 2008/09 che conquistò trionfalmente la Serie A sei stato alle dipendenze di Antonio Conte. Che allenatore era? “Si capiva che sarebbe diventato un grande, perché in pochi martellano come lui. È una persona che punta sempre al meglio, a fare di più, è un mister serio col quale non si scherza mai. Già si vedeva che voleva arrivare dove poi è meritatamente approdato. Continuerà così”. Un paio di anni fa venisti addirittura accostato alla Nazionale all’epoca di Prandelli. Pensi davvero alla maglia azzurra? “Senza infortuni avrei potuto arrivarci. Ho sempre pensato e sognato di giocare nella Nazionale italiana. Per adesso è difficile, io non mollo mai, quindi vediamo magari più avanti”. Felipe, meglio un gol di tacco o di punta? “Se mi chiedi più bello rispondo di tacco. Ma di punta è bellissimo”.

Futsal significa anche tiro di punta… “È più difficile per il portiere quando tiri in

CitroSodinha. Buona prima e dopo l’intervallo.

La scheda

Inizia la sua carriera nelle giovanili del Paulista Futebol Clube, squadra della sua città natale: Jundiaí. Nel 2008, all’età di 20 anni, viene acquistato dall’Udinese, che negli anni successivi lo cede in prestito a varie squadre italiane. Esordisce in Serie B nella stagione 2008-2009 con la maglia del Bari. Vestirà poi le maglie di Paganese e Portogruaro in Lega Pro e starà fermo una stagione intera prima di tornare in Brasile al Ceará Sporting Club. L’anno successivo ritorna in Italia per accasarsi al Brescia, in Serie B. Con le “leonesse” vive tre stagione di alti e bassi: viene anche messo fuori rosa, poi reintegrato, quindi resta coinvolto nella stagione negativa dei lombardi, non riuscendo ad evitare la retrocessione in Lega Pro. Da luglio è a Trapani.

Felipe Monteiro Diogo, conosciuto come Sodinha (soprannome già usato dal padre), è nato a Jundiaí il 17 luglio 1988. Stagione

Squadra

Cat.

P.

G.

2015-2016 Trapani Calcio

B

1

0

2014-2015 Brescia Calcio

B

22

2

2013-2014 Brescia Calcio

B

26

3

2012-2013 Brescia Calcio

B

14

0

2011-2012 Cearà

B

1

0

B

0

0

C1

3

0

C1

0

0

2008-2009 Bari

B

4

0

2007-2008 Udinese

A

-

-

02/2010

Triestina

2009-2010 Portogruaro 02/2009

Paganese Calcio


serie B

di Tommaso Franco

Medie voto e curiosità

I migliori della B

Affascinante la Serie B, campionato costellato di cambiamenti, sorprese, meteore, storie. Dal 2005 è il campionato del sabato, ad eccezione di quando la A si ferma per

Con un salto in avanti di una dozzina d’anni, scopriamo che al campionato 1942-43, vinto dal Modena di Giuseppe Girani, partecipò la romana M.A.T.E.R. (Motori Alimentatori Trasformatori Elettrici Roma) fondata dall’industriale Renda. La squadra riuscì nell’impresa salvezza conquistando un ottimo dodicesimo posto in classifica. Tuttavia l’inizio della seconda guerra mondiale bloccò la disputa dei campionati e costrinse la società a partecipare al “Campionato romano di guerra”. Nel 1945, terminata la guerra, la MATER rinuncio a prendere parte al campionato di B, pur lasciare spazio alla Nazionale. Il “campionaavendone diritto, a causa della mancanto degli italiani” come si ama definirlo “ai za dei fondi necessari all’iscrizione. Chissà vertici” porta con sé molte curiosità che come sarebbe potuta continuare quella ne rendono unica la storia recente storia se la guerra non ne avesse e meno rearrestato la corsa. LAPADULA SENSI Pescara 6,94 cente. Cesena 6,48 Negli anni MANDRAGORA GIACOMELLI Pescara 6,32 ’50 il MarMARTELLA Vicenza 6,57 Crotone 6,36 LUCI zotto, Livorno 6,44 KESSIE squadr a Cesena 6,63 CAPEZZI di ValdaCrotone 6,33 ELOGE gno in provincia Crotone 6,33 PIGLIACELLI di Vicenza, parteciDELLAFIORE Pro Vercelli 6,38 Latina 6,14 pò a ben 10 edizioni del campionato. La società nacque come DAM (Dopolavoro Aziendale Marzotto) nel 1926 nell’ambito del “LaniLa ficio Marzotto”. prima La miglior foredizione Il Brescia, con 58 partecipazioni, è la somazione di Serie B (stagione 1929-30) cietà ad aver preso parte al maggior nudall’inizio del torneo vedeva nei primi tre posti: mero di campionati di B. Seguono il Casale, Legnano e La DoVerona a quota 51 e il Modena a 50. minante (Genova); 18 squadre, 7 delle quali guidate da un allenatore ungherese. Atalanta e Genoa detengono il A fine stagione La Dominante fu indotta record di campionati totali vindalle autorità fasciste a fondersi con la ti (6). Corniglianese (Prima Divisione), acquisendo la denominazione di “Liguria”. L’Inter e il Sassuolo sono le Tra le partecipanti di quella storica prima uniche squadre a non essere edizione della mai retrocesse dalla Serie A competizione alla Serie B assieme alle dec’erano Venezia, buttanti Carpi e Frosinone. Spezia e Parma, le uniche a giocaNel 1961-62 il Napoli riuscì re negli stadi che nell’impresa di vincere la Copsarebbero rimasti, pa Italia avendo preso parte al da quel momencampionato cadetto (prima e to, la casa delle tre unica volta nella storia). società: il “Penzo” di Venezia fu infatNessuna squadra, ti inaugurato nel 1913, il “Picco” di La Spezia finora, ha concluso nel 1919, il “Tardini” di Parma nel 1924. un campionato di 14

Portieri PIGLIACELLI MAZZONI FRATTALI DA COSTA DI GENNARO

Pro Vercelli Ternana Avellino Novara Latina

6,38 6,35 6,30 6,28 6,27

Difensori KESSIE MARTELLA ELOGE MAZZOTTA PERTICONE

Cesena Crotone Crotone Cesena Trapani

6,63 6,36 6,33 6,30 6,27

Centrocampisti SENSI LUCI CAPEZZI MANDRAGORA ARINI

Cesena Livorno Crotone Pescara Avellino

6,48 6,44 6,33 6,32 6,32

Attaccanti LAPADULA GIACOMELLI STOIAN FARIAS GARRITANO

Pescara Vicenza Crotone Cagliari Cesena

6,94 6,57 6,56 6,48 6,43

In alto, Gianluca Lapadula, attaccante del Pescara con la media voto più alta di tutto il torneo cadetto. Seguono Frank Kessiè, difensore ivoriano del Cesena, e Stefano Giacomelli, punta del Vicenza.

Serie B senza sconfitte. Il risultato migliore è stato ottenuto dal Perugia nella stagione 1984-85, dove la squadra umbra subì una sola sconfitta in 38 partite (campionato a 20 squadre). La regione storicamente più rappresentata è la Lombardia con 24 squadre. Sul podio, a quota 14 exaequo, troviamo Emilia Romagna e Toscana. A quota 1 ecco la Sardegna (Cagliari), il Molise (Campobasso) e il Trentino Alto Adige (Bolzano). L’unica regione mai rappresentata è la Valle d’Aosta. L’Atalanta è la squadra ad aver centrato il maggior numero di promozioni in Serie A (12), seguita dal Bari (11) e dal Brescia (10). Due sono le squadre che più sono retrocesse: Reggiana e Taranto (8 volte).


Lega Pro

di Tommaso Franco

Facendo le medie voti dei tre quotidiani sportivi

I primi della classe La Lega Pro è un campionato molto particolare dove spesso i pronostici vengono ribaltati e dove emergere per centrare il “bersaglio grosso” richiede una grande capacità di gestire le situazioni. La strada è lunga e, come sottolinea la permanenza in categoria di alcune storiche e grandi realtà del nostro calcio, è irta e piena di insidie. Ne sanno qualcosa squadre come la Cremonese, la Reggiana, il Foggia. Da molti anni cercano la retta via per risalire le acque e centrare una promozione che le riporterebbe dove sono sempre state, dove siamo sempre stati tutti abituati a vederle. Quest’anno è anche la Lega Pro del Catania che, dopo le vicende legate alle combine, è ripartita dal terzo gradino del podio con una pesante penalizzazione. È la Lega Pro del Teramo, estromesso dalla storica Serie B conquistata lo scorso anno. È la Lega pro della Lupa Frascati e della Lupa Castelli Romani. Pochi chilometri di distanza, in due gironi differenti, probabilmente per

rendere più “agevoli” le trasferte a società sempre più in difficoltà nel calcio moderno. È la Lega Pro della Robur Siena, già, il Siena. Quel Siena che pochi anni fa rappresentava una solida realtà della nostra Serie A e che ora si rivede fra i Pro, ed è la Lega Pro dell’Ancona che si ricorda ancora dei bei tempi passati. È la Lega Pro, categoria distante dalla modernità del calcio 2.0, che non può contare su diritti televisivi che nemmeno sfiorano realtà considerate “minori”. È la Lega Pro delle giovani promesse che coltivano i sogni e dei veterani che ne vogliono sapere di abbandonare quella che è, da sempre, la loro vita. È la Lega Pro dell’Akragas, tornata tra i professionisti dopo 21 anni. Al timone della nave: Nicola Legrottaglie. È la Lega Pro, per esempio, di gente come Andrea Gasbarroni, che a 34 anni ancora gioca con la voglia di un ragazzino ed entra, come spesso anche nella scorsa stagione, nei migliori 11 della categoria. La Lega Pro, un calcio che sembra ancora “analogico”, senza nomi sul-

Portieri RAVAGLIA FURLAN ZANDRINI PALEARI MONTIPÒ

Cremonese Lumezzane L’Aquila Giana Erminio Robur Siena

6,57 6,54 6,43 6,42 6,37

Difensori FISSORE ANGIULLI LOIACONO MONACO BRIGANTI

Maceratese Reggiana Foggia Arezzo Cremonese

6,48 6,45 6,38 6,36 6,36

Centrocampisti MANCOSU GASBARRONI CAROTTI CATTANEO GNAHORE

Casertana Giana Erminio Maceratese Pordenone Carrarese

6,55 6,53 6,50 6,48 6,46

Attaccanti PETRELLA IEMMELLO CASARINI FERRETTI KOUKO

Teramo Foggia Pavia Pavia Maceratese

6,92 6,69 6,68 6,64 6,57

In alto, l’intramontabile Andrea Gasbarroni, trentaquattrenne centrocampista della Giana Erminio. A sinistra Mirko Petrella, punta del Teramo e, in basso, Pietro Iemmello attaccante del Foggia.

le maglie e senza tante telecamere a seguire quello che accade in campo e negli spogliatoi. La Lega Pro, un luogo dove lo spettacolo, se lo vuoi vedere, devi andare allo stadio. Un posto lontano da tutto quello che esula dal rettangolo verde, dal pallone, dagli arbitri, dalle bandierine, dai fuorigioco. E dai calciatori. PETRELLA Teramo 6,94

CATTANEO Pordenone 6,48 CAROTTI Maceratese 6,50

TITO Casertana 6,35

GASBARRONI Giana Erminio 6,53

ANGIULLI Reggiana 6,45 RAVAGLIA Cremonese 6,57

IEMMELLO Foggia 6,69

FISSORE Maceratese 6,48

MANCOSU Casertana 6,55

LOIACONO Foggia 6,38

La miglior formazione di Lega Pro dall’inizio del torneo

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scritto per noi

di Alessandro Comi

Alberto Paleari, n.1 della Giana Erminio

Un portiere tutto d’oro Archiviata la grande avventura delle Universiadi disputate in Corea del Sud a GwangJu, nel luglio scorso, e conclusesi con la vittoria della Nazionale di calcio universitaria italiana, Alberto Paleari si è rituffato nel campionato di Lega Pro con la maglia della Giana Erminio. Certo che l’oro conquistato rimane una delle sue più grandi soddisfazioni raccolte fin qui in carriera, un trionfo che merita un passo indietro… “È stata un’esperienza sicuramente indimenticabile, sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista sportivo”. Una storia da raccontare dall’inizio alla fine… “Sin dalla cerimonia di apertura che è stata bellissima: si è tenuta a GwangJu che è la quarta città più popolare in Corea, uno spettacolo di giochi pirotecnici, di colori e di gente di tutte le nazionalità. 55 mila persone, 12 mila atleti, sponsor come Samsung e Kia a far da padroni dell’organizzazione e strutture enormi, grattacieli da 30 piani a fare da contorno”. E poi il gran finale… “Abbiamo vinto contro i padroni di casa e abbiamo, per così dire, vendicato in parte la sconfitta dei mondiali del 2002 subìta dalla nazionale maggiore. Il cammino è stato tortuoso ma alla fine siamo usciti vittoriosi, siamo passati come miglior seconda nel girone di qualificazione vincendo 5-2 contro il Canada, poi 0-0 contro la Cina-Taiwan e perso 1-0 con la stessa Corea del Sud. Abbiamo poi vinto con Irlanda 2-0 nei quarti e ai rigori in semifinale col Giappone; infine la rivincita delle rivincite è stata la finalissima ancora contro la Corea del sud dove abbiamo vinto con un rotondo 3-0! Grande gruppo, grande squadra guidata da mister Piscedda che ha portato a casa una grande soddisfazione per i colori azzurri”. Dall’azzurro della Nazionale a quello della Giana, squadra che negli ultimi anni ha fatto una grande escalation dai dilettanti fino la Lega Pro… “Mi trovo benissimo, sono arrivato il gennaio scorso e la società è seria, il presidente è una persona ambiziosa, lo stadio è stato ampliato e la tribuna rifatta, ci al16

Alberto Paleari è nato il 29 agosto del 1992 a Giussano. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Milan, ha vestito le maglie del Pontisola in Serie D,Tritium in C1,Virtus Verona in C2,Mantova e Giana in Lega Pro.

leniamo in un bellissimo centro sportivo polivalente e ci sono tutte le possibilità per fare bene, L’obiettivo stagionale è quello di far meglio dell’anno scorso e arrivare nei primi 7-8 posti per partecipare alla Tim Cup”. Un brutto infortunio lo ha lasciato ai box per un po’… “Purtroppo non ho attraversato un momento felice, calcisticamente parlando, dopo le Universiadi: mi sono fratturato il dito medio della mano, ho dovuto mettere 2 viti e aspetto che si calcifichino, poi farò riabilitazione e spero di poter rientrare presto”. Nel frattempo riesce a dedicarsi un po’ di più allo studio…

“Lo considero un passatempo molto utile. Sono iscritto all’Università San Raffaele e sto studiando scienze motorie per cercare di garantirmi un futuro dopo il calcio. Recentemente, grazie all’AIC, mi è stata assegnata una borsa di studio. Spero un domani di riuscire ad utilizzare la mia cultura in campo sportivo che sia calcio o altro sport”. Ma il campo, al momento, rimane il primo obiettivo.. “Il mio sogno è poter arrivare un giorno a giocare in Serie B. Chissà, magari proprio con la Giana”.


l’intervista

di Claudio Sottile

Matteo D’Alessandro, in attesa di contratto

Allo svincolo scelgo di giocare Matteo D’Alessandro ha voglia di ripartire dopo lo stop di Monza. Direzione? Ovunque rimbalzi magicamente un pallone e non una palla magica che sa soltanto ingannare. Gli ex compagni lo chiamano “Dale”, abbreviando il suo cognome. Ciò che invece non diminuisce è la sua voglia di campo. E allora “¡Dale!” diventa uno sprone se scritto in castigliano (significa “Dai!”), per lui che pur di rimettersi gli scarpini lascerebbe lo Stivale. Matteo, per te una carriera che sembrava avviata; tra tutte Genoa, Reggiana, Reggina… e attualmente “reggiborsa”, a casa in attesa della chiamata giusta: a 26 anni com’è la vita dello svincolato? “Eh già. A Genova ho respirato l’aria del grande calcio. Ho vissuto un’annata straordinaria, in uno spogliatoio con campioni del calibro di Diego Milito, Thiago Motta, Mimmo Criscito solo per citarne qualcuno. Prima la gavetta in Serie C con la Reggiana, in una città che mi ha riempito il cuore e mi faceva giocare con spensieratezza. Poi la cadetteria nell’altra Reggio, la Reggina, che mi ha permesso di crescere anche se forse sono capitato negli anni sbagliati. Ma non ho rimpianti, credo nel destino. Poi col senno di poi non si fa la storia e ciò vale anche nel calcio. Ho preferito scendere di due categorie per approdare a Cuneo in C2 ed essere felice, perché a Reggio Calabria non lo ero più in una sessione di mercato condizionata dalla Lega Pro senza retrocessioni. In Piemonte troppi infortuni e la retrocessione inaspettata e a giugno dello scorso anno la grande occasione di ripartire a Monza con le premesse di promozione in B. Macché, contratto triennale fasullo e dopo mezzo stipendio in sette mesi ancora una volta costretto a ripartire. Credevo che a gennaio la chiamata dalla cadetteria fosse ciò che meritavo e che mi era stato tolto ma a Vercelli, nonostante la salvezza, non ho trovato la fortuna che speravo. Ora eccomi qua con il telefonino in mano, la valigia pronta e con una voglia incredibile che minuto dopo minuto aumenta invece di scemare!”. Quanto sono penalizzanti le regole sugli under per uno che fa il terzino come te? “Di cosa stiamo parlando… sono un’as-

surdità! Illudono soltanto giovani ragazzi che possono giocare un anno o due tra i professionisti per poi ripiegare nelle categorie inferiori o risvegliarsi all’improvviso dal sogno e cambiare impiego o vita. E nel mio ruolo è devastante la cosa, dato che vengono impiegati tutti i giovani sull’esterno ‘per non far danni’ anche se poi spesso e volentieri ne fanno eccome! Credo che debba essere ripristinata la meritocrazia, il calcio è talento prima che speculazione, e il mio ruolo è importante tanto quanto il portiere o l’attaccante, io ne sono convinto”. Stai vivendo sulla tua pelle il fallimento dei biancorossi brianzoli. “È stata una mazzata, non lo nego. Dal punto di vista economico, visto che io e i vecchi compagni siamo tuttora in ballo tramite l’AIC e l’avvocato Calcagno per recuperare il più possibile. Psicologico a livello personale e non solo, perché sono ovviamente coinvolti famigliari e cari. E tecnico, inteso come prosieguo di carriera. In quella squadra c’erano giocatori importanti che si sono fatti ingolosire da cifre e anni di contratto del tutto illusori. Ripartire nel calcio d’oggi in Italia è davvero dura, si sa! Peccato, perché eravamo una grande squadra con un potenziale da Serie B, con un ottimo allenatore e uno staff serio. Si stava davvero bene”. Con il Grifone hai vinto il Torneo di Viareggio 2007 e la Coppa Italia Primavera 2008/2009 (risultando uomo partita Sky della finale di ritorno, a Marassi contro la Roma): di quelle rose in due giocano in A (Eugenio Lamanna proprio in rossoblù e Isaac Cofie nel Carpi), uno in B (Martino Borghese a Como), gli altri sono disseminati tra Lega Pro, estero non di primissimo rango (tranne Stephan El Shaarawy

al Monaco) o mondo degli svincolati. Cosa significa? “Tutto e niente. Sono stati anni indimenticabili e vincere, seppur a livello giovanile, è sempre bello. Lamanna è un grande amico e si merita tutto ciò che ha ottenuto! Lo straniero in Italia ha molto più appeal. Capita così in tutte le categorie, anche se penso che lo straniero debba far la differenza altrimenti tanto vale far schierare un italiano sia per una questione di costi sia in chiave Nazionale. Se nel campionato italiano l’Inter, ad esempio, gioca senza italiani si fa fatica quando c’è da costruire una squadra chiamata Italia che possa competere a livello europeo e mondiale”. Sotto la Lanterna sei stato compagno del “Faraone”, qual è il tuo giudizio sulla sua partenza verso il Principato? “Da simpatizzante del Milan mi è dispiaciuto molto quando ho saputo che se ne sarebbe andato. Speravo che un talento nostrano che gioca per la Nazionale italiana potesse essere il miglior rappresentante di un grande club tricolore. Gli auguro di essere felice innanzitutto e di tornare a essere decisivo anche per il bene dell’Italia in chiave Europei!”. Anche a te piacerebbe un’esperienza lontano dall’Italia. “Ho avuto l’occasione di andare nella massima serie rumena al Valslui dopo i due anni in Serie B con la Reggina però rifiutai, l’Italia è casa mia ed è il Paese che amo e che non cambierei con nessun altro. La Serie A è il mio sogno nel cassetto, anche se ora come ora non nego che se ci dovesse essere l’opportunità concreta credo che non me la farei scappare, perché qui per la mia età, il mio ruolo e il mio vissuto i fatti dicono che sono attualmente svincolato. Nell’ultimo periodo ho avuto qualche abboccamento con squadre di Spagna e Svizzera, vediamo”. 17


amarcord

La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

Riccardo Berardino (Paganese) sui 7-8 all’anno e il più bello di tutti l’ho ne forte, ricordo che avevo la pelle d’oca: “Sì, le leggo sempre sul Calciatore le parfatto forse in un derby, Giulianova-Chieti: agitazione e tanta voglia di cominciare. tite che non si dimenticano. Io non ho sai, il classico gol alla Del Piero, a giro, sul Erano poi quella sera in 58.000 ed è staancora avuto l’esperienza di vincere un secondo palo”. to lì che m’hanno fatto sentire proprio campionato, magari avrei potuto così un calciatore “vero”. Ricordo quando ero raccontare quella di una festa finale, lì sul Daniele Sciaudone arrivato a Bari, l’anno prima; le cose non campo. Così la partita che più mi è rima(Salernitana) erano messe bene, la società con posta dentro è una di due anni fa, Chieti“La partita che penso non dimentichechi soldi, si partiva con delle penalità, la Foggia, io col Chieti. Era l’ultima giornata rò mai è quella che col Bari ho giocato gente che era stanca della presidenza del campionato, noi eravamo in zona contro il Latina, era la semifinale playoff, Matarrese. Allora entrare in quello stadio playout e non solo dovevamo vincere il traguardo poteva essere la serie A. La così grande e così vuoto faceva impresper forza, ma bisognava che pure le altre giocammo a Bari quella partita e finì 2 a 2, sione e il tutto m’aveva fatto pensare a squadre facessero dei passi falsi. Me la poi non riuscimmo ad andare avanti ma chissà cosa avrebbe potuto essere gioricordo quella partita perché giusto diedavvero fu una cosa fantastica. Fu anche care lì dentro in serie A. Così posso dire ci giorni prima era morto mio padre, lui una bella partita, tutte e due le squadre d’essere stato tra i pochi fortunati che ce l’ha fatta a vivere una tale atmosfera ed è che tanto desiderava che io facessi una fecero bene ma il ricordo che ho è metripletta, sempre me lo ricordava. Ecco raviglioso soprattutto per l’atmosfera di proprio vero che quando hai tanta e tanta così che quel giorno la feci per davvero quella serata. Mi pare giocassimo alle la tripletta, che tra l’altro poi non servì a 20.30 e già alle 19, quando arrivammo salvarci perché retrocedemmo lo stesso. allo stadio, erano in 15.000. Un’emozioQuella volta provai un mix di emozioni che non avevo mai provato prima, così forti: da una parte la delusione della retrocessione, dall’altra l’aver esaudito quel desiderio di mio padre. Lui che L’incipit era sempre stato il mio primo tifoso, che appena poteva mi veniva a vedere: con lui spettatore 1 – Il ragazzo della Bernasciola m’era sì riuscito di fare una dop“Komm hier!” Cosa vuole questo sconosciuto con una divisa che mi pietta, ma mancava la tripletta, mette paura che parla una lingua diversa? “Komm hier, Kind!” Insiste. Faccio finta di guardare da un’altra parte e intanto, con la coda peccato che ce l’ho fatta subito dopo che se n’è andato. Il dolodell’occhio, lo sbircio per capire le sue intenzioni. Con la mano fa sere che ho dentro è ancora forte gno di avvicinarmi. La mamma e il papà mi dicono sempre di non adesso, pensa dopo appena avvicinarmi troppo ai due cannoni della contraerei piazzata appena dieci giorni… ogni mio gol – era fuori del nostro cortile, ma come si fa? Un po’ mi spaventa ma allo stesso tempo mi attrae. E poi mi raccomandano anche di non parlare così anche prima – lo continuo a dedicare a lui. Ne faccio in media con i soldati tedeschi. A me sembrano un po’ strani ma non cattivi. C’è questo, poi, che ogni volta che mi vede sorride con tutti i denti e inizia a parlarmi. “Wie heißt du? Ich heiße Rudy!” e si batte una mano sul petto. Forse mi vuol dire che lui è Rudy. “Wie heißt du?” e indica me. Vuol sapere chi sono io? Glielo dico? Scappo via? Glielo dico. “Gianni” e gli faccio il segno del quattro con le dita. Ogni volta che qualcuno mi chiede come mi chiamo vuol sapere anche quanti anni ho, gli adulti sono un po’ tutti uguali e fanno sempre le solite domande. Rudy allora si accovaccia e per un attimo abbiamo la stessa altezza. “Gut, Gianni!”. Si infila una mano nella tasca interna della giacca e ne tira fuori qualcosa. Cos’è? La curiosità è tutto ciò che ho, tutto quello che conosco. Il mondo fuori di casa, così grande che immagino continui per un bel pezzo al di là dei campi e della provinciale, mi incute un po’ di timore ma soprattutto mi ispira desiderio di esplorare, di capire. E voglio proprio vedere cosa mi porge sorridendo Rudy. Allungo la mano ed ecco apparire una tavoletta di cioccolato. E io che volevo scappare! Il cioccolato so che esiste solo per sentito dire, in casa mia non si è mai visto. È buono. Quindi anche Rudy è buono. Arrivano gli aerei, sono pesanti e carichi di bombe, si sente dal rumore che fanno, un rombo profondo, cupo. Quando sono vuoti il ronzio è diverso, quasi di moscone, filano senza 18


amarcord

Quel mio cartellino rosso

Matthias Solerio (Giana Erminio) “Guarda, io di cartellini ne ho presi proprio pochi, pur se sono difensore. In effetti sino a cinque anni fa giocavo attaccante, ora cerco di imparare il più possibile dai miei compagni e il mio forte, diciamo così, è l’anticipo, vedo che me la cavo bene. Di cartellini come detto ne ho presi e ne prendo pochi, quei pochi giusto per dei falli, perché con gli arbitri cerco di non discutere né di protestare, tanto quando hanno fischiato si sa che non gente che fa il tifo, riesci sì a dare qualcoè che cambiano. Con loro cerco sempre, come dire, di andare loro incontro, di dare una mano e non è che faccia il lecchino, sa in più. Come detto fu una bella partita, con quel canto continuo dei tifosi, noi poi certo che no. Ce ne sono parecchi di loro che sono alla mano, che nel primo tempo siamo andati sotto ma ci sono pure quelli che vogliono fare a ogni costo i protae quando nel secondo tempo siamo riengonisti, essere loro i padroni lì sul campo e sono proprio loro trati, siamo riusciti a ribaltare il risultato, 2 quelli che poi finiscono per rovinarle le partite. Però, tornando ai cartellini, uno rosso l’ho preso anch’io, giusto uno sinora. Ero a 1 per noi: quel boato fantastico e meallievo, ero capitano e da rigorista della squadra avevo appena sforzo, ma oggi li senti che arrivano, sono tanti e vengono per bombardare. Mio padre torna sbagliato un a casa di corsa, grida qualcosa alla mamma… rigore: tirato malissimo, centrale. Il portiere aveva respinto e io sulla ribattuta avevo Giovanni Trapattoni tirato alto. Ero nervoso e ho avuto da dire col guardalinee che a pensarci adesso quaNon dire gatto – La mia vita sempre in campo, tra calci e fischi si sicuramente non era altro che il genitore con Bruno Longhi – Rizzoli di qualcuno dell’altra squadra. Me le ricordo Giovanni Trapattoni è nato nel marzo del 1939 a Cusano Milanino (MI). Mediano, giocatore in serie A con ancora per bene le cose, si giocava a CavenaMilan (14 stagioni) e Varese, con la maglia rossonera ha vinto due scudetti (61/62 e 67/68), due Coppe go: che esempio avevo poi dato quella volta dei Campioni (62/63 e 68/69), una Coppa delle Coppe (67/68), una Coppa Intercontinentale (1969) e una da capitano? Con in più che era poi mio paCoppa Italia (66/67). dre l’allenatore… Ricordo che mi vergognai, Sono 17 le sue presenze con la maglia della Nazionale. Da allenatore, a livello di club, ha guidato Milan, nello spogliatoio ho pure pianto e mi sono Juventus, Inter, Bayern Monaco, Cagliari, Fiorentina, Benfica, Stoccarda e Salisburgo; a livello di Nazionali, è pure tagliato una mano perché dalla rabbia stato c.t. dell’Italia dal 2000 al 2004 e dell’Irlanda dal 2008 al 2013. È l’allenatore italiano più vittorioso a livello ho dato un pugno al muro. Dai, dagli errori di club con sette scudetti in Italia (sei con la Juve: 76/77, 77/78, 80/81, 81/82, 83/84, 85/86 e uno con l’Ins’impara: da allora non ne ho preso più uno ter: 88/89), più le vittorie nel campionato tedesco (Bayern Monaco: 96/97), in quello portoghese (Benfica: di rosso”. 2004/2005) e in quello austriaco (Red Bull Salisburgo: 2006/2007). Nel suo palmares pure tre Coppe Uefa (Juventus: 76/77 e 92/93; Inter: 90/91), una Coppa delle Coppe (Juve: 83/84), una Supercoppa Uefa (Juve: 1984), una Coppa dei Campioni (Juve: 84/85), una Coppa Intercontinentale (Juve: 1985), una Coppa di Lega tedesca (Bayern: 1997), una Coppa di Germania (Bayern: 97/98). Complimenti. Bruno Longhi, classe 1947, ha giocato nelle giovanili dell’Inter. Lasciato il calcio, si è dedicato alla musica ed è entrato a far parte della Numero Uno, la casa discografica di Lucio Battisti. Diventato giornalista, ha lavorato prima a “La Notte”, poi a TeleMilano 58, la prima emittente di Silvio Berlusconi, quindi a Telemontecarlo. Dal 1988 è una delle voci delle reti Mediaset, per le quali ha commentato più di mille partite tra campionato, Champions ed Europa League, Coppa della Coppe e Coppa America. Ha raccontato da inviato al seguito della Nazionale, otto Mondiali e otto Europei.

raviglioso è uno dei ricordi più belli che ho, poche volte in vita mia ho provato una cosa così. Poi quel loro gol, al 90°: sino a un attimo prima c’era un tale frastuono in campo che non si riusciva a comunicare nemmeno a un metro, poi dopo quel gol (per me pure un po’ immeritato, va), che silenzio! Pesante, assoluto”. 19


scatti

Espulsione

Felipe Melo in Sampdoria – Inter 1-1

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di Maurizio Borsari


scatti

Leone in gabbia

Gianluigi Buffon in Italia – Bulgaria 1-0

(Ri)partenza

Gianmario Comi e Sergio Postigo in Livorno - Spezia 1-2

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di Nicola Bosio

Il 5 ottobre scorso a Milano Expo

Consiglio Direttivo AIC Si è svolto il 5 ottobre scorso a Milano, al Media Center dell’Expo, il Consiglio Direttivo AIC convocato per discutere importanti argomenti posti all’ordine del giorno.

Riforma dei campionati Dopo l’approvazione del verbale del Consiglio precedente (9 marzo 2015), ha preso la parola il Vicepresidente Calcagno per analizzare nel dettaglio la tematica riguar-

dante la riforma dei campionati, argomento che, senza usare troppe parafrasi, probabilmente solo l’AIC, tra le componenti federali, mette all’ordine del giorno delle proprie riunioni. Quella che da più parti viene continuamente “sbandierata” come la “madre di tutte le riforme”, in realtà non viene messa in atto per i contrasti (anche interni) tra le diverse Leghe, che ancora non riescono a trovare l’accordo sul numero di squadre e, di conseguenza, sul meccanismo promozioni/retrocessioni. Viste le continue difficoltà economiche in cui ancora versano parecchie società, da più parti ci si interroga se abbia ancora senso continuare con un format da 60 squadre in Lega Pro, come sarebbe previsto, o se bloccare i ripescaggi e restare a 54 come in questo campionato. Fermo restando che, tendenzialmente, si continua a parlare di una riduzione dell’area professionistica di Serie A (a 18) e B (a 20), restano parecchie le perplessità su un’ulteriore riduzione delle Lega Pro che, dati alla mano, non ha di fatto risolto i problemi economici, pur passando nella recente riforma da 90 a 60 unità. Infatti, nono22

stante indiscutibili maggiori garanzie per i calciatori che, nei casi di mancata iscrizione e/o fallimento delle società, oggi permettono di percepire gran parte degli emolumenti arretrati, sono ancora troppe le compagini trovatesi in situazioni di difficoltà durante la scorsa stagione (poi non iscritte ai campionati in corso). La linea dell’Associazione continua ad essere quella della stabilità economica: fon-

damentalmente ciò che interessa è che si iscrivano società in grado di onorare i contratti. E se l’obiettivo dell’AIC punta alla solvibilità, non si capisce perché, scrivendo norme “vere” in sede di ammissione (come indicato anche dalle Leghe e dalla FIGC), le stesse non debbano essere utilizzate anche per gli eventuali ripescaggi. In sostanza la Federazione dovrebbe valutare la sostenibilità economica del nostro sistema e non mirare a una riduzione indiscriminata delle squadre al solo fine di dare maggiori risorse alle società professionistiche. L’impressione è che la riforma difficilmen-

te si potrà attuare finché Lega A e Lega B non troveranno un accordo. Dispiace comunque continuare a constatare che la riforma si basa sostanzialmente su un discorso di divisione di risorse, non certo su un discorso tecnico-sportivo.

Insolvenza società Direttamente collegata alla riforma dei campionati è stata analizzata la situazione economica delle società, con particolare riferimento alle insolvenze nei confronti degli ex tesserati di Varese e Parma. Il Presidente Tommasi, nel ribadire che casi come quelli delle sopracitate società non devono più accadere, ha posto l’accento su che tipo di soluzione si debba prospettare qualora dovessero ripresentarsi casi analoghi. Un’ipotesi potrebbe essere quella di chiedere una norma che stabilisca un numero massimo di mensilità non corrisposte oltre il quale scatti automaticamente lo stop della squadra coinvolta. Oppure una norma che designi un organo esterno che intervenga d’ufficio e blocchi la società insolvente. L’AIC continuerà a lavorare per garantire i calciatori da un punto di vista economico, chiedendo in sede di riforma dei campionati norme sempre più restrittive, dalle fideiussioni più alte per le squadre ripescate, al blocco del mercato nei casi d’insolvenza (in entrata), dai controlli mensili, ai minimi federali più alti in Lega Pro. Rose a 25 in Serie A Tommasi è passato quindi ad analizzare il punto riguardante il tetto alle rose in Serie A (25) argomento al quale l’AIC si è fermamente opposto tanto da impugnare con i consiglieri federali Tommasi e Calcagno la norma federale in tre gradi di giudizio


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(il ricorso purtroppo è stato rigettato sia dalle due Corti federali, sia dal Collegio di Garanzia del CONI). Certo è che, analizzando i numeri delle prime sette giornate di campionato, un primo sconfortante bilancio si può già tracciare: tra i 427 calciatori scesi in campo, 246 sono stranieri (comunitari o extra), per un minutaggio del 60,65%, in aumento rispetto al 57,08% di un anno fa; appena 41 gli under 21 schierati, di cui 24 stranieri per un minutaggio del 62,10%. Si è avuto in pratica un effetto contrario a quanto prospettato, con sempre meno posti per i giovani italiani preferiti da under 21 stranieri che non sono inseriti nella lista dei 25. Il tetto alle rose non rappresenta quindi una soluzione valida, rappresenta anzi un passo indietro della Federazione: politicamente l’AIC continuerà a spingere sul progetto delle seconde squadre, magari legandolo proprio alla riforma dei campionati in discussione, puntando alla possibilità di integrare gli organici di Lega Pro con i team B delle società di Serie A che lo richiederanno. Le seconde squadre utilizzate nei campionati minori, come accade con successo in Spagna, aiuterebbero le nostre nazionali e incentiverebbero l’utilizzo dei nostri talenti.

Situazione calcio femminile Il Presidente Tommasi ha ripercorso quindi brevemente la situazione riguardante il calcio femminile, alla luce della nuova protesta delle calciatrici in occasione della finale di Supercoppa (esposto striscione con la scritta “Ci sono punti che valgono più di quelli in classifica”). Dopo le note vicende che hanno portato alle dimissioni di Felice Belloli dalla presidenza della Lega Nazionale Dilettanti, e dopo che la Commissione federale per lo sviluppo del calcio femminile in pratica non si è mai realmente “attivata”, nel corso del Consiglio Federale del 31 agosto è stato formato un Comitato esecutivo che avrebbe dovuto prendere decisioni virtuose riguardo questo settore. Nonostante il fermento e l’evidente malcontento che il movimento ha continuato a mostrare nei vari incontri, la prima convocazione ufficiale del Comitato è arrivata soltanto per il 6 ottobre. Forte il desiderio di seguire la linea della protesta collettiva,

arrivando a bloccare le partite qualora i problemi che attanagliano questo settore non dovessero essere risolti: vincolo sportivo, accordi economici pluriennali, fondo di garanzia. Tommasi ha informato i presenti che al termine del Direttivo avrebbe incontrato una delegazione di calciatrici di Serie A per analizzare la situazione nel dettaglio. In attesa del Comitato esecutivo che si sarebbe tenuto il giorno seguente a Roma, l’obiettivo delle ragazze, supportate dal sindacato, è quello di ricevere delle risposte concrete: dal Comitato ci si aspetta una seria manifestazione della volontà non solo nella promozione del movimento ma anche nella gestione e nell’organizzazione dell’intero settore e dell’imminente campionato.

Pagamenti Fondi di Garanzia-Solidarietà Il Fondo di Solidarietà effettuerà entro i mesi di dicembre/gennaio i seguenti pagamenti: ai calciatori delle società non ammesse ai campionati 2009/10, 2010/11 e 2011/12, di competenza del “vecchio” Fondo di Garanzia, andrà un importo pari a circa l’8% del loro credito. Tale somma, pari a circa un milione e duecento mila euro, è stata messa a disposizione dall’AIC e dai calciatori della squadra nazionale e ammonta al 10% della Convenzione AIC/FIGC per le annate dal 2012 al 2016 comprese. Ai calciatori delle prima annata di competenza del Fondo di Solidarietà sarà invece versato il 100% dei crediti utilizzando gli importi derivanti dalle trattenute dello 0,50% sui contratti stipulati dopo l’1 luglio 2013 in Serie B e Lega Pro. I consiglieri hanno manifestato il loro apprezzamento sulle attività in corso che, da un lato, sono il frutto del contributo dei calciatori della Nazionale e dell’AIC e dall’altro testimoniano la sostenibilità economica del nuovo ente di garanzia.

Dipartimento Junior: Camp e Scuole Calcio Prosegue l’attività del Dipartimento Junior AIC con i Camp, arrivati alla terza edizione (anche quest’anno ne sono stati portati a termine 7 nel periodo estivo), con la seconda edizione del progetto scolastico “Calciando si impara” (si svolgerà da ottobre 2015 a giugno 2016) e con il nuovo progetto delle “Scuole AIC”, partito a settembre. Un innovativo programma dove si fondono gli aspetti tecnici a quelli educativi e psicologici di ogni partecipante, un’esperienza formativa, tecnica ed umana che contribuisce, a prescindere dal livello cui è praticato, a trasmettere valori ai nostri ragazzi. Quattro le società coinvolte su tutto il territorio nazionale nelle quali sarà sperimentato il modello per la stagione 2015-2016: G.S. Montanaso (LO) - Pro Calcio Italia (PE) - Real Vicenza Vs (VI) e Scuola Calcio Christian Manfredini Battipaglia (SA). Le singole società applicheranno, con il sostegno del Dipartimento Junior AIC, il modello educativo messo a punto in tre anni di lavoro dall’Associazione negli AIC Camp. Un modello che ha già coinvolto migliaia di bambini in questi ultimi anni. Per finire In chiusura di riunione, Tommasi ha affrontato il tema delle scommesse, argomento tornato agli onori della cronaca con il caso Catania, chiedendo ai consiglieri dell’opportunità di costituirsi come AIC, oltre che come parte offesa, anche come parte civile nei processi in corso dove sia ancora possibile. La costituzione come parte civile nei processi darà l’opportunità, qualora ci siano gli estremi, di richiedere un risarcimento danni da investire in iniziative di formazione e solidarietà ma questo ulteriore passaggio, la richiesta di risarcimento danni, dovrà essere oggetto di approfondimento dal Consiglio nel momento in cui si presenterà la situazione. 23


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di Nicola Bosio

Il 23 ottobre scorso all’Università di Parma

La violenza negli stadi Convegno e tavola rotonda organizzati da AIC, Università degli studi di Parma, MasterSport e Ce.R.S. con la partecipazione di Tommasi, Intini, Marchetti, Uva, Bertona, Abodi, Marcheschi, Ulivieri e Pisacreta Si è svolto il 23 ottobre scorso a Parma, al Dipartimento di Economia, il convegno “La violenza negli stadi” organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori in collaborazione con l’Università degli Studi di Parma, MasterSport e il Ce.R.S. (Centro di Ricerche sullo Sport). Il fenomeno della violenza negli stadi è stato analizzato in tutti i suoi aspetti, mettendo a confronto i diversi sistemi normativi europei, dal più conosciuto “modello inglese” a quello tedesco, per passare dalla legislazione spagnola fino a quella italiana. L’incontro, diviso in due sessioni, ha visto nella prima parte, presieduta dal prof. Piero Gualtieri (Università di Urbino – Direttore Centro Studi AIC), una disanima delle diverse normative con la partecipazione del prof. Luca Di Nella (Università di Parma), della dott.ssa Ilaria Giannecchini (Università di Firenze), del prof. Iniacio Flores Prada (Università di Siviglia) e del prof. Giovanni Flora (Università di Firenze). La seconda parte è stata invece dedicata ad una tavola rotonda inerente i temi discussi nel corso della mattina, moderata dal giornalista Matteo Marani, alla quale hanno partecipato, oltre al Presidente AIC Damiano Tommasi, il Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive Alberto Intini, il Direttore Com-

petizioni UEFA Giorgio Marchetti, il Direttore Generale FIGC Michele Uva, Manuela Bertona della Lega Serie A, il Presidente Lega B Andrea Abodi, il Sub-Commissario Lega Pro Paolo Marcheschi, il Presidente 24

AIAC Renzo Ulivieri e il Vicepresidente AIA Narciso Pisacreta. Dei contributi del mattino, i più stimolanti e i più citati nella sessione pomeridiana sono stati quelli del Prof. Di Nella e della Dott.ssa Giannecchini, vale a dire quelli inerenti alla normativa tedesca e inglese. Non a caso Tommasi, introducendo la tavola rotonda, ha ripreso il nocciolo della relazione di Di Nella, spostando la questione da un problema di sicurezza a un problema di marketing: “Quali clienti vogliamo, quale pubblico?”. Questa infatti è stata la soluzione tedesca: la stretta di mano fra diritto privato (lo stadio è mio) e marketing (quindi gli inviti li faccio io). Unanime, invece, la critica al modello inglese esposto dalla Giannecchini. Trattasi di un falso mito, prima di tutto, poi, come è stato ripetuto da molti, di un modello inesportabile, e che oltretutto, ha ricordato Pisacreta, “va contro i nostri principi costituzionali”. Falso mito perché il rovescio della medaglia di un sistema apparentemente perfetto è la caccia alle streghe, dato che il tutto poggia sull’estensione dei poteri della polizia in nome della Queen’s peace, ovvero sul sospetto e la discrezionalità soggettiva di ogni singolo agente, a discapito della privacy, della libertà e dei diritti del singolo. Tommasi ha poi ricordato che esistono “varie forme di violenza nel calcio” e che “non ci si può concentrare solo sugli scontri fra polizia e tifoserie, tifoserie e tifoserie, ma si deve anche prestare attenzione al rapporto fra gli stessi giocatori e i propri tifosi”. “Il fenomeno della violenza negli stadi si combatte con lo sforzo comune di società, giocatori, responsabili degli organismi del calcio, UEFA e Leghe” – ha proseguito il Presidente AIC. “È necessario dare un segnale importante a testimonianza della volontà di cambiare rotta”. Gli ha fatto eco Alberto Intini che ha ribadito come “il problema sia ampio ed articolato. Ha bisogno di tempo e di un impegno di tutti. Gli episodi di violenza

sono diminuiti negli ultimi 10 anni, dopo l’omicidio Raciti. La normativa in essere ha dato dei buoni risultati, ma non si risolve con la pesantezza della pena bensì con l’effettività della pena”. I dati ci dicono che in Germania si conta 1 ferito ogni 26.000 spettatori, in Inghilterra 1 ogni 35.000, in Italia 1 ogni 245.000. L’ordine pubblico all’esterno degli stadi è gestito meglio nel nostro paese mentre in Inghilterra e Germania c’è una grande disciplina all’interno dello stadio. Mentre per Pisacreta “l’obiettivo rimane quello di avere una società calcistica migliore di quella civile”, Renzo Ulivieri ha rilanciato provocatoriamente l’idea di “abbattere le barriere come solo rimedio e rischio da accettare. Ridare il senso di responsabilità. Il tifoso è comunque un cittadino e dovremmo recuperare il senso di cittadinanza”. La categoria che vive di più il fenomeno violenza e dell’intimidazione è certamente la Lega Pro, come ha sottolineato Paolo Marcheschi: “In certe regioni c’è un approccio diverso. In alcune zone si è più tifosi che sportivi. Lo sforzo fatto finora è stato dettato dell’emergenza. Dobbiamo fare un passo in più, magari dando un incarico funzionale allo SLO, una figura di mediazione tra tifosi e club che in altri paesi ha funzionato molto e che ser-


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questa immagine distorta sono stati citati due casi, quello dello Juventus Stadium e l’esempio del Sassuolo che, investendo molto sugli steward, è riuscito ad affrontare delle gare in totale assenza di Forze dell’Ordine. “Dobbiamo cambiare la percezione che abbiamo dello stadio: riqualificazione degli impianti con la gestione della società; migliore fruibilità dello stadio; collaborazione per la sicurezza interna agli stadi”. Giorgio Marchetti ha invece analizzato il problema a 360 gradi, studiando il fenomeno a monte: “la violenza è fuori dagli stadi. Il calcio italiano è in una brutta posizione, deve essere portato avanti un cambiamento culturale. Serve responsabilità dei calciatori, delle società e dei singoli individui. Ciascuno deve farsi carico delle proprie responsabilità.

La UEFA porta avanti molte iniziative e ritengo fondamentale il rapporto del club con la tifoseria”. In chiusura Michele Uva, dopo aver ricordato la nuova norma vigente (“È prevista la squalifica automatica più sanzione per quei giocatori che accetteranno di andare a mortificarsi sotto la curva”), ha evidenziato che “quello che avviene all’interno dello stadio è responsabilità della società. Quello che capita fuori non è colpa del calcio. Il comportamento dei singoli, che siano essi calciatori, allenatori e dirigenti, è la parte più importante della partita”. Alla fine del convegno si è avuta l’impressione che a un cambiamento auspicabile a livello di impiantistica debba comunque accompagnarsi una “palingenesi culturale”.

Sopra e a fianco, alcuni momenti della tavola rotonda alla quale hanno preso parte, oltre al Presidente AIC Tommasi, da sinistra, Narciso Pisacreta (Vicepresidente AIA), Renzo Ulivieri (Presidente AIAC), Giorgio Marchetti (Direttore Competizioni UEFA), Michele Uva (Direttore Generale FIGC), Matteo Marani (moderatore), Alberto Intini (Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive Presidente), Andrea Abodi (Presidente Lega B) e Paolo Marcheschi (Sub-Commissario Lega Pro).

virebbe a mantenere in prossimità gli attori e gli spettatori dello stesso evento”. “C’è bisogno di un gioco di squadra per risolvere il problema” – ha proseguito Andrea Abodi – “Dobbiamo fare in modo di operare con l’esempio: il lavoro che stiamo portando avanti parte dal presupposto che la Lega è una guida che cerca di ricondurre i comportamenti verso le regole. Bisogna cercare di creare le coscienze prima di entrare allo stadio: la Lega lavora con tutte le categorie, arbitri, allenatori e giocatori. La responsabilità individuale deve avere valore anche all’interno dell’impianto sportivo”. Manuela Bertona ha sottolineato un altro dato importante: “Da un’indagine demoscopica si evince che il 72% degli italiani non va allo stadio perché lo percepisce come un luogo pericoloso. C’è dunque un problema grave di percezione collettiva che va risolto”. Per contrastare

In 5 righe… La registrazione

di Damiano Tommasi

Modalità discutibili e discusse di carpire commenti, “riflessioni” o gaffe non ergono certo il registrante a paladino della trasparenza, ma viene in mente un detto spagnolo ascoltando le parole di Tavecchio su ebrei e omosessuali. “Esclavo de tus palabras y dueño de tus silencios” (Schiavo delle tue parole e padrone dei tuoi silenzi). Comunque… sorpreso di chi si sorprende. 25


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di Nicola Bosio

Il racconto di Juan Pablo Meneses

“Niños Futbolistas”, la tratta dei bambini calciatori Presentato a Milano, lunedi 12 ottobre scorso alla mostra “Football Heroes”, il libro/denuncia che l’AIC ha fatto “tradurre” per far prendere coscienza anche nel nostro Paese di un problema dilagante. Cosa si vende meglio all’estero? Un argentino o forse un uruguayano, visto che si adatta meglio a qualsiasi situazione e magari ha già un passaporto europeo? Di sicuro un brasiliano vale più di tutti… Non è di vitellini che si parla, ma di bambini, quelli che si possono comprare in America Latina per rivenderli in Europa ad un prezzo ben più alto. Quelli che Juan Pablo Meneses, giornalista e scrittore cileno, ci racconta nel libro “Niños Futbolistas – la tratta dei bambini calciatori”, già pubblicato in Spagna, Argentina, Messico, Brasile e Olanda, ed ora edito per l’Italia da Goalbook Edizioni in collaborazione con l’Associazione Italiana Calciatori. Un libro/denuncia, un viaggio in quello che può essere chiamato “il capitalismo dei miracoli”, una sorta di “reportage” su tutto quello che c’è dietro la compravendita di queste giovani promesse, per arrivare a chiederci che fine faranno i bambini che riescono ad “uscire” ma non riescono poi ad “arrivare”. L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ci dice che la crescita annuale del traffico di bambini segna un drammatico +27%. Il TMS (Transfer Matching System), sistema nato nel 2010 che impone la registrazione elettronica dei dati dei giovani calciatori al fine di evitare le frodi e monitorare la loro carriera ed i loro trasferimenti, registra 3.000.000 $ di transazioni nel 2012 e 11.500 trasferimenti internazionali. Solo il 10% di questi si riferisce a trasferimenti tra club. Pertanto, la quasi totalità dei 26

calciatori tesserati non aveva contratto con alcuna società. Juan Pablo Meneses, insieme al Presidente AIC Damiano Tommasi, ha presentato il libro a Milano, alla mostra “Football Heroes”, lunedi 12 ottobre scorso: “La tratta dei bambini calciatori è una piaga molto difficile da fermare” - ha detto l’autore cileno. “È un problema senza soluzione e credo che questo libro sia importante più che altro per avere coscienza dell’argomento. Sono pessimista, è vero, ma girando il mondo ho visto che ogni grande club europeo ha inaugurato una scuola calcio in America Latina ed ogni

Quattro domande in cerca… d’autore

“Sto già pensando al sequel” Hai mai giocato a calcio? “Sulla strada dove vivevo da bambino e in collegio, niente però più di questo. Comunque in uno dei miei sogni, una volta ho giocato per l’Universidad de Chile: stadio pieno, una finale della Copa Libertadores. Di questo sogno ricordo in particolare l’urlo della tifoseria quando segnammo un gol”. Credi che questo tuo libro sarà ignorato perché scomodo o, al contrario, potrà avere un buon riscontro? “Mi piacerebbe che fosse ben accettato e dibattuto, come è successo negli altri Paesi in cui è stato pubblicato. È un libro che per forza di cose deve essere tenuto presente, dato che i casi di

tratta di ragazzini calciatori continuano a esserci nel mondo”. Dopo aver scritto questo libro, guardi al calcio con gli stessi occhi? “Continuo a credere che sia uno sport spettacolare, che sa muovere passioni come pochi. Tuttavia, riconosco che ogni volta che un giovane calciatore latinoamericano fa un gol in un campionato europeo, non posso non pensare quale potrà essere stata tutta la storia che può aver vissuto prima di arrivare a questo momento di felicità, storia e storie di cui tanto poco si conosce”. Ci sarà un seguito? Forse con Milo come protagonista? “Intanto sto mettendo ora assieme un nuovo libro, dove emerge una parte della successiva storia di Milo. Però, prima di questo, il prossimo anno uscirà “Una granada para River Plate”, la cronaca del mio viaggio assieme alla tifoseria di una squadra di calcio cilena che arriva sino a Buenos Aires per una partita di Copa Libertadores”.


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volta sbandiera la stessa cosa: per incrementare i tifosi del loro club nel mondo e per dare un senso umanitario al progetto ed aiutare i bambini meno fortunati. In realtà non è questo l’obiettivo. In realtà c’è un commercio nascosto, una vera e propria tratta di bambini. Leo Messi, suo malgrado, è diventato il responsabile di questa tratta: un bambino nato e cresciuto in un quartiere povero è diventato il miglior giocatore al mondo, il più pagato, il più popolare.

Ma di Messi c’è n’è solo uno”. Problema irrisolvibile perché sono le stesse famiglie a incrementare il commercio con la speranza che il proprio figlio diventi una stella. “C’è da chiedersi perché se un bambino lo si mette a lavorare otto ore al giorno in un campo di cotone dicono che è schiavitù, se invece lo mettono otto ore su un campo di calcio si parla di prospettive, di futuro. L’Italia non è esclusa: fino ad oggi non sono emersi caso clamorosi, ma dobbiamo tener presente che molte società italiane fanno scuole calcio in America Latina”. “Un tema poco dibattuto e sommerso” ha aggiunto il Presidente AIC Damiano Tommasi – “che come Associazione Calciatori abbiamo ritenu-

Goalbook Edizioni

Niños Futbolistas

di Juan Pablo Meneses – 192 pagine - €16,00

Da dove arriva ciò che il mercato ci offre con tanta naturalezza? L’autore ci racconta del sogno europeo che viene coltivato nelle scuole e negli ospedali poi divulgato negli stadi e in TV. Quanti segreti esistono tra coloro che cercano questi piccoli calciatori, le società che li possiedono, gli allenatori e i genitori stessi? Meneses ci mostra tutto quello che c’è dietro alla compravendita di queste giovani promes-

se. Compravendita quasi fossero vitellini, carne da macello. Ma questo libro non parla di cibo o di cannibalismo, ma dei miracoli del capitalismo. Sappiamo che il manzo lo si trova al supermercato e Messi in TV, ma non ci chiediamo come ci sono arrivati. Proprio per questo cerca, contratta, si fa consigliare e soprattutto ispeziona i campi da calcio dell’America Latina, là dove gli “uomini del commercio” costruiscono senza alcuna pietà quello che Vázquez Montalbán definì “la religione più diffusa del pianeta”. E lo scandalo qui non è la domanda di materie prime, ma le offerte infinite ricevute dall’autore.

to meritevole di grande attenzione. La FIFA pone dei paletti molto restrittivi per cercare di impedire commercio e tratta. Tuttavia un prodotto finito come Messi ha aperto una strada pericolosa perché quanti bambini si perdono per strada per arrivare ad avere un Messi? Oggi ci si domanda quanto vale un calciatore e poco quanto vale l’uomo. Purtroppo il libro dimostra che nel calcio ogni calciatore ha un prezzo che non guarda al lato umano. Niños Futbolistas parte dalla radice di un problema irrisolvibile, quello di dare una valore commerciale ad un individuo come se fosse un fondo di investimento”. In chiusura è intervenuto anche Pierpaolo Romani, autore del libro “Calcio criminale”, che cura per AIC il Report “Calciatori sotto tiro”: “Un libro importante, scritto bene. Da quando Tommasi è diventato presidente dell’Associazione Calciatori abbiamo iniziato a porre il tema delle regole, dei diritti e del ruolo che la criminalità o rg ani z z a ta ha nel calcio. La tratta dei bambini è legata anche a situazioni di schiavitù, rientra in quello che si può definire traffico di essere umani per trarne guadagno. Le organizzazioni criminali sono ormai imprese che hanno deciso di investire nel calcio, forse perché si rischia meno. Si va a comprare un bambino per pochi dollari e se va bene lo si rivende ad alto prezzo. Altrimenti si abbandona”.

Forse non sarà un libro a cambiare le cose, forse non sarà un libro a muovere le coscienze, forse non sarà un libro a risolvere il problema. Comunque “Niños Futbolistas” rimane una straordinaria occasione per andare oltre al “quanto vale un calciatore?”, domanda triste, subdola e fuorviante dell’attuale fenomeno del calciobusiness, e arrivare piuttosto a rispondere a “quanto valgono un uomo, un ragazzo, un bambino”…

Bambini-calciatori…

Pablo Baldivieso! Chi era costui?

Forse non tutti sanno chi è Pablo Mauricio Baldivieso, attaccante boliviano, oggi al Club Jorge Wilstermann, squadra della massima divisione del suo paese. Baldivieso è il più giovane calciatore che abbia debuttato in una Lega professionistica, a soli 12 anni, quando nel 2009 fece il suo esordio, con la maglia nel Club Aurora di Cochabamba, nella prima di campionato di Clausura della Liga del Fútbol Profesional Boliviano. Baldivieso è un “niño futbolista”, un bambino calciatore che è “arrivato” al calcio che conta. Ma quanti “niños” ci sono voluti per fare un Baldivieso? Quanti bambini si sono “persi” nel sogno di calcare i campi degli stadi più importanti del calcio mondiale?


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di Nicola Bosio

Argomento da non dimenticare…

SLA, il male oscuro del pallo Lunedi 26 ottobre a Milano, alla mostra “Football Heroes”, è stato presentato il libro di Massimiliano Castellani, con il Presidente AIC Damiano Tommasi e con Chantal Borgonovo moglie di Stefano. Presenti Gianni Mura, Bruno Pizzul e Andrea Abodi. Come mai il numero dei malati di SLA nel calcio italiano è di 5-6 volte superiore alla media mondiale? Perché la Sclerosi Laterale Amiotrofica, nota anche come “morbo di Lou Gehrig”, viene sempre più spesso chiamata “il morbo del pallone”? Un atto di accusa verso il mondo del calcio che, in nome del business, ha compromesso e comprometterà generazioni di calciatori con la somministrazione, anche a ragazzi tra i 12 e 18 anni, di medicinali privi di autorizzazione medica. Il libro “SLA, il male oscuro del pallone” (edito da Goalbook Edizioni) del giornalista e scrittore Massimiliano Castellani, vuole dar voce e volto a storie note e a storie mai raccontate. Come quella di Annamaria Pipitone, l’unica donna calciatrice, che si sappia, ad essere caduta nella rete velenosa della SLA e spentasi alle Molinette di Torino nel 1991, a poco più di quarant’anni. O come quella di Stefano Borgonovo e degli altri quattro calciatori del Como, anche loro vittime della “morte bianca del calcio”, che hanno portato alla ribalta il legame tra SLA e mondo del calcio che però, dopo un periodo di risonanza mediatica, sembra essere ritornato nell’ombra. Storie che parlano di sofferenza, omertà, inchieste, impegno, dubbi, speranze. La speranza di una soluzione che ponga fine

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al silenzio sulla piaga più grave del pallone italiano. Castellani, ha presentato il libro a Milano lunedi 26 ottobre scorso alla mostra “Football Heroes” con il Presidente AIC Damiano Tommasi e con Chantal Borgonovo moglie di Stefano. Presenti all’incontro anche Gianni Mura, Bruno Pizzul e Andrea Abodi. “Quello della SLA è un argomento estremamente delicato che alle grandi case editrici forse non è mai interessato, quasi che il calcio si sentisse in colpa” – ha esordito Castellani – “Nel libro ci sono 15 anni di storie, 15 famiglie coinvolte, esistenze fatte di sofferenza e di solitudine. Testimonianze che ho cercato di riportare fedelmente con l’obiettivo di dar voce a chi non ne ha, e mi fa piacere che molti amici mi abbiano sostenuto. Questo libro è una riedizione aggiornata anche perché, dopo la morte di Stefano Borgonovo, mi è sembrato che il tema fosse stato dimenticato, eppure ci sono ancora molti casi nel mondo del pallone, forse meno noti ma altrettanto importanti”. La correlazione tra la SLA ed il calcio è ancora tutta da dimostrare, ma è fuor di dubbio che alcuni dati siano un preoccupante campanello d’allarme: “C’è un’incidenza 6/7 volte superiore alla media. Il mondo del calcio è rimasto sempre alla finestra quasi volesse restarne fuori. Ma non si possono

chiudere gli occhi di fronte ai tanti casi strani che hanno coinvolto molti giocatori di Sampdoria, Como, Fiorentina…”. “I numeri sono senza dubbio anomali” – ha confermato Chantal Borgonovo – “ma a tutt’oggi non c’è uno studio esaustivo della relazione calcio/SLA. Fino a che non si farà una ricerca mirata e seria non potremo dare risposte. Noi come Fondazione stiamo portando avanti una ricerca importante che riguarda non solo il calcio ma lo sport in generale per capire che relazione può esserci con questa malattia”. A livello di ricerca purtroppo la situazione è ancora in alto mare, le industrie farmaceutiche non sono interessate perché i casi sono pochi e non portano guadagni, e spesso si trova ostruzionismo da parte dello stesso mondo del calcio. “L’unica correlazione emersa fino a questo momento è dovuta ai traumi, soprattutto sulla testa” – ha detto una ricercatrice della Fondazione – “Sembra che svolgere attività fisica protegga dalla malattia, ma se esiste una certa predisposizione sembra che lo sport faccia emergere la SLA prima del dovuto. C’è da sottolineare peraltro che in Italia in tanti giocano a calcio e quindi è difficile fare statistiche. Soprattutto perché nel nostro Paese ci sono 6000 malati che non hanno mai visto un campo da calcio”. Damiano Tommasi, che in questi anni ha


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seguito da vicino le vicende di Stefano Borgonovo, ha posto l’accento sul fatto che “la sensazione è quella di far ancora troppo poco, una soluzione al problema ancora non c’è. Spesso e volentieri si parla di SLA in termini di colpe nel nostro sistema. Una brutta pratica che esiste nel mondo del calcio è l’utilizzo dei farmaci in maniera  sconsiderata, uno degli allarmi che ha lanciato la Fifa, risultato di sondaggi fatti ai Mondiali 2006 e 2010. Come Associazione abbiamo cercato di andare a fondo sul problema e abbiamo cercato di evidenziarlo, anche attraverso un video che abbiamo portato negli spogliatoi, mostrandolo a staff medici e  calciatori. Ma fintanto che non è dimostrato che questa sia la causa certa della malattia non possiamo fare molto. Collegare la SLA all’abuso di farmaci è chiaramente solo una delle ipotesi, ma abbiamo notato una certa ritrosia nell’affrontare l’argomento”. Quello che manca è un coordinamento internazionale: ci sono casi riconosciuti all’estero  ma quanto fatto in Italia è di più rispetto a quanto emerso in altri paesi: “Serve uno screening sui casi di Sla nel calcio a livello mondiale” – ha concluso Tommasi. Di tutela della salute ha parlato anche il Presidente della Lega B Andrea Abodi: “Quello che non è mai  decollato è

affrontare il tema della tutela della salute all’interno del mondo del calcio. Essere omertosi nel 2015, epoca di social e di comunicazione digitale, è complicato, e questo costringe tutti noi a guardare alla trasparenza come un valore irrinunciabile. Noi come Lega di B abbiamo messo in rete i contatti dei 22 medici sociali, un coordinatore e una struttura di ricerca, il nostro lavoro proseguirà, con la cartella clinica digitalizzata ad esempio, sicuramente cercheremo di coinvolgere anche altre componenti del mondo del calcio”.  “Il calcio non ama essere messo in discussione, il suo livello di autocritica è molto basso” – ha commentato Gianni Mura – “Nel caso della SLA il discorso è complicato: è vero che ancora non si è dimostrato che ci sia relazione tra la malattia e il calcio, è vero che la SLA esiste da molto prima che esistessero casi di calciatori, è vero che probabilmente influisce la presenza di manto erboso, ma il calcio ha sempre paura che ci sia un collegamento con le droghe o con farmaci illeciti. Ma se così fosse allora avremmo casi anche nel ciclismo, cosa che per il momento non emerge”. “Questo libro è duro da leggere” – ha proseguito Mura – “perché porta dentro ad un dolore quotidiano senza rimedio. Ma è un libro che dà voce a calciatori col-

piti da SLA di quarta serie, quelli che non hanno mezzi economici né per andare sui giornali né per pagarsi le cure quotidiane necessarie. Di SLA si è cominciato a capire di più da Borgonovo in poi, perché con naturalezza Stefano ha sbattuto in faccia al calcio un problema del quale non voleva il calcio sapere. C’è bisogno che se ne parli perché forse se ne può venire a capo, magari col tempo, continuando a dire che questa malattia esiste e continua a colpire”. Sulla stessa line anche Bruno Pizzul che ha ribadito come “dopo Borgonovo c’è stato un affievolimento di interesse e questo libro serve a risvegliare il problema. Il comportamento quasi omertoso del calcio è fuori luogo, perché ancora non si è dimostrata la correlazione, c’è solo un numero anomalo di casi nel calcio”. La conclusione, ricca di positività e speranza, nelle parole di Chantal Borgonovo: “Stefano amava il calcio è non voleva pensare che il calcio gli avesse riservato questa fine. Ha lasciato un messaggio positivo, quello di fare squadra per combattere queste malattie. Se errori ne sono stati fatti, che siano riferiti ai pesticidi o ai farmaci, non credo che sia stato per dolo ma per ignoranza. Oggi che ne sappiamo qualcosa in più non possiamo permetterci di fare altri errori”.

Goalbook Edizioni

SLA, il male oscuro del pallone

di Massimiliano Castellani – 200 pagine - €14,00

A dodici anni dal suo primo libro/dossier sulla SLA, “Palla avvelenata”, Massimiliano Castellani, giornalista di Avvenire, riaffronta il tema di questa terribile malattia e scopre che la situazione purtroppo resta la stessa: in Italia sono circa seimila i malati di sclerosi laterale amiotrofica (o morbo di Gehrig, dal campione di baseball Usa che ne morì a 37

anni nel 1941), ma se il tasso generale di incidenza del male è di 0,5/0,7% ogni centomila persone, nel calcio è di 6,5 volte superiore. È il famoso “morbo del pallone”, la malattia degenerativa dell’età adulta che ha ucciso Stefano Borgonovo, Gianluca Signorini e altri ex calciatori meno famosi e presto dimenticati, un lungo mistero irrisolto sul quale indaga da anni anche il procuratore di Torino, Raffaele Guariniello. Storie di vita prima che di sport, anche se in tutti questi anni chi ha affrontato l’argomento ha avuto la netta sensazione di combattere una battaglia contro i mulini a vento. 29


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di Fabio Appetiti

Susanna Camusso, segretario generale CGIL

“Sostegno e solidarietà alle calciatrici” Questa intervista è dedicata a tutte le donne e tutti gli uomini del mondo del calcio, e non solo. È dedicata agli uomini come il Presidente di AIC, che dimostrano sul campo di stare dalla parte delle donne. Con i fatti. È dedicata anche a gli altri uomini che invece fanno di tutto per ostacolare questa battaglia, e per riuscirci sono disposti a tutto. Vedi insulti. È dedicata soprattutto alle donne, a tutte le donne, che siano in famiglia, in ufficio o su un campo di calcio non cambia. È dedicata in particolare alle nostre calciatrici. Al loro coraggio di mettersi in gioco, di mobilitarsi, di rischiare. Nonostante… nonostante  importanti giornalisti abbiano detto che era inutile mobilitarsi perché tanto non se ne sarebbe accorto nessuno (forse hanno cambiato idea…), nonostante qualcuno facesse finta di non capire, nonostante qualche pseudoicona dello sport rivendichi i diritti delle donne a giorni alterni e solo se gli tornano utili, nonostante qualche presidente non abbia capito che la protesta riguardava la crescita dell’intero sistema e che “certi punti” valgono più di un punto in classifica o di penalizzazione. Ecco nonostante tutto, oltre duecento ragazze hanno messo la loro firma sulla protesta ed erano pronte a non scendere in campo. A tutte loro vanno le belle parole di Susanna Camusso, capo del più grande sindacato italiano, che forse più di ogni altro sa cosa vuol dire combattere a fianco delle donne nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, negli uffici, nei territori. E dal 17 ottobre anche nel mondo del calcio. Il più grande settimanale italiano “L’espresso” qualche settimana fa titolava in copertina “Le donne hanno perso. in politica, in famiglia, sul lavoro…”. Lei come capo del più grande sindacato italiano, una delle poche donne in posizione di vertice in una

organizzazione così importante, pensa sia ancora così difficile la posizione della donna nel nostro paese? “No, non penso sia così e penso che questo messaggio negativo sulla condizione della donna sia un messaggio sbagliato. Perché è vero che questa è una fase difficile, in generale, per i diritti e, per i diritti delle donne in modo particolare, ma è anche vero che molte cose nel corso di questi anni sono cambiate per l’universo femminile in tutti gli ambiti, sia professionali sia privati. È anche vero che se questo è accaduto, è accaduto più per la capacità delle donne di spendersi come movimento collettivo che dagli aiuti che vengono dalla organizzazione della società nel suo complesso. La mia stessa presenza a capo del più grande sindacato italiano, come quella di molte ai vertici di aziende e di organizzazioni pubbliche e private, sono la testimonianza che le donne possono affermarsi nelle istituzioni e nel mondo del lavoro, anche se ancora molte, troppe, sono le resistenze che si trovano ad affrontare. C’è una maturazione che non è ancora avvenuta all’interno

Susanna Camusso è nata a Milano il 14 agosto 1955. Ha iniziato ad occuparsi di sindacato nel 1975, negli stessi anni inizia a militare nel PSI. Dal 1977 al 1997 è dirigente locale della FIOM milanese, poi di quella lombarda ed infine nella segreteria nazionale dello stesso sindacato dei metalmeccanici della CGIL. Assume poi la segreteria regionale della FLAI, il sindacato del settore agro-industria della CGIL e nel 2001 viene eletta segretario generale della CGIL della Lombardia. Nel 2008 entra nella Segreteria Confederale nazionale della CGIL. L’8 giugno 2010 viene eletta vicesegretaria generale vicaria della CGIL, con la responsabilità del coordinamento degli ambiti di lavoro trasversali ai dipartimenti. Il 3 novembre 2010 viene eletta segretaria generale della CGIL, succedendo a Guglielmo Epifani. Si è sposata e separata due volte; dal secondo marito, il giornalista Andrea Leone, ha avuto una figlia, Alice.

della società italiana e c’è un atteggiamento di una parte del mondo maschile che non riesce a digerire la competizione delle donne sul terreno delle competenze e della professionalità e questo genera un conflitto aperto tra i due mondi che non è ancora risolto. Ma in questo conflitto, le donne non hanno affatto perso e in questi anni qualcosa è cambiato e qualcosa sta cambiando, e quel titolo non riconosce i tanti passi avanti fatti dal movimento femminile”. Le ultime ricerche evidenziano come ancora ci sia una differenza di retri-


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buzione nel nostro paese tra un uomo e una donna sul posto di lavoro ed inoltre è molto difficile per una donna trovare un equilibrio tra vita professionale e vita privata senza per forza dover scegliere tra uno dei due aspetti.

Quali sono le principali cause di queste disparità? “La verità è che non si è mai voluto intervenire per risolvere definitivamente le cause di queste disparità e non si è mai agito nel profondo delle infrastrutture sociali per consentire alle donne di svolgere bene il proprio ruolo sia nel mondo del lavoro, sia nella vita privata e nella famiglia. Se pensiamo che la principale causa di licenziamento per le donne è ancora la maternità ci accorgiamo di quanto siamo indietro nelle tutele e nelle garanzie delle lavoratrici all’interno dell’attuale sistema. L’attuale governo ha pensato di risolvere la questione con un bonus, ma senza intervenire in profondità con politiche di welfare mirate introducendo norme legislative utili a rimuovere alcuni degli ostacoli, anche culturali, che limitano la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Si è sempre più costrette ad essere le “acrobate del tempo” messe nell’impossibilità di decidere e di scegliere il proprio destino. Di fatto si determina anche un elemento classista dove chi ha più risorse può trovare delle soluzioni e riesce a conciliare le cose. Chi ne ha meno, invece, è costretta a rinunciare e questo per una società moderna che

guarda al futuro non è accettabile. In tanti altri paesi europei c’è una maggior natalità e una maggior occupazione femminile segno che con adeguate politiche si possono fare bene entrambe le cose”. Lei è stata sempre molto attiva nel movimento delle donne e aderì al movimento “se non ora quando” di qualche anno fa che portò 200 mila donne in piazza… Ci racconti quelle che sono le principali iniziative che la CGIL sta promuovendo per favorire a tutti i livelli la parità di genere e le pari opportunità… “Al nostro interno c’è un dipartimento che si occupa di promuovere politiche di genere in tutte le categorie e in tutti i territori. Con la mia segreteria si sono concretamente realizzati percorsi di affermazione paritaria nei ruoli dirigenti e attualmente anche quantitativamente c’è una effettiva parità all’interno della organizzazione. Tra le iniziative più importanti ricordo il ricorso fatto dalla CGIL alla Commissione UE, contro i medici che rendono impossibile l’applicazione della 194 sulla interruzione della gravidanza e le numerose iniziative che portiamo avanti nella contrattazione sociale per tutelare con adeguate politiche di welfare le lavoratrici, così come portiamo avanti politiche attive per la terza età e altre di sostegno alla precarietà occupazionale femminile che per i motivi che sopra ho esposto è molta più numerosa di quella maschile”. Entrando nel mondo dello sport, è a conoscenza che nessuna Federazione sportiva italiana vede al suo vertice una donna pur essendo le donne molto presenti come atlete e riportando spesso risultati eccellenti nelle varie discipline? “È un dato che si commenta da solo. Eppure le donne stanno conseguendo risultati straordinari da un punto di vista sportivo e sono spesso celebrate in occasioni di olimpiadi, competizioni mondiali o europee. È deprimente, ma non mi sorprende, perché è più o meno lo stesso dato vicino se non peggio, a quello dei rettori donne nelle università italiane che sono due. Questi numeri sono la certificazione di un conflitto aperto sul potere, che però nel mondo dello sport, dove le don-

ne sono fortemente protagoniste, fa impressione. Non si riesce a fare uno scatto culturale e spesso proprio da questo mondo viene data una risposta sessista nel linguaggio e nei comportamenti, alla voglia di protagonismo delle donne. È evidente che non si riesce a metabolizzare questa crescita e accettare il confronto e la competizione soprattutto quando si parla di ruoli di responsabilità e di direzione. Gli insulti sessisti sono purtroppo una triste ricorrenza del mondo dello sport e della politica… vanno di  pari passo le vergognose dichiarazioni di qualche mese fa sulle “4 lesbiche” del sig. Belloli, ex capo della Lega Nazionale Dilettanti di calcio, e alcuni episodi recenti in parlamento… “L’insulto sessista non è altro che la difesa disperata e aggressiva di una condizione di potere che si vuole difendere ma senza averne competenze e argomenti. L’utilizzo dispregiativo nel linguaggio è cercare un disconoscimento delle rivendicazione e della crescita di un movimento, come nel caso del calcio femminile, in un mondo abituato a pensare solo al maschile. Lo stesso lo vediamo in parlamento od in altri settori della società. Quando il maschio si sente minacciato l’insulto sessista è l’ultima disperata e aggressiva arma di difesa. Ma bisogna avere la forza di denunciare tali atteggiamenti, reagire senza fare sconti a nessuno e le dimissioni del sig. Belloli mi sono sembrate un atto dovuto in un paese moderno”. La sua dichiarazione  di solidarietà personale e quella di tutta la CGIL alle calciatrici hanno fatto senz’altro rumore nel mondo del calcio e sono

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state un sostegno importante alle ragazze. Cosa l’ha spinta a fare questa dichiarazioni? “Nasce da una conoscenza già avviata quest’estate con il mondo del calcio e con AIC sui temi della legalità e della trasparenza, temi che riguardano da vicino il mondo del calcio sempre più alle prese con scandali e corruzione sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Poi c’è la spinta mia e di tutta la CGIL a conoscere ed interessarsi a tutto ciò che si muove al di fuori anche di un territorio più tradizionale, ma che spinge in avanti il confine dei diritti e delle opportunità. Ho apprezzato moltissimo la voglia di protagonismo e di riconoscimento che ha spinto le calciatrici ad avviare una mobilitazione e reclamare una attenzione al pari di quella dei colleghi uomini. Una spinta alla crescita dell’intero movimento che va al di là anche delle singole rivendicazioni. Non ci si è fermati di fronte al fatto che si è meno note, meno sponsorizzate, meno famose ma si è ritenuta giusta la mobilitazione e si è portata avanti con determinazione. Credo che con la minaccia dello sciopero e della protesta si sia acceso un faro importante su questo movimento a cui abbiamo voluto dare tutto il nostro sostegno e solidarietà e mi piacerebbe poter incontrare presto le ragazze perché è forte la curiosità di conoscere ancora più da vicino le problematiche legate allo svolgimento della loro attività”. “Ci sono punti da conquistare che sono più importanti di quelli in classifica”: questo lo slogan bellissimo coniato dalle ragazze. Dal capo del più grande sindacato italiano si accettano  consigli sul come proseguire una battaglia, che è solo all’inizio, per far sviluppare il calcio femminile in Italia alla pari di altri paesi come Germania e USA… 32

“Per prima cosa valorizzare i risultati raggiunti, la capacita di mobilitarsi e di mettersi in gioco ha portato a risultati tangibili che vanno evidenziati in tutte le loro forme. E poi cercare tutte le occasioni, anche le più insolite, per far parlare di sé e raccontare e spiegare quelli che sono i problemi legati all’attività che è sì una attività ancora dilettantistica ma che, in futuro, deve svilupparsi in un orizzonte professionistico con tutele e garanzie come in altri paesi, come in Germania, visto l’impegno che tale attività richiede. E speriamo che intorno a tutte queste iniziative il calcio femminile trovi sempre più spazi di visibilità nelle TV, nei territori, presso le società sportive, nelle scuole superando tutti i pregiudizi che finora lo hanno ostacolato. E credo che un maggior coinvolgimento delle donne nel mondo del calcio aiuti tutto il sistema a migliorarsi”. Parliamo appunto del mondo del calcio che è una delle principali industrie del paese all’interno del quale troviamo giocatori famosi e giocatori meno famosi, dove ci sono migliaia di lavoratori che vi ruotano intorno e milioni di tifosi che lo seguono: quale la sua idea sul calcio italiano?  “Capisco che è una grande passione popolare e che nel nostro paese ha una grande importanza. Ma purtroppo è un mondo che non da una bella immagine di sé, tra scandali, corruzione, violenza, perdita generale di credibilità che ha allontanato anche tante persone dalla presenza negli stadi. Tutto questo appanna quella passione genuina che appartiene ai tifosi e che è alla base di questo sport, senza la quale il calcio non esisterebbe e né avrebbe quelle risorse che oggi si trova a gestire in virtù dei diritti televisivi. Si tratta comunque di un fenomeno complesso e non bisogna fermarsi alla superficialità dei giudizi o a quello che si conosce di più che possono essere i grandi campioni. Il mondo del calcio è fatto anche di altre situazioni, come giocatori delle categorie inferiori che alla fine della loro carriera avranno problemi di inserimento nel mondo del lavoro o le problematiche che appunto segnalavano le ragazze legate alle tutele e alle garanzie che oggi sono assenti e poi penso anche ai tanti lavori, come faceva riferimento nella domanda, che ci sono intorno al mondo del calcio che spesso non sono sufficientemente riconosciuti. Ecco io credo che va fatto un lavoro completo di conoscenza di questo mondo e che

non bisogna esprimere giudizi affrettatati né superficiali. Certo quello che colpisce sono le grandi distanze al suo interno, tra chi è all’apice della piramide e chi è a livelli minori ma per ridurle in questo caso bisogna pensare, più che a limitare l’alto, a come alzare il basso. E poi bisogna fare un grande sforzo collettivo per riportare il calcio ad essere un veicolo di valori positivi e di sana competizione in modo che quella passione collettiva che il calcio è capace di alimentare non vada tradita”. In attesa di vederla presto con noi su un campo per una partita di calcio femminile, ci racconti qual è il suo rapporto con il calcio: squadra del cuore e un calciatore del passato a cui è affezionata, e uno del presente che vorrebbe conoscere? “Sicuramente ci sarà occasione, con molto piacere, di venire a seguire una partita di calcio femminile, magari della Nazionale. In generale pur non essendo una tifosa appassionata diciamo che in Italia è quasi impossibile non essere aggiornati sul campionato di calcio perché se ne parla 24 h al giorno in tutti i luoghi di lavoro. Oltre all’aspetto agonistico mi interesso spesso di ciò che si muove intorno al calcio sia negli aspetti positivi sia in quelli negativi, come i fenomeni razzisti o la violenza che genera e che spesso allontana le persone da questo sport. Il bello del calcio è invece quella sua capacità di aggregazione a tutti i livelli, questo suo elemento di partecipazione ludica che unisce le persone, tanto è vero che non c’è azienda che non ha la propria squadra e la stessa CGIL in questo non fa eccezione. Rispetto ai calciatori oggi vivendo gran parte del mio tempo a Roma non posso non fare riferimento a Francesco Totti visto che è così amato dai tifosi giallorossi mentre, tornando un po’ indietro alla mia infanzia e senza voler fare torto a nessuno, non posso che ripensare a Gigi Riva: due grandi, grandissimi campioni”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Insidiosa minaccia per il mondo dello sport

Match-fixing: corruzione ad ogni latitudine Il match fixing è un problema globale. L’ennesima conferma si è avuta il 16 ottobre quando in Nepal sono stati arrestati cinque calciatori, tra i quali Sagar Thapa, capitano della Nazionale. Secondo gli investigatori, i calciatori si sarebbero fatti corrompere da bookmaker malesi e di Singapore per perdere alcuni incontri. Tutto è partito da alcune segnalazioni anonime dopo le quali la polizia ha iniziato a monitorare i conti bancari di Thapa e colleghi. Secondo quanto riferito dagli organi di stampa, un supporto importante alle indagini è stato fornito dall’Asian Football Confederation e da Sportradar, la società specializzata nel monitoraggio di eventi e dati sportivi. In Italia, parlando di calcioscommesse, negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una serie di eventi. Innanzitutto, si è avuta notizia che il 18 febbraio del prossimo anno, a Cremona, si svolgerà l’udienza preliminare del processo che vede 103 persone rinviate a giudizio, tra cui Antonio Conte, Commissario Tecnico della Nazionale e diversi ex calciatori, allenatori e manager accusati di aver truccato le partite di vari campionati ovvero di aver saputo delle manipolazioni ma di non aver denunciato, come sarebbe stato loro obbligo in quanto tesserati federali. Un secondo fatto a cui abbiamo assistito è stata l’intervista televisiva di Carlo Gervasoni, reo confesso di aver comprato e venduto partite. L’ex difensore della Cremonese ha dichiarato di aver contattato, in passato, una sessantina di colleghi e soltanto due si sarebbero rifiutati di farsi corrompere per alterare i risultati degli incontri. Gervasoni, inoltre, ha affermato di aver iniziato a combinare le partite in nome e per conto del gruppo criminale dei cosiddetti “zingari” “per soldi, per fare la bella vita: cene, vacanze, locali. Giravo anche con 30-40mila euro in contanti. Se non mi avessero scoperto, probabilmente sarei andato avanti per sempre. Vendere le partite mi dava un sacco di adrenalina, forse anche più

di quella che avevo quando scendevo in campo. In quei momenti, ai tifosi che pagano il biglietto per vedere la partita, non pensi”. Un terzo fatto è stato il varo da parte del Consiglio dei Ministri del decreto denominato Misure volte a rafforzare il sistema sanzionatorio relativo ai reati finalizzati ad alterare l’esito di competizioni sportive, un provvedimento che si pone l’obiettivo di sanzionare dal punto di vista patrimoniale chi si rende responsabile di frodi sportive e altera illecitamente i risultati delle partite prevedendo sia il sequestro preventivo che la confisca dei beni illecitamente accumulati, anche se queste ricchezze sono formalmente intestate a terze persone. Era una misura che si attendeva da tempo e che, probabilmente ha subito un’accelerata dopo la recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro,

denominata Dirty Soccer. Infine, la società Lottomatica ha comunicato che toglierà la possibilità di poter scommettere sulle partite del campionato di Serie D. Cosa, quest’ultima, che non dovrebbe mai essere stata permessa dopo quando disvelato dalle inchieste giudiziarie di Cremona, Bari e Napoli. Il cosiddetto calcioscommesse, o match fixing, è la conferma che una delle più insidiose minacce per la società e il mondo dello sport del ventunesimo secolo è la corruzione. Quest’ultima, le cui ombre si stanno estendendo anche sui massimi vertici di FIFA e UEFA, non solo sottrae risorse finanziarie importanti a progetti di sviluppo sano del calcio ma, come accade per la politica, contribuisce in modo rilevante a far perdere fiducia e credibilità allo sport. La corruzione, insomma, sottrae spettatori che vogliono solo ed esclusivamente divertirsi e allontana potenziali investitori per bene. Un prezzo decisamente salato per il mondo del pallone. A fianco, l’arresto del capitano della Nazionale del Nepal Sagar Thapa. A sinistra, Carlo Gervasoni e, sopra, il libro di Declan Hill sul fenomeno del match-fixing.

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tribuna stampa

di Massimiliano Castellani

Massimiliano Castellani ha scritto per noi

Caro calciatore ti scrivo… Riprende la nostra rubrica riservata ai giornalisti che raccontano il calcio, uno spazio nel quale possano rivolgersi direttamente ai calciatori per dire, in libertà, cosa piace, o non piace, di questo nostro mondo del pallone. Questo mese abbiamo dato “carta bianca” a Massimiliano Castellani, scrittore e giornalista (attualmente lavora nella redazione sportiva del quotidiano Avvenire) che da anni si occupa dello stretto rapporto tra sport e letteratura, convinto che il calcio, nonostante tutto, sia una disciplina socialmente utile. adri né padri, ma capaci di produrre cambiamenti reali e dirigenti all’altezza. Caro calciatore ti scrivo, così forse mi distraggo un po’. Tanto per cominciare mi perdonerai l’appartenenza a una generazione che spesso fatica a fare anche 0-0 con la nostalgia. Come il Freccia di Ligabue sono cresciuto scrivendo e provando a trasmettere da un microfono aperto sul mondo concetti tipo: “Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards…”. L’ho fatto, prima “guardando le partite alla radio”, e poi ascoltando la voce trasparente - come la sua persona - delle telecronache di Nando Martellini, le interviste impossibili (sul tram con Rivera) di Beppe Viola, i placcaggi fisici a Maradona di Giampiero Galeazzi. Ti risparmio il bianco e nero, il 90° Minuto di Paolo Valenti, gli articoli e le pagelle di Gianni Brera, altrimenti ti vedo già lì sull’orlo di chiudere la pagina, pronto per il triplice fischio della nostra comunicazione. Mi hanno chiesto di provare a parlarti, anche perché farlo di persona è diventata un’impresa. Dribblare uffici stampa pilotati dalle proprietà o proprietà ostaggio degli uffici stampa è come provare a fare un tunnel a Messi. Pensa invece, che quando ero un ragazzino, parlo dei primi anni ’80, era ancora possibile fermare per la strada il proprio idolo e scambiarci quattro chiacchiere. Ho visto Maradona, ma anche Platini o Falcao, discutere amabilmente con i propri tifosi alla fine di un allenamento e poi rilasciare lunghe interviste ai giornalisti, anche un attimo prima o un attimo dopo di andare sotto la doccia. Certe scene da romanzo popolare mi hanno fatto credere che quello del calcio fosse il migliore dei mondi possi34

bili. Un luogo in cui chi fa la storia in campo e chi la racconta dall’altro di una tribuna in fondo sono parte integrante di una stessa famiglia. Come mi sono illuso... A un certo punto sul pianeta calcio è planata un’astronave famelica chiamata pay-tv, la madre di questo universo multimediale che ci ha gettati, tutti, nella Rete. Certo l’altra faccia della medaglia dice che è un gran vantaggio: comunicazioni veloci, istantanee anche da distanze siderali, eppure noi - giornalisti - e tu calciatore, ci siamo allontanati tantissimo. Giorno dopo giorno, nonostante le miriadi di partite disputate e le dirette trasmesse di questo pernicioso calcio spezzatino per tutti i gusti e a tutte le ore, ci siamo clamorosamente persi di vista. Oltre alle gabbie, alle barriere e i tornelli degli stadi che sono venuti su come funghi - e adesso ci vorranno anni per abbatterli -, tra noi e te si è alzato un muro che è fatto di incomunicabilità. Noi per tentare di accorciare le distanze siamo diventati sempre un po’ meno veri, più ruffiani, dando vita a quella categoria assolutamente non stimabile e antiprofessionale che è il “giornalista tifoso” (il più inaffidabile e parziale che esista, un pericolo). Tu, invece delegando la vita privata alla tv e ai social network, al procuratore e infine alla società (nella quale sei come nella vita, solo di passaggio) hai smesso di farti domande, di chiederti cosa pensiamo davvero del tuo essere uomo ancor prima che calciatore. Dalla redazione intanto ci chiedono di fare di te una rockstar, un supereroe invincibile che ha la sua suite tre metri sopra il cielo e che cammina sospeso in aria a sei chilometri da terra. Due

Massimiliano Castellani è nato a Spoleto nel 1969 nel periodo che intercorre tra la diretta “lunare” di Tito Stagno, la strage di piazza Fontana e l’unica cavalcata trionfale del Cagliari di Gigi Riva. Episodi degni di una vocazione futura da giornalista: prima al Messaggero ed ora al quotidiano Avvenire. Dieci anni fa ha iniziato un’inchiesta intorno alle morti e le malattie misteriose che funestano il mondo del calcio, confluita nel 2003 nel suo primo libro (insieme a Fabrizio Calzia), “Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano” (Bradipolibri), che fa luce sull’abuso di farmaci e sostanze dopanti tra i calciatori. Ha pubblicato poi nel 2005, per Sugarco Edizioni, il suo secondo libro “Continuano a pensare con i piedi”. Il terzo lavoro, “Il Morbo del Pallone. Gehrig e le sue vittime” (2009 Selene edizioni), un dossier sul legame tra il calcio e la SLA (Sclerosi laterale amiotrofica), è stato ripreso e implementato col libro “SLA – Il male oscuro del pallone” (Goalbook Edizioni).

mondi paralleli che si incontrano solo sotto i riflettori accecanti dello showbiz, alle sfilate di moda, alle feste in discoteca, al limite estremo all’oscar per il miglior sinistro e il miglior destro dell’anno. Il bello è che c’è ancora qualcuno che crede questo universo popolato da marziani con i tacchetti bassi - (fino al secolo scorso un grande dimenticato del giornalismo, Sergio Saviane, vi chiamava “mutandieri della domenica”) sia ancora pieno di gente felice, ricca e senza un pensiero.


tribuna stampa

E invece in quel fatato mondo che è il professionismo odierno, noi, come voi, si è rimasti in pochi - come gli indiani d’America - a fare una vita extralusso. I privilegi stanno finendo, scomparsi come le lucciole pasoliniane che non si vedono più nelle notti d’estate. E gli inverni sono lunghi da passare quando il padrone del vapore si dimentica di pagare lo stipendio. Nemmeno i soldi per il tatuaggio quotidiano ti rimangono. Qualcuno di noi ha perso la testa e si è messo a cercare espedienti leciti o meno leciti, per portare a casa il pane. Qualcuno di voi ha scelto la via più breve, restare ad alti livelli accettando anche farmaci come caramelle dagli sconosciuti, e quando proprio non si trova una via per uscire dal tunnel non sapendo aggiustare neppure una lampadina allora “aggiustiamo” le partite. Uno di voi mi ha raccontato: “Tutto quello che ho lo punto sulla ruota della fortuna, sperando di trovare un paio di calciatori avversari da corrompere, per giocare a perdere o a vincere poco importa, l’importante è che carta canti e che il banco paghi”. Ecco a questo punto il banco è saltato e ci siamo ritrovati soli, io e te. Io con i miei sogni di fare di questo sport letteratura raccontando storie belle, vere, pulite. Tu che hai cominciato alla stessa età in cui io scrivevo sul diario di scuola (appunti e bozze di formazioni amate e ormai perdute) ad inseguire un pallone, hai sentito in te battere forte un cuore di cuoio che con il peso del tempo ha cominciato a perdere aria: si è sgonfiato dentro uno stadio che è sempre più vuoto. Che triste vero? Al punto in cui siamo amico mio calciatore abbiamo solo due possibilità: insistere anche a rischio di giocare sempre più duro (specie contro quelli che vogliono distruggere per sempre il nostro pallone) e farci del male, oppure rinunciare al sogno, ritirarsi dalla partita, abbandonare il campo e andare in contro all’ennesimo 3-0 a tavolino. Come evitarlo? Dobbiamo rimetterci tutti in gioco e

cercare di farlo stando più vicini. Riposizionarci sui nostri campi paralleli facendo in modo che in un punto preciso dell’area di rigore delle nostre coscienze ci si possa incontrare, confrontarci e discutere, alla pari. Farlo da buoni amici che si sono solo persi di vista per un po’, ma hanno voglia di ritrovarsi. Sarebbe bello ricominciare da vecchi compagni di una stessa squadra e accettare la sfida, una partita dove non esistono nemici, ma solamente avversari da battere lealmente sul campo. Far capire a quell’orda balorda che ancora si ostina a credere che andare allo stadio è come andare in missione di guerra in Afghanistan (e che il nemico ci ascolta ed è pronto a sparare) che non si può assaporare fino in fondo il gusto dolce della vittoria, se prima non hai conosciuto quello amaro della sconfitta. Ma attenzione amico mio, per riprendere in mano questa partita serve coraggio, sensibilità e cultura. Smetterla dunque di delegare le nostre esistenze all’altro interessato, solo perché ci

paga bene e ci promette un futuro, che poi scopri che è ancora più corto della Ternana di Corrado Viciani. Chi era mi chiederai Viciani? Vai a cercarlo, vai a ritrovare sui libri e per le strade del mondo tutti quei “piccoli eroi dimenticati” di questo sport meraviglioso che hanno lasciato un segno. Uomini di campo che anche se non hanno vinto mai, rimangono comunque dei campioni di umanità. Ecco, con il tempo capirai (capiremo) che il “restare umani” è ciò che ci salverà, anche dal fuorigioco. E in fuorigioco non cadrai (cadremo) mai, finché difenderai (difenderemo) fino in fondo il sogno del bambino di ieri. E all’uomo di oggi e di domani tramanda quello che io ho appreso dai miei maestri. Quei “poeti del gol” (del mio album Panini che vorrei collezionassi anche tu) che rispondono al nome di Pier Paolo Pasolini, Giovanni Arpino, Gianni Brera, Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano che ci insegna: “Se non ci fosse il diritto di sognare, tutti gli altri diritti morirebbero di sete”.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Riassunto schematico struttura della giustizia sportiva

Il Codice di Giustizia Sportiva 1. QUESTIONI CONNESSE ALLO SVOLGIMENTO DELLE GARE 1° grado – pronuncia entro 90 gg, in ordine alla regolarità delle gare e la omologazione dei relativi risultati; la regolarità dei campi o impianti e delle relative attrezzature; la regolarità dello status e della posizione di atleti, tecnici o altri partecipanti alla gara; comportamenti di atleti, tecnici o altri tesserati in occasione o nel corso della gara; ogni altro fatto rilevante per l’ordinamento sportivo avvenuto in occasione della gara a) Giudice sportivo nazionale b) Giudici sportivi territoriali 2° grado – pronuncia entro 60 gg a) Corte sportiva di appello nazionale b) Corte sportiva di appello territoriale

2. QUESTIONI NON CONNESSE ALLO SVOLGIMENTO DELLE GARE 1° grado – pronuncia entro 90 gg a) Tribunale federale nazionale, articolato in: 1. sezione disciplinare (sostituisce la CDN): - giudica in primo grado su deferimento del Procuratore federale per i campionati e le competizioni di livello nazionale, per le questioni che riguardano più ambiti territoriali, nei procedimenti riguardanti i dirigenti federali nonché gli appartenenti all’AIA che svolgono attività in ambito nazionale e nelle altre materie contemplate dalle norme federali. 2. sezione tesseramenti (sostituisce la CT) - giudica sulle controversie riguardanti i tesseramenti, i trasferimenti e gli svincoli dei calciatori. 3. sezione vertenze economiche (sostituisce la CVE) - giudica sulle controversie di natura economica tra società, comprese quelle relative al ri36

sarcimento dei danni per i fatti di cui all’art. 14 (responsabilità fatti violenti commessi da sostenitori) - giudica sulle controversie concernenti il premio di addestramento e formazione tecnica di cui all’art. 99 delle NOIF - giudica sulle controversie concernenti il premio alla carriera di cui all’art. 99 bis delle NOIF. b) Tribunali federali territoriale (sostituisce la CDT), giudici di primo grado: - nei procedimenti instaurati su deferimento del Procuratore federale per i campionati e le competizioni di livello territoriale, nei procedimenti riguardanti gli appartenenti all’AIA che svolgono attività in ambito territoriale e nelle altre materie previste dalle norme federali - in ordine alle sanzioni di natura non economica irrogate o proposte dalla società ai loro tesserati non professionisti e giovani, nonché ai tecnici non professionisti. 2° grado – pronuncia entro 60 gg a) Corte federale di appello (sostituisce la CGF), giudice di secondo grado avverso: - le decisioni del Tribunale federale a livello nazionale; - le decisioni dei Tribunali federali a livello territoriale. inoltre: - giudica nei procedimenti per revisione e revocazione - su ricorso del Presidente federale, giudica sulle decisioni adottate dai Giudici sportivi territoriali e nazionali, dal Tribunale federale a livello territoriale, dalla Corte sportiva di appello a livello territoriale e dal Tribunale federale a livello nazionale - su richiesta del Procuratore federale, giudica in ordine alla sussistenza dei requisiti di eleggibilità

dei candidati alle cariche federali e alle incompatibilità dei dirigenti federali - su richiesta del Presidente federale, interpreta le norme statutarie e le altre norme federali - esercita le altre competenze previste dalle norme federali

3. TERZO GRADO IN SEDE ESOFEDERALE a) Collegio di Garanzia dello Sport del CONI, che opera come una Corte di Cassazione. - Il ricorso è ammesso, esclusivamente per violazione di norme di diritto, nonché per omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia che abbia formato oggetto di disputa tra le parti, avverso tutte le decisioni non altrimenti impugnabili nell’ambito dell’ordinamento federale, ad esclusione di quelle in materia di doping e di quelle che hanno comportato l’irrogazione di sanzioni tecnico-sportive di durata inferiore a 90 giorni o pecuniarie fino a 10.000 € ORGANI DELLA GIUSTIZIA SPORTIVA (Termini e procedura) Giudici sportivi nazionali e territoriali Il reclamo deve essere preannunciato entro le ore 24 del giorno successivo a quello della gara alla quale si riferisce. Le motivazioni del reclamo e la relativa tassa devono essere trasmesse nel termine di 3 giorni, esclusi i festivi, da quello in cui si è svolta la gara. Corte sportiva di appello nazionale Il reclamo deve essere motivato e proposto entro i 7 giorni successivi alla data di pubblicazione del comunicato ufficiale in cui è riportata la decisione del Giudice sportivo nazionale Per avvalersi del diritto di essere sentito, il ricorrente deve fare richiesta di audizione all’atto dell’invio dei moti-


calcio e legge

vi del reclamo, la controparte entro 3 giorni dal ricevimento dei motivi. Innanzi alla Corte può essere richiesto il procedimento d’urgenza avverso le decisioni dei Giudici sportivi nazionali. In tal caso, il reclamo deve essere proposto entro le ore 12.00 del giorno feriale seguente a quello in cui è stato pubblicato il comunicato ufficiale relativo alla decisione del giudice di primo grado; contestualmente deve essere avvisata la eventuale controparte, la quale può formulare le proprie osservazioni. I motivi scritti del reclamo devono essere depositati presso la Corte prima del dibattimento. Le parti possono prendere visione dei documenti ufficiali immediatamente dopo che il preannuncio di reclamo sia pervenuto alla Corte medesima Le parti hanno diritto di essere sentite: la richiesta deve essere avanzata dall’istante nel reclamo, dalle controparti entro 3 giorni dalla ricezione della copia del reclamo o, nel caso abbiano richiesto copia dei documenti ufficiali, nelle controdeduzioni da inviare entro il 3° giorno successivo a quello di ricezione delle copie.

Corte sportiva di appello territoriale Il reclamo deve essere motivato e proposto entro i 7 giorni successivi alla data di pubblicazione del comunicato ufficiale in cui è riportata la decisione del Giudice sportivo territoriale Le parti hanno diritto di essere sentite: la richiesta deve essere avanzata dall’istante nel reclamo, dalle controparti entro 3 giorni dalla ricezione della copia del reclamo o, nel caso abbiano richiesto copia dei documenti ufficiali, nelle controdeduzioni da inviare entro il 3° giorno successivo a quello di ricezione delle copie. Tribunale federale nazionale sezione disciplinare Per il procedimento disciplinare, il Presidente, accertata l’avvenuta notificazione alle parti a cura della Procura federale dell’atto di contestazione degli addebiti, dispone la notificazione

dell’avviso di convocazione per la trattazione del giudizio, con l’avvertimento che gli atti rimangono depositati fino a 3 giorni prima della data fissata per il dibattimento e che, entro tale termine, le parti possono prenderne visione, richiederne copia, presentare memorie, istanze e quanto altro ritengano utile ai fini della difesa. Il termine per comparire non può essere inferiore a 20 giorni liberi, decorrenti dalla data di ricezione dell’avviso di convocazione, fatta salva la facoltà del Presidente di abbreviare il termine sino alla metà, per giusti motivi.

Tribunale federale nazionale sezione tesseramenti Il procedimento è instaurato su ricorso da proporsi entro 30 giorni dalla conoscenza dell’atto da impugnare La controparte ha diritto di inviare controdeduzioni entro il 7° giorno successivo a quello di ricezione del ricorso Il termine per comparire non può essere inferiore a 20 giorni liberi, decorrenti dalla data di ricezione dell’avviso di convocazione, fatta salva la facoltà del Presidente di abbreviare il termine sino alla metà, per giusti motivi. Tribunale federale nazionale sezione vertenze economiche Il procedimento è instaurato con ricorso che deve essere proposto entro 7 giorni dal ricevimento della comunicazione della decisione impugnata La controparte ha diritto di inviare controdeduzioni entro il 7° giorno successivo a quello in cui ha ricevuto il ricorso, spedendone copia anche alla ricorrente con le modalità di cui all’art. 38. Il termine per comparire non può essere inferiore a 20 giorni liberi, decorrenti dalla data di ricezione dell’avviso di convocazione, fatta salva la facoltà del Presidente di abbreviare il termine sino alla metà, per giusti motivi. Tribunale federale territoriale I TFT giudicano in prima istanza an-

che in ordine alle sanzioni di natura non economica irrogate o proposte dalla società ai loro tesserati non professionisti e giovani: in tal caso, il procedimento instaurato su reclamo del tesserato deve essere proposto entro il 7° giorno successivo alla data in cui è pervenuta al tesserato la comunicazione del provvedimento.

Corte federale di appello Il procedimento innanzi alla Corte instaurato su ricorso della parte deve essere inviato entro il 7° giorno successivo alla data di pubblicazione del comunicato ufficiale con il quale è stata resa nota la decisione che si intende impugnare. In caso di decisione per la quale è prescritto l’obbligo di diretta comunicazione alle parti, entro il 7° giorno successivo alla data in cui è pervenuta la comunicazione. Le parti hanno diritto di ottenere copia dei documenti ufficiali e la relativa richiesta deve essere preannunciata all’organo competente entro 3 giorni dalla data di pubblicazione nel comunicato ufficiale del provvedimento che si intende impugnare. Analoga comunicazione deve essere inviata contestualmente alla controparte. La controparte deve inviare le proprie eventuali controdeduzioni entro 3 giorni dalla data del ricevimento dei motivi di reclamo. La parte appellata può ricevere copia dei documenti ufficiali entro le ore 24.00 del giorno feriale successivo a quello in cui ha ricevuto la dichiarazione dell’appellante. Nel caso di richiesta dei documenti ufficiali, l’appellante deve inviare i motivi di reclamo entro il 7° giorno successivo a quello in cui ha ricevuto copia degli stessi. Le parti hanno diritto di essere sentite, purché ne facciano esplicita richiesta avanzata: dall’istante nel reclamo; dalle controparti entro 3 giorni dalla ricezione della copia del reclamo o, nel caso abbiano richiesto copia dei documenti ufficiali, nelle controdeduzioni, da inviare entro il 3° giorno successivo 37


calcio e legge

a quello di ricezione delle copie. Tutte le decisioni adottate dagli Organi della giustizia sportiva, inappellabili o divenute irrevocabili, possono essere impugnate per revocazione innanzi alla Corte, entro 30 giorni dalla scoperta del fatto o dal rinvenimento dei documenti.

Il Procuratore federale Il Procuratore federale esercita in via esclusiva l’azione disciplinare nei confronti di tesserati, affiliati e degli altri soggetti legittimati quando non sussistono i presupposti per l’archiviazione. Quando non deve disporre l’archiviazione, il Procuratore federale informa l’interessato della intenzione di procedere al deferimento e gli elementi che la giustificano, assegnandogli un termine per chiedere di essere sentito o per presentare una memoria. Durata: la durata delle indagini non può superare il termine di 40 giorni dall’iscrizione nel registro del fatto o dell’atto rilevante. Archiviazione: il Procuratore, concluse le indagini e se ritiene di non provvedere al deferimento, comunica entro 5 giorni il proprio intendimento di procedere all’archiviazione alla Procura Generale dello Sport. Applicazione di sanzioni su richiesta e senza incolpazione (patteggiamento): i soggetti sottoposti a indagini possono convenire con il Procuratore l’applicazione di una sanzione, indicandone il tipo e la misura. L’accordo è trasmesso al Presidente FIGC che, entro i 15 giorni successivi, sentito il Consiglio Federale, può formulare osservazioni. Il patteggiamento non trova applicazione per i casi di recidiva e per i fatti qualificati come illecito sportivo o frode sportiva dall’ordinamento federale. 38

Procedimento per illecito sportivo e per violazioni in materia gestionale ed economica Pervenuti gli atti al Tribunale federale competente, il Presidente, accertata l’avvenuta notificazione alle parti a cura della Procura federale dell’atto di contestazione degli addebiti, dispone la notificazione dell’avviso di convocazione per la trattazione del giudizio, con l’avvertimento che gli atti rimangono depositati fino a 3 giorni prima della data fissata per il dibattimento e che, entro tale termine, le parti possono prenderne visione, richiederne copia, presentare memorie, istanze e quanto altro ritengano utile ai fini della difesa. Il termine per comparire innanzi all’Organo di giustizia sportiva non può essere inferiore a 20 giorni liberi, decorrenti dalla data di ricezione dell’avviso di convocazione. Procedimento per l’impugnazione delle delibere federali I ricorsi per l’annullamento delle delibere della Federazione sono proposti innanzi al Tribunale federale nazionale - sezione disciplinare entro 30 giorni dalla pubblicazione dell’atto o, in caso di mancata pubblicazione, dall’avvenuta conoscenza dello stesso. Pervenuto il ricorso al Tribunale, il Presidente, accertata l’avvenuta notificazione alle parti interessate, dispone la notificazione dell’avviso di convocazione per la trattazione del giudizio, con l’avvertimento che gli atti rimangono depositati fino a 3 giorni prima della data fissata per il dibattimento e che, entro tale termine, le parti possono prenderne visione, richiederne copia, presentare memorie, istanze e quanto altro ritengano utile ai fini della difesa. Il termine per comparire innanzi al Tribunale non può essere inferiore a 20 giorni liberi, decorrenti dalla data di ricezione dell’avviso di convocazione, fatta salva la facoltà del Presidente di abbreviare il termine sino alla metà, per giusti motivi.

Prescrizione Le infrazioni disciplinari si prescrivono al termine: a) della stagione sportiva successiva a quella in cui è stato commesso l’ultimo atto diretto a realizzarle, qualora si tratti di violazioni relative allo svolgimento della gara; b) della sesta stagione sportiva successiva a quella in cui è stato commesso l’ultimo atto diretto a realizzarle, qualora si tratti di illecito amministrativo; c) della ottava stagione sportiva successiva a quella in cui è stato commesso l’ultimo atto diretto a realizzarle, qualora si tratti di illecito sportivo; d) della quarta stagione sportiva successiva a quella in cui è stato commesso l’ultimo atto diretto a realizzarle, in tutti gli altri casi. I diritti di natura economica si prescrivono al termine della stagione sportiva successiva a quella in cui sono maturati. Collegio di Garanzia dello Sport CONI Il ricorso è proposto mediante deposito entro 30 giorni dalla pubblicazione della decisione impugnata. La parte intimata e le altre parti destinatarie della comunicazione possono presentare, non oltre 10 giorni prima dell’udienza, l’eventuale impugnazione dalla quale non siano già decadute; inoltre, fermo quanto previsto per l’eventuale impugnazione incidentale, hanno facoltà di presentare memorie nel termine di 10 giorni dal ricevimento del ricorso, mediante deposito al Collegio e contestuale trasmissione al ricorrente. Nel termine di 10 giorni prima dell’udienza, le parti hanno facoltà di presentare memorie, contenenti in ogni caso le conclusioni o istanze di cui, nel caso di riforma della decisione impugnata e nei limiti di quelle già proposte davanti all’organo di giustizia che l’ha emessa, domandano l’accoglimento.


calcio e legge

di Federico Trefiletti

Questo mese parliamo di…

Il tesseramento del calciatore minore

Approfittiamo della decisione emessa dal Tribunale Federale Nazionale pubblicata nel C.U. n.6 datato 5 maggio 2015 per occuparci del calcio dilettantistico e, in particolare del settore giovanile. Come è facile intuire si tratta di un ambito che riveste notevole importanza in seno alla FIGC in quanto innanzitutto costituisce uno dei tanti momenti in cui il minore forma la propria personalità e acquisisce valori fondamentali per il prosieguo della propria vita e poi, in secondo luogo, perché rappresenta la fucina di quelli che un domani saranno i calciatori professionisti. Conclusa questa digressione, in questa sede intendiamo occuparci della necessaria rappresentanza dei genitori in ordine al tesseramento in favore del figlio minore. Su questa questione non sono mancate, e comunque non possono ancora dirsi superate, le difficoltà e le incertezze sulla disciplina in vigore. Innanzitutto occorre menzionare l’art. 31, comma 1, NOIF a norma del quale sono da intendersi minori tutti i calciatori “che abbiano anagraficamente compiuto l’ottavo anno e che al 1° gennaio dell’anno in cui ha inizio la stagione sportiva non abbiano compiuto il 16° anno”. Con riferimento a questi ultimi il tesseramento ha una durata annuale (comma 3). Per quanto concerne l’argomento che a noi interessa, ovvero il tesseramento del minore, viene in rilievo l’art. 39, comma 2, NOIF secondo cui “La richiesta di tesseramento è redatta su moduli forniti dalla F.I.G.C. per il tramite delle Leghe, del Settore per l’Attività Giovanile e Scolastica, delle Divisioni e dei Comitati, debitamente sottoscritta dal calciatore, e, nel caso di minori, anche dall’esercente la potestà genitoriale, nonché dal legale rappresentante della società”. Il problema sorge in quanto, come rilevato, l’articolo in esame fa esplicito richiamo all’esercente la patria potestà e pertanto non scioglie il dubbio in merito alla possibilità che la firma venga apposta da un solo genitore, come afferma-

to da ultimo dalla Corte di Giustizia Sportiva, oppure, se sia necessario che entrambi i genitori provvedano alla sottoscrizione del tesseramento del calciatore minore. La normativa che potrebbe venirci in supporto al fine di pervenire alla ricerca della soluzione adottabile è contenuta nel codice civile e segnatamente all’art. 320, allorché effettua la distinzione fra atti di ordinaria amministrazione e atti di straordinaria amministrazione. L’articolo richiamato al primo comma afferma che “Gli atti di ordinaria amministrazione, esclusi i contratti con i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore”. Per quanto concerne gli atti di straordinaria amministrazione, si richiede invece non soltanto il comune consenso dei genitori ma, altresì, la necessità o l’utilità evidente dell’atto per il figlio, previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Pertanto si tratta di accertare se, e in che misura, lo svolgimento di attività sportiva da parte del minore possa essere considerato attività di ordinaria o di straordinaria amministrazione. Nel primo caso, sarà sufficiente la firma di uno dei genitori, nel secondo caso invece è richiesta la firma di entrambi i genitori ai fini del corretto tesseramento del calciatore minore. Tradizionalmente il discrimine tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione veniva fatto coincidere con la capacità dell’atto di incidere sullo stato di conservazione del patrimonio; secondo un’altra tesi interpretativa, invece, sono da intendersi atti di straordinaria amministrazione, in senso lato, quelli che in ogni caso incidono particolarmente sulla personalità del minore: seguendo questa lettura potrebbe rientrarvi anche il tesseramento del minore in considerazione degli obblighi e doveri che sorgono in capo al minore tesserato e che incidono inevitabilmente su vari aspetti della sua vita quali la salute e l’istruzione. Tuttavia è da preferire la lettura in-

terpretativa secondo la quale il tesseramento del minore è un atto di ordinaria amministrazione al fine di non gravare sugli organi giurisdizionali ed evitare che il settore giovanile venga gravato da adempimenti che ne possano limitare la diffusione. Ed in tal senso, infatti, sono orientati da ultimo gli organi della giustizia sportiva (v. C.U. CGF 156/10.01.2014). Per tale ragione il tesseramento sarà perfettamente valido anche allorquando è apposta la firma di un solo genitore. Nella controversia su cui è stato chiamato a pronunciarsi il Tribunale Federale Nazionale la questione riguardava invece non tanto la presenza o meno della firma di entrambi i genitori quanto, a monte, la circostanza che la firma apposta sul tesseramento del calciatore minore fosse stata apposta da un soggetto che non esercita la patria potestà del minore. I genitori del minore pertanto proponevano tempestivo ricorso avverso il suddetto tesseramento volto ad ottenerne l’annullamento. Il Tribunale, al fine di accertare i fatti in discussione, disponeva l’audizione delle parti e invitava i ricorrenti a presentare copia dello “stato di famiglia”: da questa si deduceva che il soggetto che aveva apposto la firma sul modulo di tesseramento risultava estranea al nucleo familiare del minore e, pertanto, non ne era legittimato. In considerazione di ciò, il Tribunale accoglieva il ricorso e annullava il tesseramento impugnato.

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femminile

di Damiano Tommasi

La protesta delle calciatrici

Quando la passione lotta contro l’indiffe La partenza, vicenda Belloli, non era certo delle migliori e la sensazione era di aver già toccato il fondo. Purtroppo la realtà supera la fantasia e siamo andati oltre il fondo. Il mondo del calcio femminile (perché è un “mondo”) ha vissuto mesi di fermento e voglia di cambiare. Purtroppo i motivi per cui in Italia si fa ancora fatica sono venuti a galla in maniera evidente. Non ci si crede e chi se ne occupa spesso non sa di cosa parla!

A fine estate ho deciso che era obbligo del Presidente AIC guardare negli occhi le ragazze che stavano “reagendo”. È stato un viaggio esageratamente motivante e mi ha riportato a respirare ciò che siamo, calciatori! Conoscere le diverse realtà sul territorio mi ha fatto bene e spero faccia bene a tutto il movimento. Si è passati dal gruppo della Nazionale e le squadre Champions, molto vicine a quella professionalità che in altri Paesi è la normalità, per poi incontrare di sera la passione che lotta contro l’indifferenza. Tanti sono stati i momenti in cui mi sono sentito contento di rappresentare anche le ragazze e allo stesso modo in obbligo di non deluderle. Il campo a 11 occupato dalla Prima Categoria maschile che costringe la Serie A femminile all’allenamento sul sintetico di calciotto o l’arrivo al campo accompagnate dai genitori. La voglia di protesta

fino alla disponibilità di rimborsare la società dell’eventuale biglietto andato perso o il desiderio di coinvolgere anche le squadre di B perché qui siamo tutti insieme! L’idea di condividere a distanza uno striscione incisivo, innocuo ma temuto o l’arrabbiatura per quelle, poche, che non ci stanno. Quante volte! Nei tanti chilometri percorsi ho sentito che l’aria che si respira nei posti di comando è viziata, è stantia e ha preso il gusto di poltrone infeltrite, prive di polvere perché mai liberate, ma che odorano a immobilismo. L’energia di lunghe chiacchierate e discussioni, gli sfoghi di una carriera e la voglia di allenarsi al buio, all’ombra del settore maschile perché ha la precedenza, il sorriso e la soddisfazione di essere arrivate in Serie A... tutta un’altra aria! È per questo che la risposta data dalla LND di organizzare comunque le partite nonostante 11

Dal “caso Belloli” allo “sciopero” (rientrato)

Le tappe della vicenda Le motivazioni della manifestazione di protesta messa in atto dalle calciatrici, e sospesa proprio a poche ore dall’inizio della gare della prima giornata di campionato, hanno radici molto lontane, già dalla finale di Coppa Italia del maggio scorso, probabilmente ancor prima dalle parole di Felice Belloli, poi dimessosi. Per capire meglio l’evolversi della questione, abbiamo ricostruito la vicenda “a tappe”, partendo proprio da quella frase (“Basta soldi a queste 4 lesbiche”) dell’ex Presidente della LND che, nel bene o nel male, ha scatenato un vero e proprio tsunami su tutto il movimento.

14 maggio Scoppia il “caso Belloli”: presunte offese sessiste vengono attribuite al presidente della LND, Felice Belloli. In stralci del ver40

bale della riunione del 5 marzo sui fondi al calcio femminile, Belloli, sollecitato a maggiori contributi a favore del settore, avrebbe risposto con un lapidario “Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche…”.

15 maggio A seguito delle notizie sulle presunte dichiarazioni di Belloli, l’AIC, in accordo con le calciatrici della massima serie, annuncia, quale forma di protesta nei confronti di un persistente atteggiamento discriminatorio e denigratorio nei confronti delle tesserate e del movimento, che nelle partite di sabato 16 le squadre scenderanno in campo con 15 minuti di ritardo mostrando uno striscione a sostegno della dignità delle atlete. L’iniziativa intende sensibilizzare la Fede-

razione, le altre componenti del mondo del calcio, le Istituzioni e l’opinione pubblica sulla situazione del calcio femminile, ancor oggi sottovalutato e poco valorizzato. È necessaria una seria riflessione sull’adeguatezza dei dirigenti preposti alla tutela del movimento, e sulle necessità strutturali e programmatiche, lavorare sulle sinergie col mondo professionistico, studiare politiche di sviluppo idonee a portare il calcio femminile al livello che merita.


femminile

erenza squadre avessero chiaramente manifestato l’intenzione di non giocare, è stato uno schiaffo ben più umiliante delle parole imputate a Belloli. Non rinviare la giornata è stato un pessimo segnale e una differenza con i colleghi maschi che grida vendetta. Nelle piccole realtà di provincia, da Tavagnacco a Mozzanica o Luserna, non si meritano tanta “ignoranza”. Ignorare la loro passione, ignorare che si sta chiedendo uno sguardo, una considerazione che premierebbero l’impegno e il “nonostante tutto”. Personalmente non so quanto il Comitato Esecutivo riuscirà a fare, sono ottimista se penso al giro delle squadre e agli spogliatoi in cui sono stato; sono pessimista se penso a chi sta seduto in quel Comitato.

16 maggio Le squadre della massima serie scendono tutte in campo in campo con 15 minuti di ritardo esponendo lo striscione “Noi donne indignate dall’ignoranza. Rispettateci!!”. A Verona, dove domenica 17 viene festeggiata l’Agsm vincitrice del campionato, la squadra scaligera è premiata da Rosella Sensi, che la Figc ha incaricato di presiedere la Commissione per lo Sviluppo del Calcio Femminile. Nel contempo le calciatrici fanno reca-

Un giorno un dirigente dell’attuale Figc mi ha citato una famosa frase “Le idee camminano con le gambe degli uomini”, ecco, finché le idee sul Calcio Femminile avranno queste gambe la

strada da percorrere ci sembrerà infinita. Se penso, però, agli occhi di chi le gambe le fa girare in campo allora un sorriso e un pizzico di ottimismo mi rinfrancano l’animo.

pitare una lettera a Belloli con la quale chiedono le sue dimissioni e rinnovano la fiducia all’AIC.

Calcio di essere coinvolte in maniera attiva in questo processo di cambiamento.

19 maggio Si incontrano a Milano le calciatrici e le allenatrici/allenatori in rappresentanza delle squadre di Serie A e B per discutere della situazione in cui versa il calcio femminile e, all’esito della riunione, manifestano la volontà di non giocare la finale di Coppa Italia in programma sabato 23 tra Brescia e Tavagnacco. Ferme restando le necessarie dimissioni del presidente Belloli, infatti, le calciatrici e gli allenatori ritengono che sia giunto il momento, dopo 30 anni di inefficienza ed immobilismo, di dare autonomia al calcio femminile uscendo dalla Lega Nazionale Dilettanti. Ciò permetterebbe di gestire tutto il movimento dal vertice alla base attraverso una filiera unica. Le componenti tecniche chiedono con forza alla Federazione Italiana Giuoco

21 maggio Le frasi omofobe pronunciate e messe a verbale dal Presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, producono pesanti conseguenze per l’interessato: dopo aver rinunciato a dimettersi, asserendo di non aver mai pronunciato quelle parole (nonostante numerosi testimoni), il Presidente della LND viene sfiduciato dall’intero Consiglio di Lega. L’avventura di Belloli al timone della lega dilettantistica italiana si conclude così dopo appena 6 mesi. Al Vicepresidente vicario Antonio Cosentino il compito di traghettare la Lega a nuove elezioni. 23 maggio La finale di Coppa Italia viene giocata regolarmente ad Abano Terme. Al termine della gara, vinta dal Brescia, sono le ragaz41


femminile

di Pino Lazzaro

Attaccante della Nazionale

Melania Gabbiadini: “Esperienza che ci ha unito” “Sicuramente è stata una situazione la sua parte pesante, però tanto importante. Tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo fatto per ottenere dignità e rispetto. Tanti anni che si parla, tanti anni che speriamo che qualcosa finalmente cambi e quel che sinora avevamo avuto, dai e dai, sono sempre state solamente parole. Abbiamo voluto dimostrare che valiamo, che la pretendiamo adesso dell’attenzione concreta verso noi. È stato insomma un passaggio forte, speriamo che dall’altra parte ci sia la volontà e lo stimolo per continuare a fare”. È stata dura? “Beh, facile certo non è stato, soprattutto perché dall’altra parte non c’era un chiaro riscontro, la stessa voglia di fare qualcosa. Ci sono stati magari anche dei contrasti tra di noi, c’è chi diceva che non era un momento adatto, ma poi c’è stata proprio una forza di tutte le ragazze unite perché abbiamo creduto e sentito che fosse ar-

rivato il momento giusto. Lo abbiamo fatto per ottenere dei diritti e guarda che le cose sono andate in un certo modo solo nei minuti finali, proprio all’ultimo. Sì, come detto difficoltà ce ne sono state, ma abbiamo intanto ottenuto quel che volevamo, stavolta abbiamo visto che siamo riuscite ad andare al di là delle parole e delle solite promesse”. Imparato qualcosa? “Io penso che questa sia stata un’esperienza che ci ha unito. Qualcosa di forte, che prima non avevamo mai avuto ed è per questo che prima non eravamo mai riuscite a fare una cosa così. E credo sia proprio questa una delle cose belle e positive di questa esperienza: questa unione, così particolare, un qualcosa che sento non finirà qui. Sì, un giusto mix tra esperienza e giovinezza, diciamo così. Chiaro che all’inizio siamo state noi “vecchie” a spingere, noi che quel certo tipo di realtà

per la crescita della disciplina e illustrate tutte le richieste di maggior coordinamento avanzate dalle rappresentanti delle calciatrici e delle allenatrici, si è deciso di aprire un percorso condiviso che porti all’individuazione dell’organismo di indirizzo per le future strategie di sviluppo del settore, dal vertice alla base”. ze del Tavagnacco a premiare le avversarie e non Cosentino come previsto. Intanto il Presidente federale Carlo Tavecchio riceve delegazioni delle calciatrici, delle allenatrici e degli allenatori guidate da Damiano Tommasi e Renzo Ulivieri alla presenza del direttore generale Michele Uva e della coordinatrice della commissione Figc per lo sviluppo del calcio femminile Rosella Sensi. Al termine dell’incontro si stabilisce che “preso atto della sfiducia politica del Consiglio direttivo della Lega Nazionale Dilettanti a Felice Belloli, presentato nel dettaglio il progetto avviato dalla Figc 42

5 giugno A Coverciano riunione con le calciatrici in rappresentanza della Nazionale, delle squadre di Serie A, B e di quelle regionali. È l’occasione per un aggiornamento sugli incontri tenuti con gli organi istituzionali a seguito delle dimissioni di Belloli e successivamente alla finale di Coppa Italia. Viene illustrato il progetto presentato dalle componenti tecniche in FIGC, che prevede la costituzione di un organismo federale, dotato di risorse economiche autonome, che gestisca tutto il settore dal vertice alla base. Al termine dell’in-

l’abbiamo vissuta e rivissuta, ma le giovani sono però consapevoli che il futuro è il loro, è il calcio di domani che si può intravedere e dunque eravamo proprio assieme”. E adesso? “Penso e spero proprio che il tutto sia servito perché si cominci per davvero a fare finalmente qualcosa di concreto. Sappiamo bene che ci vorrà del tempo, che non è mai facile cambiare, ma piano piano alcuni tasselli si cominciano a mettere affinché anche in Italia si possa creare un movimento importante per il calcio giocato dalle donne. Che ci sia insomma un collegamento concreto e continuo tra i problemi che ci sono e le cose da migliorare e intanto è stata una esperienza in cui ci siamo accorte che possiamo avere della forza. La speranza è che adesso dall’altra parte abbiano inteso che bisogna fare, che deve esserci per forza una volontà di fare”.

contro le calciatrici riaffermano la necessità di un profondo cambiamento nella struttura di governo del calcio femminile e ribadiscono la ferma volontà di mettere eventualmente in atto future forme di protesta, qualora detto cambiamento non dovesse avvenire.

31 agosto A Milano Expo si svolge il Consiglio Federale al termine del quale il Presidente Tommasi dichiara: “Riguardo al calcio femminile è stato nominato all’interno


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Hanno scritto Non ha fatto in tempo ad arrivare il mo-

nito sindacale della Camusso a favore delle calciatrici in sciopero nella prima giornata del loro massimo campionato contro la mancanza di rispetto e le promesse non mantenute verso l’altra metà del cielo/campo dalla Federazione, sciopero sottoscritto dall’AIC di Tommasi, che lo sciopero medesimo era già rientrato. Pare che il solo indirlo abbia svegliato la controparte. Anche il calcio femminile è un parametro valido per misurare i rapporti di forza in questo come negli altri campi. Se si pensa alla situazione embrionale italiana, dove il pallone la fa da sempre (almeno dal secondo dopoguerra) da padrone, confrontata con il grande sviluppo del soccer al femminile negli Usa, campioni del mondo, si ha il solito quadro della situazione. E negli Usa

del Consiglio Federale un Comitato Esecutivo ristretto che si occupi del movimento. È questo un passo verso quello che dovrà essere un vero cambiamento nell’approccio federale al movimento. La vicenda Belloli ha acceso i riflettori e sono molte le aspettative da parte di tutte le ragazze. Nei prossimi giorni ci sarà modo di valutare la reale concretezza di questo ulteriore organismo e prima dell’inizio dei campionati dovremo essere in grado di dimostrare con i fatti che le cose sono effettivamente cambiate”.

17 settembre Tommasi e Katia Serra fanno visita alle ragazze della Nazionale Femminile a La Spezia. L’AIC e le atlete si confrontano sui cambiamenti in atto e sulla condivisione di scelte e programmi di cui c’è bisogno per dare una vera svolta. L’estate conclusa non comunque ha placato il senso di frustrazione ed amarezza della vicenda Bel-

loli e delle proteste per la finale di Coppa Italia, per questo è arrivato il momento di essere concreti.

21 settembre Nuova protesta delle calciatrici in occasione della gara di Supercoppa tra Agsm Verona e il Brescia: inizialmente fissata a Mantova, la gara viene spostata a Bellaria Igea Marina, sede decisamente lontana per le tifoserie di entrambe le squadre, e le ragazze fanno sapere di non essere disposte a scendere in campo. L’AIC rie-

non è certo disciplina regina, in un Paese comunque assai più sportivo. Oliviero Beha (Il Fatto Quotidiano) Qualcosa, nel mondo delle ragazze in parastinchi, nel frattempo è cambiato. Scollinato con imbarazzo il caso Belloli, il presidente Tavecchio ha ratificato la road map rosa in zona Cesarini, per evitare serrate: obbligo di istituire una sezione di calcio femminile all’interno di ogni club di A e B (si parte con il tesseramento di almeno 20 Under 12: l’obiettivo, utopistico, è avere 258 squadre femminili a regime, incluse Lega Pro e serie D), nascita delle nazionali U16 e U23, stanziamento di un fondo di garanzia, apertura agli accordi pluriennali. La strada verso il professionismo è piena di tornanti ma rispetto al Medioevo in cui giaceva questo calcio ancora zeppo di stereotipi, pare la rivoluzione. Gaia Piccardi (Corriere della Sera)

sce ad ottenere che la partita si svolga in una zona vicina alle due città, per godere di un seguito maggiore da parte di tifosi ed appassionati e per non costringere i club all’organizzazione di una trasferta economicamente più impegnativa. La partita viene quindi dirottata a Castiglione dello Stiviere. Nel frattempo aumenta il malcontento da parte di tutto il movimento (nessuna convocazione ufficiale del Comitato Esecutivo). Si respira un forte desiderio di seguire la linea della protesta collettiva, arrivando a bloccare le partite qualora i problemi che attanagliano questo movimento non dovessero essere risolti: vincolo sportivo, accordi economici pluriennali, fondo di garanzia. L’AIC, con una nota ufficiale, si schiera al fianco delle ragazze: “La finale di Coppa Italia è stata giocata il 23 maggio scorso. Ora, a distanza di quattro mesi, ci apprestiamo a seguire la Supercoppa del 26 settembre con gli stessi presupposti: carenza orga43


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di Katia Serra

Il coraggio delle donne

17 ottobre 2015, una data storica 17 ottobre 2015: una data che troveremo sui libri della storia del calcio femminile… realmente sarà mai scritta? Ci saranno giornalisti e studiosi interessati a farlo? Ad approfondire difficoltà e potenzialità del calcio praticato dalle ragazze? Mah, solo il tempo darà questa risposta… Soprattutto, la politica federale costruirà il futuro del gioco del calcio in rosa o continuerà ancora ad utilizzarlo secondo le convenienze? A gestirlo per interessi finalizzati anziché passarlo di mano a chi lo conosce, lo apprezza e avrebbe pure capacità per valorizzarlo? Di sicuro chi lo pratica e lo conosce da moltissimi anni ha percepito che si è trattato di un momento cruciale, di una fase da cogliere per continuare a credere che “nothing is impossible” anche se tutto diventa maledettamente complicato quando lo si accosta all’Italia. Quella mentalità che antepone sempre gli interessi di pochi all’esigenza di tanti, quelle riflessioni

nizzativa e di attenzione per un trofeo che vedrà in campo 13 azzurre tra Brescia e Verona. Assieme a ciò crediamo sia doveroso una programmazione federale seria e condivisa per lo sviluppo di questo sport ormai stanco di essere considerato una “ruota di scorta” rispetto al resto d’Europa”.

26 settembre Si gioca la finale di Supercoppa (per la cronaca terminata con la vittoria del Brescia per 3-2 ai calci di rigore) e le squadre entrano in campo sostenendo uno striscione con la scritta “Ci sono punti da 44

incapaci di avere una lungimiranza, la preoccupazione di uscire da un sistema che non funziona ma almeno ci sto dentro… l’incapacità di avere una visione strategica e programmatica in grado di sviluppare numeri giovanili che crescono nonostante tutto, il timore di togliere spazio allo sport nazionale, il calcio maschile, perché lì si guadagna, non s’investe per soddisfare una domanda che cresce e reclama spazi… Insomma, l’impressione è che ancora una volta, senza il coraggio, l’amore di donne che amano i propri figli (il calcio in questo caso) più di ogni altra cosa, la complicità delle poche persone che vivono per regalare opportunità disinteressate, poco o nulla cambierà così velocemente per diventare competitivi con il resto del mondo. L’amarezza più grande la conferma che nemmeno fare “copia e incolla” di norme già esistenti, per estenderle alle calciatrici, sia operazione scontata.

In un quadro pessimistico ci sono certezze però che spingono a continuare a crederci, quelle che arrivano da chi gioca tutti i giorni. Le stesse calciatrici che hanno intrapreso un cammino di ricerca dei propri diritti, che oggi hanno la consapevolezza di essere una categoria che, per quanto eterogenea, ha degli obiettivi comuni da perseguire. Che fanno rete con costanza, convinte di aver intrapreso  la strada giusta, che tutto l’impegno profuso sarà il lascito di questa generazione a quelle successive, le stesse che l’hanno imparato da chi le ha precedute. Il coraggio delle donne italiane, sempre più impegnate nelle lotte per la parità di genere, in un passato in cui la “bicicletta” è stata l’emblema di libertà, competitività e voglia di uscire  da una mentalità ristretta per insignire al “pallone” il significato di emancipazione, uguaglianza di ruoli e riconoscimenti, opportunità lavorative.

conquistare che valgono più di quelli in classifica”. Uno striscione che sottolinea la determinazione a raggiungere gli obiettivi prefissati (vincolo sportivo, possibilità di stipulare accordi pluriennali e fondo di garanzia). Striscione che costa caro alle 22 atlete scese in campo: vengono tutte ammonite dal Giudice Sportivo (e sanzionate con ammenda di 50 euro) formalmente perché “l’iniziativa è andata in scena senza che ne fosse stata chiesta la preventiva autorizzazione né che la stessa fosse stata concessa dagli organi di competenza”. L’ammonizione verrà cancellata qualche giorno dopo.

della volontà non solo nella promozione del movimento ma anche nella gestione e nell’organizzazione dell’intero settore e dell’imminente campionato. Il giorno seguente il Comitato Esecutivo decide, senza però formalizzarlo nel verbale finale, lo stanziamento di 500mila euro, di cui 50mila euro destinati alla creazione di un fondo di solidarietà per le calciatrici e 180mila destinati alle società che versano in grave difficoltà economica. Rimanda la ratifica alla riunione del competente Comitato di presidenza del 22 ottobre successivo. Mentre la possibilità di estendere al calcio femminile la stipula di accordi economici pluriennali, valutate tutte le condizioni normative, viene rimandata alla riunione dello stesso Esecutivo fissata per il 27 ottobre.

5 ottobre All’Expo di Milano, al termine del Consiglio Direttivo, Tommasi incontra le ragazze della Serie A in attesa del Comitato Esecutivo finalmente convocato per il giorno successivo a Roma. Da tale riunione ci si aspetta una seria manifestazione

15 ottobre L’AIC annuncia che, stante il mancato riscontro scritto a quanto richiesto e con-


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Hanno detto “La minaccia di sciopero è poco comprensibile. L’attenzione verso il calcio femminile nel nostro Paese non è mai stata così alta, e non dobbiamo disperdere questo patrimonio. Stiamo lavorando nella direzione giusta e continueremo a farlo realizzando cose concrete che fino a qualche tempo fa sembravano solo utopia. La situazione non è stata mai sotto un aspetto di non soluzione” Carlo Tavecchio (Presidente FIGC) “Se non ci sono problemi irrisolvibili vuol dire che ci sono problemi e sono da risolvere. Da tempo abbiamo il malcontento delle ragazze, sicuramente le squadre sono compatte e hanno detto che non scenderanno in campo” Damiano Tommasi (Presidente AIC) “Due punti su tre, da noi richiesti, sono stati soddisfatti e saranno ratificati il 22 e 27 prossimi, come si legge nelle dichiarazioni della Federazione. A questo punto ritengo più che mai un errore lo

cordato nel corso della riunione del Comitato Esecutivo del 6 ottobre, le calciatrici delle squadre di Serie A hanno manifestato la volontà di non disputare la 1ª giornata di campionato prevista per sabato 17 e domenica 18 ottobre, astenendosi dallo svolgimento della loro attività sportiva. Dopo anni di parole e promesse mancate, il Calcio femminile in Italia è arrivato davvero al suo punto di svolta: o acquisisce nelle politiche federali pari dignità rispetto al calcio maschile e investimenti concreti come in altre nazioni europee, o

sciopero. Mediaticamente un autogol. E confido nella revoca come un gesto di responsabilità” Patrizia Panico (Fiorentina) “Le proposte emerse nell’Esecutivo? Sono solo proposte fino adesso se n’è solo parlato, noi vogliamo qualcosa di scritto e di concreto. Noi tutte manteniamo questa linea, crediamo sia giusto così adesso. Non abbiamo nessun tipo di problema ad affrontare questo sciopero. Non abbiamo avuto nessun riscontro. Non abbiamo chiesto il mondo, non c’è stata volontà da parte loro e sapevano che c’era in aria lo sciopero” Melania Gabbiadini (Agsm Verona)

“Dispiace essere arrivati a una prova di forza, ma finora sono state fatte solo promesse senza aver ottenuto nessun risultato concreto. Tutto il movimento femminile chiede risposte, ormai il vaso è colmo” Morgan De Sanctis (Roma) “Le calciatrici protestano contro la Federazione, ma i danni maggiori, dal punto di vista economico e tecnico, sono per le società. Questi non sono problemi che hanno a che fare con i club: le calciatrici, per protestare, avrebbero potuto non presentarsi in Nazionale, non agire in questo modo” Claudio Salviti (Team manager Mozzanica)

“Non è il momento giusto, soprattutto quando si deve iniziare un campionato che già ritarda. E poi bisogna anche un po’ dividere la questione: la Federazione sta lavorando, investendo e credendo molto nel calcio femminile” Antonio Cabrini (CT Nazionale femminile)

“Alle calciatrici, come a tutte le lavoratrici e i lavoratori che hanno rivendicazioni sulle loro condizioni, vanno date risposte. A loro in sciopero esprimo la mia solidarietà personale e quella di tutta la Cgil” Susanna Camusso (Segretario generale CGIL)

si continuerà a parlare per i prossimi anni di un movimento che solo nel nostro paese rischia di rimanere indietro e di non avere quello sviluppo e quella crescita che merita. In poche parole, si tratterà dell’ennesima occasione sprecata. Per questo l’AIC sostiene la protesta delle calciatrici di Serie A che hanno deciso di non scendere in campo sabato 17 e domenica 18 ottobre per conquistare quei “Punti” non più rinviabili: garantire al movimento nel suo complesso nuove certezze programmatiche che ne favoriscano lo sviluppo e la promozione nel nostro paese e ottenere per tutte le ragazze la necessaria tutela nello svolgimento della loro attività.

lettanti si specifica che “dopo gli incontri dei giorni scorsi e in seguito agli ulteriori approfondimenti verbali e scritti effettuati nelle ultime ore sui temi riguardanti il calcio femminile, hanno reciprocamente preso atto della disponibilità confermata dal Presidente FIGC di portare all’attenzione degli organi federali competenti le tematiche poste dall’AIC, perché sin dalla riunione del 22 ottobre vengano approvate le soluzioni concordate anche in tema di accordi pluriennali e di contribuzione straordinaria. Alla luce di quanto sopra, di concerto con la FIGC, l’AIC ha ritenuto di revocare l’iniziativa di sospensione dall’attività per questo fine settimana e, pertanto, le componenti interessate hanno convenuto che verranno regolarmente disputate le gare del Campionato di Serie A di Calcio Femminile, eccezion fatta per quelle che, per ragioni meramente organizzative, andranno differite a lunedì 19 ottobre”.

17 ottobre A poche ore dalla manifestazione di protesta, viene trovato un accordo che sblocca, di fatto, la situazione. Con una nota diffusa congiuntamente da AIC e Lega Di-

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segreteria

di Diego Murari

Uno per tutti tutti per Unico1

Un ambasciatore speciale… Una traversa, due pali di legno e quattro linee bianche di gesso a far da cornice ad un sogno. Mille pensieri lontani e una lacrima che non smette di sporcarmi la maglia. È intenso ciò che senti quando il fiato si ferma davanti al dischetto, eppure tu sai che tutto cambierà, aldilà di dove finirà la palla. Alzi la testa anche se sei seduto in panchina e attendi con ansia quel tiro: tre passi di rincorsa e via verso una nuova emozione. Il portiere si tuffa, sfiora la palla che va in r e t e… ecco che tutto è cambiato in un solo attimo, con l’abbraccio dei compagni che ti soffoca di gioia, mentre dentro di te lo dedichi a chi soltanto tu sai amare. Guardi le maglie diverse dalle tue e vedi che nello stesso attimo tutto è cambiato anche nell’altra metà del campo… sconforto, tristezza, rassegnazione. Tu hai vinto, loro non hanno vinto. Questo è il meraviglioso mondo del calcio, perché chi non ha vinto sa bene che se si allena di più può diventare più forte, basta un attimo e tutto cambia. Io mi alleno ogni giorno a parare i rigori, mi alleno per diventare più forte, mi alleno perché cerco un attimo che mi possa cambiare tutto. Le terapie che grazie al vostro coraggio io affronto come fossi un capitano, mi fanno sempre temere di non avere vinto, eppure ogni campionato ha una fine, uno scudetto, un piazzamento. Io mi siedo spesso su quel lettino che sembra una panchina, dove non mi lasciano mettere gli scarpini ma io sento di averli addosso e guardo il prato dove senza una linea io m’invento due pali di legno e una traversa e rimango lì per ore a fissare quelle immagini che partita dopo partita mi gioco insieme a voi. La bandierina del calcio d’angolo che sventola mentre nessuno si ferma a guardarla, tutti così presi dal rincorrere una palla che tutto sommato è soltanto qualcosa che ro46

tola. No, non è così, chi ama il calcio e chi sa rispettare l’avversario e le regole, sa bene che non è così. Il sudore ti fa capire il valore di ogni maglia, il sapore di ogni sconfitta che a volte vale di più di una vittoria. Se giochi con la palla tra i piedi puoi capire che sei fatto per andare lontano, qualsiasi sia il risultato tu darai sempre tutto e sarai pronto per entrare in una squadra. La vita ti fa sentire che non puoi mollare in ogni momento, il tuo sogno è sempre là in fondo e non devi fare altro che indossare la maglia e salire le scale dello spogliatoio. Quando io entro in campo non trovo gli applausi né tantomeno gli striscioni appesi al cielo. Ma è qui che voi mi avete insegnato che per fare la differenza bisogna crederci fino all’ultimo minuto… il mio arbitro vestito di bianco non ha i cartellini ma a volte si asciuga gli occhi perché sa che lui fa parte della partita, la partita più grande, la partita della vita. Mi piego in avanti mentre una terapia mi fa compagnia. Il centrocampo lo vedo lontano e il mister segna con le mani un quattro-quattro-due… forza ragazzi, i ritiri stanno finendo e tutti gli stadi si riempiranno di colori incancellabili per sempre. Sta a voi portare i bambini ad applaudire i vostri gol, ogni domenica vi guardano, vi ascoltano, vi osservano mentre vi stringete le mani e vi vestite con le maglie uguali anche se la pelle è diversa. Che spettacolo fermarsi davanti a queste immagini che rimarranno per sempre nel cuore di chi sarà un calciatore anche aldilà di un campo disegnato a rettangolo. Ed è per questo che non c’è cosa più bella dello sport per imparare ad essere forti, leali e uomini veri. Ogni gol che vedo alla domenica sera mi emoziona come se fosse la prima volta, forse sarà perché qualcuno diceva che la mia vita era finita e da allora ho messo i guanti e vi ho ascoltato giorno dopo giorno. Che me ne importa adesso di quelle terapie che mi fanno stare male, che me ne importa se ancora le stampelle sono le mie compagne, che me ne importa se il mio arbitro vestito di bianco dice che forse non mi tufferò mai più su un prato colorato di verde. Io sto già vincendo: ogni mattino è una vittoria, non c’è sera che io chiuda gli occhi senza sentire quanto mi manca

la palla tra le mani. La sfioro, la accarezzo, la sogno in mezzo a voi con tutte le mie ultime forze. Vedo Agazzi in volo, Buffon in uscita, Sorrentino al rinvio, De Sanctis che grida… Totti, Pellissier, Gilardino, Montolivo, Destro, Toni, Gabbiadini, Pazzini… maglie dipinte in modo diverso ma tutte con lo stesso sapore inconfondibile della vita. E allora non temo più nulla se incrocio il vostro sorriso. Non so se scatterò mai, né se riuscirò a palleggiare senza soffrire, ma una cosa è certa: il dolore a volte ti rende consapevole della tua grandezza e tu devi trasmettere il coraggio a chi sta perdendo la sua partita. Voi mi siete accanto e io vi sento come un mister sente i suoi meravigliosi ragazzi; puoi correre, scattare, tirare verso la porta, ma se non sai soffrire e rispettare… forse il gol non arriverà mai. Ragazzi, io ce la metto tutta come voi e come voi spero che un giorno un Dio, qualsiasi esso sia, mi dia la possibilità di trovarmi davanti a una traversa, due pali di legno e da lì ricominciare a sognare la vita perché io lo so che in un solo attimo tutto può cambiare. Apro gli occhi e mi ritrovo seduto sul lettino che sembra una panchina, il secchio d’acqua con la spugna non c’è ma c’è lì accanto un segnalinee vestito di bianco che mi stringe la mano e mi dice che anche stavolta abbiamo vinto… l’arbitro si avvicina e mi asciuga il sudore, la terapia è finita, ma adesso comincia un’altra partita. Prendo le stampelle mentre la mamma si avvicina a me, non c’è il pubblico ad applaudirmi ma scorgo le scale che mi faranno uscire verso il rumore della vita. C’è il sole là fuori, il vento mi tocca il viso e mentre mi asciugo una lacrima, penso a voi meravigliosi campioni… mi siete vicini sempre e mi prendete la mano anche quando la sconfitta sembra infinita, siete l’esempio dove ogni sguardo si perde fino a trovare il sogno più lontano. Grazie a voi, persone piccole come me ci credono ancora e credono ancora che dentro alla borsa prima o poi arriverà il giorno che ci saranno pure gli scarpini con i tacchetti. Ciao ragazzi, grazie della partita… Mi è venuta così, non so. So che non sto bene, non sono in forma ma ricordo benissimo di quando sputavo sui guanti e non avevo paura di niente…


servizi A Vicenza la seconda sessione della quinta edizione

AIC – Ancora In Carriera – Manager Nella storica sede dell’Associazione Italiana Calciatori a Vicenza si è svolta il 12 ottobre scorso un’intensa giornata di lezione, approfondimento e confronto per i corsisti della quinta edizione di “AIC – Ancora In Carriera – MANAGER”, percorso formativo ideato dall’Associazione Italiana Calciatori e sviluppato da AIC Onlus, nato con l’obiettivo di preparare i partecipanti ad un post carriera oltre lo sport praticato, fornendo loro le coordinate per valutare le proprie opportunità e per trovare gli spunti adeguati al fine di intraprendere una precisa direzione nel mondo del lavoro. I lavori, aperti dal Presidente di AIC Onlus Diego Bonavina, sono iniziati con la testimonianza di Fabio Santoro, Direttore Marketing e Diritti Audiovisivi della Lega Serie A, che ha parlato del calcio come valore sociale ed economico, con uno

sguardo sulla prospettiva europea. A seguire, il giornalista Filippo Grassia è intervenuto sul tema della telecronaca sportiva e Marco Ferrari, imprenditore e CEO di Next 2014, ha discusso in merito al fenomeno start up come strumento per portare le idee al successo. Ha concluso la giornata l’intervento di Roberto Ghiretti, Presidente di Studio Ghiretti & Associati, che ha parlato delle competenze di uno sportivo come veicolo di relazioni e nuove opportunità nell’ambiente sport. L’attività di “AIC – Ancora In Carriera – MANAGER” è giunta così a termine, dopo la

prima sessione di quattro giorni che ha avuto luogo a giugno, a Coverciano (FI), al Centro Tecnico Federale.

Noleggio auto a lungo termine

Nuova convenzione AIC/Automotive Service Group riscattare l’autovettura a fine contratto; è, inoltre, prevista l’opportunità di permutare la propria autovettura.

L’Associazione Italiana Calciatori ha sottoscritto con Automotive Service Group, partner di ALD Automotive, una nuova convenzione per il noleggio auto a lungo termine. ASG Automotive Service Group svolge attività di mediazione e consulenza nel settore del noleggio a lungo termine di autoveicoli, motoveicoli e veicoli commerciali in partnership con ALD Automotive, gruppo leader mondiale. Il noleggio auto a lungo termine garantisce la gestione del veicolo (assicurazione, manutenzione, tassa di circolazione ecc.) ad un predeterminato canone per tutta la durata della locazione, con la possibilità di

La soluzione del noleggio a lungo termine, nello specifico, consente: • un canone “all inclusive”: nel contratto sono incluse tutte le coperture assicurative e tutti i servizi di manutenzione, compresa la sostituzione dei pneumatici; • ricevere la quotazione della Vostra auto usata secondo i parametri di “Quattroruote”; • nessun immobilizzo di capitale da destinare all’acquisto; • la possibilità di poter riscattare l’auto a fine contratto a condizioni esclusive; • nessun rischio di dover sostenere spese non programmate, facilitando la pianificazione dei costi legati alla gestione del veicolo; La convenzione è dedicata a tutti gli Associati AIC e ai loro familiari.

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Io e il calcio l’intervista

di Pino Lazzaro

Mirco Scarantino, sollevatore

“Da piccolo, come quasi tutti credo, ho iniziato col calcio, ogni giorno, dalla mattina alla sera. Andavo poi alla scuola calcio lì a Caltanissetta, la mia città e sono andato avanti sino ai 12 anni, ero anche abbastanza bravo, mancino di piede ma me la cavavo anche col destro, buona visione di gioco, centrocampista, lì davanti la difesa. Sono pure andato a fare dei provini con la Lazio e la Roma e la società era il Real Nissa, credo ci sia ancora. Per andare agli allenamenti erano 5’ di macchina ed erano i miei a portarmi, chi mi portava e chi mi veniva a prendere”. “L’incontro col sollevamento pesi è avvenuto per forza visto che mio padre ne ha fatte tre di Olimpiadi in questa disciplina: a Seul ’88, Barcellona ’92 e Atlanta ’96; ai suoi tempi era al top come atleta. Comunque sia lui mi ha lasciato decidere anche se ha fatto in modo di “attirarmi” in palestra proprio con la scusa del calcio, che un po’ di forza in più non mi avrebbe fatto male, avrei potuto essere più esplosivo. Avevo 14 anni quando mi disse che c’era una “garetta” a livello nazionale, se mi sarebbe piaciuto parteciparvi. Ci andai, era a Napoli, il campionato italiano esordienti: vinsi così al primo colpo, battendo pure un record italiano che durava da vent’anni. Lì mi sono gasato e mi ci sono dedicato di più, ero andato avanti per un po’ a fare entrambi, calcio e sollevamento: poi ho deciso per i pesi. Sì, contava il fatto che vincevo ma mi interessava pure che dipendeva solo da me, uno sport individuale in cui sei tu che dai il 100% e quel che ottieni è merito tuo, nel calcio ti puoi anche coprire mentre col bilanciere sei solo tu”. “Caltanissetta ha una tradizione con la pesistica, ce ne sono stati ben sei di atleti che sono andati alle Olimpiadi, eppure mi ricordo che eravamo in pochissimi, non era come col calcio. All’inizio il mio era un lavoro soprattutto propriocettivo, curando le articolazioni e per fortuna il mio è un fisico sciolto, 48

direi predisposto. Sono bassino e avendo gli arti corti è più facile far leva e tirar su pesi. Dopo quella gara di Napoli, subito sono stato contattato dalla Federazione, che mi ha proposto un primo ritiro, ricordo che era a Lignano Sabbiadoro. Mi sentivo come tre metri sopra il cielo, avevo 15 anni, subito ho accettato: mia madre a storcere il naso, mica troppo convinta, diverso per mio padre, lui sapeva quel che sarei andato a fare. Da lì è cominciata insomma la salita, le cose andavano sempre meglio. Al primo Europeo mi sono classificato sesto e l’anno dopo l’obiettivo – assieme a mio padre – è stato quello di provare a vincere nella categoria 50 kg il che ha voluto pur dire star dietro per un anno a una dieta. Obiettivo raggiunto: primo titolo di campione europeo nel 2011. Poi l’argento ai Mondiali, sino a conquistarmi il posto per le Olimpiadi di Londra 2012, il più giovane della spedizione azzurra. Esperienza che mi è servita, se riuscirò a qualificarmi per Rio 2016, di certo ci andrò con un’altra di testa”. “Da noi non è come il calcio, non è che ci sia una gara ogni settimana. No, per prepararsi ad una competizione servono minimo due-tre mesi di preparazione e quanto più si è lontani dalla gara, tanto più l’allenamento è duro, se ne fa proprio parecchio di volume, tanto che arrivo a farne 13 di allenamenti la settimana, alcuni giorni anche tre in un giorno. Molto lavoro dunque ed è la settimana prima che c’è più scarico, con meno ripetute ma più intensità. Sì, sono uno cosiddetto “serio”, anche il mio allenatore mi dice spesso che qualcosina la dovrei mollare. Invece, pure nei giorni di riposo o quando sono magari in vacanz a

con la mia ragazza, sempre cerco una palestra per continuare a fare qualcosa, è uno sport il nostro che basta ti fermi un poco e la senti subito la differenza”. “Il primo obiettivo che adesso ho davanti è quello di qualificarmi per le Olimpiadi. Della mia categoria ne vengono ammessi 15 e nella graduatoria per adesso sono tra i primi dieci e dunque sarei dentro. Però non si sa mai e sono il prossimo Mondiale a Houston e l’Europeo in Norvegia, le gare in cui dovrò cercare di almeno mantenere le posizioni o magari guadagnare qualche posto. Nel sollevamento pesi c’ero solo io a Londra, a livello maschile siamo ancora un po’ indietro, la Federazione sta lavorando più in prospettiva di Tokio 2020. Tra le donne invece siamo più competitivi e qui posso ricordare la mia paesana, Genny Pagliaro, sì, pure lei di Caltanissetta, che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino 2008”. “Sì, sono così andato via da casa che avevo 15 anni: due anni in Friuli e dal 2012 sono a Roma, all’Acqua Acetosa. Beh, proprio facile andar via non è stato, come detto specie mia madre non era contenta, ma dato che mio padre è coordinatore della squadra femminile, ecco che ci si vede abbastanza spesso. È vero, mi manca la compagnia, gli amici che ho in Sicilia ma le scelte bisogna farle, ho in testa di crearmi un futuro e sono fiero di quel che sto facendo. Per prima cosa c’è la passione che mi spinge ed era un sogno che avevo fin da bambino quello di allenarmi, di fare l’atleta, anche se il tutto ora come ora richiede molto impegno, sia fisico che mentale. Comunque il far parte della Polizia di Stato è un qualcosa che mi dà tranquillità, che mi permette di avere una marcia in più”. “In allenamento è diverso, lì puoi sbagliare, non ci sono problemi. In gara no, ne hai tre di prove e prima le sentivo proprio tanto le gare, ora va meglio, anche grazie al lavoro che porto avanti col mental coach. Le gare comunque le sento sempre tanto, specie quando lo speaker chiama il mio nome per salire in pedana, l’adrenalina è bella forte: allora mi schiaf-


l’intervista

“Non sei il primo che mi fa questa domanda, sullo spazio che viene dedicato al calcio e quello che viene dato a noi o ad altri sport minori. Che vuoi, un po’ mi rompe. Chiaro che non c’è paragone tra il calcio e il sollevamento pesi, però non sarebbe male che si potesse parlare un po’ di più anche di altre discipline, magari di quelli che sono davvero riusciti ad arrivare a un livello molto alto. Con me per esempio si allena Carlo Molfetta, lui a Londra le ha proprio vinte le Olimpiadi, eppure … Sì, un po’ di rabbia c’è, poco da fare”.

La scheda Mirco Scarantino è nato a San Cataldo (CL) nel febbraio del 1995. Cosiddetto “figlio d’arte” (il padre Giovanni, sempre nel sollevamento pesi, ha preso parte tra l’altro a ben tre Olimpiadi), grande speranza azzurra della disciplina, pur giovanissimo ha già un palmares particolarmente ricco, con ben 13 titoli italiani e 5 europei: tre come campione europeo juniores (2013-2014-2015) e due come campione europeo under 17 (2011-2012). Appartenente al G. S. delle Fiamme Oro (Polizia di Stato), ha partecipato ai Giochi Olimpici di Londra 2012 (si è piazzato 14° ed era il più giovane di tutta la spedizione azzurra) e per la sua categoria (56 kg) detiene 10 record italiani, di cui tre assoluti: strappo (120 kg) – slancio (150 kg) – totale (270 kg).

feggio, ci metto tanta cattiveria e grinta, grido pure molto. Tra lo slancio e lo strappo, preferisco più lo strappo, forse perché è un esercizio più difficile e io sono uno a cui piacciono le cose difficili. I miei record sono 120 kg con lo strappo e 150 kg con lo slancio e per quella che è la mia categoria, i 56 kg, è un livello abbastanza alto”. “Il sogno che ho nel cassetto è quello di riuscire a battere mio padre. Lui di Olimpiadi ne ha fatte tre e la sua miglior prestazione è il sesto posto di Seul, nella mia stessa categoria, andando proprio vicino alla medaglia quella volta. A me così basterebbe farne anche “solo” due di Olimpiadi ma arrivare a medaglia… però intanto come record già l’ho battuto”.

“Faccio il tifo per l’Inter e non ti dico ogni volta le discussioni, specie col mio fisioterapista, lui è di Roma, sfegatato romanista. Ogni tanto ci vado all’Olimpico a vedere le partite ma devo dire che lo seguo meno il calcio di prima, un po’ mi è calata la voglia con tutto quello che succede. Ora seguo soprattutto la Nazionale e ci gioco qualche volta, ogni tanto abbiamo un po’ di tempo libero, ma ci devo stare sempre attento perché per me può essere pericoloso: farsi una distorsione o un qualcosa a un polso può voler dire tanto”.

“Quello del peso è in effetti un problema e così, quando si avvicina una gara, devo mettermi a dieta, pranzando con carboidrati che mi aiutano per gli allenamenti e proteine la sera. Poi, negli ultimi due giorni, se serve ricorro pure a una sauna, è diventata un’abitudine ormai. Rispetto ai ragazzi della mia età, un po’ privilegiato in effetti mi sento, anche perché mi rendo conto d’essere un po’ un punto di riferimento. Lì a Caltanissetta siamo sui 60.000 abitanti: mi conoscono un po’ tutti”. 49


internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Con Training Ground sui campi di tutta Europa Un campo di allenamento virtuale per consentire di apprendere dai campioni come affinare la tecnica. È l’idea principale che ha portato allo sviluppo di Training Ground, una delle più interessanti sezioni del sito Uefa (it.uefa.com/trainingground). È un sito, completamente in italiano, che offre video tutorial su diversi argomenti: calcio di base, tecnica, medicina, antidoping, notizie, calcio femminile e altro ancora. La home page si apre con la presentazione periodica di uno dei grandi giocatori del momento, come Lionel Messi, Zlatan Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo. Troviamo così sul sito dei brevi videodocumentari; Uefa.com infatti si reca nei luoghi d’origine dei campioni, in cui hanno tirato i primi calci al pallone, per farci mostrare i campi e intervistare le persone che hanno visto Leo, Ibra, CR7 da ragazzini, quando già facevano intravedere le loro straordinari qualità e dimostravano la loro sconfinata passione per il calcio. La sezione “calcio di base” è suddivisa in notizie, eventi e approfondimenti.

Quest’ultima parte è di notevole interesse: consiste in focus su squadre vincenti, gruppi di studio, il miglior progetto, le nazioni in ascesa e, non ultimo, gli Uefa Grassroots Day Awards. Da vedere il video sui gruppi di studio, che promuovono il rapporto con le federazioni nella prospettiva di scambiare informazioni, esperienze, competenze. Inoltre consentono di approfondire le problematiche del calcio giovanile, per consentire di studiare ed adottare soluzioni individuate in altri paesi. Su impulso del presidente Michel Platini, il programma dei gruppi di studio ha preso una nuova direzione per il biennio 2015-2017: seminari incentrati 50

su tematiche specifiche come fitness e calcio, licenza Uefa B, introduzione della nuova carta del calcio di base, sviluppo di programmi per le nazionali giovanili femminili. Nella sezione “tecnica” troviamo i video più interessanti nel raggruppamento

leggero si trovano nella sezione “fantasia”. Senz’altro da vedere la sfida “colpisci lo scarpino”, in cui i due funamboli del pallone Woody e Wulfy si confrontano cercando di colpire una calzatura appesa alla traversa di una porta, tirando dal dischetto del rigore. La sezione “medicina” riporta video sul lavoro delle equipe mediche, su particolari tipi di infortuni e la relativa riabilitazione, sulla scienza dello sport nel calcio, sulla forma fisica, sulla gestione degli infortuni gravi, sull’alimentazione e molti altri argomenti di grande interesse. Nella sezione antidoping è presente un solo video, che illustra il programma antidoping Euro. Cliccando su “ulteriori informazioni” si carica la sezione del sito - in inglese - intitolata “Protecting the game” e dedicata alla lotta contro il doping, che contiene numerosi video e documenti. L’Uefa sta lanciando, in questa stagione agonistica, quello che definisce «il programma antidoping più forte che si sia mai visto nel calcio europeo». Una programma, si legge nel sito, che prevede l’introduzione del passaporto biologico steroideo per facilitare l’individuazione dell’uso di steroidi. Inoltre sono state rafforzate le regole riguardanti squadre e calciatori. Si farà anche uso, nei laboratori, della conservazione a lungo termine dei campioni biologici per consentire l’identificazione retrospettiva di sostanze proibite.

intitolato “tecnica dei campioni”. Giocatori di primissimo piano come Ezequiel Lavezzi, Mateo Kovačić, Edin Džeko spiegano come mettono in pratica alcuni dei pezzi forti del loro repertorio tecnico: la conclusione, il dribbling, il colpo di testa. Nella sezione “tecnica classic” troviamo il commento tecnico di azioni di particolare interesse avvenute in gare ufficiali. Imperdibile l’analisi sul campo, da parte di Christian Karembeu, del tiro al volo vincente del suo ex compagno Zinedine Zidane nella finale di Champions League 2002. Troviamo video più disimpegnati nella sezione “sfida ai campioni”, come quelli che documentano la “sfida alla traverClaudio Marchisio @ClaMarchisio8 Tutti noi siamo vicini alla Francia, ai francesi sa”. Una troupe si e a tutte le persone che in questo momento reca su campi di alstanno vivendo momenti drammatici a lenamento di tutta Parigi #PrayForParis Europa, dove i giocatori si cimentano con dieci palloni posizionati sulla linea di demarcazione dell’area di rigore Stephan El Shaarawy @OfficialEl92 e tentano di colpire la Non ci sono davvero parole… Il mio pensiero e il mio cuore sono per tutta la Francia! traversa. Al momento in #PrayForParis cui scriviamo il record è di 3 centri da parte di altrettanti giocatori: Ciprian Marica, Mats Moller Dahli e Arvydas Alessio Cerci @ale_cerci_7 Novikovas. Cose che fanno venire i brividi… preghiaUn’altra sezione con mo per Parigi, preghiamo per il mondo, video di contenuto preghiamo per la pace. #PrayForParis

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di Stefano Fontana

internet

Allenatori in rete

Sito e pagina Fb: Conte a 360 gradi www.antonioconteofficial.it Sito ufficiale completamente rinnovato per Antonio Conte, ex centrocampista protagonista in campo con la Juventus ed oggi allenatore della Nazionale ita-

simo, possono leggerla”. Queste poche parole la dicono lunga sulla mentalità vincente di Antonio Conte. Non solo immagine: questo spazio internet brilla per quantità e qualità dei contenuti. La sezione biografica è divisa tra gli anni da giocatore e quelli da allenatore. Dagli esordi nel calcio a Lecce, città natale, fino ai prestigiosi risultati conseguiti in azione sul rettangolo verde e in veste di mister, questa sezione ci è sembrata molto esaustiva nonché in grado di suscitare emozioni. La media gallery si distingue per la moderna impostazione grafica e l’alto numero di foto e video disponibili. Ampio spazio è dedicato agli scatti liana dopo anni di sucdi Conte in cessi alla guida ancora veste di alleuna volta della Juventus natore degli e di squadre come ArezAzzurri. Non zo, Bari, Atalanta e Siena. mancano Conte ha militato nella interessanti Juventus per ben tredici inter v is te, stagioni, ne divenne cadove Antonio pitano ed autentica bansi distingue per diera. classe sobrietà ed Il nuovo sito del mister azintelligenza. zurro è caratterizzato da un forte impatto La pagina “Uno di noi” è dediemotivo: nell’homepage lo sfondo scuro cata al sostegno in favore della fa risaltare le splendide foto inserite e la Fondazione Don Gnocchi, impefrase ad effetto che accoglie il navigatore: gnata nella promozione di attività “chi vince scrive la storia: gli altri, al masvolte a migliorare le condizioni di vita delle persone diversamente abili. Nella pagina Social Wall troviamo un collage dei Franco Vazquez @mudo_vazquez post più interessanMi dispiace tanto per la notizia con la quale mi ti apparsi nei social sono svegliato, però il calcio è questo, pieno di network come enorme ingiustizia… Facebook e Twitter inerenti Conte e la Nazionale italiana. La press area del sito riporta stefano sorrentino @stefasorre una completa rassegna È terminata la ns seconda esperienza stampa degli articoli insieme, ricorda Beppe che ciò che non ti uccide ti fortifica… con Conte protagonista. Dalla Gazzetta dello Sport a TuttoSport fino ai principali quoLuca Caldirola @caldiluca3 tidiani nazionali, Conte è da Un grande traguardo, 50 Partite in Bundeslianni uno dei principali opinion ga! Un Grazie a mia moglie, alla mia famiglia e a tutte le persone che mi hanno sempre leader del calcio italiano. Non sostenuto manca una pagina dedicata ai

ttando

contatti: è possibile inviare una mail direttamente all’allenatore. Il sito è disponibile in italiano ed in inglese. Vale la pena di citare anche la pagina Facebook: un vero e proprio punto di riferimento per i suoi numerosissimi tifosi e per i sostenitori della Nazionale italiana. Foto, video, pensieri, interviste: il materiale disponibile sembra inesauribile ed è aggiornato ogni giorno da innumerevoli fonti.


sfogliando

di Nicola Bosio

frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte di più del Per arrivare a diventare un professionista ci vuole una grande passione per il calcio maturata sin da quando ero bambino, proprio piccolo, unita ad una grande voglia di emergere, non mollare mai, superare i momenti difficili e puntare dritto all’obiettivo. Se non avessi avuto questa voglia non sarei mai riuscito a fare la carriera che ho fatto – Massimo Donati (Bari) Un buon allenatore si adatta alle

Antonio Conte C.T. Nazionale “Ottimizzazione del prodotto” Troppi stranieri? Questo è un ritornello che si sente ripetere da tempo: è una realtà sotto gli occhi di tutti, e io non voglio ripeterlo più tutte le volte, per non creare alibi. Lavoriamo per ottimizzare il prodotto e facendo qualcosa per far crescere gli italiani. qualità che ha a disposizione – Rolando Maran (Chievo) Sto seguendo naturalmente con grande attenzione il campionato, con un occhio di riguardo per i calciatori che sono azzurrabili: alcuni stanno facendo molto bene, altri meno, noi prendiamo quello che il campionato ci offre – Antonio Conte (C.T. Nazionale) Di nuovo in Nazionale? Avevo detto che 52

se ci fosse stato bisogno di un vecchietto, io ci sarei stato: si vede che il CT mi ha ascoltato – Fabio Quagliarella (Torino) Sono italiano al 100%, orgoglioso di esserlo, aggiungo. Quando cresci all’estero come me senti ancora di più l’appartenenza alla tua Nazione. Quando giocavo nel Bayern, l’allenatore dell’Under 16 e dell’Under 17 tedesca veniva spesso a chiedermi se volevo prendere il passaporto tedesco, ma ho sempre pensato solo alla maglia azzurra – Roberto Soriano (Sampdoria) Il sogno dell’allenatore è questo. Avere giocatori che mettono le proprie qualità a disposizione della squadra – Stefano Pioli (Lazio) Sentirsi protagonista pur non essendo entrato in campo: credo questa debba essere la filosofia di ogni giocatore. Sarei un ipocrita se dicessi che sono contento di stare in panchina o di accontentarmi di giocare due minuti invece di novanta. Ma occorre anche essere consapevoli del fatto che a volte si può star fuori e bisogna saperlo accettare. Poi il difficile viene dopo quando si viene chiamati in causa e bisogna dimostrare il proprio valore sul campo – Alessandro Rosina (Bari) La panchina è scomodissima. Sfido qualsiasi giocatore a dire che quando sta in panchina è contento. Ma quando la squadra è molto competitiva è normale finire in panchina qualche volta – Massimo Donati (Bari) Un giocatore vorrebbe sempre stare in campo ma abbiamo la fortuna di avere tanti giocatori di grande qualità – Marco Sau (Cagliari) Nel calcio ci sono alti e bassi, e io mi sono sempre messo in gioco – Adrian Stoian (Crotone) Nelle grandissime squadre forse sono capitato nel momento sbagliato, o forse l’allenatore non credeva in me ciecamente: anche se è sempre un mix di tante ragioni, pure colpa mia – Fabio Quagliarella (Torino) Avere giocatori forti davanti è sempre un piacere perché a volte ti risolvono situazioni imbrogliate – Massimo Donati (Bari) Al Bayern sono organizzatissimi: ti fanno allenare, ma ti seguono pure negli studi met-

tendoti a disposizione un insegnante per due ore ogni giorno. La sera alle 22 però tutti in camera e vietato sgarrare perché ti controllano con le telecamere – Roberto Soriano (Sampdoria) Quando difendi, oltre al lato fisico, devi curare quello mentale. Occorre essere sempre concentrati, senza lasciare un metro agli attaccanti. Poi, chiaramente, l’equilibrio difensivo non dipende solo dal reparto arretrato, ma da come si muove tutta la squadra – Andrea Barzagli (Juventus) A volte sei al top, altre giochi meno bene. È capitato, capiterà ancora, ma se non mi consideravo un fenomeno dopo l’avvio di campionato, ora non mi ritengo un brocco. Nel calcio c’è sempre un equilibrio, i momenti positivi e quelli ne-

Stevan Jovetic “Gioco al… massacro” Al City c’era meno pressione: là i tifosi sono molto più tranquilli. Se dai il 100% in campo a loro va bene, pure se non vinci. Per questo la Premier è un altro mondo. Ricordo la prima partita con il City: avevamo pareggiato 0-0 con lo Stoke, pensavo ci avrebbero massacrati invece, passando per andare negli spogliatoi, c’erano tutti i nostri tifosi che ci applaudivano.


sfogliando

calcio giocato gativi alla fine si compensano e io posso dire di poter andare avanti sempre a testa alta – Giancarlo Gonzalez (Palermo) Quando hai molta passione è difficile avere equilibrio – Stefano Pioli (Lazio) Non ero un fenomeno prima e non sono scarso adesso – Mirko Valdifiori (Napoli) Quello del portiere è un ruolo particolare e bisogna resettare subito la testa.

Stefano Pioli allenatore della Lazio “Buona lettura” Servono giocatori intelligenti. Il calcio è semplice, ma le situazioni in campo cambiano velocemente. Sei in possesso, non lo sei, sei in inferiorità numerica e così via. Chi legge più velocemente le situazioni, ha dei vantaggi. Non siamo dei robot, ma andare avanti come se non fosse successo niente è fondamentale. Non sei più scarso o più bravo dopo una singola partita. Bisogna pensare a lungo termine ed è necessario che i compagni sentano sempre fiducia in te – Samir Handanovic (Inter) Non mi piacciono gli schemi, un giocatore in campo deve essere libero ma deve sapere che suona in un’orchestra. Non è uno sport individuale – Stefano Pioli (Lazio) Intensità. Ecco questa è una parola che amo: intensità, sia nella fase di possesso che di non possesso. Anche io cerco di

trasferire certi concetti quando lavoro con la mia Italia – Antonio Conte (C.T. Nazionale) Parola chiave, intensità. In allenamento voglio pochissime pause, solo quelle per bere. Se cala l’intensità, si smette o si cambia esercizio. Se ci sono lavori da fare a ritmo basso… spesso non si fanno. Non mi divertono – Rolando Maran (Chievo) Non basta giocare bene ma bisogna accompagnare il gioco con il risultato. Questo fa la differenza. Ma giocare bene significa avere più possibilità di fare risultato – Stefano Pioli (Lazio) La gente parla, parla… Se perdi ma pure se vinci perché c’è sempre qualcuno che dici che giochi male. A me basta che arrivino i punti. Poi gli altri lasciamoli parlare… – Stevan Jovetic (Inter) Giocare bene e perdere non va bene – Borja Valero (Fiorentina) Gli italiani all’estero ci vanno ma voglio sempre tomare nella propria terra – Massimo Donati (Bari) Italiani che esplodono all’estero? La colpa è nostra che non lavoriamo bene nei settori giovanili, che non ci crediamo – Antonio Di Natale (Udinese) Se l’Inter vince e non servono i miei gol, va bene lo stesso – Mauro Icardi (Inter) I giocatori di qualità devono stare sempre dentro la partita, così possono trovare il guizzo vincente – Stefano Pioli (Lazio) Più in alto recuperiamo palla, meno spazio dobbiamo percorrere. Ho la fortuna di avere attaccanti molto generosi, io forse li ho portati a credere che questo sacrificio può dare risultati – Rolando Maran (Chievo) Il calcio entra nei miei pensieri appena apro gli occhi – Mauro Icardi (Inter) Se perdi, durante la settimana ti alleni peggio e aumenta la possibilità di lasciare per strada punti che poi non recuperi – Mauro Icardi (Inter) Di casuale quando si vince non c’è niente – Marco Giampaolo (Empoli) Fa piacere segnare, ma se perdi i tuoi gol sono ininfluenti – Giancarlo Gonzalez (Palermo) Ripensare al passato non serve. Come quando fai bene, anche quando fai male devi dimenticare – Samir Handanovic (Inter) lo non sono un giocatore capace di cambiare da solo il senso di una partita. No ho un dribbling letale, non ho un fisico statuario, né la

Borja Valero centrocampista della Fiorentina “Congrue incongruenze” Lo ammetto: non amo molto il calcio, io amo giocare a calcio, che è un’altra cosa. Io con un pallone tra i piedi mi diverto come quando ero bambino. Se devo guardare uno sport in tv preferisco il basket. velocità. A me piace l’uno due, palleggiare… io per dare il meglio ho bisogno della squadra – Borja Valero (Fiorentina) Non esistono più giocatori di talento che possono permettersi di guardare la partita in attesa del pallone giusto. Ci sono due fasi di gioco, tutti devono partecipare – Stefano Pioli (Lazio) Il pressing è dispendioso, chiede scatti in serie. Se funziona, però, vai in esaltazione – Rolando Maran (Chievo) Quando giochi con una grande, dai il 102%. Se ti trovi dall’altra parte, ti accorgi di questo atteggiamento – Mirko Valdifiori (Napoli) Il Chievo gioca allo stesso modo contro le grandi: con Inter o Juve deve essere sfrontato, niente freno a mano. Ci saranno momenti in cui correremo meno e prenderemo imbarcate, ma è questa la strada – Rolando Maran (Chievo) 53


tempo libero

musica

libreria Albatros

La carica dei Settecento

di Angelo Pesciaroli – 312 pagine - €9,50

L’Italia calcistica può rilanciarsi in campo internazionale, dopo la brutta avventura di Brasile 2014 che provocò in diretta TV le dimissioni del vertice Federcalcio? L’attesa ripartenza potrà avvenire puntando su un serio e mirato rilancio dei settori giovanili? Attraverso un’analisi precisa e puntuale, ricca di utilissimi dati, frutto di un notevole studio, Angelo Pesciaroli affronta un tema importante per il futuro del calcio italiano: il peso dei vivai giovanili per il miglioramento delle squadre di calcio italiano. Una lettura interessante e pregevole, per un’acuta riflessione, indispensabile dopo gli ultimi sviluppi sportivi di questi anni.

Pendragon

Hanno deciso gli episodi di autori vari – 212 pagine - €14,00

Il calcio, per raccontare se stesso, utilizza in modo ossessivo il luogo comune: è la perenne reiterazione di frasi fatte che costituisce l’epica del pallone, permettendo di rinnovare continuamente il circolo della passione, alimentandone la poetica. Oltre alla rassegna completa delle frasi fatte di ieri e di oggi, in questo volume ci sono 20 racconti d’autore di 90 righe (più recupero…) più uno scritto da Stefano Benni: episodi reali di vita vissuta o storie di fantasia, dotte dissertazioni e arditi parallelismi il cui vero protagonista è il luogo comune calcistico. Un omaggio alla narrazione del calcio, un elenco ragionato di frasi fatte, banalità, modi di dire, lessico gergale e termini tecnici, che caratterizzano da oltre un secolo la dissertazione sul gioco del pallone.

Sedizioni

Gli arbitri viaggiano da soli di Giulio Mola – 320 pagine - €11,50

Se, come disse Ennio Flaiano “L’italiano ha un solo vero nemico: l’arbitro di calcio, perché emette un giudizio”, questo libro di Giulio Mola ci spiega quella che è nota, nel mondo calcistico, come la “solitudine dell’arbitro”. Quella solitudine che Paolo Casarin, ex grande fischietto autore della prefazione, imparò a gestire, una volta cresciuta l’esperienza sul campo, quasi fosse una qualità da conquistare gradualmente, più che una via di fuga. Quella solitudine che permette di aumentare la concentrazione, può assumere anche l’efficacia di un’armatura psicologica in grado di separare dalla pressione che, inevitabilmente, finisce per investire un arbitro. In “Gli arbitri viaggiano da soli” si scopriranno tante storie che sorprenderanno e spesso emozioneranno. Raccontate con misura, passione partecipazione. Soprattutto, viste con lo sguardo di un narratore onesto. Uno che, non si rassegna a pensare che l’apparenza sia l’unico metro con cui si possa e debba misurare questo nostro effimero mondo del calcio. 54

Negramaro

La rivoluzione sta arrivando Abbondantemente anticipato da due singoli (“Sei tu la mia città” e “Attenta”) subito diventati hit, il nuovo lavoro dei Negramaro segna un importante traguardo per la band salentina: con “La rivoluzione sta arrivando” infatti, Giuliano Sangiorgi e soci tagliano l’invidiabile traguardo dei 15 anni di attività, invidiabile perché ricco di successi e fatto di inseparabile vera amicizia, quella che raramente contraddistingue un gruppo musicale. Quella dei Negramaro è davvero una favola da raccontare, che si arricchisce di nuove importanti tappe ad ogni nuova canzone, quella che parte dalla Puglia e viaggia fino all’America, passando da una bocciatura a Sanremo a concerti sold out in giro per tutta Italia. Questo sesto album di inediti, che arriva dopo quasi 5 anni, a dispetto del titolo ha poco di “rivoluzionario”: le atmosfere sono tipiche “Sangiorgiane”, di chiara impronta rock con, sullo sfondo, richiami al blues, al gospel, al pop. Quasi fosse un sunto di tutto ciò che i Negramaro ci hanno saputo regalare in questi 15 anni, una sintesi di tutti i precedenti lavori con un occhio proiettato verso il futuro.


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Il calciatore ottobre novembre 2015  

House organ Associazione Italiana Calciatori

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