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Insieme

CINQUANTESIMO

N. 1 2021

GIORNALE PERIODICO

Omaggio a Ettore Pellandini

dicem b

1 202 io

1970 genna re


REGIA DI ETTORE PELLANDINI dalla redazione

Editoriale

REDAZIONE INSIEME Laura Ferrari Andrea Furger Va l e n t i n o G a r r a f a Oscar Innocenti Manolo Lacalamita Manuel Negri Va l e n t i n a P o l e t t i Consuelo Rigamonti R i o To n i n i Contributi fotografici Archivio Club ‘74 Immagine di copertina Atelier ‘74 Redazione Insieme Club ‘74 c/o O.S.C. Via Agostino Maspoli 6 S t a b i l e Va l l e t t a 6850 Mendrisio Tel.: 091 816 57 93 Email: info@club74.ch w w w. c l u b 74 . c h © Club ‘74, aprile 2021

È stata un’esaltante sfida per i responsabili dell’impaginazione trovare la veste grafica e i costumi di scena adatti da infilare alle meravigliose parole di stima e gratitudine che abbiamo ricevuto in redazione per Ettore Pellandini, “Magister di Psichiatria”. I testi sono così belli, intimi e profondi che abbiamo speso intere riunioni solo nella loro lettura e condivisione, permettendoci di conoscere meglio la storia di Ettore, il suo carattere autorevole e umanistico al tempo stesso e l’eredità che ci ha lasciato. Non abbiamo certo la pretesa di offrire al lettore una visione di Ettore esaustiva. Le sue mille sfaccettature e interessi non lo permettono. Uno “sguardo”: ecco! Uno sguardo nel suo mondo e nel nostro. Sì perchè, come diceva Lacan “Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”. Nel dicembre del 1970 Ettore Pellandini fondò il Giornale Insieme e in redazione abbiamo un archivio incredibile di tutti i numeri, ben 50 anni di pubblicazioni. Abbiamo un’intera banca dati di foto e video con un migliaio d’immagini del suo Atelier di mimo, materiale saggiamente custodito dai responsabili. Grazie a questi preziosi documenti, il numero del Cinquantesimo desidera essere un diario di viaggio biografico di Ettore, accompagnati dalle emozionanti testimonianze scritte di amici, conoscenti e colleghi, ma anche sue, e dalle immagini in bianco e nero che scorrono tra le pagine come una pellicola amarcord. Siamo sicuri che in alcuni di voi, specie per chi lo conosceva bene e ha avuto la fortuna di lavorarci assieme, questa soluzione creativa scatenerà forti emozioni, ma era la sua condizione e a lui sarebbe senz’altro piaciuta. E allora come a teatro... vi preghiamo di sedervi comodamente sulla poltrona e di spegnere le luci. Buona visione!

C O N T R I B U T I I N O R D I N E D I A P PA R I Z I O N E D I : Atelier ‘74, Viviana Altafin, Marina Frey, Valentino Garrafa, Dr. Graziano Martignoni, Magda Chiesa, Manolo Lacalamita, Ivo Fibioli, RioTonini, Claudio e Annamaria Mercolli-Bergomi, Giovanna Montesu Poletti, Mari Ardia, Laura, Lea, Luce, Lino, Meggy, Valentino, Villi, Valentina Poletti, Consuelo, Emanuele, Noa, Martina, Francesca, Oscar, Stefano, Rosi.


INDICE

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E D I TO R I A L E - R E G I A D I E T TO R E P E L L A N D I N I

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CARO CLUB 74 TI SCRIVO

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E . P E L L A N D I N I E L ’ A N I M A Z I O N E T E AT R A L E I N P S I C H I AT R I A

dalla redazione

di Ettore Pellandini, 2010 di RSI Rete Uno, 2012

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PA R L A N D O D I E T TO R E I N Q U E S T I G I O R N I . . .

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A E T TO R E P E L L A N D I N I “ M A G I S T E R ” D I P S I C H I AT R I A

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R I C O R D A N D O E T TO R E

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E T TO R E , U N U O M O C O N G L I AT T R I B U T I

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C I A O E T TO R E

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AT E L I E R M I M O D I M E N D R I S I O

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C A R O E T TO R E T I S C R I V O . . .

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I N R I C O R D O D I E T TO R E P E L L A N D I N I

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R I C O R D A N D O E T TO R E

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A E T TO R E ! P OT R À M A I P O S A R S I I L V E N TO ?

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I L S I G N O R E T TO R E P E L L A N D I N I

di Viviana Altafin e Marina Frey

d i V i v i a n a A l t a f i n , Va l e n t i n o G a r r a f a e G r a z i a n o M a r t i g n o n i di Magda Chiesa

di Manolo Lacalamita di Ivo Fibioli

di tls.theaterwissenschaft.ch e Natalia Genni, 1996 d i R i o To n i n i , P r e s i d e n t e d e l C l u b ‘ 7 4 di Claudio e Annamaria Mercolli-Bergomi di Giovanna Montesu Poletti di Mary Ardia di Laura

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INDICE

continuazione da pagina 3 40

CONTRIBUTI RICEVUTI IN REDAZIONE

Va r i a u t o r i

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L ’ U N I V E R S I TÀ D E L L ’ E S P E R I E N Z A

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L A F R A G I L I TÀ : U N A P O S S I B I L E R I S O R S A

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L A B O R ATO R I O T E AT R A L E

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O M A G G I O A L A U R E N T F O L C O E A G U S TAV K L I M T

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LIBROBUS

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P R O G E T TO “ L I B R OT E C A ”

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C A R N E VA L E O G N I S C H E R Z O VA L E !

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D A L M I C R O F O N O D I S T E FA N O

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D A L R I C E T TA R I O D I R O S I

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S TAT U T I D E L C L U B ‘ 7 4

di SUPSI di Laura

d i Va l e n t i n a P o l e t t i

di Atelier ‘74 e ArtClub - Aula 4 di Consuelo di Emanuele e Noa

Va r i a u t o r i

di Stefano del gruppo musica di Rossana Rosi

continuazione dalla quarta pagina di copertina

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Mendrisio, 2010

Caro Club ‘74 ti scrivo

Lettera di Ettore Pellandini

Caro “Club ‘74” È Papà Ettore che oggi ti scrive. Cosa non facile da farsi, sono ormai quasi dieci anni che ti ho lasciato anche se mai ti ho dimenticato. Molto è cambiato in questi anni, la mia vita e la sua quotidianità è scandita dai piccoli malanni dell’età e dai momenti di nostalgia che rendono la stessa meno monotona anche se a dire il vero il tempo che corre veloce oscura il passato lasciandomi ai soli ricordi di un lontano 1970! Anno del tuo concepimento in quel di Casvegno Caro Club ‘74 . Oggi ti scrivo alfine che non vi siano confusioni inerenti la Tua origine. Tu sei figlio vero della PSICOTERAPIA ISTITUZIONALE, non hai origini o simili con il movimento ideologico dell’ANTIPSICHIATRIA. JEAN OURY è, se così posso definirlo il tuo vero padre, colui che ancora oggi si propone QUALE continuatore, interprete del pensiero, dei concetti e dei valori che hanno rivoluzionato l’approccio al paziente psichiatrico presente e ospite dell’istituzione. Ho dovuto per coerenza e onestà intellettuale sottolineare in questo scritto le tue origini. Infatti il seme che ti ha generato non ha mai usufruito di un connubio o di similitudini vicine al ”movimento“ che ha dato origine e vita ai concetti basagliani, e relativa messa in opera della conosciuta “legge 180”. Con la quale si è deciso di chiudere tutti i “manicomi” presenti sul territorio della vicina repubblica. Gli allora ospedali psichiatrici sono stati sostituiti da unità terapeutiche presenti negli ospedali pubblici di cure generali all’interno dei quali sono ora ospedalizzati i ”casi acuti”, per poi dimetterli a crisi ultimata nello spazio socio-urbano. Detto in una parola sono questi i concetti dell’ANTI PSICHIATRIA, essi sono in chiara ineluttabile opposizione con quelli che fanno da supporto ai CLUB SOCIOTERAPEUTICI RIABILITATIVI. TU, CLUB ‘74, hai saputo attraversare le diverse trasformazioni del quartiere di Casvegno, ma non solo, infatti sei stato tra i promotori di quel fenomeno culturale chiamato “democratizzazione delle cure”. La tua esperienza ha anche sostenuto la nascita di altri club extra-ospedalieri, importanti luoghi di accoglienza e presa a carico della sofferenza psichica. Bisogna pur ammettere che l’offerta della psichiatria pubblica ticinese, con la sua complessa organizzazione (O.S.C) ha dimostrato nel tempo la sua capacità di essere innovativa, pronta a promuovere fenomeni di aperture.

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Iniziando questa mia, Carissimo, ti ricordavo che sono trascorsi quasi dieci anni dal giorno che ti ho lasciato, devo dunque a questo punto precisare che ho sempre seguito il tuo evolvere nell’istituzione, tramite le molteplici attività organizzate d’entro e fuori la stessa, non da ultimo l’annuale festa campestre. Manifestazione che dal lontano 1971 ha coinvolto grandi e piccini aprendo le porte di un luogo, l’ospedale psichiatrico che ai più appariva quale sinonimo di follia. Vedi caro CLUB ‘74, sono quarant’anni che giorno dopo giorno tu proponi, progetti, sviluppi modelli di vita nell’ambito dei quali sono presenti i concetti che fanno di TE uno strumento privilegiato per il “ripristino della parola”. In merito alla festa campestre di quest’anno non ho per la prima volta presenziato alla stessa, ero assente da Mendrisio. Ho però potuto informarmi tramite i rendiconto pubblicati dai giornali fra questi, quello da Te redatto e proposto sull’ “AGORÀ” che ho letto in una mia visita al laboratorio Offset, divenuta ormai tappa obbligata del percorso effettuato in bicicletta che mi vede giornalmente impegnato con questo mezzo di trasporto alfine di migliorare la mia condizione fisica un poco carente. Caro CLUB ‘74 come vedi, io pure abbisogno dell’aria disalienata del quartiere di CASVEGNO. Ti invio questa mia lettera nella speranza che Tu ti faccia promotore affinché, oltre che sul tuo (permettimi nostro) Insieme, sia pubblicata anche sul foglio del CARL “L’ Agorà”. Tuo, ETTORE PELLANDINI Mendrisio, 2010

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Comano Studio RSI, luglio 2012

Ettore Pellandini e l’animazione teatrale in psichiatria Intervista a Rete Uno

Benvenuto a Ettore Pellandini a “Sinceramente”, buongiorno. Buongiorno. Ci sono tante carte davanti ai suoi occhi e poi c’è anche una bellissima che fotografia, lei assomigliava da giovane a James Dean, quindi un uomo molto bello, molto affascinante, un uomo che in Ticino ha portato la sociopsichiatria, però prima partiamo da una di queste carte che mi incuriosiscono, cosa ha lì davanti agli occhi? (00:46/12:37) Qui ho un programma di una festa campestre che feci nel ‘65 se non erro, con Johnny Hallyday, Francois Ardit, Guy Bedos, Jon Noel Michlet (... 00:46-01:15) Dove era questa festa qui? (01:15/12:37) A La Borde, che era la clinica da dove son partito con l’esperienza psichiatrica. Ecco, allora, Ettore Pellandini infatti a un certo punto è arrivato dopo aver fatto la scuola di Mimo a Milano e dopo aver fatto diverse altre esperienze anche in Francia, ha bussato alla porta dell’allora Ospedale psichiatrico cantonale di Mendrisio e ha voluto portare delle novità. (01:40/12:37) Ma, più che bussare alla porta, son venuti a cercarmi, perché è un po’ una casualità che sono arrivato alla psichiatria. La mia prima passione era il Teatro, ed erano queste cose, che riguardavano scene, tutto questo. Nel 1963 se non erro, a la Borde feci un film sulla psicoterapia istituzionale, che è un film che era stato fatto dalla Sandoz, che lo portai in Svizzera perché venivo sovente a Lugano, in quanto i miei parenti erano qui, e avevo portato questo film a Ginevra a Giulia Guerra e da lì è arrivato a Lugano perché avevo conoscenze, poi la radio la conoscevo anche un po’ e c’era gente che mi conosceva. Sono arrivato a fare una visione di questo film nel 1969, quando lo OSC non esisteva ma c’era l’ONC con 650, 670 pazienti. E quindi lei è arrivato già in un momento di transizione perché non si chiamava più manicomio ma si chiamava già Ospedale Neuropsichiatrico Cantonale. La transizione lei ha trovato. (03:09/12:37) Esatto e in questa transizione c’era una situazione nuova che cominciava a muoversi, vuol dire gente che voleva vedere e provare situazioni nuove. Cioè una psichiatria un po’ moderna. (3:21/12:37) Sì, io sono stato invitato a partecipare se volevo venire, non avevo nessunissima intenzione di ritornare all’inizio, comunque ho accettato di venire, perché il dottor Gobbi mi aveva detto: “ avremmo bisogno di un socioterapista”. “Che ne sappia io di cosa è un socioterapista, io ero animatore e tu cura e basta, no”, e son tornato in Francia, poi mi hanno

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scritto e mi hanno invitato nuovamente, ho accettato di venire. Ma in un primo tempo, un po’, come in una situazione di andiamo a vedere e devo dire che la prima cosa che ho visto dell’allora ONC è stato il salone, il teatro. Dunque è arrivato in questo ospedale un uomo che era uomo di teatro, perchè voleva portare il teatro nella psichiatria e questo fece. (04:09/12.37) Il teatro per me era uno strumento di tutti i giorni, faceva parte della mia vita, della mia scelta di vita. Il teatro è complicato in psichiatria, la mia esperienza nell’atelier del mimo, che già avevo iniziato a fare in Francia eccetera, non è stata una scappatoia ma una scelta precisa. Vede, il teatro implica la parola, implica avere delle facoltà memoriche ancora ben vive, e ho fatto tre lavori di teatro, Pirandello, ho fatto Joanescu… però diventava complicato, diventava complicato perché dovevo prendermi per esempio una persona e con questa persona passare 4, 5 ore per insegnarli o fargli ripetere e poi inventare delle situazioni per poterlo fare. E sta parlando di una persona in questo caso malata. (05:02/12:37) Un ospite sì. Già facevo delle attività col mimo e il mimo era una possibilità, un atelier in cui poteva entrare qualsiasi persona, sia dall’interno che dall’esterno. Il mimo poi non era il mimo che si conosce, De Crou, non so, semplicemente per restare in Ticino Dimitri, era un modo di esprimersi che era più vicino a un’espressione corporea, utilizzando delle tecniche per esempio con delle canzoni, Jacques Brel, che ho conosciuto e quindi era un po’ il mio cavallo di battaglia, e altri, e su queste realtà si costruiva un po’ il canovaccio. E tutti potevano partecipare, vale a dire che era una possibilità molto più ampia di quello di fare del teatro, però teatro e mimo è la stessa cosa. Era una possibilità anche però per gli ospiti, chiamiamoli pure anche pazienti, di aver un’altra possibilità per curarsi, che non fosse soltanto quella di prendere delle pastiglie e di essere motivi loro in quei momenti anche rinchiusi. (06:11/12:37) Sì, questo sicuramente, bisogna dire che gli atelier espressivi corporei eccetera eccetera erano poco sviluppati in quel periodo e io ho cominciato proprio con delle attività manuali e poi da lì partendo con l’attività del mimo nell’ambito della quale qualsiasi persona non vi era una preclusione “ah questo è molto malato, questo non può eccetera”. Il problema è che poi io mi presentavo così, con le persone che venivano nuove: “guardate che l’unico matto che c’è qui sono io”.

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Lo conferma adesso a qualche anno di distanza? E’ stata una sua bella follia? (06:57/12:37) Che sono sempre matto un po’ sì. Non ci son problemi. (n.d.r. ride) Che difficoltà aveva? Perché qualche difficoltà probabilmente c’erano. Molte difficoltà, perché inizialmente non era concepibile, innanzitutto significava aprire le porte, lasciare che le persone potessero arrivare al teatro, da sole o accompagnate, e gli operatori di allora erano abbastanza (pausa). Facevano un po’ di resistenza? (07:27/12:37) Lei dice un po’, io dico molte. Beh ai tempi anche Basaglia aveva i suoi problemi comunque, perché Basaglia è stato poi il precursore della vera apertura dei manicomi. Qui che i manicomi in Italia erano ancora chiusi; quindi era un po’ scontato che della resistenza lei dovesse trovarla. (07:48/12:37) Sì, Basaglia era una persona conosciuta e cominciava a essere conosciuta anche qui da noi. Lei però lavorava dunque come uomo di teatro anche se ha fatto la scuola di infermiere, lavorava all’interno della psichiatria però sempre un po’ sul confine tra l’interno e l’esterno dell’ospedale? (08:08/12:37) È una domanda complessa, perché in realtà avevo comunque una formazione psichiatrica prima di arrivare, perché avevo avuto una formazione psicodinamica nell’ambito della clinica a Borde dove il concetto è la psicoterapia istituzionale e quindi avevo una conoscenza della realtà psichiatrica di quel momento abbastanza precisa. Essere infermiere psichiatrico non mi ha disturbato, era soltanto l’escamotage per riuscire poi in seguito ad avere la definizione buona. Quindi per lei l’importante era restare al di fuori dei reparti? Tant’è vero che ha fondato anche nel villaggio di Casvegno, che è il villaggio appunto dove c’è l’ospedale psichiatrico questo Club ’74. Un altro modo per dire portiamo del nuovo nella psichiatria. (09:00/12:37) Il Club è collegato a tutta una serie di cose, voglia dire alla possibilità di far sì che delle persone, che non avevano il diritto alla parola, avessero un luogo di parole. Il primo luogo di parola è effettivamente la riunione del Club. Anche perché nel mimo non parlavano (9:20/12:37) Parlavo solo io (ride) ecco perché ero io il matto della storia, però la prima cosa non è stato il Club ’74 e la realtà dello Statuto. I primi passi che hanno costruito il Club sono il Giornale Insieme. Il primo numero è uscito nel 1970 a dicembre (n.d.r. a cinquant’anni esatti dalla sua scomparsa). Era la prima volta che il Comitato di redazione fatto da pazienti era in uno spazio di parola. Ora il Club, inteso come dev’essere inteso proprio concettualmente, è uno strumento importante della psicoterapia istituzionale. Questo non vuol dire fare la psicoanalisi all’interno dell’estituzione ma inteso che nell’istituzione ci sono dei rituali, dei ritmi e delle regole che impedivano veramente alle persone di evolvere proprio

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perché non avevano spazio di espressione. E da quel momento? (10:21/12:37) Il Club ha aperto, io direi, voglio dire semplicemente… Mi ricordo di aver fatto un’intervista e di avere anche detto, e lo ritengo ancora oggi, che il Club è una finestra aperta dell’ospedale verso l’esterno. Ecco come se lei avesse dovuto comunque prendere il piccone e buttar giù dei muri per aprire questo spazio che poi era la finestra che ha portato luce e che ha dato modo di guardare fuori. (10:45/12:37) Devo dire che proprio questo picconare è una parola che mi è venuta nella testa intanto che arrivavo con l’auto per questa intervista. E devo dire che è vero, sono stato un (pausa) e lo sono tuttora, voglio dire “rompere quelle che sono delle regole prestabilite e che proibiscono all’individuo di esprimersi” però questo è un gioco abbastanza pericoloso. E quindi adesso gli anni che lei si trova comunque ancora davanti possono essere anni di buona rendita per quello che è riuscito a dare. E’ soddisfatto di sé. (11:23/12:37) Di quello che ho fatto un certo numero di cose sì, di quanto viene adoperato al momento sono un po’ deluso. Allora faccia un suo proclama, ci possiamo salutare con una sua grande raccomandazione. Raccomandi qualcosa a chi adesso sta continuando il suo lavoro nella psichiatria. (11:41/12:37) Che è molto importante l’ascolto, perché i pazienti, la malattia psichica ti fa vivere da solo e quindi tutte le attività socio-ergoterapeutiche sono un approcio per aiutare alla parola. Ettore Pellandini, ci sembra che lei vedendo le sue buste, le sue carte, le sue fotografie chissà quante cose ancora potremmo dire, ma ci dica che cosa si augura in una sola frase, che cosa si augura di bello nel suo futuro. (12:10/12:37) Mi auguro di conoscere e di continuare a riconoscermi in un luogo che ho cercato di aprire. Grazie ancora (12:20/12:37) Io vi ringrazio di avermi invitato visto che non sono più molto giovane e chissà.

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Mendrisio, dicembre 2020

Parlando di Ettore in questi giorni i ricordi e i racconti si mescolano e si affollano… Le valigie piene L’importanza rappresentata dal suo rientro in Ticino e dal suo arrivo a Casvegno arricchito dall’esperienza di La Borde diretta dal dottor Jean Oury. Il bagaglio culturale di Ettore (lo definiva le valigie piene) e il coraggio di accettare la sfida di portare un pensiero innovativo in un’istituzione che desiderava emanciparsi ma non trovava vie democratiche e inclusive per attuarlo. I concetti della Psicoterapia istituzionale francese offrivano un Passe-partout ideale per l’universalità dei loro valori.

L’artista l’arte e la follia Il suo essere artista, istrione, attore, empatico, passionale ma con una ricca generosità culturale. Ridare dignità all’uomo che soffre, combattere l’alienazione con le sue forme gerarchiche e la sua burocratizzazione laddove sono senza senso e significato utile per umanizzare l’istituzione la definiva una missione (entrare IN psichiatria è una scelta per la vita).

Il carattere Tenace, ottimo oratore, umano, cosciente e convinto. Conosceva bene la meta a cui tendere.

L’opportunità Il terreno si presentava fertile al cambiamento, appoggi di politici illuminati che lo sostenevano, di giovani medici brillanti e umani che navigavano nella sua stessa direzione, il contesto socioculturale, la rivoluzione nel mondo della psichiatria, …

Notti insonni Ha saputo governare il successo senza ubriacarsi e tenendo fede ai concetti in modo rigoroso.

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La costruzione La fondazione del Club ’74 e la concessione di formare un’équipe (gestita in modo orizzontale con sapienza) di collaboratori fedeli disposti a condividere questi concetti con consapevolezza, militanza e dedizione (potrebbe essere che questa opportunità sia stata un riconoscimento del suo operato).

Il regista La sua formazione di attore presso il Piccolo di Milano e la sua genialità nel ruolo di regista riusciva a trasformare in attori mimi anche i più reticenti e chi si considerava incapace. Queste sue doti hanno fatto si che il suo Atelier del Mimo diventasse nomade e che, come un carrozzone da circo, potesse “espatriare” da Mendrisio con spettacoli di qualità. Grazie a questa singolare esperienza, ovviamente di un certo livello, ci siamo fatti conoscere portando sovente con noi Jaques Brel, Edith Piaf, la Guerra, l’Amore e la Morte con poesia e rispetto.

L’esercizio quotidiano della democrazia La fondazione di un Club terapeutico dei pazienti in cui l’Ascolto, la Parola e la Relazione erano il quotidiano rimane ancora oggi tentativo innovativo e trasgressivo. Ettore diceva: - È un continuo ricominciare da capo - e com’è vero!

L’eredità Mantenere e curare il patrimonio cercando di non sbagliare gli investimenti … le scelte … essere consapevoli che è difficile ma non impossibile.

L’affetto e la gratitudine Ancora oggi per noi che scriviamo e che abbiamo “resistito” al suo cospetto è motivo di orgoglio l’aver fatto questa scelta. Combattere battaglie al fianco di chi è carismatico cocciuto e idealista e a volte anche un po’ “autoritario” ci ha resi più umani.

Ciao Maestro. Vivi e Marina 13 13


A Ettore Pellandini “Magister” di psichiatria

d i V i v i a n a A l t a f i n 1, Va l e n t i n o G a r r a f a 2 , G r a z i a n o M a r t i g n o n i 3.

Ettore Pellandini è stato un vero maestro di psichiatria, anche se certamente non voleva che lo chiamassimo così. Lui avrebbe rifiutato quel titolo di magister, che gli vogliamo qui dare, e avrebbe detto che i veri maestri, per chi sosta accanto alla sofferenza psichica e prova ad abitare quel mondo di follia, quello che chiamiamo le terre del Grande Altro, sono in verità i pazienti stessi. La sua lezione dimora, ieri come oggi, come una sorta di presenza critica, di “vaccino esistenziale” contro le variegate forme della cattiva cura, che ancora, qua e là, si cela nella cura della follia e della sofferenza psichica. La Cura, per lui e per noi, non è e non è mai stata mera terapia, ma una mano tesa verso l`Altro, che ci chiama e cerca la nostra accoglienza. La Cura è gesto di esistenza e di dialogo. Questo è stato il “filo d`oro” del suo lavoro in psichiatria. Quando un compagno di strada, come lo è stato Ettore Pellandini, ci lascia, accanto alla tristezza per la sua assenza, emerge anche la pienezza del suo pensiero e soprattutto dei suoi gesti e delle sue pratiche sul campo, che svelano l`anima profonda della Cura, in cui i pazienti potevano finalmente prendere la parola, divenire faticosamente soggetti della cura e non meri oggetti da curare. Con il suo forte sapere pratico, come lo chiamava Sartre, la Cura nelle sue mani e nella sua voce diveniva arte del dare cura, essere cura, farsi cura , prendersi cura, avere cura ... Un`eredità, quella che ci ha lasciato, ancora in grado di guidare il nostro so-stare nella prossimità e nella vicinanza di chi soffre proprio del non potere stare e del non potere trovare più un posto dove essere e vivere. Il suo lavoro critico dentro (a volte contro) l`istituzione manicomiale di allora, rivelò quanto di quell`istituzione era oramai da cambiare, da riformare, ma anche da guarire e curare per ridare un`esistenza e orizzonte di senso e di vita proprio a chi era stato dimenticato nei luoghi senza uscita del vecchio Asilo psichiatrico. Viviana Altafin, animatrice, Socioterapia OSC, docente SUPSI/DEASS, Valentino Garrafa, animatore socioculturale, Socioterapia OSC, 3 Graziano Martignoni, psichiatra, professore SUPSI/DEASS. 1 2

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Ettore Pellandini è stato uomo di teatro, che ben comprendeva come la scena della follia fosse da sempre (sin dall`antichità) teatro della follia. In quel teatro abitavano i silenzi, ma anche le voci urlate della follia, la domanda di accoglienza, di ospitalità e le giubilazioni al cielo dove stavano ancora gli dei, tutto ciò che chiamiamo Cura. Una follia, a volte malattia, altre solo dolore dell`esistere, testimone di ciò che tragico sta nell`esistenza. “La follia, scrive Eugenio Borgna, non è qualcosa di estraneo alla vita, ma una possibilità umana che è in noi, in ciascuno di noi, con le sue ombre e con le sue incandescenze emozionali. La tristezza e l’angoscia sono esperienze umane non estranee alla nostra esistenza”. “Abbiamo capito, scrive Peppe Dell`Acqua ricordando le parole di Franco Basaglia, che il manicomio è “il teatro della follia” dove ognuno è costretto a giocare una parte che è la sua parte. In manicomio non c’è mai una sera in cui si recita a soggetto. Tutti gli attori di questo strano teatro hanno un canovaccio fisso, “i quadri viventi” della follia, dove le parti e il copione sono sempre gli stessi. Le battute non mutano mai. I quadri viventi sono paradossalmente connotati da un’immobilità mortale [...] Ebbene proprio questo teatro della follia, la follia che diventa malattia mentale, è stato il campo della nostra lotta. [...] Quello che voglio dire è che per noi la follia è vita, tragedia, tensione”. Ettore Pellandini, è stato, con alcuni di noi, testimone e attore di quella appassionata stagione anti-istituzionale, che preparava con l`aiuto dei grandi uomini della psichiatria di allora, da Basaglia e la sua psichiatria democratica, a David Cooper e l`avventurosa hybris dell`antipsichiatria inglese (che è stato ospite anche del nostro ospedale), a Jean Oury, che invitava a curare l`ospedale, la grande trasformazione e il superamento delle mura di chiusura del manicomio. È stato un vero e proprio viandante nei terrirori del Grande Altro, dal palcoscenico di Strehler alla clinica di La Borde, vivissimo laboratorio di quella che è stata la psicoterapia istituzionale. Ettore è giunto nel territorio assonnato della nostra psichiatria ancora fortemente autoritaria, istituzionalizzata, medicalizzata e organicistica, rompendo le “catene” visibili e invisibili (era ancora il tempo dei camici bianchi e delle divise degli infermieri, che segnavano, ad esempio nei colori dei pantaloni i gradi che si occupava della gerarchia, dei reparti separati maschili e femminili, dei reparti chiusi, del dominio delle “chiavi”, del mito della pericolosità del malato mentale, dei ricoveri coatti, ecc..), che ancora la governavano. È giunto con le “valigie piene”, come lui stesso diceva del suo bagaglio culturale, per attraversare, con molti di noi,

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Ettore Pellandini con il Dr. Jean Oury


le terre frastagliate ed erratiche della follia, in cui ci si poteva smarrire come tra i ghiacci del passaggio a Nord-Ovest, che evocano a volte il finis terrae e il finis mundi. Nello spazio-tempo del Grande Alto, che Ettore frequentava con la leggerezza, ma anche la sofferenza dell’uomo di palcoscenico, poteva accadere il vero incontrarsi (Ereignis) con gli sguardi, le parole a volte solo sussurrate, altre urlate, che venivano da chi quel mondo abitava. “Quando incontravo uno schizofrenico - scrive Bin Kimura - io cercavo di insinuarmi in una fenditura attraverso i diversi sintomi che si mostravano alla superficie per penetrare nello spazio segreto che vi era dietro. Io mi trovavo allora in un luogo che mi appariva come il mio proprio luogo”. Questo spazio segreto, che l`incontro con la follia può svelare, è per ognuno di noi la casa di-dietro-il-mondo della nostra propria esistenza. Ettore Pellandini è stato un inquilino delle soglie tra il ghiaccio e il fuoco, tra la forza di gravità della vita a volte amara del malato e la leggerezza dell`invenzione creativa. Lui ci invitava ad incontrarsi proprio là. Incontriamoci là sul suo palcoscenico! La cura e i luoghi, che accolgono la follia, ma anche la alienano, erano teatro, in cui i pazienti divenivano attori delle loro sofferenze trovando aperture, dialogo, nuove storie ... Ettore Pellandini ha dato con il suo lavoro verità alle parole di Höldrelin quando diceva “noi siamo un colloquio”. Ripensando ai suoi gesti, alle sue parole, al tono della sua voce comprendiamo la sua capacità non accademica, ma concretamente incorporata nella concretezza del quotidiano sino alle tenebre di quelle foreste ignote, di indicare, senza doverlo spiegare, il senso più profondo di quella sua lotta contro il tragico dell`esistenza. Luoghi di cura come approdi dopo la tempesta, porti protetti dai venti, ove fare riposare la propria vita. È la querentia, descritta da Ernest Hemingway in Morte nel pomeriggio (1947), di cui abbiamo bisogno per proteggerci, è la dimora segreta della nostra anima, è la soglia, il tra, l’Aida che segna il confine, è il qui e là della presenza a noi stessi e all’altro (...). Per stare, so-stare nei pressi della follia, che è il linguaggio ma anche il nucleo più profondo e incandescente del mondo psicotico. Ettore Pellandini ha fatto sua la lezione di Jean Oury, che fu a sua volta suo maestro nel suo periodo a La Borde e che ospitammo più volte anche da noi a Casvegno. Quella lezione è stata insieme a quella di Basaglia, per lui e per tutti noi di quella generazione, una guida alla riforma, che si stava preparando. Era il decennio mirabile degli Anni Settanta del Novecento. Oury ricordava che solo una presa a carico collettiva del paziente ne avrebbe garantito la cura, non solo come progetto di possibile guarigione, ma soprattutto come opera di comprensione di un`esperienza umana al limite tra cristallo e fumo,

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tra chiusura e liquefazione, come nell’autismo e nella dissipazione del troppo aperto e di condivisione fraterna ad una medesima “comunità di destino”. Ecco il momento per Ettore di dare anima al Collettivo, depositario dei brandelli di esistenza, che la tormenta psicotica ha generato, ma anche luogo di riparazione, di ritrovamento dei pezzi dispersi prima che diventino, come scrive Bion, oggetti bizzarri. Accogliere la follia per proteggerne il senso profondo del suo essere esperienza “umana troppo umana”, questa la verità celata nel lavoro quotidiano di Ettore Pellandini. Il suo essere artista, istrione, attore, empatico, passionale, ma con una ricca generosità personale e culturale lo favorì su quella strada che ridava dignità all’uomo sofferente e combatteva l’alienazione con le sue forme burocratiche e gerarchiche, per umanizzare l’istituzione stessa della Cura . Lo diceva sovente, entrare in psichiatria è una scelta per la vita. Il terreno si presentava allora fertile per il cambiamento, appoggi di rari politici illuminati, che lo sostenevano, di giovani medici brillanti e umani, che navigavano nella sua stessa direzione. Notti insonni, ma anche notti per discutere, per pensare come cambiare il mondo che per noi era soprattutto il mondo manicomiale . La fondazione del Club ’74 e la formazione di un’équipe socioterapica - gestita in modo orizzontale – disposta a condividere l`orizzonte di liberazione dell`istituzione con spirito militante, furono momenti decisivi della grande mutazione . La sua formazione di attore presso il Piccolo di Milano e la sua genialità nel ruolo di regista riusciva a trasformare in attori anche i più reticenti e chi si considerava incapace. Queste sue doti hanno fatto in modo che il suo Atelier del Mimo diventasse nomade e che, come un carrozzone da circo, potesse “espatriare” da Mendrisio con spettacoli di qualità. Grazie a questa singolare esperienza ci siamo fatti conoscere portando virtualmente con noi Jaques Brel, Edith Piaf, i ricordi di guerra, l’Amore e la Morte come poetica brezza. La fondazione di un Club terapeutico dei pazienti, in cui l’Ascolto, la Parola e la Relazione segnavano il quotidiano, rimane ancora oggi exemplum di una Buona Cura di una pratica per non rimanerer fermi e per combattere il pratico-inerte, di cui palra Sartre già negli anni Sessanta. Ettore diceva “la Cura della follia è un continuo ricominciare da capo”. Un monito attualissimo, perché so-stare nella vicinanze della follia, che sta non tanto e

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soprattuto non solo nel cervello, vuol dire andare verso quel luogo ove abita l’anima, spesso ferita, abbandonata, dolorosa, che ricorda la Zona del film “Stalker” di Andrei Tarkosky (1979) e insieme le parole di Eraclito, quando ammoniva “i confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos». Ettore è stato un viaggiatore d’anime, che si sono fatte corpo sul palcoscenico dei suoi spettacoli di mimo; è stato un ricercatore e un inventore dei Possibili, consapevole, che quei confini non li avrebbe mai trovati. Forse ora, che sta nell`infinito viaggio verso l`Altrove potrà forse sostare sulla soglia di quei confini ... e da laggiù vedere. Viviana Altafin, Valentino Garrafa, Graziano Martignoni Dicembre 2020

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Ricordando Ettore di Magda Chiesa

Se sono qui è merito suo. Questo è stato il primo pensiero affiorato alla mia mente quando l’amico Rio, con il tono garbato che lo contraddistingue, un pomeriggio di gennaio mi ha chiesto se avrei avuto piacere di scrivere qualche parola per ricordare Ettore. Con piacere gli offro questo modesto tributo e mi accingo quindi a ripercorrere i tortuosi sentieri della memoria per parlare di chi, più di trent’anni or sono, indirettamente, mi avvicinò a questo straordinario mondo che è la psichiatria, e che, in qualche modo, è diventata casa mia (che, guarda un po’, fa anche rima). Egli fa parte dei molti maestri che hanno costellato la mia vita e ai quali, in tempi diversi, mi sono rifatta. Questo ricordo è un gesto di gratitudine ad Ettore per avermi insegnato molto e per averlo fatto lasciando delle tracce indelebili. Infatti, con la sua passione, che spesso si traduceva quasi in ostinazione, riusciva a sollecitare le persone dal profondo, facendo leva sulle emozioni e risvegliando le coscienze. E sappiamo che, quando un messaggio arriva alla mente transitando dal cuore, si fissa inesorabilmente e permanentemente. Ettore sapeva fare questo: sapeva solcare la roccia, goccia goccia, con pioggerelle primaverili o con tempeste burrascose. In questo modo ha scavato il corso di un torrente, che si è fatto ruscello, che si è tramutato in fiume e che, nel suo corso, ha travolto tutto e tutti esondando e contribuendo così, come il Tigri e l’Eufrate, a fertilizzare un terreno, che si è dimostrato essere pronto a dare frutti meravigliosi. Il più bello di tutti è stata la nascita del Club ’74, con tutte le sue derivazioni. Ettore soleva dire di sé: “che se ne parli bene, o che se ne parli male, l’importante è che se ne parli”. Bisogna possedere un’immensa forza per poter autenticamente

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pensare questo e viverne con coerenza le ricadute. Ettore questa forza l’aveva e poggiava sulle sue solide e fondate convinzioni. Credo che sia in virtù di questa forza che molti di noi si sono sentiti legittimati a portare avanti piccole e grandi battaglie personali o di gruppo, tutte fondamentali, come per esempio il liberarsi dai camici, simbolo di divisione, di separazione, di lontananza dall’altro o aprire le porte dei reparti. Quel che però sempre e immediatamente associo alla figura di Ettore è l’Atelier mimo, operazione straordinaria in cui per tanti anni ha messo la sua competenza terapeutica e le sue straordinarie doti di regista ed attore, sviluppate con Giorgio Strehler. Ancora oggi la voce di Jacques Brel, colonna sonora di molte delle opere - perché tali erano - che abbiamo portato in scena grazie alla sua sapiente ed energica regia, mi riporta là, sul palco, al porto di Amsterdam, o sull’assito di Auschwitz, o in una piazza dove un’orchestra suona Mozart, o là “dove il mare luccica e tira forte il vento”. L’Atelier mimo è stata una scuola di formazione, di vita e di lavoro, che mi ha inesorabilmente portata a decidere quale psichiatria avrei voluto incarnare. Dietro alle quinte ho imparato la cosa più importante per chi pretenda di curare l’altro e cioè che l’altro sono io. La mia ansia di non ricordare il tempo esatto dell’entrata era la stessa che viveva il mio paziente. La lieve, ma produttiva e decisiva umiliazione che vivevo quando Ettore fermava tutto, musica, luci, movimento, perché mi trovavo al posto sbagliato nel momento sbagliato, era la stessa che viveva il ragazzino, che nulla sapeva della psichiatria, ma che partecipava al mimo perché ci andava la sua mamma. La trepidazione quando il sipario lentamente si apriva, la gioia degli applausi, la soddisfazione, il sollievo e la fatica, erano gli stessi per ognuno dei trenta attori, addetti alle luci (caro Orlando), all’allestimento (caro Ermanno), o ai costumi (cara Maria Rosa), senza distinzione alcuna di statuto. Quello del mimo è stato uno dei regali più belli che Ettore ha fatto all’OSC, mettendoci tanta di quella foga e entusiasmo che, poco ci mancò una volta che, sul palco, o meglio, giù dal palco, si rompesse l’osso del collo, preso da un vorticoso walzer, ballato senza soluzione di continuità tra la scena e il vuoto e culminato in un fragoroso ruzzolone suo e della sua dama, che gli costò la frattura di qualche costola.

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Chi dicesse però che aveva un carattere d’oro, mentirebbe sapendo di farlo. Aveva un carattere difficile, talvolta duro, di colui che non scende a compromessi, che non esita a metter il dito nella piaga a costo di irritare le persone. Eppure questa sua modalità, che faceva allontanare alcuni dal suo messaggio, ha prodotto il cambiamento dei più. Emblematiche erano le riunioni al 400. Lì ho imparato cosa significa stimarsi, ma non risparmiare colpi e battagliare per le proprie idee. Questo spirito dialogico è stato tramandato e si ritrova nell’equipe di socioterapia, che con giusta fierezza e con immutata convinzione, porta avanti il pensiero e il messaggio di Ettore. Ettore è stato qualcuno che si è preso a cuore, oltre che l’istituzione psichiatrica, le persone. I suoi collaboratori erano tutti un po’ suoi figli: li conosceva nel profondo, metteva a nudo le loro debolezze, ma li spingeva a dare il meglio, valorizzando le loro qualità. Aveva saputo circondarsi di persone che, come lui, erano contraddistinte da un carattere forte e da una passione incrollabile per il loro lavoro. Ma, soprattutto, Ettore aveva un rispetto assoluto dei suoi pazienti, che vivevano dentro e fuori Casvegno e costruiva con loro un rapporto di sincera amicizia. Si dava per loro anima e cuore e sono state moltissime le persone che a lui devono quell’aggancio vitale che ha permesso loro di sentirsi ancora vivi, riconosciuti a appartenenti ad una comunità. Ricordo con tenerezza e affetto uno di loro, il caro Antonio, che tutti i mercoledì sera, prendeva il treno da Bellinzona per partecipare alle prove. Lui, Pierrot triste, che con il suo sax ci ha regalato le note del suo dolore e della sua speranza. Ad Antonio, Orlando, Ermanno e a tanti altri, Ettore ha dedicato la sua vita, la sua cura competente e la sua perfetta conoscenza delle loro vite e delle loro storie. Sono certa che, se potessero farlo ancora, oggi si unirebbero a me in questo “grazie, Ettore”. Magda Chiesa Gennaio 2021

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Ettore, un uomo con gli attributi di Manolo Lacalamita

Mi dispiace, per esigenze di spazio e per non tediare chi legge, di aver dovuto concentrare il più possibile la storia dell’epopea irripetibile di quegli anni che ha visto i grandi cambiamenti a Casvegno, a cui ho assistito e di quel che mi ricordo, tralasciando purtroppo molti aspetti pure importanti di questa comunità. Ettore Pellandini arrivò a Casvegno alla fine degli anni ’60, (chiamato dal Dipartimento Opere sociali del Cantone e voluto dal direttore dell`ospedale neuropsichiatrico Dr. Elio Gobbi, con un progetto psicodinamico di cambiamento che fu chiamato per l’occasione “socioterapia”) poichè si volevano umanizzare il nosocomio e migliorare la qualità della vita dei pazienti, cercando di modificare regole e rapporti di “sudditanza” tra curati e curanti. Tra l’altro Ettore aveva portato un’esaustiente film realizzato dalla Sandoz che illustrava concetti e metodi di cura in uso alla clinica di La Borde a Blois in Francia, gestita dallo psichiatra Jean Oury e dallo sociologo Felix Guattary, e considerata all’avanguardia nella cura e nel rispetto della dignità delle persone con problematiche psichiatriche e del loro coinvolgimento nella comunità socioterapeutica. L’inserimento del Nostro non fu né facile e nemmeno indolore poiché una certa parte della nomenclatura terapeutica ed amministrativa lo osteggiò con grandi e piccole angherie: vedi ad esempio l’avergli cambiato il cilindro delle porte del grande salone per impedirgli di fare la sua attività teatrale. Dovette inoltre intraprendere la formazione infermieristica (concentrata in due anni) e apprendere tutta una serie di tecniche manuali (che comunque considerò preziosi oggetti mediatori alla relazione con gli ospiti), Lui che, in Francia aveva gestito molti gruppi di parola, attività teatrali, organizzato numerosi eventi culturali e musicali dentro e fuori la clinica. Grazie agli attributi a cui si accenna nel titolo, grazie alla sua caparbietà, alla sua intelligenza e genialità, alla sua capacità oratoria e di persuasione, capacità di mettere in discussione e alla sua preparazione teorica e pratica di cui, diceva, erano piene le sue “simboliche” valige francesi e grazie alla sua formazione di attore presso la Scuola del Piccolo di Milano (Giorgio Strehler e Paolo Grassi), ben presto Egli riuscì a conquistare giovani medici, infermieri e allievi infermieri (la cui scuola era ubicata all’interno del neuro) catalizzando il loro entusiasmo e le loro energie nei progetti di attività volte a democratizzare la vita istituzionale e dare così voce a chi storicamente non l’aveva mai avuta e cioè i pazienti. Questo con proposte come l’audiodisco

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serale, che vedeva riuniti alcuni operatori e pazienti per discutere di musica ed altro, poi, in seguito con la nascita del giornale “Insieme”, con l’impegno teatrale, con tutta una serie di occupazioni creative, con incontri con le famiglie (prime feste campestri), con l’importante costituzione delle assemblee generali che permetteva finalmente ai pazienti di esprimersi anche criticamente e liberamente (a questo proposito è interessante riportare alcuni aneddoti: il Dir. Gobbi ascoltava tutta l’assemblea nascosto dietro le tende del palcoscenico, mentre il Dir. Giuseppe Bosia, suo successore, si sedeva in assemblea, prendeva il microfono e non “mollava “ più la parola (ansioso di dare risposte a tutte le questioni) e infine con la nascita del Club ‘74 (con tanto di Statuto riconosciuto dalla Direzione e dal Dipartimento) che permetteva a tutte le persone di partecipare alle varie iniziative, proponendo anche di proprie e potendo uscire più facilmente dai reparti, all’epoca ancora chiusi. Le Assemblee generali e il Club ‘74 furono gli strumenti teorici e i grimaldelli pratici che scardinarono pian pianino il potere delle chiavi, aprirono i reparti, misero in discussione certe terapie pesanti e le degenze troppo lunghe, l’autoritarismo, le uniformi (che dividevano i ”sani” dai malati) e tutta una serie di normative deresponsabilizzanti per i pazienti. Finalmente il paziente assurgeva ad un ruolo di pari dignità e responsabilità come tutte le altre persone e diventava soggetto del proprio progetto terapeutico e non più mero oggetto di cure. Il diritto alla parola, la relazione, l’accoglienza, l’empatia, la vicinanza, il rispetto anche per la sofferenza dell’altro e la consapevolezza che la follia fosse parte della tragedia umana collettiva, diventavano argomenti importanti e di interesse generale che motivarono e coinvolsero molti operatori di tutti i settori e, grazie alla cui fattiva collaborazione, Casvegno cambiò pelle e raggiunse l’evoluzione positiva che abbiamo poi conosciuto. Bisogna dire che il periodo era favorevole, soffiava ancora forte il vento della contestazione del maggio ’68 francese che aveva galvanizzato molti. Che Guevara era più che mai vivo nelle coscienze critiche, c’erano le canzoni e i testi di proteste contro la guerra nel Vietnam e contro i vari poteri forti, l’affermazione del femminismo e l’orgoglio omosessuale, la lotta per i diritti civili dei neri in America, le lotte operaie e le aspirazioni indipendentiste degli ultimi paesi ancora colonizzati, le esperienze psichedeliche e quelle trascendentali e meditative di antiche civiltà, eccettera. Si ascoltavano musiche rock: Joan Baez, Bob Dylan, Jacques Brell, Georges Brassens, Leo Ferré, De André, Guccini, ecc. e si leggeva Jack Kerouac, Alan Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti; si par-

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lava dei libri di Albert Camus, di Jacques Prevert, della Yourcenar, di Anais Nin, di Michel Foucault, di Erving Goffman, Marx, Bertrand Russel, Herbert Marcuse, Michail Bakunin, ecc.. In Ticino la Rtsi aveva appena realizzato un documentario ”Il villaggio dei matti” (1976) sulla realtà di Casvegno (a cura di Eros Bellinelli e Borghi) che aveva sollevato un polverone in tutto il cantone. Si riscoprivano le esperienze libertarie e vegetariane dei “balabiott” del Monte Verità di Ascona, c’erano le proteste degli apprendisti, c’era stata l’occupazione dell’aula 20 alla Magistrale di Locarno, c’erano manifestazioni anche contro l’asbestos e l’amianto, contro i depositi di scorie nucleari, contro l’inquinamento di acqua ed aria, contro la guerra, le schedature (caso Cincera) e il militarismo. C’era quindi un forte fermento culturale e proteste sociali in tutto il Cantone. A Casvegno e dintorni si parlava di psicanalisi (Freud, Jung, Wilhem Reich, Erich Fromm, James Hillman, Von Franz, Jacques Lacan ecc.), delle comunità terapeutiche di varie specie e nazionalità (tra cui quella di Maxwell Jones), di psichiatria democratica (Franco Basaglia, Giovanni Jervis e Co), di psicoterapia istituzionale francese (Racamier, Jean Oury, Francois Tosquelles ecc.), di antipsichiatria (Cooper Ronald Laing) e di leggi a favore delle persone a margine della società come la legge sociopsichiatrica (LASP) che professionisti e politici illuminati riuscirono a portare a buon fine, come anche l’implementamento di antenne per le problematiche delle tossicodipendenze. È in quel periodo che ho incontrato l’Ettore incaricato di fare alcune ore di lezioni alla scuola dei terapisti d’animazione che frequentavo. Fu per me un incontro carmico perchè oltre ad essere diventato una cara persona per me, Egli fu il mio principale maestro professionale e colui che, con gioia e dannazione, mi appassionò al mondo della devianza e della follia. Ricordo il gran piacere di lavorare con lui e con i miei compagni, i momenti spensierati, le risate, il grande impegno che assorbiva spesso buona parte della nostra vita privata, le preoccupazioni per le trasferte con i numerosi ospiti per le rappresentazioni dell’atelier del mimo, sia in loco che nel resto della Svizzera, e anche all’estero, o le varie interessanti visite private e professionali alla clinica di La Borde dove aveva lavorato e dove qualcuno dei vecchi ospiti lo chiamava ancora Hector Totor e dove ho anche conosciuto alcuni suoi simpatici parenti che avevano lavorato nella medesima clinica a vario titolo. Con un uomo così forte caratterialmente non mancarono, malgrado l’affetto e la profonda stima, vivaci discussioni e qualche insanabile disaccordo sulla conduzione del servizio e sulle prospettive di evoluzione del club che non sto qui a specificare.

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A volte ci rimproverava energicamente di avergli completamente svuotato le sue proverbiali valige non dando niente di concettuale in cambio, oppure nei momenti di grande tensione, ci diceva che lui era disponibile a scendere alcuni scalini per venirci incontro, ma noi dovevamo salirne almeno dieci o venti. All’inizio degli anni Settanta eravamo in pochi a formare un collettivo con lui e lavoravamo su un piano paritario e orizzontale ed esisteva soprattutto una gerarchia di competenze. In seguito con l’arrivo di altri amici fu creato un servizio di socioterapia di cui logicamente Ettore ne fu il capo. Non trovo utile citare qui i nomi dei miei amici e amiche che hanno fatto prosperare il Club e il Servizio di socioterapia e con cui è stato fantastico intraprendere quell’epica avventura perchè buona parte di essi hanno dato un contributo a questo numero dell’Insieme, ma vorrei citare il Bicio Pellandini (morto qualche anno fa) che fu a lungo l’alter ego di Ettore Pellandini, nel senso che Ettore scombinava e provocava a volte operatori vari con le sue proposte innovative e il Bicio, in un tacito accordo, mediava le situazioni. In pratica il poliziotto “cattivo” e quello “bravo”. A seconda delle necessità Ettore era fenomenale nella capacità di valorizzare le persone e in particolare i membri del suo più che eterogeneo gruppo. Infatti riusciva ad incanalare l’irrequietezza, l’insofferenza all’ordine costituito e un certo disadattamento sociale aggregando il bisogno di rendersi utili, di donare, di indirizzare energie positive degli uni e degli altri in un processo virtuoso di sviluppo creativo e di messa in comune di esperienze personali, cementando questo crogiuolo magmatico di forze in una passione collettiva che, coinvolgendo anche lui, ci faceva sentire parte vitale e motrice di questo progetto pionieristico e all’avanguardia. Questa passione collettiva è la forza che ha permesso al Club ‘74 e al servizio di rafforzarsi e di inserirsi negli ambiti politico-sociosanitari e di imbastire progetti socioculturali che hanno travalicato spesso Casvegno. Penso che è proprio nell’impegno teatrale dell’Atelier mimo dove ogni membro e ”attore” recita, in fondo, se stesso e i propri pregiudizi, che l’uomo Ettore si confrontava con l’artista tormentato; infatti come in una tragedia greca, mi sembrava che Ettore-Achille (suo secondo nome) si misurava con i propri demoni, con le sue paure, con il tentativo di liberare un personaggio sepolto nel proprio Io (come dice Umberto Galimberti) in preda alle sue passioni. Lo vedevo, a volte, mentre concentrato preparava le prove, dirigeva le scene, recitava alcune parti, sceglieva le musiche (canzoni bellissime e spesso tristissime di Jacques Brel e altri) o le luci e la potenza dell’insieme

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di questi suggestivi elementi, ti parlavano spesso più di thanatos che di eros, anche se indissolubilmente quest’elemento non mancava quasi mai negli spettacoli. Questo non ha mai impedito alla compagnia del Mimo e al suo Capo Comico di impegnarsi a fondo sul palcoscenico suscitando forti emozioni e contrastanti stati d’animo spesso in bilico tra il serio e il faceto, ma con la consapevolezza, pur divertendosi, di essere una vera compagnia teatrale, anche se un po’ particolare, che si esibiva davanti ad un pubblico a volte pagante ed esigente. Anche qui si è rivelata la forza creatrice di Ettore. Forse in reazione a questi temi un po’ lugubri (la guerre che verrà, eccetera) c’era sempre una gran voglia di esperienze e le pulsioni, la voglia di vivere spingevano alcuni di noi (femmine e maschi) a “scopare” e a volte pure a fare l’amore. (n.d.r. :) ) Comunque sia questa felice esperienza teatrale mi resterà nel cuore finchè mi ricorderò di averlo. Per finire credo che per Ettore e per il servizio il periodo di maggior importanza sia durato fino alla metà degli anni ‘90 con il parziale smembramento dell’equipe e il suo ridimensionamento a causa della creazione del Carl, che i nuovi bisogni socioeconomici e sociali richiedevano. Dopo il pensionamento di Ettore nel 2001 l’ho incontrato spesso e, a volte mi faceva critiche più o meno velate su alcuni aspetti della conduzione del Club ‘74, ma mi sembrava, tutto sommato contento che la sua creatura non fosse scomparsa, anche se operava con modalità un po’ diverse, rimanendo comunque fedele ai concetti che aveva portato nelle sue simboliche valige francesi. E anch’io, ormai pensionato, mi rendo conto, e ne sono felice, di aver conosciuto e apprezzato molte persone che, pur in grandi difficoltà psichiche e sociali, si sono rivelate molto umane e profonde e in sinergia con le quali si sono potuti realizzare molti progetti comuni. Sono contento d’aver avuto i colleghi-amici che sono stati al mio fianco e di averne altrettanti stimati che continuano a ritrovarsi nei concetti del Club e sviluppano progetti socioculturali e attività interessanti anche in un periodo così eccezionale e difficile come questo, mantenendo aperti questi luoghi e accogliendo persone oltretutto afflitte da una grande solitudine e da un devastante isolamento. E questo senza scorraggiarsi. Bravi! Manolo Lacalamita Marzo 2021

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Ciao Ettore di Ivo Fibioli

E così ci hai lasciato. Un doveroso ricordo in tuo omaggio stanno preparando le persone nei locali che furono il tuo Club, e anch’io voglio salutarti un’ultima volta. Sono arrivato nel Servizio quasi per caso, anche se sostituto di una persona che ho conosciuto anni prima e della quale non avrei mai pensato di occuparne quel ruolo che già ai tempi mi affascinava, ma, il destino... Chissà cosa avrai pensato, quando da autista dello Stato vengo catapultato in una realtà molto diversa da tutto quello che ho vissuto precedentemente, forse mi hai anche pensato inadeguato a quel ruolo. Ho cercato negli anni di meritarmi quel posto e la tua fiducia oltre a quella dei colleghi, lavorando sodo. Non sei stato un “capo” molto facile, molti sono stati gli scontri che abbiamo avuto negli anni che abbiamo lavorato assieme, ma c’era qualcosa che ci accomunava tutti, una specie di senso del dovere a tutto campo. Erano tempi dove non esistevano concetti come la distanza terapeutica e nei quali quando era necessario si faceva un salto al domicilio dei nostri seguiti, se si sospettavano problemi, anche dopo il normale orario di lavoro. Erano “eccezioni” piuttosto frequenti. Il tuo era un esempio e un impegno un po’ da artista, in bilico precario tra genio e sregolatezza e con questo tuo modo di pensare e agire abbiamo realizzato dei progetti che, molti anni dopo, saranno oggetto di teorizzazioni e temi di conferenze considerati all’avanguardia. Chi poteva pensare in quegli anni, non solo di aprire le porte dei padiglioni ma anche di andare in tournée fuori Cantone o addirittura fuori dalla Svizzera con un Atelier in cui partecipavano anche diversi pazienti acuti? Eppure siamo sempre riusciti a fare tutto in modo che la soddisfazione della performance nel lato artistico, assumesse anche una forte valenza terapeutica. Questo è solo uno degli esempi di quanto si è potuto realizzare con un forte spirito ideale e un gruppo che ti seguiva, a volte anche criticamente, ma che in fondo ti riconosceva una capacità e a volte una genialità fuori dal comune. Vorrei qui ricordare ancora un aneddoto per capire come le risorse di ognuno di noi sapevi cogliere e mettere a frutto per la collettività di pazienti e operatori: è stato quando abbiamo voluto costruire qualcosa di significativo e un po’ “matto”, per il Club. Sto parlando del dinosauro che, dopo tanti anni, ancora si aggira per Casvegno. Eri stato molto scettico sulla capacità di realizzarlo e venivi a vedere i disegni preparatori della struttura portante, con aria molto perplessa e scettica. Nonostante questo non hai mai ostacolato il progetto. Sapevi dare fiducia ai tuoi colleghi, alla forza del gruppo e questo è una bella testimonianza di come eri, che mi piace qui ricordare. Addio Ettore. Febbraio 2021

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Direttore d’orchestra: Ivo :)


Atelier Mimo di Mendrisio

Laboratorio di animazione corporea, produzione di spettacoli Fonte: tls.theaterwissenschaft.ch Autrice: Natalia Genni, 1996

L’Atelier mimo nasce nel 1971 come piccolo gruppo all’interno dell’Ospedale Neuropsichiatrico di Mendrisio (ONC). Ideatore ed animatore è Ettore Pellandini, attore diplomato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e psicoterapeuta. Nel 1974, con la nascita del Club socioterapeutico-ricreativo-culturale gestito dai pazienti (Club ‘74), l’Atelier mimo diventa un’attività della socioterapia e si allarga, coinvolgendo persone esterne all’ospedale. Partecipano a quest’attività una cinquantina di persone, tra degenti dell’ospedale, ex-degenti, medici, operatori professionali, infermieri e persone esterne all’ambiente psichiatrico. Si tratta di un gruppo aperto, soggetto ad un frequente ricambio. Le spese di produzione sono coperte dal ricavo delle rappresentazioni e da altre attività promosse dal Club ‘74. Prioritario per l’Atelier mimo è l’obiettivo terapeutico e spesso le creazioni sono interpretazioni sceniche di canzoni. Fatta eccezione per “La guerra che verrà” (1982) che rievoca gli anni della seconda guerra mondiale e contiene brani di Bertolt Brecht recitati, gli spettacoli dell’Atelier mimo si basano esclusivamente sull’espressione corporea e sono privi di testo. Ogni produzione integra nuovi pezzi alla rielaborazione di brani di spettacoli precedenti. Al debutto nel teatro dell’ospedale seguono alcune repliche in Svizzera e all’estero. La prima produzione dell’Atelier mimo, “Squarcio di vita”, è andata in scena a Mendrisio nel 1980 ed è stata replicata al Piccolo Teatro di Milano, presso la Clinica Psichiatrica Universitaria di Losanna e in altre sale del Cantone Ticino. Tra le altre produzioni si ricordano: “Storia di un...” (1984), “La scatola musicale” (1996) e “Don Quichotte” (1996), un’azione scenica su musica di Jacques Brel che costruisce una metafora sulla figura dell’operatore sociopsichiatrico ed ha debuttato al Teatro Cittadella, Lugano TI in apertura del convegno Psichiatria e Teatro. Nel 1999 l’Atelier mimo ha prodotto “Scampoli”, uno spettacolo che ripercorre le tappe fondamentali della storia del gruppo ed è stato ospite del Teatro Sociale, Bellinzona TI.

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Caro Ettore ti scrivo... d i R i o To n i n i

Presidente del Club ‘74 dal 2005 Caro Ettore ti scrivo… … così ti elogio un po’ perché una persona così grande lo merita. Ti ho conosciuto nel 2000 inoltrandomi di soppiatto nel tuo Atelier mimo, atelier che mi ha dato la possibilità di calcare le scene di un palco, ma purtroppo proprio in quell’anno tu andasti in pensione e per me con tutti i partecipanti non abbiamo avuto l’occasione di completare la messa in scena di quel grande spettacolo che avevi in mente. Mi ricordo che era ambientato su una nave da crociera, ma ricordo anche quanto tu eri preso ad istruire i vari, e non erano pochi, figuranti. Comunque sappi che da quella esperienza ho iniziato a frequentare l’Atelier teatro che mi ha dato immense soddisfazioni; sentire il cuore battere a mille e vedere tutti gli spettatori presenti al teatro mi dava una grande scossa di adrenalina. Grazie per aver fatto sì che mi metessi in gioco!!! Tu, grande, hai fatto più di mille cose per rendere la Clinica psichiatrica un modello innovativo, seguendo le orme di Jean Oury, per dare voce e dignità agli ospiti della clinica. Hai fondato il Club ’74 del quale io da quasi quindici anni sono membro attivo nonché Presidente; carica quest’ultima che mi gratifica moltissimo poiché mi permette di avere delle responsabilità nei confronti di tutta la comunità di Casvegno. Tutti questi meravigliosi anni passati al Club ’74 lo fanno sentire un po’ anche mio, perché veramente ci metto anima e corpo per farlo conoscere anche all’esterno della clinica; per me è una grande famiglia del quale ormai sono abituato. Caro Ettore, hai creato una vera e grande opportunità al fine di permettere a tutti i pazienti di esprimersi liberamente e democraticamente. Non è da dimenticare che hai voluto anche che ci fosse il giornale “Insieme”, che ora compie i cinquant’anni, di cui da vent’anni, con grande soddisfazione, sono caporedattore. Questo ulteriore strumento aiuta a dare ancora più voce ai pazienti con i loro scritti, emozioni, poesie, disegni, eccetera. Ed è proprio con questo giornale che vogliamo omaggiarti per la tua grande umanità con cui hai voluto e ottenuto quei diritti per coloro che avevano, e che hanno tutt’ora, una sofferenza psichica. Non parlo della tua saggezza e caparbietà che ha portato ad aprire le porte dei padiglioni, per questo argomento fanno già molto riferimento i tuoi “allievi”, intendo citare Manolo, Ivo, Viviana, Valentino, Magda e tanti altri… Se non ci fosti stato tu ora nemmeno io sarei qui al Club ’74 e forse sarei a casa a girarmi i pollici. Grazie Ettore per l’opportunità datami!!! Marzo 2021

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In ricordo di Ettore ... ci lascia l’eredità storica di un modello vincente ... d i C l a u d i o e A n n a m a r i a M e rc o l l i - B e r g o m i

Ricordiamo Ettore negli anni Settanta (del secolo scorso) come pioniere di quella stagione feconda, unica e irripetibile all’allora Ospedale Neuropsichiatrico Cantonale di Mendrisio, al cui rinnovamento e apertura ha contribuito in modo determinante. Attivo ed entusiasta nel diffondere e renderci partecipi dei suoi riferimenti, i carismatici maestri Oury e Guattary e la “Clinica La Borde” in Francia, di cui ci parlava sempre con particolare affetto e ammirazione, si è fatto portavoce di quella corrente intrisa di valori etici e umani straordinari. È stato un promotore tenace e coinvolgente nell’introdurre, non senza difficoltà e resistenze, importanti sperimentazioni, dal Club ’74, al mimo, al teatro, all’ascolto del geniale poeta della musica Jacques Brel, che confluivano nella socioterapia, assumendosi sempre con coerenza la piena responsabilità delle sue scelte e sostenendole con la sua proverbiale capacità dialettica. Noi lo consideravamo, oltre che un serio professionista, una persona all’avanguardia e progressista pronta a raccogliere le sfide, ed era contagiosa e stimolante la sua voglia di operare a favore del benessere dei pazienti e della loro reintegrazione sociale. Abbiamo avuto il privilegio di condividere con lui ideali, passioni, progetti ed esperienze, che hanno gettato le fondamenta per quella incredibile svolta epocale nell’ambito della psichiatria e delle sue istituzioni. Ettore è stato un vero protagonista e ci lascia l’eredità storica di un modello vincente e di un fervido pensiero che continuano a vivere. Gennaio 2021

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Ricordando Ettore

di Giovanna Montesu Poletti

Luglio 1967, avevo 20 anni e partivo dalla Sardegna per tre mesi di lavoro come aiuto infermiera nell’ospedale San Giovanni di Bellinzona. Qualche lacrima e tanta nostalgia, ma iniziare a lavorare e guadagnare fu la scoperta più bella. Dimenticai la scuola interrotta in Sardegna, e per due anni lavorai nel reparto di ginecologia. Luglio 1969, inizio a lavorare all’ONC, l’Ospedale Psichiatrico Cantonale di Mendrisio. Avrei potuto fare l’infermiera in cure fisiche come mi consigliava la mia capo reparto suor Tarcisia ma avevo conosciuto gli infermieri che venivano a fare lo stage da Mendrisio e da loro avevo sentito parlare di psichiatria, fu così che feci il colloquio di ammissione con il mitico dottor Giuseppe Bosia allora vice direttore dell’ONC. Così è iniziata la mia avventura, nel campo della psichiatria, che è durata 40 anni. Per parlare di Ettore Pellandini comincio da quando iniziai la scuola di infermieri in psichiatria. Il signor Dei Cas era il nostro insegnante, era lui che con passione ci parlava di “Saper essere e saper fare”. Mi piace ricordare i miei compagni di scuola, eravamo in nove, cinque ragazze: Eugenia Crivelli, Iole Trevisan, Renata Toffoli e Nadia Caffi ed io, quattro ragazzi; Franco Toffoli, Riccardo Cavadini, Lucca Cesare e Ettore Pellandini. Purtroppo Cesare, il signor Dei Cas, Franco ed Ettore ultimamente ci hanno lasciato. Ho detto ragazzi, beh Ettore e Franco erano uomini già sposati e con figli. Ettore poi, arrivava dalla Francia, aveva un sacco di cose da raccontare e quando iniziava non smetteva più perché erano troppe le novità da dire, lui lo sapeva e secondo me si divertiva a sbalordire chi lo ascoltava. Aveva mille idee e studiava nuovi progetti, poca era la voglia di frequentare le lezioni, credo non abbia mai preso una siringa in mano e nemmeno tentato di fare una iniezione di prova al povero manichino come ci insegnava il signor Dei Cas. Come si può immaginare suscitava nel resto della classe qualche piccola invidia, ci sembrava avvantaggiato nei nostri confronti perché lui poteva arrivare più tardi alle lezioni, non lavorava nei reparti e, che ridere, a volte, du-

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rante le lezioni, forse per stanchezza o perché annoiato, socchiudeva gli occhi e forse pensava o si appisolava. Nel 1972 ricevemmo il diploma e mentre noi pieni di entusiasmo iniziammo a lavorare come infermieri diplomati nei vari reparti, Ettore che intanto aveva finito di tessere la sua tela, poteva finalmente mettere in atto il suo sogno. Era chiaro che aveva una certa esperienza e una marcia in più paragonato a tutti gli altri. Parlava di dare la parola ai pazienti e di creare nuovi spazi diversi da quelli già esistenti come i laboratori delle penne, pile, falegnameria, serra, eccetera. Per la prima volta arrivavano delle nuove figure, gli animatori; Manolo, Fabrizio, Marina e Mary, ed Ettore con loro creò il Servizio di Socioterapia. In questo Servizio poi con gli anni si sono alternati vari operatori ed anche io ho avuto l’opportunità di farne parte per ben cinque anni. La sciarpa rossa di Ettore :)

Voglio elencarvi brevemente il mio iter lavorativo dei primi anni. Diploma e matrimonio nello stesso anno, nascita di mio figlio Andrea l’anno dopo, rientro dopo la maternità e ho l’onore di lavorare cinque anni con il dottor Lombardi nel gruppo della terapia Sakel, ma questa è un’altra storia che merita un capitolo a sé. Nel 1978, dopo la nascita di mia figlia Valentina, finì il periodo della maternità e iniziai a lavorare nel Servizio di Socioterapia con la clausola impostami dalla Direzione che per quattro settimane all’anno io sostituissi l’infermiere che andava in vacanza e che lavorava a tempo pieno con il medico di cure fisiche. Questa soluzione, forse, ad Ettore dava fastidio, faceva fatica ad accettarla spesso si arrabbiava soprattutto nel giorno in cui si svolgeva la riunione d’équipe. Mi ricordo che un giorno, mentre io assistevo un paziente in visita medica, lui mi chiamò ordinandomi di andare subito alla riunione e senza darmi la possibilità di rispondere, chiuse la telefonata. È stata l’unica volta dove io e lui discutemmo animatamente. Ero furiosa soprattutto per il fatto che non mi aveva dato la possibilità di reagire. Con il permesso del medico mi recai di corsa sul luogo della riunione, irruppi nella sala e veramente quasi ci sbranammo, ambedue volevamo avere ragione e nessuno cedette. Finì lì, io continuai a fare le sostituzioni e a lavorare con passione con il gruppo. Per me è stata una nuova esperienza lavorativa, chi ha conosciuto Ettore deve riconoscere che negli anni ’70 ha portato dei grandi cambiamenti. In Italia si parlava di Basaglia e si chiudevano gli ospedali psichiatrici, a Mendrisio si aprivano i reparti e Ettore parlava di Mimo. In quegli anni il numero di pazienti che erano ricove-

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rati si aggirava sui 1000, 1100. L’apertura graduale dei reparti e la possibilità data alle persone di recarsi nei nuovi spazi proposti dal servizio di Socioterapia, diede all’ospedale un’altra immagine, l’ONC ebbe un’altra faccia, si aprì anche al pubblico, con avvenimenti ludici e pièces teatrali. Nacque il Club ‘74, un locale sotto terra, proprio sotto il Centro Medico dove io facevo le sostituzioni. Che meraviglioso spazio di parola, di scambio di opinioni, di ascolto, discussioni e decisioni prese dai pazienti, come non ricordare il signor Alberti forse primo presidente e la Rosmarie, donna colta e segretaria tuttofare del Club. Per me è stato un periodo ricco di entusiasmo, Ettore dava agli operatori la possibilità di spaziare con le idee in qualsiasi atelier tu ti trovassi. Come dimenticare i due anni passati nel laboratorio di ceramica, sempre affollato di persone che arrivavano da tutti i reparti insieme agli infermieri o con i loro medici i quali mettevano le mani in pasta insieme ai loro pazienti e così la creta diventava l’oggetto di mediazione. E come non ricordare lo spazio del Prestin Vecc, luogo dove fino a qualche anno prima venivano sfornate delle ottime pagnotte per tutto l’ospedale, mentre allora io e Alberto un ex maestro di scuola elementare, facevamo la piccola scuola, insegnando a leggere e a scrivere a chi non era ancora capace, con alunni che da un pezzo erano diventati maggiorenni. Nel Prestino si svolgevano anche altre attività di animazione, una volta al mese si alternavano medici, operatori e pazienti per presentare ad esempio i propri paesi d’origine seguiti sempre da rinfreschi regionali. Non sto ad elencare tutti i tipi di attività che si facevano e che ancora oggi chi ci lavora porta avanti, bisogna farlo con orgoglio, senza dimenticare Colui che ha dato inizio a tutto questo. Sperando di festeggiare nel 2024 i 50 anni della nascita del Club, senza mascherina, il che vorrebbe dire che abbiamo sconfitto il Virus, e magari oltre a tutto il resto riprendendo con un’altra sorprendente Festa campestre.

Il Dr. Graziano Martignoni con il Dr. Jean Oury ospite a Casvegno negli Anni Novanta

Caro Ettore, credo che tu abbia dato la possibilità, a chi ha lavorato con te, di esprimere le proprie potenzialità, non solo agli operatori ma soprattutto ai pazienti, utenti o ospiti come chiamano oggi le persone che hanno avuto la necessità di passare in un luogo di sofferenza dell’anima come l’ospedale psichiatrico. Quello che comunque ho vissuto e imparato mi accompagnerà per tutta la vita. Giovanna Montesu Poletti Gennaio 2021 Ettore Pellandini con il Dr. Jean Oury alcuni anni dopo

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A Ettore! Potrà mai posarsi il vento? di Mary Ardia Eccomi timida al primo colloquio di lavoro, al primo incontro con Ettore. Ricordo la mia sorpresa di trovarmi di fronte ad un uomo affasciante, coinvolgente e vicino ai miei ideali umanistici. Ero intimorita, ma entusiasta di poter iniziare un percorso di vita professionale in un luogo così diverso dal mio… e ho detto un sì durato dieci anni! È stato un tuffarmi senza riserve con la guida di Ettore e con i miei compagni della scuola di ergoterapia: Marina, Manolo e Fabrizio. Eravamo giovani, freschi di studi e teorie, con tanti ideali che ci frullavano per la testa, e nel cuore tanta passione per la vita! Ettore ci ha accordato fiducia e noi abbiamo accolto la sfida con creatività. Creatività che ci ha caratterizzato e incitato ad essere sempre autentici con l’altro o con l’altra, con noi stessi e con il prossimo. Eravamo in pochi, giovani, ma già consapevoli che gli ideali utopici fossero il sale della vita, da spendere a favore di chi proprio nella vita non trovava le proprie risorse per affrontarla. Il Club ‘74 dei pazienti, la socioterapia, l’accoglienza, il mimo sono stati i nuovi concetti di quegli anni (1970-80) messi in pratica da Ettore e sul quale ci siamo basati tutti noi attraverso attività terapeutiche e iniziative culturali favorendo e dando spazio alla parola di tutte le parti in causa, uniti, ma soprattutto dando voce e ascolto agli ospiti degenti in ospedale. Il primo Club dei pazienti ‘74 era collocato nelle cantine del Centro Medico e comprendeva un segretariato e un piccolo bar. 4 localini riadattati in un fantasioso country-ticinese e rivestiti di rustiche tavole di legno con la corteccia. Un luogo un po’ angusto e buio, ma dove si scopriva un modo nuovo di lavorare. Ricordo un episodio singolare che mi riporta a quei pioneristici momenti e a quando fu il mio turno di essere responsabile del Club. Facevo fatica a stare in un ambiente scuro perché il mio temperamento sensibile al senso estetico femminile mi incitava a dare colore e luminosità a quei locali. Ne parlai in riunione e i pazienti furono d’accordo. Scegliemmo le tonalità da una paletta di colori. Quello che più diede adito a discussioni fu il color seppia organzino che adottammo prontamente e applicammo sulle cortecce! Non vi racconto il “fracasso” che fece in tutto l’ospedale la nostra scelta e la reazione di Ettore! Per mesi se ne parlò e solo in seguito ad un viaggio fatto in compagnia di Ettore per visitare la clinica La Borde (luogo di nascita delle nuove teorie psichiatriche), mostrandogli i colori che incontravamo nelle città, ci perdonò!!!

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Quotidianamente contribuivamo al cambiamento della psichiatria che era in atto portando esperienze, modalità di lavoro di altri paesi e valori umanistici ed olistici volti ad esaltare la centralità della persona. Sono stati anni di fervore, di partecipazione emotiva che hanno trasformato i sogni e i progetti in realtà. Uno sconvolgimento che non ci ha fatto paura perché, insieme, ci credevamo. I temi, i racconti, le narrazioni delle persone-pazienti ci hanno sempre fatto riflettere, mettendoci di fronte a problematiche più grandi di noi. Discutevamo nelle lunghe riunioni del 125 e non sempre eravamo d’accordo con Ettore, ma il confronto ci ha fatto crescere e andare lontano, perché ponendoci domande trovavamo anche le risposte; a volte le più disparate si sono dimostrate le soluzioni più adeguate ad accompagnare le persone residenti all’OSC. Posso dire che ancora oggi attingo a tutto questo bagaglio perché sono arrivata a comprendere la preziosità e la ricchezza che ci era stata messa a disposizione affinché potessimo estrapolare il meglio di noi stessi. Ettore ci ha spronato a fare, a mettere in atto le cose più versatili per scoprirci e per trasmettere le nostre competenze, le nostre capacità e abilità! Chi avrebbe mai pensato allora che la parola accogliere racchiudesse tutte le sfumature dell’apertura all’altro? Che accogliere volesse dire mettersi in gioco? Che accogliere esprimesse partecipazione? Che accogliere significasse andare oltre per sentire, per comprendere, per conoscere, per evolvere, per agire? Il concetto di accoglienza è stato l’incipit, il preambolo che mi attraeva e mi attrae tuttora, molto, perché contiene lo stupore nell’incontro con il proprio intimo e con l’altro nel rispetto della dignità, della diversità di valori e culture, di modi di essere, di caratteristiche personali in un ascolto attivo, vero, reale sia nella globalità che nella complessità di ognuno. Un’inclusione! Nel concreto, per esempio, attraverso la preparazione degli spettacoli di mimo, le uscite in tournée, ospiti dei più illustri teatri della Svizzera e di altrove; sono state le esperienze più arricchenti fatte di scambi profondi, di vicinanza anche; soprattutto in quei momenti di maggiore sofferenza da parte di alcuni ospiti. Come dimenticare il primo mimo messo in scena sul palco dell’OSC con una sala gremita e noi eccitati, agitati, preoccupati? Come dimenticare una scena dove con Ettore piroettavamo come due dervisci rotanti senza perdere l’equilibrio… e al momento concordato ci lascia-

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vamo cadere senza farci male? Un vortice di emozioni che ritornano nel presente. Con cura organizzavamo piccoli e grandi eventi. Ad elencare tutte le attività svolte con gli ospiti dell’OSC non basterebbero fiumi di parole. È stato un pezzo di storia, siamo stati un pezzo di storia. Ettore è stato un pezzo di storia di Casvegno! Le competenze di Ettore, e con lui quelle di tutte le persone che ho conosciuto all’OSC: Giovanna Poletti, il dottor Lombardi, il dottor Martignoni, il dottor Maiullari, colleghe e colleghi sorprendentemente importanti (e sono solo alcuni) hanno saputo trasmettermi quell’apertura mentale che mi ha permesso di discostarmi dai modi di pensare tradizionali, di cercare terre nuove e trovare nuovi sguardi, nuove potenzialità. Questa esperienza mi ha resa forte e consapevole, mi ha infuso il profondo senso professionale che mi ha resa capace di decidere, un giorno, di varcare la soglia dell’OSC e volare su altri nidi. Ricordo che per una settimana intera Ettore mi ha “segregata” nel suo studio per dissuadermi dalla mia decisione. Sono stati giorni intensi di confronto, di riflessioni, di scambi, di scontri, dove ci siamo detti tutto, rivisitando il passato in un presente già proiettato nel futuro. Ringrazio di avermi dato l’opportunità di scrivere queste poche righe di gratitudine verso un’esperienza unica e irripetibile dove ho trovato molte persone disposte a farmi crescere, a valorizzare il mio essere, a valorizzare le qualità, le risorse appena abbozzate, ancora nascoste, ma che sono diventate le solide radici di tutto ciò che ho costruito fino ad oggi. Un insegnamento di vita e di pensiero che mi ha guidata, sempre. Il filo conduttore fra passato e presente che si snoda ancora verso nuove prospettive di vita con nuovi progetti! Ettore ci ha lasciati, ma il suo essere, la sua essenza sono come un’alchimia del pensiero che giunge fino al cuore, nell’immenso affetto che questo uomo geniale e illuminato ha saputo conquistare. Ripercorrere e ricordare il tempo trascorso insieme, i vissuti, i traguardi socio sanitari raggiunti, gli ideali umani, le relazioni feconde… pensieri, ma rappresentano la vera essenza della vita! Ringrazio Ettore. Lo faccio come se lui fosse qui ad ascoltarmi. E allora proprio a lui, che ha fatto della creazione, del sentimento e della fantasia il suo baluardo, pongo la domanda: “Potrà mai posarsi il vento”? Mary Ardia Febbraio 2021

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Il signor Ettore Pellandini di Laura

Essendo impiegata in varie attività all’interno del Club ’74, la persona che sentivo nominare spesso è il Signor Ettore Pellandini. Questo accade soprattutto nei momenti di presentazione del Club ’74 ai nuovi assunti, agli studenti in stage, e in tante altre occasioni. Nel frattempo mi chiedevo “Chi è Ettore Pellandini?”,“Perché ne parlano così spesso?” Personalmente non conoscevo Ettore Pellandini. Una delle mie mansioni all’interno del Club ’74 è di fotografa. Proprio attraverso l’obiettivo della mia “miroless” inquadrai Ettore a braccetto di un uomo che lo accompagnava, scattai la fotografia. Finalmente il signor Ettore aveva un viso. In un secondo tempo nella fase “guardiamo insieme le fotografie”, qualcuno alle mie spalle disse: - Guarda Ettore con suo figlio Laurent! - . Era l’occasione di una delle nostre ultime Feste campestri. Il tono dell’osservazione era amichevole e dunque ho dedotto che fosse una persona conosciuta e buona. Avevo un profondo sentimento contrastante nel conoscerlo. Da una parte non ne ero entusiasta perché provavo un senso di disagio per non aver lavorato con lui, per non averlo conosciuto. Per essermi persa qualcosa di grandioso. Dall’altra parte ero curiosa di sapere. Il Mimo, il Mimo, il Mimo… Quante volte ho sentito nominare questa parola. A spezzettoni sono riuscita a costruire il mio puzzle fantastico. Il Mimo era un’attività teatrale che Ettore Pellandini, che si era formato come attore al Teatro Piccolo di Milano, ha portato nella realtà di Mendrisio. Questa attività serviva a tutti per essere interattivi. Con questo intendo dire che portava in campo la mobilità fisica, la voce, i gesti studiati,… . Tutti potevano partecipare al Teatro: infermieri, pazienti, medici, eccetera. Le ore di teatro erano momenti dove non esisteva la gerarchia ma tutti lavoravano in forma orizzontale. Eccezionale! Io che ho sempre lavorato in strutture più che piramidali… ancor oggi non mi adatto all’orizzontalità presente al Club ’74, ma questo è un problema mio. Ogni anno è di consueto preparare una pièce teatrale da esibire in pubblico. Nello scorso anno non è stato possibile a causa delle disposizioni per la Sars-CoV-2. Le

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persone che frequentavano il teatro hanno sofferto molto di questa mancanza, speriamo quest’anno si possa ricominciare con una nuova rappresentazione. Ecco, Ettore è entrato in quello che si chiamava “Neuro”, non più “Manicomio”, attraverso il Mimo. Per spiegarmi meglio è come parlare di Dimitri, in Ticino. In quei tempi le attività di ergoterapia erano molto scarse, inoltre c’era ancora la chiave per i reparti, “la quale Ettore riuscì a farla appendere al muro”, le donne erano divise dagli uomini, i pantaloni erano il simbolo dell’infermiere base a quello altolocato,… tutte precisazioni che mostrano ancor oggi quanto la psichiatria era un mondo a sé stante. Ettore nel 1974 fondò il Club ’74 che si trovava al Centro Medico. Si cominciarono a svolgere dei lavori manuali di ogni tipo. Venne istituita una commissione con la partecipazione dei pazienti, per prendere le decisioni che riguardavano il Club e cosa si poteva fare per migliorare la situazione in clinica, vi era un’ottima partecipazione. Vennero fatti notevoli sforzi per la redazione del nostro giornale “Insieme”, ancora oggi attuale (ogni anno stampiamo tre o quattro numeri, abbonatevi!). Naturalmente la pubblicazione migliorò in qualità di stampa, grafica e impaginazione; nel senso che stiamo al passo con i tempi e con la tecnologia che ci aiuta. Il Club ’74 era/è un posto dove si ricominciava/ricomincia una nuova vita. Le qualità dei pazienti emergevano/emergono ancora oggi in quello che è attualmente lo stabile della Valletta. Nel momento in cui con Basaglia in Italia si stava introducendo una nuova legge per la chiusura dei manicomi, in Ticino arrivava la Psicoterapia Istituzionale con Ettore Pellandini, attività imparata da Jean Oury in Francia. Ettore Pellandini, uomo di polso, uomo che sapeva ascoltare, uomo di responsabilità, uomo di partecipazione, uomo dotto e rispettoso dei diritti dei pazienti, degli infermieri… . La sua triste scomparsa, in dicembre 2020, continua comunque a portare avanti i suoi ideali. Ricordiamoci che Ettore gradirebbe che il suo insegnamento dev’essere sempre essere rispettoso e ciò che ha lasciato lo ha fatto passando il testimone in buone mani. Laura Febbraio 2021

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Dal diario di Lea

Luigi Pirandello 1867-1936 Premio Nobel per la letteratura nel 1934

Ho letto una storia fiaba di Luigi Pirandello il cui titolo è «L’uomo dal fiore in bocca». In questa storia, a differenza per esempio di Sartre, l’esistenzialismo si fa meno sentire. Il contesto, nel senso di paesaggio, è scabro e notturno. Ad un tavolino di un bar è seduto un uomo e ad un tavolino accanto un altro. Chiamatesi il primo «l’uomo dal fiore in bocca» e l’altro «l’avventore pacifico», detto l’uomo pacifico proprio perché non è capace di far male a una mosca. Il primo dei due ha perso il treno perché non poteva correre sul quai della stazione perché era pieno di pacchetti nelle mani da regalare a sua moglie. L’avventore gli dice che l’uomo dal fiore in bocca in attesa del prossimo treno potrebbe andare a visitare un museo o una bella chiesa. L’uomo dal fiore in bocca desiste da questo tentativo. Pirandello lavora molto sull’immaginazione, anche sulla malattia. Dice che molte persone non l’avvertono più e aggiunge che una bella immaginazione fa rivivere un giorno però. Lea, gennaio 2021

IL TROPICO DEL CAPRICORNO Estratto del romanzo di Henry Miller È il racconto di un uomo che si sente molto solo, e ne fa la solitudine l’ossimoro nella sua vita. “Ero solidale con chi sbagliava”. “Potevo permettermi d’essere buono, gentile, generoso, leale e così via, perché ero libero da invidia”. L’invidia era l’unica cosa di cui io non fossi vittima, non ho mai invidiato nulla a nessuno, al contrario, ho solo sentito pietà tutti e per tutto”. “E invece la vita mi sfuggì di mano completamente, ma tendendo la mano e cercando e di aggrapparmi non solo restai a galla ma trovai anche qualcosa che non avevo cercato, “me stesso”. Me stesso voleva dirmi di cercare di esprimere una certa caratteristica, è che non ero uno stacanovista all’epoca della guerra, stabilii di accettare il peggior lavoro di questa terra, il fattorino, che non poté mai e poi mai fare per mancanza di fiducia in sé. Lea, gennaio 2021

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Disegno di Lea, acquarello su carta 30 x 21 cm

Un po’ di Luce...

Luce, gennaio 2021

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Il sasso di Lino Un giorno mi svegliai decisi di andare a fare una passeggiata mi incamminai e raggiunsi un bel sentiero di montagna a un certo punto mi fermai vicino a una pozza d’acqua. Lì vidi che c’era qualcosa che luccicava mi tuffai e pescai una pietra meravigliosa. Era un quarzo bianco ricoperto di pepite d’oro rubini rossi, smeraldi verdi e aveva delle venature argentate. Il quarzo bianco risalta la tua morbida pelle. Le pepite d’oro risaltano i tuoi bellissimi capelli dorati. I rubini rossi le tue dolci labbra calienti e infuocate. Gli smeraldi verdi il colore dei tuoi immensi occhi. E con tanto affetto e amore ti dono tutto il mio cuore.

Con affetto e un abbraccio il tuo Lino

Lino, gennaio 2021

La testimonianza di Meggy Gli anni in cui Ettore Pellandini ha cominciato a dare parola ai pazienti per me sono stati anni importanti perché è stata una scuola di vita perché ho vinto le mie resistenze. Ho osato. M e g g y, g e n n a i o 2 0 2 1

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Tra le carte di Laura Comprendersi l’un l’altro La comunicazione verbale non è compresa se non associata anche alla comunicazione non verbale. Non sempre, si capisce cosa si vuole intendere. Ho trovato a casa tra le mie carte uno scritto, che concerne appunto questa problematica, e la desidero condividere con tutti voi. Tra... - ciò che io penso, - quello che voglio dire, - quello che credo di dire, - quello che dico, - quello che gli altri vogliono sentire, - quello che gli altri sentono, - quello che gli altri credono di capire, - quello che gli altri vogliono capire, - quello che gli altri capiscono, ci sono almeno 9 possibilità ... di non capirsi. Fonte sconosciuta

L’anno 2021 Un anno in più Un anno di pace Un anno di felicità Un anno di salute e che la pandemia si ritiri, nella speranza che la porti via.

A gennaio il Giornale Mix del centro diurno di Locarno compiva 25 anni. Complimenti e auguri a Mix dalla redazione Insieme.

Ta n t i a u g u r i d i Buon Anno Luce, gennaio 2021 43


L’università dell’esperienza di SUPSI L’incertezza al centro di un progetto interdisciplinare “ S o - s t a r e n e l l ’ i n c e r t e z z a” : u n’ e s p e r i e n z a r e l a z i o n a l e i n e d i t a , realizzata dagli studenti e docenti del Bachelor in Lavoro sociale e della scuola univeristaria di Musica del Conservatorio della Svizzera italiana, con alcuni partner del territorio.

Il Professore Lorenzo Pezzoli

Caratteristica del Bachelor in Lavoro sociale della SUPSI è l’articolazione tra approfondimenti teorici e laboratori esperienziali. Ogni anno, un gruppo di studenti dell’opzione “Educazione sociale” sceglie uno dei moduli offerti per sperimentare pratiche di intervento in ambiti specifici. Nel semestre autunnale appena conclusosi, gli studenti iscritti al modulo “Metodi e tecniche dell’intervento col disagio psichico”, sotto la guida esperta del Prof. Lorenzo Pezzoli - psicologo e psicoterapeuta, responsabile dell’Unità di psicologia applicata del Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale (DEASS) - hanno realizzato con entusiasmo e passione un percorso formativo attorno al tema dell’incertezza. Tale esperienza è stata possibile grazie alla partecipazione del docente e compositore Nadir Vassena, del regista Fabrizio Rosso di un gruppo di studenti della Scuola universitaria di Musica.

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Il progetto ha pure visto la stretta collaborazione di professionisti e ospiti di alcune istituzioni partner attive nel territorio, nello specifico: il settore sostanze illegali di INGRADO con il suo direttore Marcello Cartolano, il Centro di accoglienza diurno di bassa soglia di INGRADO con la sua responsabile Sarah Cavenago, La Socioterapia dell’OSC con Valentino Garrafa e con il team del Club ‘74 e, infine, l’associazione Pro Mente Sana con Maria Grazia Giorgis e Federica Giudici. Gli studenti, suddivisi in quattro gruppi, hanno dialogato con persone che hanno fatto esperienza diretta della sofferenza psichica in alcuni momenti della loro vita, sia come pazienti sia come operatori sociali. Le testimonianze raccolte hanno posto al centro la dimensione dell’incertezza, come affrontarla, con quali risorse e criticità. A partire dal materiale biografico raccolto e dalle riflessioni scaturite nel dialogo con gli interlocutori, ogni gruppo ha progettato e realizzato un videoclip con il supporto del regista Fabrizio Rosso. Gli studenti della Scuola universitaria di Musica, accompagnati dal maestro Vassena, hanno curato le colonne sonore.

Valentino Garrafa, Federica Giudici, Lorenzo Pezzoli e Mauro Durini del Servizio di socioterapia

Lo scorso 18 dicembre, la presentazione dei lavori non è andata in scena sull’abituale palco del Teatro di Casvegno, complice la pandemia. Con grande impegno e professionalità è stato ideato un webinar: un momento magico, capace di suscitare grandi emozioni nei partecipanti e nei protagonisti facendo dimenticare in svariate occasioni la dimensione virtuale dell’evento. Fonte: 20 minuti. Gennaio 2021

L’Aula Magna al Teatro sociale di Casvegno

Dall’archivio del Club :)

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La fragilità: una possibile risorsa? di Laura

La fragilità denota sincerità e lealtà. Fragilità è dare agli altri, per poi scomparire nell’immenso infinito senza lasciare traccia, ma soprattutto senza chiedere mai niente in cambio. Dare è un piacere che nasce dentro, nel profondo e per carattere. Questo è una freschezza bianca, neutra, che permette di tirare profondi sospiri per riuscire a sopravvivere… appunto a questa fragilità. La fragilità di essere fragile… Una persona fragile non dice mai di no… accetta tutto, si dà agli altri senza alcuna remora. Assolutamente non per essere “notata” o peggio “compiaciuta”, ma è complicatamente così... Nella fragilità potrebbe predominare un passato di una persona istruita nella rigidità, nel dover soddisfare, sin da piccola, il desiderio dei genitori e quindi parola d’ordine: mai deluderli. Essere quello che credono a loro desiderio, sotto una moltitudine di maschere che fin dall’infanzia vengono inconsciamente sviluppate. Queste maschere, sebbene nascondano il famoso “tallone d’Achille”, si sono diffuse nella psiche e nel fisico, che subendo entrambi violenze diventano ancor ancor più fragili. Un po’ di realtà è necessaria a questo punto… Risorsa? L’uomo che utilizzava il vaso di terracotta per riempirlo d’acqua… sebbene essendo fragile in quanto presentava fessure, ovviamente perdeva acqua lungo il tragitto. Gli altri vasi erano delusi dal privilegio che a lui sempre gli veniva dato dall’uomo. Questo all’andata verso il torrente spargeva dei semi contenuti nel vaso di terracotta con le fessure. Al ritorno dell’uomo questo perdeva acqua, ma innaffiava involontariamente i lati del sentiero percorso all’andata. Arrivato a destinazione ovviamente… era vuoto. Un giorno il vaso di terracotta con le fessure chiese, timidamente all’uomo, perché lo avesse privilegiato davanti agli altri nuovi. La risposta senza titubanze fu che: i fiori ora lo circondano. Ai lati del sentiero, al suo e al passaggio e quello di altre persone, rendono la giornata meno faticosa, soprattutto più gioiosa e colorata. Infatti i lati del sentiero venivano seminati dal contenuto del vaso in terracotta all’andata, l’acqua persa attraverso le fessure del fragile vaso, ha dato la vita a fiori meravigliosi! Attraverso un modo differente dagli altri vasi - che gli permettevano di portare a casa l’acqua necessaria per mangiare, bere, un poco lavarsi - ha dato la vita! Guardare una montagna da un’altra prospettiva è sempre magnifico e anche umile nel farlo, in quanto le sue sfaccettature sono completamente differenti a dipendenza della vista. Il cammino d’accompagnamento di fragilità è ancora possibile, è una risorsa per tutti! Ovviamente è necessario comprendere la propria fragilità per trovare in essa una moltitudine di qualità estremamente profonde! Purtroppo non è semplice comprendere la condizione di fragilità se non la si vive, oppure se nessuno riesce vedere oltre… Febbraio 2021

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Curiosando nella collezione di mandala di Valentino

Villi’s design

Villi Fibioli, Ligornetto

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Laboratorio teatrale d i Va l e n t i n a P o l e t t i ... mettere in scena un personaggio è un percorso c h e p u ò a v v i c i n a r c i a g l i a l t r i e m e t t e r c i , ne l c o n t e mp o , a conta tto con l a nostra i nte r i or i tà. . .

Negli anni settanta arrivò nel nostro istituto psichiatrico l’animatore socioculturale Ettore Pellandini, il quale aveva anche una formazione di attore e un ricco bagaglio di esperienza professionale presso la clinica psichiatrica La Borde in Francia. Tra le varie tecniche d’animazione usate quale oggetto mediatore nell’approccio alla difficile e patologica relazione del mondo della follia, egli privilegiò quella del gioco d’animazione teatrale. Dopo un primo periodo di rappresentazione de “La cantatrice calva”, egli scelse la tecnica del mimo, che gli permetteva di coinvolgere numero maggiore di ospiti. Già dall’inizio questo gruppo era formato da ospiti e operatori di diversa formazione, un’attività che metteva sullo stesso piano curati e curanti tesi a offrire ad un pubblico attento uno spettacolo coinvolgente e di qualità. Da sempre la pittura, la scrittura, la danza, l’animazione teatrale sono veicoli che hanno facilitato e permesso ai più “estroversi”, ai più “matti”, ai più “emarginati” di esprimersi e realizzarsi in progetti creativi, senza essere rifiutati. E infatti, sul palcoscenico, l’animazione teatrale assume non solo i connotati di un’istanza di gran valore per l’accoglienza, lo scambio, l’incontro, l’avvicinamento e la presa a carico collettiva - dell’ospite e dell’operatore - (con tutti i loro timori, le paure, le incertezze, le goffaggini, ecc.) ma è anche un formidabile strumento per ciascuno di recitare

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se stesso e i propri sogni nelle interpretazioni dei vari ruoli. È quindi un’autentica possibilità di “rivisitazione” della propria biografia e una valorizzazione della propria persona. Questa animazione corporea è “un gioco serio” poiché nello spazio privilegiato del palcoscenico, la creatività è d’obbligo, si manifestano come momenti nel corso dei quali il diverso si integra nella normalità. Nell’evoluzione di questo gruppo - che ha giunto un numero di oltre quaranta partecipanti - possiamo annoverare il coinvolgimento di persone anche non facenti parte del mondo psichiatrico (ad esempio amici, visite, sostenitori, bambini, eccetera) e un palmares impressionante di tournées anche all’estero. Il Piccolo di Milano, Dalmine, Como, sia in Ticino che nella Svizzera tedesca e francese. Le rappresentazioni si sono svolte in veri e propri teatri e in istituti, parrocchie e centri d’incontro. Col pensionamento del signor Pellandini questa particolare forma di animazione corporea si è conclusa e si è aperta una fase diversa che ha visto fino a questa nostra attuale esperienza, il formarsi di un gruppo di circa venti persone recitare sul palcoscenico. Anche questo gruppo, i cui membri sono stati maggiormente coinvolti nella costruzione del canovaccio e nella ricerca individuale del proprio personaggio, ha avuto al suo attivo alcune tournées in Ticino ed è stata diretta dal regista Antonello Cecchinato. Alcune parentesi nel corso di questi trentasette anni sono state rappresentate da un corso teatrale tenuto da Claudio Misculin, regista italiano e da una lunga serie di spettacoli teatrali tra cui quelli di Grog, Dimitri, Pierre Biland, Gardi Hutter. Aldo e Giacomo, eccetera. Prima che il Covid sospendesse provvisoriamente questa animazione, nell’ottobre del 2019 era iniziato, presso il teatro sociale dell’OSC, un “laboratorio teatrale”, attività che coinvolgeva la partecipazione di ospiti della clinica del CARL (Centro Abitativo Ricreativo e di Lavoro) e dei centri diurni di Bellinzona, Locarno, Lugano e Chiasso, con la collaborazione di Antonello Cecchinato e Prisca Mornaghini, attori e registi dei Giullari di Gulliver. Tale laboratorio è valida occasione per costruire, gradualmente, una piattaforma relazionale, luogo di scambio interpersonale, d’incontro, di avvicinamento e di conoscenza reciproca. Questa attività teatrale si concretizza in un percorso di esercizi e di giochi centrati sulla respirazione, sull’utilizzo della voce, del gesto, della parola, del movimento corporeo e sull’improvvisazione. Il percorso intrapreso, iniziato in un primo tempo con l’attuazione di improvvisazioni su vari temi, ha favorito l’espressione e l’attivazione dell’immaginario, della fantasia e la ricerca, in un secondo tempo di personaggi e ruoli nei quali immedesimarsi. La ricerca di un personaggio o di un ruolo da rappresentare richiede a ciascuno di noi un profondo lavoro di concentrazione, di pazienza e di immedesimazione. Un percorso che può favorire l’espressione, l’accoglienza e la condivisione di emozioni talvolta intense e inattese. In questo modo “mettere in scena” un personaggio è un percorso che può avvicinarci agli altri e metterci, nel contempo, a contatto con la nostra interiorità. L’attività “laboratorio teatrale” per noi rappresenta un’esperienza nuova, intensa e motivante. Un’esperienza importante che fa sperimentare a noi e ai partecipanti, la possibilità di sentirsi parte di un collettivo, di un insieme che non equivale alla somma dei membri, bensì alla scoperta, alla conoscenza e all’avvicinamento all’altro. Febbraio 2021

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Omaggio a Laurent Folco di Atelier ‘74 Trittico. Collage di carta di riso su pannello di plexiglass collocato in piazza sulle vetrine del “Prestin Vecc” Formato del pannello 100 X 200 cm

Inverno

Atelier pittura

Autunno

Estate

Tavolino di Anisio e Martina

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Scatole e comodini in legno


Omaggio a Gustav Klimt di ArtClub - Aula 4 Adele Bloch Bauer (1907) Pittura acrilica su cartone Riproduzione in formato 200 X 200 cm

Biglietti ArtClub

Acquarello di Patrizia

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Gruppo lana


Librobus di Consuelo Titolo: Mars Room Autore: Rachel Kushner Editore: Einaudi Anno: 2019 Pa g i n e : 3 4 4

Un cellulare della polizia percorre le strade deserte nella notte californiana. Le detenute vanno trasferite quando cala il buio, per tenere distante dagli occhi della gente perbene quel branco di ladre, mogli assassine e madri degeneri. Romy Hall è seduta a bordo, e cerca di farsi gli affari suoi: una delle prime regole che s’imparano in prigione. Di lei non sappiamo molto. Sappiamo però che ha ucciso un uomo e per questo è stata condannata. È successo quando faceva la spogliarellista al Mars Room. Alcuni clienti optavano per il «pacchetto fidanzata» e uno di loro, Kurt Kennedy, si era convinto che lei fosse davvero la sua fidanzata, maturando una gelosia ossessiva e perversa. Romy era scappata a Los Angeles, ma non sembrava esserci modo di fuggire davvero da quell’uomo. Anche se nessuno ha ascoltato la sua versione, Romy è rassegnata ad abbandonarsi agli ingranaggi crudeli di una giustizia vendicativa, paternalista e violenta, pronta a abbandonarsi al suo destino come già faceva nella sua giovinezza randagia e disperata, romantica e perduta. Finché un giorno, anche lì, in fondo all’inferno in cui è precipitata, arriverà una notizia che cambierà tutto… Questo libro ti prende dalla prima, all’ultima pagina. Romy Hall è rinchiusa a Stanville, centro correzionale femminile del North California, dove sta scontando un ergastolo per l’omicidio di Kurt Kennedy, stolcker che da San Francisco riesce a trovarla a Los Angeles, dove si è trasferita per fuggirgli. Cosa le resta adesso che anche sua madre è morta e non sa che fine abbia fatto Jackson, suo figlio? La memoria e i ricordi, che sono intercalati nella scrittura con momenti di vita carceraria. Libro crudo e forte spiega il sistema carcerario californiano in particolare e americano in generale, che l’autrice conosce bene, in quanto ha svolto volontariato in questo ambito. La vicenda si svolge tra San Francisco, Los Angeles e Stanville. Periferie degradate dove alcool e droghe la fanno da padrone. Romy Hall, figlia di queste periferie, per sopravvivere fa la spogliarellista al Mars Room, squallido locale di lap dance. Kurt Kennedy capita una volta al Mars Room e subito nota Vanessa, nome d’arte di Romy e si innamora ossessivamente di lei fino a renderle la vita insopportabile. Romy approfitta di un viaggio a Cancún di Kurt per trasferirsi con Jackson da San Francisco a Los Angeles. Ma il suo segreto ha le gambe corte e Kurt dopo poco scopre dove si è rifugiata e la rag-

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giunge. Romy quando lo vede non ci vede più e lo uccide a sprangate. Per questo è condannata all’ergastolo. La vita in carcere è fatta di silenzi, compromessi, alleanze, sofferenza tutto per riuscire a sopravvivere. “Tutte quelle luci continuavano a brillare, nel mondo che era stato. E che ancora esisteva dentro di me, il mondo che contenevo.”. “Non volevo essere soggetta alla sua felicità, che sembrava basarsi sul nulla, un sottile strato di buonumore teso sul vuoto. … Volevo una vita che non avevo. Ma non ero ancora pronta ad ammetterlo.”. “Nessuno vive nel futuro. Il presente, il presente, il presente. Questo continua a essere la vita”. Consiglio vivamente questo libro perché è scritto molto bene e la vicenda è appassionante e avvincente. Febbraio 2021

Progetto “Libroteca” di Emanuele e Noa Da gennaio 2021 abbiamo iniziato a riordinare e a catalogare la libreria del Club ’74, un lavoro che necessita di tempo e di pazienza, ma che sta prendendo sempre più forma. Inizialmente abbiamo suddiviso i libri in categorie distinte, per poi trascrivere i titoli, gli autori e l’anno in un documento Excel che diventerà il catalogo in cui saranno visibili tutti i libri e volumi. Questo strumento servirà per la ricerca e l’annotazione dei prestiti. Gli scopi di questo progetto sono quelli di promuovere la “Libroteca” del Club e creare uno spazio dove gli utenti possono effettuare la loro scelta e prendere in prestito un libro per un tempo determinato. Le categorie sono le seguenti: 0. GENERALITÀ - ENCICLOPEDIE - DIZIONARI - INFORMATICA 1. FILOSOFIA - PSICOLOGIA 2. RELIGIONE - TEOLOGIA 3. SCIENZE SOCIALI - SOCIOLOGIA - STATISTICA - ECONOMIA POLITICA - EDUCAZIONE - DIRITTO 4. LINGUE STRANIERE 5. MATEMATICA - SCIENZE MATEMATICHE, FISICHE E NATURALI 6. SCIENZE APPLICATE - MEDICINA - TECNOLOGIA - AGRICOLTURA COMUNICAZIONI - INDUSTRIA 7. ARTI - CULTURA - ARCHITETTURA - FOTOGRAFIA - MUSICA - SPORT HOBBY - TURISMO 8 . LINGUAGGIO - FILOLOGIA - LINGUISTICA - LETTERATURA BIOGRAFIE - POESIA 9. GEOGRAFIA - STORIA - ARCHEOLOGIA 10. ROMANZI 11. LIBRI CLUB ‘74 12. NOVITÀ

Per mantenere sempre aggiornata la Libroteca ogni mese verranno acquistati due o tre libri nuovi.

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Carnevale ogni scherzo Vale! Illustrazione di Manolo

AutopoZali

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Il Corona virus ai tempi dei Romani

Illustrazione di Noa

E intanto...

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Dal microfono di Stefano

Libero pensatore e vocal del gruppo musica

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Dal ricettario di Rosi di Rossana Rosi

La primavera porta con sè odori e sapori nuovi, esercitando un potente influsso di rinascita e rinnovamento su tutta la natura. Per la stagione primaverile sentiamo quale piatto ci consiglia la nostra Rosi. Ciao Rosi, ti auguriamo una buona primavera. Cosa ci prepari di buono oggi e perchè hai scelto questo piatto? Ciao a tutti. Oggi vi voglio preparare le tagliatelle con asparagi perché è un piatto delizioso e perché l’asparago è il primo “frutto della primavera” per eccellenza. Con gli asparagi si possono fare tanti piatti buonissimi e desidero proporvi questa ricetta perchè è semplice e sana. Buon appetito.

Ta g l i a t e l l e c o n a s p a r a g i e p a n c e t t a Ingredienti 250 g di tagliatelle 1 mazzetto di asparagi una noce di burro sale pepe timo panna zafferano Preparazione Iniziamo con la pulizia degli asparagi. Come prima cosa eliminiamo la parte finale degli asparagi, peliamo i gambi, li tagliamo a cubetti di due centimetri e li sbollentiamo per 5 minuti. Teniamoli da parte in un piatto. A questo punto rosoliamo la pancetta con un po’ di burro, aggiungiamo gli asparagi, rosoliamo brevemente, aggiugiamo un po’ di acqua di cottura degli asparagi e lasciamo cuocere una decina di minuti il tutto. Sciogliamo lo zafferano in un mestolino di brodo, lo aggiungiamo alla salsa, insaporendo con sale, pepe, timo e un po’ di panna. Scoliamo le tagliatelle precedentemente fatte cuocere e le condiamo con la salsa di asparagi.

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Statuti del Club ‘74

Continuazione dalla quarta pagina di copertina

Art. 6: Competenze Le competenze dell’Assemblea sono: • discutere temi d’interesse generale inerenti la comunità di Casvegno; • proporre al comitato le attività sociorelazionali, culturali e ricreative da organizzare; • discutere ed approvare l’operato del comitato del Club e le eventuali proposte formulate dagli utenti o dagli operatori in seno allo stesso; • dare mandato al comitato del Club di sottoporre, tramite il Servizio di socioterapia, i programmi di animazione sociale, culturale e ricreativa alla Direzione OSC per approvazione; • esprimere gli avvisi consultivi richiesti dalle autorità cantonali o dalla Direzione OSC, su importanti temi attinenti la sociopsichiatria. Art. 7 Riunioni L’Assemblea si riunisce regolarmente una volta al mese, e straordinariamente ogni qualvolta fosse necessario. I giorni e gli orari sono decisi dal Comitato in collaborazione con il Servizio di socioterapia OSC. Art. 8 Modalità organizzative L’organizzazione e il coordinamento dei lavori assembleari sono curati dal Servizio di socioterapia che ne garantisce il buon funzionamento. Il moderatore dell’Assemblea viene scelto fra gli operatori dell’OSC e assolve a questo incarico a rotazione. Art. 9 Il Comitato Composizione Il Comitato é formato esclusivamente da membri eletti in rappresentanza dai comitati d’animazione dei reparti della CPC, del CARL, dei Laboratori protetti nonché dagli altri utenti seguiti presso le Strutture e Servizi OSC (in seguito Comitati d’animazione). I membri che vengono proposti e nominati in seno ai Comitati d’animazione, sono di numero illimitato. In caso di dimissione di uno o più membri, ogni Comitato d’animazione provvede alla sostituzione, informando il segretariato del Club. Per esigenze terapeutiche gli operatori OSC non sono eleggibili alla carica di membro del Comitato. Art. 10 Cariche sociali In seno al Comitato, e alla presenza di almeno due operatori del Servizio di socioterapia, vengono ripartite le cariche, di regola doppie, di Presidenti, Vice Presidenti, Cassieri, Segretari e membri responsabili delle varie attività del Club. Le cariche doppie si giustificano con le frequenti partenze dall’istituto di cura. Mendrisio, 31.1.2000

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Statuti del Club ‘74 Aggiornati il 31.1.2000

Art. 1: Costituzione e sede Il Club 74 (in seguito Club) é un’associazione a carattere socioterapeutico, culturale e ricreativo, senza scopi di lucro, costituita in conformità agli art. 60 e seguenti del CCS. La sua sede é nel quartiere di Casvegno di Mendrisio. Art. 2: Scopo Il Club svolge una funzione terapeutica, riabilitativa e culturale. Lo scopo del Club é il coinvolgimento e la partecipazione, degli utenti della Clinica psichiatrica cantonale (CPC), del Centro abitativo, ricreativo e di lavoro (CARL), delle Strutture e dei Servizi OSC, nella pianificazione, nell’organizzazione e nella valutazione di quelle attività sociali, culturali e ricreative, che assumono finalità terapeutiche, riabilitative e di reinserimento sociale. Gli avvisi espressi dal Club hanno carattere consultivo. Art. 3: Membri Sono membri di diritto del Club gli utenti ed ex utenti (in seguito utenti) delle Unità terapeutiche-riabilitative, di quelle abitativo-ricreativo e delle altre Strutture e Servizi dell’OSC e gli operatori OSC.

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Art. 4: Organi sociali Gli organi sociali del Club sono: - l’Assemblea, - il Comitato, - l’Ufficio di revisione dei conti. Art. 5: Assemblea I membri partecipano all’Assemblea. Ognuno ha diritto di voto anche se legalmente interdetto. Le decisioni sono prese a maggioranza ed hanno carattere consultivo. Diventano effettive solo dopo la ratifica della Direzione OSC. Per la loro applicazione ed esecuzione il Club usufruisce della collaborazione del Servizio di socioterapia. Continua a pagina 59

Redazione Insieme Club ‘74 - c/o O.S.C. Via Agostino Maspoli 6 Stabile Valletta 6850 Mendrisio Tel.: 091 816 57 93 Email: info@club74.ch www.club74.ch

Profile for Club 74

Insieme - n°1 - 2021  

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