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Poste Italiane SpA – Spedizione in Abbonamento Postale – 70% NE/PD - Anno 46 - N. 07 Dicembre 2018 - Mensile

2018

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Dicembre

Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

Mauro Icardi il più votato di una squadra da sogno

Gran Galà del Calcio AIC 2018


di Damiano Tommasi

editoriale

La pacchia è finita (?) L’abbuffata di premi del nostro Galà 2018, con la presenza di grandi stelle italiane, e non solo, è arrivata a chiudere un anno tribolato. È riconciliante con il bello del calcio passare una serata con i nostri idoli rilassati, fuori dal contesto mediatico… normali!   Abbiamo bisogno proprio di normalità anche nelle istituzioni calcistiche e chissà che il 2018 passato alla ricerca del filo perduto non ci aiuti a riflettere un po’ di più sulle modifiche strutturali (ci riusciremo?) di cui abbiamo bisogno. È vero, è successo tante volte negli ultimi anni, dal Sudafrica 2010 in poi, sentir dire: “ora giriamo pagina” “dobbiamo riformare!” Verrebbe da dire: “la pacchia è finita!” “norme stringenti e fuori chi sgarra!”  Sono convinto, lo dico sempre, che per riformare, ripartire, girare pagina  però  serva coraggio. Ce n’è?  Il 2019 è calcisticamente iniziato il 26 dicem-

bre 2018, boxing day all’italiana. A Milano, gli scontri premeditati lontano dallo stadio, con pizzico di internazionalità (tifosi del Nizza protagonisti?!) e i cori/insulti, quelli sì tutti italiani, all'interno di San Siro ci hanno sbattuto in faccia una realtà già raccontata. La commissione Antimafia con i lavori su calcio e mafie, il nostro report “Calciatori sotto tiro” (arrivato alla quinta edizione), il report annuale delle violenze sugli arbitri… Ancelotti… tutti concordi, il calcio italiano è “ostaggio” di chi, violento, abusa più o meno liberamente del nostro sport per affari, malavita e/o più “innocentemente” come valvola di sfogo (spesso impunita).  È qui che si inserisce la riunione extralarge a Roma, convocata dal Ministro degli Interni, con tutti, ma proprio tutti, i responsabili del nostro calcio. Ordine pubblico, sport, giornali, politica tutti convocati. Mi aspettavo un “la pacchia è finita!” che però non ho sentito così chiaramente. Non mi resta che la speranza di vederla almeno nei fatti… la fine della pacchia.


© UNICEFUNI122942Dicko

Un giorno unico, da ricordare insieme.

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Poste Italiane SpA – Spedizione

07

2018

sommario

regole del gioco di Pierpaolo Romani

speciale

di Nicola Bosio

Giorgio Chiellini e Sara Gama

serie B di Claudio Sottile Eugenio Lamanna

scatti di Maurizio Borsari fifpro di Stefano Sartori Congresso FIFPro 2018

calcio e legge di Stefano Sartori Premio salvezza in caso di retrocessione di club penalizzato Organo mensile dell’Associazione Italiana Calciatori

foto redazione e amministrazione

tel fax http: e-mail: stampa e impaginazione REG.TRIB.VI

Questo periodico è iscritto all’USPI Unione Stampa Periodica Italiana

Sergio Campana Gianni Grazioli Nicola Bosio Pino Lazzaro Stefano Sartori Stefano Fontana Tommaso Franco Giulio Segato Mario Dall’Angelo Claudio Sottile Fabio Appetiti Maurizio Borsari A.I.C. Service Contrà delle Grazie, 10 36100 Vicenza 0444 233233 0444 233250 www.assocalciatori.it info@assocalciatori.it Tipolitografia Campisi Srl Arcugnano (VI) N.289 del 15-11-1972

Member of

direttore direttore responsabile condirettore redazione

Finito di stampare il 11-01-2019

primo piano di Nicola Bosio Galà del Calcio Triveneto 2018

l’intervista di Pino Lazzaro Piero Volpi

l’intervista di Nicola Bosio

Roberta D’Adda e Manuela Giugliano

femminile di Pino Lazzaro

Lana Clelland e Eilish McSorley

internet sfogliando tempo libero

Dicembre 2018 - Mensile

Organo mensile dell’Associaz

Dicembre

Gabriele Gravina, Presidente FIGC

l’intervista di Nicola Bosio

– 70% NE/PD - Anno 46 - N. 07

ione Italiana Calciatori

Mauro Icardi il più votato di una squadra da sogno

politicalcio di Fabio Appetiti

È Mauro Icardi il calciatore più votato dai colleghi per la stagione 2017/18: l'argentino capitano dell’Inter è infatti il trionfatore della 8ª edizione del “Gran Galà del Calcio AIC”, l’esclusivo appuntamento organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori insieme all'agenzia di comunicazione Dema4, che si è tenuto a Milano il 3 dicembre scorso.

Dicembre

Gran Galà del Calcio AIC

editoriale di Damiano Tommasi

Razzismo questo (s)conosciuto

2018

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in Abbonamento Postale

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politicalcio

di Fabio Appetiti

Gabriele Gravina, Presidente FIGC

“Lavoro costante, attenzione Gabriele Gravina è quello che si può definire un “uomo delle istituzioni” a cui tutti riconoscono, grazie alla sua ventennale carriera, esperienza e competenza. Sicuramente un buon capitano per fare uscire la nave del calcio italiano dalle secche dove è andata ad arenarsi dopo Italia - Svezia. Una volta ripresa la navigazione in mare aperto sarà però importante che, vicino e intorno a lui, cresca anche una nuova classe dirigente del calcio italiano, come auspica lo stesso Presidente in questa lunga intervista che ci ha concesso senza risparmiarsi e di cui lo ringraziamo. Il futuro del nostro calcio è una responsabilità a cui tutti siamo chiamati a contribuire, nessuno escluso, consapevoli però che il futuro non è solo un tempo che prima o poi arriva, ma è anche un tempo da conquistarsi con coraggio, idee e azioni. Partiamo da quanto accaduto a Santo Stefano. Una giornata che doveva essere di festa per il calcio italiano si è trasformata in una giornata tragica con la morte di una persona per gli incidenti prima della gara e i cori razzisti dentro lo stadio. Sembrava di essere tornati ai giorni vissuti dopo la morte di Ciro, il tifoso del Napoli ucciso nel 2014. Perché non si riesce a debellare la violenza dal calcio italiano? “La violenza negli stadi è una problematica che, per quanto radicata in un contesto specifico, non può essere limitata né in un luogo fisico e neppure in un evento singolo. Essa si è radicata sul piano della comunità, sfruttando da un lato le degenerazioni del contesto sociale e dall’altro le debolezze del sistema di contrasto. Sul piano stori-

co è un fenomeno che ha mantenuto rilevanza e continuità pressoché ininterrotta da oltre cinquant’anni anche oltre il contesto territoriale. Per essere affrontata deve essere concepita come una degenerazione culturale prima che come un fenomeno sociale. Perciò deve essere impattata a livello sistemico: le istituzioni sportive possono fare la loro parte ponendo le regole e sensibilizzando il proprio ambiente di riferimento, i club ed i tesserati sono chiamati in prima fila per uscire da certe spirali perverse, l’opinione pubblica per posizioni senza ambiguità né ipocrisie. Serve però la fermezza delle misure, la rigidità e certezza delle sanzioni e della pena che solo lo Stato può garantire. Lo stadio del calcio è per i tifosi, le famiglie e le giovani generazioni”. Nel post incidenti le va riconosciuta una grande lucidità. Come ha maturato la decisione, giusta secondo chi scrive, di non sospendere il campionato? “Parto dalla constatazione che le decisioni devono essere prese senza emotività ma con lucidità. Lo stadio oggi non è un enclave di violenza ma neppure un luogo che ne è immune, perciò bisogna guardare alle dinamiche che si svolgono fuori di esso, quelle che mettono pressioni ai club, che caricano di elettricità le gare, che alimentano sospetti e non consentono al solo spettacolo sportivo di essere il protagonista dei nostri eventi. Fermare il campionato sarebbe stato un segnale di debolezza non solo e non tanto perché avrebbe penalizzato milioni di persone perbene ed appassionate, ma perché avrebbe certificato un’incapacità da parte nostra di riuscire a capire la natura del

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problema. Se lo scontro è premeditato, organizzato e portato avanti con cattiveria da criminalità la partita è solo un’occasione. Se spegniamo l’evento per una settimana non risolviamo il problema, lo rimandiamo. Non dobbiamo “riflettere” su nulla, dobbiamo riprogrammare le nostre azioni per contrastarlo adeguatamente”. Cosa è maturato dall’incontro con il Viminale del 7 gennaio “Il dialogo ed il confronto tra i vari attori che sono impegnati nella comune azione di contrasto alla violenza in occasione di incontri calcistici è stato proficuo ed improntato ad una estrema chiarezza di idee. Il fronte è comune, ciascuno dovrà saper fare al meglio la propria parte. L’azione del Governo – nell’ammodernamento di strumenti di legge e di quelli operativi – dovrà dare certezze all’interno di una tematica in cui la prevenzione è fondamentale. In questo noi delle istituzioni sportive dovremo saper dare la massima collaborazione e dovremo attivare tutti gli strumenti educativi di cui disponiamo. Al tavolo con il ministro Salvini il calcio si è presentato presentando delle proposte concrete per vincere la violenza, valorizzando il tifo vero e la passione genuina della stragrande maggioranza degli italiani: 1) potenziare e rafforzare il ruolo sia degli steward e quello degli SLO (Support Liaison Officer); 2) concorrere nel creare le condizioni per il definitivo abbattimento degli impianti (abbattimento delle barriere architettoniche e dei divisori); 3) realizzare un servizio di Crowd Monitoring con l’intento di coinvolgere diversi ambassador (senti-


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continua” nelle del tifo) che presidino la rete attraverso attività che coinvolgono tutti i tifosi; 4) realizzare zone Fan Zone nelle immediate vicinanze degli stadi; 5) rendere più efficace l’istituto del DASPO (prevedendo obbligo di firma o servizi sociali in prossimità e durante le gare); 6) inasprire le sanzioni sportive, civili e penali per chi commette illeciti e reati; 7) rendere ancora più chiara e applicabile la possibilità di sospensione delle gare in caso di cori discriminatori, incentivando comportamenti virtuosi dei veri tifosi, anche sottoforma di esimenti, che stigmatizzano in maniera evidente e corale tali beceri atteggiamenti (solo così si possono creare le condizioni per non penalizzare i veri tifosi). Dobbiamo rendere centrale questo tema, sensibilizzare i nostri tesserati, aprirci al territorio, al mondo scolastico, alle varie realtà sportive ed associative in genere. Noi ci rivolgeremo essenzialmente ai giovani, ma senza esempi positivi da parte degli adulti non ce la possiamo fare. Una volta che il Governo esprimerà i suoi provvedimenti, aggiorneremo come è d’obbligo, i nostri strumenti normativi rispettando il clima di fermezza con cui intendiamo impattare il fenomeno rispetto alla nostra posizione”.

oppure di favore. In quanto fenomeno culturale lo sport spesso impatta con realtà con cui non sempre fini e modalità di azione sono sovrapponibili, ma non per questo deve arretrare oppure portare avanti posizioni di pregiudizio. La nostra Supercoppa sta diventando un evento importante in quel contesto sociale e va apprezzata la disponibilità di quel Paese non solo ad ospitarlo ma anche ad aprirsi ed a fare alcuni passi in un percorso di crescita. Farne una questione di business non rende merito al calcio che, con la sua forza attrattiva, ha aperto nuovi punti di vista e nuove prospettive, ha reso possibile valutare situazioni nuove. Certo, il percorso richiederà tempo e nuovi sforzi, ma la presenza ed il ruolo del calcio italiano in prima linea non potranno che contribuire a sviluppare nuove prospettive. Se poi a livello personale o come Presidente FIGC devo fare una valutazione fuori da polemiche politiche e da valutazioni di natura commerciale, che non spetta a me fare, è chiaro che preferirei che un trofeo italiano fosse giocato in Italia e non all’estero, anche per consentire alla maggioranza dei tifosi italiani di poter partecipare direttamente ad un evento così importante come la finale di Supercoppa”.

Si parla spesso di valori, etica, educazione nel calcio. La dimensione etica e sociale sono parte importante anche del suo programma elettorale, ma quando si tratta di dimostrarlo con scelte coraggiose il calcio italiano fa spallucce. È normale, secondo lei, giocare una partita di un trofeo italiano dove ci sono settori separati uomini e donne e dove il regime di quel paese è accusato di crimini gravi come l’uccisione del giornalista Kashoggi? Il messaggio che arriva è “I soldi prima dei valori”. Ha bisogno di questo il calcio italiano? “Credo molto nella funzione educativa dello sport e del calcio in particolare, così come credo che i riflessi economici non possono ignorare gli aspetti sociali più rilevanti. Nella vicenda specifica credo che ci siano aspetti complessi che non possono essere rigidamente compressi tra una posizione di contrarietà

Partiamo dal 22 ottobre data della sua elezione all’unanimità. Un breve bilancio di questi due mesi, quali i principali provvedimenti presi? “L’impronta che vogliamo dare al nostro percorso è quella di costruire un sistema di regole che sia valorizzato dalla capacità di queste di costituire un “modello” gestionale più che uno strumento sanzionatorio. In quest’ottica le Licenze Nazionali evase con più di sei mesi di anticipo vogliono essere un primo segnale di una federazione che punta ad aiutare i club a sviluppare la propria attività, assecondandone le esigenze di sistema pur nella rigidità di parametri che sono posti a beneficio di tutti. In questo solco si inseriscono certamente i lavori dei tavoli tematici, i cui report li valuteremo in primavera. Stiamo inoltre lavorando alla definizione del nuovo quadro manageriale, che

dovrà avere dare un’impronta aziendale alla nostra FIGC attraverso la definizione di aree a cui si connettono tutte le attività portate avanti. Il lavoro è costante, l’attenzione continua”. Le do una fotografia della FIGC prima del suo arrivo inclusa la parentesi del Commissario: efficiente dal punto di vista amministrativo-gestionale e con un buon posizionamento a livello politico- internazionale, disastrosa sul piano sportivo con l’eliminazione dal Mondiale, debole e instabile politicamente al suo interno. Condivide? “Al calcio italiano mancava una visione di sistema, la condivisione di un percorso. Il frammentario quadro interno ha determinato nel corso degli anni l’incapacità di avviare un programma di riforma strutturali, limitandosi a provvedimenti-spot spesso scollegati da un contesto uniforme di azione. Non ne hanno risentito solo ambiti specifici ma il valore della nostra Federazione, che si quantifica a livello di reputazione, di presenza sociale e di indirizzo formativo. Il quadro dei conti non sempre riesce a dare una chiara visione di una realtà aziendale, specie in un’ottica di medio-lungo raggio e specialmente se è complessa ed eterogenea come quella

del calcio italiano. Il percorso avviato in queste prime settimane è caratterizzato da un quadro programmatico definito, da modalità di azione coerenti, ma soprattutto dall’impegno di tutte le componenti. Il mio programma ha avuto la forza di dare una lettura della 7


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situazione in grado di attivare meccanismi di confronto, di trovare consensi sugli obiettivi. In quel 97,2% tutti hanno dato un segnale di disponibilità per cambiare le cose. La prima vera riforma è stata culturale, nata nella testa degli uomini e delle donne del calcio”. Riforma dei campionati. Araba fenice. Sempre convinto dei numeri della riforma così come scritto nel suo programma: 20 A e 20 B, 60 semiprofessioniste in Lega Pro? “Inutile dire che su questo tema il calcio è in ritardo, abbiamo passato anni a proporre numeri senza un progetto alle spalle. Io ho avanzato una chiave di lettura che non è numerica ma relativa alla qualità del progetto sportivo che deve essere sviluppato. La riforma dei campionati deve avere un fine ben chiaro che è quello di rendere sostenibile il sistema, non solo i vari comparti. Ridurre il numero dei club nelle varie categorie significa modificare le ripartizioni delle risorse disponibili, ma senza una crescita di queste ultime il successivo ciclo costringerà ad una successiva riduzione e via discorrendo. Rendere sostenibile il sistema significa creare una “catena” che renda partecipi tutti i club di tutte le categorie nell’interpretare la “mission” di ciascun livello a vantaggio degli altri. Avete presente gli scalatori in una parete rocciosa? Dobbiamo attivare un sistema di solidarietà che non sia assistenzialismo ma espressione e stimolo per fare “azienda” nel senso più pieno e cioè nella creazione della migliori condizioni per centrare l’“oggetto sociale” del nostro sistema: sviluppare calcio. Calcio di ottima qualità sia per il contesto professionistico votato al mercato che per quello dilettantistico votato alla socialità. Se si comprende questo quadro, se si comprende il ruolo di ogni contesto agonistico (tra cui quello del semiprofessionismo che vedo confacente alla Lega Pro), determinare i numeri sarà la conseguenza e non il presupposto. Sono convinto che lo strumento del semiprofessionismo che stiamo studiando insieme ai tecnici del governo garantisca soste8

nibilità e qualità dei campionati senza la necessità di tagli drastici o riduzioni di organico”. Lei ha convocato dei tavoli di lavoro per aree tematiche, come stanno procedendo i lavori? “I tavoli di lavoro tematici sono stati la prima manifestazione di un netto cambiamento di verso: siamo passati dall’induzione dall’alto che produce compromesso e frammentazione al confronto dal basso che determina condivisione e ottimizzazione. Tutte le componenti hanno messo a disposizione della FIGC profili di valore, che si stanno incontrando per produrre un lavoro prezioso. Al di là della qualità delle proposte che verranno portate all’attenzione del sistema calcistico, voglio sottolineare i benefici della collaborazione, della conoscenza delle diverse posizioni e la capacità di fare sintesi in un’ottica di benessere generale più che di quella particolare. In questo senso i lavori procedono bene, mi aspetto molto da loro”. Sul piano infrastrutturale siamo in grave ritardo. Non crede sia necessario avviare un grande piano di investimenti per la realizzazione e l’ammodernamento degli stadi italiani di concerto con Governo e Istituto Credito Sportivo? Nel suo programma lei parla di “Progetto Stadio Italia”. Ne ha parlato con il Presidente ICS Andrea Abodi? “Insieme con la valorizzazione del patrimonio giovanile, le infrastrutture rappresentano un asset su cui fare leva per dare valore al nostro sistema. Ritengo che il luogo dove si svolge il calcio – uno stadio, un centro sportivo oppure un campo di allenamento – non deve essere più un contenitore inanimato ma deve diventare un contenuto in grado di consentire ai club, e per loro tramite ai nostri tesserati e tesserate, di poter sviluppare al meglio le loro potenzialità. Devono essere in grado di stimolare il valore formativo dei tecnici. Devono rappresentare la “casa” per i tifosi. Per dare un simile colpo

di svolta dovremo mettere a sistema non solo la capacità di crowdfunding (da fonti nazionali a quelle europee, pubbliche o private) ma anche la sensibilità e le relazioni degli attori che possono consentirci questo salto di qualità. Il Governo ha un interlocutore molto attento e competente, l’ICS è rappresentato da un uomo del calcio molto lucido e lungimirante. Dobbiamo saper attivare un ciclo virtuoso, sperando che le condizioni economiche generali possano consentire di realizzare i nostri progetti con tempi rispetti”. A proposito di investimenti, mi chiarisce qual è la funzione esatta di Federcalcio Srl, organismo che rimane sempre un po’ misterioso? Qual è la sua funzione e si può avere un po’ di trasparenza su questo organismo? “La Federcarlcio Srl è il braccio operativo, sul piano patrimoniale e commerciale, della nostra Federazione. Al di là dello status giuridico di società di capitali, opera con logica di mercato e dinamiche gestionali aziendali ed è controllata interamente dalla FIGC. Non credo assolutamente che manchi di trasparenza, molto più semplicemente ha una funzione tecnica che, nel quadro dei rapporti e delle attività federali, non rappresentano il focus dell’interesse. Forse dobbiamo riuscire a realizzare una migliore integrazione, ma resta uno strumento operativo fondamentale”. Associazione Italiana Calciatori. Tutti sanno che la fase che ha portato alla sua votazione ha determinato una dialettica all’interno della categoria che poi si è conclusa con una votazione compatta a suo favore. Se vuole può rivolgere qualche pensiero direttamente a calciatori e calciatrici e al gruppo dirigente di AIC. “Al di là dei numeri che l’hanno determinata, la mia elezione rappresenta un’occasione che il calcio italiano ha saputo cogliere: quello dell’unità che mancava da tanto tempo. L’AIC in questi anni, sia all’interno della FIGC che nel quadro relazionale e politico con le altre componenti, ha avuto un ruolo propositivo e di collaborazione apprezzabile. L’esperienza gestionale all’interno della struttura federale in questi anni ha certamente fatto crescere la consapevolezza della componente e, anche del suo gruppo dirigente. A gennaio il muro contro muro – per quanto personalmente e come Lega Pro ci


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fosse stato un grande lavoro di condivisione e di sintonia – è stata un’occasione persa da tutti per dare un segnale di responsabilità e cambiamento ma ha anche attivato quella reazione che, sul piano democratico, ci ha riportati di fronte all’urna elettorale. La chiave ideologica non ha mai portato da nessuna parte e credo che la dialettica interna all’AIC abbia fatto crescere, indipendentemente dalla decisione finale, tutto il movimento. Il nostro mondo, sul piano delle decisioni, ha bisogno del punto di vista (anche critico e di parte) delle componenti tecniche e spero che la partecipazione a quest’esperienza di lavoro faccia crescere la qualità del contributo che la classe dirigente dell’AIC possa dare, attraverso una chiave di lettura sistemica. Calciatrici e calciatori sono il biglietto da visita del nostro calcio, non solo con i loro gesti tecnici ma anche con la loro immagine ed i loro comportamenti. La FIGC deve riuscire, attraverso la formazione, a garantirgli una crescita di qualità delle prestazioni ed attraverso la partecipazione gestionale la crescita manageriale. In quest’ottica lo spirito collaborativo è fondamentale. Far crescere una nuova classe dirigente del nostro calcio con uomini e donne che vengono dal campo è anche un mio obiettivo e di tutta la Federazione”. Simone Perrotta nel precedente numero de “Il Calciatore” la invitava a coinvolgere importanti campioni sul modello Infantino con Boban per fare un esempio. Lei intende cogliere questo suggerimento e pensa a qualcuno in particolare? “L’idea di coinvolgere figure di rilievo del nostro calcio è già presente nella mia piattaforma programmatica e si articola non solo attraverso il coinvolgimento della componente AIC e di quanti ne saranno espressione nelle varie aree in cui saranno chiamati ad operare, ma anche a livello di “ambasciatori” del nostro calcio dentro e fuori i nostri confini. Il calcio italiano ha un’immagine storica-

mente molto forte ed una buona reputazione in tutto il mondo e ciò grazie a quanti hanno saputo rappresentarlo nell’immaginario collettivo. I campioni di ieri, inoltre, devono essere in grado di tramandare esperienze e valori, possono incidere anche sul piano formativo. Il nostro Presidente Pertini amava dire che i giovani non hanno bisogno di sermoni ma di esempi. Per ora non voglio anticipare nomi che sono già nei miei pensieri ma a breve, credo già dal prossimo Consiglio, farò le mie proposte che vanno nella direzione del coinvolgimento di ex calciatori”. Parliamo di Lega Pro di cui per anni è stato il Presidente. Quando non vedremo più fallimenti, cambi di proprietà in corsa, punti di penalizzazione, stipendi non pagati, calciatori costretti a scioperare per avere loro spettanze? Sono anni che si ripetono le stesse scene. La sua ricetta? “La Lega Pro, al momento, rappresenta l’anello debole sul piano economico del nostro sistema sportivo, in quanto i costi gestionali fanno fatica a trovare compensazione con i ricavi e le ricapitalizzazioni delle compagini proprietarie non possono essere la soluzione. Le difficoltà di questo comparto sono le difficoltà del sistema, le sofferenze si stanno manifestando anche in altre aree, per cui credo che, nell’ottica sistemica, la Lega Pro deve essere messa nelle condizioni di avere sostenibilità gestionale ed un progetto sportivo ben preciso, racchiuse nella proposta del semiprofessionismo. Durante la mia presidenza ed attraverso la predisposizione di un coinvolgimento responsabile abbiamo dato un timone gestionale, ma nonostante l’esistenza di regole il problema del gap tra risorse e costi resta oggettivo. Ciò crea insicurezza, instabilità, rapporti spesso conflittuali, specialmente se i club non riescono a far fronte agli impegni. Ripeto, non bisogna fare una fotografia alle difficoltà della Lega Pro senza prenderle a carico come sistema, perché esse possono essere un prototipo che va affrontato in un quadro che si sta allargando. La sostenibilità economica è un tema comune a tutto il calcio professionistico, i segnali sono spesso nascosti ma noi ne abbiamo una consapevolezza che va ben oltre ciò che appare all’esterno. Normalizzare il quadro economico-finanziario va di pari passo con l’attivazione di meccanismi di controllo serrati e tempestivi sul-

la qualità (in termini di solidità finanziaria e di capacità gestionale) di chi controlla i nostri club, sulle operazioni che li coinvolgono, sui progetti sportivi che mettono in campo. Non sempre è agevole per gli organismi sportivi fare verifiche e controlli su scelte di società di capitali dotate di un’autonomia gestionale tutelata dalle leggi, ma abbiamo un’idea precisa che sarà sviluppata attraverso il piano di riforma che abbiamo attivato”. Scusi, spieghi bene cosa significhi semiprofessionismo in termini di diritti, previdenza tutele. “Non c’è nessuna riduzione di diritti, nessuna rinuncia a previdenza e contributi per i calciatori di Lega Pro ma significa dare sgravi fiscali alle società e alleggerirle da un carico fiscale che spesso le soffoca e mette in crisi la sostenibilità dell’intero sistema. Le risorse che si libereranno dal carico fiscale potranno essere reinvestite in impianti e settori giovanili e credo che su questo siamo tutti d’accordo. Come ho detto i nostri tecnici sono al lavoro, di concerto con le strutture governative, per arrivare a breve a formulare una proposta anche se non mi nascondo le difficoltà che ci sono nell’elaborazione della normativa. Tra l’altro è un ragionamento che riguarda anche altri sport a cui il semiprofessionismo potrà essere applicato e rimanendo al calcio potrebbe essere la soluzione anche per dare tutele previdenziali e contributi a chi ora non li ha e penso alle calciatrici e ai giocatori di Serie D. Credo sia una vera rivoluzione”. Dilettanti. Vincolo sportivo. Non sarebbe ora di rimuovere questo strumento obsoleto e discriminatorio? “Il vincolo sportivo è nato come elemento di solidarietà e di compensazione, in grado di indennizzare i costi sostenuti dai club per la formazione. Come ogni strumento di regolazione, se viene male utilizzato, si tramuta in elemento degenerativo e negativo. Il problema è complesso e vanno bilanciati i diritti delle calciatrici e dei calciatori così come quelli dei club, facendo attenzione a non assumere posizioni ideologiche ed utilitaristiche. Nel quadro della crescita e della formazione, i club devono essere parte integrante di questo processo, partecipando in una sorta di “catena agonistica” alla creazione del nostro patrimonio sportivo in un’ottica di qualità e di ripartizione solidaristica dei ricavi 9


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generati. La riflessione da fare è molto ampia e deve essere quindi incentrata sia sulle “soglie” entro cui garantire l’operatività di tale meccanismo e sia, soprattutto, sul livello del target sportivo a cui rivolgersi, modulando anche eventuali indennizzi. Ragionare senza preconcetti di questa tematica, inserirla nel quadro dei progetti di riforma e, soprattutto, collaborare con idee coerenti, è un’occasione importante attraverso cui contribuire ad attivare investimenti utili a favorire la crescita qualitativa del nostro calcio. Mi prendo l’impegno di rimettere tale argomento all’attenzione delle componenti cercando di favorire una soluzione che soddisfi tutte le esigenze, senza strappi”. Calcio femminile. Questo è l’anno dei Mondiali del 2019 in Francia. Le ragazze possono contare su tutto il suo appoggio e quello di tutta la Federazione in vista del Mondiale, proseguendo l’opera di attenzione e crescita della precedente gestione? “Vanno sgombrati tutti i dubbi al riguardo, certamente frutto di preconcetti del tutto errati. Non a caso la mia prima uscita ufficiale da Presidente è stata con la nostra Nazionale Femminile in ritiro a Coverciano, ho trovato un gruppo di ragazze entusiaste e ben consapevoli di rappresentare non solo i colori azzurri ma anche il vertice di un movimento che va costruito e supportato nella crescita. La problematica legata alla collocazione di tipo gerarchico e gestionale dei campionati nazionali, per le modalità con cui è stata affrontata, ha creato tensioni ed ha attivato logiche rivendicazioni ma anche il calcio femminile è al centro delle nostre attenzioni all’interno di ogni 10

tematica che stiamo affrontando o che attiveremo nel nostro percorso. La partecipazione ai Mondiali è un grande risultato, un vero e proprio spot che dovremo saper sfruttare al meglio attraverso un’azione di promozione sul territorio e di miglioramento dei nostri campionati. La spinta dei club professionistici è fondamentale, allarga la platea e dà una solidità ai progetti, oltre a migliorare il recruitment e la qualità del prodotto. La presenza di Sara Gama come rappresentante AIC in Consiglio Federale, nonché la sensibilità al tema unanimemente riscontrata tra le altre donne e gli uomini che compongono l’organismo direttivo, sarà uno stimolo per fare ottime cose”. La Nazionale. Come si dice tutto è importante ma… se la Nazionale non vince tutto passa in secondo piano. Girone eliminatorio Euro 2020, lavoro di Mancini, Club Italia, facciamo un giro di orizzonte… “Con Mancini stiamo dando il segnale di ri-costruzione e di ri-partenza di un progetto tecnico che, anche a livello di Nazionale, deve privilegiare la valorizzazione del nostro patrimonio giovanile sul supporto di un gruppo storico di grandissimo spessore tecnico ed umano. Un bel mix che saprà riportare entusiasmo e saprà presentare sul piano internazionale un’Italia spavalda e consapevole del suo ruolo. Siamo ambiziosi, vogliamo esserlo, consapevoli di essere una delle nazionali più titolate al mondo. Le qualificazioni per Euro 2020 rappresentano un importante banco di prova, dobbiamo esserci e consolidare il nostro progetto che dovrà guardare in un’ottica di medio termine. La Nazionale è un segno distintivo del nostro Paese, è un fattore di socialità, quasi una sorta di elemento di emotività. La Nazionale che vince ci fa contenti ed orgogliosi. Però non dobbiamo nasconderci le difficoltà, tante e legate ad un ritardo programmatico che scontiamo oggi in maniera evidente. Il lavoro della federazione sul piano delle riforme sarà anche finalizzato a consentire la crescita delle nostre Rappresentative”. Il suo programma è molto ambizioso ma il tempo è tiranno e tra un anno si rivota. Pensa sia necessario un altro mandato per realizzare quanto è nei suoi obiettivi, in sostanza pensa di ricandidarsi? “La mia idea programmatica, quella

che ho sottoposto alle componenti ed attraverso la quale le ho coinvolte ad un impegno attivo, vuole essere ambiziosa solo nella parte in cui vuole ridare un piano di lavoro per far ripartire il nostro sistema. Ci sono obiettivi di immediata e breve portata ed altri, di natura programmatica, di più lunga gittata temporale. Per gli uni ed gli altri dobbiamo partire subito, la condivisione può accelerare i tempi, può allargare gli orizzonti. La mia è stata un’azione di stimolo e siamo concentrati sulla realizzazione dei singoli passi. Voglio creare un gruppo di lavoro che accomuni tutte le componenti. Il nostro quadro di riferimento è progettuale, non temporale, non ha senso speculare su misure-spot che danno la sensazione di interventi palliativi perché l’obiettivo è risolvere i problemi, avviare una nuova fase per il nostro sistema. Concentriamoci sulla luna e non sul dito che la indica. Quindi la mia ricandidatura non è argomento all’ordine del giorno”. Lei è un abruzzese ostinato, dopo il 29 gennaio non ha mollato la presa e alla fine è stato eletto da tutti alla presidenza della FIGC. Quale è il suo sogno da Presidente FIGC? “Nei mesi successivi al 29 gennaio a tutto ho pensato meno che all’idea di ricandidarmi anzi per me il tema Presidenza federale era un capitolo assolutamente chiuso. Sul piano dell’impegno sportivo, la carica di Presidente federale va a completare un percorso iniziato più di trent’anni fa in un club di un paese di 5 mila abitanti militante in prima categoria. Ho avuto molto da questo mondo, in termini di rapporti umani e di soddisfazioni sportive, mi sono messo a disposizione per dare il mio contributo, anteponendo le idee al ruolo. Quando sarà, vorrei congedarmi con la consapevolezza di aver contributo a livello culturale a far ripartire un mondo meraviglioso che si era impantanato, indebolito, depresso. L’unità del sistema è un obiettivo prioritario, ben più dei successi sportivi (che pure cerchiamo), in quanto ti consente di avere armonia nel quadro gestionale, condivisione di obiettivi e soluzioni, serenità nei rapporti. Il mio percorso sportivo mi ha insegnato a non accontentarmi, ad essere lungimirante ma senza presunzione, costruendo l’azione intorno ad un’idea. In questo caso sarò molto deciso ed ostinato”.


regole del gioco

di Pierpaolo Romani

Oltre il caso Koulibaly

Razzismo, questo (s)conosciuto Razzismo. È un termine che nelle ultime settimane è circolato parecchio dentro e fuori gli stadi, soprattutto dopo i cori intonati da una parte della tifoseria interista allo stadio San Siro di Milano contro il Kalidou Koulibaly, calciatore del Napoli. Etimologicamente, secondo il vocabolario Treccani, per razzismo si intende un’ “ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione”. Il razzismo, in pratica, si fonda sull’idea di una società verticale dove pochi, che stanno in vetta alla piramide sociale, dettano le regole e tutti gli altri che, avendo un colore della pelle ed un credo politico-religioso diverso, e per questo considerati inferiori, devono rispettarle. Chi non si adegua paga. Non tanto e non solo in termini economici ma, soprattutto, in termini di sicurezza e perdita della dignità umana. Il razzismo, infatti, è de-umanizzante e si accompagna storicamente non solo con la paura ma anche con l’esercizio della violenza fisica e psicologica verso i soggetti che vengono presi di mira. Il razzismo nel calcio non è un fenomeno nuovo. Quello che colpisce negli ultimi anni è il suo espandersi progressivamente sui campi da gioco, sia professionistici che dilettantistici, e sulle piazze virtuali dei social network, come riflesso del suo diffondersi e della sua sostanziale e tacita accettazione nella nostra società. Quante volte abbiamo sentito dire “noi non siamo razzisti, ma…” oppure, dopo un buu cantato da centinaia di persone allo stadio, che “i cori sono uno sfottò non un insulto razzista”. Tutto dipende dalla prospettiva con la quale si guarda al mondo e alle cose che accadono. Un esercizio interessante è quello di provare a mettersi ogni tanto nei panni degli altri e pensare a come reagiremo noi se, mentre rincorriamo un pallone o camminiamo per strada, ci dicessero “bianco di merda”, “tornatene in Italia a mangiare pastasciutta”, “italiano = mafioso”. La memoria, che in Italia è più un vizio che una virtù, come sostiene l’ex giudice Gherardo Colombo, ci viene in aiuto. Quando migliaia di nostri connazionali, ai primi del Novecento, si imbarcavano sui piroscafi a Genova per andare negli Stati Uniti o in

America Latina alla ricerca di fortuna, una volta sbarcati di là dall’oceano hanno vissuto sulla loro pelle il razzismo e la xenofobia. Ma tutto questo noi, così come altre popolazioni dell’occidente europeo, ce lo siamo dimenticati. E chi non rammenta il proprio passato è purtroppo destinato a riviverlo. “Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro ha sempre avuto tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro un muro o stabilire un dialogo” ha scritto il grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski nel suo libro “L’altro” (Feltrinelli). E la storia, anche sportiva, ci insegna che è il dialogo la strada da percorrere per costruire micro e macro società sicure, tolleranti, rispettose e solidali. Il calcio insegna che è insieme che si ottengono grandi risultati, che è riponendo la fiducia nell’altro che, attraverso una serie di passaggi, dalla propria difesa si giunge in area di rigore avversaria e si fa goal. Che senza gli avversari e le regole non c’è partita. Prevenire e contrastare il razzismo è una delle priorità che il mondo del calcio e dello sport devono porsi come obiettivo nel ventunesimo secolo. Che ci piaccia o no,

la storia sta facendo il suo corso. Il primo mondo, quello occidentale, si sta progressivamente invecchiando e restringendo. In Europa si fanno sempre meno figli complice, in particolare, un modello si sviluppo che ha precarizzato la vita di milioni di persone. Il terzo e quarto mondo, sempre più poveri e impoveriti, al contrario stanno registrando un aumento della loro popolazione. È probabile, quindi, che in un futuro non troppo lontano, tanti calciatori nasceranno e si formeranno in Africa e in Asia. Gli “altri” saremmo noi. Alleniamoci quindi, soprattutto attraverso l’educazione e la cultura, per non giungere impreparati a questa partita che si giocherà nel grande s t a dio del mondo.

Feltrinelli

L’altro

di Ryszard Kapuscinski – 80 pagine - € 7,00

La definizione "l’altro" / "gli altri" può venir intesa come l’altro da sé, come l’individuo contrapposto agli altri individui, ma anche l’altro che affonda le radici nella diversità di sesso, generazione, nazionalità, religione. Attraverso il reportage (che secondo Kapuściński è il genere letterario più collettivo che esista) l’autore ci rammenta gli interlocutori incontrati sulle strade del mondo, quelli che raccontano la storia della loro vita o che parlano della società alla quale appartengono. Chi sono questi interlocutori? Sono persone fatte da due parti spesso difficili da separare. Una è l’uomo uguale a noi, con le sue gioie e i suoi dolori, i giorni fasti e quelli nefasti, che teme la fame e il freddo, che sente il dolore come una sventura e il successo come soddisfazione e appagamento. L’altra, sovrapposta e

intrecciata alla prima, è l’identità razziale, culturale e religiosa. Le due parti non appaiono mai distinte, allo stato puro e isolato, ma convivono influendo l’una sull’altra. Kapuściński lavora su questo doppio aspetto di uomo-individuo e di uomo-razza lasciando emergere come la percezione culturale non sia mai rigida, statica, stabilita una volta per tutte, ma dinamica, mobile, mutevole, soggetta ad alti e bassi di tensione a seconda del contesto esterno, delle esigenze del momento, delle aspettative circostanti e perfino dello stato d'animo e della nostra età. Il mondo che Kapuściński ha imparato a conoscere camminando si disvela ancora una volta ma in una nuova accezione: come territorio in cui la salvaguardia della diversità passa attraverso la conoscenza della diversità. Un piccolo libro che raccoglie il materiale di sei conferenze e diventa occasione per riflettere sull'altro che è in ciascuno di noi, sulla distanza fra l'uomo ipoteticamente senza connotazioni e l'uomo connotato. 11


l’intervista

di Nicola Bosio

Intervista doppia ai due leader azzurri

Chiellini e Gama: capitani coraggiosi Difensori di professione, vestono entrambi la maglia bianconera della Juventus e azzurra delle rispettive nazionali, ma soprattutto indossano quella fascia che ha un significato particolare, molto più che “essere” un capitano, ma “sentirsi” una guida. Due metà di uno stesso universo, forse prima lontane, ma che ora cominciano ad avvicinarsi sempre più. Giorgio Chiellini e Sara Gama, in questa sorta di intervista doppia, che con il magazine Soccer Illustrated abbiamo realizzato in occasione del Galà del Calcio, fanno un breve bilancio del calcio italiano (al maschile e al femminile) che è stato, che è e che sarà…

Giorgio Chiellini

Fiducia e serenità Inutile dire che arriviamo da un momento molto complicato, questo aspetto crea pressioni e attenzioni particolari ma offre anche una grande opportunità: da dove deve ripartire il calcio a livello di campo? “Bisogna sicuramente ripartire con entusiasmo e sacrificio per tornare ai livelli che questa Nazionale ha sempre avuto. La fiducia e la serenità sono ingredienti che non dovranno mai mancare per un percorso del genere”. Sei il Capitano della Nazionale, una guida in un momento di rinnovamento, di cambio generazionale, hai un ruolo davvero importante, come lo stai affrontando? “Credo che ogni capitano sia diverso, non possa essere uguale a chi lo ha preceduto. Ho avuto la fortuna di avere tre grandi capitani come Buffon, Cannavaro e Del Piero ma cercherò di essere me stesso con grande serenità ma senso di responsabilità, e spero che fra qualche anno questi ragazzi abbiano lo stesso ricordo che ho io pensando ai miei predecessori”. Il calcio femminile sta prendendo finalmente piede in Italia: pensi che possa offrire un’opportunità di crescita culturale a tutto il movimento? Premesso che, come cantano Fabi, Silvestri e Gazzé vorremmo “che le cariche importanti, dove 12

si decide per il mondo, vengano assegnate solo a donne madri di figli”, cosa pensi che possano dare le donne al mondo del calcio? “Finalmente anche l’Italia si sta aprendo al calcio femminile come succede già in moltissimi paesi da tanti anni. È bello vedere finalmente tante bambine poter coltivare la loro passione senza quelle difficoltà che purtroppo le ragazze che sono adesso in Nazionale hanno dovuto affrontare nella loro crescita. Le donne faranno tanto al calcio come succede per tutti gli altri sport, ed è un discorso che può essere ampliato alla vita norma-

le. Ci sono tante ragazze in gamba che meritano sia in campo che in ruoli istituzionali”. Gran Galà del Calcio: è la serata che celebra il calcio italiano, un po’ come se fosse la cena di Natale in cui si incontrano istituzioni, calciatori e appassionati. Arriviamo da un anno molto complicato, questo appuntamento si può considerare un nuovo inizio vista anche la recente elezione del Presidente Gravina? Cosa ti aspetti dalle istituzioni? “Quello che mi aspetto è che venga anteposto l’interesse collettivo del calcio italiano a quello delle singole persone o Leghe, una cosa che dovrebbe essere la normalità ma che negli anni sicuramente non è sempre stato così”.


l’intervista

Sara Gama

Spingere sull’acceleratore Inutile dire che arriviamo da un momento molto complicato, questo aspetto crea pressioni e attenzioni particolari ma offre anche una grande opportunità: da dove deve ripartire il calcio a livello di campo? “Sul campo bisogna lavorare, con i giovani in primis, la base, anche per rifornire la Nazionale. È scontato forse a dirsi ma quello che manca è la pazienza e la voglia di prendersi dei rischi per fare crescere i giocatori. È bene anche attrarre nel nostro campionato grandi campioni, per innalzare il livello delle nostre squadre. Continuare a formare gli allenatori come già facciamo. E anche i nostri dirigenti, perché il loro è forse il 'campo' più importante: dirigenti innanzitutto preparati e che abbiano una visione che non si limiti al presente. Senza questi tutto diventa più complicato per chi calca il rettangolo verde”. Il calcio femminile sta prendendo finalmente piede in Italia: pensi che possa offrire un’opportunità di crescita culturale a tutto il movimento? Hai giocato in Francia: quali sono i passi più importanti da compiere per crescere e avvicinarci alle realtà più strutturate? “Certamente offre un’opportunità di crescita, ma non solo culturale. Quando inserisci nuove energie in un ambiente, una volta che esso le accetta, può solo ottenere un impulso positivo che quello che è diverso può dare. Nuovi stimoli e prospettive con cui contaminarsi vicendevolmente. Ovviamente rappresenta anche una possibilità di crescita culturale, che ritengo non fermarsi al solo mondo del calcio, ma piuttosto avere effetti positivi anche sulla società italiana, in cui tutti sappiamo che il calcio gioca un ruolo rilevante. Ho giocato in Francia. All’epoca, stiamo parlando di 4 anni fa, in Italia non c’era quello che oggi abbiamo: le società professionistiche maschili al nostro fianco. Il loro ingresso ha provocato un repentino mutamento in positivo che in 3 anni e poco più ci ha portato a cose inimmaginabili fino poco tempo fa. L’apertura a questi

con delle nuove norme emanate nel 2015 dalla FIGC ha avviato un percorso che attendevamo da tempo. Ora il savoir-faire dei nostri club, a cui non manca blasone internazionale, ci permette di lanciarci per andare in pochi anni a competere ad altissimi livelli anche con paesi che ci hanno preceduto nello sviluppo del nostro movimento. Bisogna continuare a spingere sull'acceleratore ovviamente, primo step allargare la base allevando le giovani, curando allo stesso tempo l’elite, campionati apicali e Nazionale”. Sei il Capitano della Nazionale femminile che, in un momento difficile, si è qualificata al Mondiale e rappresenterà il calcio italiano nel mondo, ruolo che è sempre spettato agli uomini. Che rapporto avete con il calcio maschile? “Come detto prima per noi il calcio maschile oggi rappresenta la nostra guida: il calcio femminile, pur essendo nato poco dopo quello maschile, è uno sport relativamente giovane, sviluppatosi con l'apporto di UEFA e FIFA, in un processo lento e variabile a seconda dei vari paesi solo recentemente, se si pensa che da queste è stato riconosciuto negli anni Settanta. E che negli ultimi anni sta davvero prendendo piede, supportato dalla convinzione di tutti gli stakeholders. Quindi il calcio maschile per noi è innanzitutto esempio, dal calcio maschile noi impariamo perché ha

molta più esperienza di noi, più professionalità, ha strutture che oggi, dove anche in Italia si crede nel calcio femminile, vengono semplicemente riprodotte e applicate al femminile, cosa che ci permette di risparmiare tempo prezioso. Al Mondiale andremo quindi con orgoglio e forti del supporto del calcio maschile. In effetti, comincia a stare stretto parlare di calcio maschile o femminile. Siamo negli stessi club, abbiamo la stessa maglia azzurra, siamo insomma semplicemente una parte di un insieme, forse prima trascurata, che ora comincia a ricevere le giuste cure per diventare fondamentale e perché no anche trainante per il movimento calcistico italiano viste le potenzialità ancora inespresse”. Sei consigliere federale e Cristiana Capotondi è appena stata scelta come consigliere di Lega Pro. Premesso che, come cantano Fabi, Silvestri e Gazzé vorremmo “che le cariche importanti, dove si decide per il mondo, vengano assegnate solo a donne madri di figli”, cosa pensi che possano dare le donne al mondo del calcio? “Di nuovo, mi ripeto: confrontarsi con il diverso è fattore di contaminazione positiva. Permette di sentire nuovi modi di pensare e di vedere le questioni, non per forza migliori. Più punti di vista e diverse capacità di approccio ai problemi che uno sguardo femminile può portare, possono solamente essere un valore aggiunto, un'arma in più”. 13


serie B

di Claudio Sottile

Eugenio Lamanna, portiere

Spezia, ingrediente per divertirsi Per Eugenio Lamanna La Spezia è il sale della vita, calcistica e non. Schivo nel quotidiano, non schiavo delle etichette, non schiva mai il proprio essere. Gira tutto attorno a un auspicio: “Divertiti”. “Me lo disse una volta una persona, diventata poi mia amica. È così, se ti diverti viene tutto meglio. Non è facile riuscirci, c’è sempre l’assillo di un obiettivo. Quello del portiere è un ruolo particolare. Molte

“È tutto molto equilibrato, com’è sempre stata la B. Ci sono squadre che viaggiano costantemente nella parte alta della classifica, e altrettante che mirano ad alzare il proprio livello, nulla è scontato. Ci sono i margini di risalita per tante squadre. A questo punto della stagione, poi, il mercato può stravolgere i valori. Magari chi voleva salvarsi vede che è messo bene e cerca di giocarsela. Quest’anno ci sono meno partite in calendario e non so se sarà un fattore incidente”. Voi Aquile intanto volate alle pendici della zona playoff… “Abbiamo qualità per far bene. In questo momento pensiamo giornata dopo giornata, ma il Direttore e la società hanno costruito una squadra competitiva in ogni reparto, e i ragazzi che giocano meno sono allo stesso livello dei cosiddetti titolari. Ci sono, ad esempio, dei giocatori ‘98 che fino a oggi hanno avuto pochissimo spazio, che sono già bravi e in prospettiva lo saranno ancora di più. Abbiamo una rosa valida”.

volte non tocchi la palla, sei fermo, apparentemente non fai qualcosa. Io cerco di divertirmi, al di là delle responsabilità che ho nel rettangolo di gioco. In Italia il divertirsi è scambiato col prendere alla leggera, tanti confondono i piani, ma non è così, non deve essere così. Il portiere può fare degli errori o delle cose eccellenti, determinanti, ma in linea di massima nessuno da solo nel proprio ruolo determina il risultato in tutte le partite. Devi divertirti, facendo il proprio dovere nella squadra, sapendo che sei in un contesto di gruppo. Non devi mai pensare che da solo devi portare a casa la vittoria. Sono contento a La Spezia intanto, sono felice e mi diverto tanto. Importante è fare per bene le cose, e qui ci riescono”. Magari riprendendoti la Serie A. “Ho sempre giocato senza pensarci troppo. L’obiettivo è far bene, certamente tutti la sogniamo. Sarei ipocrita a dire il contrario”. Il campionato ha delineato la griglia delle favorite o è prematuro? 14

Possiamo affermare che allo Spezia Lamanna e Manfredini ricalcano la stessa situazione che tu hai già vissuto al Genoa con Perin, cioè di due portieri che potenzialmente sono entrambi titolari? “Sì, sicuramente sì. Conoscevo Manfredini perché era stato a Gubbio prima di me. E poi, anche quando è andato a Modena, l’ho seguito a distanza. Ora lo vedo tutti i giorni e la verità è che è molto bravo e forte. In più ho anche un rapporto bellissimo, sono molto legato a lui. Matteo D’Alessandro (compagno di Lamanna nella Primavera del Genoa e di Manfredini alla Reggiana, ndr), un nostro amico in comune, mi aveva anticipato che Nicolò fosse speciale, l’ho constatato nel quotidiano. Come portiere si allena sempre forte e per me è stimolante, mi aiuta tantissimo”. Le tue prime percezioni levantine? “Soddisfacenti. Nei miei giri per l’Italia avevo incontrato

persone che erano state qui e mi avevano già parlato bene dell’ambiente, penso a Iunco, Bellomo, Borghese. Sono arrivato sapendo che fosse una bella piazza”. È una Liguria diversa da quella di Genova? “A livello di territorio sì, stessa regione, ma due zone differenti. Qui si apre sulla Toscana, è un paesaggio più pianeggiante. Dà un’impressione diversa. C’è un golfo bellissimo che dà il senso di una città racchiusa. In Liguria per me è il sesto anno, oramai ci sono affezionato. Ero venuto a La Spezia da turista molti anni fa, poi sempre solo da calciatore avversario”. Lo hai ricordato tu, Genova è stata casa tua per tanto tempo. Un bilancio dei tuoi trascorsi sotto la Lanterna? “Positivo. Ogni anno è stato diverso dall’altro. Nel primo ho approcciato alla Serie A non da comprimario, ero nel lotto dei ragazzi che potevano giocare. Disputai otto partite e ci qualificammo per l’Europa League, mi sono sentito parte di qualcosa di grande. Il secondo è stato bello perché ho giocato di più, ho avuto continuità e ci siamo salvati bene. Il terzo è stato buono a livello personale, ma ci siamo salvati all’ultimo, incontrando difficoltà. Nel campionato passato, invece, non ho avuto mai spazio. Aver giocato tante partite nella massima serie ti lascia un ricordo dolcissimo, ho respirato il palcoscenico più prestigioso e sono cresciuto tanto. Al Genoa ho diviso lo spogliatoio con tantissimi giocatori che hanno assaporato la Champions League e le Nazionali, allenarsi con queste persone è stato importante. Ho vissuto momenti alti e bassi, è fisiologico, però complessivamente il segno è più. Indico due momenti più indimenticabili di altri. L’esordio in A contro la Roma, 14 dicembre 2014, fu un gusto speciale perché venivo da anni da girovago. Neanche il tempo di subentrare e parai praticamente a freddo il rigore di Adem Ljajic. E poi la partita con l’Inter, col penalty neutralizzato nel recupero ad Antonio Candreva che ci garantì un bel pezzo di salvezza, era il 7 maggio di due anni fa”.


serie B

Che idea ti sei fatto della crisi del Grifone, con tre allenatori alternatisi in meno di un girone? “È una squadra fuori dalla zona retrocessione. Per l’obiettivo salvezza è attrezzato e non deve avere timore. Ha già parecchi punti, tra le pericolanti ci sono situazioni peggiori. Quando si inizia a perdere manca un po’ di lucidità, ma c’è tempo per recuperare. C’è anche da aggiungere che, ultimamente, hanno affrontato un filotto di partite difficili”. Dicevamo di Perin prima. Entrambi siete curiosamente finiti con un bianconero addosso, pensavi che avrebbe macinato più minuti a Torino? “Più sali di livello e più ovviamente ci sono situazioni complicate, dove metti in conto anche questo. Lui non gioca perché c’è Wojciech Szczesny davanti, che è un portiere di tutto rispetto, con un’esperienza internazionale impressionante. È una scelta forte quella di Mattia, ma i suoi valori non cambiano. Non sta giocando, ma mica di colpo diventa scarso, l’ho sempre detto e lo ripeto, i suoi valori sono altissimi. È in una società tra le migliori al mondo, penso che far parte di un gruppo così sia importante. Il futuro si vedrà. La Juventus è fortunata ad avere due portieri così”. Un altro capitolo importante del libro della tua storia l’hai scritto a Bari, vestendo la maglia col Galletto per ben 83 volte. Quali sensazioni ti provoca vedere i biancorossi in Serie D? “È una piazza di un’altra categoria, non lo dico solo io. Come ambiente merita tanto. Il Bari ha avuto squadre e giocatori importanti negli ultimi anni, però come società si è ritrovato in difficoltà ed è finita così. Da fuori dico che invece di arrancare forse è meglio ripartire, anche se sicuramente

in qualsiasi serie non è mai facile vincere. Il Bari è primo in classifica, ma non era scontato che sarebbe andata così, c’è sicuramente del lavoro serio dietro”. Nel febbraio 2012 concedesti un’intervista a questo giornale e, a chi scrive, indicasti David De Gea come miglior portiere del mondo. Dopo quasi sette anni, daresti la stessa risposta? “Era forte e ancora i più non lo mettevano tra i migliori, forse perché era giovanissimo. In questo momento non so se sia il più forte, è nel novero sicuramente. È stato votato miglior giocatore del Manchester United nel 2014, 2015, 2016 e 2018, direi che ha mantenuto le promesse. Ridico lui, poi Alisson, Ederson, Handanovic. Il dato impressionante che li accomuna è il livello altissimo di continuità, sono mostruosi”. E Donnarumma? “Anche Gigio, come Mattia. Sono tra i più forti in Italia. Da noi sta facendo bene anche Cragno, mi piace molto. Ora ha ricominciato a giocare Meret, sono curioso di rivederlo”. Cosa t’incuriosisce per te stesso, invece, in questo periodo della carriera? “Non mi sono mai aspettato niente. Il calcio è imprevedibile. Però sicuramente sono in una fase in cui sento di avere accumulato esperienza, anche non giocando sempre titolare. Magari ci sono giocatori che non sanno cosa significhi star fuori, io invece gestisco la sensazione, è un modo particolare di affrontare questo sport. Voglio fare ancora tanto. Con gli anni ti rendi conto che più vai avanti e più ciò che fai ti piace, soprattutto se riesci a capire e a ricordare che giocare è anche un divertimento. A volte lo dimentichi, è bello e positivo quando lo tieni a mente”.

La scheda Eugenio Lamanna è nato a Como il 7 agosto 1989. Cresciuto calcisticamente nel Como (Serie D), viene acquistato dal Genoa che lo manda in prestito prima a Gubbio e poi a Bari. Rientra al Genoa che lo cede al Siena per ricomprarlo poi la stagione successiva dove, con la maglia del Grifone, esordisce in Serie A. Dal luglio di quest’anno è a titolo definitivo dello Spezia. Stagione

Cat.

P.

2018-2019 SPEZIA

Squadra

B

11

2017-2018

GENOA C.F.C.

A

1

2016-2017 GENOA C.F.C.

A

21 13

2015-2016 GENOA C.F.C.

A

2014-2015 GENOA C.F.C.

A

8

2013-2014

ROBUR SIENA

B

39

2012-2013

BARI

B

40

2011-2012

BARI

B

42

2010-2011

GUBBIO

C1

29 34

2009-2010 GUBBIO

C2

2008-2009 GENOA

A

0

2007-2008 COMO CALCIO

D

23

15

G.


scatti

di Maurizio Borsari

Forature…

Giorgio Chiellini e André Silva in Italia – Portogallo 0-0

Baci e abbracci

Fabrizio Poli e Ilija Nestorovski in Carpi – Palermo 0-3

16


scatti

Per un soffio…

Luca Mazzoni in Livorno – Foggia 3-1

17


amarcord

La partita che non dimentico

Mi ritorni in mente…

Alessandro Gazzi (Alessandria) “Beh, ce ne sarebbero tantissime ma quella che sento che più mi è rimasta nel cuore è quella della stagione 2014/2015, prima giornata del campionato, Torino-Inter che finì 0 a 0. Me la ricordo più delle altre perché per me quella partita rappresenta un po’ la chiusura di una prima parte della mia esperienza calcistica. Avevo comunque 31 anni e venivo da un’annata vera-

mente difficile. Come prima cosa avevo intanto subito oltre tre mesi di squalifica per omessa denuncia e le scelte tecniche dell’allenatore mi avevano poi parecchio penalizzato; in più mi capitò di farmi male a una caviglia. Insomma: avevo giocato veramente poco. Di conseguenza in quell’estate s’era fatta concreta l’ipotesi che me ne andassi da Torino, anche se poi sino all’ultima giornata di mercato non c’era nulla di proprio fattibile. Poi invece per quella partita Ventura decise di mettermi in campo, ero pur sempre uno dei centrocampisti disponibili e dunque aveva bisogno di me. Lo seppi un paio di giorni prima: l’ultima volta che ero partito dall’inizio risaliva al campionato precedente, stagione in cui come detto mi trovai a non essere preso in considerazione, a 30/31 anni, prima volta che mi capitava e dovetti così calarmi in una parte nuova e diversa, cercando di tener sempre duro a livello mentale per farmi eventualmente trovare pronto. Ricordo che fu particolar18

mente dura proprio verso fine stagione anche se sono poi convinto che lo star fuori faccia parte dell’esperienza praticamente di tutti. Ricordo, ancora, come tutta la frustrazione che avevo provato in stagione quell’estate me l’ero fatta passar via, così come qualsiasi altra preoccupazione”. “Giocai bene quei 90 minuti e fu giusto dopo quella partita che società e allenatore decisero di tenermi, tanto più che poi a fine stagione conquistammo pure la possibilità di giocare in Europa League. Sì, me la sono proprio goduta quella partita contro l’Inter: stadio esaurito e io che giocavo davanti la difesa e avevo lì dalle mie parti Hernanes e Kovacic. Dico che me la sono goduta perché la consideravo in effetti l’ultima della mia vita sin lì di calciatore, ero sul mercato, la novità era la possibilità di un accordo con lo Spezia in B e quell’ultima partita la vedevo come un saluto speciale, questo avevo in testa. Per questo la vissi serenamente, gustandomela tutta e venne fuori una prestazione importante, tanto è vero che per la prima volta per me in Serie A venni riconosciuto come il migliore in campo. Quando penso poi a fine gara, nello spogliatoio, ho ancora la percezione di quanto anche tutti i miei compagni fossero contenti di quel che avevo fatto. Da qui poi derivò la principale delle decisioni: loro che cambiano idea, decidono di tenermi e mi confermano nella rosa”. “Ripensando a quel Torino-Inter, rivado a tutto quel lavoro di analisi che ho fatto in quell’anno su me stesso, lavoro fatto prima di una stagione in cui ebbi poi uno spazio importante e che mi permise l’anno successivo di arrivare a giocare e di vincere partite pure in Europa League. Un lavoro su di me che mi permise di soffermarmi su cose di me che prima non avevo mai preso in considerazione, vedi ad esempio l’aspetto creativo, fatto questo

che determinò poi la decisione di aprire un mio blog”. “Qui ora ad Alessandria sono il più anziano e soprattutto per questo sono pure il capitano. Porto la fascia e continuo comunque a fare quello che ho sempre fatto, direi per la maggior parte in una maniera tutto sommato silenziosa. Cerco comunque di parlare con tutti, anche se di mio non sono poi uno che socializza moltissimo. Quel che spero è di poter essere un punto di riferimento e non solo per quel che riguarda il calcio, ma pure per quel che riguarda la vita là fuori. Con i giovani sono certo disponibile, anche se quando vai avanti con gli anni ti accorgi che non è poi semplicissimo entrare in sintonia con loro”. “Questo è il mio secondo anno filato di C e un altro ne ho fatto quando avevo vent’anni, ero a Viterbo, era allora C1. L’anno scorso qui gli obiettivi erano altri, la squadra specie sul piano dell’esperienza aveva uno spessore diverso; quest’anno hanno invece cambiato molto e dunque faccio ancora fatica a farmi un’idea precisa di quale sia il livello del campionato, devo aspettare ancora. Per il dopo non ho ancora deciso nulla e voglio comunque godermi questo tempo che mi rimane come calciatore, ne ancora tanti di stimoli. Ogni tanto però ci penso, idee precise non ne ho, vedremo che strade si potranno aprire e sono in ogni caso consapevole che mi dovrò rimettere in discussione”.


amarcord

“Se potevo fare anche di più? Mah, così è andata e poi… non è ancora finita. Sono però estremamente orgoglioso di quello che ho fatto, vivendo la vita del calciatore sino in fondo e – ancor più importante – d’essermela goduta sino in fondo. Non

bado tanto al risultato assoluto che posso aver raggiunto, non lo tengo in considerazione. Contano di più le emozioni che ho potuto vivere e tutto quello che ho imparato attraverso le tante relazioni umane”.

Il blog di Alessandro

Corro, penso, scrivo Come si può vedere, Alessandro Gazzi nei suoi ricordi legati a una partita in particolare, accenna all’apertura di un suo blog, decisione che come ha avuto modo lui stesso di motivare “è la sfida vinta contro l’introversione, la timidezza e i silenzi del mio essere. La mia valvola di sfogo creativo”. Un blog – titolo: Corro, Penso, Scrivo – in cui “racconto brevi esperienze mie o sensazioni di campo, lo faccio d’impulso, senza ragionarci troppo. Non ho profili social e quel blog è nato come tentativo di mostrarmi al mondo”. Abbiamo chiesto ad Alessandro di inviarci uno dei suoi scritti, a sua scelta. Ci ha mandato quello che qui sotto vi proponiamo.

Attitudine Mi sta puntando palla al piede, defilato, a qualche metro dall’area di rigore. Sta attendendo la sovrapposizione del terzino alla sua destra supportato dal pubblico che ad ogni azione pericolosa aumenta la carica sonora. L’incitamento collettivo, prima indefinito e simile a una specie di brusio di fondo sovrastato dai cori della gradinata nord, man mano che la sfera si avvicina all’area, si concentra sulle gambe dell’avversario che ho di fronte, elevando il livello dei decibel presenti. Ogni attacco rossoblù, qui al Marassi, è temibile; ogni attacco dei rossoblù è un evento sonoro da vivere, indescrivibile, un boato, il sole, il manto erboso e una calma interiore senza precedenti. Non lo so se questa calma l’ho acquisita nel tempo o se è una sensazione sepolta sotto macerie di negatività

motivazionale, so solo che oggi mi sento rilassato e padrone della situazione. Nulla mi preoccupa. Il senso del controllo, la reattività mentale, i radar invisibili. I neuroni schiantano informazioni al corpo che risponde nel suo consueto movimento. A 22 anni, in uno stadio da Serie A, l’atmosfera assomiglia terribilmente a qualcosa di nascosto, immaginato, percepito. Fino a poco tempo fa, un’esperienza del genere era pura utopia, un sogno inesistente di una mente senza fantasia. E invece ora in una primaverile domenica pomeriggio me la sto godendo, Genoa-Bari, loro a caccia della promozione in serie A, noi della salvezza. Amo questi momenti, la pressione uditiva incanalata nei giusti incroci mentali mi carica. Sentire lo stadio che ti fischia ad ogni tuo possesso palla e applaude quando i tuoi avversari la recuperano è uno stimolo potente, determinante. Stupendo. Diego Milito mi punta. Indietreggio, abbasso il baricentro e fletto le gambe come al solito, come la prima volta, automatismo meccanizzato, mentalizzato. Guardo l’argentino nelle pupille, gli entro in testa, scorgendo il suo compagno alla mia destra che si inserisce in diagonale nello spazio alle mie spalle. Lo so, la darà lì, lo vedo nei suoi occhi. L’argentino, con il piede destro, passa la palla alla mia sinistra, io allargo la gamba. Godo. Intercetto. Godo. Il massimo che posso fare per la mia squadra. L’azione offensiva, l’ennesima, viene interrotta in maniera pulita dal mio intervento che destabilizza la possibilità di penetrazione in area degli attaccanti avversari. Tra le strade mentali

della mia concentrazione ascolto con le orecchie l’improvvisa reazione unanime dello stadio che interrompe bruscamente la pressione sonora producendo un suono basso e dismesso che la mia testa elabora come un no. Capto pochi essenziali attimi di silenzio, feedback positivo del gesto atletico appena concluso, nel quale lo stadio sembra essersi svuotato, come la mia testa. L’azione è sfumata. Domino le zolle attorno a me, il senso del controllo pervade le mie membra e mi sento padrone della situazione. Oggi non passerà nessuno. Passo la palla a Davide che riparte cercando di guadagnare metri.

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fifpro

di Stefano Sartori

Dal 27 al 29 novembre a Roma

Congresso FIFPro 2018 Si è svolto dal 27 al 29 novembre scorso a Roma il Congresso annuale della FIFPro, il Sindacato internazionale dei calciatori professionisti che riunisce tutte le Associazioni Calciatori del Mondo. Per la seconda volta, dopo l’edizione del 2000, il Congresso della FIFPro è stato organizzato in Italia, quest’anno proprio in occasione della ricorrenza del 50° anniversario delle fondazione dell’Associazione Italiana Calciatori. Anche AIC ha contribuito a dare vita al movimento globale dei calciatori professionisti: rappresentanti delle associazioni di giocatori italiani, inglesi, francesi, scozzesi e olandesi si incontrarono a Parigi, il 15 dicembre 1965, per fondare la FIFPro. Oggi, FIFPro, che per un mandato è stata presieduta dall’avv. Leonardo Grosso, ha affiliati 69 paesi (membri a pieno titolo, candidati membri ed osservatori), che rappresentano circa 65.000 calciatori professionisti. Nel corso dei lavori, aperti martedi 27 dal Presidente FIFPro Philippe Piat e dal Presidente AIC Damiano Tommasi, i delegati delle varie Associazioni hanno discusso argomenti quali la riforma delle competizioni internazionali (nuovo format Champions League), le modifiche del Regolamento FIFA in vigore dal 1° giugno 2018 e il funzionamento degli organi che disciplinano le controversie internazionali tra calciatori e società (DRC e CAS). Molti gli ospiti illustri invitati alla cena di Gala di mercoledi 28, tra i quali i fondatori AIC Gianni Rivera e Giancarlo De Sisti, i campioni del Mondo Gianluca Zambrotta e Simone Perrotta, quindi, insieme al Presidente AIC Damiano Tommasi, anche Demetrio Albertini, Morgan De Sanctis, Massimo Paganin e il CT dell’Under 21 Luigi Di Biagio. Ingresso nuovi sindacati I sindacati di Kenia, Messico e Qatar sono diventati ufficialmente membri di FIFPro, aumentando il numero di sindacati nazionali affiliati a 66. I sindacati di Slovacchia, Turchia e Zambia sono stati ammessi nella FIFPro come candidati membri. Le associazioni di Namibia, Polonia e Russia rimangono invece sospese in attesa che venga accertato se saranno in grado di soddisfare nuovamente i requisiti minimi previsti dallo statuto associativo.

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Gli organi che disciplinano le controversie calciatori/società: DRC e CAS Per quanto riguarda la Dispute Resolution Chamber, la camera di risoluzione delle controversie a composizione mista che ha sede presso la FIFA, la valutazione generale rimane positiva. La FIFPro fornisce un elenco composto da 13 arbitri che si interfaccia con quello, di varia estrazione e sempre pari a 13 unità, che rappresenta le società.

È invece ancora al centro di tensioni il funzionamento del CAS di Losanna, che è sostanzialmente l’organo d’appello della DRC: è assolutamente necessaria una riforma, auspicata più volte dalla FIFPro, i cui cardini devono essere i seguenti:


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a. va redatto un regolamento che si conformi per quanto possibile a quello della DRC; b. va migliorato il livello qualitativo degli arbitri e meglio ripartita la attribuzione delle vertenze; c. va implementata una procedura che permetta che la nomina del presidente sia operata dagli arbitri stessi; vanno infine ridotte le spese di accesso che rimangono inaccessibili a calciatori di media e bassa fascia retributiva.

Riforma del sistema dei trasferimenti James Johnson, Responsabile (peraltro in uscita, lo attende il Manchester City…) del Professional Football Department della FIFA, ha presentato un progetto di riforma del sistema dei trasferimenti. Alcuni dati esemplificativi. Nel 2017 gli importi che le società formatrici hanno ricevuto a titolo di contributo di solidarietà ammontano a circa 64 milioni di dollari, mentre per l’indennità di formazione (training compensation) sono stati incassati poco più di 20 milioni. Ebbene, nello stesso periodo, gli agenti/ intermediari/procuratori che dir si voglia hanno incassato 447 milioni di dollari… In sintesi, ai sensi dell’art. 20 del Regolamento FIFA, per indennità di formazione si intende il periodo di formazione di un calciatore tra i 12 e i 23 anni e l’importo è esigibile, come regola generale, fino all’età di 23 anni per la formazione sportiva ricevuta fino all’età di 21 anni. L’indennità di formazione è dovuta: a) quando il calciatore sottoscrive il suo primo contratto professionistico; b) ad ogni

trasferimento (durante o alla scadenza del contratto) fino alla stagione in cui compie 23 anni e comunque in funzione dello status del giocatore, ossia da dilettante a professionista o da professionista a professionista. Invece, il meccanismo di solidarietà (art. 21) prevede che se un calciatore professionista si trasferisce durante il periodo di validità di un contratto, una quota (5%) dell'eventuale indennità versata al club precedente, ad eccezione di quella di formazione, debba essere distribuita alla o alle società che abbiano partecipato alla formazione del giocatore. È evidente che il rapporto tra 84 (indennità di formazione + contributo di solidarietà) e 447 milioni di dollari (compensi agli agenti) rappresenta il sintomo che c’è qualcosa che non va. L’obiettivo della FIFA è quindi quello di condividere con FIFPro e con le altri componenti (ECA, ecc.) una sorta di riforma in cinque punti: 1. Un nuovo e più rigido Regolamento agenti, quindi un evidente una evidente delegittimazione del testo vigente, licenziato il 1° aprile 2015 nel segno della quasi totale “deregulation”. 2. Rafforzare il contributo di solidarietà creando la c.d. clearing house, l’equivalente di una camera di compensazione, in modo da rendere quasi automatica la percezione degli importi dovuti, che ad oggi invece dipende da troppe variabili. 3. Introdurre il TMS obbligatorio a livello

Sopra, gli ospiti AIC invitati alla cena di Gala: insieme al Presidente Tommasi, Carissimi, Serra, De Sisti, Grosso, Rivera, Di Biagio, Paganin Zambrotta, De Sanctis, Losi, Albertini, Perrotta, Pasqui. A sinistra il Presidente FIFPro Piat.

domestico, cioè l’informatizzazione di tutti i trasferimenti anche a livello nazionale. 4. Regolamentare (leggasi ridurre) i trasferimenti temporanei. 5. Applicazione del contributo di solidarietà ai trasferimenti domestici aventi dimensione internazionale.

Nuove competizioni FIFA e UEFA È stata effettuata la presentazione delle nuove possibili competizioni riguardanti sia le nazionali che i club. FIFA: il successo della UEFA Nations League ha convinto la FIFA ad ipotizzare l’istituzione di nuove competizioni. In sintesi: a. “Global Nations League” a otto squadre, provenienti dalle Nations Leagues disputate a livello continentale; b. “FIFA Club World Cup”, ideata in sostituzione delle attuali poco soddisfacenti Confederation Cup e Cup World Cup, da disputare con cadenza quadriennale ed in diciotto giorni, con format a ventiquattro squadre di cui 12 europee. UEFA: a. nuovo format della Champions League, ideata per evitare la costituzione di una Superleague europea ma in realtà una specie di Superchampions con parte dei posti disponibili già assegnata in base al 21


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lignaggio e palmares dei club (per l’Italia, presumibilmente, a Juventus, Inter e Milan); b. costituzione di una terza competizione europea. Problematiche: perdita d’importanza e d’interesse delle competizioni domestiche, aumento del numero delle partite “probanti” con conseguente rischio di infortuni e super attività, incremento irrecuperabile del divario tra club ricchi e club poveri, trasparenza della struttura organizzativa (leggasi, anche, possibile privatizzazione – anche parziale – della competizione, come accaduto per la Davis Cup di tennis).

Calcio Femminile Caitlin Fischer, del FIFPro Women Committee, ha presentato un report che evidenzia le differenze tra la Coppa del Mondo maschile e femminile in termini di montepremi, strutture, logistica, ecc… Il permanere di tali distinzioni evidenzia una discriminazione del calcio femminile che, allo stato, non è stata ancora eliminata e che nella FIFA. Codice WADA e caso Guerrero In estrema sintesi, tutti i problemi che da anni vengono dibattuti in sede FIFPro rimangono irrisolti. Scarsa proporzionalità delle pene, il fatto che 1/3 delle sanzioni deriva dall’uso di cannabis, la violazione della privacy connessa agli obblighi imposti dai whereabouts e, in aggiunta, il caso estremamente controverso che ha riguardato il capitano della nazionale peruviana Paolo Guerrero. Guerrero, dopo la partita del 5 ottobre

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L’AIC nella FIFPro e nelle Commissioni tecniche 2017/2021 Il Presidente AIC Damiano Tommasi è membro del board della FIFPro. Leonardo Grosso è membro del Player’s Status Committee della FIFA. Marta Carissimi è neo-componente del Women Football Committee. Stefano Sartori è stato designato come arbitro della DRC – Dispute Resolution Chamber della FIFA. Gianfranco Serioli è stato rieletto membro del Financial Committee e del Supervisory Board

2017 contro l’Argentina, è risultato positivo ad un metabolita della cocaina. Fin da subito ha dichiarato di aver soltanto assunto una tazza, evidentemente contaminata a sua insaputa, di una bevanda molto popolare in Perù ed in tutto il Sudamerica, il “mate de coca”, che si ingerisce anche per combattere il mal di montagna. La FIFA lo ha squalificato inizialmente per 1 anno, poi per 6 mesi, ma il 14 maggio 2018 il CAS di Losanna, su intervento della WADA (l’agenzia mondiale antidoping), gli ha inflitto una squalifica di 14 mesi.

La sanzione, anche grazie ad una lettera firmata dai capitani delle squadre che hanno affrontato il Perù ai Mondiali di Russia, è stata congelata dal Tribunale Federale Svizzero fino alla fine della competizione, ma in ultima analisi scadrà ad aprile 2019.

Responsabilità sociale Continua proficuamente la partnership tra FIFPro e Homeless World Cup rivolta alla responsabilità sociale della Federazione: lo scozzese Tony Higgins, responsabile di settore, ha presentato il successo della Homeless World Cup svoltasi a Città del Messico. L'evento ha offerto un torneo di calcio di strada con oltre 400 giocatori con problemi di emarginazione sociale in rappresentanza di oltre 40 paesi e ha coinvolto più di 80.000 visitatori confermando l’impegno di FIFPro nel sostenere i giocatori meno fortunati del pianeta. La Homeless World Cup (HWC) è un ente di beneficenza che supporta programmi di calcio di base. Inoltre FIFPro ha destinato 25.000 dollari all'attaccante della squadra danese del FC Midtiylland, Awer Mabil, nato in un campo profughi, da utilizzare per iniziative di beneficienza. Le sue parole alla consegna del premio: "il mio obiettivo è rendere più facile la vita dei rifugiati, far capire che i loro sogni possono diventare realtà. Sono solo ragazzi che non vogliono essere isolati."


Speciale 2018


Alisson; Cancelo, Koulibaly, Chiellini, Alex Sandro; Pjanić, Nainggolan, Milinković-Savić; Dybala, Icardi, Immobile: è questo il 4-3-3 da sogno votato dai calciatori, premiato il 3 dicembre scorso a Milano per l’ottava edizione del Gran Galà del Calcio AIC.

GRAN GALÀ DEL CALCIO AIC 2018 di Nicola Bosio foto di Maurizio Borsari

Una serata speciale che ha “incoronato” Mauro Icardi “calciatore dell’anno”, quindi Allegri “allenatore dell’anno”, Rocchi “arbitro dell’anno”, Tonali “giovane della Serie B”, Alia Guagni “calciatrice dell’anno” e la Juventus quale società di Serie A che più si è distinta nella passata stagione. Premi speciali alla carriera a Francesco Totti e Andrea Pirlo.


Nella serata targata Juventus, con “spruzzate” di Roma, Napoli e Lazio, alla fine è l’Inter di Mauro Icardi a farla da padrona con tre premi portati a casa dal capitano nerazzurro, vero protagonista di questa ottava edizione del Gran Galà del Calcio AIC. “Maurito” vince tutto, persino il gol più bello della passata stagione, ed entra, per la primissima volta, dalla porta principale nell’albo d’oro di questa manifestazione che, Associazione Italiana Calciatori e Dema4 (agenzia di comunicazione della coppia Ronchi-Albertini), confezionano ancora una volta come una vera e propria festa di sport e spettacolo, la festa per eccellenza del nostro calcio. Lo scenario è sempre il Megawatt Court di Milano, collaudata location già teatro dell’edizione scorsa, ma stavolta a condurre la serata è la luminosa (e preparatissima) Diletta Leotta, che da sola regge splendidamente il palco e… le incursioni di Paolo Cevoli con la sua serie di esilaranti sketch comici.

In sala, a tener banco, sono le portate dello chef stellato Davide Oldani, anche quest’anno chiamato a creare un menù speciale per i tantissimi ospiti, tra i quali, come sempre, quanto di meglio il nostro calcio (dal campo alle scrivanie) possa proporre. Dopo i saluti di rito del padrone di casa Damiano Tommasi e del Presidente federale Gravina, a salire per primo sul palco (poi sarà sempre lui l’ultimo a scendere) è Mauro Icardi: il gol più bello dell’anno, come dicevamo, è quello (di tacco) segnato nella partita contro la Sampdoria del 18 marzo 2018 (“Ma quello al Milan era più bello” ), un premio “extra” (piccolo strappo alle regole del “format”) tutto nuovo, votato stavolta dai tifosi, tramite un sondaggio via sito internet. Come risaputo, per premi “classici” invece, la giuria d’eccezione è formata da allenatori, arbitri, giornalisti, C.T. ed ex C.T. della Nazionale, ma soprattutto, dai calciatori della Serie A che, meglio di chiunque altro, hanno potuto giudicare compagni o avversari con i quali si sono affrontati direttamente sul campo.


Si parte con Massimiliano Allegri (“Ringrazio i ragazzi, un gruppo spettacolare”), ancora una volta votato come “allenatore dell’anno”: per il mister bianconero è la quarta statuetta (superato anche Antonio Conte), testimonianza di una serie di incredibili numeri da record inanellati da quando siede sulla panchina della Juventus. E, a proposito di Juventus, vince ancora come miglior squadra (come potrebbe essere diversamente dopo 7 scudetti di fila), e si aggiudica l’ennesimo premio che il vicepresidente Pavel Nedved (“I giocatori e l’allenatore sono la par-

insieme a Radio 105) per quello che è il premio riservato al “giovane di Serie B”. Kalidou Koulibaly è invece in campo a Bergamo (per Atalanta-Napoli posticipo serale) ma la sua presenza è comunque assicurata dal filmato della premiazione avvenuta solo qualche ora prima. Il centrale senegalese, per il terzo anno consecutivo, è uno dei quattro difensori più votati: con lui la “new entry” João Cancelo (scelto per la sua ottima stagione all’Inter), e gli habitué Alex Sandro (“Ringrazio i miei compagni e la mia famiglia”) e

del vicesegretario generale della FIFA Zvonimir Boban. Sandro Tonali è a casa influenzato ma l’applauso, convinto, della platea certamente gli arriva dalle telecamere di Sky Sport (ancora una volta media partner dell’evento

Un terzetto tutto bianconero premiato, tanto per stare in tema, da un altro difensore juventino, Sara Gama. Quando si parla di grandi difensori, ma soprattutto di grandi uomini, non si può non ricordare Davide Astori,

te trainante, sono orgoglioso di essere qui. Sta tornando la voglia di venire in Italia”) ritira dalle mani

Giorgio Chiellini (“Abbiamo fatto bene in questi anni e questa sera si festeggia la stagione passata”).


e il Gran Galà del Calcio AIC non poteva non dedicare un momento al capitano della Fiorentina, troppo presto volato in cielo il 4 marzo scorso. Da un capitano viola all’altro: per il secondo anno consecutivo è Alia Guagni la calciatrice più votata, e dopo Milena Bertolini (“premiatrice” di mister Allegri) si torna a parlare di calcio femminile e di quella Nazionale che, a giugno, volerà in Francia per il Mondiale di categoria. Piccolo passo indietro: numero 1 dei numeri 1 è Alisson

e, perché no, anche di questo premio, calciatori “speciali”, campioni che resteranno per sempre nella memoria di tutti per quello che sono riusciti a fare in campo e fuori; da un po’ di tempo l’AIC stava pensando di istituire un premio “alla carriera” proprio per celebrarli nella maniera migliore, per averli ancora una volta sul palco nonostante le scarpe fossero appese al chiodo, per parlare ancora del calcio di ieri in attesa che domani possano sbocciare altri talenti di pari grandezza. E chi meglio, allora, di Francesco Totti (“Quanto

apposta da Liverpool (e immediato ritorno) e si porta a casa la sua prima statuetta (più che meritata). Ci sono calciatori che hanno fatto la storia del nostro calcio

Due simboli, due “fenomeni”, due stelle di prima grandezza che hanno alzato il livello del nostro calcio e, smettendo, ci hanno purtroppo lasciati un po’ più “orfani” di talento e fantasia. Il siparietto, con Tommasi in veste di premiatore e di Cevoli di “guastatore”, è di quelli da non perdere…

Becker (“Grazie ai giallorossi che mi hanno portato qui, l’Italia mi manca tanto, magari un giorno tornerò. Tutti i grandi portieri brasiliani sono passati dall’Italia”), portierone ex Roma, che pur di esserci vola

contano le bandiere? Oggi non è facile trovarle, diciamo che c’è rimasto solo il manico”) e Andrea Pirlo?


Si prosegue tra bellezza (Leotta) e simpatia (Cevoli), e si arriva a centrocampo dove, a parte la novità Sergej Milinković-Savić, la musica da un po’ di anni è sempre la stessa: Miralem Pjanic (“Sono molto felice di essere

qui per la terza volta e ringrazio i compagni, la società e lo staff tecnico. Questo premio va diviso con loro”) e Radja Nainggolan “ricompongono” idealmente il tandem di centrocampo un tempo giallorosso e, da buoni amici, salgono insieme sul palco per l’ennesima meritata statuetta. Centrocampo stellare a supporto di un altrettanto stellare trio d’attacco, ma prima, spazio dedicato agli arbitri con il pluripremiato Rizzoli, stavolta nei panni di premiatore, al simbolico passaggio di consegne con Gianluca Rocchi, votato come miglior fischietto dell’anno. Attacco stellare, dicevamo, e dulcis in fundo ecco Paulo

Dybala (“Da quando sono arrivato ho sempre vinto

il titolo, è il terzo e spero di essere ancora qui. La concorrenza mi stimola”), Ciro Immobile (per lui un gradito ritorno dopo aver vinto nel 2012 e nel 2104) e naturalmente Mauro Icardi (“Io sono molto contento di

quello che faccio per i compagni, ma a volte si parla troppo di me…”), che vanno così a completare l’undici

ideale della Serie A della passata stagione calcistica. Manca ancora un premio, quello più importante, quello che occuperà la copertina dei giornali e del nostro mensile, quello che sappiamo già ma che, rullo di tamburi, è giusto celebrare nel migliore dei modi, tutti schierati sul palco, tutti col fiato sospeso in attesa del verdetto, tutti pronti a scattare la foto prima che una pioggia di coriandoli dorati scenda come il più classico dei sipari a chiudere la serata. The winner is… Mauro Icardi

(“Ringrazio tutti quelli che hanno votato. Per me è la prima volta ed è importante essere in questa top 11”).


Albo d’oro Portiere Difensore

2011

2012

2013

2014

2015

2016

2017

2018

Handanovic

Buffon

Handanovic

Buffon

Buffon

Buffon

Buffon

Alisson

Maggio

Maggio

Maggio

Darmian

Darmian

Koulibaly

Koulibaly

Koulibaly

De Sciglio

Benatia

Bonucci

Bonucci

Bonucci

Cancelo

Dani Alves

Chiellini

Difensore

Thiago Silva Thiago Silva

Difensore

Ranocchia Nesta

Barzagli

Barzagli

Barzagli

Rugani

Barzagli

Difensore

Armero

Balzaretti

Chiellini

Asamoah

Chiellini

Chiellini

Centrocampista

Hamsik

Pirlo

Pirlo

Pirlo

Pirlo

Hamsik

Hamsik

Nainggolan

Centrocampista

Marchisio Thiago Motta

Marchisio

Vidal

Vidal

Nainggolan

Nainggolan

Nainggolan

MilinkovićSavić

Centrocampista

Boateng

Nocerino

Borja Valero

Pogba

Pogba

Pogba

Pjanic

Pjanic

Attaccante

Di Natale

Di Natale

Di Natale

Tevez

Tevez

Pjanic

Mertens

Immobile

Attaccante

Ibrahimovic

Ibrahimovic

Balotelli

Higuain

Icardi

Higuain

Higuain

Icardi

Attaccante

Cavani

Cavani

Cavani

Immobile

Toni

Dybala

Dybala

Dybala

Allenatore

Allegri

Conte

Conte

Conte

Allegri

Allegri

Sarri

Allegri

Arbitro

Rizzoli

Rizzoli

Rizzoli

Rizzoli

Rizzoli

Rizzoli

Rizzoli

Rocchi

Udinese

Juventus

Juventus

Juventus

Juventus

Juventus

Juventus

Juventus

Giovane B

El Shaarawy

Insigne Verratti Immobile

Berardi

Rugani

Masina

Morosini

Cragno

Tonali

Calciatrice

---

Gabbiadini

Gabbiadini

Gabbiadini

Gabbiadini

Bonansea

Guagni

Guagni

Ibrahimovic

Pirlo

Pirlo

Pirlo

Tevez

Bonucci

Buffon

Icardi

Squadra

Assoluto

Alex Sandro Alex Sandro


amarcord

L’orologio della mia personale storia si avvicina a scoccare la sua ora (pagina 189) (…) Tic, tac. Avrei dovuto sentirlo. Tic, tac, ahi! Ecco, il momento arriva e si segnala con un grido di dolore. Dolore vero, puro, addominale. Non sono io a patirlo. Anzi, io sto ancora coi primavera, gioco in quel campionato e, lo dico soffiandomi un po’ sulle unghie, riesco anche a segnare un bel gol all’avversario di tutti i tempi, la Juventus, fondamentale rete per vincere quella partita, due a uno. Per inciso mi tocca marcare il Nanu Galderisi. Ma l’orologio della mia storia continua la sua corsa, tic, tac. Dovrei sentirlo, invece no. Sino a quando, un bel giorno, il mio sguardo si ferma sul suo quadrante. L’episodio è singolare. Sono lì con tutti gli altri della primavera ad attendere il bus che ci porta al campo di allenamento di Rogoredo. Dall’altra parte della strada invece passa quello che carica e veicola la prima squadra. Arriva però una macchina, sopra ci sono Venturi e Cella. L’auto si ferma e sbuca dal finestrino il viso di mister Venturi. Mi guarda e mi dice: “Vai di là”. Io, a mia volta, lo guardo, sorrido e non mi muovo. Un mister è un mister, non è abituato a essere disobbedito. “Bergomi” – ripete – “mi hai sentito?”. Certo, ho sentito. Ma non mi muovo. A Venturi comincia a saltare la mosca al naso. “Se non solo mi hai sentito ma mi hai anche capito, sbrigati e vai di là!”. “Ma di là passa il pullman della prima squadra!”. “Appunto”, conferma il mister, secco secco. Non è un tic tac quello che sento, un colpo di gong piuttosto. Se devo andare di là significa che mi allenerò coi grandi. “No, dai, mister”. Il lamento, o preghiera che sia, mi esce spontaneo. Sento il silenzio carico di pensieri dei miei compagni di squadra. Forse pensano che abbia qualche difficoltà a capire quello che mi sta aspettando. Invece mi dispiace abbandonarli, lasciarli soli. Forse mi dispiace anche chiudere quel periodo della mia vita, avverto che, se attraverserò la strada, niente sarà più come prima. D’altronde, per cosa ho lavorato sino a quel momento? D’accordo, i cambiamenti non mi piacciono, tuttavia li ho sempre affrontati, facendomene una ragione. Quindi attraverso la strada. Ringrazierò sempre i miei mister, Venturi e Cella, per essere passati di lì e per avermi spinto di forza dentro quel pullman. I bivi spaventano, so-

prattutto i giovani, ed è lì che noi adulti dovremmo essere presenti, rispettando le loro scelte ma sostenendo con forza le loro decisioni nel momento in cui ci rendiamo conto che il timore di osare in quei momenti può essere più forte del loro talento. Già perché la fortuna spesso non esiste, ma è semplicemente il talento che incontra l’opportunità. Andrea Vitali con il contributo di Samuele Robbioni (consulente in psicologia sportiva)

Bella ZIO – Il mio romanzo di formazione

Mondadori • Giuseppe Raffaele detto “Beppe” Bergomi, dicembre 1963, è entrato nel settore giovanile dell’Inter come giovanissimo a 14 anni, arrivando poi all’esordio in prima squadra esattamente a 16 anni e un mese: partita di Coppa Italia contro la Juventus (30/1/1980; a farlo esordire “mister” Bersellini). L’annata successiva ecco poi il debutto in Serie A (il 22/2/1981, a Como), una categoria che Bergomi – sempre e solo con la maglia dell’Inter – ha frequentato ininterrottamente sino al termine della stagione 98/99. Dunque ben 19 campionati, annate in cui ebbe modo di vincere una Coppa Italia (81/82), uno scudetto (88/89), una Supercoppa Italiana (1989) e tre Coppe Uefa (90/91, 93/94 e 97/98). Già in azzurro con l’Under 21, Bergomi ha fatto poi l’esordio con la Nazionale maggiore (Bearzot c.t.) nell’aprile del 1982, diciottenne, in una amichevole contro l’allora Germania Est giocata a Lipsia. Campione del Mondo a Spagna 1982, ha preso poi parte ai Mondiali di Messico 1986, Italia 90 (3° posto) e Francia 98: complessivamente 81 le sue presenze (33 volte capitano). Da tempo allenatore a livello giovanile (allena attualmente gli allievi 2001 dell’Accademia Internazionale a Milano), è opinionista e commentatore tecnico per Sky Sport. • Andrea Vitali è nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1956. Medico di professione, ha coltivato da sempre la passione per la scrittura esordendo nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che l’anno seguente si aggiudicò il premio Montblanc per il romanzo giovane, primo riconoscimento di una successiva lunga serie, visto l’ampio consenso che tuttora l’accompagna, sia della critica e soprattutto del pubblico. I suoi libri sono stati tradotti in numerosi Paesi europei e pure in Giappone.

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calcio e legge

di Stefano Sartori

Questo mese parliamo di…

Premio salvezza in caso di retrocessione di club penal Una delibera assunta dal Collegio Arbitrale Lega B/AIC (procedimento n. 104/16/B) ha esplicitato un caso di estremo interesse che, in sintesi, si riferisce alla riconoscibilità o meno di un “premio salvezza” nel caso in cui la retrocessione del club sia determinata da una penalizzazione in classifica.

I fatti Un calciatore della Virtus Lanciano ricorreva al Collegio Arbitrale deducendo di avere sottoscritto un contratto che prevedeva un importo, a titolo di retribuzione variabile, da riconoscere in caso di raggiungimento della salvezza. Senonché, nel corso della stagione sportiva la Virtus Lanciano veniva deferita per tre volte e subiva da parte del Tribunale Federale Nazionale (TFN) la sanzione della penalizzazione per complessivi 4 punti in classifica da scontarsi nella stagione sportiva in corso. I 4 punti dedotti risultavano determinanti in quanto, proprio a causa della sanzione, la squadra era costretta a disputare i playout salvezza contro la Salernitana, retrocedendo in Lega Pro all’esito delle due partite di spareggio. Pertanto, dato che la salvezza sarebbe

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stata matematicamente raggiunta senza la penalizzazione, chiedeva la condanna della società al pagamento, a titolo di retribuzione lorda variabile o a titolo di risarcimento, dell’importo della “… retribuzione variabile legata al raggiungimento della salvezza” invocando, oltre che la violazione da parte della società degli obblighi di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c. in combinato disposto con l’art. 1358 c.c.), l’applicazione dell’art. 1359 c.c. “La condizione si considera avverata qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario all'avveramento di essa”. La società si costituiva precisando, testualmente, che le penalizzazioni subite “… da un lato inducevano le componenti del club a potenziare il loro impegno professionale per rimediare a tale inconveniente, dall’altro lato i calciatori della prima squadra hanno sempre e comunque avuto la possibilità di conquistare la salvezza sul campo… senza che le penalizzazioni subite potessero in alcun modo inficiare le loro prestazioni agonistiche”. Inoltre, aggiungeva che sarebbe bastata una sola vittoria per conquistare la

salvezza e, pertanto, i demeriti causa della retrocessione andavano ripartiti anche con i calciatori…

La decisione Tutto ciò premesso, come ragionevolmente era lecito attendersi (e analogamente a quanto deciso in passato in casi aventi comunque dei punti di contatto in tema di comportamento del club nell’esecuzione del contratto in buona fede - CU CA Lega Serie C/ AIC 14/04.12.99, CU CA Lega Serie C/AIC 24/30.01.04), il Collegio ha reputato meritevole di accoglimento la domanda del calciatore, per i motivi che seguono. Le parti pattuivano nel contratto un premio legato alla permanenza della Virtus in Serie B; la squadra conseguiva sul campo 48 punti, utili al conseguimento della salvezza, ma date le penalizzazioni comminate dal TFN i punti diventavano solo 44, obbligando il club ai playout che, dato l’esito negativo, determinavano la retrocessione in Lega Pro. Per il Collegio, il comportamento “sostanzia una condotta antigiuridica che si pone in relazione causale e diretta rispetto al mancato avveramento della condizione atteso che, laddove il Tribunale non avesse sanzionato la società, la squadra non avrebbe neppure dovuto disputare la partita della salvezza avendo già diritto, in forza dei punti conquistati sul campo, a permanere nella Serie B”. Entrambe le parti avevano l’obbligo di comportarsi in modo da non incidere negativamente nella possibilità che la condizione apposta nel contratto, cioè la salvezza in Serie B, si avverasse e quindi il calciatore era tenuto ad adempiere scrupolosamente ai propri doveri professionali (allenarsi, attenersi alle disposizioni societarie, ecc.), mentre la società doveva versare entro i termini il corrispettivo pattuito nonché evitare di “porre in essere qualsivoglia condotta in grado di incidere sui risultati in classifica, in aderenza


calcio e legge

lizzato

ai canoni di lealtà e correttezza che sempre devono presiedere l’esecuzione di qualsivoglia contratto”. Ebbene, nella fattispecie ciò non è avvenuto, tanto è vero che dal comportamento del club è derivata la sanzione dei 4 punti in classifica ma, ciò detto, per il Collegio non ne deriva l’applicabilità dell’art. 1359 cc. in quanto non si può sostenere che la società avesse un interesse contrario a quello del calciatore, semmai l’esatto contrario dato che erano e sono note le conseguenze, in termini di contributi federali e importi derivanti dalla cessione dei diritti televisivi, di una retrocessione dalla Serie B alla Lega Pro. Di conseguenza, la domanda del calciatore non può trovare accoglimento ai sensi dell’art. 1359 c.c - “La condizione si considera avverata qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario all'avveramento di essa” – ma risulta comunque fondata in relazione agli obblighi contrattuali ex art. 1358 c.c. che impongono alle parti di osservare i doveri di lealtà e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. Di conseguenza, come espresso dalla Corte di Cassazione in tema di contratti sul principio della loro esecuzione in buona fede – “la buona fede, pertanto, si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che… siano idonei a preservare gli interessi dell'altra parte”, il Collegio ha reputato contrario a buona fede e correttezza il comportamento tenuto dalla società e che si è sostanziato nel mancato adempimento agli obblighi discendenti dalle norme federali, la cui osservanza era vincolante. È stata pertanto ritenuta fondata l’azione di risarcimento del danno ex art. 1358 c.c. e la domanda del calciatore è stata accolta nella misura pari all’importo netto del premio così come convenuto, quale parte variabile, nel contratto sottoscritto dalle parti.

Nuovo articolo 11 bis del Codice di Giustizia Sportiva

Atti di violenza contro gli arbitri Con CU n. 19 del 7.12.2018 la FIGC ha preso una forte e condivisibile posizione contro gli atti di violenza che si sono ripetuti ai danni degli ufficiali di gara. La rideterminazione delle sanzioni da comminare nei casi di condotte violente ha lo scopo di arginare un fenomeno inaccettabile e di porre tutti i tesserati, calciatori inclusi, di fronte alle proprie responsabilità. Pubblichiamo pertanto a seguire il testo del nuovo articolo 11 bis del Codice di Giustizia Sportiva.

Art. 11 bis Responsabilità per condotte violente nei confronti degli Ufficiali di gara 1. Costituisce condotta violenta, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni atto intenzionale diretto a produrre una lesione personale o che si concretizza in una azione impetuosa ed incontrollata, connotata da una volontaria aggressività, in occasione o durante la gara, nei confronti dell’ufficiale di gara. 2. I calciatori e i tecnici che pongono in essere la condotta di cui al comma 1 sono puniti con la sanzione minima di 1 anno di squalifica. 3. I dirigenti, i soci e i non soci di cui all’art. 1 bis, comma 5, che pongono in essere la condotta di cui al comma 1 sono puniti con la sanzione minima di 1 anno di inibizione. 4. I calciatori e i tecnici che pongono in essere la condotta di cui al comma 1, provocando lesione personale, attestata con referto medico rilasciato da struttura sanitaria pubblica, sono puniti con la sanzione minima di 2 anni di squalifica. 5. I dirigenti, i soci e i non soci di cui all’art. 1 bis, comma 5, che pongono in essere la condotta di cui al comma 1, provocando lesione personale, attestata con referto medico rilasciato da struttura sanitaria pubblica, sono puniti con la sanzione minima di 2 anni di inibizione. 6. Per le condotte violente nei confronti degli ufficiali di gara, le ammende sono applicabili anche ai soggetti di cui ai commi precedenti appartenenti alla sfera dilettantistica e giovanile.

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di Nicola Bosio di

A Vicenza con Gianluca Zambrotta

Galà del Calcio Triveneto 2018 L’ex di Juventus, Barcellona e Milan, campione del Mondo 2006, è stato l’ospite d’onore della 18ª edizione del premio che si è svolto il 12 novembre scorso al Teatro Comunale Città di Vicenza. Galà del Calcio Triveneto edizione numero 18: il premio che il Presidente Onorario AIC Campana e il Direttore Generale Grazioli vollero istituire, in collaborazione con l’Ussi (Unione Stampa Sportiva) del Triveneto, per “omaggiare” la territorialità della sede dell’Associazione Calciatori, è diventato “maggiorenne” e lo ha fatto nel migliore dei modi, con la solita festa a teatro coinvolgendo studenti e calciatori, con il campione del mondo in Germania con la Nazionale di Lippi 2006 Gianluca Zambrotta come classica ciliegina sulla torta. È stato infatti l’ex di Juventus, Barcellona e Milan, attuale consigliere federale “in quota AIC”, l’ospite d’onore di questa edi-

zione, una presenza speciale, una grande opportunità per lo stesso “Zambro” che, di fronte alla nutrita platea di giovani, ha voluto ripercorrere la sua carriera di studente: “Mi sono diplomato perito tessile a Como” – ha ricordato – “i miei genitori hanno voluto che finissi la scuola, che pensassi prima allo studio che al calcio. Lo stesso impegno che ho messi sui libri l’ho messo nello sport, i risultati poi sono arrivati e credo che sia sempre e comunque necessario dare il massimo per arrivare a grandi obbiettivi”. Tre scudetti, tre Supercoppe italiane, una Supercoppa di Spagna, un mondiale e 98 maglie azzurre vestite, una grande carriera in

un calcio che fu e che oggi ha bisogno di “puntare sui giovani, valorizzarli, farli crescere, anche sbagliare. In generale c’è poca pazienza: tutto il calcio va aiutato in questo momento, ma ci vuole tempo, va supportato e soprattutto va data una disponibilità economica alla Serie B e alla Lega Pro che sicuramente è la categoria che soffre di più”. Sul palco, insieme a Campana e Grazioli che, come per le edizioni passate, ha condotto la mattinata facendo gli onori di casa, anche il Presidente dell’USSI Veneto Alberto Nuvolari, il Direttore del Giornale di Vicenza Luca Ancetti e il Presidente AIC Damiano Tommasi che ha ricordato “l’importanza dei suggerimenti che vengono dai giovani, preziosi spunti che servono per chi, a livello dirigenziale, è chiamato a rappresentare una categoria di perso-


primo piano

Ecco la lista dei premiati per la stagione 2017-2018 UDINESE: CHIEVOVERONA: HELLAS VERONA: CITTADELLA: VICENZA: BASSANO VIRTUS: PADOVA: PORDENONE: SÜDTIROL-ALTO ADIGE: VENEZIA: MESTRE: TRIESTINA: ALLENATORE: ARBITRO: CALCIO A 5: CALCIO FEMMINILE:

I temi del concorso giornalistico

KEVIN LASAGNA IVAN RADOVANOVIĆ ANTONIO CARACCIOLO MARCO VARNIER PIETRO DE GIORGIO FEDERICO PROIA NICO PULZETTI MICHELE DE AGOSTINI ROCCO COSTANTINO MAURIZIO DOMIZZI MARCO BECCARO DAVIS MENSAH ROBERTO VENTURATO DANIEL AMABILE FABRIZIO AMOROSO ANGELICA SOFFIA

Amore per il calcio, sport al femminile e inclusione

Qui a fianco Gianluca Zambrotta, attuale consigliere federale, ospite d’onore della 18ª edizione del Galà del Calcio Triveneto. A sinistra, insieme al Direttore Generale AIC Gianni Grazioli che ha condotto la manifestazione, il Presidente AIC Damiano Tommasi, il Presidente dell’USSI Veneto Alberto Nuvolari e Zambrotta. Sul palco saliranno anche il Presidente Onorario AIC Sergio Campana e il direttore de “Il Giornale di Vicenza” Luca Ancetti per il consueto incontro con gli studenti. A destra, gli alunni vincitori del concorso indetto in collaborazione con “Il Giornale di Vicenza” e l’Ufficio Scolastico Provinciale.

Anche quest’anno al Galà è stato legato un concorso giornalistico nato dalla collaborazione tra AIC, Il Giornale di Vicenza e l’Ufficio Scolastico Provinciale riservato agli studenti delle scuole superiori e delle secondarie di primo grado di città e provincia. Tre i temi proposti, sei vincitori e tre elaborati “segnalati”: 1)“L’amore per il calcio è un sentimento che unisce (e divide) molti ragazzi all’interno del panorama sportivo più ampio del nostro paese. Come vedi la vita di un calciatore, di sacrifici, di tanto lavoro, sudore, allenamenti, oppure di comodità, fama e successo?; 2) “Non facile attirare l’attenzione del pubblico italiano su uno sport diverso dal calcio. Se poi a praticarlo è una donna l’impresa sembra quasi impossibile. Secondo te il ruolo della donna nello sport oggi è cambiato?; 3) Nicole Orlando Bebe Vio e Alex Zanardi: per loro la diversità è stata una grande spinta ed una grande forza perché hanno raggiunto, oltre a meriti sportivi, anche la vittoria più bella, ossia la gioia di vivere ed apprezzare ogni istante. A tuo parere lo sport può quindi essere un momento di inclusione partecipata, anche per ragazzi diversamente abili, un utile strumento per l’integrazione e arricchimento per tutti gli altri? (tema scelto dai due vincitori Pamela Fontana e Manuel Gentilin che conclude il suo elaborato con “dalla mia esperienza consiglio a tutti di non dire non ce la faccio, ma piuttosto voglio provare anch’io”).

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1) Federico Proia centrocampista oggi al Cittadella, premiato per la sua stagione al Bassano da Luca Ancetti; 2) Ivan Radovanović del Chievo premiato da Alberto Nuvolari; 3) il Presidente Onorario AIC Campana premia come miglior allenatore Roberto Venturato del Cittadella; 4) per il Calcio a 5 premiato, dall’assessore allo sport Matteo Celebron, Fabrizio Amoroso dell’Arzignano; 5) Daniel Amabile della Sezione di Vicenza, miglior arbitro della stagione.

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6) il Direttore Sportivo dell’Alto Adige Paolo Bravo ritira il premio per Rocco Costantino; 7) Angelica Soffia, centrocampista oggi alla Roma, premiata da Katia Serra come miglior calciatrice della scorsa stagione dell’AGSM Verona; 8) Paolo Poggi ritira il premio per Maurizio Domizzi del Venezia; 9) Gianni Grazioli consegna il premio come miglior calciatore del Vicenza a Pietro De Giorgio; 10) è papà Luigi De Agostini a ritirare il premio del figlio Michele quale miglior calciatore del Pordenone.

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11) Il Direttore Sportivo del Mestre Enrico Busolin ritira, dal Presidente del Comitato Veneto Beppe Ruzza, il premio per Marco Beccaro ora alla Triestina; 12) e Dante Ghiotto dell’Ufficio Stampa del Padova ritira da Diego Bonavina quello per Nico Pulzetti; 13) Tommasi e il Presidente del Cittadella Gabrielli che ritira il premio per Marco Varnier oggi all’Atalanta; 14) il difensore del Verona Antonio Caracciolo con Zambrotta; 15) una panoramica della sala del Teatro Città di Vicenza.

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primo piano

ne nello sport”. “Con passione ed impegno” – ha concluso – “si raggiungono i propri obbiettivi così nella scuola come nello sport. Sport e scuola possono e devono coesistere”. Quindi via alle consuete premiazioni dei calciatori delle squadre professionistiche del Triveneto (Calcio a 5 e Femminile compreso), nonché il miglior arbitro e il miglior allenatore, che più e meglio degli altri hanno saputo mostrare qualità e

continuità di rendimento nell’arco dello scorso campionato. Spazio anche agli elaborati che gli studenti degli istituti superiori e delle scuole secondarie di primo grado di città e provincia hanno elaborato su tre temi (vedi box) proposti dall’Ufficio Scolastico Provinciale. Finale dedicato all’annullo del francobollo celebrativo dei 50 anni dell’Associazione Calciatori che il Ministero dello Sviluppo Economico ha emesso a partire proprio

dal 12 novembre. Campana e Tommasi hanno ufficialmente “timbrato” il francobollo che raffigura un calciatore e una calciatrice che calciano a rete un pallone; sullo sfondo, tra gli spalti di uno stadio, il logo del 50° anniversario. L’iniziativa è una delle tante pensate per rendere omaggio all’Associazione nata nel 1968 grazie ad un gruppo di calciatori che negli anni hanno continuato a battersi per la difesa dei diritti della categoria.

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l’intervista

di Pino Lazzaro

Sfogliando il libro di Piero Volpi

“Il corpo ormai conta tanto Piero Volpi dice che in panchina ci va nelle partite casalinghe, che le trasferte le affida ai… giovani. Dice ancora che sì, è proprio cambiato tutto da quando lui giocava, vedi ad esempio la stessa zona-panchina che è del tutto un’altra cosa rispetto a prima, con le tante e tante persone che ora ci gravitano attorno, altro che le due-tre di un tempo. Dice comunque che per fortuna il

coinvolgimento rimane, lì vicino al campo quella bella adrenalina si fa sempre sentire, del resto chi ha giocato bene o male il calcio ce l’ha dentro e poi, dai, si parla soprattutto di passione, quella “cosa” che te le fa fare volentieri le cose: vale per il calcio ma per tutto il resto ed è proprio lei, la passione, a fare insomma da termometro. Laureatosi in Medicina fin che ancora giocava, Piero Volpi negli anni di strada ne ha fatta parecchia ed è attualmente il responsabile per Chirurgia del Ginocchio e Traumatologia dello Sport di Humanitas, nonché responsabile del Settore Medico dell’Inter. Del forte legame con l’Associazione Italiana Calciatori parliamo nell’apposito riquadro e qui vogliamo soffermarci su una cosiddetta “fatica” editoriale in cui Volpi, che a suo tempo giocava da libero, ha fatto da regista (e co-autore). Parliamo di “Medico del calcio. Il Manuale” della casa editrice Edra, con le presentazioni di Giovanni Malagò (Presidente CONI) e Damiano Tommasi (Presidente AIC). Un libro di oltre trecento pagine che assieme a quelli di Volpi contiene i contributi di altri esperti in medicina dello sport: 30

vero e proprio vademecum che ha in sintesi come stella polare la salvaguardia della salute dei calciatori. Ecco così l’incontro con Volpi. Un bel progetto e un bell’impegno… “Beh, del libro ho curato tutto l’aspetto della preparazione, concordando le cose con la casa editrice. Un testo che in effetti mancava in libreria dato che l’ultimo libro sul tema era quello di Vecchiet, sorta di enciclopedia del calcio degli anni 80. Ho così scelto i capitoli, alcuni degli argomenti li ho scritti io, scegliendo poi i vari esperti – cardiologo, nutrizionista ecc. – che hanno scritto ciò di loro competenza. Grosso modo c’è voluto un anno e mezzo, dall’inizio alla pubblicazione. Libro che dunque mancava, ancor più vedendo quanto sia cresciuto in questi anni l’interesse verso il calcio. Un interesse che non è solamente legato alla parte tecnica ma si estende a diversi ambiti, compresa anche la medicina. Prima della pubblicazione l’ho fatto leggere ad alcune persone, ci tenevo ad avere dei pareri e tra le risposte c’era pure la “scoperta” che è un libro non destinato unicamente ai cosiddetti addetti ai lavori del calcio, ma può essere utile anche per chi, come in effetti erano alcuni di coloro che hanno “testato” il libro, magari va giusto a correre e non fa calcio, trovando però degli spunti per migliorare, per stare meglio. Il progetto comunque con la casa editrice è di non fermarsi qui, l’idea è quella di riuscire a pubblicare un’edizione internazionale, portandola ad una platea europea e – perché no – pure mondiale”. Come va lì nello spogliatoio con i calciatori? S’informano? “Certo, nel contatto con i calciatori si fa presto a percepire quanto su questi tempi siano gli stessi atleti ad aver alzato l’asticella, sono loro che chiedono, che vogliono sapere e questo ha comportato l’esigenza per le società di predisporre degli staff di livello sempre più elevato”. Come mai così tanti infortuni

in allenamento? “In effetti i numeri ci dicono che si hanno lo stesso numero di infortuni e in gara e in allenamento. Una volta non era così, erano rarissimi gli infortuni in allenamento. Naturalmente un’intensità diversa, ma bisogna per forza tener conto della competitività che deriva da una rosa elevata di giocatori. In allenamento perciò non solo ti giochi il posto in squadra ma pure quello in panchina. Le stesse partitelle, lì sotto gli occhi dello staff, diventano decisive, ecco così il crescere degli infortuni. Un tempo era proprio diverso, eravamo in meno, al novanta per cento (anche di più) eri titolare fisso, doveva proprio capitare qualcosa di grave per non essere sempre tu lì in campo. Altro fatto: si gioca tanto, prima si giocava ogni sei giorni, ora in pratica ogni tre, con un calendario sempre più fitto. La considero una stortura ma visto il peso che hanno le televisioni, dura pensare di poter incidere, di tornare almeno un po’ indietro. Dei correttivi bisogna/bisognerebbe comunque trovarli e una strada potrebbe essere quella di prevedere un numero maggiore di sostituzioni, far giocare un po’ di più tutti diminuendo così mediamente il minutaggio. Questo soprattutto per coloro che tra campionato, Coppe e Nazionale in pratica non staccano mai”. E come va con gli allenatori? In fondo sono loro che poi decidono… “Certo, il leader dello spogliatoio rimaClasse ’52, Piero Volpi ha giocato via via con Ignis Varese (D), Casertana (C), Lecco (C), Ternana (B), Como (B-A), Reggiana (B) e Novara (C).


l’intervista

quanto l’abilità tecnica” tarti nell’immediato ma che danneggiano la salute. Un discorso questo che si collega al tema dell’abuso dei farmaci, anche qui mi pare ci sia sempre più coscienza che a gioco lungo portano dei danni. Utile è stato pure il dvd che abbiamo preparato come AIC (‘Una macchina sola’; ndr); a me piace chiamarlo effetto culturale e non è certo poco. Pensando come Associazione, non è che si possa paragonare a una vera e propria conquista sindacale, però lo ritengo comunque un passo avanti proprio perché è legato a una crescita culturale”.

ne l’allenatore, è lui a prendere le decisioni e posso dire che in generale gli allenatori con i loro staff sono molto sensibili ai temi della salute, anche qui si è andati avanti. Decidono comunque di testa loro ma c’è spazio per il confronto e qui può magari entrare in gioco pure l’autorevolezza del medico. Insomma: i pareri sono tenuti in considerazione”.

sparito. Da una parte per via dei controlli che si sono fatti via via più stringenti ed è dunque più difficile farla franca; dall’altra per una sempre più diffusa consapevolezza che l’interesse primario di un calciatore è quello di avere una buona salute. In questo modo si scoraggia ancor più il ricorso a pratiche che magari possono anche aiu-

Ti sarebbe piaciuto giocare adesso? “Sì, molto. Un tempo i nostri allenamenti erano proprio di gruppo, ora sono più scientifici, più individuali, pure la dieta è personalizzata. In fondo per noi allora l’attrezzo era sempre e comunque il pallone ed era il giocatore più tecnico che in genere veniva definito il più bravo. Ora invece anche il corpo è diventato un attrezzo in un calcio molto ma molto più fisico e veloce: il corpo insomma che così viene a contare tanto quanto l’abilità tecnica”.

Edizioni Edra

Si parla spesso di un abuso di farmaci, intendo quelli leciti. Pensi che i calciatori abbiano consapevolezza di cosa significhi esagerare con antidolorifici e antiinfiammatori? E col doping? “Nel libro un capitolo molto dettagliato è riservato proprio al doping. La mia sensazione è che il doping sia praticamente

Come finiamo? “Dico intanto che l’italia è pur sempre l’italia, guardano ancora a noi, tuttora “contiamo”. D’accordo i quattro mondiali che abbiamo vinto, ma pure per quel che riguarda la medicina sportiva che rappresenta un vero e proprio fiore all’occhiello italiano. Mi piace pensare che questo libro – e insisto - possa contribuire a rafforzare il concetto che in tutti i campi c’è bisogno di più cultura. Un libro pensato non per essere solo un insieme di nozioni, ma che possa aiutare un po’ tutto l’ambiente – calciatori, dirigenti, allenatori – a crescere, ad alzare ancor più la cultura generale in modo che si possa continuare a migliorare”.

Medico del calcio. Il Manuale di Piero Volpi – 328 pagine - €49,00

Negli anni recenti la medicina applicata al calcio ha avuto un fiorente impulso e il medico del calcio ha assunto sempre più importanza nella complessa gestione di una squadra di calcio, condividendone responsabilità, successi e insuccessi. La salvaguardia della salute dei calciatori rimane l’obiettivo primario del medico di squadra, così come la conoscenza medica dei giocatori, l’assistenza sanitaria in caso di patologie e infortuni, il rispetto dei regolamenti sportivi. La

lotta al doping e all’abuso di farmaci leciti rappresentano un ulteriore importante obiettivo da perseguire. La prevenzione è l’area dove il medico dello sport deve agire con grande intensità e capacità, solo attraverso le conoscenze specifiche della gestualità tecnica, delle metodologie di allenamento, dei ritmi e dei carichi degli impegni tecnici e atletici tipici delle gare e degli allenamenti è possibile cercare di ridurre l’incidenza di patologie e infortuni. Per questo la figura del medico di squadra oltre che possedere indubbie capacità cliniche deve dimostrare autorevolezza e sapersi destreggiare in difficoltà quotidiane che spesso nella comune pratica medica non si incontrano. 31


l’intervista

COMPAGNI DI VIAGGIO Come detto in precedenza, Piero Volpi ne ha fatta parecchia di strada e qui ci piace sottolineare che per buona parte del suo cammino ha sempre voluto tenersi come compagna di viaggio proprio l’Assocalciatori. Ininterrottamente consigliere dal 1974 al 1987, per anni componente del Comitato di Presidenza, per l’Aic è tuttora membro della Commissione Federale Antidoping e consulente medico. Ecco così, in questa stagione che segna il 50° dell’AIC, abbiamo pensato di riproporre quanto il nostro ebbe modo di raccontare di sé nel volume appositamente preparato in occasione dell’anniversario dei 40 anni. Siamo così andati a rileggerlo, riscoprendo che per lui quel suo senso di appartenenza all’Associazione è stato sempre “come un abito cucito addosso”. Bravo Piero e complimenti. “Col calcio sono cresciuto nel Varese, sono stati loro poi a darmi in prestito alla Casertana. Avevo poco più di 20 anni, facevo parte della selezione della serie C, era Bearzot l’allenatore, stavamo partendo per un torneo in Corea e ricordo lì a Coverciano la chiamata dell’allora segretario dell’Associazione, era Claudio Pasqualin, che mi chiese se ero disponibile a entrare nel Consiglio Direttivo dell’Aic. Ero allora ancora studente universitario, medicina, a quel tempo non era come adesso e al di là di frequentare o meno un’università, può anche non voler dire nulla, il fatto di poter avere all’interno dell’associazione anche calciatori che studiavano poteva essere un aiuto in più. A quella telefonata non ci pensai nemmeno un attimo, dissi subito di sì. L’anno dopo il Varese mi mandò in prestito al Lecco, c’era Motta capitano, era lui il rappresentante di squadra e così cominciai a dargli una mano. Fu la stagione seguente, avevo 23 anni, che cominciai a fare io il capitano, Motta era passato al Pescara: diventai così anche il rappresentante di squadra. Problemi con le società in cui ho giocato non ne ho mai avuti ma ricordo comunque certi apprezzamenti negativi di qualche dirigente nei miei confronti proprio come “sindacalista”, di uno insomma che è comunque visto come contrario agli interessi di una società”. 32

“Posso dire in sostanza di non essere mai uscito del tutto dall’Associazione. Anche dopo che ho smesso di giocare e sono così uscito dal Direttivo, me ne sono arrivate altre due di chiamate dall’Aic. La prima subito dopo la fine della mia carriera, quando Campana mi chiese se ero disponibile al ruolo di rappresentante Aic nel Settore Tecnico. Già da due anni lavoravo come medico in ospedale e visto che per me l’appartenenza all’Associazione è stata un po’ come un abito cucito addosso, un qualcosa mai separato da me, non è stato certo un problema dire di sì. L’altra chiamata mi è arrivata dopo che per sei anni avevo fatto il medico dell’Inter e la proposta è stata quella di assumere il ruolo di consulente Aic per quel che riguarda il settore medico. Naturalmente ho detto sì ed è un ruolo che ho tuttora:

una continuità nel dare e nell’avere di cui sono molto contento perchè ho in certo qual modo ancora la possibilità di essere coinvolto in un qualcosa che ho sempre considerato una parte di me. Ricordo per esempio quando ero componente del Comitato di Presidenza, lo sono stato per

anni ed ero assieme, pensa, a Mazzola e Rivera, non so se mi spiego: anche sul piano dell’esperienza personale è stata un qualcosa che mi ha molto arricchito. Utile da parte mia penso di esserlo stato, soprattutto intanto cercando di dare sempre la massima disponibilità”. “In effetti non ho mai guardato personalmente all’Associazione come a un “sindacato”, per me non è stato così; è stato piuttosto una continua fucina di idee e questa possibilità che offre l’Associazione ai calciatori di far eventualmente presenti le proprie idee e metterle lì sul tavolo del calcio mi sembra una delle cose più belle che da sempre offre l’Aic. Ancora adesso devo dire che Campana mi invita alle assemblee proprio per poter illustrare ai calciatori quella che è l’azione dell’Associazione dal punto di vista medico, con temi d’attualità quali il doping e gli infortuni che sono certo ora più in primo piano rispetto a prima. Quel che mi auguro è che l’Aic possa continuare sull’onda di quello che è andata via via facendo perchè la ritengo la forza più importante del calcio italiano proprio perchè ha con sé la parte autentica di questo mondo, gli atleti. E qui non posso non dare atto a quanto fatto dal presidente, da Sergio Campana, la fermezza e la serietà con la quale ha saputo tenere il timone. Il passaggio successivo penso sia quello di avere più giocatori all’interno del governo del calcio, in quello che è il vero e proprio management di questo mondo: quando ci si arriverà sono convinto che la stessa funzione tipicamente sindacale dell’Associazione avrà meno occasioni per venire a galla”. Tratto da "40 Consiglieri con l’Aic per il calcio"


segreteria Tra i docenti anche Mister Giancarlo Camolese

500 studenti studiano calcio alla “Università del Calcio” È cominciato il III Anno Accademico del primo ed unico corso di studi completamente dedicato al calcio. Tra gli iscritti molti calciatori. Fischio d’inizio per il terzo Anno Accademico (2018/2019) del corso di studi in “Scienze Motorie curriculum Calcio”, istituito dall’Università Telematica San Raffaele Roma in collaborazione con l’Associazione Italiana Calciatori. “L’esperienza accumulata in questi tre anni di lavoro e l’interesse dimostrato dagli studenti confermano che il lavoro svolto ha saputo coniugare le esigenze accademiche con le aspettative di chi vuole qualificarsi per l’ingresso nel mondo del lavoro” - ha dichiarato l’avv. Fabio Poli, Presidente del corso e direttore Organizzativo AIC. “Il calcio è un settore produttivo molto interessante; caratterizzato da dinamiche tipiche ed attuali. Un mondo che si apre a operatori qualificati, con la definizione di nuove posizioni e di nuovi compiti. Per rispondere a questa domanda, occorre creare professionalità pensate per il calcio. Il nostro impegno è, appunto, il superamento della logica che ha fatto intendere il calcio come un settore nel quale si può lavorare adattando competenze sviluppate in altri ambiti”. “Il patrocinio della Federazione Italiana Gioco Calcio, della Lega di Serie A, Serie B, Lega PRO, LND, AIA e dell’AIAC ” – prosegue Poli – “conferma il valore formativo di questo percorso che non forma allenatori ma manager qualificati, a tutti i livelli”. “Il nostro corso nasce da una visione interamente condivisa can l’Associazione” - afferma il Dott. Pasquantonio, Presidente dell'Università Telematica San Raffaele-Roma – “Il mondo del calcio e il ‘sistema delle istituzioni e delle società’ hanno subito in questi ultimi anni un importante e continuo mutamento: il ‘calcio’ non è solo un fenomeno sportivo ma anche tecnico, sociale e manageriale che apre prospettive lavorative completamente inedite a neo-laureati qualificati. L’obiettivo del nostro percorso di studio  è quello di rispondere alle nuove esigenze per  formare un professionista ad alta specializzazione

con adeguate preparazione culturale di base e competenze metodologiche”. I 500 studenti iscritti, dal primo al terzo anno del Corso di Laurea (unico in Italia) dell’Università Telematica San Raffaele Roma, stanno frequentando le lezioni

on line ed in presenza, tenute da docenti “tradizionali” e da esperti del mondo del calcio ed hanno proficuamente sostenuto gli esami nelle sedi di Roma, Milano, Catania e nella straordinaria sede del Centro Tecnico Federale FIGC di Coverciano. Alcuni esami si sono svolti nella sala del Museo del Calcio. Tutti gli studenti sono seguiti nel loro percorso di studi da un tutor dedicato.

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l’intervista

di Nicola Bosio

D’Adda e Giugliano, derby al femminile

“Al Mondiale tifate per noi” 6 domande 6

1. Il calcio femminile sta finalmente prendendo pie-

4. Tornando al calcio giocato, qual è il rapporto con i

2. L’attenzione mediatica ha cambiato qualcosa nelle

5. Da

3. Lo stadio per voi è solo campo da gioco oppure

6. A

de, dalle suffragette alla “partita di pallone”. Oltre i luoghi comuni in cosa differisce, se differisce, il calcio femminile da quello maschile? vostre abitudini quotidiane da un punto di vista tecnico in allenamento? È uno stress o uno stimolo? ogni tanto salite anche sugli spalti? Da giocatrici vi appassiona anche il calcio da tifose?

vostri colleghi? In campo tacchetti e sudore, fuori rivalità o stima? Cabrini alla Bertolini in Nazionale. Cambia qualcosa nell’essere guidate da un uomo o da una donna?

giugno 2019 l’Italia parteciperà ai Mondiali femminili in Francia, cosa vi aspettate dal punto di vista sportivo? E dai media in generale?

Roberta D’Adda, difensore dell’Inter

“Uno stimolo in più” 1. Non credo ci siano differenze particolari: si parla dello stesso sport. Che sia femminile o maschile si parla di calcio. Chiaramente la struttura fisica delle donne è per natura diversa da quella dei uomini. Detto questo, penso che il calcio femminile vada apprezzato al di là del paragone con quello maschile. Si parla di calcio e di sport. 2. Non è cambiato nulla. Continuiamo ad essere noi stesse, con la nostra passione, che ci ha sempre contraddistinto, e con la grande voglia di fare. Anzi, da donne questa attenzione è solo uno stimolo in più. 3. Ogni tanto ci piace andare allo stadio e vivere la partita dagli spalti. Osservare dal vivo l’evento è molto utile perché si possono capire molte cose a livello tecnico, ma anche tattico. Determinati dettagli non si riescono a cogliere né giocando, né guardando le partite dalla Tv. 4. Assolutamente nessuna rivalità. In campo ci si dà sempre battaglia, ma 34

al di fuori c’è sempre reciproco rispetto. Per le altre giocatrici nutro grande stima perché, come me, danno il 100% per lo sport che praticano. 5. La mia esperienza personale mi porta a dire che non cambia più di tanto. La donna, rispetto all’uomo, riesce ad essere più psicologa. E, in uno spogliatoio come quello femminile dove una delle maggiori difficoltà è la gestione, questo è un dettaglio molto importante. 6. Parto con il dire che quello raggiunto dalle ragazze è un traguardo importantissimo. Mi aspetto un seguito importante e soprattutto un grande interesse da parte dei media. Un Mondiale è sempre un evento mediatico rilevante. Che si tratti di uomini o donne fa poca differenza, spero che in tanti facciano il tifo per l’Italia.


l’intervista

Qui a fianco, le pagine di Soccer Illustrated uscite in occasione dello speciale sul Galà del Calcio AIC 2018.

Manuela Giugliano, centrocampista del Milan

“Daremo battaglia” 1. Fatalità quest’anno o il prossimo dovrebbe ricorrere il centenario del diritto al voto delle donne. Pensandoci non sono molti 100 anni ma le radici delle suffragette sono ancor prima, ovvero nella rivoluzione francese. A dimostrazione del fatto che le donne hanno fatto e fanno fatica a far valere i propri diritti. Oggi il Calcio femminile, in Italia, sta cominciando a raccogliere i risultati di un lavoro che hanno cominciato molte mie compagne ed ex compagne di squadra iniziato già qualche anno fa. Per me differisce solo per l’aspetto "spogliatoio". Per il resto trovo che sia identico. 2. Cambiamenti direi di no. Prima ci allenavamo tutti i giorni alla massima intensità e lo facciamo altrettanto adesso, che si chiami AC Milan, CF Brescia o Torres. Certo è che l’attenzione mediatica mi sta permettendo di farmi conoscere. In tantissimi mi scrivono tutti i giorni per quello che faccio sul rettangolo da gioco. Al di là dei colori della maglia che indosso. Questo per me è molto stimolante. 3. Io sono una super tifosa della Juventus maschile e appena ho l’occasione non manco di certo allo stadio per

guardare la mia squadra del cuore. Rimango sempre senza parole perché il calcio maschile mi ha sempre appassionata e ispirata. 4. Un rapporto assolutamente professionale in campo, ci si aiuta e ci si confronta. Fuori dal campo ci comportiamo come ragazze normali che vivono la propria età. Certo un po’ di sana rivalità c’è sempre ma fa parte dell’essere donna, poi in campo sempre unità d’intenti senza ombra di dubbio. 5. Per me personalmente non cambia molto essere allenati da un uomo o da una donna. Io cerco di dare il massimo sempre. Chiaramente bisogna riconoscere che una donna riesce a gestire in maniera più fluida uno spogliatoio di donne che giocano a calcio. 6. Mi aspetto grande attenzione dai media e spero che sia anche l’occasione di dare un ulteriore slancio a tutto il movimento. Ovviamente questo è secondario soprattutto ai risultati sportivi e noi siamo pronte a dare battaglia a qualsiasi nazionale cercando di portare a casa dei risultati importanti. Non solo sportivi. 35


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di Pino Lazzaro

Lana Clelland e Eilish McSorley

Dalla Scozia con furore Due ragazze scozzesi che giocano qui da noi. Entrambe classe 1993, entrambe nel giro della Nazionale (medesimo il debutto, esattamente il 15 luglio del 2012, ad Aberdeen: Scozia-Camerun 2-0), entrambe con un occhio già al Mondiale di Francia, anche se una della due sa che deve recuperare del terreno visto il “tempo perso” per infortuni. Una attaccante, l’altra difensore. Una – Lana Clelland – in Italia da qualche stagione, ora con la Fiorentina; l’altra – Eilish McSorley – arrivata a Sassuolo la scorsa estate. La Clelland che ha avuto così modo di vivere direttamente quello “scossone” che pare abbia finalmente fatto smuovere questo nostro calcio giocato dalle donne; la McSorley che è qui dunque da poco e si sta via via ambientando.

Attaccante della Fiorentina

“Questione di mentalità”

Cominciamo così dalla più “esperta”, da Lana, che dopo aver giocato con Rangers Glasgow e le Spartans di Edimburgo, è arrivata alla Pink Bari nel 2015. Sono poi seguite tre stagioni col Tavagnacco (titolo di capocannoniere nella stagione 16/17, 23 reti), con infine il passaggio la scorsa estate alla Fiorentina con cui ha già intanto vinto una Supercoppa italiana. Gli inizi “A Bari ci sono stata in tutto cinque mesi. Non è che sia stato tutto facile, non parlavo l’italiano, ma non ho fatto altro che seguire la passione, quello che volevo fare, il calcio, non mi interessava un altro lavoro. Quella stessa passione che m’ha fatto andar via di casa che avevo solo 1415 anni. Ricordo quando arrivai a Bari la temperatura che trovai, era inverno, venivo dal freddissimo che faceva in Scozia e c’erano 15 gradi! Eppure le ragazze si lamentavano, dicevano che per loro quello era… freddo; io invece che stavo benissimo, meglio di così non si poteva: credo non ci sia cosa migliore che giocare a calcio sotto il sole. Subito poi in campo mi sono accorta di quanto fosse diverso il modo di giocare, ero abituata in un altro modo in Scozia. Mi sono resa conto insomma quanto contasse qui il lato tecnico, sempre palla a terra, passaggi su passaggi e il tutto m’è piaciuto, anche perché capivo di averne bisogno, che potevo così migliorare”. A Tavagnacco “Una squadra di giocatrici forti e esperte. Già solo allenandomi con loro vedevo che imparavo, che continuavo a migliorare. Sì, mi sono accorta che la gente in Friuli è diversa da quella di Bari, di fatto 36

sono un po’ chiusi ma mi sono trovata proprio bene, mi hanno accolta: ci sono rimasta tre anni…”.

La Fiorentina “Eccomi ora a Firenze, altro passo in avanti, allenamenti tutti i giorni, a volte pure doppio, nemmeno in Scozia è possibile fare calcio in questo modo. Assieme a delle grandi giocatrici e un allenatore che insiste e insiste per migliorarci. Certo, in questi quattro anni che sono qui in Italia le cose hanno cominciato a muoversi, ora assieme a noi della Fiorentina ci sono grandi socie-

tà come la Juve e il Milan, c’è pure l’Inter e succede così quello che da anni c’è per esempio in Inghilterra con club tipo l’Arsenal, il Chelsea, il Manchester City e altri ancora. Un livello, il loro, che è più di quello italiano anche se io non credo come tanti dicono che ci vorranno dieci anni per colmare il distacco. Io penso che ce ne vorranno di meno: più che un discorso fisico, per me è questione di mentalità e lo si è visto pure con la Champions (eliminazione della Fiorentina agli ottavi da parte del Chelsea; ndr), quanto loro fossero più abituate a partite di quel livello. Lì in Inghilterra sono parecchi anni che fanno le professioniste e si allenano da professioniste, qui in Italia invece è da poco”.

Il Mondiale di Francia “Noi siamo capitate in un girone difficilissimo (la Scozia con Inghilterra, Giappone e Argentina; ndr), comunque ho fiducia. Siamo un buon gruppo e secondo me possiamo riuscire a qualificarci alla seconda fase. Un po’ come penso possa fare l’Italia (con Australia, Brasile e Giamaica; ndr): il gruppo delle giocatrici è molto forte e se sapranno porsi con la giusta mentalità, possono farcela ad andare avanti”.


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Il sogno nel cassetto “Uno ne avevo, era quello di arrivare a giocare in Champions. Ce l’ho fatta, l’ho esaudito e così me ne sono posto un altro di bel sogno: arrivare a vincere uno scudetto qui in Italia. A casa lì in Scozia? Non ci vado

quasi mai, difficile trovare del tempo tra Fiorentina e Nazionale. Penso di farcela per qualche giorno a Natale e comunque i miei li vedo perché sono loro che vengono di più, a Firenze non fa il freddo che fa in Scozia…”.

Difensore del Sassuolo

“Margini di miglioramento” Eccoci ora con Eilish, difensore del Sassuolo, che in Scozia, col Glasgow City, ha già saputo mettere assieme 8 “scudetti”, 5 Coppe di Scozia e 5 Coppe di Lega. In Svezia ha giocato con Mallbacken e Västerås BK30 e pure lei, come la Clelland, prima della Nazionale maggiore, ha giocato con U17 e U19. Già stata in Italia, magari da turista? Perché hai scelto l’Italia, cosa ti ha convinta? “Sì, già ero venuta in Italia, a volte per il calcio, a volte come turista. A Roma ci sono stata quattro volte, amo quella città. Il motivo per cui ho deciso di venire a giocare in Italia sta nel fatto che venivo da un lungo infortunio e dopo un breve periodo a casa avevo bisogno di allenarmi e giocare full time in un contesto di qualità”. Hai forse sentito Lana Clelland per deciderti? “No, con lei ho parlato dopo che avevo deciso. Naturalmente c’è a chi piace informarsi prima, ma ogni esperienza, positiva o negativa, è differente e poi io volevo decidere seguendo allora quel che credevo potesse essere la cosa migliore per me”. Sul piano tecnico, che calcio stai vedendo? “Non molto differente da quello che ho fin qui conosciuto, l’unica differenza nel modo di giocare che qui in Italia vedo è che ci sono squadre che non curano molto il possesso palla, cercando subito di verticalizzare: mi sto abituando”. Pensando ai campi di gioco, gli spogliatoi, la settimanatipo e altro ancora, cosa hai “scoperto” col Sassuolo? Si possono fare dei paragoni

con le esperienze che hai avuto in Scozia e in Svezia? “Sto ancora imparando e scoprendo le cose, non solo col Sassuolo ma pure con l’Italia in generale. Il campionato sta facendo strada e fintanto che la direzione è quella della crescita, sono sicura che potrà diventare uno dei migliori campionati. Ci sono certo delle cose da migliorare, anche perché ho avuto la fortuna di giocare nella Top League svedese che è del tutto professionista e in Scozia dove direi che ci sono più somiglianze con l’Italia dato che il campionato è ancora dilettantistico. Quello dei campi è un fattore che dovrà certo essere migliorato, pensando ai campi in cui ho giocato, sia in sintetico che in erba. Piccole differenze magari che possono comunque portare a una generale crescita di qualità, sia per chi è dentro questo mondo, sia per chi da fuori ci guarda. La vera differenza per fare un paragone è certo con la Svezia. Io e il team eravamo del tutto professionisti, col meglio del meglio sempre a disposizione. Più difficili sono le cose se viene a mancare profes-

sionalità (tua o della società o della Lega) e tempo pieno per allenarsi. Come ho detto prima, se questa Lega continua a progredire, i problemi andranno via via a dissolversi”. Qualche desiderio “speciale” per il prossimo Mondiale in Francia? “Per prima cosa spero che la Scozia faccia bene e si guadagni la reputazione di squadra importante. Poi spero tanto di esserci, la nostra ora è una squadra molto competitiva e non sarà facile conquistarsi il posto. Ce la dovessi fare, sarebbe per me un modo incredibile per chiudere/finire un periodo molto duro che dura da qualche anno”. Una curiosità: come mai la scelta del 67 come numero di maglia? “All’inizio avevo il 4 ma poi l’ho lasciato a una mia compagna che lo voleva, non è poi così importante per me avere un dato numero. Sono arrivata al 67 perché mio nipote è nato il 6 luglio, l’anno di nascita di mio padre è il 1967 e pure perché proprio nel 1967 il Celtic conquistò la Coppa Campioni contro una certa… Inter”. 37


internet

di Mario Dall’Angelo

I link utili

Anche il calcio è dalla parte dei bambini Dare certezze al futuro dei bambini. È la missione dichiarata di Save the Children, l'organizzazione non governativa britannica fondata nel 1919 dalla riformatrice sociale Eglantyne Jebb, che per prima affermò i diritti individuali dei più piccoli. Una storia ormai secolare che prese avvio dalla necessità di prendersi cura dei bambini in Europa dopo il disastro umanitario

provocato dalla prima Guerra Mondiale. E che già da tempo vede l'estensione dell'azione di protezione dei bimbi a livello globale. L'affermazione di StC, con la rapida adozione nel 1924 da parte della Società delle Nazioni - precorritrice dell'Onu - della sua Carta dei diritti dei bambini, ha visto infatti la ong proseguire ad agire durante e dopo la seconda Guerra Mondiale e in moltissimi altri scenari bellici e di catastrofe umanitaria. Nel 1989, grazie anche agli sforzi di StC, l'assemblea generale delle Nazioni Unite adottò, con l'accettazione da parte di 194 paesi, la Convenzione dei diritti dei bambini. Nel 2009 è stata lanciata l'iniziativa globale Every One con l'obiettivo di salvare dalla morte milioni di bambini e le loro madri. In sintesi, poche organizzazioni umanitarie possono vantare la storia e i risultati di Save the Children, con oltre 125 milioni di bambini raggiunti dalle sue iniziative. L'attuale ambizioso obiettivo per il futuro è che, dal 2030, tutti i bambini possano sopravvivere, avere un'istruzione ed essere protetti. Il sito www.savethechildren.net è la vetrina della ong globale e contiene moltissimo materiale di grande interesse per le attività presenti e passate in tutti i paesi del mondo. Su www.savethechildren.it troviamo invece le attività della filiazio-

ne italiana della ong. In prima posizione tre e quella che Save the Children mi ha sulla home page troviamo “Bambini ai proposto quest'anno è la più stimolante margini”, iniziativa a favore dei bambini di tutte. Difficile, certo. Molto difficile che vivono in quartieri periferici, non solo ma questo progetto e questa sfida medal punto di vista topografico, o in zone ritano di essere vissute in prima persona deprivate. Entrando nella sezione dedida tutti noi” Marco Giampaolo: “Mi sono cata troviamo le impressionanti grafiche venuti i brividi quando ho letto che in interattive relative alla distribuzione, dei ogni minuto che passa, cinque bambini minori fino ai 14 anni, nei quartieri dormimuoiono semplicemente perché non torio delle principali città italiane. Contesti hanno acqua e cibo”. Lo spot degli alleurbani in cui si concentrano povertà manatori testimonial, tra cui vi sono anche teriale, culturale e di relazione. Carenze a Massimiliano Allegri, Eusebio di Francecui si vanno a sommare politiche sociali sco e Stefano Pioli, è visibile sul canale spesso inadeguate da parte delle istituYouTube di StC e fa riferimento alla malnutrizione, che uccide bambini più di zioni e delle amministrazioni. Gli abitanti dei quartieri sensibili segnalano, come ogni altra cosa, “killer silenzioso che si elementi che incidono maggiormente sui annida tra le piaghe della povertà, delbambini: criminalità, scarsa illuminazione, le guerre e dei cambiamenti climatici”, sporcizia delle strade e inquinamento come spiega la pagina del sito dedicata a "Fino all'ultimo bambino". dell’aria. Save the Children, per affrontare queste situazioni, ha avviato nel 2017 il I profili social della ong, sia internazionale progetto Fuoriclasse in Movimento. sia italiana, sono molto ricchi di contenuti Dicevamo che l'obiettivo della strategia e costantemente aggiornati, consentendella ong - mettere sotto protezione tutti i do così di seguire in tempo reale le attività e le iniziative, in Italia come in ogni altra bambini del mondo in situazioni critiche è estremamente ambizioso e necessita di parte del mondo. tutto il supporto possibile. In Italia, il mondo del calcio dedica già da tempo grande attenzione a StC. La Fiorentina collabora dal 2010 mentre la Juventus è diventata partner recentemente. Ma anche la Serie A tutta ha fatto di nuovo sentire il suo appoggio per il ritorno dell'iniziativa della ong, denominata "Fino all'ultimo bambino", che è stata accolta negli stadi di tutta Italia in occasione della nona giornata del campionato. In prima linea con il loro sostegno anche gli allenatori, che hanno rilasciato alla Gazzetta dello Sport alcune importanti Giorgio Chiellini@chiellini considerazioni. Ricevere un premio fa sempre piacere, riceverlo Luciano Spalletti: dai propri colleghi e spesso avversari ha un valore doppio. Grazie #GGDC2018 “Cinque secondi sono un'inezia. Eppure nel mondo è già morto un bambino. La statistica è impietosa ecco perché anche quest'anno Mauro Icardi@MauroIcardi cerco di Grazie a tutti i miei compagni !! Grazie a tutti i miei colleghi che mi hanno votato per ricevere questi 3 premi. dare il mio piccolo contributo. Come uomo e come padre». Carolina Morace: «Ci sono partite da Paulo Dybala@PauDybala_ JR giocare più belle di alOrgoglioso di questo premio: grazie a tutti! #aic

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#gdc18 @GranGalaAIC

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internet

di Stefano Fontana

Allenatori in rete

Morace e Baresi, derby sul web www.carolinamorace.com Carolina Morace è una delle voci più autorevoli nel mondo del calcio femminile italiano ed internazionale. Veneziana

classe 1964, ha giocato nel ruolo di attaccante per quasi vent'anni in club di grande rilevanza come Lazio, Reggiana, Milan, Torres, Agliana e Verona. Carolina vanta un numero di presenze con la Nazionale davvero straordinario: ben 153 partite giocate con la maglia azzurra e 105 reti messe a segno. Conclusa un'esperienza di gioco lastricata di successi, Carolina diviene una delle allenatrici più richieste e rispettate: guida Lazio CF, Viterbese (maschile), la Nazionale italiana, quella canadese, la rappresentativa di Trinidad e Tobogo ed infine il Milan. Il sito ufficiale di Carolina accoglie il navigatore con un'immagine dell'allenatrice in campo con la maglia del Milan. Scorrendo verso

i basso visualizziamo un mix di foto evocative e rilevanti pietre miliari raggiunte dalla Morace, come i quattro gol messi a segno nel 1990 a Wembley in uno storico match tra Inghilterra e Italia finito 1 a 4 per le azzurre e la vittoria della CONCAF Gold Cup nel 2010 sulla panchina del Canada. Tra le varie sezioni del sito troviamo “The player”, dedicato all'esperienza come calciatrice, “The Coach”, inerente l'attività di allenatrice e la pagina “Beliefs”, dove scopriamo l'importanza con-

tinuando a leggere scopriamo poi altre passioni di Regina, come fotografia, musica e viaggiare per scoprire il mondo. La gallery del sito contiene numerosi scatti della Baresi in azione sul rettangolo verde, impegnata nell'attività di commentatrice sportiva su importanti reti nazionali ed in posa con colleghi illustri come il vicepresidente dell'Inter ed ex centrocampista Javier Zanetti. Nella sezione video troviamo varie interviste a Regina relative le performance dell'Inter ed alcune importanti attività benefiche come il sostegno a WeWorld Onlus. Il taglio basso dell'homepage prende la forma di un blog personale, ricco di scatti e pensieri

ferita da Carolina al duro lavoro ed alla professionalità. Non mancano infine i collegamenti con i profili di Carolina sui principali social network.

di grande profondità. Rimane molto da scoprire nel sito di Regina Baresi, uno spazio web realizzato con grande cura e ricco di contenuti interessanti: lasciamo a voi il piacere di farlo.

www.reginabaresi.it Il sito ufficiale di Regina Baresi trasmette già dalle prime immagini il grande carisma che caKoulibaly Kalidou@kkoulibaly26 ratterizza il capitano Orgoglioso di stare, per la 3ª stagione dell'Inter. Nata nel consecutiva, nella #Top11 #AIC. Grazie ai miei compagni: per me una #famiglia. E grazie ai 1991 in una famiglia tanti colleghi che mi hanno votato: avlegata a doppio filo versari in campo, nemici mai con i club all'ombra della Madonnina, Regina è figlia dell'ex capitano dell'Inter Giuseppe Baresi e nipote della legAndrea Pirlo@Pirlo_official genda rossonera Franco BaAttenti a quei due!! #grangaladelcalcio @Totti resi. Dalla sezione biografica del sito scopriamo una ragazza innamorata della vita e del calcio, divisa tra le battaglie in campo e le sfide Alisson Becker@Alissonbecker quotidiane che ogni giovane Ontem tive o prazer de receber o prêmio de melhor goleiro do campeonato italiano mamma deve affrontare. Con-

ttando

17/18! Muito feliz e grato a Deus por este presente!! (Ieri ho avuto il piacere di ricevere il premio del miglior portiere del campionato italiano 17/18! Molto felice e grato a Dio per questo regalo!!)

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di Nicola Bosio

frasi, mezze frasi, motti, credi proclamati come parabole, spesso vere e proprie “poesie”

Alle volte il calcio parlato diverte di più del L’Italia mi ha insegnato tanto, tatticamente parlando. Quando sono arrivato in Cina ho capito subito che sotto quell'aspetto avrei pagato pegno. Ma l’avevo intuito ancor prima di lasciare la Roma, mica avrebbero dovuto spiegarmi che il livello tecnico sarebbe stato tutelato. Due o tre passi indietro, minimo – Gervinho (Parma) Alla stazza non do molta importanza. I giocatori lenti, per esempio, continuano a giocare a calcio, perché a calcio possono giocare tutti. Il giocatore lento, quello veloce, il giocatore basso, il giocatore alto. È lo sport di tutti. L'aspetto fisico, nella mia idea di calcio, ancora non ha la predominanza

Carlo Ancelotti allenatore del Napoli “Ma quale insonnia?” “Il calcio dovrebbe essere un gioco. È nato così, così è vissuto dai bambini. Ma per questo Paese il calcio non è tanto un gioco, quanto un diversivo. Per me rimane un gioco. Bello, emozionante. Ancora mi diverto, ancora lo faccio con passione. Sento tanta gente del calcio dire che non riesce a dormire per la pressione. Io dormo sempre”.

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sull'intelligenza tecnica e tattica – Carlo Ancelotti (Napoli) L’importante è che mio figlio faccia sport, vera scuola di vita che insegna le amicizie e le concorrenze. Senza sport i ragazzini starebbero a casa col cellulare – Alessandro Diamanti (Livorno) Nelle discussioni da osteria non prevale la verità ma la prepotenza. E la prepotenza nel calcio come nella vita te la dà soprattutto il denaro – Silvio Baldini (Carrarese) In azzurro devi pensare in modo diverso: non ci sono titolari o riserve, ci deve essere quel sentimento di patriottismo proprio di qualcosa di più grande – Salvatore Sirigu (Torino) Nel calcio fare gol è un particolare importante – Roberto Mancini (CT Nazionale) Faccio il difensore in serie A e anche se in questa categoria mi sono appena affacciato so benissimo che questo mestiere ha due facce: in una settimana puoi passare dal grande colpo al grande errore – Arturo Calabresi (Bologna) Il calcio è così imprevedibile che è impossibile stabilire tempi e modi di mutamento esatti. Certo è che giocherà un ruolo centrale l'intento di renderlo meno noioso possibile - in quanto fruito da sempre più persone - perciò ci potrebbe essere un cambiamento nella modalità di selezione dei giocatori volto a soddisfare quella determinata esigenza – Giancarlo Camolese (allenatore) Ormai è sempre più raro trovare giocatori che restano a lungo nella stessa piazza. Qualcuno pensa ai soldi, altri alla carriera o all'Europa. Io ho ascoltato il cuore – Domenico Criscito (Genoa) Il calcio è in continuo cambiamento, tanto che è impossibile potersi mettere a stilare previsioni future certe. Sono docente della scuola allenatori del settore tecnico Figc di Coverciano e ho modo dunque di relazionarmi con tante nuove generazioni di giovani (o aspiranti) allenatori: si vede che hanno tantissima voglia di imparare e di aggiornarsi, ma è innegabile che al giorno d'oggi non è semplice poter far diventare questa passione un lavoro effettivo. Il consiglio che mi sento

di dare loro, soprattutto a quelli più giovani ed emergenti, è di cercare di ritagliarsi possibilità concrete per via della propria bravura, trascurando qualsiasi tipo di fattore esterno: alla fine si viene

Alessandro Diamanti fantasista del Livorno “Questione di cuore” “Manca il contatto con la gente, la simbiosi. Il calcio è di tutti, ma forse i tifosi godono di più per la sconfitta di una squadra rivale che per una vittoria della loro, cosa tipicamente italiana. Pochissimi giocano col cuore. Troppi schemi, poca passione. Nessuno scalda i cuori. L'emozione non è il gol all'incrocio, ma è trascinare uno stadio”. scelti per via di quest'ultima, non per altro – Giancarlo Camolese (allenatore) Lo stress, se gestito, è una risorsa. Lo stress ci deve essere. Va gestito e controllato. Un allenatore deve anche avere la possibilità di staccare, di pensare ad altro. Non puoi dedicare ventiquattro ore del tuo tempo alla partita, ti devi prendere il tuo tempo – Carlo Ancelotti (Napoli) Io mi sento sempre titolare, almeno fino


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calcio giocato a due ore dall'inizio della partita. Mi serve per rimanere concentrato durante gli allenamenti, mi serve a livello mentale: se, poi, mi tocca la tribuna posso dare una mano ai miei compagni a livello psicologico – Salvatore Sirigu (Torino) Cos’è per me il calcio? Potrei dire tutto: in ogni caso una passione fortissima che cerco di assecondare in tutto i modi. Lasciai pure una fidanzatina per dar retta a un mio allenatore – Arturo Calabresi (Bologna) La mentalità in generale in Italia è diversa, qui le squadre si preoccupano più di difendere che di attaccare. Anche

Cristiano Ronaldo attaccante della Juventus “Dimenticanze” “Se pensassi di aver vinto tutto, di avere soldi e successo, sarei pigro e non lavorerei duro. Preferisco non saperlo, a volte è meglio dimenticare di essere Cristiano Ronaldo”. l'organizzazione è diversa, come la mentalità. In Spagna c'è più relax, qui siete più concentrati, seri, lavorate più duro – Cristiano Ronaldo (Juventus) Meglio la

Premier? Per tanti aspetti si, ma il calcio italiano è più affascinante – Alessandro Diamanti (Livorno) L’intelligenza conta tantissimo. È la cosa più importante, nel calcio come nella vita. Il talento non è sufficiente. Forse una volta bastava per rimanere ad alti livelli. Ora se non è supportato dall'intelligenza - che si può chiamare professionalità, serietà, applicazione - non fa più la differenza – Carlo Ancelotti (Napoli) Come tutti quelli figli della mia generazione il calcio lungo le strade era praticamente un rito sacro – Giancarlo Camolese (allenatore) Questo non è uno sport individuale, io sono sicuro del mio potenziale ma il calcio resta uno sport collettivo – Cristiano Ronaldo (Juventus) Un calciatore non determina da solo l'andamento di una squadra. Nemmeno Cristiano Ronaldo alla Juve, o Messi – Alessandro Diamanti (Livorno) Non sono nella prigione degli obblighi contrattuali, non devo spiegazioni a chi mi paga perché non mi paga nessuno. Nel calcio è difficile relazionarsi con chi mette i soldi. Mai conosciuto un presidente o un dirigente che mi lasciasse libero di lavorare – Silvio Baldini (Carrarese) Sono maturato talmente tanto che i complimenti me li faccio scivolare addosso. Mi dicono, faccio un esempio, "Cervi lo sa che hai giocato una grande partita?". Per me conta zero, penso a quella successiva. Non mi cullo sugli allori, non avrebbe senso, sarebbe un disastro. lo mangio sempre. Intendo dire io ho sempre fame, in campo. Non c'è complimento che possa snaturarmi. Fino a quando avrò queste motivazioni potrò saltare qualsiasi ostacolo – Gervinho (Parma) Migliorare? In campo io cerco di farlo in tutto, se non ti alleni perdi il tocco – Cristiano Ronaldo (Juventus) Non faccio mai una cosa se i giocatori non sono convinti di farla – Carlo Ancelotti (Napoli) Dal grande calcio sono uscito io. Non mi cambio con nessuno. Il sistema è pieno di ladri, il 90% è ladro, quelli onesti sono gocce d'acqua nell'oceano – Silvio Baldini (Carrarese) Questa Serie A? È un po’ anomala, come tutto il calcio italiano. Tanti atleti, pochi gio-

Giancarlo Camolese allenatore “Facciamo la formazione” “A mio parere ognuno è figlio dell'epoca culturale in cui vive: non necessariamente per il fatto che oggi i giovani hanno a disposizione più mezzi significa che siano meno dediti al sacrificio. Certo è che a mio parere per costruire generazioni forti di calciatori è necessario procedere attraverso un percorso graduale che vede in primis la formazione dei dirigenti e l'assenza di obblighi di gioco per le leve cadette: se infatti un giovane è consapevole di dover giocare perché tutelato da un particolare vincolo non è portato a metterci il massimo impegno per poter mantenere il proprio posto. Per quanto concerne invece i dirigenti bisogna far sì che essi possano formarsi e conseguire determinati titoli proprio come gli allenatori perché svolgono una funzione di vitale importanza nell'ottica di un percorso di crescita di un determinato giocatore, sia nello scenario del calcio dilettantistico, sia in quello professionistico”. catori di calcio – Alessandro Diamanti (Livorno) 41


tempo libero

musica

libreria RCS MediaGroup

Il ragazzo con lo zaino arancione

di Francesco Ceniti e Alberto Tufano – 217 pagine - € 7,99

Era il 29 maggio 1985 quando la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in un campo di battaglia dove morirono 39 persone, nella più tragica partita del calcio europeo fino a quel momento. A trent’anni di distanza Alberto Tufano, oggi giornalista, ha deciso di raccontare insieme al collega de La Gazzetta dello Sport Francesco Ceniti quella tragica sera. Il libro nasce proprio per gettare chiarezza sul fatto che la tragedia dell’Heysel non fu un incidente ma la conseguenza di un calcio non organizzato, di leggerezze in fatto di sicurezza, di prevenzione, di mancanza di norme da seguire in caso di emergenza, di carenze di autorità, gendarmeria belga e personale medico. Ne esce un libro che è di cronaca, documentario sugli scontri di quella sera - perché vero è tutto quello che viene narrato - ma anche romanzo, grazie alla costruzione che non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti ma li giustappone in una composizione efficace, e alla storia, il racconto di un ragazzo di 16 anni passato nel giro di poche ore dal giorno più bello della sua vita a quello che lo ha segnato per sempre. Urbone publishing

Chiarugi non era in fuorigioco di Sergio Taccone – 152 pagine – € 12,00

Lazio-Milan, sfida scudetto disputata allo stadio Olimpico sabato 21 aprile’73, è passata alla storia calcistica per il gol annullato nei minuti finali a Luciano Chiarugi per un fuorigioco inesistente. Il libro ripercorre, 45 anni dopo, le vicende di un campionato tra i più discussi del calcio italiano: la stagione 1972/73, ricordata, soprattutto, per la rete che l’arbitro Concetto Lo Bello non concesse al Milan quasi allo scadere dello scontro al vertice contro la Lazio. Un gol regolare che avrebbe dato il pareggio ai rossoneri. Un mese dopo arrivò la disfatta di Verona a negare a Nereo Rocco, per la terza volta in tre anni, la conquista dello scudetto, vinto al fotofinish dalla Juventus. Le maglie rossonere rimasero senza “stella”. Una ricostruzione completa, scandagliando i giornali dell’epoca. Un viaggio in un’annata calcistica che ancora oggi fa discutere. Ultra Sport

Revancha

di Lorenzo De Alexandris e Diego Mariottini – 158 pagine - €15,00

Due mondi contrapposti, una rivalità forte, quella tra Argentina e Inghilterra, che nasce agli albori sugli improvvisati campi ricavati dai potreros, i pascoli della pampa, si sposta sul nobile prato di Wembley nei Mondiali del 1966 e approda infine, con una drammatica evoluzione dal piano simbolico dello scontro sportivo a quello concretissimo della guerra reale, a un vero campo di battaglia. Nel 1982 l'Inghilterra di Margaret Thatcher difende le isole Falkland, il diritto acquisito e l'onore dell'Impero, mentre l'Argentina dei generali in cerca di consenso vuole riprendersi ciò che la storia le aveva tolto, le Malvinas. La sconfitta e l'umiliazione argentina trovano poi la loro vendetta popolare, la revancha, in uno stadio messicano nel 1986, grazie a un semidio del calcio, il simbolo sportivo e identitario dell'Argentina moderna: Diego Armando Maradona. Ma nonostante la vittoria in quella storica partita dei Mondiali la domanda resta aperta: la rivalità tra Argentina e Inghilterra si è davvero conclusa? Quella guerra finirà mai? 42

Maneskin

Il Ballo della Vita Bravi sono bravi, giovani sono giovani (età media 18 anni), arroganti al punto giusto, pure belli (sempre che questo serva…), se non “si perdono” rischiano davvero di diventare qualcosa di importante per la musica di casa nostra: i Maneskin, quartetto romano fuoriuscito dall’ennesimo talent (X-Factor), hanno retto il colpo alla “prova del 9”, e con “Il Ballo della Vita” hanno decisamente respinto al mittente le varie accuse di essere soltanto un fenomeno costruito a tavolino. Forse è vero che spesso e volentieri Damiano & C. si lasciano prendere un po’ troppo da atteggiamenti da rockstar navigate che in realtà non sono affatto, ma tutto fa spettacolo quando dietro si dimostra un certo talento, una certa vocazione, un certo stile: questo loro primo vero lavoro (dopo l’LP Chosen) non è un capolavoro intendiamoci, ma qualcosa di buono lo lascia già al primo ascolto, e qualcosa in più quando, pezzo dopo pezzo, si passano al setaccio tutte le 12 tracce. È un primo passo, e come tale deve essere considerato: i Maneskin stanno cercando una loro precisa identità, un futuro da scrivere, una strada da percorrere… con tutti i mezzi a disposizione per imboccare quella giusta.


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Il Calciatore Dicembre 2018  

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