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Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. In L. 27/02/2004 n°46) art. 1, comma 1, DCB Vicenza - Anno 38 - N. 1 Gennaio 2010 - Mensile

Gennaio 2010

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

Miglior allenatore Josè Mourinho

Miglior squadra Inter

Miglior straniero e migliore assoluto Zlatan Ibrahimovic

Oscar del Calcio Aic 2009

Miglior goleador Diego Milito

Miglior giovane Alexandre Pato

Premio Fair play Giuseppe Pillon

Miglior difensore Giorgio Chiellini

Miglior arbitro Roberto Rosetti

Miglior portiere Julio Cesar


La mia famiglia, l’ho ereditata. Da te.

Un

testamento a favore di Ai.Bi.

significa lasciare un segno di te nel futuro dei bambini abbandonati. Un gesto molto semplice ma concreto, che potrà contribuire a dare loro la speranza di essere accolti da una famiglia. Per maggiori informazioni, richiedi la Guida ai lasciti testamentari.

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Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini dal 1986 lotta contro l’emergenza abbandono, per garantire ad ogni bambino il diritto di essere figlio. www.aibi.it


editoriale

di Sergio Campana

Oscar del Calcio e incontro con gli arbitri

Due appuntamenti importanti per l’Aic C’era una bella atmosfera lunedi 18 gennaio scorso a Milano, nella serata dedicata all’Oscar del Calcio 2009. La manifestazione, organizzata dall’Associazione Italiana Calciatori e giunta alla 13ª edizione, rappresenta ormai un classico del nostro calcio ed è molto apprezzata dai partecipanti e dai mezzi di informazione. Scherzando, ho detto pubblicamente che sono molto preoccupati gli amici di France Football, perché l’Oscar del Calcio sta oscurando il Pallone d’Oro. Comunque la manifestazione ha successo per la sua formula originale (votano i calciatori di serie A) e rappresenta una parentesi serena e festosa del campionato che, come sappiamo bene, oltre alle cose buone, ha molte tensioni e qualche polemica di troppo. Tra le varie categorie, come miglior giovane ha vinto Pato su Balotelli e Santon. Come miglior portiere Julio Cesar su Buffon e Marchetti. Come miglior difensore Chiellini su Maicon e Maldini, che ha avuto un lunghissimo applauso. Come migliore allenatore Mourinho su Gasperini e Allegri. Come migliore giocatore straniero Ibrahimovic su Kakà e Milito. Come miglior calciatore italiano De Rossi su Cassano e Del Piero. Come miglior arbitro Rosetti su Morganti e Rizzoli. Come gol più bello è stato premiato quello di Quagliarella, nella partita dell’Udinese contro il Napoli. Come calciatore più amato dai tifosi Milito, come squadra dell’anno l’Inter. Come miglior calciatore in assoluto ha vinto Ibrahimovic. È stato poi assegnato il Premio Fair Play che ha visto vincitore Bepi Pillon, per quel gesto imposto ai suoi giocatori nella partita Ascoli-Reggina. La serata è stata onorata dalla presenza del presidente della Federazione, Abete, dai presidenti delle tre Leghe, Beretta, Macalli e Tavecchio, dal presidente degli allenatori Ulivieri e degli arbitri Nicchi, dal presidente dell’Inter Moratti e di altri suoi colleghi e si è svolta in un clima veramente piacevole. Anche i protagonisti, i premiati, for-

se sollecitati dal brio del conduttore, Dan Peterson, si sono lasciati andare a battute simpatiche, inusuali nelle solite interviste post-partita. E così Mourinho che di solito esprime le proprie opinioni senza cercare scorciatoie, ha saputo nascondere dietro l’ironia il suo dissenso verso la Lega per la formulazione del calendario delle partite di Inter e Milan e verso l’arbitro Rosetti, per la mancata espulsione del difensore del Bari in occasione del rigore concesso all’Inter. E così Ibrahimovic è stato uno straordinario adulatore quando ha detto che in Spagna sta bene ma che gli mancano tanto l’Italia e l’allenatore Mourinho. Se in futuro andrà a giocare in Inghilterra, certamente dirà che gli manca tanto la Spagna. E così Julio Cesar che ha indicato la moglie come artefice dei suoi successi, aggiungendo in tono scherzoso che dietro a un grande uomo c’è una grande donna. “Prego - ha commentato lei - non dietro, ma di fianco”.

Alcune settimane fa si è svolto a Roma l’annuale raduno degli arbitri, dei dirigenti, degli allenatori e dei calciatori. Devo rivendicare la paternità di questo incontro, che peraltro nei primi anni avveniva solo tra arbitri e giocatori, con la presenza della stampa che ora viene esclusa. Le prime esperienze sono state interessanti, perché i calciatori, non preoccupati dalla presenza dei giornalisti, esprimevano le loro opinioni, di consenso o di dissenso, sull’operato degli arbitri. E ne sortiva un confronto con i direttori di gara, a volte anche serrato, che serviva a migliorare il rapporto tra le due categorie. Occorre riconoscere che con gli anni l’interesse è diminuito, gli interventi dei calciatori sono venuti meno, forse perché pensano che gli allenatori e i dirigenti li rappresentino nell’esporre le loro posizioni. Nel recente raduno si sono notate parecchie assenze di calciatori e allenatori, ma questo è stato certamente dovuto ai loro imminenti impegni di Coppa Italia e

alla relativa preparazione delle partite. È doveroso segnalare che in queste occasioni gli arbitri sono sempre al completo e quindi va sottolineata la loro professionalità ed elogiato il loro spirito di appartenenza. Comunque qualcosa di buono e di utile è uscito dall’incontro, anche per la chiarezza con cui il presidente dell’Aia Nicchi e il designatore Collina hanno risposto ai quesiti posti dai loro interlocutori. Un argomento che è stato oggetto di discussione è stato quello del razzismo che, si voglia o non si voglia, si sente aleggiare nei nostri stadi (vedi il trattamento riservato a Balotelli). Il ministro degli Interni, Maroni, predicando tolleranza zero per questo fenomeno, ha auspicato che gli arbitri, in presenza di espressioni di razzismo sugli spalti, decidano finalmente di sospendere le partite. Il problema non è di poco conto. Prima di tutto occorre rilevare che non esiste in proposito una normativa sicura, considerato che adesso la decisione spetta ai responsabili dell’ordine pubblico. E poi se una norma riservasse all’arbitro la decisione di interrompere la gara, lo si caricherebbe di una ulteriore responsabilità assai pesante. Diciamo pure che difficilmente l’arbitro potrebbe percepire, di fronte a determinate manifestazioni di razzismo, una situazione di tale gravità da richiedere la sospensione della partita. Nell’occasione si è parlato anche di sudditanza psicologica che spesso viene addebitata agli arbitri per un’asserita tendenza a favorire le grandi squadre. Sul punto, Collina è stato categorico: “Nessuno si permetta di parlare di sudditanza psicologica nei confronti dei questo gruppo di arbitri. Escludo nella maniera più assoluta che qualcuno di loro possa cadere in questa tentazione”. Speriamo proprio che Collina abbia ragione. Come ce l’abbia Rizzoli, che ha parlato a nome degli arbitri, assicurando che stanno lavorando sodo e che la categoria è molto migliorata rispetto al passato.

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NASCE AriSLA

CRESCE LA SPERANZA Chi siamo

L’Agenzia di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica promuove e finanzia attività di ricerca scientifica sulla SLA. AriSLA nasce dalla comune volontà di Fondazione Cariplo, Fondazione Telethon, Fondazione Vialli e Mauro per la Ricerca e lo Sport ed AISLA. Per le sue caratteristiche e finalità AriSLA rappresenta una realtà unica in Italia ed in Europa e si candida a divenire punto di riferimento per la comunità scientifica impegnata nella sfida contro la SLA.

Il nostro obiettivo

Obiettivo principale di AriSLA è quello di offrire ai malati speranze di cura e migliori aspettative e condizioni di vita. Il nostro impegno quotidiano per un futuro senza SLA può diventare una prospettiva concreta con il sostegno di chi condivide con noi il raggiungimento di questa meta. Grazie al prezioso contributo di tutti possiamo concorrere al finanziamento dei migliori progetti di ricerca.

Come aiutarci

Donare ad AriSLA è semplicissimo e lo si può fare attraverso una pluralità di strumenti: • attraverso il tuo 5x1000 (nel modulo della dichiarazione firma nello spazio dedicato a Sostegno delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale e inserisci il codice fiscale di AriSLA: 97511040152) • con donazione on line (PayPal) • con bonifico bancario (Iban: IT71 E033 5901 6001 0000 0005 190) • con donazione continuativa (Domiciliazione bancaria o postale) Per saperne di più entra nel nostro sito www.arisla.org e troverai tutte le informazioni necessarie, oppure telefona al nostro numero 02 58012354.

Come operiamo

La nostra priorità è quella di operare affinché la ricerca finanziata sia di eccellenza, con risultati che abbiano ricadute concrete per i malati di SLA ed i loro familiari, anche attraverso la creazione di un network di scienziati, nazionali ed internazionali, che metta in sinergia le migliori risorse del settore.

Per un futuro senza SLA AriSLA – Agenzia di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica Via Camaldoli, 64 – 20138 Milano, Tel. 02 58012354 C. F. 97511040152, Iban IT71 E033 5901 6001 0000 0005 190

www.arisla.org


Sommario

Sommario

primo piano

di Nicola Bosio

editoriale di Sergio Campana

Due appuntamenti importanti per l’Aic

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l’intervista di Pino Lazzaro Angelo Palombo: la parola al “sindaco”

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attività aic di Nicola Bosio 17

Il Gala degli Oscar del Calcio Aic 2009 ha incoronato come vincitore indiscusso Zlatan Ibrahimovic, che si è aggiudicato l’Oscar nella categoria “Miglior Calciatore Assoluto”. Premiati anche Chiellini, Julio Cesar, Mourinho, l’Inter, Rosetti, Quagliarella, Milito, Pato, De Rossi e Pillon

primo piano di Michele Colucci Vademecum del calciatore italiano all’estero

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primo piano di Barnaba Ungaro Botev Plovdiv: un pezzo d’Italia in Bulgaria n.1

Gennaio 2010

ilCalciatore

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calcio e legge di Stefano Sartori A chi gioverebbe la fine del Collegio Arbitrale Aic/Lnd?

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

direttore direttore responsabile condirettore redazione

foto redazione e amministrazione

tel fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Gianfranco Serioli Stefano Sartori Stefano Fontana Barnaba Ungaro Mario Dall’Angelo Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it assocalciatori@telemar.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

come stai? Salvatore Sullo

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pianeta lega pro di Pino Lazzaro Gaetano Manco: “Meno soldi, più equilibrio”

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calcio femminile di Pino Lazzaro Katia Serra e la sua esperienza in Spagna

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io e il calcio di Pino Lazzaro Franco Ballerini

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ha scritto per noi di Alessandro Comi Federico Peluso: la gioia di giocare in A

Gennaio 2010

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Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

internet di Stefano Fontana

Miglior allenatore Josè Mourinho

Miglior squadra Inter

Miglior straniero e migliore assoluto Zlatan Ibrahimovic

Oscar del Calcio Aic 2009

Miglior goleador Diego Milito

Ventura e Cagni: dalla panchina al web

Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

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segreteria di Diego Murari

Miglior giovane Alexandre Pato

Fair play Giuseppe Pillon

Miglior difensore Giorgio Chellini

Member of

n.1

In viaggio con Diego/13

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Miglior arbitro Roberto Rossetti

Finito di stampare il 30-01-2010 Miglior portiere Julio Cesar

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primo piano di Nicola Bosio

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Zlatan Ibrahimovic riceve l’Oscar di miglior calciatore assoluto del 2009 dalle mani del Presidente Aic Sergio Campana. Tra i premiati anche: 1) Giorgio Chiellini (miglior difensore); 2) Diego Milito (miglior goleador e campione piÚ amato); 3) Giuseppe Pillon (premio fair play); 4) Julio Cesar (miglior portiere); 5) Fabio Quagliarella (miglior gol); 6) Roberto Rosetti (miglior arbitro)

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Calc 6


primo piano

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La tredicesima edizione di questo particolarissimo premio ha regalato anche quest’anno una serata eccezionale, di grande spettacolo con i più famosi campioni del calcio italiano. Il Gala degli Oscar del Calcio Aic 2009, trasmesso in esclusiva da Sportitalia, in collaborazione con l’Associazione Calciatori e Media Project, ha incoronato come vincitore indiscusso Zlatan Ibrahimovic, che si è aggiudicato l’Oscar nella categoria “Miglior Calciatore Assoluto”. Premiati anche Chiellini, Julio Cesar, Mourinho, l’Inter, Rosetti, Quagliarella, Milito, Pato, De Rossi e Pillon

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lcio Aic 2009 7


primo piano

I VINCITORI

Riportiamo qui sotto tutti i vincitori (e relative nomination) delle otto categorie (più i premi speciali) di questa tredicesima edizione: Miglior calciatore assoluto Zlatan Ibrahimovic Miglior calciatore italiano Daniele De Rossi (Nomination per Alessandro Del Piero e Antonio Cassano) Miglior calciatore straniero Zlatan Ibrahimovic (Nomination per Ricardo Kakà e Diego Milito) Miglior giovane Alexandre Pato (Nomination per Mario Balotelli e Davide Santon) Miglior portiere Julio Cesar (Nomination per Gianluigi Buffon e Federico Marchetti) Miglior difensore Giorgio Chiellini (Nomination per Maicon e Paolo Maldini) Miglior allenatore Josè Mourinho (Nomination per Massimiliano Allegri e Giampiero Gasperini) Miglior arbitro Roberto Rosetti (Nomination per Emidio Morganti e Nicola Rizzoli) Nel corso della serata sono stati assegnati anche alcuni premi speciali: Inter (miglior squadra), Giuseppe Pillon (premio Fair play), Fabio Quagliarella (miglior gol), Diego Milito (miglior goleador e campione più amato).

O

scar del Calcio Aic edizione numero 13. Si accendono i riflettori sul solito tourbillon di volti noti, sui tanti dirigenti calcistici che hanno onorato l’invito, su calciatori ed ex, sui giornalisti (tanti) e sui fotografi (tantissimi), su semplici appassionati e su “belle presenze” messe lì apposta per rendere ancor più luccicante la serata. Ma prima che si “aprano i giochi” c’è un doveroso minuto di silenzio da dedicare alla tragedia di Haiti ed un altrettanto doveroso codice iban da ricordare (eccolo IT74 Z062 2511 8051 0000 0002 955) per aderire alla sottoscrizione aperta proprio dall’Aic e sostenuta dai calciatori. Poi via, verso un copione che è quello di sempre, ma non è un “film già visto”: cambiano gli attori ed è la loro interpretazione che rende unica ogni edizione di questo particolarissimo premio dove sono i calciatori a votare i calciatori. E sono tutti attori protagonisti, non ci sono comparse, ma solo numeri uno, appunto da Oscar. C’è chi arriva abbondantemente prima del via e si concede benevolmente all’assalto dei media e agli scherzi delle immancabili Iene, chi invece arriva all’ultimo momento (proprio per evitare media e Iene), e chi arriva in ritardo (per colpa di media e Iene…). Ovunque ti giri trovi il “nerazzurro”: oltre a quello del presente (Moratti, Mourinho, Julio Cesar), quello del passato (Ibrahimovic) e persino quello (Milito) che porta a casa due Oscar per meriti “genoani” della scorsa stagione, ma che ora è già storia interista. Qua e là “macchie” di altri colori, dall’azzurro napoleta-

no di Quagliarella al bianconero di Chiellini, dal giallorosso di De Rossi al rossonero di Pato. E poi c’è il colore più bello, quello che li raggruppa tutti, un arcobaleno che di nome fa fair play e di cognome Pillon: un Oscar, quello per il “Bepi” tecnico dell’Ascoli, che brilla come un diamante e che profuma di cultura sportiva di cui un giorno, forse, anche il nostro calcio potrà, speriamo, vantarsi. C’è Dan Peterson che di calcio non sa nulla ma che, proprio per questo, Sportitalia ha riconfermato per vivacizzare una serata che altrimenti rischierebbe di diventare calcio e nient’altro che calcio. L’Oscar è una festa, è uno spettacolo e quello deve continuare ad essere così come fu concepito 13 anni fa quando il grande Raimondo Vianello tagliò simbolicamente il nastro. Al fianco del “coach per eccellenza” Valentina Melis ed il “duo guastafeste” in sala Ballarini-Criscitiello, sempre pronti a “pizzicare” l’intervistato di turno con domande non sempre “comode”. Come quando a Rosetti si chiede che ne pensa dell’Oscar a Josè Mourinho (proprio dopo le polemiche di Bari-Inter) primo premiato della serata. Il “number one” batte Allegri e Gasperini e ringrazia commosso sottolineando quanto sia bello essere votato “il migliore” dai calciatori. Rosetti si congratula senza rancori e la polemica si chiude con un sorriso ed una battuta dell’allenatore nerazzurro (uno che certo non te le manda a dire): “Rosetti è bravo, ma con noi ha sbagliato…”. Che Rosetti sia bravo lo sanno tutti, anche i calciatori che ancora una vol-


primo piano

ta lo votano miglior arbitro davanti a Morganti e Rizzoli. Il “cannibale” divora-premi (soprannome nato proprio agli Oscar lo scorso anno) come sempre dedica la vittoria a tutta la categoria dei fischietti, da quelli della Serie A a quelli dei campetti di provincia, dalle pressioni enormi della massima serie, alle difficoltà enormi dei dilettanti. E rimanda la battuta al mittente evidenziando che gli arbitri sbagliano proprio come sbagliano i calciatori e… gli allenatori. Break: 2 Oscar speciali, quello al goleador dell’anno solare (cioè Diego Milito) e quello al già citato gesto di fair play di Bepi Pillon. Si riparte con un Oscar che da un po’ di anni era stato “abbandonato”, vale a dire quello alla miglior squadra, inteso come quella che ha fatto più punti dal 1° gennaio al 31 dicembre 2009: due rapidi conti (nemmeno poi così difficili) ed è nientemeno che il Presidente Moratti a ritirare la statuetta per la sua Inter. Elogi alla squadra, “miele” per Mourinho che invece una spruzzatina di “fiele” la gira al Presidente della Lega Beretta (nei panni di premiatore) per un cambio di date al calendario poco gradito. A riportare il buonumore ci pensa il sorriso da bravo ragazzo di Giorgio Chiellini, nuovamente votato miglior difensore (davanti a Maicon e sua maestà Paolo Maldini). Per l’ex capitano Qui a fianco, partendo dall’alto, il vicepresidente Aic Grosso premia come miglior portiere Julio Cesar; il Presidente Figc Abete e Chiellini; il vicepresidente Figc Albertini premia Ibrahimovic come miglior straniero; il trio di arbitri “nominati” Morganti-Rizzoli-Rosetti; il messaggio di Daniele De Rossi, miglior italiano.


primo piano

Ancora alcuni momenti della serata degli Oscar: qui a fianco, Azeglio Vicini premia Mourinho come miglior allenatore; sotto, il segretario Aic Grazioli premia Quagliarella per il miglior gol ed in basso, il Presidente della Lega Beretta con quello dell’Inter Moratti.

rossonero comunque l’applauso è di quelli da Oscar e pure il gigante livornese si inchina davanti ad uno dei suoi miti giovanili rimarcando come sia onorato ed emozionato ad aver portato a casa il premio davanti ad un pezzo della nostra storia calcistica. In sala, a proposito, anche (prontamente beccato da Valentina Ballarini) Antonio Cabrini, di cui Chiellini dice di non avere né la classe né la bellezza, ma si augura un giorno (magari già il prossimo luglio) di avere il palmarés mondiale. E quando tutti si aspettano che l’allenatore preferito del difensore bianconero sia proprio l’attuale tecnico della Nazionale, ecco che il buon Giorgio se ne esce con un “Osvaldo Iaconi” che lascia a bocca aperta ma che, in un mondo dominato dall’ovvio, sa tanto di genuina spontaneità. Dall’azzurro Nazionale a quello partenopeo il passo è breve quando Fa-

Albo d’Oro CATEGORIA

1997

1998

1999

2000

2001

Miglior assoluto Miglior italiano Miglior straniero

2002

2003

Mancini

Ronaldo

Vieri

Totti

Zidane

Mancini

Del Piero

Vieri

Totti

Totti

Vieri

Totti

Zidane

Ronaldo

Batistuta

Shevchenko

Zidane

Trezeguet

Nedved

Kakà

Trezeguet Totti-Nedved

2004

2005

2006

2007

Kakà

Gilardino

Cannavaro

Kakà

Totti

Gilardino

Cannavaro

Totti

Ibrahimovic Kakà - Suazo

Kakà

2008

2009

Ibrahimovic Ibrahimovic Del Piero

De Rossi

Ibrahimovic Ibrahimovic

Miglior giovane

Inzaghi

Nesta

Totti

Baronio

Cassano

Brighi

Cassano

Gilardino

Pazzini

De Rossi

Montolivo

Hamsik

Pato

Miglior portiere

Peruzzi

Peruzzi

Buffon

Toldo

Buffon

Buffon

Buffon

Buffon

Buffon

Buffon

Peruzzi

Buffon

Julio Cesar

Miglior squadra

Juventus

Juventus

Lazio

-

-

-

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Inter

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Nesta

Nesta

Nesta

Nesta

Maldini

Cannavaro

Cannavaro

Materazzi

Chiellini

Chiellini

Lippi

Lippi

Zaccheroni

Eriksson

Ancelotti

Del Neri

Lippi

Ancelotti

Capello

Spalletti

Spalletti

Prandelli

Mourinho

Collina

Collina

Braschi

Collina

Braschi

Collina

Collina

Collina

Collina

Rosetti

Rosetti

Rosetti

Rosetti

Miglior difensore Miglior allenatore Miglior arbitro

Durante le otto edizioni sono stati inoltre assegnati altri oscar a: Baresi (calciatore del secolo nel 2000); Del Piero (calciatore più amato nel 2001 e nel 2008); Baggio (calciatore più amato nel 2002); Shevchenko (gol più bello nel 2004); Totti (gol più bello nel 2005 e nel 2006); Ibrahimovic (calciatore più amato nel 2005); Toni (miglior cannoniere 2006); Buffon (calciatore più amato nel 20006 e nel 2007); Zampagna (gol più bello nel 2007); Totti (miglior cannoniere nel 2007); Fiorentina (Premio Fair play nel 2007); Ronaldo (campione dei campioni nel 2007); Del Piero (miglior cannoniere nel 2008); Brienza (Premio Fair play 2008); Ibrahimovic (gol più bello nel 2008); Quagliarella (gol più bello nel 2009); Pillon (Premio Fair play); Milito (miglior cannoniere e campione più amato nel 2009).


primo piano

A fianco, Stefano Eranio premia Pato come miglior giovane. Sotto Marcello Nicchi e Roberto Rosetti. In basso tutti i protagonisti della serata televisiva: Criscitiello, Campana, Melis, Ibrahimovic, Albertini, Grazioli, Peterson e Ballarini.

bio Quagliarella (con nutrita e chiassosa rappresentanza di fan al seguito) sale sul palco per l’Oscar del miglior gol, ironia della sorte proprio quello segnato al suo Napoli quando vestiva la maglia dell’Udinese. Una prodezza che risulta la più votata sul sito di Sportitalia davanti a quello di Mascara (gol da centrocampo) e a quello di Pato (cavalcata vincente contro la Roma). Ma il “papero” rossonero la statuetta la porta a casa ugualmente come miglior giovane battendo stavolta il duo interista BalotelliSanton. Troppo bravo il brasiliano, lo sottolinea pure Julio Cesar che coccola il giovane collega della Seleçao (sempre che Dunga non lo dimentichi) e subito dopo vola sul palco a prendere, dalle mani del vicepresidente Aic Leo Grosso, l’Oscar di miglior portiere (che una volta tanto non è Buffon). Applausi meritati e una frecciatina dalla moglie Susana Werner imbeccata dalla puntuale Valentina Ballarini: “Il segreto di un grande uomo? Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Ma non direi dietro, direi a fianco…”. Altro break prima del gran finale:

campione più amato dal pubblico è Diego Milito, d’un soffio davanti ad Antonio Cassano. Per il “principe” due statuette al primo colpo… Miglior straniero, e qui le cose si fanno “serie”: Kakà, Ibrahimovic o vincerà ancora Milito? Un sospettino (che poi è una certezza) però era venuto a tutti quando, accompagnato dall’inseparabile manager Mino Raiola, era arrivato apposta da Barcellona Zlatan Ibrahimovic. Però, aveva detto pure l’ultimo degli scettici, se il numero uno dei numeri uno si scomoda a venire dalla Spagna, questo Oscar è un premietto che conta… Conta eccome: vince Ibra (naturalmente) ed il suo sorrisone contagia tutti, la sua presenza rende onore a chi da anni lavora per la buona riuscita della manifestazione, il suo “grazie” vale più di mille altri premi. “Mi manca Mourinho, mi manca l’Italia” – dice: chissà se è poi così, ma in occasioni del genere piace sentirlo dire e soprattutto piace volerci credere. Miglior italiano: nel trio dei nominati c’è il genio di Del Piero, la sregolatezza di Cassano è c’è Daniele De Rossi che non sarà né l’uno né l’altro,

ma in quanto a qualità, quantità e sostanza non è secondo a nessuno. Ed infatti è proprio il giallorosso a vincere e ad affidare ad un videomessaggio (assenza giustificata la sua) i ringraziamenti di rito. Bravo Alex, bravo Fantantonio, ma stavolta ho vinto io, è il succo del discorso, con tanto di ringraziamenti ai colleghi e risatina finale che sa tanto di beffa ai due battuti. Manca un solo nome, quello di “migliore assoluto”, scelto tra il miglior italiano ed il miglior straniero. Ma chi volete che sia, commentano i giornalisti che nel frattempo hanno già passato i loro pezzi in redazione senza farsi prendere da inutili dubbi: è Zlatan Ibrahimovic il nome che il Presidente Aic Sergio Campana chiama sul palco per la statuetta più importante. Vince Ibra, anzi rivince Ibra proprio come un anno fa ed è un premio che non si discute: potenza, classe, tecnica… peccato che tutto questo sia andato altrove. Torna il “sorrisone” mentre a qualcuno (non solo di nerazzurre vedute) cade una lacrimuccia: il nostro calcio (e pure il nostro Oscar) ha perso un grande protagonista, anzi due visto che con qualche scheda in meno c’era pure Kakà. Siamo alla fine, ma manca il “timbro finale” di Dan Peterson per chiudere il sipario: “Mamma butta la pasta”… alla prossima.

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l’intervista di Pino Lazzaro

Centrocampista e capitano della Sampdoria

Angelo Palombo: la parola al “sin

Lì a Genova lo chiamano “sindaco” e a chi gli domanda cosa farebbe se magari lo dovessero candidare sul serio, ha già avuto modo di rispondere che sì, si potrebbe fare, che accetterebbe. Scherzo o realtà? Appuntamento a Bogliasco e lui arriva in orario, davvero a disposizione, senza troppo guardare all’orologio e chiudendo il telefonino (no, non è poco, non lo si può certo dare per scontato ormai). Angelo Palombo alla Sampdoria porta pure la fascia di capitano e di sé dice che tuttora sta imparando, in campo e nella vita. Come è un po’ tradizione di queste pagine, Angelo ha qui modo di raccontarsi, ripercorrendo passo passo i vari gradini della sua carriera. Si definisce in sostanza tuttora un vero e proprio innamorato del pallone tanto che, quando la mente gli va magari verso quel che potrà essere per lui il famoso dopo-carriera, l’unica cosa che sente e prova è comunque un irresistibile e grande magone. Buona lettura.

“C

redo che la passione me l’abbia trasmessa mio padre, ricordo che è con lui che ho cominciato a giocare lì in casa. Ha fatto il dilettante, era uno conosciuto dalle nostre parti; piedi buoni, giocava da ala destra, era bravo. A quel tempo come settore giovanile c’era il Banco di Roma che era famoso, mio padre doveva andarci ma di mezzo ci si è messo mio nonno, ricordandogli che quel di cui c’era bisogno in casa era l’andare a lavorare, altrimenti non si mangiava. Mio padre mi ha raccontato che ci ha anche provato, è andato un paio di volte in autostop sino a Roma per gli allenamenti, poi basta ed è andato a lavorare. Col pallone noi si giocava per le strade, anche dopo che sono entrato nel settore giovanile del Ferentino, finiti gli allenamenti con loro, continuavo a giocare con i miei amici, per strada, era proprio sulla breccia. I miei lavoravano, chi mi stava un po’ più dietro per gli allenamenti, qualche volta a portarmi, è stato così mio nonno. Lui non è che avesse poi tanta passione, ma ha fatto la guerra, è stato anche prigioniero, certo aveva altro a cui pensare; comunque a poco a poco si è appassionato, poi poteva vedermi anche in televisione”. “Nel Ferentino sono stato dai 6 ai 14-15 anni; ho un buon ricordo di

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quegli anni, vedendo quel che fanno adesso mi rendo conto che si faceva proprio poco, non curavano insomma più di tanto i fondamentali, però mi hanno comunque insegnato parecchio, magari non proprio come giocatore ma sicuramente come persona, mi hanno insomma insegnato più a vivere. Poi è arrivata la chiamata del Fano, soprattutto per l’amicizia che mio padre aveva col presidente, erano come detto amici e lui aveva appena comprato la società e così chiese a mio padre perché non mi mandava lì con loro, certo il loro settore giovanile avrebbe potuto offrirmi qualcosa di più come qualità. Così mio padre mi chiese cosa volessi fare, vuoi andare? C’era mia madre che proprio non voleva, ricordo che anche piangeva ma in effetti l’unica cosa che all’inizio mi bloccava era il legame che avevo (e ho) con mio fratello. Lui allora aveva 7 anni, non me la sentivo di staccarmi da lui ma alla fine a Fano ci sono andato e lì ancora una volta sono stati bravi i miei, i sacrifici che hanno fatto, sempre avanti e indietro per venirmi a trovare”. “Anche lì a Fano mi sono trovato bene. Forse sono sempre stato fortunato a trovarmi accanto le persone giuste o forse anch’io ho messo del mio, sapendomi adattare dovunque sia stato. A Fano vivevo in ap-

partamento, ero anche da solo, ogni tanto veniva a dormirci un giocatore della prima squadra, stava facendo il servizio militare. A mangiare andavo da Orfeo, in ristorante, anche il vitto me lo passava la società, mi sento ancora ogni tanto con lui. Con la scuola facevo ragioneria e devo dire che non sono mai andato bene a scuola, soprattutto posso dire che mi mancava proprio la voglia. Ricordo le lamentele dei miei genitori, venivano anche a parlare col preside e certo guardando indietro è un errore bello grande quello che ho fatto, mi spiace proprio. Comunque, fin che ero a Fano, almeno a scuola ci andavo, non come Firenze dove proprio facevo a meno e non tanto per rimanere a letto, cosa che tra l’altro non succedeva, quanto proprio perché non mi andava”. “L’anno seguente andai a Urbania, era Interregionale, allenatore avevo sempre Rubinacci che avevo anche nelle giovanili del Fano. Vivevo con una signora, era la mamma del presidente ed era un vero martello, se vuoi anche una rompi ma mi rendo conto adesso che responsabilità si era presa. Quando capitava che tornavo un po’ tardi lei restava sveglia, mi salutava e insomma si comportava come una madre, proprio così. Avevo 16-17 anni, mica era una cosa


l’intervista

: indaco”

Queste alcune righe a lui dedicate direttamente dal sito della Samp: “capitano, leader, bandiera. Centrocampista centrale, tecnico e completo, alla Sampdoria arriva a metà agosto 2002 su suggerimento del diesse Salvatore Asmini. Il contratto lo firma in fretta e furia in un bar dell’aeroporto di Milano Malpensa e da quel momento diviene titolare inamovibile dell’undici blucerchiato fino ad ereditare la fascia di capitano dal compagno di battaglie Sergio Volpi. Impegnato nel sociale ed esperto di tecnologia, è un pescatore provetto”.

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l’intervista

Conta il gruppo “È vero, ora per noi calciatori c’è più possibilità di trasferirsi, di cambiare squadra, si va e si viene. Importante è quel che uno ha dentro, quel che fa in campo, come lo fa, con comportamenti che possono così magari trascinare anche altri. Comunque sia l’idea del gruppo rimane fondamentale, è vero che dipende sempre se tu ce l’hai dentro o meno questa cosa del “gruppo”, ma per una squadra non averla questa dimensione vuol dire che di punti ne fai di meno, sicuro”. tanto semplice poi, per fortuna ero e sono un tipo tranquillo io, poteva essere tanto più complicato. Ho fatto un anno molto bello, sono stato da dio, tanti amici che sento ancora e anche lì quel che più mi è stato insegnato è stare al mondo, mi hanno insegnato a vivere. Stavo bene con loro ma come si fa a rifiutare di andare a Firenze, sapendo di poter entrare in un settore giovanile così importante? Avevo firmato per due o tre anni e dormivo nella foresteria vicino allo stadio, eravamo una ventina, ci guardava un custode, Francesco, lui quando poteva ci lasciava un po’ di libertà. Come ho detto a scuola non ci andavo e in società continuavano a farmelo notare, mi dicevano che ci tenevano, che non si poteva sapere come sarebbe andato per me il calcio. Ricordo che non ho mai risposto loro che io poi avrei fatto il calciatore, lì magari un po’ di “buona” presunzione mi sarebbe servita, cosa questa che anche adesso non mi farebbe male qualche volta avere. Comunque sia, con la scuola mi sono fermato al quarto anno, era anche una scuola privata, non che chiedessero chissà che cosa, ma insomma mi sono fermato ed è l’errore più grande che sinora ho fatto in vita mia”. “A Firenze, nella Primavera, ho fatto bene. Venivo da un campionato di Interregionale, da un campionato vero e forse ero anche un po’ più smaliziato degli altri. Verso la fine della stagione Gentile mi convocò con l’Under 20 per il Torneo di Tolone, mi pare si fosse fatto male Donati, giocai e fu lì che mi ruppi il ginocchio. Lì è stata proprio dura, tra l’altro avevo un buon rapporto con lo stesso Trapattoni, lui mi vedeva bene,

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poi quando io tornai lui non c’era più, c’era Bianchi al suo posto. Ricordo che dopo quell’infortunio avevo pensato anche di smettere, pensavo che ormai per me fosse andata e chi devo ringraziare, sempre, sono Luciano Chiarugi, Giancarlo Antognoni e il segretario del settore giovanile, Ballerini. Continuarono a starmi vicino, a stimolarmi e poco alla volta sono tornato. Sono stato fermo quasi sette mesi, all’inizio proprio non andavo, gli altri mi passavano a mille; poi

ho cominciato davvero a recuperare, sono tornato ancora vicino alla prima squadra. Ed è stato lì, allenandomi con loro e facendo pure un po’ di presenze filate che ho visto che ci potevo stare. Lì ho insomma cominciato a sentirmi un calciatore e ho capito che sarebbe diventato il mio mestiere. Cosa ci ho messo di mio? Intanto passione e serietà e qui devo ringraziare la mia famiglia per l’educazione che mi hanno dato, che hanno insistito per farmi diventare intanto uomo, non tanto calciatore, anche perché presto o tardi il calciatore finisce ed è l’uomo quel che rimane”. “Secondo me, come categoria noi calciatori stiamo migliorando e lo stesso vale io penso anche per gli arbitri. In effetti negli stadi c’è meno gente di prima, magari questo lo si v e d e meno a Marassi ma da tante altre parti sì. Ne sono successe tante di cose nel calcio, forse la gente si è anche un po’ disamorata e comunque ne hanno altri di problemi, specie adesso. No, non mi pare di avvertire più esasperazione di prima, a me pare non sia cambiata questa cosa. Sul fatto che siamo migliorati noi calciatori, credo che un aiuto lo stiano dando le televisioni che vedono proprio tutto e tutti e dunque per forza ci devi stare attento, persino il labiale non scappa, pensa, anche quel che dici in campo! Sì, tra noi ne parliamo nello spogliatoio, anche magari quando ci si trova a


Campione europeo con l’Under 21 a Germania 2004, ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene sempre nel 2004, medaglia che gli è valso il titolo di Cavaliere della Repubblica. Il debutto nella Nazionale A lo fa con Donadoni quale c.t. nell’agosto del 2006, nella gara amichevole contro la Croazia giocata a Livorno e che perdemmo per 2 a 0; sono attualmente 15 le sue presenze con la Nazionale maggiore e sinora ha messo dentro sinora un gol: lo scorso settembre a Tblisi contro la Georgia (con la collaborazione di Kaladze).

commentare qualcosa che può aver fatto proprio uno di noi o un altro collega. Sappiamo sì che c’è la tensione agonistica ma sappiamo pure che dobbiamo comportarci in un certo modo, occhio alle bestemmie e altri comportamenti sopra le righe: ci vuole un alto livello di attenzione. Personalmente so di essere guardato, anche dai ragazzini e in effetti qualche stupidaggine l’ho fatta anch’io. Ricordo l’anno scorso, ce l’avevo con l’arbitro e gli ho urlato dietro. M’hanno ripreso per bene, anche a Striscia m’hanno fatto vedere e lì non mi sono proprio piaciuto, nemmeno riconosciuto. L’unica cosa che potevo fare è chiedere scusa e zitto. Ho pensato ai ragazzini a casa, a quel che vedevano. Quando loro giocano portano le scarpe di Totti o Cassano, so bene che guardano ogni cosa, dobbiamo essere prima di tutto noi educati in campo, poi però capita che si chiude la vena e non si capisce più niente. Magari non mi succede spesso, ma quando ho rivisto quel mio urlare, ripeto che mi sono proprio pentito”.

“È vero, a livello internazionale anche il nostro comportamento, dico di squadre italiane, è diverso da quello che abbiamo quando giochiamo in casa. Io li seguo i campionati all’estero, specie quello inglese, vedo proprio quanto siano diverse le abitudini rispetto le nostre, il gioco che non si ferma quasi mai, entrate che non vengono fischiate, zero proteste. È una questione insomma di cultura e la nostra è diversa dalla loro. Noi siamo abituati nel nostro modo, siamo cresciuti così ed è vero che spesso sbagliamo, come è vero che quando giochiamo all’estero ci stiamo più attenti e ci comportiamo diversamente”. “Sono il capitano ed è una cosa questa che è venuta un po’ da sola, direi soprattutto per anzianità, c’era ancora Novellino allenatore quando ho cominciato a portare la fascia. Non so, a volte come capitano penso che mi dovrei far sentire di più, ancora adesso mi capita di far finta di non vedere e di non sentire ma so comunque che bisogna avere sensibilità, devi trovare il momento giusto per dire questo o quello agli altri. Sì, anche in questo devo migliorare, devo crescere sia di campo che di vita. Coi giovani ho un buon rapporto, anche perché devo dire che sono bene educati quelli che ci sono qui. Ogni tanto vanno sì fuori dalle righe ma in fondo è normale: poche volte ho dovuto dare loro dei consigli. Comunque sia quel che preferisco è eventualmente dare esempi sul pratico, sono i fatti quel che contano. Anche per quel che riguarda l’orario degli allenamenti: se è alle 15, io sono capace di arrivare anche prima delle 13.30 e anche alla fine sono sempre uno degli ultimi ad andare via. Da una parte mi piace fare le cose con

calma, dall’altra è un qualcosa che faccio volentieri”. “Come ho detto, anche gli arbitri secondo me stanno migliorando e l’ho avvertito anche all’incontro di Roma, anche nel loro modo di porsi intendo. I primi che li devono aiutare siamo soprattutto noi calciatori, è chiaro che se tutti noi 22 in campo continuiamo a tormentarli poi vanno in confusione e possono ancor più sbagliare. Personalmente ho un buon rapporto con tutti, cerco di rispettarli e pure fare in modo che lo stesso facciano i miei compagni. In effetti, anche se è successo, sono proprio poche le volte che urlo loro dietro e m’ha fatto sorridere quando è capitato che sia stato proprio

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l’intervista

Il bisogno del mare “Il mare per me è una presenza importante, lo è sempre stato, sin da quando s’andava in vacanza con i miei a Terracina. Gli altri andavano a ballare e io andavo a pescare. Nel tempo è diventata quasi una passione morbosa, ecco perché qui abito in un complesso che è quasi “dentro” il mare: il fatto di vederlo appena mi alzo mi dà sempre un senso di serenità e di pace”.

Cassano a tirarmi via, come dire che si sono un po’ rovesciate le cose per quel che magari si pensa in giro”. “Certo che le sento le partite, il magone nello stomaco: sono un emotivo. Poi dipende dalla partita, chiaro che col derby già comincio la settimana prima. Sto sì attento a tutto ciò che mi viene detto in settimana ma fino a un certo punto, un po’ di distacco per me è necessario, altrimenti rischierei di arrivare alla partita fin troppo logorato. Sono di quelli che quando finisce la partita, è finita e basta. Poi magari continua dentro di me; alle cose belle non ci penso mai, penso a quello che posso aver sbagliato, a quel che potevo o potevamo fare differentemente. Già di mio sono uno che ha sempre dormito poco ma dopo una partita non mi riesce proprio mai a dormire, non ti dico poi quando giochiamo di sera”. “A un ragazzo che comincia mi sentirei di dire di fare quel che ha in te-

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sta. Di metterci passione e tutto sé stesso: se ha dato tutto, allora è a posto, ha già fatto la sua parte, è quella la cosa più importante anche perché non tutti nella vita possono fare i calciatori. Si sa, ci vuole anche fortuna, magari uno si fa male, ma direi insomma che quel che conta è fare di tutto per provarci, coerenti con sé stessi e corretti, ecco quel che gli direi. No, al dopo non ci ho pensato ma quando mi capita di pensare al giorno che smetterò, allora non è che stia bene. Capisco che il calcio è stata una delle principali ragioni della mia vita, del pallone sono proprio innamorato e così quando penso al dopo avverto dentro un po’ di magone. Non che sia spaventato o cose di questo genere, solo che quando viaggio con la mente verso quella direzione, allora quel che mi accompagna è sempre una brutta sensazione: senza più spogliatoio, profumi, sensazioni, vivere lo stadio da protagonista. D’accordo, la vita reale in fondo comincia proprio dopo il calcio, però per me adesso è così”.

La scheda

Le “misure” di Angelo Palombo (nato a Ferentino, in provincia di Frosinone, nel settembre del 1981) sull’Almanacco Panini sono di m. 1,77 per 77 kg. L’esordio in A l’ha fatto con la Fiorentina esattamente il 10 febbraio del 2002 e quel giorno vinse il Venezia (allo stadio di Sant’Elena) per 2 a 0. Questa la sua carriera nel dettaglio: Stagione

Squadra

Cat.

P.

G. 1

2009-10

Sampdoria

A

18

2008-09

Sampdoria

A

25

2

2007-08

Sampdoria

A

33

1

2006-07

Sampdoria

A

36

2

2005-06

Sampdoria

A

31

1

2004-05

Sampdoria

A

37

0

2003-04

Sampdoria

A

31

0

2002-03

Sampdoria

B

32

1

2001-02

Fiorentina

A

10

0

2000-01

Fiorentina

A

0

0

1999-00

Fiorentina

A

0

0

1998-99

Fano

26

3

C2 B


attività aic

Avvenimenti

Incontri Calendario

7 gio

Aggressione ai calciatori del Torino In merito al vile agguato subito da una decina di calciatori del Torino aggrediti all’uscita di un ristorante al termine di una cena con le rispettive famiglie - l’Associazione Italiana Calciatori, ha manifestato totale solidarietà e sostegno ai giocatori e condannato con fermezza il vergognoso episodio, ultimo di una lunga serie di violenze da parte di gruppi di pseudo tifosi che hanno, negli ultimi tempi, coinvolto anche i calciatori del Gela, del Lecco, del Brescia e del Palermo. In pari tempo l’Aic ha auspicato l’intervento della Federazione e delle Leghe che in queste occasioni, pur trattandosi di problemi di ordine pubblico, devono esprimere prese di posizione significative. Il ripetersi di tali deprecabili episodi costringerà l’Aic a dar corso ad adeguate azioni di protesta.

15 ven Sottoscrizione Aic per Haiti L’Associazione Italiana Calciatori, su sollecitazione di numerosi associati particolarmente colpiti dalla tragedia del terremoto che ha seminato gravissimi lutti tra la popolazione centroamericana di Haiti, ha deciso di aprire una sottoscrizione tra tutti i calciatori delle squadre professionistiche di serie A, B e Lega Pro. La finalità è quella di raccogliere, con la massima urgenza, fondi da destinare ai sopravvissuti scampati a questa terribile calamità, cercando di contribuire ad alleviarne le conseguenze inattese e devastanti.

La stessa AIC stanzierà una cifra da devolvere ad integrazione di quanto, nei prossimi giorni, verrà raccolto dai rappresentanti delle squadre, per quello che vuole essere un gesto tangibile di solidarietà utile per tutte le persone in grave difficoltà e che hanno concreto bisogno di aiuto.

Chiunque fosse disponibile a partecipare alla sottoscrizione, può versare l’importo con bonifico bancario intestato a: “Associazione Italiana Calciatori pro terremotati Haiti” – Presso: Cassa di Risparmio del Veneto filiale di Vicenza – Codice IBAN IT74 Z062 2511 8051 0000 0002 955.

Dopo il duro attacco di Feltri

Campana sulla sosta invernale In campo, con la maglia del Vicenza, era abituato ad attaccare. Cosa inevitabile, del resto, per un centravanti. Stavolta, invece, l’avvocato Sergio Campana è chiamato a difendersi dal duro intervento di Vittorio Feltri: in una rubrica pubblicata su “Il Giornale”, infatti, il direttore del quotidiano milanese ha criticato pesantemente Campana e l’Associazione Italiana Calciatori da lui presieduta. La pietra dello scandalo è rappresentata dalla sosta dei campionati per le feste natalizie, che secondo Feltri costituisce l’ennesimo privilegio accordato ai giocatori, per i quali Campana avrebbe “rivendicato il diritto al panettone con annesse settimane bianche”. Alla consueta vis polemica di Feltri, Campana ribatte con pacatezza ma senza cercare giri di parole: “Il direttore del Giornale” – è il suo esordio – “parla di cose che non conosce, e per questo sbaglia su tutta la linea. Le sue accuse non mi toccano minimamente perché sono fuori luogo, palesemente inconsistenti e partono da presupposti del tutto sbagliati”. Iniziamo dalla questione della sosta: è davvero un “bonus vacanze” per i giocatori italiani? “Prima di tutto, non è vero che ci si ferma solo qui in Italia: i campionati sono sospesi anche in Germania, in Francia, in Spagna, mentre si gioca solo in Inghilterra”. Quindi le vacanze… “La pausa non serve per mandare i giocatori

in settimana bianca, ma per evitare loro il serio rischio di infortuni su terreni ghiacciati, e per non costringere gli spettatori ai disagi provocati soprattutto in questo periodo da stadi ormai vecchi e inadeguati”. Molti appassionati in questi giorni si sono “buttati” sul calcio inglese… “In Inghilterra si gioca perché lì ci sono impianti moderni, coperti e riscaldati, e per una diversa tradizione culturale: da noi le feste natalizie si passano a casa, nel calore della famiglia, non credo proprio che a Santo Stefano avremmo stadi pieni…”. Dunque con la sospensione del campionato non ritiene di aver garantito l’ennesimo beneficio ad una categoria già di per sé “privilegiata”? “Io da solo non ho ottenuto mai nulla, perché non sono un dittatore, né un comandante, ma uno dei rappresentanti democraticamente scelti dai calciatori: l’Associazione opera sempre per conto dei suoi oltre cinquemila iscritti, e non certo per rispondere ai miei desideri, E poi l’equivoco della “categoria privilegiata” è talmente vecchio che mi sembra strano doverlo ancora una volta smentire: il 99 per cento degli interventi dell’Aic, infatti, serve per difendere i diritti delle migliaia di calciatori delle categorie minori che magari da sei mesi non prendono uno stipendio, o che a fine carriera faticano a mettere insieme una pensione. I milionari sono solo una ristrettissima minoranza”.


primo piano

di Michele Colucci

Alcuni utili consigli pratici

Vademecum del calciatore

italiano all’este

Sono ormai decine i calciatori italiani che giocano in campionati stranieri. La loro scelta è dettata da diversi motivi: curiosità, necessità o ambizione. Del resto, se il mercato nazionale dà molte opportunità, sicuramente ne offre di più quello europeo e mondiale. Queste poche righe vogliono costituire un semplice vademecum per il calciatore italiano che decida di trasferirsi all’estero. Esso si compone di una prima parte con dei consigli pratici e di una seconda parte con una lista delle organizzazioni sindacali dei calciatori – e relativi contatti – nei Paesi Membri della FIFPRO (il sindacato internazionale dei calciatori). L’Associazione Italiana Calciatori (“AIC”), infatti, ormai da anni è parte di un network di 42 sindacati in altri paesi e, come tale, è in grado di offrire un’adeguata assistenza ai suoi membri anche all’estero. Consigli pratici 1. Il Contratto La stipulazione di un contratto di lavoro costituisce un passo fondamentale e delicato nella carriera di un calciatore. Per evitare sorprese ovviamente è consigliabile sempre affidarsi prima ad un professionista per prevenire al massimo eventuali controversie legali. Sulla base di questa premessa ecco alcuni punti da considerare: 1.1 Il contratto è scritto nella lingua ufficiale del Paese. Nonostante in alcuni Stati si tratti di un contratto standard elaborato dalle federazioni nazionali è sempre consigliabile disporre di una copia dello stesso in lingua italiana e farla verificare in Italia (ovviamente prima di firmarlo).

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1.2 Non firmare nessuno tipo di documento di fretta o, addirittura, appena scesi dall’aereo, (cosa che spesso accade)! 1.3 Negoziare chiaramente sin dall’inizio l’ammontare dell’ingaggio (al netto o al lordo), tenendo conto della normativa fiscale del Paese. 1.4 Fare attenzione alla valuta (euro, dollaro, ecc.) del contratto. 1.5 In materia di retribuzione, evitare formule quali “per annum”che possono creare problemi in sede di interpretazione del contratto. È consigliabile stabilire chiaramente la data alla quale un importo specifico deve essere pagato: per esempio “12 mensilità di X euro l’una, pagabili sempre l’ultimo giorno del mese, la prima il 31 luglio. 1.6 Conservare con cura una copia del contratto (vale a dire quella che spetta sempre di diritto al calciatore). 1.7 Assicurarsi che il club abbia provveduto al deposito di una copia presso la federazione nazionale, altrimenti si può provvedere al deposito della propria copia. 1.8 Eventuali allegati o patti aggiuntivi devono sempre essere depositati insieme al contratto in federazione. In caso contrario essi non potranno essere fatti valere davanti a collegi arbitrali sportivi, nazionali ed internazionali (quali ad esempio, la DRC – Dispute Resolution Chamber della FIFA). 1.9 Verificare la disciplina in materia di cessione dei diritti d’immagine e/o promo-pubblicitari.

1.10 Leggere con cura le disposizioni relative ai diritti e ai doveri dei calciatori. 1.11 Richiedere sempre copia di eventuali regolamenti di condotta da parte del Club. Infatti il giocatore si impegna, con la firma del contratto, a rispettare i regolamenti interni, lo statuto della Federazione e i regolamenti FIFA. 2. La visita medica Se il contratto è stato firmato e depositato in federazione e, successivamente, il calciatore dovesse risultare inidoneo alla visita medica, il contratto resta valido e il calciatore può esigere il pagamento di tutte le mensilità (N.B. non sempre la DRC aggiudica tutte le mensilità) 3. Il doping 3.1 Chiedere informazioni al medico del club prima di assumere qualsiasi sostanza e farsi sempre prescrivere una ricetta medica, in caso di assunzione di eventuali medicinali necessari per la cura di determinate malattie (ad esempio, asma) 3.2 In materia di doping, se si gode di una cosiddetta “Esenzione a fini terapeutici”, occorre produrre la relativa documentazione al club e, quindi, al competente organo nazionale in materia di doping.. È bene farsi rilasciare una prova dell’avvenuta consegna di tale documentazione. 3.3 Qualora l’atleta, per qualsiasi motivo, non abbia potuto inviare la relativa documentazione attestante la necessità di un uso terapeutico, è preferibile che dichiari, in sede di controllo antidoping, la sostanza presa.


primo piano

Lista dei sindacati europei membri della Fifpro L’AIC gode di un contatto diretto con i sindacati specificati qui di seguito in modo da poter assistere al meglio i propri membri oltre i confini nazionali.

e

tero 3.4 Informarsi sui controlli antidoping e le relative procedure con la consapevolezza che il doping non solo è nocivo alla salute e contrario allo “spirito sportivo”, ma è anche duramente sanzionato (l’atleta puòessere soggetto a diverse sanzioni di tipo economico (multa), disciplinare (sospensione), contrattuale (risoluzione contrattuale) e, in alcuni paesi, anche penale). 4. Il permesso di soggiorno Una volta che il contratto è firmato e regolarmente depositato in federazione, il mancato rilascio del permesso di soggiorno, da parte dell’autorità nazionale competente, non costituisce giusta causa di risoluzione contrattuale. Tale regola vale per tutti i Paesi ad eccezione della Svizzera. 5. Le autorizzazioni a lasciare temporaneamente il ritiro o il club Il calciatore deve sempre preoccuparsi di farsi rilasciare autorizzazioni per iscritto ad allontanarsi dal ritiro o a lasciare il Paese in cui gioca (per qualsiasi motivo: di famiglia, medico, o altro). In caso di controversie, un’autorizzazione orale è molto difficile da dimostrare e il club potrebbe chiedere la risoluzione contrattuale per giusta casua laddove non vi sia l’autorizzazione scritta o quella orale non sia dimostrabile. 6. Il mancato pagamento delle mensilità 6.1. La data della corresponsione del salario è di regola specificata nel contratto di lavoro secondo quanto stabilito dalla Federazione nazionale o dall’accordo collettivo. 6.2 Il mancato pagamento di almeno tre mensilità è di regola riconosciu-

AUSTRIA VEREINIGUNG DER FUSSBALLER (VDF) Presidente: Oliver Prudlo Maria Theresien straße 11 1090 WIEN Tel: +431 3131 683805 Fax: +431 3131 683899 e-mail: office@vdf.at website: www.vdf.at

BELGIO SPORTA V.S.B. Presidente: Dirk De Vos (Secretary General)  Kartuizersstraat 70 1000 BRUSSEL Tel: +322 5002 832 Fax: +322 5002 839 e-mail: sporta@acv-csc.be website: www.acv-sporta.be

BULGARIA ASSOCIATION OF BULGARIAN FOOTBALLERS Presidente: Doncho Donev 38, Evlogi Georgiev Blv. National Stadium Vasil Levski - Sector V, office n.7 SOFIA Tel: +359 29806506 Fax: +359 29806506 e-mail: office@abf-bg.org website: www.abf-bg.org

CIPRO PANCYPRIAN FOOTBALLERS ASSOCIATION (PASP) Presidente: Spyros Neofytides 48, Themistokli Dervi Street, Office 202 1066 NICOSIA Tel: +357 22466508 Fax: +357 2237 5755 e-mail: info@pasp.org.cy website: www.pasp.org.cy

DANIMARCA DANISH FOOTBALL PLAYERS’ ASSOCIATION (SPILLERFORENINGEN) Presidente: Thomas Lindrup Pilestraede 35, 1 sal 1112 COPENHAGEN K. Tel: +45 33121128 Fax: +45 33125621 e-mail: mail@spillerforeningen.dk website: www.spillerforeningen.dk

INGHILTERRA PROFESSIONAL FOOTBALLERS’ ASSOCIATION (P.F.A.) Presidente: Gordon Taylor 20 Oxford Court - Bishopsgate Lower Mosley Street MANCHESTER, M2 3WQ Tel: +44 161 2360575 Fax: +44 161 2287229 e-mail: info@thepfa.co.uk website: www.givemefootball.com

FINLANDIA JALKAPALLON PELAAJAYHDISTYS RY Presidente: Tero Kaskela Aurakatu 22 20100 TURKU Tel: +358 505960727 Fax: +358 22306888 e-mail: markus@jpy.fi website: www.jpy.fi

FRANCIA UNION NATIONALE DES FOOTBALLEURS PROFESSIONELS (U.N.F.P.) Presidente: Philippe Piat 32 Rue Feydeau 75002 PARIS Tel: +331 40399107 Fax: +331 42362221 e-mail: Sylvie@unfp.org website: www.unfp.org

GRECIA PANHELLENIC PROFESSIONAL FOOTBALL PLAYERS ASSOCIATION (P.S.A.P.) Presidente: Antonis Nikopolidis Patission street 128 ATHENS 11257 Tel: +302 108239179 Fax: +302 108219829 e-mail: psap@otenet.gr website: www.psap.gr

IRLANDA PROFESSIONAL FOOTBALLERS’ ASSOCIATION OF IRELAND (P.F.A.I.) Presidente: Stephen McGuinness Room 214, Players’ Union Office National Sports Campus DUBLIN 15 - Abbotstown Tel: +353 18999350 Fax: +353 18999351 e-mail: info@pfai.ie website: www.pfai.ie

ISRAELE ISRAEL FOOTBALL PLAYERS ASSOCIATION Presidente: Avi Cohen P.O. Box 1003 - Winter Stadium 299 Derech Lod RAMAT GAN Tel: +972 37303271 Fax: +972 37303152 e-mail: ifpa1@zahav.net.il

NORVEGIA NISO Presidente: Joachim Waltin Youngsgate 11 0181 OSLO Tel: +479 8260590 Fax: +479 3062055 e-mail: niso@niso.no website: www.niso.no

OLANDA VERENIGING VAN CONTRACTSPELERS (V.V.C.S.) Presidente: Danny Hesp Taurusavenue 35 2132 HOOFDDORP Tel: +312 35546930 Fax: +312 35546931 e-mail: info@vvcs.nl website: www.vvcs.nl

POLONIA POLSKI ZWIAZEK PILKARZY (PZP) Presidente: Marek Pieta Ul. Gorkiego 16 92-525 LODZ Tel: +48 426730092 Fax: +48 426725385 e-mail: biuro@pzp.info.pl website: www.pzp.info.pl

PORTOGALLO SINDICATO DOS JOGADORES PROFISSIONAIS DE FUTEBOL (S.J.P.F.) Joaquim Evangelista Rua Nova Do Almada, 11 - 3° DTO 1200-288 LISBOA Tel: +351 21 3219590 Fax: +351 21 3431061 jevangelista@sjpf.pt e-mail secretary: sjpf@sjpf.pt www.sjpf.pt

ROMANIA ASSOCIATION OF PROFESSIONAL AND AMATEUR PLAYERS (A.F.A.N.) Presidente: Dimitru Costin Str. Splaiul Indipendentei n.202 A 5th floor, room 22  060022 BUCURESTI Tel: +402 13103540 Fax: +402 1310 3548 e-mail: office@afan.ro website: www.afan.ro

RUSSIA UNION OF FOOTBALL PLAYERS AND COACHES Presidente: Nikolai Grammatikov 15, Petrovsky Blvrd. 127051 MOSCOW Tel: +749 56264541 Fax: +749 56264542 e-mail: data@psft.ru website: www.psft.ru

SCOZIA P.F.A. SCOTLAND Presidente: Tony Higgins Woodside House - 20/23 Woodside Place GLASGOW G3 7QF Tel: +44 141 5821301 Fax: +44 141 5821303 e-mail: tony@pfascotland.co.uk website: www.pfascotland.co.uk

SERBIA NEZAVISNOST PROFESSIONAL FOOTBALL PLAYERS TRADE UNION Presidente: Mirko Poledica Nusiceva 4/V 11000 BELGRADO Tel: +381 113306711 Fax: +381 113244118 e-mail: internationaldepartment@ nezavisnost.org website: www.nezavisnost.org

SLOVENIA SPINS Presidente: Dejan Stefanovic Dalmatinova ulica 4 1000 LUBIANA Tel: +386 14341250 Fax: +386 14341292 e-mail: info@spins-sinfijat.si website: www.spins-sindikat.si

SPAGNA A.F.E. Presidente: Gerardo Gonzalez Movilla Pedro Rico, 27 28029 MADRID Tel: +349 13143030 Fax: +349 13142789 e-mail: afe@afe-football.com

SVEZIA S.F.S. Presidente: Per Agren Faktorvagen 1 C 43437 KUNGBACKA Tel: +463 0030166 Fax: +463 0063965 e-mail: per.agren@seb.se website: www.spelarforeningen.com

SVIZZERA SWISS ASSOCIATION OF FOOTBALL PLAYERS (SAFP) Presidente: Lucien W. Valloni Bellerivestrasse 201 8034 ZURIGO Tel: +41 443866060 Fax: +41 443866185 e-mail: info@safp.ch website: www.safp.ch

UNGHERIA HIVATASOS LABDARUGOK SZERVEZETE (HLSZ) Presidente: Zoltàn Gera Nyugati Tér 5 III em. 2aj. 1132 BUDAPEST Tel: +361 2376050 Fax: +361 3324573 e-mail: profifoci@profifoci.hu website: www.hlsz.hu

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to dalla DRC della FIFA come giusta causa di risoluzione del contratto nel caso di trasferimenti internazionali (la valutazione va fatta caso per caso e tenendo in conto le circostanze specifiche). 6.3 Il calciatore deve sempre provvedere a mettere in mora il club (inviando apposita comunicazione scritta tramite raccomandata A/R) prima di poter chiedere la risoluzione contrattuale. 7. Le controversie relative al contratto e al rapporto di lavoro 7.1 In caso di controversia con il proprio club e in mancanza di un collegio arbitrale nazionale che sia composto da un eguale numero di rappresentanti dei clubs e di rappresentanti dei calciatori (e che garantisca una procedura equa e corretta), il calciatore puòsottopore il proprio caso all’esame della FIFA Dispute Resolution Chamber in primo grado. Il procedimento è gratuito. 7.2 La controversia può essere sottoposta in appello al CAS (Court of Arbitration of Sport) a Losanna (Svizzera). Il procedimento in questo caso, però, è a titolo oneroso. 7.3 Controversie sottoposte all’esame di NDRC “National Dispute Resolution Chambers” (ovvero di collegi arbitrali nazionali) non sono appellabili al CAS a meno che non via sia l’accordo fra le parti, a meno che non sia espressamente previsto in

tal senso dal regolamento nazionale o da una specifica clausola compromissoria a favore del CAS stipulata tra le parti nel contratto (dipende dal regolamento nazionale che può anche prevedere un’istanza d’appello nazionale, sempre che si tratti di un collegio arbitrale indipendente). 8. Le questioni fiscali L’Italia ha concluso diverse convenzioni bilaterali con molti Stati al fine di evitare la doppia imposizione fiscale. Di regola le tasse devono essere pagate in un solo Paese (quello di residenza o quello in cui si effettua la prestazione). Tuttavia anche in quest’ultimo caso, l’Italia può fare valere il cosiddetto meccanismo del credito d’imposta: in sintesi, il calciatore deve dichiarare anche in Italia i redditi percepiti all’estero ed eventualmente pagare le maggiori imposte dovute in Italia rispetto a quanto pagato all’estero. Inoltre per essere riconosciuti fiscalmente come residenti esteri è necessario che ricorrano alcuni presupposti: primo tra tutti l’iscrizione all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) e che il periodo di lavoro all’estero sia per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per almeno 183 giorni. 9. I contributi previdenziali I contributi previdenziali versati all’estero valgono ai fini del riscatto dell’anzianità contributiva e potranno essere fatti valere attraverso gli appositi moduli forniti dall’ENPALS.

Questo vademecum è stato redatto grazie ai preziosi commenti ricevuti da avvocati, esperti di trasferimenti internazionali, ma anche da calciatori che hanno giocato o che giocano all’estero e che, con “spirito sportivo”, hanno deciso di condividere le proprie esperienze con i loro colleghi. A loro tutti vanno i miei più sinceri ringraziamenti.

Avv. Michele Colucci (Membro della FIFA Dispute Resolution Chamber, Fiduciario AIC. Email: info@colucci.eu)

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A propos Per quanto riguarda la tassazione degli sportivi che svolgono la propria attività all’estero, ovvero di soggetti cittadini stranieri che esercitano la propria attività in Italia, è necessario, oltre alle disposizioni dei relativi Stati in cui la prestazione viene eseguita, porre attenzione anche alle norme contenute nella varie convenzioni internazionali stipulate dall’Italia al fine di eliminare o ridurre il fenomeno della cosiddetta doppia imposizione giuridica. Come è noto, infatti, la doppia imposizione è il risultato della sovrapposizione delle pretese impositive degli Stati. In particolare ciò si verifica in quanto gli Stati tassano sulla base del reddito mondiale (reddito ovunque prodotto) i cittadini residenti, e del reddito prodotto nel proprio territorio i cittadini non residenti. Cercando di esemplificare al massimo, un caso tipico di doppia imposizione internazionale in presenza di convenzioni per eliminare o ridurre le doppie imposizioni è quello che si realizza nei casi di potestà concorrente convenzionale di Stato delle residenza e Stato della fonte: es. lo Stato A si qualifica in base alle proprie norme come Stato della residenza e di conseguenza assoggetta a tassazione i redditi dei propri cittadini prodotti negli altri Stati (per comodità ci riferiamo al solo Stato B); lo Stato B si qualifica, invece, in base alle norme convenzionali, come Stato della fonte (cioè Stato in cui viene prodotto il reddito) ed assoggetta i redditi a tassazione in base alle proprie norme interne. In questo caso si verifica una doppia imposizione internazionale convenzionale della residenza – fonte in quanto ciascuno Stato non rinuncia alla propria potestà impositiva. La situazione appena descritta è sostanzialmente quella che si verifica nel caso di tassazione degli artisti e


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osito di tassazione… sportivi. Più in particolare, la disciplina generale relativa ai criteri di tassazione degli sportivi, e quindi anche dei calciatori, è contenuta nell’art. 17 del modello di Convenzione Ocse, sostanzialmente ripreso dalle Convenzioni stipulate dall’Italia (fa eccezione solo quella stipulata con gli Stati Uniti che prevede limiti di ordine quantitativo e temporale). Il paragrafo 1 della predetta disposizione stabilisce che il reddito percepito da un calciatore (rectius: sportivo) residente in uno Stato (es. Italia) per l’attività esercitata in un altro Stato (es. Germania) è «imponibile in detto altro Stato» (Germania). A questo punto sono però necessarie alcune sintetiche osservazioni: A) Ambito di applicazione. La disposizione appena riportata (art. 17 modello di Convenzione Ocse) si applica agli sportivi (quindi anche ai calciatori) residenti in uno Stato contraente che svolgono la propria prestazione in altro Stato contraente con qualsiasi tipo di rapporto. Ciò significa che, a livello generale, come chiarito dal Commentario al Modello di Convenzione, la prestazione può essere eseguita sia nell’ambito di attività di lavoro autonomo sia di collaborazione coordinata e continuativa sia di lavoro dipendente; B) Criteri di tassazione. Il modello di Convenzione precisa che i redditi che uno sportivo (calciatore) residente in uno Stato (detto Stato della residenza) percepisce per l’attività svolta in un altro Stato (Stato della fonte) sono imponibili in detto secondo Stato (della fonte). Questa puntualizzazione, però, non esclude che si abbia tassazione anche nello Stato della residenza. Infatti, per limitare la tassazione al solo Stato della fon-

te (paese in cui viene effettuata la prestazione e percepito il reddito), il modello di convenzione, e quindi le singole convenzioni, dovrebbe (dovrebbero) utilizzare espressioni del tipo «sono imponibili soltanto» o «sono imponibili esclusivamente» o simili. Quando nelle singole convenzioni ciò non si verifica si ha tassazione concorrente: a) nello Stato della fonte; b) nello Stato della residenza. In questo caso, la doppia imposizione che si realizza per la tassazione del medesimo reddito in due diversi Stati (fonte e residenza) viene attenuata attraverso il riconoscimento da parte dello Stato di residenza di un credito d’imposta pari all’imposta versata all’estero fino alla concorrenza dell’imposta corrispondente a quella dello Stato della residenza. C) Residenza. Il requisito della residenza rappresenta l’elemento discriminante del criterio di tassazione mondiale ovvero della fonte. Come detto al punto precedente, la tassazione diventa concorrente per effetto della tassazione residenza – fonte. In sostanza il paese di residenza, si supponga l’Italia, tasserà il giocatore che presta la propria attività in un paese estero sia per i redditi prodotti nel territorio dello Stato (es. immobili, redditi di capitale, altri redditi diversi, ecc.) sia sui redditi ovunque prodotti nel mondo; mentre lo Stato in cui viene prodotto il reddito come calciatore professionista (Stato della fonte), sia esso prodotto sotto forma di

reddito da lavoro dipendente, ovvero lavoro autonomo o ancora come reddito da collaborazione, potrà effettuare il prelievo per il solo reddito ivi prodotto. A tal proposito si deve ricordare che ai fini interni, un cittadino viene considerato residente qualora si verifichino, anche disgiuntamente uno solo dei seguenti requisiti: a) iscrizione nelle anagrafi della popolazione residente; b) domicilio nel territorio dello Stato, da intendere come centro principale dei propri affari e interessi non solo economici ma anche affettivi; c) residenza sempre nel territorio dello Stato intesa come dimora abituale. Inoltre deve essere sottolineato che il superamento del requisito formale della cancellazione dalle anagrafi della popolazione residente e contestuale iscrizione all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) di per sé non è sufficiente a vincere la presunzione di residenza in Italia. È necessario, infatti, che non si possa realizzare alcun collegamento con il territorio sia di natura affettiva sia di natura economica. L’Amministrazione finanziaria ritiene, infatti, con il supporto della giurisprudenza, che la presenza nel territorio dello Stato della moglie e dei figli, o anche solo dei figli in caso di separazione o divorzio, continua a far ritenere per l’ordinamento interno residente in Italia il soggetto (nel nostro caso il calciatore) che si sia trasferito all’estero per svolgere nell’altro Stato la propria attività.

Prof. Adriano Benazzi (Docente di Diritto Tributario all’Università di Parma. Docente alla Scuola Ezio Vanoni presso il Ministero dell’Economia e Finanze. Membro dell’Associazione Europea dei Professori di Diritto Tributario)

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di Barnaba Ungaro

Tutelata dall’Assocalciatori bulgara

Botev Plovdiv: un

d’Italia in Bulgar Tutto il mondo è paese. Il vecchio adagio vale anche per il calcio, dove non solo in Italia vi sono le società che fanno fatica a pagare i calciatori. Anche all’estero, conseguentemente, si sta sviluppando il senso della categoria, inteso come organizzazione e tutela di diritti di chi ha fatto del pallone la propria fonte principale di reddito. È noto come le federazioni e le leghe europee con più storia, tradizione e forza economica abbiano ormai da tempo come interlocutori sindacati di calciatori ben radicati negli spogliatoi dei clubs. Da adesso questa situazione si sta progressivamente consolidando anche nei campionati emergenti, tanto che, al di là delle regole internazionali della FIFA, la protezione dei diritti dei calciatori è sempre più garantita e presente. Quando un calciatore va a lavorare all’estero è doveroso che si documenti sulle analogie e sulle differenze rispetto alle norme italiane – vedi l’importante vademecum dell’Aic pubblicato su questo numero – però ormai la tutela del giocatore professionista è un dato acquisito. Una conferma ci giunge dalla Bulgaria, dove una squadra della massima divisione è da considerarsi una appendice dell’Italia calcistica. Sì, perché nel Botev Plovdiv milita una dozzina di giocatori del nostro Paese, guidati da Enrico Piccioni, ex tecnico, tra le altre, della Sambenedettese. Un’avventura stimolante, la classica occasione che racchiude il trittico “novità-curiosità-crescita”, ma che rimane pur sempre un lavoro. Come tale, quindi, va considerato, anche negli aspetti che riguardano le tutele, e nel Botev Plovdiv ce n’è davvero bisogno, perché la squadra – ci raccontano i giocatori – non riceve gli

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stipendi da settembre in poi. C’è chi, come Davide Morello, sul punto di firmare per il Botev Plovdiv, ha preferito rinunciare una volta intuita la situazione (“sono andato lì e non ho trovato la chiarezza che avrei voluto andando all’estero, meglio aspettare una squadra in Italia”, ci ha spiegato), ma c’è anche chi ci sta provando con le dita incrociate. “Sì, l’esperienza è interessante” – garantisce Emanuele Morini, punta classe 1982 – “bisogna solo aspettare che si risolvano un po’ di problemi. La vecchia dirigenza sta passando la mano, di possibili compratori ce ne sono, adesso nel giro di breve la cessione societaria dovrebbe concretizzarsi, e nel frattempo, come capita un po’ dappertutto, chi sta aspettando di vendere non paga i calciatori”. Tipico scenario, questo, dove è indispensabile l’intervento della associazione calciatori, prontamente richiesto dai giocatori italiani al sindacato bulgaro. “È una organizzazione preziosa l’Assocalciatori bulgara” – prosegue Morini – “d’altra parte anche qui non mancano le società indebitate. Ci hanno fatto parlare con una rappresentante della categoria che si sta davvero impegnando per garantire i nostri diritti, e ci sentiamo tutelati. In Bulgaria, a differenza che in Italia, non esiste il Fondo di Garanzia, istituto molto importante, però nel caso in cui gli stipendi non dovessero arrivare potremmo scegliere tra due strade: chiedere lo svincolo dopo sessanta giorni di attesa degli emolumenti e vederci comunque riconoscere il diritto al pagamento, oppure aprire una vertenza economica mantenendo in ogni caso il vincolo. In caso di fallimento della società, diventeremmo creditori privilegiati”.

Qui a fianco, Emanuele Morini, attaccante classe ’82 già di Lumezzane e Sambenedettese. È rientrato in Italia con il mercato di gennaio. A destra, Alan Carlet, mezzapunta del ’77: in carriera anche Reggiana, Pisa, Pistoiese e Novara.

Gli fa eco Alan Carlet, classe 1977, attaccante navigato su campi professionistici del nostro Paese: “Il nostro è un contratto da professionista, a tutti gli effetti, quindi anche in Bulgaria, come in Italia, in Serie A si è dei lavoratori, e come tali si è trattati a livello giuridico. Anche qui c’è un Collegio Arbitrale, al pari che in Italia, e le procedure dovrebbero essere piuttosto snelle: in circa venticinque giorni, in caso di vertenza economica con richiesta di svincolo, ci si libera. L’Assocalciatori bulgara sta crescendo, la rappresentante che ci ha incontrato parla anche italiano, quindi siamo veramente soddisfatti, perché abbiamo capito quanto la nostra vicenda sia presa a cuore. Certo, l’Associazione Italiana Calciatori dispone di un livello organizzativo superiore, però ci sentiamo in ottime mani, nella speranza, comunque, che il passaggio societario si con-


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ULTIMA ORA

n pezzo

aria

Proprio mentre andavamo in stampa sono arrivati nuovi importanti sviluppi sulla situazione dei nostri “italiani in Bulgaria”: “Abbiamo rescisso il contratto” - ci racconta Alan Carlet - “perché non abbiamo ricevuto nemmeno uno stipendio. Molti di noi sono rientrati in Italia, anche perché in Bulgaria il campionato è fermo tutto febbraio; peraltro pare che ci siano nuovi proprietari pronti a rifarci un contratto per arrivare a fine stagione. Vedremo come andrà a finire: certo che l’esperienza in Bulgaria è stata davvero fantastica, se ci avessero pagato almeno un paio di stipendi per tirare avanti saremmo rimasti volentieri”.

cretizzi e che tutto su risolva. Noi giocatori, da parte nostra, ci stiamo mettendo tutto l’entusiasmo possibile, e tutta la pazienza necessaria affinché vengano risolte le difficoltà economiche”. Niente di più vero, nelle parole

- “una delle migliori della Bulgaria. Ci riconoscono e ci fermano per la strada, ci incitano sempre. Nel derby contro la Lokomotiv Plovdiv c’erano ventimila spettatori, e quando ho realizzato il gol decisivo a cinque minuti dalla fine lo stadio è impazzito di gioia. Bellissimo! Spero davvero che di Alan Carlet, tanto che la tifoseria del Bote Plovdiv, una delle più calorose della Bulgaria, ha immediatamente instaurato un ottimo feeling con i calciatori italiani. Due scudetti che si sbiadiscono ormai nel lontano passato, nel 1929 e nel 1967, le prime cinque partite di quest’anno giocate e perse con la squadra juniores, e tanta disaffezione con l’attuale dirigenza; l’ambiente del Bote Plovdiv si è acceso con l’arrivo dei giocatori italiani, molti dei quali hanno disputato oltre duecento partite tra i professionisti. Una risalita di partita in partita, con la zona salvezza che ormai è ad una manciata di punti. Da qui la speranza di proseguire l’avventura. “Quella del Botev Plovdiv è una tifoseria fantastica” – ci racconta con tanto entusiasmo Emanuele Morini

tutto si risolva nel migliore dei modi, perché stiamo vivendo una esperienza esaltante”. Sulla stessa lunghezza d’onda Alan Carlet: “Il campionato bulgaro è avvincente, perché è equilibrato. Ci sono le televisioni, c’è interesse tra il pubblico, e qui ci troviamo veramente bene, perché ci sentiamo dei beniamini. Una volta che si sbloccherà la situazione societaria, potremo pensare di vivere come in un sogno da qui sino alla fine della stagione”. E se poi arriverà anche la salvezza…

La rosa 2009/10

Ben 13 italiani in squadra Sono tredici i giocatori italiani nella rosa di quest’anno del Botev, oltre naturalmente il tecnico Enrico Piccioni (nella foto). Ecco il dettaglio (in corsivo gli italiani): Portieri: Stoyan Velev, Ventsislav Velinov, Luca Brignoli, Rumen Popov, Gaspare Adanti Difensori: Vasil Vasilev, Stoyan Angelov, Fabio Tinazzi, Daniel Ola, Todor Todorov, Marco D’Argenio, Nikolay Aleksandrov, Anton Vergilov, Chudomir Grigorov. Centrocampisti: Ciro Sirignano, Marco Di Paolo, Boris Blagoev, Hristo Stalev, Stoyan Grigorski, Dimitar Vitanov, Massimiliano Brizzi, Vasil Kochev, Yordan Etov, Gilberto Zanoletti, Ilian Yordanov Attaccanti: Erick Kabu, Alberto Rebecca, Petko Vasilev, Emanuele Morini, Alan Carlet.

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calcio e legge di Stefano Sartori

Collegio Arbitrale Lnp/Aic

A chi gioverebbe

Mentre stavamo assistendo alle paradossali vicende legate al caso Pandev/Lazio, iniziato all’inizio dell’estate con la mancata convocazione del calciatore per la preparazione precampionato e conclusosi solo il 23 dicembre 2009, una domanda sorgeva spontanea, e conserva tuttora la sua attualità: a chi gioverebbe la fine del Collegio Arbitrale costituito presso la LNP? La FIGC, la LNP, le società di calcio ritengono normale e plausibile ciò che è successo? Farebbe bene alla reputazione del calcio italiano l’abbandono del sistema arbitrale domestico ed il necessario ricorso alla giustizia ordinaria o agli organi della FIFA, che ammette un reclamo nei soli casi in cui sia dimostrato che non è possibile ottenere un equo giudizio in patria? E, soprattutto, se tutto quanto è accaduto fosse capitato a parti invertite, a che reazioni avremmo assistito? Una breve istruttiva cronistoria: dopo un’intera estate trascorsa to-

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la sua

talmente escluso dalla prima squadra, il 25 settembre 2009 Goran Pandev invia ricorso ex art. 7 e 12 dell’Accordo Collettivo (mancata partecipazione agli allenamenti con la prima squadra), chiedendo l’adozione della procedura d’urgenza. Senza entrare nel merito della vertenza, che peraltro è stata decisa dal Collegio Arbitrale secondo la consolidata giurisprudenza esistente, intendiamo soffermarci solamente su quanto è accaduto, in successione, nei tre mesi successivi il 25 settembre. Costituito l’iniziale Collegio, alla prima riunione fissata per il 9 novembre l’arbitro nominato dalla società avv. Armosino non si presenta, e non è una novità, adducendo un impedimento; l’11 novembre il Presidente del Collegio sorteggiato, dott. De Felice, si dimette (?). Di conseguenza, la LNP deve operare una nomina in sostituzione del dimissionario, e ciò per riequilibrare il numero dei Presidenti che, cinque più cinque, sono indicati rispettivamente da Lega ed Assocalciatori ai fini della composizione dell’elenco. La Lega evidentemente non perde il sonno nell’adempiere a questa formalità, tanto è vero che il sostituto, dott. Giacchetti, viene individuato con tutta calma ma senza le autorizzazioni necessarie (essendo Consigliere di Stato, serve il via libera scritto del Consiglio di Presidenza del suddetto organo), mancando le quali non può essere inserito nell’elenco dei Presidenti. In ogni caso, il 22 novembre, e cioè due mesi dopo l’invio del ricorso, la situazione di stallo appare superata nel momento in cui un Presidente a suo tempo indicato dall’AIC comunica, in data 25 novembre, la propria indisponibilità ad

accettare incarichi fino a tutto il 15 gennaio 2010 a causa dei propri impegni professionali ed accademici. La temporanea indisponibilità comporta che il numero dei Presidenti designati da LNP ed AIC sia riportato in condizioni di parità, e cioè quattro più quattro. Ma non va bene nemmeno questa soluzione, perché la LNP sostiene incredibilmente che il totale dei Presidenti deve essere composto non da otto o comunque da altro numero pari, ma esclusivamente da dieci nominativi (!). L’art. 3 del Regolamento del Collegio Arbitrale, a proposito dell’elenco dei Presidenti, non fissa alcun numero obbligatorio di componenti, e quindi sostenere che debbano essere obbligatoriamente cinque per componente è assolutamente pretestuoso; l’unico requisito logico è quello costituito dall’equivalenza del numero di Presidenti indicati rispettivamente da LNP ed AIC. Appare evidente che non si tratta di affrontare solo la strategia difensiva della Lazio ma anche uno strisciante e del tutto nuovo ostruzionismo che proviene dalla LNP, per non parlare di una Segreteria del Collegio che opera evidentemente in condizioni di poca serenità e che, per motivi facilmente intuibili, subisce pressioni tali da non consentire lo svolgimento dell’attività in condizioni di costante ed assoluta indipendenza (a questo proposito, si veda la richiesta AIC datata febbraio 2008 di trasferire la sede dei Collegi in “campo neutro”). A questo punto, un’ulteriore comunicazione AIC del 27 novembre spezza l’impasse perché precisa che, proprio perché sussiste un’esigenza di speditezza del procedimento di nomina dei


calcio e legge

fine? Presidenti coniugata con l’esigenza di equa rappresentatività tra le parti, esistono senz’altro tutte le condizioni per procedere immediatamente al sorteggio del Presidente. Finalmente il sorteggio viene effettuato, ma per la Lazio l’estrazione casuale ha il grave torto di indicare come Presidente l’avv. Fezzi, inserito nell’elenco su proposta dell’AIC. Pertanto, mentre l’avv. Fezzi fissa la prima riunione per l’11 dicembre 2009, l’1 dicembre antecedente la Lazio escogita un altro ostacolo procedurale, sotto forma di una surreale istanza di ricusazione dello stesso Presidente Fezzi in quanto… proveniente da una lista composta da soggetti designati dall’AIC, la stessa AIC che sugli organi stampa ha sostenuto e sta sostenendo il calciatore. In pratica, seguendo il ragionamento della Lazio, tutti i Presidenti indicati dall’AIC sono da ricusare ora e per sempre per il solo fatto che l’Associazione svolge attività sindacale! Ma non importa, andiamo avanti. Secondo il Regolamento del Collegio Arbitrale, sull’istanza di ricusazione “decide, con provvedimento motivato e non impugnabile e avendo facoltà di sentire l’Arbitro, il Presidente del Collegio o il Conciliatore oggetto di ricusazione, il più anziano in età tra i componenti dell’Elenco dei Presidenti”. Di conseguenza il compito di decidere spetterebbe al prof. Caruso, altro Consigliere di Stato, indicato a suo tempo dalla LNP, sennonché l’8 dicembre si scopre un fatto, come minimo, inquietante: il prof. Corrado Caruso ricopre la carica di Presidente del Consiglio di Sorveglianza della S.S. Lazio S.p.a., e quindi presiede un organo cui spettano sciocchezze

quali la determinazione del compenso dei consiglieri di gestione, l’approvazione del bilancio di esercizio e consolidato e la decisione in ordine all’esercizio dell’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, la partecipazione alle assemblee della società, ecc. ecc… Insomma, se c’è un soggetto in posizione di grave e comprovata incompatibilità è proprio il prof. Caruso che, anzi, ci si chiede come a suo tempo abbia potuto accettare di far parte dell’elenco dei Presidenti del Collegio Arbitrale pur ricoprendo un ruolo così importante nell’organigramma di una società di calcio! Bene, anzi male, ma per lo meno siamo quasi arrivati alla fine di questa serie deprimente di avvenimenti: il prof. Caruso ha il buon senso di astenersi e poiché, seppure in ritardo, dal Consiglio di Presidenza del Consiglio di Stato è nel frattempo arrivata l’attesa autorizzazione per il dott. Giacchetti, è proprio quest’ultimo che, in qualità di secondo membro più anziano in età tra i componenti dell’Elenco dei Presidenti, il 10 dicembre respinge, perché priva di qualsiasi supporto giuridico, l’istanza di ricusazione. L’11 dicembre 2009 la discussione della vertenza Pandev/Lazio può iniziare, ma i colpi di scena non sono finiti: nel momento in cui il dott. Giacchetti decide sull’istanza di ricusazione, l’autorizzazione da parte del Consiglio di Stato non era anco-

ra materialmente arrivata in Lega e quindi, anche se non si sa bene come ne possa essere a conoscenza, la difesa della Lazio eccepisce questa mancanza, imputabile ad una leggerezza della Segreteria. Pertanto, in attesa della seconda riunione del Collegio fissata per il 21 dicembre, l’istanza di ricusazione deve essere riesaminata dall’ulteriore Presidente più anziano per età avv. Giuggioli, nominativo indicato dalla LNP che, il 18 dicembre, respinge a sua volta l’istanza di ricusazione. Infine, dopo l’audizione dei testimoni, che avviene nel corso della seconda udienza del 21 dicembre, il 23 dicembre 2009 il Collegio Arbitrale accoglie il ricorso di Goran Pandev e dichiara risolto il contratto con la Lazio con conseguente automatica condanna per quest’ultima a corrispondere al calciatore il risarcimento del danno ex art. 12 dell’Accordo Collettivo. Vicenda conclusa? Non ci giureremmo, ma visto l’esito dell’impugnazione del lodo Mutarelli/Lazio, rigettato dal Tribunale del Lavoro di Milano, è lecito credere che un’eventuale analoga iniziativa possa avere lo stesso esito e c’è quindi ragione di rimanere ottimisti. Piuttosto, a prescindere dagli ulteriori esiti extrasportivi del caso, esaminando lo svolgersi dei fatti che abbiamo riportato, rimane la nostra domanda iniziale: tutto quanto è accaduto in quei 75 giorni, è normale?

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calcio e legge di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

Il lodo Pandev/S.S. Lazio Il consolidato indirizzo giurisprudenziale in tema di “diritto a partecipare agli allenamenti ed alla preparazione precampionato con la prima squadra” è stato confermato con la delibera Goran Pandev/S.S. Lazio del 23 dicembre 2009. Come noto, lo scorso settembre 2009 il calciatore si è rivolto al Collegio Arbitrale LNP/AIC per chiedere la risoluzione del contratto ex artt. 7 e 12 dell’Accordo Collettivo. Come abbiamo ampiamente riassunto nella cronistoria riportata a fianco, prima ancora di poter arrivare ad un esame della vicenda, si è assistito al surreale tentativo della società di non arrivare, utilizzando ogni espediente, nemmeno alla costituzione del Collegio stesso. Di questo il lodo ha tenuto debito conto, ed è importante sottolineare che nelle motivazioni il Collegio ha opportunamente affrontato l’eccezione presentata dal club e con la quale il Presidente sorteggiato avv. Fezzi veniva ricusato in quanto a suo tempo indicato dall’Associazione Calciatori. Quindi, in via preliminare, il C.A. ha espresso le seguenti valutazioni: a) innanzitutto, in pendenza di un’istanza di ricusazione non è previsto l’obbligo di sospendere il procedimento, che infatti è proseguito; b) in secondo luogo, la nomina del Presidente è stata effettuata correttamente, in quanto l’art. 3 del Regolamento del C.A. prevede che le parti contraenti l’Accordo Collettivo (AIC e LNP), previa intesa sui nominativi, forniscano congiuntamente l’elenco dei Presidenti, e ciò senza limiti relativi al numero. Ciò significa che il numero suddetto è variabile e non predeterminato, che l’intesa si potrebbe in astratto

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raggiungere nei confronti di nominativi indicati anche da una sola componente, sempre ovviamente se LNP ed AIC fossero d’accordo, e che una volta nominati tutti i Presidenti sono da considerarsi sullo stesso piano. In proposito, il Regolamento del C.A. è chiarissimo: non fissa un numero standard di Presidenti sorteggiabili ma semmai il numero minimo, e cioè tre (art. 4.3.). Di conseguenza, la procedura attraverso la quale si è arrivati al sorteggio del Presidente Fezzi è da ritenersi del tutto regolare. Affrontata questa importante questione preliminare, si entra nel merito. I fatti, supportati dalla ricostruzione operata in udienza e riscontrabili dall’escussione dei testimoni, appaiono chiari e consequenziali: a) il calciatore chiede di essere ceduto alla fine dello scorso campionato ma la società rifiuta e anzi propone un rinnovo del contratto in essere e avente scadenza giugno 2010; b) l’accordo non si trova e, allo scopo di forzare il calciatore ad accettare le proposte di rinnovo del club, a partire da metà agosto 2009 Pandev viene sistematicamente escluso agli allenamenti e di fatto emarginato, con alcuni compagni, dalla normale e completa attività svolta dalla prima squadra; c) l’esclusione dalle gare e dagli allenamenti emerge con chiarezza dalle testimonianze raccolte; d) in aggiunta, non viene più convocato per alcuna partita ufficiale e ciò senza alcuna valutazione da parte dell’allenatore che, d’altra parte, nell’escludere pregiudizialmente Pandev dal novero dei calciatori della prima squadra, si preclude volontariamente la possibilità di valutare lo stato di forma del calciatore.

A questo proposito è forse il caso di aprire una piccola parentesi: come ha scritto autorevolmente anche Gianni Mura su “La Repubblica”, va bene essere aziendalisti, ma c’è un limite a tutto e questo limite, nel caso dell’allenatore della Lazio, è stato ampiamente superato. Ciò è riscontrabile dalla lettura delle motivazioni del lodo, dove la scarsa congruità delle dichiarazioni dell’allenatore emerge con chiarezza fino a tramutarsi, quasi, in un autogol per la strategia difensiva del club. Infatti, sostenere che Pandev non ha partecipato volontariamente alle gare di Europa League, che le sue esclusioni sono dipese esclusivamente da scelte tecniche (cioè, perché calcisticamente scarso…) o etico/morali (?) ha dell’incredibile, ed infatti il Collegio ha valutato queste considerazioni come tali. Di conseguenza, nel solco di una giurisprudenza più che consolidata, accertato che il calciatore non ha partecipato fin dal ritiro precampionato agli allenamenti con la prima squadra e che, nonostante la puntuale diffida, questo situazione si è protratta per i mesi di agosto, settembre e seguenti in aperta violazione degli artt. 7.1. “in ogni caso il calciatore ha il diritto di partecipare agli allenamenti e alla preparazione precampionato con la prima squadra” e 7.2. A.C. “il calciatore deve partecipare… a tutte le gare ufficiali ed amichevoli… tanto in Italia quanto all’estero”, il Collegio ha accolto la richiesta del calciatore ed ha quindi dichiarato risolto il contratto con la S.S. Lazio e condannato la stessa al risarcimento del danno nella misura minima (e standard) prevista dall’Accordo Collettivo.


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Come stai?

Salvatore Sullo, viceallenatore del Bari

Un incontro di oltre quattro anni fa. Ce lo ricordiamo entrambi. Allo stadio Celeste di Messina, lui ancora in via di recupero, s’era appena lasciato alle spalle un tumore delle vie linfatiche, maligno. C’era da parte sua una gran voglia di rimettersi in gioco, ripromettendosi ancora e ancora di soffermarsi giusto sul presente, non tanto su quel che verrà. Come detto sono passati più di quattro anni e ora Salvatore “Sasà” Sullo lo ritroviamo a Bari, fa il cosiddetto “secondo” nello staff di Ventura. Come dire insomma che anche lui adesso è passato “nell’altro spogliatoio”. Di anni adesso ne ha 38 e dice che era giusto arrivato il tempo, stop.

“Sì, già avevo deciso di non giocare più, si è presentata dopo l’occasione di lavorare con Ventura. Avrei potuto giocare ancora nella Lega Pro o tra i dilettanti come in effetti ho fatto la scorsa stagione ma avvertivo che sarebbe stato per me un vero e proprio sacrificio, sia fisico che mentale. In qualunque realtà ti trovi, ho sempre pensato che quel che si deve fare è calarsi al 100% in quel che si fa, anche per rispetto dei compagni. Ho capito che come detto per me sarebbe così stato un grande sacrificio e allora ho detto stop, era insomma arrivato il momento, le cose hanno un inizio e hanno pure una fine”. “Ventura ho avuto modo di incontrarlo proprio a Messina, io rientravo dopo la malattia ed era un momento difficile e per me e per la squadra. Io non ero più quello di prima, ero sì ancora un calciatore ma il mio vero ruolo era ormai in effetti quello di uomo-spogliatoio. Credo che Ventura questo l’abbia apprezzato e così almeno dal punto umano mi conobbe; lui fu molto chiaro con me, a 35 anni io non avevo bisogno di tante parole e questo mi piacque. Cominciare è stato difficile, tutto era nuovo e sono stato fortunato d’aver potuto iniziare appena smesso, ancor più poi perché tanti dei giocatori del Bari li conosco, con alcuni ci ho

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anche giocato assieme a suo tempo nel Messina e questo ha facilitato le cose. L’idea un giorno di allenare comunque ce l’avevo e ora come ora mi sento giusto un apprendista, non mi poteva capitare di meglio”. “Ho fatto il calciatore per tantissimi anni, ho avuto a che fare con tanti allenatori in seconda, so bene qual è il ruolo, quanto sia importante cercare di avere un buon rapporto con la squadra, con nessun protagonismo e nessuna necessità/voglia di apparire. Tutto lo staff lì a preparare le gare ed è chiaro che la percentuale maggiore di responsabilità ce l’ha il mister, poi vengono i collaboratori. Sì, i giocatori mi danno del tu, ma non mi faccio proble -

mi, si sa che il rispetto non si vede nella forma ma nella sostanza delle cose, dei rapporti. Sul fatto che dentro sia magari ancora un calciatore e non del tutto un allenatore non so proprio che dirti, magari è una cosa questa che si può vedere meglio da fuori, io non lo so. Le partitine? Chiunque ha giocato sa che quel tipo di voglia non passa mai, quando manca qualcuno allora mi capita di farne ma sento che è diverso da prima, che non ho più davanti l’obiettivo della gara: tutto sommato preferirei così giocare a calcetto con gli amici. L’unica differenza che ho avvertito è la minor possibilità che ho adesso di scaricare la tensione rispetto a prima. Da calciatore ce la fai proprio giocando, adesso invece all’inizio questa impossibilità mi ha dato anche noia ma a poco a poco ci si abitua alle cose, dai”.


“Dopo quell’esperienza della malattia, non penso proprio che cambierò quel mio modo di rapportarmi alle cose, non ho certo dimenticato. Come persona sono insomma fatto così, molto concentrato sul presente, proprio il presente e non penso a quel che verrà. È un momento questo in cui mi godo quel che sto facendo, è piacevole e stimolante quel che ogni giorno apprendo e davvero come detto non potevo chiedere di più. In squadra ci sono ragazzi di 20 anni, li guardo e li osservo; lascio da parte i luoghi comuni sul fatto che siano “intoccabili” e viziati: guardo alle persone, a quello che sono, vedo come si comportano. Facevo così anche da calciatore. Penso che quando ho cominciato io a giocare non c’erano ancora i telefonini e ora c’è di tutto e di più, con internet che ti permette, da solo davanti a un computer, d’avere davanti a te il mondo intero”. “Vedo stadi scomodi, sia da raggiungere che nel modo che ti permettono di vedere la partita; vedo dei

terreni di gioco che salvo qualcuno non sono come dovrebbero essere; non vedo negli spalti famiglie, non vedo specialmente i bambini che dovrebbero essere i tifosi del futuro; siamo nel 2010 e c’è bisogno di un biglietto nominativo quando basterebbe la carta d’identità con un microchip per vedere chi sei. Per fortuna ci sono sempre comunque i 90 minuti, è sempre quello il momento più bello in assoluto. Sono anch’io in serie A, è il massimo e ho modo da ammirare da vicino – sono sempre in panchina durante le gare – giocatori straordinari come, che so, Cassano, Beckham, Ronaldinho, Mutu, lo vedi bene quanto sono bravi. Mi piace sempre tanto il calcio, così gusto e ammiro il gesto tecnico, magari un po’ meno se lo fanno contro di noi”. “Come finiamo? Ho letto di Balotelli, ho letto che viene fischiato perché è nero e italiano. Non entro nel merito ma se così fosse sarei molto dispiaciuto, spero che i fischi dipendano solo dal fatto che è un grande giocatore, un grande avversario che ha degli atteggiamenti suoi. Sono contento che a Bari non si sono sentiti ululati, anzi, i tifosi qui gli hanno pure consegnato un mazzo di fiori, anche questo un segnale per cercare tutto sommato di sdrammatizzare”. Salvatore Sullo è nato a Napoli il 23 ottobre 1971 da genitori provenienti da Castelvetere sul Calore, in provincia di Avellino. Prima di intraprendere la carriera di allenatore, ha giocato per molte stagioni a Messina ma ha anche vestito le maglie di Puteolana, Avellino, Turris, Reggiana, Pescara e Martina. È entrato nella storia del Messina Calcio per aver contribuito a trascinare la squadra dalla Serie C1 alla A. Nei suoi 6 anni con i giallorossi (2001-2007) ha collezionato 141 presenze e 25 reti diventando cittadino onorario della città di Messina e la società, dopo la sua partenza, ha ritirato la maglia n. 41.


pianeta Lega Pro di Pino Lazzaro

Rappresentante Aic del Real Marcianise

Gaetano Manco:

“No, a casa mia nessuno prima aveva giocato al calcio, tutti però appassionatissimi del Napoli, s’andava sempre allo stadio. Passione che così ho avuto anch’io fin da piccolo, sempre a giocare; vicinissimo a casa mia, a Secondigliano, c’era (e c’è) in mezzo alle palazzine un campo da calcetto, è lì dov’ero sempre a giocare, ancora e ancora. Poi sono passato a una scuola calcio sempre di Napoli, la Dinamo Napoli, sarà stato un chilometro da casa mia. Avevo mi pare otto anni e ci sono stato sino agli allievi. Un anno l’ho fatto poi con gli allievi nazionali del Napoli e da lì sono passato alla Primavera del Savoia, allora facevano la serie B: è stato dal Savoia che m’hanno poi mandato a Campobasso in C2, è stato allora che ho fatto il mio debutto tra i professionisti. A casa i miei naturalmente ci tenevano, in me hanno sempre creduto, mentre con la scuola purtrop-

“Meno soldi,

po ho smesso proprio presto. Un po’ perché pensavo al calcio, un po’ perché mi sono sposato giovanissimo, a 17 anni ero infatti già papà e lì certo ho anticipato i tempi. Adesso la prima ha dieci anni e il secondo ne ha sei, già ha iniziato a dare calci a un pallone”. “Guardandomi indietro penso di poter dire che in effetti ho avuto più di una volta la possibilità di salire sul cosiddetto treno che passava, certo che sono anche capitato con persone sbagliate, tipo quand’ero proprio a Campobasso, pareva potessi passare al Verona, a quel tempo era serie A ma il mio presidente voleva a tutti i costi un guadagno che non era possibile ottenere e così non se n’è fatto niente. Ora l’età ormai è quella che è, in effetti non so se poi ne potranno passare altri. In più proprio a Campobasso a fine stagione la società fallì

e così, dalla possibilità che pareva ci fosse per andare in serie A mi sono ritrovato invece senza squadra e non è stato certo facile. Ho fatto poi delle stagioni in serie D ed è stato col Real Marcianise, sempre partendo dalla D, che sono arrivato in Prima Divisione. È una realtà questa in cui ci sono parecchie ambizioni, con un presidente come Bizzarro che ha sia la forza economica che la mentalità per fare eventualmente anche la serie B e intendo pure una buona serie B, non solo arrivarci insomma. Vedi per esempio dove ci alleniamo, un impianto costruito all’interno della sua azienda (autotrasporti) dove oltre ai campi e alla palestra c’è pure una mensa-ristorante, con una sala giusto riservata a noi. Lo stadio invece non è dei migliori, lo scorso anno abbiamo avuto anche dei problemi per le condizioni della viabilità esterna relativa specie al settore degli ospiti; il fondo però è bellissimo e per quelle che sono le ambizioni come detto della società, non è detto che in futuro non mettano mano pure alla costruzione di uno stadio nuovo”. Qui a fianco, una formazione del Real Marcianise 2009/10: Romano, Fumagalli, D’ambrosio, Murolo, Di Napoli, Manco, Piscitelli, Della Ventura, Tedesco, Russo e Poziello. Sopra, con il compagno di squadra Di Napoli.

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pianeta Lega Pro

:

, più equilibrio” Sono rappresentante di squadra un po’ per caso, tutto è iniziato 3-4 anni fa, dopo una riunione tra di noi compagni. Si decise insomma insieme e devo dire che questo nostro gruppo continua a essere praticamente lo stesso da parecchi anni, ne sono stati cambiati pochi di giocatori, in 14-15 siamo insomma sempre gli stessi e posso dire che più che una squadra qui siamo una famiglia. No, nessuna fatica a iscrivere anche i più giovani, anzi facendo l’elenco degli iscritti me ne sono reso conto anch’io che ne ho iscritti parecchi di più in questa stagione che la passata. Di bisogno diretto dell’Associazione Calciatori l’ho avuto quand’ero a Campobasso, dopo il fallimento della società; mi sono rivolto al fiduciario di Napoli, all’avvocato De Palma, per il recupero degli stipendi e dopo quell’esperienza le cose mi sono sempre andate bene, sono stato fortunato. Tornando all’idea di questo nostro

gruppo, aggiungo che la stessa fascia del capitano non è che sia assegnata a un singolo calciatore: qui da noi la fascia gira ogni po’ di mesi, non abbiamo insomma il discorso degli “anziani” eccetera, siamo tutti uguali”. “L’obiettivo di questa stagione è intanto soprattutto salvarci; se poi riuscissimo a fare qualcosa di più, arrivando a ridosso della stessa zona playout, ecco che il tutto non farebbe altro che “spingere” ancor più quelle che sono qui le ambizioni del presidente che potrebbe così puntare sin dal prossimo anno a qualcosa di più importante. Personalmente al dopo ci sto pensando e da parecchio. Intanto ho potuto investire come si dice sul mattone e anche questo lo vedo come un modo per attrezzarmi per quando smetterò. Sì, piacerebbe anche a me magari rimanerci dentro a questo mondo del calcio, anche se adesso come adesso no saprei dire con che qualifica, se come allenatore o altro. È una categoria questa della C che è cambiata rispetto a prima, ci sono meno soldi per tutti e questo ha secondo me equilibrato un po’ le forze: ci sono parecchi giocatori in giro (con tanti e tanti più giovani) e le società possono mettere assieme buone squadre spendendo di meno”.

La scheda Gaetano Manco, rappresentante Aic del Real Marcianise, è nato a Napoli nel gennaio del 1982; gioca da centrocampista. Questa la sua carriera: Stagione

Squadra

Cat.

P.

G.

2009-10

Real Marcianise

C1 B

16

3

2008-09

Real Marcianise

C1 B

26

2

2007-08

Real Marcianise

C2 C

27

7

2006-07

Real Marcianise

C2 C

31 10

2005-06

Real Marcianise

C2 C

30

2004-05

Real Marcianise

DG

29 14

2003-04

Viribus Unitis

DG

33

7

Pro Vasto

D

22

8

2002-03

Cavese

D

2

0

2001-02

Campobasso

C2 C

6

2

2000-01

Campobasso

C2 C

0

0

2002-03 (nov)

6

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femminile

di Pino Lazzaro

Esperienza in Spagna per Katia Serra

Calcio come spettac

non come

L’infortunio al tendine d’Achille, una determinazione quasi feroce nella lunga fase di recupero. Al solito un periodo certo non semplice, con la quotidiana necessità/consapevolezza di sentirsi, ascoltarsi, scacciando gli inevitabili pensieri più o meno ansiosi legati alla “qualità” del recupero: tornerò come prima? Katia Serra, “delegata” Aic per quel che riguarda il calcio giocato dalle donne, dopo l’ennesimo infortunio aveva subito avuto modo di dirci che sarebbe tornata a giocare e dunque con questo obiettivo in testa ha tenuto botta per mesi e mesi di recupero e rieducazione. Poi il colpo di scena, chiamiamolo così, la novità che davvero ti cambia la scena, prospettive e anche motivazioni. Arriva infatti per lei l’offerta del Levante, che significa Spagna, Valencia, altra lingua, costumi eccetera eccetera. Katia ha deciso di dire sì e qui di seguito ci racconta un po’ di cose e sensazioni di questa sua nuova esperienza, professionale e umana. Dai, poco da fare, da qui pare proprio un bel modo il suo di ricominciare. Suerte.

“Erano già due stagioni che mi seguivano: mi avevano vista giocare e hanno continuato a cercarmi. Ma le cose per me non si incastravano bene e avevo sempre detto di no. Stavolta invece ho avvertito che poteva essere il momento giusto per fare questo tipo di esperienza; avevo richieste anche di squadre italiane ma loro, il Levante intendo, hanno continuato a mostrarsi interessati, dopo l’infortunio al tendine d’Achille a dirmi che mi avrebbero aspettato, due tre volte al mese mi scrivevano per e-mail per chiedermi come andava, anche questo è stato importante. Credevano dunque in me: di mio avevo sempre pensato un giorno di provare un’esperienza come questa, non che dovesse essere necessariamente in Spagna, comunque questo progetto ce l’avevo e dunque stavolta ho detto sì, era arrivato il momento di mettermi alla prova”. “Ci si allena 4 volte la settimana, minimo un paio d’ore per seduta. S’inizia alle 17 ma qui richiedono di essere nello spogliatoio almeno mezzora prima in modo che ciascuna di noi possa prepararsi al meglio per il campo. Andiamo in un

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centro sportivo, nella zona del porto di Valencia, un impianto che ha pure campi da tennis, piscina e palestra; ci alleniamo sul campo dove giochiamo anche le nostre partite interne, è in sintetico ed è a nostra disposizione, non è insomma come tante volte capita che se ne possa usare solo metà o utilizzando dei campi con dimensioni ridotte. Ogni volta oltre all’allenatore, al preparatore atletico e a quello dei portieri, sono presenti pure un paio di massaggiatori/fisioterapisti che nell’apposita sala attigua al campo sono a disposizione prima o dopo l’allenamento. Abbiamo lo stesso medico della squadra maschile e uguale è pure tutto il materiale sportivo. Qui le maglie sono personalizzate, io sono arrivata dopo e ho scelto tra i numeri che restavano: ho scelto il 20, mi piacciono i numeri pari e ho preferito mettere KATIA S., non m’è mai piaciuto quando sento che mi chiamano per cognome”. “Siamo in 22, solo io italiana e in più c’è una ragazza tedesca e una brasiliana, lei è il portiere, tra l’altro è una stanga, più di 1 metro e ottanta. Con loro due e una giovane spagnola condivido un grande appartamento (ciascuna ha la propria camera), como-

Qui sopra, una recente immagine di Katia Serra con la nuova maglia del Levante. Sotto, quando giocava a Trento e, a destra, con le maglie di Reggiana e Roma.

do sia al centro che al mare. Adesso comincerò pure un corso di spagnolo, quattro volte la settimana: voglio che la mia non sia solo un’esperienza professionale ma anche umana. Le partite di campionato le giochiamo di regola la domenica, alle 12; se capita la contemporaneità con la squadra maschile (esigenze televisive) ecco che noi anticipiamo alle 17 del sabato. Trasferte sempre abbastanza lunghe, minimo 4-5 ore di pullman e così si parte al sabato: hotel, cena e abbondante colazione al mattino. Ci si allena di solito il lunedì, naturalmente differenziato, è il martedì che si sta ferme”. “Giusto per dare un’idea posso dire che il Levante qui in Spagna è un po’ quel che è il Bardolino da noi in Italia, il club insomma che ha più tradizione e che negli anni ha vinto più di tutti. La crisi economica che di recente


femminile

acolo,

tatticismo

tanto ha colpito il Levante maschile è arrivata a far sentire i suoi effetti pure sulla sezione femminile ed è ora questo per loro un momento di rinnovamento, con tante ragazze giovani, anche per ora di ridimensionamento, con l’ambizione a partire dalla prossima stagione di tornare ai livelli di un tempo. Per la prima volta, in questa stagione il campionato è stato organizzato con una prima parte su tre gironi, con le prime due di ciascun girone e due terze che andavano a comporre la cosiddetta Super Liga. Il Levante è entrato tra le otto ma con la consapevolezza che era appunto un po’ questo il massimo traguardo per ora accessibile. Il campionato finirà per la fine di aprile e subito dopo partirà la Coppa della Regina, una competizione che qui è molto sentita. Con loro ho intanto un accordo che scade il 30 giugno, poi si vedrà”. “Per quel che riguarda i media mi pare che grosso modo lo spazio che viene dedicato al nostro calcio sia come quello che c’è in Italia, di più ne trovi a livello locale, sia nei giornali che nelle televisioni. Quel che trovo diver-

so è quanto invece venga accettata qui una ragazza che gioca a calcio, non c’è insomma la sensazione che ti facciano sentire “strana” perché giochi al calcio. Il fatto poi di giocare comunque con una squadra che è molto conosciuta come il Levante (quello dei maschi naturalmente) fa sì che anche tu venga magari vista come una “importante”. Sì, vado a vederli (a ciascuna di noi hanno dato ben quattro tessere omaggio...), lo stadio è un po’ vecchiotto, poco meno di 30.000 persone, ben più grande è quello dove gioca il Valencia, praticamente il doppio. Non ci sono barriere e tutto sommato il clima che c’è attorno alla partita è più di festa”. “Gli allenamenti sono praticamente sempre con la palla, pochissime volte ci sono lavori a secco. Il livello tecnico l’ho trovato altissimo in tutte, anche quelle che magari sono meno brave, mentre invece dove devono crescere è sul piano tattico. In partita vanno sempre e comunque a 3000 all’ora, meglio vincere 5 a 4 che 1 a 0, il calcio come spettacolo, non come tatticismo. Mi piace che qui lo staff usa molto il video e così ci fanno vedere e rivedere (ragionando) azioni, errori eccetera. Come ranking internazionale la Spagna è un po’ più bassa dell’Italia, noi siamo attorno al decimo-dodicesimo posto, però qui stanno recuperando velocemente tanto è vero che sono già molto competitive a livello di formazioni giovanili”. “No, problemi nel continuare con l’Associazione quel che ho sempre fatto in questi anni non ci sono. Grazie alla tecnologia, come gestivo le cose da Bologna idem sto facendo adesso da Valencia, non c’è alcuna differenza, e già che sono

qui sul Calciatore dico a tutte che è sufficiente mandarmi un sms, sono poi io che mi faccio viva. Come finiamo? Col fatto che se ho fatto questa scelta l’ho fatta per tornare più velocemente a un livello importante come calciatrice. Nella mia carriera sono stata parecchio condizionata dagli infortuni; è un po’ una mia caratteristica, ma sono stati anche loro, appunto gli infortuni, a farmi sempre allenare tanto ed è proprio adesso, dopo aver recuperato dal problema al tendine, che ne posso raccogliere i frutti. Qui ci si allena parecchio e anche questo mi può aiutare a tornare più in fretta ad essere una giocatrice vera. Vengo da un anno di inattività, sono con un gruppo che ha cominciato in agosto ma già in queste poche settimane ho visto quanto sono migliorata atleticamente. La mia autonomia per ora è massimo un tempo ma come detto sto recuperando, già ho fatto due presenze, poco meno di mezzora ogni volta e penso che nel giro di qualche settimana sarò alla pari con le altre. ¡Hasta luego!”

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Io e il calcio

l’intervista

Franco Ballerini, C.T. Nazionale di ciclismo

“A

calcio posso dire che da ragazzetto ho giocato giusto qualche volta, lo si faceva nella piazza lì del mio paese, ma niente di più. Sono cresciuto infatti in una famiglia a pane e ciclismo, mio padre è arrivato a correre sino da dilettante per poi riprendere da cicloamatore, anche mio fratello ha fatto il dilettante, c’era pure uno zio che è sempre stato legato alla bicicletta e insomma posso dire che la mia è stata una strada segnata sin dall’inizio. I miei figli invece gioca-

no a calcio. Il grande, 16 anni, è con l’Atalanta, peccato si sia fatto male a un collaterale, non ha ancora recuperato; l’altro ha 9 anni e gioca qui nel nostro paese di Casalguidi. No, nessun problema col fatto che mio figlio sia andato via da casa, io l’ho fatto che avevo 14 anni, non c’era insomma nessuna preclusione da parte mia. Sì, il calcio mi piace, quando posso vado allo stadio, la Fiorentina qui vicino e altre ancora. Di tifo sono interista e quel che mi affascina sono la bellezza di certe triangolazioni, dei tagli di campo, la bravura che hanno

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a fermare il pallone, non importa se arriva a cento all’ora: è una maestria quella che io proprio non ho”.

Democratico o “sergente di ferro”? “Mi considero uno molto comunicativo, che cerca sempre di far capire le scelte che faccio, scelte che preferisco dire io a voce, non mando avanti per dire il vice. Cerco sempre di motivare inclusioni ed esclusioni e penso di avere un buon rapporto con tutti. Con loro, con i corridori, spiego e motivo sempre le scelte che faccio e ho fatto. A quel che andremo a fare penso sempre di dare un’anima, un senso. Mi rifaccio puntualmente al calcio, dentro di me ho sempre l’immagine di un’azione, di un insieme che deve portare al gol. La nostra in effetti è una “partita” che dura anche più di sei ore e resiste sempre dentro di me il concetto di squadra, di un’azione di gioco che parte dal portiere, si sviluppa coi difensori, ci sono poi i portatori di palla per arrivare a cercare di fare gol con la prima punta. Questo lo schema di massima, l’immagine a cui come ho detto sempre faccio riferimento per pormi e spiegarmi con i miei corridori. Poi, si sa, non è detto che le cose vadano come prestabilito, a Varese per esempio c’era Bettini che veniva sì prima di tutti ma le cose si sono messe in maniera tale che il “gol” è andato a farlo poi Ballan che era per l’appunto una seconda punta”.

Non le manca lo “spogliatoio”? In fondo la Nazionale corre assieme solo e soltanto il Mondiale (o l’Olimpiade ogni quattro anni). “Essere c.t. della Nazionale è naturalmente una grande soddisfazione, certo che in effetti sarebbe bello gareggiare più spesso. Tra l’altro credo sarebbe pure un valore aggiunto allo stesso ciclismo, a tutto il movimento: quando c’è di mezzo infatti la maglia azzurra l’interesse generale cresce, tutti magari si fermano un po’ a dare un’occhiata. Con l’inizio dell’attività comincio così a seguire le gare e quando l’evento è ancora lontano, per “stare” con i corridori vado appunto alle corse o li sento per telefono; poi nell’imminenza dell’appuntamento, è lì che facciamo davvero squadra. Posso testimoniare che per i nostri corridori vestire l’azzurro è sempre una grande motivazione, ogni volta che si consegnano borsa e materiale ci sono sempre i brividi, un qualcosa che inorgoglisce, nessun dubbio. Non so, forse nel calcio può essere magari diverso, forse conta il fatto che di partite ce ne sono tante,


l’intervista

alcune anche amichevoli, che possono così contare pure meno. Ripeto, per noi invece c’è una sola “partita”, c’è il Mondiale, abbiamo solo quello: tutti, ma proprio tutti, ci vogliono venire”. A proposito di “partite secche”, il prossimo Mondiale in Australia è così per velocisti come dicono? “Sì, dicevano e dicono così e in effetti pensavo quando sono andato laggiù a vederlo di trovarmi di fronte a un percorso semplicemente piatto. Per me però non è proprio così: la prima parte di 85 chilometri in linea è sì pianeggiante ma ci sarà tanto vento mentre nel circuito finale è vero che non è durissimo ma non c’è

un metro di pianura con in più, se verrà confermato l’arrivo dove per ora è stato indicato, il finale è su di una rampa di 700 metri che sale a poco a poco: dal 2% al 4%, per finire al 6%. Un finale da gambe insomma, con un circuito in cui non sarà facile per le squadre dei velocisti tenere unita la corsa”. Lo stadio e la strada: ce ne sono di differenze! “La bellezza del ciclismo si basa anche sul pubblico che abbiamo. Quel che si dice davvero un bel pubblico, che applaude sempre e che, a differenza del calcio, si affeziona all’atleta:

nel calcio credo invece venga prima la squadra che il calciatore. Se un giorno, per dire, Totti se ne dovesse andare dalla Roma ecco che da avversario diventerebbe magari poi uno da fischiare, non avrebbe più lo stesso valore di prima. Nel ciclismo invece cambiano le squadre, per dire uno può passare dalla Lampre alla Liquigas e così via, ma l’idolo rimane tale, non c’entra il colore della maglia. Con in più una minor conflittualità tra tifosi: c’è chi preferisce Armstrong e chi Contador, lì per lì potranno anche dirsi qualcosa, ma poi finisce con un panino e un bicchiere di vino quasi sempre bevuto assieme. E non succede certo così nel calcio”.

Monsieur Roubaix

Classe ’64, Franco Ballerini ha corso da professionista dal 1986 al 2001 e sono state nell’ordine Magniflex, Del Tongo, Malvor, Gb, Mapei, Lampre e ancora Mapei le sue formazioni. È sceso di bicicletta nel 2001 per passare subito al ruolo di c.t. della Nazionale. Tra i suoi successi da atleta, due edizioni della Parigi-Roubaix (1995 e 1998), la tappa di Morbegno al Giro d’Italia del 1991, la Tre Valli Varesine (1987), il Giro di Piemonte e il Giro di Campania nel 1990 e il Giro di Romagna nel 1991. Con lui c.t. della Nazionale sono arrivate le maglie iridate di Mario Cipollini (a Zolder nel 2002), di Paolo Bettini (a Salisburgo nel 2006 e a Stoccarda nel 2007) e di Alessandro Ballan (a Varese nel 2008); ancora con Paolo Bettini c’è poi l’oro olimpico ad Atene 2004. Alcune immagini di Franco Ballerini versione ciclista e C.T. della Nazionale: a sinistra con la maglia della Mapei con la quale ha vinto la Parigi-Roubaix (a destra in alto). Sopra, premiato dal Presidente della Repubblica Napolitano e con Paolo Bettini dopo la vittoria del Mondiale.

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ha scritto per noi di Alessandro Comi

Federico Peluso, difensore dell’Atalanta

La gioia di giocare in A Difensore mancino dotato di buona tecnica e buona corsa, Federico Peluso è ormai da due stagioni uno dei baluardi della retroguardia atalantina: ha ricoperto i ruoli di centrale e terzino, ed ha esordito in serie A l’8 marzo del 2009 a San Siro in un Milan-Atalanta finito 3 a 0 per i padroni di casa. Dopo aver fatto il settore giovanile nella Lazio fino agli allievi (è nato a Roma il 20 gennaio del 1984), ha iniziato la carriera di professionista nel campionato di C2, vestendo per 3 stagioni la maglia della Pro Vercelli. Dopodiché un doppio salto di categoria, in serie B con la Ternana per 2 stagioni e altre 2 con l’Albinoleffe, per poi approdare all’altra compagine bergamasca nel gennaio scorso e debuttare così nella massima serie. Dopo qualche anno nelle serie minori, finalmente sei arrivato in A… “Ho fatto un pòdi gavetta tra C2 e serie B, e dopo 2 anni e mezzo giocati sempre nelle valli bergamasche con l’Albinoleffe ho raggiunto, nel gennaio scorso, il traguardo della serie A con il passaggio nell’Atalanta. Diciamo che a 26 anni sono nel

pieno delle mie potenzialità e spero di potermi affermare e dimostrare ancor di più il mio valore tecnico. Mi rendo conto che non sia facile mantenere questa categoria e la differenza tecnica si sente rispetto a quelle inferiori in cui ho giocato: in serie A, contro tanti campioni, non ti puoi concedere distrazioni perché gli attaccanti avversari non perdonano”.

oggi è sicuramente il mio primo gol in serie A, quest’anno contro il Parma in campionato in casa, e l’esordio sempre in serie A l’anno passato nel tempio del calcio a San Siro contro il Milan”.

Qualcuno da ringraziare per questo importante traguardo raggiunto? “Per essere arrivato dove sono ora, oltre ai miei genitori che mi hanno sempre incitato e seguito, un ringraziamento particolare lo devo fare al mio procuratore Camillo Mileo, e soprattutto al mio ex direttore sportivo Sandro Turotti che mi prelevò dagli allievi della Lazio e mi portò alla Pro Vercelli in C2 quando ancora ero un ragazzino e poi mi rivolle all’Albinoleffe quando ero alla Ternana con la possibilità di mettermi in vetrina e così farmi notare dall’Atalanta”.

Come è la situazione a Bergamo? “Bergamo è una grande piazza e sicuramente la società e i tifosi meritano una situazione di classifica migliore: nonostante i sacrifici non ci gira bene, le potenzialità ci sono, speriamo di risollevarci e concludere il girone di ritorno alla grande”.

Nonostante la tua giovane età tu sei già tolto qualche soddisfazione? “La soddisfazione più grande fino ad

Delusioni? “La retrocessione con la maglia della Ternana in serie B”.

Quali progetti hai per il futuro? “Al futuro non ci penso ancora, mi godo il momento calcistico e faccio il papà a tempo pieno, della mia splendida bambina di nome Viola di quasi 2 anni, che mi ha regalato mia moglie Sara”. Federico Peluso è nato a Roma il 20 gennaio ’84. Sposato con Sara, ha una bambina di 2 anni di nome Viola.


amarcord

La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

Andrea Consumi (Figline) “È Fiorentina-Grosseto, campionato di C2. Io di Firenze, da sempre tifoso della Fiorentina, 30.000 persone al Franchi. Giocarci contro, era la Florentia Viola allora, per me come tifoso era un pòcome una pugnalata al cuore: di solito l’andavo a vedere da spettatore, ho cominciato a farlo da ragazzetto e ancora continuo,

appena posso, se hanno un posticipo o la Champions, ce l’ho nel sangue io la Fiorentina. Va bene, l’abbiamo persa quella partita, vincevamo ma poi ci hanno rimontato. Ricordo le due settimane precedenti: continuavano a chiamarmi in tanti, chi per sfottermi chi per dirmi che non vedeva l’ora di vedermi lì sul campo. È capitata nel girone di ritorno, all’andata avevamo vinto noi, mi pare 2 a 0 e proprio dopo quella partita a Firenze cambiarono l’allenatore, con Cavasin che prese il posto di Vierchowod. Quante emozioni quel giorno: il ritiro in centro a Firenze; il tragitto in pullman sino allo stadio; quel parcheggiare sotto. Al Franchi io ci avevo già giocato con la Rondinella per una stagione intera (motivi d’ordine pubblico, non s’aveva il campo adatto per la C) ma quella volta fu proprio tutto speciale”. Daniele Mannini (Sampdoria) “È quando sono finalmente tornato a giocare dopo i due mesi di squalifi-

ca. Sì, la storia del mancato controllo antidoping, io e Possanzini, un anno ci avevano dato! Poi c’è stata la sospensione della pena, sapevo che non poteva finire altrimenti, ho sempre contato sul buon senso delle persone. La mia forza in quel periodo è stata che mi sono sempre allenato bene, in mezzo a una vicenda che certo poteva segnare tanto e tanto di più la mia carriera. C’era così da giocare Napoli-Milan, posticipo serale, il San Paolo tutto pieno, con quell’atmosfera che lì è anche magica. Ero sempre stato sicuro che ne sarei uscito bene, come ho detto mi sono sempre allenato seriamente e così, a pena sospesa, me l’ha fatto capire subito l’allenatore Reja che mi avrebbe fatto giocare. Ero supercarico, per due mesi non avevo pensato ad altro: mi mancava la domenica, il ritiro, so-

prattutto partecipare con la squadra alla preparazione prima della partita, quella paura/voglia che vivi dentro. È stato insomma un ritornare a quella vita che mi ero e mi sono costruito: i

miei amici mi avevano preparato una maglietta con su scritto “scusate il ritardo”. Una frase che per me è proprio il simbolo di quel periodo”. Ighli Vannucchi (Empoli) “Una partita proprio contro “di voi”, contro il Vicenza, penultima di campionato, eravamo in serie A. Io giocavo con la Salernitana e vincere avrebbe significato avere moltissime possibilità di salvarci. Allora avevo 21, sono passati in effetti tanti anni, ma sono emozioni quelle che ancora mi porto dentro. All’inizio ero in panchina, a partita s’era subito messa bene, 1 a 0 per noi; sono entrato già nel primo tempo, mi pare al posto di Di Vaio. Lo stadio era quello delle grandi occasioni, stracolmo, pareva ci fosse un milione di spettatori. All’inizio del secondo tempo loro hanno pareggiato e al 91° ho poi fatto il gol della vittoria, l’ho fatto di testa, era quello il mio terzo gol stagionale. Ricordo l’esplosione dello stadio, mi capita ancora di incontrare della gente che tuttora mi ringrazia, per la gioia, anche per le lacrime di quel giorno. Era una partita fondamentale e quante emozioni! Finita la partita ero ancora bello carico: sono partito subito per Prato e mi ci è voluto un bel pòdi strada prima di riuscire a scaricare almeno un po’. No, poi non ci salvammo; noi pareggiammo col Piacenza ma il Perugia andò a vincere a Udine e andammo giù per un punto”.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Con il Corridonia fai squadra contro la droga Il calcio solidale e impegnato nel sociale è un realtà complessa e più variegata di quanto possa apparire dal panorama che ci danno i media. Sono molti i campioni militanti nelle grandi squadre che offrono tempo e risorse a iniziative benefiche di vario genere. Ma esistono anche numerose iniziative portate avanti in silenzio o

quasi dai calciatori delle serie minori, non meno meritevoli di plauso rispetto alle analoghe azioni intraprese dai loro più bravi e fortunati colleghi. Abbiamo passato recentemente in rassegna parecchi siti riguardanti l’impegno nel sociale da parte di campioni di oggi e del passato: la Fondazione Vialli e Mauro, quella di Ferrara e Cannavaro, quella di Javier Zanetti, la scuola calcio di Totti e così via. Questa volta invece tocca all’iniziativa contro la droga di una squadra dilettantistica, il Corridonia calcio (www. calciocorridonia.it). La squadra marchigiana milita in Promozione e vanta una buona tradizione, come si legge cliccando sulla home page il link “la Società”: “Grazie alla passione di un gruppo di sportivi, nasce a Corridonia agli inizi degli anni cinquanta, la prima società calcistica, che prende il nome di Polisportiva Eugenio Niccolai, con alla presidenza il dr. Paolo Berini, affiancato da altri nomi prestigiosi come

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il dr. Franco Pupilli (primario chirurgo presso l’ospedale di Corridonia), il dr. Alfredo Rapanelli (medico condotto), Giuseppe Ciccioli (impresario calzaturiero) ed altri personaggi di spicco della vita cittadina. La società partecipa per la prima volta ad un campionato regionale (Prima Divisione) nella stagione 1955/56 e di questo periodo restano famose le sfide, di fronte ad un pubblico caldo ed appassionato, che si tenevano presso il campo E.N.A.O.L.I., il Martini non era ancora nato”. Il Calcio Corridonia nasce dunque negli anni della ricostruzione post bellica, in cui il calcio italiano, all’epoca già due volte Campione del Mondo, è il principale svago per milioni di persone. Le righe citate, sulla nascita della squadra marchigiana, offrono un panorama della società della provincia italiana di allora. Oggi come cinquant’anni fa, il Corridonia è un riferimento per i giovani della cittadina. Ottima quindi l’idea di abbinarlo all’impegno sociale. “Usa la testa, fai squadra contro la droga” è lo slogan con cui viene lanciato un progetto della squadra: “Calcio Corridonia per il sociale”. Si tratta di un’iniziativa contro l’uso di sostanze psicotrope rivolto ai ragazzi. La presentazione dell’iniziativa è avvenuta il 15 gennaio scorso nel municipio, in concomitanza con quella delle nuove maglie della squadra. In quell’occasione Raffaele Gesuelli, responsabile della società sportiva, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Abbiamo deciso di trasformare la ricerca di sponsor in un’opportunità. Chi fa sport conosce molto bene quanto sia importante la crescita psicofisica di un giovane atleta. Per questo motivo abbiamo pensato all’associazione “La Rondinella” che si occupa principalmente di prevenzione. Teniamo molto ai nostri ragazzi, da qui il motivo della

nostra scelta». La rinuncia agli introiti di uno sponsor per sostenere un’iniziativa antidroga è tanto più meritevole di plauso se si pensa che il bilancio di una società dilettantistica è una frazione infinitesimale rispetto a quello di una di Serie A. Sulla pagina principale del sito del Corridonia risalta in evidenza un video - caricato e quindi rintracciabile su YouTube - dedicato all’iniziativa: immagini da una partita di calcio della squadra opportunamente accompagnate dalla canzone “Sogna ragazzo, sogna” di Roberto Vecchioni. La squadra ha a tutti gli effetti un suo canale tv grazie a internet: it.youtube.com/calciocorridonia Ma i ragazzi della squadra marchigiana non si fermano all’impegno contro la droga. Cliccando sulla voce “Per il sociale”, si scopre che fanno “concorrenza” a Messi e compagni del Barcellona. Infatti anche i giocatori di mister Ciarlantini, come quelli di Guardiola, sostengono l’Unicef, in particolare l’iniziativa Regali per la vita (www.regaliperlavita.it), attraverso la quale chi vuole sostenere l’infanzia dei paesi poveri può farlo non con una semplice donazione in denaro, ma acquistando sul sito dei beni (biscotti ad alto valore proteico, zanzariere, vaccino antimorbillo per 100 bambini e così via) e donandoli all’Unicef che li fa pervenire ai bambini bisognosi. Chi dona sa così con certezza a cosa serve la cifra devoluta. Sempre nella sezione menzionata troviamo descrizioni e testimonianze su altre iniziative sociali e di solidarietà fatte in passato dal Corridonia. Una dimostrazione, nella sua straordinaria normalità, di come anche il calcio cosiddetto minore lavora, fuori dalla luce dei riflettori, per rendere migliore la società e per portare aiuto a chi ne ha più necessità.


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Ventura e Cagni:

dalla panchina al web

www.giampieroventura.it Spazio internet ufficiale per Giampiero Ventura, stimato allenatore di origine genovese in attività dal 1981. Il sito di Ventura è un esempio di razionale efficienza, caratterizzato da una grafica semplice ed efficace che consente una navigazione agile e veloce, anche da dispositivi mobili o in presenza di connessioni non esattamente fulminee. Il materiale del sito può essere consultato tanto in italiano quanto in inglese, caratteristica sempre apprezzata e testimonianza di quanto il calcio italiano sia seguito nel mondo. La prima sezione visitata durante la nostra recensione è quella delle news. Articolata, aggiornata di frequente e ricca di spunti di riflessione, questa pagina non sfigurerebbe come sito a sé stante. Cuore di questo sito è senza ombra di dubbio la sottosezione “allenamento”. Il materiale disponibile a partire da questa pagina è quantomai vasto ed interessante. Ampio spazio è dedicato agli attuali collaboratori di Ventura: lo staff del mi-

ster è presentato nei dettagli, con tanto di scheda e foto per ogni membro. Viene inoltre descritta una settimana tipo di allenamento, risorsa preziosa per chi desidera conoscere con dovizia di particolari quale e quanto impegno un calciatore professionista debba dimostrare per tenersi stretta la maglia conquistata. Tecniche, tattiche e studio della psicolo-

gia del calciatore sono altri campi approfonditi a dovere. Non manca una sezione biografica ricca di informazioni su Giampiero: divisa in varie pagine, trasmette a pieno la grande passione per il calcio e lo studio che ha sempre guidato le scelte di Ventura. Una famiglia unita e vicina, capace di appoggiarlo e sostenerlo, molti amici conquistati grazie a lealtà ed a una naturale propensione alla comunicazione. È possibile conoscere qualcosa in più sull’uomo oltre che sull’allenatore grazie alla pagina “i gusti del mister”. Il sito offre la possibilità di contattare direttamente Giampiero via mail, mentre ogni pagina è munita di numerose fotografie tutte da guardare. In conclusione ci sentiamo di consigliare a tutti una visita a questo spazio internet, con particolare attenzione per le pagine dedicate al “mestiere di allenatore”, davvero interessanti e capaci, chissà, di ispirare qualche giovane al difficile, ma straordinariamente appagante, ruolo di “mister”. www.gigicagni.it Questo mese ci occupiamo anche del sito ufficiale di Gigi Cagni, allenatore e calciatore italiano amato e stimato da colleghi ed avversari per la grande intelligenza tattica e l’assoluta onestà sportiva. Prima di diventare allenatore, Cagni era un valido difensore: ha giocato per nove anni nel Brescia ricoprendo il ruolo di terzino e diventandone una delle bandiere ed uno dei giocatori con maggiore numero di presenze. È considerato un autentico veterano della serie B, dove dal 1987 detiene il record assoluto di presenze per la categoria, con 496 partite disputate. Negli ultimi anni della sua lunga carriera, per le sue spiccate doti tattiche è passato dal ruolo di terzino sinistro a quello di libero, doti che hanno poi contribuito a farlo diventare un allenatore di successo. Ha militato nel Brescia dal 1969

al 1978, nella Sambenedettese dal 1978 al 1987 ed ha terminato la sua carriera all’ età di 38 anni nell’ Ospitaletto in serie C1. Nel 1988-89 gli viene affidata la primavera del Brescia; l’anno seguente Centese C2; poi per 6 anni al Piacenza portando la squadra dalla C1 alla A. Nel 96-97 e 97-98 Verona, poi Genoa e Salernitana. Nel 2000 alla Sampdoria fino al 2003 dove torna al Piacenza per rimanerci fino al 2005, 4 mesi al Catanzaro prima di dimettersi, chiamato a febbraio del 2005 all’Empoli rimane nella squadra toscana fino al 2008 raggiungendo la storica qualificazione UEFA, nel campionato 2008-2009 va al Parma. Queste informazioni provengono dalla sezione biografica del sito, articolata e ricca d’informazioni. Il sito è munito anche di una ricchissima photogallery dedicata a tutte le squadre ove Cagni ha militato come giocatore e mister. In un’apposita pagina del sito trovano spazio i messaggi inviati a Cagni da tifosi ed ammiratori: in un clima cordiale e privo di formalità, il mister risponde ad ogni quesito, specie se di natura tecnica inerente il difficile mestiere di allenatore e la tattica calcistica. Una simpatica curiosità: la videogallery contiene tra gli altri diversi filmati di Cagni nel pieno di una sua grande passione: il volo. Un sito internet gradevole da navigare, privo di inutili fronzoli e ricco di contenuti.

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segreteria

di Diego Murari

Uno per tutti, tutti per Unico1

In viaggio

con Diego/13 Nuova puntata di questa nostra rubrica dedicata e pure affidata a Diego Murari. Della storia di Diego abbiamo avuto modo di scrivere più volte qui sul Calciatore, come pure della sua straordinaria volontà, del suo essere insomma agonista pur nella malattia che lo ha colpito, anche pensando “a tutti coloro che saranno in futuro costretti a confrontarsi con la mia stessa patologia”. Uno spazio questo con cui speriamo vengano magari anche stimolate delle iniziative che aiutino a veicolare ancor più il marchio “Unico 1”.

Ciao a tutti voi, meravigliosi marinai. Benvenuti in questo nuovo anno e bentornati in questo nostro viaggio insieme. Ognuno di voi ha ritrovato in questo periodo di festività, il calore e le gioie dei propri cari, passando con loro momenti felici. E anche per me, miei prodi compagni di viaggio, sono arrivate le emozioni, le gioie e il sorriso di un bellissimo Babbo Natale che mi portava un meraviglioso dono: la mia vita. Già, quella stessa vita che doveva terminare alcuni mesi fa, quella stessa vita che pareva non aver più alcuna possibilità di vincere nessuna partita, nessun campionato, nessuna Champions. Eppure in questo lungo anno, molte volte mi sono ritrovato a combattere, a lottare, per parare quel rigore, per segnare quel gol, per non perdere, per non ricadere nel vuoto, per non dire ormai ho perso, è finita. Le mie partite tutte in trasferta Ma al mio fianco avevo anche voi cari ragazzi e ogni innumerevole volta che entravo in clinica o in ospedale, era per me una partita in trasferta, dove dovevo lottare non solo contro il mio avversario – la malattia – ma anche contro la lontananza, la solitudine e ogni tipo di dolore e sofferenza che il mio corpo doveva superare; ogni terapia intensiva diventava un gol subito; ogni diagnosi dei medici aveva quasi l’odore della sconfitta; vedevo i miei compagni di letto (di squadra) com-

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battere con me, gridare con me e correre disperatamente verso la porta avversaria: la vita. Ci sentivamo tutti uniti, tutti pronti e forti per superare ogni ostacolo, ogni squadra e quando mi stendo in quel lettino, raccolgo in me, nel mio cuore e nei miei pensieri, ogni vostro gesto, cari miei campioni. Ricordo i gol, i tiri, gli scatti, i sorrisi di ogni mister, di ogni bambino che tifa per voi. E allora mi sento pronto e forte per affrontare ogni tipo di dolore, ogni tipo di terapia: mi sento un vero campione, mi sento uno di voi, Unico come voi. E quando sento infilarsi nel mio braccio quel solito ago, quello è il segnale, è il fischio d’inizio, è il via della nuova battaglia che ci aspetta. E immobile nel mio solito letto, ho soltanto la forza di guardare a destra e a sinistra, per vedere dove sono piazzati i miei compagni di stanza, in quella stanza di ospedale che diventa per noi il vero campo di gara. Bisogna tenere le posizioni, marcare, rientrare quando dopo mezzora la terapia inizia a spingere forte dentro di me, dentro ognuno di noi, provocando pian piano sempre più dolore, sempre più nausea, sempre più paura che non finisca mai. “Forza, andiamo”:

il mio urlo soffocato e immaginario verso i miei compagni; “non si molla”, dobbiamo aggredire il nostro avversario, la nostra malattia, dobbiamo fare pressing appena perdiamo palla, appena lei inizia a costruire il gioco, “dobbiamo crederci ragazzi”. All’improvviso senti il tuo difensore gridare; alzi gli occhi verso di lui, in quel suo letto e vedi un cartellino giallo uscire dalla tasca di quel solito medico, che si trasforma nell’arbitro della tua partita, della nostra gara. Mi giro a stento, non sento più il mio corpo, mi sento vuoto, inutile, solo. Ma penso a voi, devo pensare a voi: voi prendete un gol e rialzate la testa e provate a ripartire più forte di prima. È passata quasi un’ora dall’inizio: la terapia continua, la partita continua. Ancora mezzora e porterò a casa anche questa importantissima vittoria. Un altro fischio dell’arbitro, è finita penso dentro di me: apro gli occhi e vedo il secondo giallo verso il mio compagno. “No, no, no”; è l’urlo di terrore che mi esce dal cuore, “non è giusto, no”


Per chi vuole saperne di più continuo a gridare. Era così giovane, forte, amava la sua famiglia, donava ogni attimo di sé per la squadra, per la vittoria. “Rosso” indicava il solito medico-arbitro. E tutto intorno quel maledetto odore di silenzio, quel maledetto profumo di pianti/lacrime/ disperazione. Poco dopo arrivò comunque il tre volte fischio dell’arbitro: è finita, è fatta, ancora una volta ce l’ho fatta. Non sentivo più il mio corpo, non mi sentivo lucido, vedevo un po’ sfocato, ma intravvedevo il volto della mia splendida mamma, che segue ogni mia trasferta, ogni mia gara. In quell’istante però le mie emozioni erano terribili. Sapevo di aver vinto, sapevo che potevo sognare il domani, di vedervi in televisione, di sentire la vostra voce, quella dei miei cari. Ma io nel cuore sapevo che il secondo giallo diventa un rosso e devi abbandonare il lettino, il campo, la gara. Nel nostro campionato non hai scelta, non puoi sperare nel girone di ritorno, né puoi illuderti di poter vincere la gara successiva: ogni volta che entri in campo è una finale. Avevo vinto, ma in re-

In alto, Diego con Evaristo Beccalossi che per l’occasione veste abbigliamento Unico1. Qui a fianco, insieme ad un altro amico, il pilota di Formula 1 Giancarlo Fisichella.

altà sapevo che avevo “perso”. Perso per sempre uno splendido difensore: il suo avversario stavolta è stato più forte di lui, nessuno poteva fermarlo. Quel mio difensore aveva soltanto chiesto aiuto e speranza; aveva soltanto nove anni. Giratevi indietro Anche il giorno di vigilia, mentre ogni persona viveva la gioia della festa, io vi ho portato con me in un campo con tanti lettini. E vi ringrazio cari campioni, perché ho tentato di regalare a tutti questi piccoli e grandi compagni di vita, momenti di serenità e pace, portando loro le vostre maglie, i vostri colori, i vostri gesti e pensieri. Come sempre dico grazie all’Associazione Italiana Calciatori per avermi donato un altro anno di gioia, di forza, di coraggio; l’A.I.C. che in ogni mio ricovero, in ogni momento mio e della mia famiglia, mi è sempre stata accanto. Quindi dal cuore e col cuore grazie a tutto il team A.I.C. per quello che mi dona ogni giorno e grazie di darmi la possibilità di sognare anche per il 2010. Bene ragazzi speciali, anche stavolta siamo giunti in quell’isola dove dobbiamo buttare l’ancora. Prima di salutarci, vi rubo ancora due soli minuti perché il 24 dicembre ho ricevuto un messaggio per me stupendo di auguri e di parole dense di gioia da parte di una persona speciale. Si chiama Marianna e come voi tutti è una numero 1, una campionessa in campo e nella vita, anche lei come voi si allena ogni giorno, anche lei come voi sa regalare emozioni intense. Grazie allora a tutti voi, meravigliosi ragazzi, grazie di non mollare, grazie di esserci. Ricordatevi sempre che ognuno di voi è Unico e ognuno di voi è il n. 1 nel proprio vivere, quindi

www.unico1.it

www.unico1.it è già in linea da qualche tempo e racconta la sua storia, la sua vicenda, contiene una ricca galleria fotografica, la rassegna stampa con ritagli di articoli sul suo caso e una pagina da cui si può spedire una e-mail. Anche un breve messaggio di solidarietà è importante per Diego che non smette mai di insistere sul fatto che chi lo sostiene, in qualunque modo, lo aiuta a restare attaccato alla vita. Qualche tempo fa, in un’intervista pubblicata su questa rivista, Diego ci preannunciò la sua intenzione di avviare un’iniziativa di solidarietà a favore dell’infanzia. Il nome era già pronto: Unico1, con riferimento al tradizionale numero di maglia del portiere. Ora l’iniziativa si è concretizzata in una fondazione Onlus grazie all’aiuto di diversi calciatori, e di altri sportivi, ed è stata lanciata una linea di abbigliamento sportivo col marchio Unico1, il ricavato della cui vendita sarà utilizzato per finanziare la Onlus. ognuno di voi è Unico 1. Vi saluto tutti dal cuore e se potete, domani mattina, quando uscite di casa per andare ad allenarvi, fermatevi, giratevi indietro e guardate la vostra porta di casa, la vostra famiglia, i vostri bambini, i vostri genitori. Guardateli per un istante e in silenzio ascoltate il vostro cuore. Ecco, ora potete andare e se mentre vi allontanate sentite che una lacrima vi scende in viso, non abbiate paura, anzi siate orgogliosi di voi perché grazie a quella lacrima avete avuto il dono più bello della vita e avete trovato l’unico segreto della vita: la felicità. Alla prossima miei preziosi eroi. Intanto vi aspetto umilmente allo 339.1082481.

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tempo libero

musica

libreria

BradipoLibri

Tutti morti tranne uno

di Diego Mariottini – 336 pagine - Euro 15,00

Dal dopoguerra in poi, il calcio è uno dei principali detonatori sociali. Nel corso dei decenni, il tifo diventa un fattore di primaria importanza in termini di aggregazione e di orientamento politico. Dagli anni Sessanta fino alle recenti cronache, nel nostro Paese si muore per seguire la propria squadra. In tutte le altre realtà europee il problema degli ultrà è stato risolto, o quanto meno, depotenziato. In Italia, invece, malgrado i proclami della politica, va sempre peggio. Perché? “Tutti morti tranne uno - Morire di tifo in Italia: dalle origini a Gabriele Sandri” riprende e amplia fino alle estreme conseguenze il discorso lasciato in sospeso dal precedente libro di Marriottini, “Ultraviolenza”. Le 13 vicende presenti in questo nuovo libro sono raccontate senza omissioni, con i contributi di molti degli interessati e con la chiarezza di chi non gira intorno alle parole. Il calcio copre affari illeciti, delinquenza comune e organizzata, omertà, trame politiche, malagiustizia. L’autore è un fedele reporter di fatti e parole. Si esprimerà solo nel capitolo finale. La violenza cambia nei modi, per condurre i fatti sempre agli stessi risultati. Morte, impotenza da parte della giustizia, inadeguatezza e ipocrisia da parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. Gli ultrà sono in tutto e per tutto prodotti di questa società. In Italia si è lontani da una soluzione che vada oltre un senso apparente di ordine pubblico. Calcio e politica temono gli ultrà, li coccolano, se li tengono buoni. Forse un giorno se ne libereranno, quando la loro presenza non sarà più ritenuta inevitabile. Ma per ora questa appare una missione impossibile. Troppi interessi di varia natura sembrano ostacolare un’operazione di tale complessità. Cult Editore

La mischia

di Alberto Schiavone – Euro 9,50

Amedeo è un ragazzino che gioca bene a pallone. Non basta. Lui e suo padre vogliono di più. Vogliono la fama, i soldi, le copertine dei giornali. Adriano è un uomo senza molti interessi, con una moglie che lo mantiene. Lui ama la birra e la televisione. Scoprirà che dentro quella scatolina il mondo è vero, e la sua esistenza cambierà. Nelle loro vite irrompe con la sua sfacciataggine uno zingaro, che ovviamente non risulta simpatico a nessuno e che diverrà il parafulmine per i guai di tutti quanti. Le storie di Amedeo e Adriano finiranno inevitabilmente per incrociarsi, scontrandosi in un finale tragicomico e grottesco. “La mischia” è un romanzo che tratteggia l’Italia di oggi utilizzando il calcio come paradigma. Ne viene fuori una passerella di personaggi buffi, a volte ridicoli, spesso terrificantemente veri. Il paese è lì davanti ai nostri occhi, scalcinato e ignorante, gli sguardi sono rivolti allo stadio ma il quotidiano è poi ben lontano da quei flash e dai lustrini. Un romanzo breve e veloce, una storia ripresa “con la telecamera a spalla”, un esordio fulminante che riesce a farci ridere mostrandoci i nervi scoperti, ma concreti, dell’Italia nel pallone. 66th and 2nd Editore

Litania di un arbitro

di Thomas Brussig – 92 pagine - € 10,00

Uwe Fertig, arbitro internazionale di calcio, è arrabbiato, anzi, furibondo. Nel duplice e contradditorio ruolo di vittima e assicuratore dell’imputato, si trova coinvolto nel processo a un medico. Sulle scale del tribunale, al termine dell’udienza, si lascia andare a un esasperato monologo sul calcio, la categoria degli arbitri, le ipocrisie della società e i ricordi di un’infanzia trascorsa a Berlino Est. Il cinismo di Fertig non risparmia nessuno: mezzi d’informazione, tifosi, opinionisti, giocatori, e neanche l’arbitro pelato del calcio italiano che deve la sua popolarità alla somiglianza con il famoso dipinto di Munch. Un testo insolito, brillante e spietato, in perfetto equilibrio tra tragico e grottesco.

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Mistonocivo

Zerougualeinfinito A quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro “Unplugged 139”, tornano i Mistonocivo con l’album di inediti “Zerougualeinfinito”, e con la nuova formazione che, oltre agli storici “fondatori” Cristiano Cortellazzo (voce, autore di testi e musica) e Paolo D’Ambrosio (compositore e tastierista, autore delle musiche e produttore artistico) vede dal 2007 Alessandro Loopaz alla batteria e Federico Fez al basso, nonché un nuovo chitarrista, Massimiliano Vitale, che aveva già collaborato come bassista. Con questo nuovo album la band vicentina sembra intraprendere un lungo e controverso percorso evolutivo che li ha portati a concepire e a realizzare un progetto discografico audace e profondo. Il forte impatto sonoro ed emozionale del disco è l’elemento più evidente. C’è qualcosa di nuovo in questi 14 brani che compongono Zerougualeinfinito. C’è la singolare alternanza tra il rock ruvido e trascinato di “Serpe” e la dolcezza di una ballata come “Luna”. Tra la psichedelia di “Subnocivo” e il tango di “Torazina porteña”, brano capolavoro del cd. Un progetto ambizioso e molto elaborato, per certi versi difficile: dall’intro “M” (con citazione del grande Fritz Lang e del suo storico “Mostro di Dusseldorf”) fino alla conclusiva “Invisibile” viene raccontata l’ipotetica fine di un pianeta prossimo al collasso fisico e mentale. Il risultato è sicuramente un lavoro intenso nel quale bisogna entrare piano, ascolto dopo ascolto, stando attenti a coglierne le varie sfumature e scoprirne ogni volta nuovi piccoli dettagli. Un album rock di ultima generazione ma dal cuore puro e dall’animo nobile.


ha scritto per noi di Alessandro Comi

Federico Peluso, difensore dell’Atalanta

La gioia di giocare in A Difensore mancino dotato di buona tecnica e buona corsa, Federico Peluso è ormai da due stagioni uno dei baluardi della retroguardia atalantina: ha ricoperto i ruoli di centrale e terzino, ed ha esordito in serie A l’8 marzo del 2009 a San Siro in un Milan-Atalanta finito 3 a 0 per i padroni di casa. Dopo aver fatto il settore giovanile nella Lazio fino agli allievi (è nato a Roma il 20 gennaio del 1984), ha iniziato la carriera di professionista nel campionato di C2, vestendo per 3 stagioni la maglia della Pro Vercelli. Dopodiché un doppio salto di categoria, in serie B con la Ternana per 2 stagioni e altre 2 con l’Albinoleffe, per poi approdare all’altra compagine bergamasca nel gennaio scorso e debuttare così nella massima serie. Dopo qualche anno nelle serie minori, finalmente sei arrivato in A… “Ho fatto un pòdi gavetta tra C2 e serie B, e dopo 2 anni e mezzo giocati sempre nelle valli bergamasche con l’Albinoleffe ho raggiunto, nel gennaio scorso, il traguardo della serie A con il passaggio nell’Atalanta. Diciamo che a 26 anni sono nel

pieno delle mie potenzialità e spero di potermi affermare e dimostrare ancor di più il mio valore tecnico. Mi rendo conto che non sia facile mantenere questa categoria e la differenza tecnica si sente rispetto a quelle inferiori in cui ho giocato: in serie A, contro tanti campioni, non ti puoi concedere distrazioni perché gli attaccanti avversari non perdonano”.

oggi è sicuramente il mio primo gol in serie A, quest’anno contro il Parma in campionato in casa, e l’esordio sempre in serie A l’anno passato nel tempio del calcio a San Siro contro il Milan”.

Qualcuno da ringraziare per questo importante traguardo raggiunto? “Per essere arrivato dove sono ora, oltre ai miei genitori che mi hanno sempre incitato e seguito, un ringraziamento particolare lo devo fare al mio procuratore Camillo Mileo, e soprattutto al mio ex direttore sportivo Sandro Turotti che mi prelevò dagli allievi della Lazio e mi portò alla Pro Vercelli in C2 quando ancora ero un ragazzino e poi mi rivolle all’Albinoleffe quando ero alla Ternana con la possibilità di mettermi in vetrina e così farmi notare dall’Atalanta”.

Come è la situazione a Bergamo? “Bergamo è una grande piazza e sicuramente la società e i tifosi meritano una situazione di classifica migliore: nonostante i sacrifici non ci gira bene, le potenzialità ci sono, speriamo di risollevarci e concludere il girone di ritorno alla grande”.

Nonostante la tua giovane età tu sei già tolto qualche soddisfazione? “La soddisfazione più grande fino ad

Delusioni? “La retrocessione con la maglia della Ternana in serie B”.

Quali progetti hai per il futuro? “Al futuro non ci penso ancora, mi godo il momento calcistico e faccio il papà a tempo pieno, della mia splendida bambina di nome Viola di quasi 2 anni, che mi ha regalato mia moglie Sara”. Federico Peluso è nato a Roma il 20 gennaio ’84. Sposato con Sara, ha una bambina di 2 anni di nome Viola.


amarcord

La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

Andrea Consumi (Figline) “È Fiorentina-Grosseto, campionato di C2. Io di Firenze, da sempre tifoso della Fiorentina, 30.000 persone al Franchi. Giocarci contro, era la Florentia Viola allora, per me come tifoso era un pòcome una pugnalata al cuore: di solito l’andavo a vedere da spettatore, ho cominciato a farlo da ragazzetto e ancora continuo,

appena posso, se hanno un posticipo o la Champions, ce l’ho nel sangue io la Fiorentina. Va bene, l’abbiamo persa quella partita, vincevamo ma poi ci hanno rimontato. Ricordo le due settimane precedenti: continuavano a chiamarmi in tanti, chi per sfottermi chi per dirmi che non vedeva l’ora di vedermi lì sul campo. È capitata nel girone di ritorno, all’andata avevamo vinto noi, mi pare 2 a 0 e proprio dopo quella partita a Firenze cambiarono l’allenatore, con Cavasin che prese il posto di Vierchowod. Quante emozioni quel giorno: il ritiro in centro a Firenze; il tragitto in pullman sino allo stadio; quel parcheggiare sotto. Al Franchi io ci avevo già giocato con la Rondinella per una stagione intera (motivi d’ordine pubblico, non s’aveva il campo adatto per la C) ma quella volta fu proprio tutto speciale”. Daniele Mannini (Sampdoria) “È quando sono finalmente tornato a giocare dopo i due mesi di squalifi-

ca. Sì, la storia del mancato controllo antidoping, io e Possanzini, un anno ci avevano dato! Poi c’è stata la sospensione della pena, sapevo che non poteva finire altrimenti, ho sempre contato sul buon senso delle persone. La mia forza in quel periodo è stata che mi sono sempre allenato bene, in mezzo a una vicenda che certo poteva segnare tanto e tanto di più la mia carriera. C’era così da giocare Napoli-Milan, posticipo serale, il San Paolo tutto pieno, con quell’atmosfera che lì è anche magica. Ero sempre stato sicuro che ne sarei uscito bene, come ho detto mi sono sempre allenato seriamente e così, a pena sospesa, me l’ha fatto capire subito l’allenatore Reja che mi avrebbe fatto giocare. Ero supercarico, per due mesi non avevo pensato ad altro: mi mancava la domenica, il ritiro, so-

prattutto partecipare con la squadra alla preparazione prima della partita, quella paura/voglia che vivi dentro. È stato insomma un ritornare a quella vita che mi ero e mi sono costruito: i

miei amici mi avevano preparato una maglietta con su scritto “scusate il ritardo”. Una frase che per me è proprio il simbolo di quel periodo”. Ighli Vannucchi (Empoli) “Una partita proprio contro “di voi”, contro il Vicenza, penultima di campionato, eravamo in serie A. Io giocavo con la Salernitana e vincere avrebbe significato avere moltissime possibilità di salvarci. Allora avevo 21, sono passati in effetti tanti anni, ma sono emozioni quelle che ancora mi porto dentro. All’inizio ero in panchina, a partita s’era subito messa bene, 1 a 0 per noi; sono entrato già nel primo tempo, mi pare al posto di Di Vaio. Lo stadio era quello delle grandi occasioni, stracolmo, pareva ci fosse un milione di spettatori. All’inizio del secondo tempo loro hanno pareggiato e al 91° ho poi fatto il gol della vittoria, l’ho fatto di testa, era quello il mio terzo gol stagionale. Ricordo l’esplosione dello stadio, mi capita ancora di incontrare della gente che tuttora mi ringrazia, per la gioia, anche per le lacrime di quel giorno. Era una partita fondamentale e quante emozioni! Finita la partita ero ancora bello carico: sono partito subito per Prato e mi ci è voluto un bel pòdi strada prima di riuscire a scaricare almeno un po’. No, poi non ci salvammo; noi pareggiammo col Piacenza ma il Perugia andò a vincere a Udine e andammo giù per un punto”.

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internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Con il Corridonia fai squadra contro la droga Il calcio solidale e impegnato nel sociale è un realtà complessa e più variegata di quanto possa apparire dal panorama che ci danno i media. Sono molti i campioni militanti nelle grandi squadre che offrono tempo e risorse a iniziative benefiche di vario genere. Ma esistono anche numerose iniziative portate avanti in silenzio o

quasi dai calciatori delle serie minori, non meno meritevoli di plauso rispetto alle analoghe azioni intraprese dai loro più bravi e fortunati colleghi. Abbiamo passato recentemente in rassegna parecchi siti riguardanti l’impegno nel sociale da parte di campioni di oggi e del passato: la Fondazione Vialli e Mauro, quella di Ferrara e Cannavaro, quella di Javier Zanetti, la scuola calcio di Totti e così via. Questa volta invece tocca all’iniziativa contro la droga di una squadra dilettantistica, il Corridonia calcio (www. calciocorridonia.it). La squadra marchigiana milita in Promozione e vanta una buona tradizione, come si legge cliccando sulla home page il link “la Società”: “Grazie alla passione di un gruppo di sportivi, nasce a Corridonia agli inizi degli anni cinquanta, la prima società calcistica, che prende il nome di Polisportiva Eugenio Niccolai, con alla presidenza il dr. Paolo Berini, affiancato da altri nomi prestigiosi come

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il dr. Franco Pupilli (primario chirurgo presso l’ospedale di Corridonia), il dr. Alfredo Rapanelli (medico condotto), Giuseppe Ciccioli (impresario calzaturiero) ed altri personaggi di spicco della vita cittadina. La società partecipa per la prima volta ad un campionato regionale (Prima Divisione) nella stagione 1955/56 e di questo periodo restano famose le sfide, di fronte ad un pubblico caldo ed appassionato, che si tenevano presso il campo E.N.A.O.L.I., il Martini non era ancora nato”. Il Calcio Corridonia nasce dunque negli anni della ricostruzione post bellica, in cui il calcio italiano, all’epoca già due volte Campione del Mondo, è il principale svago per milioni di persone. Le righe citate, sulla nascita della squadra marchigiana, offrono un panorama della società della provincia italiana di allora. Oggi come cinquant’anni fa, il Corridonia è un riferimento per i giovani della cittadina. Ottima quindi l’idea di abbinarlo all’impegno sociale. “Usa la testa, fai squadra contro la droga” è lo slogan con cui viene lanciato un progetto della squadra: “Calcio Corridonia per il sociale”. Si tratta di un’iniziativa contro l’uso di sostanze psicotrope rivolto ai ragazzi. La presentazione dell’iniziativa è avvenuta il 15 gennaio scorso nel municipio, in concomitanza con quella delle nuove maglie della squadra. In quell’occasione Raffaele Gesuelli, responsabile della società sportiva, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Abbiamo deciso di trasformare la ricerca di sponsor in un’opportunità. Chi fa sport conosce molto bene quanto sia importante la crescita psicofisica di un giovane atleta. Per questo motivo abbiamo pensato all’associazione “La Rondinella” che si occupa principalmente di prevenzione. Teniamo molto ai nostri ragazzi, da qui il motivo della

nostra scelta». La rinuncia agli introiti di uno sponsor per sostenere un’iniziativa antidroga è tanto più meritevole di plauso se si pensa che il bilancio di una società dilettantistica è una frazione infinitesimale rispetto a quello di una di Serie A. Sulla pagina principale del sito del Corridonia risalta in evidenza un video - caricato e quindi rintracciabile su YouTube - dedicato all’iniziativa: immagini da una partita di calcio della squadra opportunamente accompagnate dalla canzone “Sogna ragazzo, sogna” di Roberto Vecchioni. La squadra ha a tutti gli effetti un suo canale tv grazie a internet: it.youtube.com/calciocorridonia Ma i ragazzi della squadra marchigiana non si fermano all’impegno contro la droga. Cliccando sulla voce “Per il sociale”, si scopre che fanno “concorrenza” a Messi e compagni del Barcellona. Infatti anche i giocatori di mister Ciarlantini, come quelli di Guardiola, sostengono l’Unicef, in particolare l’iniziativa Regali per la vita (www.regaliperlavita.it), attraverso la quale chi vuole sostenere l’infanzia dei paesi poveri può farlo non con una semplice donazione in denaro, ma acquistando sul sito dei beni (biscotti ad alto valore proteico, zanzariere, vaccino antimorbillo per 100 bambini e così via) e donandoli all’Unicef che li fa pervenire ai bambini bisognosi. Chi dona sa così con certezza a cosa serve la cifra devoluta. Sempre nella sezione menzionata troviamo descrizioni e testimonianze su altre iniziative sociali e di solidarietà fatte in passato dal Corridonia. Una dimostrazione, nella sua straordinaria normalità, di come anche il calcio cosiddetto minore lavora, fuori dalla luce dei riflettori, per rendere migliore la società e per portare aiuto a chi ne ha più necessità.


internet

di Stefano Fontana

Calciatori in rete

Ventura e Cagni:

dalla panchina al web

www.giampieroventura.it Spazio internet ufficiale per Giampiero Ventura, stimato allenatore di origine genovese in attività dal 1981. Il sito di Ventura è un esempio di razionale efficienza, caratterizzato da una grafica semplice ed efficace che consente una navigazione agile e veloce, anche da dispositivi mobili o in presenza di connessioni non esattamente fulminee. Il materiale del sito può essere consultato tanto in italiano quanto in inglese, caratteristica sempre apprezzata e testimonianza di quanto il calcio italiano sia seguito nel mondo. La prima sezione visitata durante la nostra recensione è quella delle news. Articolata, aggiornata di frequente e ricca di spunti di riflessione, questa pagina non sfigurerebbe come sito a sé stante. Cuore di questo sito è senza ombra di dubbio la sottosezione “allenamento”. Il materiale disponibile a partire da questa pagina è quantomai vasto ed interessante. Ampio spazio è dedicato agli attuali collaboratori di Ventura: lo staff del mi-

ster è presentato nei dettagli, con tanto di scheda e foto per ogni membro. Viene inoltre descritta una settimana tipo di allenamento, risorsa preziosa per chi desidera conoscere con dovizia di particolari quale e quanto impegno un calciatore professionista debba dimostrare per tenersi stretta la maglia conquistata. Tecniche, tattiche e studio della psicolo-

gia del calciatore sono altri campi approfonditi a dovere. Non manca una sezione biografica ricca di informazioni su Giampiero: divisa in varie pagine, trasmette a pieno la grande passione per il calcio e lo studio che ha sempre guidato le scelte di Ventura. Una famiglia unita e vicina, capace di appoggiarlo e sostenerlo, molti amici conquistati grazie a lealtà ed a una naturale propensione alla comunicazione. È possibile conoscere qualcosa in più sull’uomo oltre che sull’allenatore grazie alla pagina “i gusti del mister”. Il sito offre la possibilità di contattare direttamente Giampiero via mail, mentre ogni pagina è munita di numerose fotografie tutte da guardare. In conclusione ci sentiamo di consigliare a tutti una visita a questo spazio internet, con particolare attenzione per le pagine dedicate al “mestiere di allenatore”, davvero interessanti e capaci, chissà, di ispirare qualche giovane al difficile, ma straordinariamente appagante, ruolo di “mister”. www.gigicagni.it Questo mese ci occupiamo anche del sito ufficiale di Gigi Cagni, allenatore e calciatore italiano amato e stimato da colleghi ed avversari per la grande intelligenza tattica e l’assoluta onestà sportiva. Prima di diventare allenatore, Cagni era un valido difensore: ha giocato per nove anni nel Brescia ricoprendo il ruolo di terzino e diventandone una delle bandiere ed uno dei giocatori con maggiore numero di presenze. È considerato un autentico veterano della serie B, dove dal 1987 detiene il record assoluto di presenze per la categoria, con 496 partite disputate. Negli ultimi anni della sua lunga carriera, per le sue spiccate doti tattiche è passato dal ruolo di terzino sinistro a quello di libero, doti che hanno poi contribuito a farlo diventare un allenatore di successo. Ha militato nel Brescia dal 1969

al 1978, nella Sambenedettese dal 1978 al 1987 ed ha terminato la sua carriera all’ età di 38 anni nell’ Ospitaletto in serie C1. Nel 1988-89 gli viene affidata la primavera del Brescia; l’anno seguente Centese C2; poi per 6 anni al Piacenza portando la squadra dalla C1 alla A. Nel 96-97 e 97-98 Verona, poi Genoa e Salernitana. Nel 2000 alla Sampdoria fino al 2003 dove torna al Piacenza per rimanerci fino al 2005, 4 mesi al Catanzaro prima di dimettersi, chiamato a febbraio del 2005 all’Empoli rimane nella squadra toscana fino al 2008 raggiungendo la storica qualificazione UEFA, nel campionato 2008-2009 va al Parma. Queste informazioni provengono dalla sezione biografica del sito, articolata e ricca d’informazioni. Il sito è munito anche di una ricchissima photogallery dedicata a tutte le squadre ove Cagni ha militato come giocatore e mister. In un’apposita pagina del sito trovano spazio i messaggi inviati a Cagni da tifosi ed ammiratori: in un clima cordiale e privo di formalità, il mister risponde ad ogni quesito, specie se di natura tecnica inerente il difficile mestiere di allenatore e la tattica calcistica. Una simpatica curiosità: la videogallery contiene tra gli altri diversi filmati di Cagni nel pieno di una sua grande passione: il volo. Un sito internet gradevole da navigare, privo di inutili fronzoli e ricco di contenuti.

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segreteria

di Diego Murari

Uno per tutti, tutti per Unico1

In viaggio

con Diego/13 Nuova puntata di questa nostra rubrica dedicata e pure affidata a Diego Murari. Della storia di Diego abbiamo avuto modo di scrivere più volte qui sul Calciatore, come pure della sua straordinaria volontà, del suo essere insomma agonista pur nella malattia che lo ha colpito, anche pensando “a tutti coloro che saranno in futuro costretti a confrontarsi con la mia stessa patologia”. Uno spazio questo con cui speriamo vengano magari anche stimolate delle iniziative che aiutino a veicolare ancor più il marchio “Unico 1”.

Ciao a tutti voi, meravigliosi marinai. Benvenuti in questo nuovo anno e bentornati in questo nostro viaggio insieme. Ognuno di voi ha ritrovato in questo periodo di festività, il calore e le gioie dei propri cari, passando con loro momenti felici. E anche per me, miei prodi compagni di viaggio, sono arrivate le emozioni, le gioie e il sorriso di un bellissimo Babbo Natale che mi portava un meraviglioso dono: la mia vita. Già, quella stessa vita che doveva terminare alcuni mesi fa, quella stessa vita che pareva non aver più alcuna possibilità di vincere nessuna partita, nessun campionato, nessuna Champions. Eppure in questo lungo anno, molte volte mi sono ritrovato a combattere, a lottare, per parare quel rigore, per segnare quel gol, per non perdere, per non ricadere nel vuoto, per non dire ormai ho perso, è finita. Le mie partite tutte in trasferta Ma al mio fianco avevo anche voi cari ragazzi e ogni innumerevole volta che entravo in clinica o in ospedale, era per me una partita in trasferta, dove dovevo lottare non solo contro il mio avversario – la malattia – ma anche contro la lontananza, la solitudine e ogni tipo di dolore e sofferenza che il mio corpo doveva superare; ogni terapia intensiva diventava un gol subito; ogni diagnosi dei medici aveva quasi l’odore della sconfitta; vedevo i miei compagni di letto (di squadra) com-

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battere con me, gridare con me e correre disperatamente verso la porta avversaria: la vita. Ci sentivamo tutti uniti, tutti pronti e forti per superare ogni ostacolo, ogni squadra e quando mi stendo in quel lettino, raccolgo in me, nel mio cuore e nei miei pensieri, ogni vostro gesto, cari miei campioni. Ricordo i gol, i tiri, gli scatti, i sorrisi di ogni mister, di ogni bambino che tifa per voi. E allora mi sento pronto e forte per affrontare ogni tipo di dolore, ogni tipo di terapia: mi sento un vero campione, mi sento uno di voi, Unico come voi. E quando sento infilarsi nel mio braccio quel solito ago, quello è il segnale, è il fischio d’inizio, è il via della nuova battaglia che ci aspetta. E immobile nel mio solito letto, ho soltanto la forza di guardare a destra e a sinistra, per vedere dove sono piazzati i miei compagni di stanza, in quella stanza di ospedale che diventa per noi il vero campo di gara. Bisogna tenere le posizioni, marcare, rientrare quando dopo mezzora la terapia inizia a spingere forte dentro di me, dentro ognuno di noi, provocando pian piano sempre più dolore, sempre più nausea, sempre più paura che non finisca mai. “Forza, andiamo”:

il mio urlo soffocato e immaginario verso i miei compagni; “non si molla”, dobbiamo aggredire il nostro avversario, la nostra malattia, dobbiamo fare pressing appena perdiamo palla, appena lei inizia a costruire il gioco, “dobbiamo crederci ragazzi”. All’improvviso senti il tuo difensore gridare; alzi gli occhi verso di lui, in quel suo letto e vedi un cartellino giallo uscire dalla tasca di quel solito medico, che si trasforma nell’arbitro della tua partita, della nostra gara. Mi giro a stento, non sento più il mio corpo, mi sento vuoto, inutile, solo. Ma penso a voi, devo pensare a voi: voi prendete un gol e rialzate la testa e provate a ripartire più forte di prima. È passata quasi un’ora dall’inizio: la terapia continua, la partita continua. Ancora mezzora e porterò a casa anche questa importantissima vittoria. Un altro fischio dell’arbitro, è finita penso dentro di me: apro gli occhi e vedo il secondo giallo verso il mio compagno. “No, no, no”; è l’urlo di terrore che mi esce dal cuore, “non è giusto, no”


Per chi vuole saperne di più continuo a gridare. Era così giovane, forte, amava la sua famiglia, donava ogni attimo di sé per la squadra, per la vittoria. “Rosso” indicava il solito medico-arbitro. E tutto intorno quel maledetto odore di silenzio, quel maledetto profumo di pianti/lacrime/ disperazione. Poco dopo arrivò comunque il tre volte fischio dell’arbitro: è finita, è fatta, ancora una volta ce l’ho fatta. Non sentivo più il mio corpo, non mi sentivo lucido, vedevo un po’ sfocato, ma intravvedevo il volto della mia splendida mamma, che segue ogni mia trasferta, ogni mia gara. In quell’istante però le mie emozioni erano terribili. Sapevo di aver vinto, sapevo che potevo sognare il domani, di vedervi in televisione, di sentire la vostra voce, quella dei miei cari. Ma io nel cuore sapevo che il secondo giallo diventa un rosso e devi abbandonare il lettino, il campo, la gara. Nel nostro campionato non hai scelta, non puoi sperare nel girone di ritorno, né puoi illuderti di poter vincere la gara successiva: ogni volta che entri in campo è una finale. Avevo vinto, ma in re-

In alto, Diego con Evaristo Beccalossi che per l’occasione veste abbigliamento Unico1. Qui a fianco, insieme ad un altro amico, il pilota di Formula 1 Giancarlo Fisichella.

altà sapevo che avevo “perso”. Perso per sempre uno splendido difensore: il suo avversario stavolta è stato più forte di lui, nessuno poteva fermarlo. Quel mio difensore aveva soltanto chiesto aiuto e speranza; aveva soltanto nove anni. Giratevi indietro Anche il giorno di vigilia, mentre ogni persona viveva la gioia della festa, io vi ho portato con me in un campo con tanti lettini. E vi ringrazio cari campioni, perché ho tentato di regalare a tutti questi piccoli e grandi compagni di vita, momenti di serenità e pace, portando loro le vostre maglie, i vostri colori, i vostri gesti e pensieri. Come sempre dico grazie all’Associazione Italiana Calciatori per avermi donato un altro anno di gioia, di forza, di coraggio; l’A.I.C. che in ogni mio ricovero, in ogni momento mio e della mia famiglia, mi è sempre stata accanto. Quindi dal cuore e col cuore grazie a tutto il team A.I.C. per quello che mi dona ogni giorno e grazie di darmi la possibilità di sognare anche per il 2010. Bene ragazzi speciali, anche stavolta siamo giunti in quell’isola dove dobbiamo buttare l’ancora. Prima di salutarci, vi rubo ancora due soli minuti perché il 24 dicembre ho ricevuto un messaggio per me stupendo di auguri e di parole dense di gioia da parte di una persona speciale. Si chiama Marianna e come voi tutti è una numero 1, una campionessa in campo e nella vita, anche lei come voi si allena ogni giorno, anche lei come voi sa regalare emozioni intense. Grazie allora a tutti voi, meravigliosi ragazzi, grazie di non mollare, grazie di esserci. Ricordatevi sempre che ognuno di voi è Unico e ognuno di voi è il n. 1 nel proprio vivere, quindi

www.unico1.it

www.unico1.it è già in linea da qualche tempo e racconta la sua storia, la sua vicenda, contiene una ricca galleria fotografica, la rassegna stampa con ritagli di articoli sul suo caso e una pagina da cui si può spedire una e-mail. Anche un breve messaggio di solidarietà è importante per Diego che non smette mai di insistere sul fatto che chi lo sostiene, in qualunque modo, lo aiuta a restare attaccato alla vita. Qualche tempo fa, in un’intervista pubblicata su questa rivista, Diego ci preannunciò la sua intenzione di avviare un’iniziativa di solidarietà a favore dell’infanzia. Il nome era già pronto: Unico1, con riferimento al tradizionale numero di maglia del portiere. Ora l’iniziativa si è concretizzata in una fondazione Onlus grazie all’aiuto di diversi calciatori, e di altri sportivi, ed è stata lanciata una linea di abbigliamento sportivo col marchio Unico1, il ricavato della cui vendita sarà utilizzato per finanziare la Onlus. ognuno di voi è Unico 1. Vi saluto tutti dal cuore e se potete, domani mattina, quando uscite di casa per andare ad allenarvi, fermatevi, giratevi indietro e guardate la vostra porta di casa, la vostra famiglia, i vostri bambini, i vostri genitori. Guardateli per un istante e in silenzio ascoltate il vostro cuore. Ecco, ora potete andare e se mentre vi allontanate sentite che una lacrima vi scende in viso, non abbiate paura, anzi siate orgogliosi di voi perché grazie a quella lacrima avete avuto il dono più bello della vita e avete trovato l’unico segreto della vita: la felicità. Alla prossima miei preziosi eroi. Intanto vi aspetto umilmente allo 339.1082481.

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tempo libero

musica

libreria

BradipoLibri

Tutti morti tranne uno

di Diego Mariottini – 336 pagine - Euro 15,00

Dal dopoguerra in poi, il calcio è uno dei principali detonatori sociali. Nel corso dei decenni, il tifo diventa un fattore di primaria importanza in termini di aggregazione e di orientamento politico. Dagli anni Sessanta fino alle recenti cronache, nel nostro Paese si muore per seguire la propria squadra. In tutte le altre realtà europee il problema degli ultrà è stato risolto, o quanto meno, depotenziato. In Italia, invece, malgrado i proclami della politica, va sempre peggio. Perché? “Tutti morti tranne uno - Morire di tifo in Italia: dalle origini a Gabriele Sandri” riprende e amplia fino alle estreme conseguenze il discorso lasciato in sospeso dal precedente libro di Marriottini, “Ultraviolenza”. Le 13 vicende presenti in questo nuovo libro sono raccontate senza omissioni, con i contributi di molti degli interessati e con la chiarezza di chi non gira intorno alle parole. Il calcio copre affari illeciti, delinquenza comune e organizzata, omertà, trame politiche, malagiustizia. L’autore è un fedele reporter di fatti e parole. Si esprimerà solo nel capitolo finale. La violenza cambia nei modi, per condurre i fatti sempre agli stessi risultati. Morte, impotenza da parte della giustizia, inadeguatezza e ipocrisia da parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. Gli ultrà sono in tutto e per tutto prodotti di questa società. In Italia si è lontani da una soluzione che vada oltre un senso apparente di ordine pubblico. Calcio e politica temono gli ultrà, li coccolano, se li tengono buoni. Forse un giorno se ne libereranno, quando la loro presenza non sarà più ritenuta inevitabile. Ma per ora questa appare una missione impossibile. Troppi interessi di varia natura sembrano ostacolare un’operazione di tale complessità. Cult Editore

La mischia

di Alberto Schiavone – Euro 9,50

Amedeo è un ragazzino che gioca bene a pallone. Non basta. Lui e suo padre vogliono di più. Vogliono la fama, i soldi, le copertine dei giornali. Adriano è un uomo senza molti interessi, con una moglie che lo mantiene. Lui ama la birra e la televisione. Scoprirà che dentro quella scatolina il mondo è vero, e la sua esistenza cambierà. Nelle loro vite irrompe con la sua sfacciataggine uno zingaro, che ovviamente non risulta simpatico a nessuno e che diverrà il parafulmine per i guai di tutti quanti. Le storie di Amedeo e Adriano finiranno inevitabilmente per incrociarsi, scontrandosi in un finale tragicomico e grottesco. “La mischia” è un romanzo che tratteggia l’Italia di oggi utilizzando il calcio come paradigma. Ne viene fuori una passerella di personaggi buffi, a volte ridicoli, spesso terrificantemente veri. Il paese è lì davanti ai nostri occhi, scalcinato e ignorante, gli sguardi sono rivolti allo stadio ma il quotidiano è poi ben lontano da quei flash e dai lustrini. Un romanzo breve e veloce, una storia ripresa “con la telecamera a spalla”, un esordio fulminante che riesce a farci ridere mostrandoci i nervi scoperti, ma concreti, dell’Italia nel pallone. 66th and 2nd Editore

Litania di un arbitro

di Thomas Brussig – 92 pagine - € 10,00

Uwe Fertig, arbitro internazionale di calcio, è arrabbiato, anzi, furibondo. Nel duplice e contradditorio ruolo di vittima e assicuratore dell’imputato, si trova coinvolto nel processo a un medico. Sulle scale del tribunale, al termine dell’udienza, si lascia andare a un esasperato monologo sul calcio, la categoria degli arbitri, le ipocrisie della società e i ricordi di un’infanzia trascorsa a Berlino Est. Il cinismo di Fertig non risparmia nessuno: mezzi d’informazione, tifosi, opinionisti, giocatori, e neanche l’arbitro pelato del calcio italiano che deve la sua popolarità alla somiglianza con il famoso dipinto di Munch. Un testo insolito, brillante e spietato, in perfetto equilibrio tra tragico e grottesco.

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Mistonocivo

Zerougualeinfinito A quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro “Unplugged 139”, tornano i Mistonocivo con l’album di inediti “Zerougualeinfinito”, e con la nuova formazione che, oltre agli storici “fondatori” Cristiano Cortellazzo (voce, autore di testi e musica) e Paolo D’Ambrosio (compositore e tastierista, autore delle musiche e produttore artistico) vede dal 2007 Alessandro Loopaz alla batteria e Federico Fez al basso, nonché un nuovo chitarrista, Massimiliano Vitale, che aveva già collaborato come bassista. Con questo nuovo album la band vicentina sembra intraprendere un lungo e controverso percorso evolutivo che li ha portati a concepire e a realizzare un progetto discografico audace e profondo. Il forte impatto sonoro ed emozionale del disco è l’elemento più evidente. C’è qualcosa di nuovo in questi 14 brani che compongono Zerougualeinfinito. C’è la singolare alternanza tra il rock ruvido e trascinato di “Serpe” e la dolcezza di una ballata come “Luna”. Tra la psichedelia di “Subnocivo” e il tango di “Torazina porteña”, brano capolavoro del cd. Un progetto ambizioso e molto elaborato, per certi versi difficile: dall’intro “M” (con citazione del grande Fritz Lang e del suo storico “Mostro di Dusseldorf”) fino alla conclusiva “Invisibile” viene raccontata l’ipotetica fine di un pianeta prossimo al collasso fisico e mentale. Il risultato è sicuramente un lavoro intenso nel quale bisogna entrare piano, ascolto dopo ascolto, stando attenti a coglierne le varie sfumature e scoprirne ogni volta nuovi piccoli dettagli. Un album rock di ultima generazione ma dal cuore puro e dall’animo nobile.


E R A T S E R I O U P NON O C O I G L A D I R O FU

128 PAGINE 734 FIGURINE

SERIERIEAD - SERIE B

E

SERIE A FEMMINIL LEGA PRO - SE CALCIO D’AUTORE FIGURINE AUTOGRAFATE* TOP TEAM PANINI TOP TEAM YOUNG FILM DEL CAMPIONATO L’ITALIA NEI MONDIALI PANINI MOMENTI DI GLORIA * Le figurine autografate in originale relative alla sezione dell’album Calcio d’Autore sono in edizione limitata e non ripetibile, in numero complessivo di 600. Per tale motivo non possono essere richieste al servizio figurine mancanti di Panini. Le stesse figurine, in versione standard non autografate, oltre ad essere reperibili nelle bustine, possono essere regolarmente richieste al servizio figurine mancanti.

Il calciatore gennaio 2010  
Il calciatore gennaio 2010  
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