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S P E C I A L E N ATA L E

chiaroscuro

NUMERO

7

Dicembre 2010


[Editoriale] Claudio Stella

Visto che qui si parla solo di Natale, io vi faccio gli auguri di buon anno. Meritiamo un anno migliore di quello che abbiamo trascorso. Lo meritano i nostri giovani, che in queste settimane stanno sperimentando una nuova stagione di lotte. È presto per dire se da questa protesta germoglieranno nuove speranze, nuove forme di impegno civile che possano rivitalizzare il nostro paese. Un paese che appare piuttosto invecchiato, non solo o non tanto per l’età anagrafica della classe dirigente che lo governa, ma piuttosto perché tutto intorno si coglie il senso di uno stanco declino, l’affievolirsi rassegnato delle prospettive, della fiducia, della voglia di scommettere sul futuro. I giovani contestano la riforma Gelmini perché, a torto o a ragione, vedono in essa una mortificazione delle loro speranze. Mi stupisco della rappresentazione spesso preoccupata che i media danno della loro protesta: quando i giovani smettono di indignarsi, quando perdono il desiderio di sfidare il mondo, quando si chiudono nel recinto di un ottuso individualismo, è allora che ci dovremmo preoccupare. Meritano un anno migliore tutti coloro che sono stati duramente colpiti dalla crisi economica. Quelli che hanno dovuto chiudere i loro negozi, i loro laboratori, le loro fabbriche, i lavoratori che sono stati risucchiati nel vortice cupo della precarietà, della disoccupazione e quelli che non ne sono mai usciti. Mi stupisco quando sento persone assennate decantare la cosiddetta “flessibilità” del lavoro: flessibilità significa disponibilità a rimettersi in gioco, ad aggiornarsi, a prestare in forme diverseil proprio talento o la propria capacità lavorativa; non significa certo arrivare a quarant’anni annaspando ancora nel mare infido dei contratti a tempo, in un’incertezza che fatalmente invade tutti gli ambiti dell’esistenza. Meritano un anno migliore tutti coloro che hanno praticato la legalità, che hanno creduto nella legalità. Viviamo in un paese strano, dove il rispetto delle regole non viene considerato obbligatorio: talvolta viene considerato addirittura disdicevole, spesso indizio di scarsa furbizia. Una delle esperienze più emozionanti dell’anno che sta per finire è stata per me ascoltare una conferenza di don Ciotti: mi ha emozionato perché è riuscito a raggiungere il cuore, proprio parlando di legalità. Al contrario, di recente ho sentito un importante personaggio politico definire moralista chi denunciava comportamenti illegali. Ma nel paese dove fioriscono inesistenti nipotine di Mubarak può accadere anche questo. Infine auguro a Chiaroscuro un nuovo anno di proficuo lavoro. Ci piace raccontare storie. Forse siamo nati proprio per questo. Perché una città nasconde tante storie nella sua anima antica. L’auspicio è che la nostra rivista possa penetrare più in profondità nella vita e nella coscienza civica della città. Vorremmo diventare una presenza amica, che ogni due mesi viene a farvi visita, recando un piccolo cesto di doni piacevoli e intelligenti.

Autorizzazione Trib. Perugia N. 35/2009 Direttore responsabile: Guglielmo Castellano Direttore editoriale: Claudio Stella Impaginazione e grafica: Riccardo Caprai, Gabriele Contilli Stampa: La Tipografica, via Flaminia 40, Bevagna Bimestrale dell’Associazione Chiaroscuro

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Buon anno a tutti


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Sommario

chiaroscuro La lettera a Gesù bambino La letterina di Natale Giusto per vedere Lettera a Gesù Bambino Lettera a Babbo Natale Caro Babbo Natale Il pranzo di Natale Il Natale di Mustafha Gesù e Maria nell’Islam Un materasso e una coperta L’angelo con gli anfibi ai piedi La bambola della nonna La statuina di Quellochehadimenticatoacasalechiavi Un presepio povero A difesa del senso di Yggdragill L’indifferenza nell’albero Il presepio di padre Fratini A Natale si lavora Laico Natal Buon Sol invictus Discanto di Natale Il Natale Svedese Il dono Secoli di Natale a tavola Belfiore 1949: la Befana

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La letterina di Natale

di Anna Cappelletti

Chi di noi ha più di quarant’anni ne ha

sicuramente scritta qualcuna. Le letterine augurali di Natale, infatti, dopo essere comparse nel 1700 ed essersi diffuse durante tutto l’Ottocento, perdurano fino agli anni 70 del ‘900, poi scompaiono, soppiantate dalla letterina a Babbo Natale, che ha tutt’altro aspetto e tutt’altro significato. Erano i bambini a scriverle, con la loro calligrafia a volte tondeggiante, a volte incerta, le più vecchie vergate con il pennino. Io ne ho scritte diverse, da piccola, e ricordo questa cosa con emozione perché era un vero rito, che iniziava con la ricerca, la scelta e l’acquisto. Qualche volta l’ho anche realizzata: disegnata, colorata e resa preziosa con la tecnica della aspersione della colla, la distribuzione dell’intera scatolina di brillantini sulla parte appiccicosa, poi – dopo un po’ di attesa – l’eliminazione della brillantina non incollata e finalmente…l’effetto finale! Com’erano belle e come mi piaceva scriverle e poi pensare all’effetto che avrebbero fatto a chi le riceveva! Successivamente, quando ne ho ritrovata qualcuna, ho visto che erano sempre piene di espressioni sdolcinate e di promesse. Era un po’ la retorica dell’epoca, che rispecchiava anche gli stereotipi educativi, famigliari e religiosi sottesi all’uso di queste letterine. Nonostante questa consapevolezza, nell’età matura è cresciuto in me il desiderio di andare alla ricerca di queste vecchie carte, sia per la magia che emana l’oggetto materiale, sia perché questo genere di lavoro infantile, a ben vedere, rappresenta qualcosa di più di un esercizio di scrittura. Con queste letterine, infatti si approcciavano –fin da piccoli e in modo giocoso - questioni come la gratuità (si scrive solo per augurare, non per ottenere qualcosa), la valutazione dei propri comportamenti, la capacità di impegnarsi, il guardare oltre i confini della propria casa, pensando di poter chiedere qualcosa per gli altri. Adesso che ne ho una piccola collezione, infatti, quello che ho potuto verificare in queste missive di 50, 70, 80 anni fa è che era doveroso che contenessero, oltre agli auguri, un certo numero di buoni propositi,

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preceduti da una sorta di autovalutazione (non sono stato tanto bravo, potevo essere più obbediente) e talvolta si concludevano con una richiesta di cose migliori (e mai tangibili) per altri, per il mondo esterno a se stessi e alla propria famiglia (la pace, il benessere per tutti, la salute). I nostri figli non le scrivono più. L’attuale accezione di “letterina di Natale” sottende significati di tutt’altro genere, visto che, con questa espressione, oggi si intende solo la lettera che i bambini scrivono a Babbo Natale per chiedere: è la lista delle richieste di giochi e doni. Non è quindi un atto gratuito, ma finalizzato ad ottenere i regali; le immagini stesse di questi biglietti sono dominate da Babbo Natale, dalle renne, dai pacchetti infiocchettati. Spesso si trovano all’interno dei cataloghi di giocattoli, l’incipit è già scritto - caro Babbo Natale- e non è previsto augurare e augurarsi nulla, se non che arrivi puntualmente ciò che è stato richiesto. A casa mia la letterina di Natale si metteva sotto il piatto del babbo e della mamma apparecchiando la tavola del pranzo di Natale; i genitori facevano sempre finta di rimanere sorpresi e la lettura delle magiche lettere rappresentava un momento solenne prima di iniziare a mangiare. E mentre qualche brillantino luccicante cadeva sulla tovaglia impreziosendola, tutti erano molto contenti: chi l’aveva scritta, chi la leggeva e chi l’ascoltava. Cosa si può ottenere di più con così poco?


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iao, caro Gesù e buon Natale. Questa lettera te la scrivo con tutto il mio cuore. Ho un nuovo cagnolino: Rianna, vorrei che me la facessi

vivere molto allungo, no come hai fatto con Chiba perfavore, Chiba telai portata via e ho sofferto molto, non mi fare lostesso con Rianna. Io lo so che questo desiderio non si può realizzare ma vorrei che mamma e papà si rimettano in sieme. Io soffro e piango molto per la mamma vorrei che l’aiutassi a superare le sue paure e sofferenze. Caro Gesù vorrei che tu mi dessi una risposta per favore: tu esisti? E aiuta tutta la mia famiglia e anche soprattutto me. Grazie per la vita, un bacio.

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Dopo aver auspicato (rottamiamo le barriere n. 0), sognato (istantanee di istanti sconosciuti n. 2), cercato numeri e cifre (for big mistakes n. 3), denunciato (sogni infranti n. 6), con questa edizione speciale e dedicata al Natale, mi gioco la carta estrema, la classica letterina all’omone barbuto che nei prossimi giorni potrebbe esaudire qualche nostro desiderio.

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aro Babbo Natale, tu che viaggi su di una slitta trainata da renne, ed eviti le barriere architettoniche con grande effetto scenografico e comunicativo calandoti dal camino, forse non sai che nei nostri villaggi la mobilità è un fatto complicato, e per qualcuno più complicato ancora. Mi sono sempre domandato come sia organizzato il villaggio dove vivi con i mitici e instancabili Elfi. Come saranno le vie, le case e le botteghe. Come abbiate fatto a conciliare la tua esuberante presenza e la minutezza dei “tuoi” artigiani. La mia fantasia, come è logico limitata dalle mie conoscenze, percepisce immagini contraddittorie. Ti vedo in difficoltà mentre oltrepassi le piccole porte delle piccole botteghe dei tuoi piccoli aiutanti. Ti pieghi, ti accucci, ti contorci e modelli rischiando (spesso con tragico successo) di sfasciare gli infissi, sfondare i soffitti, stritolare scaffali e suppellettili. Altre volte, considerando che alla fine il capo sei tu (anche in fede dell’esagerato numero di letterine che esprimono un insindacabile preferenza per Te) immagino ogni cosa a tua misura e vedo gli Elfi abbarbicati su sgabelli altissimi e affaticati su tavoli ad alta quota. Sudati ad impugnare attrezzi enormi, costretti a lavorare in gruppo per azionare trapani e macchine utensili. Qui da noi una tale diversità dimensionale sarebbe un disastro. Noi qui abbiamo problemi già solo perché, nella vita comune, ciascuno di noi attraversa stati, dimensioni e abilità diverse. Figurati che una tale “Sfinge” era andata in “fissa”, tempo fa, con il quesito: “Qual è l’animale che al mattino ha quattro zampe, a mezzogiorno ne ha solo due e alla sera tre?” Sembra che di quell’animale sia precisamente composta l’umanità da cui ti scrivo e di cui faccio parte. Un animale che ignora, nei fatti più che in teoria, tale alterna mobilità. E non solo quella, ma più ancora pare all’oscuro del fatto che non avendo giovamento da nessuna delle previste gambe, l’animale si attrezza con sistemi di rotodeambulanzione e altri accorgimenti e diavolerie atti a compensare numerosi altri orari della giornata che la Sfinge non aveva previsto. Capisco che progettisti, tecnici, amministratori e costruttori, non potranno certo venire a vedere come ti sei organizzato con gli Elfi, ma io che abito con un “animale” un po’ marziano che al mattino, a mezzogiorno e la sera non ha nessuna delle previste gambe ma sempre e stabilmente quattro ruote, ti chiedo almeno di aiutarli a realizzare una città (magari pure tutte e persino vie e i mezzi di comunicazione tra l’una e l’altra… per questo forse servirà una sinergia con la Befana, le scriverò il mese prossimo), non dico accessibile ma che almeno non le sia di ostacolo. Ti chiedo di far sparire fogli e carte dove si attesta e certifica che la città e i suoi luoghi sono privi di barriere architettoniche, sostituendo l’evidente inutilità dell’azione burocratica, con una consapevolezza nuova di zecca. Un riflesso automatico per cui quando dici persone te le figuri inesorabilmente tutte (alte e basse, dritte e storte, diversamente o per nulla dotate di abilità e sensi). Io ti prometto che l’anno che verrà sarò più buono e mi impegnerò ad adattare le mie abilità alle esigenze di urbanisti, architetti, ingegneri, geometri, designer e quanti altri provvedono con più saggezza di me ai miei bisogni. Mi sforzerò di usare la macchina quanto più sia possibile, scattando alle rotonde e frequentando in particolare gli esercizi commerciali che mi evitano di passeggiare in centro trasferendosi luminosi giusto un po’ fuori città, nel mezzo di giocosi labirinti di parcheggi, dove pazientemente già mi attendono: me e soprattutto la mia autovettura. Per ultimo ti chiedo un regalo “tosto” davvero. Mi piacerebbe che almeno una volta progettando la “circolazione”, anziché partire dalle auto e lasciare alle persone quel che

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resta, si facesse l’inverso. Giusto per vedere, vorrei che si partisse dalla considerazione della mobilità di donne e uomini (e al limite bestie domestiche), giovani e anziani, con tre gambe, passeggini o “comeglipareabili”. Insomma progettare la circolazione pedonale e, tanto per dire, “snellire” il pedo-superamento di incroci, ampliare e spianare marciapiedi e ingressi, prevedere attraversamenti pedonali ovunque farebbero comodo, incrementare i parcheggi/panchine e gli spazi adeguati alle soste dei pedoni più piccoli. Dopo, solo dopo aver sistemato al meglio tutto questo, annessi e connessi, vedere dove e come è possibile e opportuno l’accessibilità alle automobili. Capisco che per un uomo che viaggia solcando i cieli con una slitta, veste di rosso e vive in una comune con gli Elfi questa richiesta potrà essere incomprensibile, in alternativa fammi diventare un’automobile.

Giorgio Raffaelli

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aro Gesù Bambino, mi vergogno un po’ a scriverti, sia per la mia età, sia perché non mi piace troppo chiedere favori, ma mi sono decisa a farlo comunque. Ti chiedo un po’ di cose che a te sembreranno strane, perché tu non devi avere a che fare con queste realtà.. Fa’ che gli uomini riscoprano il valore del silenzio, quel silenzio che nei momenti solenni, tristi o lieti, penetra nelle anime, fa vibrare, commuovere, tremare, piangere. Spegni gli applausi fuor di luogo, superficiali, qualunquisti, cortigiani, grotteschi; lega le mani a quegli insensati che applaudono sempre e non sanno nemmeno chi e perché applaudono; almeno non lo permettere per funerali e matrimoni, dentro le tue chiese, sedi per eccellenza di riflessione, di interiorità, di compartecipazione. Fa’ ingoiare i microfoni a quei giornalisti zelanti che li piazzano sotto il viso di persone travolte dalla perdita di una persona cara, chiedendo loro “Che cosa prova?” Rompi per sempre le telecamere di tutti quei cronisti che per giorni, settimane, mesi, ci propinano a puntate casi di cronaca nera, degni solo dell’umana pietà, o di una preghiera da parte di chi è credente. Risparmiaci l’ipocrisia, la falsità, l’arroganza, di chiamare molti nostri politici con l’appellativo “ONOREVOLE”, mi vengono i conati di vomito a sentirlo! Fai ravvedere quei genitori che credono che i loro figli abbiano sempre ragione, che li difendono sempre e comunque, che pensano che siano geni incompresi. Togli la patria potestà a quei genitori che spingono i loro bambini a scimmiottare gli adulti, a partecipare a trasmissioni televisive, travestiti da grandi, resi grotteschi da trucco e pettinature inguardabili. Fa’ che venga la cellulite o almeno un’acne grave a quelle ragazze che, spinte anche dalle loro madri, pensano che sedurre esibendo il proprio corpo sia un fine della loro vita, da perseguire a tutti i costi per sentirsi realizzate. Caro Gesù Bambino, temo di essere stata poco natalizia nella mia lettera, ma convivere tutti i giorni con tante storture è proprio duro, quindi perdona la scarsa eleganza del mio eloquio. Ti prego di dare comunque la precedenza assoluta alle richieste giunte a te da tanti bambini innocenti e che vedono ancora il mondo con i loro occhi incantati, come vorrei tornare a vederlo anche io, almeno per quanto è possibile.

Rita Barbetti chiaroscuro

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aro Babbo Natale, sono un bambino di 29 anni. Sì, hai letto bene. 29 anni Una situazione buffa e insolita per te ma dato che mi hai letto cosi tante volte da piccolo, ho pensato che un saluto l’avresti accettato ben volentieri. Come te la passi? Mi sono sempre chiesto se in questa nuova era, dove anche i miei cuginetti più piccoli preferiscono giocare con le applicazioni dell’Iphone che ai consueti giochi da tavolo o all’aria aperta, tu avessi cambiato la tua visione del Natale. Immagino che per te sia rimasta comunque la giornata più importante dell’anno, 12 mesi a preparare doni e giocattoli da distribuire in tutto il mondo ma le lettere, per esempio, le ricevi ancora? So per certo che ancora non ti sei informatizzato, quindi niente email e niente richieste di amicizia su face book, ma i bambini ti scrivono ancora? Le richieste sono cambiate come è cambiato il mondo. Questo villaggio globale tanto sospirato e amato da Marshall McLuhan ha portato bambini e ragazzini a chiederti probabilmente più che galeoni delle Lego, o Michelangelo delle Tartarughe Ninja, come facevo io, i vari iPAD, cellulari di ultima generazione o comunque giochi che con la fantasia hanno poco a che fare. Un mestiere duro il tuo, soprattutto in questa era. Non mi prendere per il solito che generalizza, però effettivamente la realtà è ben diversa da quella dei nostri padri o nonni cui portavi un cavallo a dondolo, una scacchiera, una spada di legno oppure da quella della mia infanzia, quando al castello di Greyskull di He-Man potevi aggiungere la carrozza delle Barbie o la piccola cucina di Novelle Cousine. Noi dovevamo personificare le storie d’amore dei piccoli mini-pony o le epiche ricerche degli ectoplasmi degli Acchiappafantasmi, ci immaginavamo di far parte di un un mondo fantastico e già a metà novembre la cosa che ci premeva di più era prendere quei bellissimi cataloghi di giochi e buttare giù delle idee da chiederti. E tu ogni anno ci accontentavi. Magari ci riscrivevi che, di tutte le richieste che avevamo fatto, potevi soddisfarne solo alcune ma eravamo comunque felici. Ora non solo devi accontentarli in tutto e per tutto ma devi andare anche oltre le richieste. I tuoi Elfi hanno lavoro oppure li hai dovuti far specializzare in tecnologie informatiche? A questo punto della lettera (se ancora mi stai leggendo, ma sono sicuro di si) ti starai chiedendo che cosa abbia da chiederti un bambino di 29 anni. Sarò molto sincero con te, non c’è una richiesta ma soltanto una sfrenata voglia di scriverti. Basta email… basta chat…basta link da condividere o sms…una bella lettera per te che da così lontano ci leggi, vicino al tuo grande camino nella tua casa in Lapponia. E comunque una richiesta c’è: mi ricordo che per un senso di dovere, da piccolo, insieme ai giochi scrivevo sempre “pace nel mondo”, oppure “felicità a tutti” e su questa lettera mi sento di chiederti un po’ di VERITÀ…si hai capito bene vorrei VERITÀ per tutti. Togli le illusioni da una realtà che non ne ha bisogno. Sono peggiori di tanti NO messi insieme. Nella mia vita ho studiato, mi sono laureato, ho lavorato per un po’, ho una bellissima famiglia alle spalle, degli amici sinceri (pochi ma veri) e una splendida donna al mio fianco, ma nonostante ciò sono circondato da cattiveria e false speranze. Magari entri in un luogo che pensi sia giusto, sia pieno di persone con un grande cuore e ti accorgi che invece l’odio, l’invidia e la falsità la fanno da padrone. Amo la mia terra. Amo l’Umbria per la qualità della vita e amo anche Foligno con i suoi pro e tanti contro ma un bambino di 29 anni, come può pensare di andare avanti e di costruire qualcosa in una realtà dove ciò che importa non è quello che siamo e quello che pensiamo ma quello che abbiamo, quello che possiamo offrire e soprattutto chi conosciamo? Vorrei rimanere qui ma non so se potrò. Babbo Natale, questa è la lettera di un tuo fan da sempre, di un’amante della vita e dei sogni…cerca di far sognare i bambini di oggi e soprattutto, per far sì che i bambini come me e come tanti altri possano godere di quelle emozioni che ci donavi quando bussavi alle nostre case, dona VERITÀ a tutti….dona la GIUSTA RAGIONE e dona un po’ d’AMORE a 360° perché ce n’è veramente bisogno!

Alessio Vissani 8

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aro Babbo Natale, la crisi economica che stiamo vivendo e le implicazioni sociali che comporta mi costringono, mio malgrado, a dover ricorrere al tuo buon cuore. So di non rientrare nello standard dei mittenti delle letterine a te indirizzate, né per età, né per peso, ma, credimi, non posso farne a meno. Hai sempre realizzato i miei sogni di bambina e sono certa che non mi deluderai. Ti elenco, come facevo una volta, tutte le mie richieste, certa che, con la tua sensibilità, saprai dare priorità a quelle che riterrai più meritevoli. Eccole qua: 1. per tutti i cassaintegrati, ti chiedo un sussidio integrativo una tantum di 10 mila euro. No, non pensare che sia troppo: in fondo è solo la cifra pari alla rendita semestrale da diritti Siae percepiti da quel poveretto di Franco Califano! 2. per tutti i precari ti chiedo, nell’immediato, una maxi dose di autostima, di cui si ha veramente bisogno quando viene minata la dignità personale. Poi però porta anche la certezza del lavoro per il quale hanno studiato, sacrificato gli anni migliori, pagato master, tasse di concorso, tentato tutte le strade, sudato e pianto. Quasi quasi come i “tronisti”, i “gieffini” e le altre categorie similari, che riempono le pagine delle riviste che io, tengo a precisare, sfoglio solo quando sono dal parrucchiere. 3. per tutti gli alluvionati, del Nord e del Sud, ti chiedo un tetto sotto il quale ricominciare a vivere: un’abitazione senza pretese, a basso costo, senza tanti fronzoli, lo stretto necessario. No, guarda, se stai pensando a quella di nonsochi, nel Principato, non ci siamo proprio. 4. per i giovani vorrei la sempre in voga “speranza in un futuro migliore”. Questa mia richiesta però mi fa sorgere un dubbio: se è vero, come dicono i saggi, che il futuro è frutto del presente (e qui siamo già messi male) e il presente lo è del passato, cosa succederebbe se tutto il nostro passato dovesse fare la fine di Pompei ? 5. per tutti i proprietari di Ford Ka, noti per guidare come se fossero dentro auto grandi e potenti, ti chiedo una fiammante Escort: per i patiti delle Escort, alcuni dei quali si sentono grandi e potenti, ti chiedo un modellino di Ka per divertirsi: non nuoce alla salute e, soprattutto, non ha effetti collaterali. 6. per mio nipote Filippo, 6 anni, e tutti i suoi coetanei, ti chiedo il dono di vivere ogni esperienza futura con la stessa trepidante attesa con cui aspetta questo Natale. 7. per finire, per noi che ogni mese collaboriamo a “ChiaroScuro”, spero nella gioia di sentirci ancora dire “Oh, finalmente qualcosa da leggere con gusto, mai sopra le righe…”. Accidenti, non è che avrò esagerato ?!

Tania Raponi

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Il pranzo

di Natale

di Marta Angelini

Non sono mai stata una grande estimatrice

delle riunioni di famiglia, anzi mi reputo discretamente misantropa quando ci sono occasioni di raduno tra consanguinei in occasione di feste comandate e affini. Appunto dicevamo, le feste comandate, quelle alle quali personalmente avrei preferito un lavoro, magari con orari strambi, proprio nei giorni del 24 dicembre, del 31 dicembre, della domenica di Pasqua e via dicendo. Sono fortunati quegli attori di teatro che recitano nei giorni di festa, o le rock star, impegnate nella loro arte quando tutti gli altri sono in vacanza. Non essendo ancora riuscita a trovare una via di fuga definitiva dalle riunioni familiari nei giorni di festa (per diventare rock star ci sto ancora lavorando), mi è capitato un anno fa di cambiare famiglia proprio in occasione della vigilia di Natale. Come arrivai a passare il Natale 2009 in una casa fiamminga ubicata a nord di Bruxelles, è una lunga storia, ma di certo, miei cari lettori, quello che importa è come ne uscii. Volendo essere gentile e collaborativa proposi alla madre del padrone di casa che si occupava del pranzo di preparare qualche piatto italiano tanto per ravvivare l’offerta culinaria. Alla gentile signora non parve vero che un’autentica figlia italica (quindi evidentemente ferrata in cucina per ragioni di nascita) si offrisse il suo contributo alla riuscita del banchetto natalizio e mi ordinò senza troppa timidezza e con piglio nordico di pensare a tre portate del pranzo: gli snacks dell’aperitivo, una zuppa e il dessert. Ecco che mi lanciò tre belle sfide poiché evidentemente non vi erano affinità tra una portata e l’altra, sembrava piuttosto una competizione tra opposti: dolce/salato, solido/liquido, caldo/freddo. Io, un po’ per orgoglio un po’ per cortesia, accettai di occuparmi dei piatti con un’euforia inaspettata, anche se ben presto scoprii di avere una bella gatta da pelare perché la signora in questione mi disse con simulata leggerezza che lei si sarebbe occupata delle aragoste e del coniglio selvatico. Ecco, mi sono detta, un bel pasticcio; ma chi credo di essere, l’Artusi? Come essere all’altezza di un nobile crostaceo e di una rustica selvaggina? Dopo essermi scervellata per giorni cercando ricette di tutti i tipi su internet e con tutti gli ingredienti più improbabili per risultare originale, alla fine mi arresi e decisi che era inutile provare il fritto di gamberi Thai o la zuppa

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al latte di cocco, la bavarese a tre strati o il flan au citron, dovevo semplificare e realizzare cose basiche, viscerali, che facessero parte del mio DNA. Volevano l’Italia a tavola? Allora gliela avrei servita! Passai un giorno e mezzo in cucina a impastare, mescolare, cuocere, assaggiare, frullare e all’arrivo degli invitati ero già fresca di doccia, profumata, incipriata e senza un segno di fatica. Candidamente mi scusai di dover restare in cucina per la maggior parte del banchetto, ma ero davvero così indaffarata! Questo, mi dissi, è l’unico modo per scampare alla pressione dei discorsi da feste comandate, che spesso si riducono a un cumulo di ovvietà o peggio, se si occupa una posizione gerarchicamente inferiore, si deve accettare un interrogatorio di terzo grado sulla propria vita privata. Mentre la famigliola fiamminga chiacchierava comodamente seduta sul divano a sorseggiare champagne, io cominciai con i cosiddetti (da loro) “amuse-bouche”, più prosaicamente chiamati stuzzichini. Cominciai con un classico natalizio, il salmone affumicato servito per l’occasione su blinis con aneto e uova sempre di salmone. Per ritornare nei ranghi dell’italianità preparai due pizze

Il coniglio fu piluccato da

pochi coraggiosi che farfugliarono che in fondo

il sapore non era poi così

malvagio con base margherita che tagliai a striscioline, una con alici e zucchine, l’altra con pancetta e zucchine. Conclusi la parata con degli spiedini di pomodori pachino e mozzarella che si dimostrarono molto scenografici, da immergere in un pesto fresco profumatissimo. Gli invitati sembravano gradire ed erano entusiasti del pesto che loro erano abituati ad assaggiare solo da barattoli


confezionati. Il momento dell’aragosta si avvicinava, ci si doveva sedere a tavola, io chiusi gli occhi e quando li riaprii mi trovai nel piatto un mezzo crostaceo un po’ triste, scolorito, circondato da salsa cocktail e con due foglie di insalata appassite di contorno. Sì miei cari lettori, avete capito bene, era una bestiolina scongelata, precotta, che il prode capofamiglia si era impegnato a dividere in due cosìcché ogni commensale ne potesse avere appunto una metà. Una tale caduta di stile da una famiglia così apertamente borghese e talmente fissata con le apparenze non me la immaginavo, ma temevo ancora il malefico coniglietto selvatico. Nella zuppa misi tutta la mia anima umbra. Avevo chiesto ai miei genitori di inviarmi due sacchetti di lenticchie di Castelluccio e l’olio dei nostri ulivi, spremuto da poco. Quello che ne risultò fu una fiera zuppa di lenticchie e castagne che servii con un filo d’olio e pane abbrustolito. Stranamente non ci furono commenti di nota ma l’unica cosa che osservai è che i piatti si vuotarono in fretta. L’odore del coniglio selvatico non si fece attendere anzi, quando dico odore dovrei piuttosto dire tanfo. La padrona di casa mi disse che aveva ordinato il coniglio da una rosticceria fidata che preparava normalmente piatti molto raffinati e con la quale si era trovata bene fino a quel momento, e cioè fino a quando scoprì che il coniglio puzzava terribilmente di selvatico. La mia soddisfazione crebbe esponenzialmente, non solo la signora non aveva cucinato lei, ma la pietanza, nonostante fosse stata commissionata a una rosticceria, risultava fetida e poco invitante. Il coniglio fu piluccato da pochi coraggiosi che farfugliarono che in fondo il sapore non era poi così malvagio, io mi limitai a dire che non amavo la carne di coniglio. Il vero trionfo lo conquistai comunque con il dessert, scelsi l’intramontabile Tiramisù pensando che fosse il non plus ultra del fine pasto. La cognata del padrone di casa commentò piccata (forse per l’eccessiva italianità delle mie ricette) che anche da loro si preparava il Tiramisù, ma che era passato di moda da circa dieci

anni. Certo risposi, come passa di moda Mozart o Michelangelo! Il dolce in questione fu soggetto a svariati bis e tris e io con nonchalance mi misi a raccontare la storia del suo nome (con evidente allusione erotica) e delle sue origini cortigiane. Morto il coniglio puzzone, stecchita l’aragosta surgelata, mi godetti i miei momenti di gloria con un Brandy alla prugna e cominciai a ridere a crepapelle per il sollievo. Ripensai alla serata e conclusi che in fondo la posizione della cuoca che resta in cucina nei giorni di festa non è poi così male, in fondo ci si trova in una posizione liminale, di confine, anche un po’ assurda se ci si riflette, perché si è in bilico tra un elemento fisso, la festa comandata, e un elemento variabile, gli invitati, ma in fondo non si vive nessuna delle due condizioni, non è veramente festa perché si lavora sodo e non si è a contatto con gli invitati perché ci si trova sempre in cucina, ma nello stesso tempo si è essenziali perché si fa una cosa molto gradita ai convitati e si permette loro di godersi, per chi la ama, la meritata festa. Notoriamente a Natale si è tutti più buoni e ben disposti verso il prossimo, mi domando quali sfide culinarie mi riserverà la Pasqua…

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Il Natale di Mustafha di Francesco Savi e Patrizia Allegrini

Ci siamo conosciuti a Casablanca in un pomerig-

gio caldo, lui era un ragazzo schivo e dallo sguardo buono e comprensivo, non come la maggior parte degli altri uomini del mio paese. Dopo le normali trattative di matrimonio, ci siamo sposati e ho dovuto lasciare la mia città per seguire mio marito, nella sua casa in un paese interno di montagna. Solo il suo sguardo ed il suo amore mi hanno permesso di accettare questa nuova condizione di isolamento e di povertà. La famiglia di mio marito, tradizionalista, era anche povera, più della mia. Dopo poco è nata Fatiha, una bambina bella e vivace. Le condizioni però non permettevano a noi di poter rimanere in Marocco. Giungemmo alla grande decisione! Tentare la fortuna all’estero; un cugino ci aveva decantato le grandi possibilità che offriva l’Italia. Prima partì Mohammed. Ogni tanto scriveva raccontandomi come andavano le cose; io non resistevo più, ero proprio sola e la condizione di grande povertà che avevo trovato nella nuova famiglia erano davvero insopportabili, con la bambina e senza di lui. Finalmente venne il momento anche per noi. Il viaggio mi terrorizzava; un mondo nuovo, una lingua di cui conoscevo solo alcune parole. Arrivammo a Foligno. Mohammed, faceva il muratore, aveva affittato una casa che a me parve una reggia, rispetto alla condizione in cui mi trovavo in Marocco. Il bagno con acqua calda era un vero miracolo; il riscaldamento; i negozi; la scuola per Fatiha. Era un sogno; fu un periodo molto bello. Dopo poco mio marito ed i cugini cominciarono a parlare di “crisi del lavoro”, io non capivo, ma loro erano preoccupati. Il sogno cominciò pian piano a

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svanire. Mohammed lavorava solo alcuni giorni alla settimana e a volte passava settimane intere senza lavorare. In pochi mesi accumulammo molti debiti, non riuscivamo a pagare l’affitto ed il proprietario di casa era sempre più incalzante, poi divenne minaccioso e ci gridava contro. Non riuscivamo più a pagare la luce ed il gas fino a che ci staccarono le forniture. La spesa era sempre più scarsa e la sen-

sazione che tutto stesse per crollarci addosso era ogni giorno più opprimente. Ma come tutti i problemi, non vengono mai soli. Mi ritrovai incinta e mio marito cominciò a dire che mi avrebbe rimandato in Marocco. Ora eravamo in due a non volere questo, io e Fatiha piangevamo insieme. Avevamo imparato rapidamente l’italiano e la bambina aveva trovato amiche a scuola dove andava volentieri e con buoni risultati. La pancia cresceva molto poco, io mangiavo


sempre meno perché il cibo era poco e la priorità era per Fatiha e per mio marito che doveva lavorare. Io non volevo che la pancia crescesse. Avevo paura di far nascere questo bambino, in un momento in cui non c’era più la speranza ma solo la disperazione di una nuova miseria in Italia o ancor peggio in Marocco; sola con i miei figli. Avrei perso tutto, tutto ciò che mi era sembrato un sogno. Cambiammo casa, dal sogno scomparvero il riscaldamento, l’acqua calda, il sole dalle finestre e comparve la muffa sulle pareti nella piccola camera che ci ospitava tutti. La gravidanza arrivò al termine e lo superò di molti giorni. Io avevo tanta paura per il futuro, ero molto tesa e trattenevo il bambino dentro di me. Volevo fermare tutto. Volevo ancora sognare!

e loro erano felici. Nei giorni seguenti ricevettero molte visite, molti vennero a vedere questo bambino e portarono doni ma tutti dicevano che il dono più grande era proprio quel Gesù.”

Ma in questo buio non siamo stati soli. Nel frattempo ho conosciuto tanta gente nel paese dove siamo andati ad abitare, molti avevano il piacere di parlare con me e di conoscere la mia storia. Molti ci hanno aiutati, con cibo, vestiti e bollette pagate. Quando è nato Mustafha tutte le strade erano illuminate, i negozi avevano le vetrine piene di addobbi. Tutti erano molto indaffarati, era Natale. Anche Fatiha mi parlava molto di questa festa poiché a scuola tutti i bambini erano eccitati e parlavano dei regali che Babbo natale avrebbe portato. Io non sapevo come spiegare tutto questo a Fatiha. Francamente anche io non riuscivo a capire chi era Babbo Natale e cosa avesse a che fare con Gesù dei cristiani. A Fatiha raccontai una storia: “due sposi, lei era molto giovane, si volevano molto bene e vivevano in un povero villaggio della Palestina. A causa di una nuova legge del nuovo imperatore della loro terra dovettero intraprendere un lungo viaggio. Miryàm era incinta e aveva timore di mettersi in viaggio ma l’amore che la legava a suo marito e la speranza di un futuro migliore le facevano coraggio. Arrivarono a destinazione, dove avevano conoscenti e parenti, ma in casa nessuno aveva più posto per ospitarli. Miryàm cominciava a sentire che il tempo era arrivato e Yòseph si accorse di questo e cercò un posto per passare la notte e far nascere il suo bambino. Trovarono solo una piccola stanza, un ricovero per attrezzi e animali ma non si curarono molto del luogo, erano al riparo della notte ed erano insieme. Il bambino nacque, era molto bello e sano

Fatiha volle commentare così quello che aveva capito; “non siamo rimasti soli, molti ci hanno aiutati e sostenuti, papà ha ricominciato a lavorare, anche se la crisi continua, e anche per noi è arrivato un grande dono, Mustafha, e rimaniamo in Italia. Il Natale è la festa in cui nessuno rimane solo, in cui ogni persona può contare su un dono, che è per tutti. Anche per noi, allora è il natale di Mustafha”.

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Gesù e Maria

nell’Islam

di Claudia Brandi

La figura di Gesù Cristo è la chiave della nostra

religione per cui ancora al giorno d’oggi il Natale di Cristo è tra le festività religiose più importanti nel mondo cristiano. Ma una purtroppo consolidata tradizione ci suggerisce che Islam e Cristianesimo siano per antonomasia due religioni antitetiche, per cui si pensa che nell’Islam non ci sia spazio per quelle figure che invece sono centrali nel culto cristiano, come lo è appunto la figura di Gesù, o quella di sua madre, Maria. Invece le radici di Islam e Cristianesimo sono indissolubilmente legate fra loro e hanno molti aspetti in comune, come queste due figure, emblemi del Cristianesimo ma non estranee all’Islam, le quali invece svelano un legame profondo fra cristiani e musulmani e rappresentano un bel punto di partenza per chi, come me, è convinta che Islam e Cristianesimo siano due facce della stessa medaglia, due modi entrambi giusti di credere in Dio. Ma allora chi è Gesù nell’Islam? Il Corano parla di lui a più riprese e se si mettono insieme i versetti che lo riguardano, si nota come essi ce ne regalino un’immagine significativa e certamente inedita ai nostri occhi. Egli è considerato tra i profeti più grandi e importanti nella storia, e di particolare rilevanza per i musulmani è il fatto che egli sia stato il profeta che ha immediatamente preceduto l’ultimo di loro nel corso della storia, Muhammad (Maometto), essendo vissuto meno di 600 anni prima (la nascita di Muhammad è infatti databile attorno al 570 d.C.). Nel Corano si parla di Gesù con l’appellativo di‘Isa ibn Maryam (Gesù figlio di Maria) a cui talvolta si aggiunge o si sostituisce l’appellativo di al Masih (il Messia). Nel Corano si racconta della natalità di Gesù in molte parti e si insiste sul ruolo importante che egli ha rivestito come profeta: « Noi […] demmo a Gesù figlio di Maria prove evidenti [del suo compito] e lo confermammo con spirito di Santità» (sura 2, v. 87). La figura di sua madre Maria è invece presa come modello per tutte le

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donne credenti e di lei il Corano dice: « E Maria, figlia di ‘Imrān, si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del nostro spirito, e credette alle parole del suo Signore, e nei suoi Libri, e fu una delle donne devote. » (sura 66, v.12). Alla madre di Gesù è dedicata anche la sura 19, chiamata appunto “Maria”, dove si racconta la nascita di Gesù, nella quale si nota una straordinaria somiglianza con i resoconti fatti dai testi biblici. È interessante notare come il Corano “metta in bocca” a Gesù l’affermazione di essere un profeta e non il figlio di Dio, una della differenze principali di credo tra la due religioni monoteiste. Ma anche da profeta, a Gesù sono comunque riconosciuti i miracoli che egli ha compiuto in vita, grazie al consenso divino, come è espresso nel testo sacro dell’Islam, il quale parla di Gesù a questo modo: «E ne farà un messaggero per i figli di Israele(che dirà loro): io son venuto da voi con un Segno dal Vostro Signore. […] Io con il permesso di Dio guarirò coloro che sono nati ciechi, e i lebbrosi, e risusciterò i morti. » (sura 3, v. 49). Come profeta, il Gesù islamico viene al mondo per confermare la tradizione religiosa precedente, “migliorandola” sotto certi aspetti, così come farà il profeta successivo, Muhammad, migliorando a sua volta la tradizione portata da Gesù. Per questa ragione, per i musulmani la fede islamica è considerata la fede più giusta da seguire tra le tre grandi religioni monoteiste, poiché è legata alla rivelazione più recente dal punto di vista storico, quella portata dall’ultimo profeta, Maometto, e quindi la meno imperfetta delle tre, perché la meno corrotta dagli uomini. Le figure di Gesù e Maria suscitano interesse e ammirazione nella tradizione musulmana e la stessa festa del Natale, considerata da tutti noi come puro appannaggio della religione cristiana, è invece molto rispettata e in alcuni casi anche festeggiata dai musulmani stessi.


Un materasso

e una coperta di Carla Tacchi

Arrivare in un villaggio nel cuore di tenebra della

savana africana è un’esperienza unica, che riconduce ad un passato ancestrale, in una dimensione spaziotemporale in cui si ha la sensazione di ri-conoscere le origini autentiche che sono comuni ad ogni uomo. Una piccola radura, un vialetto, quattro capanne di fango con il tetto di paglia poste a semicerchio, al centro l’insaka: il “salotto” dove si svolge la vita della famiglia allargata, più nuclei che accolgono anche bambini orfani, figli di parenti o vicini il più delle volte morti di AIDS. Per entrare nelle capanne è necessario chinarsi, le porte sono piccole. Lo spazio interno viene utilizzato soltanto per riporre gli oggetti di maggior valore e per dormire. Una volta, entrando, sul pavimento di terra battuta ho visto un giaciglio di stracci logori, delimitato da assi di legno, una sorta di mangiatoia. La donna, che mi mostrava fiera la sua casa, teneva fra le braccia un bimbo piccolissimo avvolto in una copertina celeste, nato pochi giorni prima su quel pavimento, fra quegli stracci. In questa parte del mondo “nascere in una mangiatoia” rappresenta la normalità; tante donne partoriscono da sole o con l’aiuto di chi ha soltanto più esperienza, affidandosi completamente all’istinto e alla sorte. Eppure l’immagine di quella mamma con il suo bambino mi è sembrata l’icona più perfetta che avessi mai visto della natività. Per una bizzarra associazione di idee - è davvero impossibile comprendere fino in fondo ciò che accade “in quel guazzabuglio del cuore umano” - sono ricomparsi nella mia mente, ripescati da chissà quale pozzo della memoria, ricordi lontani ma inaspettatamente chiari e vivi. Sotto il sole dell’Africa nera è affiorata la nostalgia di quelle freddissime vigilie di Natale, quando tutta la famiglia era in fibrillazione per la preparazione del grande presepe che, durante tutto il periodo natalizio, avrebbe rappresentato per noi bambini l’attrattiva principale. Le lucine che non funzionavano mai, l’odore del muschio bagnato, la farina sulle montagne per fare la neve, le stradine di sassolini, la carta stagnola per il laghetto, i ceppi per la capanna con tanta paglia dentro… man mano tutto prendeva forma, tutto

come per magia diventava vero: avevamo davanti agli occhi un paesaggio suggestivo, pronto ad accogliere un grande mistero. Poi arrivava il momento di sistemare le statuine: la Madonna e S. Giuseppe, il bue e l’asinello dietro alla mangiatoia vuota, il suonatore di flauto all’entrata della capanna, i pastori con i doni sulle spalle, le pecorelle (tante!) sparse un po’ dovunque. E subito quelle statuine di coccio, consumate dal tempo, si animavano davanti ai miei occhi di bambina e davano vita allo spettacolo più incredibile e magico che avessi mai visto. Alla fine, rigorosamente a mezzanotte, noi bambini mettevamo nella mangiatoia, con grande cura, il Bambinello. Un rito che riempiva il nostro cuore di gioia e di stupore; un momento di grande dolcezza ed armonia, rimasto in me come un mito dell’infanzia che influenza ancora il mio presente. Ogni volta che intorno a me qualcuno può tornare a sperare e a sorridere, mi scopro a vivere la rinnovata magia del Natale. Come è successo con Priscilla: sei anni, occhietti furbi, penultima di sette tra fratelli e sorelle, ovviamente orfana di padre. Una mattina si presenta alla missione con la sua biciclettina, regalata dai bianchi, e con un foglietto: la mamma chiedeva un materasso ed una coperta. Padre Massimiliano, con un grande sospiro, ha subito detto che era una richiesta impossibile, 300.000 kwacha (50 euro!) sono una cifra troppo alta in una realtà come questa. Un materasso a due piazze per dormire in otto ed una coperta per coprirsi rappresentano davvero un lusso. Ma per fortuna l’armonia e la dolcezza del Natale, quello autentico, che non potrà mai essere rubato dalla follia del possedere e del consumare, possono arrivare in qualsiasi momento, in forme del tutto inconsuete ed inaspettate. Priscilla ha avuto il suo Natale in un limpido giorno di fine agosto quando, dopo essere tornata da scuola e dopo aver consumato, intorno al fuoco insieme agli altri, l’unico pasto della giornata, entrando nella sua capanna ha visto, con la gioia stupita che solo i bambini sanno provare, un materasso ed una coperta.

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L’angelo con di Maria Rosaria Tradardi

gli anfibi ai piedi

Finita la guerra, la mia famiglia sfollata a Sant’Eraclio

non poté tornare nella casa in cui abitavamo a Foligno, essendo questa inagibile a causa del bombardamento del 16 maggio 1944, giorno in cui venne distrutto, tra gli altri, anche il Teatro Piermarini. Ci tengo a ricordare la casa che mi ha visto nascere e dove ho vissuto fino ai dieci anni. Era al numero 18 di via Scortici, all’angolo con uno stretto vicolo, oggi divenuto piazza Pietro Ubaldi perché le bombe hanno creato uno slargo. La casa ancora c’è. Ci fu assegnato dall’ Amministrazione comunale un appartamento nel grande palazzo del Carburo. Vi trascorremmo pochi mesi ma ancora oggi ne ho un buon ricordo. A quel tempo, essendo una ragazzina amante delle novità, mi abi­tuai presto al cambiamento e feci subito tante amicizie. La mia par­rocchia non era più quella della Cattedrale di San Feliciano ma San Giovanni dell’Acqua, che fu nel dopoguerra uno dei principali luo­ghi d’incontro dei giovani. Non esiterei oggi a definirla una vera officina di idee, un continuo fermento di attività svolte da giovani e adulti e dirette al servizio dei più poveri, dei più bisognosi. E ce ne erano in quel tempo. Il parroco, Don. Guglielmo Spuntarelli, era l’artefice di tutte le attività, non ultima quella di aver istituito La Casa del Ragazzo. Era un prete che veniva dalla montagna e ben conosceva le necessità della povera gente. Ricordo ancora il suo viso sempre atteggiato al sorriso, per chiunque. E’ qui che ho imparato le prime nozioni della parola “fratellanza”. Si avvicinava il Natale. Nella parrocchia non poteva certo manca­re qualche iniziativa per quel giorno di festa particolare. Si pensò di dare una recita il cui ricavato, ad offerta, sarebbe stato devolu­to in beneficenza. In tanti si dettero da fare, giovani e meno giova­ni. Ne venne fuori un prodotto teatrale degno di tale nome. Fu deci­sivo l’apporto di Suor Ester, ben decisa istruttrice e animatrice presso l’Istituto Palestini. Ci fece lavorare senza sosta. Il titolo dell’opera principale era “La Signora di Lamporecchio”, una parodia del rapporto tra il padrone e il contadino. Nel nostro caso si trattava di una padrona, che fu ottimamente interpretata dalla dinamica Rita Del Vaso a cui andò indubbiamente riconosciuto parte del successo dello spettacolo. Indimenticabile pure l’apporto di Cesare Simeoni con

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il suo lavoro recitato in dialetto folignate, avente per titolo “Il Signor Giano”. Per quello che mi riguarda, essendo bassina di statura e magrissima per le privazioni alimenta­ri della guerra, venni scelta da Suor Ester per interpretare “l’Angio­ letto” che avrebbe dovuto annunciare, ai pastori, la nascita del Reden­tore. Ne fui oltremodo felice perché avevo avuto, da sempre, la passio­ne di recitare poesie. Mai avrei potuto immaginare di farlo un giorno sulle scene. Studiavo con impegno la parte assegnatami, togliendo pu­re spazio ai compiti di scuola. Ci tenevo a fare una bella figura, non tanto per mia vanità, quanto per esprimere gratitudine agli istruttori. Arrivò il giorno fatidico. Con un po’ di apprensione mi sottopo­ si al vestimento in sacrestia. Erano in molte addette a questa importante operazione. Mi venne infilato un grembiulone lungo fino a coprire i piedi, tanto bianco che ancora sapeva di varechina. Poi comincia­rono a provare come meglio poter sistemare le ali sulle mie spalle e la cosa risultava sempre più difficile, non trovando il modo di legarle su di me con la corda di cui erano fornite, essendo esse troppo gran­di, più alte della mia persona. Cominciavo a preoccuparmi. Finalmente, dopo tanti tentativi, il vestimento fu concluso ma io ben presto cominciai a sentir caldo. Il tessuto delle ali era leggerissimo, un velo traspa­rente, ma il telaio era di legno. Goccioline di sudore cominciavano ad apparire sulla fronte dell’angioletto. Ero impietrita. Al segnale di ingresso sulla scena non riuscii a muovere un passo. Mi sforzavo di reggere le ali, anche curvandomi un po’ in avanti, ma sentivo di non farcela. Ad un certo punto, dietro amorevole dura spinta di Suor Ester, mi ritrovai sulla scena. Provai a fare qualche passo. Una tragedia. Nel silenzio rispettoso degli astanti in sala, si sen­tiva il rumore provocato dalla punta delle ali che strisciavano sul­le tavole di legno. Per evitarlo, cercavo di piegarmi di più, ma era inutile, anche perché a questo rumore si accompagnava quello dei miei anfibi invernali risuolati. Essendo rimasti nascosti dal lungo grem­biule, nessuno aveva pensato di togliermeli e adesso, inciampando sul grembiule, si vedevano perfettamente. Arrivai al bordo del palco. La luce di un riflettore mi costrinse a chiudere gli occhi, non abbastanza però da impedirmi di vedere la sala gremita di gente. In prima, fila erano il Vescovo, Monsignor Stefano Corbini, il Vicario don Luigi Faveri e il Parroco don Guglielmo Spuntarelli. Quest’ultimo, con


il suo sorriso, pareva volesse incoraggiarmi a parlare. Aprivo e chiudevo la bocca ma da questa non usciva niente. Non so se era per l’emozione o per il peso delle ali. Poi, miracolo, la voce uscì dalle mie labbra e io cominciai ad annunciare la lieta novella: “O semplici pastori... fausta novella...io vi reco...dal cielo dagli eterni splendori...dove... Brusca fine dell’Annunciazione. Il fiato sparì stavolta in

modo definitivo e io ebbi solo la forza di fuggire dietro le quinte. Mi rifugiai nel punto più buio della sacrestia, dove potei sentire una ovazione del pubblico più volte ripetuta. Sicuramente si era divertito nel vedere un angelo in­solito che di etereo non aveva proprio niente: un angelo muto, gobbo e con gli anfibi ai piedi. Piansi così tanto che bagnai anche le ali. Ma questo ricordo è il regalo più bello che mi giunge ogni Natale.

La bambola

della Nonna

di Annunziata Petrini

Arriva l’inverno. Dalla finestra, adagiata fra cuscini

e coperte nella mia poltrona, osservo il cielo plumbeo e i pochi passeri che sembrano frettolosi di rientrare nel caldo del loro nido. Sembra triste questa stagione, ma nell’aria c’è già l’attesa per qualcosa che ci renderà più felici. Arriva il Natale, preceduto da giorni di sereni pensieri e di domande “Che potrò regalare ? Chi verrà, cosa posso preparare?” Sì, bisogna fare un po’ di conti, e trovare un’idea utile per tutti, in fondo basta un ricordo di questa vecchia nonna. Ma nel ricordo ritorno alla mia infanzia e ai miei giorni di Natale. Che giorni sono stati? Giorni brutti, perché c’era poco da mangiare e ancor meno da regalare, ma erano comunque giorni pieni di gioia. Per tutto il mese di Dicembre bisognava fare i bravi bambini e fare i fioretti, il che significava non chiedere niente di più di quello che la famiglia faceva già fatica a dare. Si viveva in quest’attesa fino al grande giorno. La notte di Natale il Bambino ci portava i doni, e che doni! Nel sacchetto di carta dove era scritto il mio nome, trovavo un mandarino, un roccetto di fichi secchi e poche caramelle d’orzo che la mamma ci aveva preparato in casa la sera, di nascosto, appena noi eravamo andati a dormire. Io e Quinto eravamo i più piccoli, ma i regali erano gli stessi degli altri nostri fratelli maggiori. La differenza con altri bambini della nostra età era invece evidente: chi aveva il cavalluccio a dondolo, chi una graziosa bambola con cappotto e stivali, chi dolciumi confezionati: per i bambini come noi, orfani

del padre e numerosi (eravamo in cinque), era tutto quello che nostra madre poteva offrici. Poi si unì alla famiglia nonna Annunziata, che iniziò ad occuparsi di noi per la pulizia personale, per la scuola e a dare una mano in casa: quando era festa nonna faceva sempre qualcosa di dolce e anche il Natale, con lei, era diverso. Per Natale a me faceva la bambola: era un bastone a forcina che veniva ricoperto con vecchi pezzi di stoffa. Al posto della testa c’era una pallina che veniva disegnata e truccata: non era proprio bella, ma era la bambola che nonna aveva fatto per me, per farmi contenta: la ringraziavo tanto, anche se poi, quando rimanevo da sola, erano tante le lacrime che bagnavano il mio vestito. Quinto aveva il suo bel cavallo, fatto anche questo di un bastone e di stoffa, con due bottoni al posto degli occhi. Non erano belli come i doni che avremmo voluto, ma erano fatti da chi ci voleva bene e alla fine ci bastava. Ancora oggi, alla mia età, non so se il Natale è un giorno di festa o di malinconia, per le persone povere. Oggi è tutto diverso: con grande indifferenza si compra, si regala, ma senza sentimento. Grandi regali, importanti, costosi, appariscenti, tutti belli, sì, ma nessuno necessario. Chissà se la notte di Natale questa gente va in chiesa ad ostentare i nuovi acquisti, o se dice una preghiera di ringraziamento per quello che ha, e magari rivolge un pensiero, un solo pensiero, a tutti quei bambini che muoiono di fame?

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La statuina di

Quellochehadimenticatoacasalechiavi

di Carla Oliva

La mia vita è iniziata il giorno in cui un giovane

uomo bello mi scelse tra tante altre e mi portò a casa con sé. Tolse con delicatezza la carta che mi avvolgeva e mi mostrò ai suoi bambini, raccomandando loro di fare attenzione. Il maschietto era più grande; mi prese, mi girò da tutti i lati, notò che sotto la mia base c’era il prezzo: 150 lire; poi chiese perché avevo il braccio destro alzato, con la mano sulla fronte. Forse per ripararsi dalla luce, disse l’uomo che mi aveva comprato. Poi mi esaminò la bambina più piccola, e disse che erano belli i colori dei miei vestiti, ed anche il mio turbante; e io ne fui molto felice. Poi disse che secondo lei non era vero che mi stavo riparando gli occhi dalla luce, perché Gesù era nato di notte, quindi, che luce c’era? La luce della stella cometa, cretina, le disse il fratello. E qui cominciarono a litigare. L’uomo bello allora mi riprese e mi incartò di nuovo: il presepe lo faremo sabato e domenica prossimi. Evviva evviva, non vedo l’ora, disse la bambina. L’uomo ci mise un pomeriggio intero solo per preparare il paesaggio: era molto grande, c’erano montagne e sentieri, un laghetto e tante palme. Usò carte di tutti i tipi, la stagnola dei pacchetti di sigarette per fare laghetti e fiumi; la carta da pacchi, colorata con le tempere, per fare le montagne; e poi mise le case e dentro alle case le luci. Quindi mise gli animali: cammelli, soprattutto, ma anche cani, gatti, papere. Finalmente venne il turno delle statuine e per questo fu determinante il parere dei bambini: proponevano un punto, e poi un altro. Ci spostavano più avanti o più indietro; ci mettevano in gruppi oppure isolati. Si sforzavano di trovare una logica in base alle nostre azioni, a quello che stavamo facendo. Quindi, ad un certo punto, bisognò che si capisse una volta per tutte il perché del mio gesto. Temetti che ricominciassero a litigare come la prima volta. Invece quel giorno erano talmente contenti che il loro papà stava facendo con loro e per loro il presepe, che di litigare non ne avevano per niente voglia! Anzi, ridevano e scherzavano e giocavano. E io pensai di essere stato proprio fortunato a venire in questa casa. Dunque, la questione era appurare il perché del mio gesto. Finalmente giunsero ad una conclusione che mise d’accordo tutti: non mi stavo riparando gli occhi dalla luce, ma mi colpivo la fronte con

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disperazione esclamando: povero me, ho dimenticato a casa le chiavi! Ecco. Da quel momento sono diventato la statuina di Quellochehadimenticatoacasalechiavi. Era una cosa così assurda, così fuori del tempo, così straordinariamente originale, che non c’era possibilità di arrabbiarsi. Ne fui felice, invece, perché nessuno, oltre me, aveva avuto l’onore di una tale “modernizzazione”. Da allora, ogni anno, quando l’uomo bello riprendeva noi statuine dalla scatola in cui ci riponeva e pian piano ci toglieva la carta di giornale, appena scartava me i bambini gridavano: ecco la statuina di Quellochehadimenticatoacasalechiavi!. Erano contenti di rivedermi, e secondo me erano contenti anche che non ero tornato indietro a cercare le chiavi, ma ero rimasto lì, nello scatolone, ad aspettare il Natale successivo. Ma le risate, le grida, i litigi di quei due bambini che mi erano divenuti così cari, non durarono per molto. Ben presto l’uomo bello fece il presepe in uno spazio sempre più piccolo, con sempre meno statuine ed animali. Finché non rimase solo la capanna con “i personaggi principali”. Poi, non ci fu neanche quella. L’uomo bello era diventato vecchio e stanco; i bambini non erano più bambini e a tutto pensavano, tranne che al presepe. Io ero ormai sempre avvolto nella carta di giornale. Nessuno veniva a scartarmi. Un giorno di molti anni dopo mi trovai in una nuova casa, con un bambino piccolo che non avevo mai visto. Altri mani mi stavano scartando. Chissà dove ero finito? Ad un certo punto una voce di donna disse: ecco la statuina di Quellochehadimenticatoacasalechiavi! Cosa? chiese il bambino. E allora la donna incominciò a raccontare, e finalmente riuscii a capire che si trattava della bambina di un tempo, divenuta a sua volta madre. Capii che l’uomo bello non c’era più, che tutta la sua famiglia era svanita e che ora c’era questa nuova famiglia, in una nuova città e in una nuova casa, con un nuovo bambino. La donna raccontava del grande presepe che faceva l’uomo bello e il bambino ascoltava. Fece anche lei un presepe; anche se più piccolo, aveva comunque le montagne fatte con la carta dipinta, come aveva imparato dal suo papà, il muschio per i cespugli, i sassolini per i vialetti e le luci nelle casette.


Per mettere tutte le statuine non c’era spazio, ma io fui tra le prime a trovare posto nel vialetto che conduceva direttamente alla capanna. E il bambino, quando mostrava il “suo” presepe a chiunque arrivava in casa, diceva: ecco la statuina di Quellochehadimenticatoacasalechiavi! Ora anche quel bambino è diventato grande, la donna non ha più fatto il presepe e io sono di nuovo in uno scatolone, incartato con cura. Ma non importa, passo il mio tempo immaginando che un giorno ci saranno

altri bambini che rideranno perché una statuina del presepe ha dimenticato a casa le chiavi. Qualcuno avrà ancora cura di me e racconterà la mia storia. Forse andrò in una nuova casa. Forse ci sarà chi finalmente farà di nuovo un grande presepe con cammelli, laghetti, case e tante statuine. Sarò di nuovo ammirato, ne sono sicuro. Ciò che proprio non riesco ad immaginare, però, è un presepe che possa essere più bello di quello che faceva l’uomo bello. E scusate la ripetizione.

Un presepio

povero

di Fausto Scassellati

Quand’ero ragazzo ( anni “30 ),

con l’avvicinarsi delle festività natalizie, preparavo il presepio collocandolo sopra un grosso baule. La preparazione iniziava fuori casa molti giorni prima: in occasione delle uscite con mia madre per raccogliere l’erba campagnola nei pressi del colle dei Cappuccini, adocchiavo già quello che poteva servirmi per realizzare 1’ambientazione del presepio, che sarebbe stata il “ pezzo forte “ del mio lavoro. Servivano i vari tipi di muschio (bello soprattutto quello dorato), cortecce di quercia (meglio se con spezzoni di edera attaccati), piccoli ceppi di piante, sassi caratteristici, sabbia. Non trascuravo qualche piccolo ramo caratteristico destinato a far da pianta e qualche rametto di “Pungitopo” (lu piccasùrci) dotato di vistose bacche rosse. Tutto ciò si sarebbe trasformato in capanne, grotte, campi, alture, stradine di campagna. Per ultimo collocavo i personaggi tirandoli fuori da una vecchia scatola per scarpe. Essi erano stati ritagliati anni prima da due cartoni stampati. Non ricordo la presenza, all’epoca, di statuine di gesso o di altro materiale. Tra i vari personaggi ne avevo “battezzati” due: “Cirulì”, una giovane alta con un’anfora sulla testa che spesso non si

manteneva in piedi e “Cioppétta” una pecorella che aveva perso una zampa, carenza che cercavo di nascondere col muschio. Un povero presepio “economico”, dati i tempi, ma dotato di risorse naturali e di forte fantasia. Una piccola cosa, indubbiamente, a confronto dei rinomati presepi realizzati all’epoca presso le chiese dei Cappuccini e di San Francesco in città. Due le uscite importanti durante le feste natalizie: una per, andare a ritirare la “Befana Fascista” presso il Dopolavoro Ferroviario in via Chiavellati e l’altra, appunto, per andare a vedere il presepio di Padre Fratini a San Francesco. Ho un ricordo vago di quest’ultimo: più che altro rammento la ressa dei visitatori che mi spingeva in un angusto passaggio tra due porte e che mi creava disagio. Recentemente ho ritrovato in un “mercatino” di cose vecchie i due indimenticati cartoni con i miei personaggi per il presepe. Li ho portati a casa, li conservo accuratamente. Ho ritrovato “Cirulì” e “Cioppétta” : essi mi ricordano un vecchio povero presepe non contagiato da fredde luci, da rincorse alle novità, da fasulle tecnologie elettromeccaniche. Un vecchio povero presepe, ricco di luminosi squarci sulla mia vita giovanile.

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A difesa del senso di Maria Paola Giuli

di Yggdrasill

Presepe o albero? Tutti e due e si salva capra e ca-

voli. Ma se si sceglie l’uno o l’altro, ecco che il primo sta indubbiamente a dare un significato religioso alla festività ed assurge all’indiscutibile ruolo di simbolo, oltre che a costituire piacevole decorazione o addirittura opera di pregio artigianale e artistico. Il secondo, decisamente più “in” come tutto ciò che appare importato dall’America, anche se così non è, nella sua più immediata e spettacolare bellezza, resta un elemento decorativo che riscalda la casa e crea quella intrigante atmosfera natalizia. Da qui, possiamo dilungarci sul tema del Natale religioso e del Natale mercificato, disquisire sulla perdita di valori di fede e sulla preponderanza del consumismo che riduce la ricorrenza ad un mero scambio di regali, ad una corsa agli acquisti (sentiremo quest’anno le solite rassicuranti notizie giornalistiche su come e quanto gli italiani spendano per il Natale, per i regali, per il Cenone e mi viene in mente la barzelletta di quello che, di fronte al dato statistico: gli italiani mangiano, in media, tre polli al mese, esclama: chi si è mangiato i miei?), ad un ulteriore motivo di stress, come se ce ne fossero pochi.

Le origini dell’Albero di Natale risalgono alla Germania del XVI secolo e a preesistenti tradizioni cristiane e pagane. I primi riferimenti storici si trovano in una Cronaca di Brema del 1570, secondo la quale un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. Oggi, la città di Riga si proclama sede del primo albero della storia, facendolo risalire al 1510. Pare che non sia certo che l’uso moderno dell’Albero di Natale derivi da queste tradizioni storiche; è certo, tuttavia, che la tradizione in sé ha origine dagli alberi che venivano decorati di frutti e simboli cristiani e posti davanti alle cattedrali in occasione di cerimonie durante le quali erano rappresentati episodi della Bibbia. La tradizione era consolidata soprattutto a nord del Reno ed i cattolici la consideravano legata al protestantesimo, ma nel tempo anche il mondo cattolico l’accettò, fino alla sua introduzione, che potremmo dire “ufficiale”, da parte di Giovanni Paolo II con l’installazione di un grande Albero di Natale nel cuore del cattolicesimo mondiale, nel centro di Piazza San Pietro. D’altronde, c’è anche un’interpretazione allegorica dei cattolici della tradizione storica di decorare un albero: attraverso il suo addobbo si celebra il “Legno”, cioè la Croce.

Be’, io sto lì, credo insieme a molti altri, tra un natale che non è un’affermazione di fede e non è un’orgia di sperpero. Sto lì, in questa come in altre situazioni e sempre insieme ad una buona fetta di gente tranquilla e silenziosa, a pensare che la fede è un fatto personale e che a dare senso, profondità e sentimento in qualsiasi circostanza che coinvolga l’intera comunità debbano invece esserci valori civili condivisibili da tutti, laddove un credo religioso piuttosto che un altro può, purtroppo e paradossalmente, dividere.

Prima c’erano l’uomo, la donna, la natura. Ogni successiva tradizione di decorazione dell’albero non fa che accogliere in sé i miti pagani che celebrano l’immagine dell’albero come rinnovarsi della vita. Yggdrasill, il suo nome è.

Allora, sto dalla parte dell’albero e rivendico il suo ruolo simbolico. Neanche del tutto estraneo al nostro mondo (riusciamo almeno a sentire l’Europa come nostro mondo?), né alla nostra tradizione cristiana.

Nella mitologia scandinava è l’albero del mondo, il pilastro cosmico. Diversi sono gli ambiti simbolici legati al mito: l’albero è fonte di vita, delle acque eterne, è fonte del sapere. È fonte del destino: ad esso è vinco-

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Ma tutto ciò, le tradizioni cristiane del Nord, il ricordo del sacrificio supremo vengono dopo.


lata la sorte degli uomini. Yggdrasill si identifica con il frassino, poi la tradizione si sposta sull’abete o comunque su un “sempreverde”, a dare forza al simbolo di vita. Chissà, non ho trovato riferimenti, ma vedo in questo un desiderio di vita perenne, quando invece il ciclo dell’albero che si spoglia e si rinnova a ogni primavera è un auspicio alla rinascita. Di cosa abbiamo bisogno, ora, più della rinascita? Rinascita di valori, rinascita economica, rinascita sociale. Rinascita di cultura, di educazione, di prospettive. Di fratellanza. Di speranza. Cosa più di questo può essere l’elemento che ci accomuna e ci unisce tutti nel festeggiare la ricorrenza del Natale? Il termine Natale, che significa “relativo alla nascita”, veniva usato per molte festività e la stessa data può avere origini diverse ed altrettante diverse ipotesi, tra cui la sua derivazione da altre celebrazioni assorbite

poi dal cristianesimo del III e IV secolo d.C., cui risalgono le tradizioni della data del 25 dicembre. Un richiamo è di nuovo al Nord Europa e ai riti per il solstizio d’inverno. Quando, giunti al punto della minima durata del giorno e massima della notte, risorgeva la speranza di rinascita e di nuova vita, al pari della luce che da lì in poi sarebbe tornata a soppiantare il buio. Se avete voglia di celebrare la vita, la nascita, la rinascita, mettete con orgoglio un albero in casa (poi, però, impegnatevi a farlo vivere!) e decoratelo, magari come una volta per la gioia di grandi e piccini. Marzapane, piccoli personaggi e giocattoli; frutta secca, frutta colorata come le arance, biscotti allo zenzero da fare in casa, ricordandosi il buco per infilarci il nastro, e da mangiare tutti insieme allegramente quando natale sarà infine arrivato. E non state lì a domandarvi, come me, quanta polvere sarà andata sopra: quello che non strozza, ingrassa, dicevano i saggi di una volta. Buon Natale.

L’indifferenza nell’albero di Mario Barbetti

A Natale è arduo parlare del Natale senza ab-

bandonarsi ad una sequela più o meno colorita e più o meno scontata di luoghi comuni. Sappiamo benissimo che ricordi, emozioni, usi, tradizioni, sogni, a Natale acquistano un sapore diverso. Vale la pena, quindi, parlare ugualmente del Natale, quali che siano le scontate ovvietà. L’Istituto Magistrale “B. Angela” di Foligno ha perso la sua autonomia amministrativa nel 1997, venendo accorpato nell’anno scolastico 1997/1998 al Liceo Classico di Foligno; immutata è rimasta la sede nell’ex Collegio Sgariglia a seguito dello sfratto dal prestigioso Palazzo Candiotti. Ho iniziato la mia carriera di insegnante nel lontano 1971 quale giovane supplente proprio nell’Istituto Magistrale “B. Angela” di Foligno e lì sono tornato, poi, da docente di ruolo nel 1982. Nel Natale di uno di quegli anni ad alcuni insegnanti venne l’idea di non addobbare alla solita maniera l’albero di Natale, sempre grande e maestoso, ma di lasciarlo spoglio; ognuno, studenti e/o insegnanti, in maniera anonima, potevano appendervi i propri messaggi augurali, rivolti a chiunque. Nell’ultimo giorno di scuola, prima delle vacanze natalizie, alla presenza di

tutti, i vari messaggi sarebbero stati aperti, letti pubblicamente e consegnati ai destinatari. La proposta era sicuramente interessante anche se, si può immaginare, non priva di pericoli; comunque piacque a tutti, dirigente compreso. Man mano che i giorni passavano l’albero si riempiva sempre di più e contemporaneamente cresceva la curiosità. Nell’ultimo giorno di scuola, dopo gli immancabili festeggiamenti musicali e mangerecci, alla presenza di tutti, iniziò il fatidico spoglio. Venne fuori di tutto, generalmente espresso in una forma apprezzabile: auguri, dichiarazioni, promesse, apprezzamenti, valutazioni per gli insegnanti e per il preside. Sul contenuto di qualche messaggio rivolto agli insegnanti è meglio sorvolare. Ce n’era veramente per tutti: così almeno mi sembrò in un primo momento. Alla fine delle lettura baci, abbracci, saluti, auguri e via a casa ognuno con i propri trofei, verso il natale, verso le vacanze. Scendendo le scale che portavano all’uscita mi avvicinai a due colleghe che mi precedevano e che avevo visto un po’ in disparte durante la lettura. Pensavo: speriamo che non si siano offese per il contenuto di qualche biglietto. Raggiuntele, chiesi espressamente quali fossero stati i messaggi per loro. Con malcelato imbarazzo mi risposero che per loro non c’erano stati messaggi.

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Il presepio di

di Lanfranco Cesari

padre Luigi Fratini

Fu l’orgoglio della comunità parrocchiale di san

Francesco a Foligno e il capolavoro di padre Luigi Fratini (1876-1946), per quarant’anni Superiore parroco della chiesa e promotore di numerose e importanti iniziative. In un’epigrafe che ne ricorda l’operato si citano, tra le sue realizzazioni, “il campanile maestoso, il grande organo e l’artistico presepe”. E in una sua memoria del Natale 1908 si legge: “ Fu per me un Natale felicissimo perché ebbi il fratello laico Bonaventura Raffaeli che mi aiutò a fare il presepio. Ebbi in prestito i “misteri”, i pastori, i re magi e gli animali dal rev.mo Monsignor Ernesto Caterini, il quale per 350 lire mi vendette poi i suddetti personaggi, che un po’ per volta pagai. Così il presepio, finché Dio mi darà la vita, lo farò e cercherò di farlo sempre meglio.” L’Avvento diviene per lui un periodo particolare: il tempo, appunto, di preparare il presepe. La grande sagrestia della chiesa, dopo la commemorazione dei Defunti, diventa subito un cantiere. Viene eretto un grande palco e sulle pareti viene disteso un telone trapuntato di stelle. La sacra rappresentazione è allestita con fantasiosa inventiva e un apparato scenico molto suggestivo, grazie al paesaggio curato nei minimi dettagli, ai vari personaggi in movimento, allo scorrere dei fiumi, agli effetti di luce. Nel grande spazio sono collocati villaggi, colline, grotte, fontanine e cascate, una delle quali muove le pale del mulino a palmenti, mentre un umile asinello fa azionare il frantoio per l’olio. Nei villaggi sono al lavoro il calzolaio, il falegname, il mugnaio, la massaia che accende il fuoco, ci sono i buoi che arano il campo e i pastori al pascolo con le greggi. Dentro la grotta illuminata, in cui il Bambin Gesù, accanto a Maria e Giuseppe, giace nella paglia riscaldato dal bue e dall’asinello “scendono e salgono” gli angeli, mentre altre schiere di figure celesti annunciano il grande messaggio di pace a tutti gli uomini di buona vo-

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lontà. Nel paesaggio si alternano lentamente la notte, con tante stelle luminose, l’aurora, il giorno. I carillon eseguono melodie natalizie. In sottofondo, il canto degli angeli esce dal vecchio grammofono nascosto sotto il palco. Ben presto il presepio di padre Fratini diventa una rappresentazione di richiamo regionale, alla pari di quello della basilica di Assisi, attirando la curiosità e l’ammirazione di moltissimi visitatori. Viene allestito anche nel Natale del 1943. Il 22 novembre Foligno ha subito il primo, terribile bombardamento, con numerose vittime e distruzioni. “Passano alcune settimane nella calma più assoluta” annota in una sua memoria padre Michele Millozzi, vice parroco ”il presepio è ultimato. Ma il 19 dicembre ci toglie la dolce illusione. Alle 13 il rombo cupo degli aerei angloamericani ci spinge sotto il campanile. Seguono le scariche delle bombe, con altre distruzioni e altri lutti. Si delinea un Natale assai triste, celebrato con pochissime persone. Molti hanno abbandonato Foligno. Il presepio è pressoché deserto. Ne approfitta il gatto del convento, che scarrozza indisturbato lungo i viottoli del grande presepio, accovacciandosi, sornione, ai bordi della vasca dei pesci. L’obiettivo è preciso, il colpo infallibile. Il povero pesciolino, abbattuto dall’unghiata felina, viene a galla a pancia all’aria e finisce in un boccone” Passa qualche anno, se Dio vuole la guerra finisce. Ma la mattina del 7 gennaio 1946 padre Fratini muore. Il suo presepio viene riproposto nei Natali successivi ma è inesorabilmente destinato alla decadenza, essendo venuta meno la dedizione e l’entusiasmo del suo inventore. Oggi i frati del convento allestiscono il presepe in uno spazio laterale della chiesa. È di ben più ridotte dimensioni ma si può ancora ammirare qualcuno dei personaggi del grande presepio del passato. Quanto basta, forse, per perpetuare la memoria di un uomo ingegnoso come padre Fratini.


A Natale di Rocco Zichella

si lavora

Fin ora ho sempre scritto per la sezione dei

‘vecchi mestieri scomparsi’, raccontando storie di persone che hanno reso onore alla loro città ed alla loro vita, compiendo il proprio dovere in mestieri difficili e faticosi. Questa volta vorrei parlare di chi, pure sotto le ‘festività natalizie’, svolge il proprio lavoro, e non ci sono feste, pause, riposi, né sindacati pronti a gremire le piazze per denunciare coloro che se ne approfittano. È la sorte dei precari in generale, ma vorrei dire anche dei lavoratori dei servizi essenziali, ospedali, trasporti, polizia, mense, coloro i quali insomma tengono sempre accesa la luce. Più nascoste ma non meno importanti socialmente, sono le lavoratrici casalinghe, le colf, ora dette badanti, senza le quali noi non potremmo più parlare, per l’Italia, di stato sociale, di welfare. Allo stesso modo il mio pensiero va alle migliaia di soldati dislocati nei quattro angoli della terra, giovani meridionali che per un posto di lavoro e per fuggire la miseria sono pronti a partire per i fronti caldi del mondo anche a Natale. A Natale lavorano i camerieri dei ristoranti con turni anche di sedici ore, lavorano medici e infermieri con turni anche di venti ore, lavorano le forze di polizia senza la benzina nei mezzi e per quattro soldi, lavorano i trasportatori percorrendo milioni di km nella speranza di scaricare prima di Babbo Natale … Lavorano i volontari nelle mense per i poveri, (a proposito, bisognerebbe rivedere il concetto di povero, almeno in Italia, visti i dati della Caritas: per esempio a Milano, a chiedere un pasto non sono più solo gli extracomunitari, ma anche milanesi della media e bassa borghesia, che perdono l’impiego e non riescono a re-inserirsi), i volontari della Croce Rossa, i Vigili del Fuoco, le Guardie Forestali, la Polizia Penitenziaria, la Protezione Civile, i Magistrati anti-mafie, gli operai

delle fabbriche che non possono chiudere, lavorano i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza (se non si accorgono dei tagli del Ministro …) tutto un mondo, tutto il mondo che ci circonda. A Natale lavorano i ‘senzatetto’, forse ottenendo più elemosina rispetto a tutto l’anno (a Natale si è tutti più buonisti), lavorano i bambini soldato delle repubbliche centro-africane (che il Natale neanche sanno cosa sia), lavorano i bambini nel sud-est asiatico, per soddisfare le voglie dei turisti occidentali (e neppure loro sanno cosa sia Natale), lavorano i bambini del narcotraffico centro e sud-americano, i piccoli corrieri della droga che non potranno essere imputati qualora venissero intercettati (e nemmeno loro sanno di cosa si tratti il Natale). Lavorano i minatori cinesi o cileni (tranne quelli da poco salvati, vorrei sperare) oppure i contadini russi, i pastori sardi ed i pescatori di Mazara del Vallo, che sperano sempre di scappare alle vedette di Gheddafi (altrimenti il Natale che li aspetta è in compagnia dei profughi sudanesi respinti alla frontiera). A dirla breve, sono pochi i lavoratori che possono beneficiare delle feste del Natale e addirittura recarsi alla Messa di mezzanotte. A dirla tutta vorrei invece che tutti fossero più riconoscenti alle varie persone che popolano le nostre città e le tengono vivibili. A loro il mio personale grazie e … buon Natale. Invece, per i bambini più sfortunati che non hanno avuto il destino favorevole (sic!) di nascere in queste terre di libertà e progresso (sic!), mi limito ad auspicare, almeno sotto Natale, un incremento delle adozioni a distanza.

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Laico Natal di Claudio Stella

Lo so che il titolo “Laico Natal” è una specie di os-

simoro, una contraddizione in termini o ancor peggio, potrebbe essere visto come una gratuita e un po’ provocatoria ostentazione di laicismo. Però a pensarci bene, è il Natale in sé che contiene elementi contraddittori, paradossali, che solo alla luce della fede possono trovare una legittimazione. Intanto è la festa di un Dio che nasce e noi sappiamo che Dio non ha bisogno di nascere perché Lui esiste, semplicemente, da sempre e per sempre. Poi è la festa di un Dio che si fa uomo, rinunciando (quasi) completamente alle prerogative divine per conoscere il dolore e l’emozione di essere uomini. Poi è la festa di un bambino che nasce da una vergine, e mi dovete concedere che anche questo è a suo modo un ossimoro, se non altro in senso ostetrico-ginecologico. Poi è la festa di un Re che nasce povero e confesso che questa parte della storia mi è sempre piaciuta molto. Mi piace l’idea di quella stalla, di quella mangiatoia e soprattutto mi piacciono il bue e l’asinello che con la loro placida e ignara umiltà contribuiscono al riscaldamento del divino fanciullo: trovo delizioso questo piccolo ingrediente animalistico nel grande mistero della Natività. Insomma il Natale è un evento complesso e noi laici di fronte ad esso ci troviamo un po’ spaesati, oscillanti tra la voglia di partecipare anche noi alla festa e l’imbarazzo di sentirci un po’ intrusi, come se a questa festa non fossimo stati invitati. Mia madre, per consolarsi del mio allontanamento dalla religione, mi diceva: “Però sei buono”. So bene che non è un elemento probante perché, come direbbero a Napoli: “ogni scarrafone è bello (e buono) a mamma sua”. Ma proprio al ricordo di mia madre è legato per me il senso profondo del Natale. Il Natale è per me una sorta di archetipo infantile, è l’esistenza prima che si affacci dolore, è l’infanzia gonfia di felicità, è il nido intatto e caldo, prima che gli artigli della vita vengano ad azzannarlo. Lo spirito del Natale è per me tutto in quella pienezza “religiosa” di amore, di fiducia, di speranza. Resta il ricordo, frantumi vivi di un’antica gioia, verso cui volentieri mi protendo. L’ATTESA DEL NATALE. In realtà il Natale cominciava prima, estendeva la sua

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lunga ombra felice anche sulle settimane precedenti. Accade anche ora, naturalmente, ma adesso l’attesa viene scandita da un implacabile e sempre più precoce bombardamento consumistico. Vedere, già a novembre, i supermercati invasi da panettoni e da altri prodotti natalizi mi provoca un profondo fastidio, un disgusto quasi anoressico per quell’eccessivo spiegamento di forze alimentari. L’attesa del Natale era essenzialmente uno stato interiore, un gioioso climax ascendente che si nutriva di piccoli segni sempre più marcati. Per esempio mia madre e mia nonna che preparavano i cappelletti, in un fausto pomeriggio dei primi di dicembre. Operazione sempre un po’ ansiogena per le due artefici e pertanto realizzata con largo anticipo. Io assistevo in modo allegro e discontinuo. Offrivo all’inizio un’entusiastica collaborazione, rapidamente distolta dalla tentazione del fumetto che dovevo finire di leggere o dalla voce dei miei soldatini che mi chiamavano a nuove battaglie. Ma se devo scegliere un simbolo privilegiato, una mia personale, proustiana “madeleine” natalizia, mi viene in mente il profumo dei mandarini e delle arance. Continuo ancora a trovare inebriante, quasi emozionante questo profumo di agrumi colorati, è un odore festoso, è un profumo di terra, di vita, di sole, e anche nella sua familiarità ormai consolidata, conserva sempre qualcosa di esotico, un sentore di giardini lontani e misteriosi. Quando, tornando a casa da scuola, avvertivo per la prima volta il profumo delle arance, sentivo sgorgare nel mio cuore la promessa felice del Natale. LA MESSA DI MEZZANOTTE Nella mia famiglia non c’era l’usanza del cenone di Natale. La cena del 24 era solitamente molto frugale, una cena di “vigilia”, senza carne né dolci. Un appuntamento inderogabile era la messa di mezzanotte. Si trascorrevano le ore precedenti giocando a tombola o a sette mezzo e questa era una cosa buona. Il gioco, la veglia così insolitamente prolungata erano molto eccitanti per noi bambini. Poi, alle undici e trequarti, si partiva. Di solito raggiungevamo a piedi la chiesa di san Giacomo. Il tragitto di andata era piacevole, viale Firenze era animato e festoso, anche se meno illuminato di adesso. Ma il ricordo che ho di questo evento


è essenzialmente legato al sonno: svanita l’euforia del gioco e rinfoderato lo spirito un po’ avventuroso della camminata notturna, sopraggiungeva la stanchezza, poco dopo essere giunti in chiesa ed esserci accomodati sul nostro sedile. Il sonno arrivava di colpo, violento come una mazzata, irresistibile come un’anestesia totale. Un sonno supremo, assoluto, definitivo, corroborato dalla voce monotona del prete, cullato dalla dolcezza dei canti. I miei occhi volevano chiudersi, il mio corpo anelava al sonno con tutta la sua energia biologica. Bramavo il letto, ma mi sarei accontentato anche della dura panca della chiesa, magari supportata dalla comoda spalla dell’adulto più vicino. Ma non appena mi assopivo, arrivava implacabile lo scrollone di mia madre che mi riconduceva nel mondo degli uomini svegli. Infinita era la messa, interminabile il tragitto di ritorno a casa. Neppure il freddo pungente della notte d’inverno bastava a riscuotermi dal mio sonnambulismo e mia madre mi teneva prudentemente per mano, per evitarmi rovinose cadute. Siamo veramente delle buffe creature, noi umani: at-

traversiamo l’infanzia e la prima adolescenza con la fretta di crescere e poi passiamo il resto della vita in un languido e crescente rimpianto per quei giorni che si fanno sempre più lontani. E forse sarà il Natale che si avvicina, ma a me pare, adesso, di avere tanta nostalgia di quel sonno così totale, premiato alla fine dal piacere sicuro del letto. Così come mi manca quella mano che mi sorreggeva e mi guidava nella notte. Ma a ben pensarci, questa nostalgia si confonde e si mescola con più recenti mancanze: ad esempio, la mano di mio figlio è diventata troppo grande per farsi proteggere dalla mia. Mani che crescono, mani che scappano, mani che ci salutano. Laici o credenti, si rimane tutti col nostro sacchetto di ricordi da sgranocchiare. Buon Natale a tutti.

Buon Sol invictus

di Lucia Genga

Riprendiamoci le cose belle del mondo: odore

di bambino, di lenzuola appena lavate, di terra bagnata, di fiori al mattino, di passione appena consumata, di aghi di pino, di tela appena dipinta, di libro sfogliato, di intimità sfuggita, di caffè appena fatto, di vino nel bicchiere. Rumore di foglie secche, di pioggia sul selciato, di tuoni nella notte, di mare in tempesta, di respiro addormentato, di silenzio assordante, di passi nella neve, di vento in vicoli angusti, di sospiri nascosti, di risate a gola aperta, di legna che arde, di fuoco che divora, di gabbiani innamorati.

Sapore di cioccolato, di latte appena munto, di dolci appena sfornati, di baci affamati di saliva, di olio appena spremuto, di lagrime salate, di funghi intrisi di bosco, di sangue di polpastrello, di panna montata, di zucchero filato. Guardiamo il cielo stellato, la luna piena sulle montagne, il sole che tramonta sul mare, un prato pieno di funghi, un mandorlo in primavera, la vendemmia al tramonto, un bambino che nasce, la gioia negli occhi che amiamo, bagliori di paradiso in deserti di vita.

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Discanto

di Natale

di Giovanni Manuali

“Dio, che giornata pesante!” – penso accingen-

domi a dormire il sonno del giusto. L’albero è pronto, i regali per parenti ed amici acquistati dopo ore di coda in strada, tra gli scaffali e alle casse. Anche gli inviti a pranzo e a cena per i prossimi giorni già belli che sistemati. L’orgia di panettoni e lenticchie anche quest’anno rivendicherà il suo tributo di adipe. Dopo un paio di pagine, ripongo il libro sul comodino e spengo la luce. “Ma quante vigilie ho vissuto, ormai?” e i ricordi prendono il sopravvento, cullandomi quasi immediatamente tra le braccia di Morfeo. Ed ecco, come una volta, l’odore di caldarroste comprate in via XX settembre e il tepore del cartoccio tra le mani a preannunciarmi l’arrivo del Natale. Ma è solo un momento e al primo profumo si sovrappone quello dei mandarini, gli stessi che il 6 dicembre mi lasciava San Nicola, tradizione che la mia famiglia conservava, nonostante si fosse trasferita da Bevagna ormai da diversi anni. L’attesa di questa figura mi inquieta un po’, dato che viene a farci visita durante la sera, spegnendo tutte le luci all’improvviso tra il clamore dei miei familiari. Insomma, so che è buono perché è un santo, ma i suoi modi poco garbati mi intimidiscono e quindi per tutto il giorno girerò per la casa cercando ansiosamente la compagnia di un adulto. La casa: da noi si prepara l’albero più che il presepe, forse per accontentare i miei sensi, affascinati dall’odore dell’abete e dai giochi delle luci e dai riflessi delle stesse sulle palline, sempre troppo fragili per le mie mani di bambino. Con l’albero ci parlo, di nascosto dai grandi, un po’ perché sono animista, un po’ perché lui sarà testimone di un segreto imperscrutabile, dato che avrà il privilegio di vedere Gesù Bambino quando verrà, e quindi è meglio instaurare un bel rapporto di confidenza. Sarò io ad innaffiarlo, di tanto in tanto. Se qualche lampadina delle decorazioni si è rotta, basta fare un salto da “Mirra”, ancora in via XX settembre e lì troveremo i ricambi. Per le vie e le strade non ci sono ancora le luminarie e così in quei giorni ogni vetrina della città ha qualcosa di interessante o suggestivo da mostrare e i negozianti si sono fatti in quattro per attirare i clienti; il fatto di girare per le strade con entrambi i miei genitori mi fa capire ancora di più che è festa. I giocattoli di “Pomponi” al trivio, di “Renzini – Tutto per bimbi” poco prima dell’inizio di via Umberto I, di “Falini” e “Bazar Timi”

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in via Gramsci e di “Civicchioni” al corso (ma quanti ce n’erano?) esigono un attento esame e una cernita ben più oculata: intuisco che Gesù Bambino appartiene alla mia stessa classe sociale e chiedere determinati regali so che mi macchierebbe ai suoi occhi di un’arroganza quasi sacrilega. Ora sono tra i banchi di scuola, ma si respira un’aria diversa dal solito dato che sulla cattedra della maestra spunta allegro un piccolo albero decorato: oggi ci dedicheremo al “lavoretto” in DAS da riportare a casa, prima delle interminabili vacanze. Guardo fuori dalle finestre e incrocio lo sguardo dei miei compagni: speriamo in una bella nevicata, proprio come nei telefilm e nei fumetti. Anche questi ci accompagnano nel vortice delle festività e così in “Happy Days” scopriamo che, se possibile, sono tutti ancora più buoni e le pagine di Topolino ci raccontano il Natale di Dickens in salsa disneyana. Tra un programma e l’altro, Gino Bramieri atterra in elicottero invitandoci a regalare “cofanetti di caramelle Sperlari”, mentre la Coca Cola ci coinvolge in un “coro in compagnia” da “cantare in magica armonia”. C’è parecchio consumismo nel Natale della mia infanzia. Ma sono un bambino e tutto quello che avverto è unicamente la festa. Sta per arrivare la vigilia: andrò a dormire prima del solito, come se questo gesto possa accelerare lo scorrere delle ore e fare arrivare prima il mattino, momento in cui vedrò i regali. E’ mattina. Apro la finestra per cambiare aria. Penso tra me e me che il Natale di quest’anno corre troppo veloce e mi sfuggirà di mano, come purtroppo ultimamente accade per molte cose, e così mi troverò già a San Silvestro senza neanche aver avuto il tempo di gustare un po’ di vigilia. Fuori, un cartellone pubblicitario si chiede cosa mi trattenga dal trascorrere il Capodanno a Sharm el Sheik. Nei supermercati, domani, avranno tolto i panettoni e messo le calze della Befana. Subito dopo, toccherà alle maschere di Carnevale poi al regalo per la festa del papà poi alle uova di Pasqua poi alla festa della mamma poi ai costumi da bagno poi ai grembiuli per la scuola poi alle zucche di Halloween e così via. Il Natale del futuro se l’è già mangiato qualche multinazionale e ormai ce lo propinano bello che digerito. Fuori niente neve perché, si sa, “le stagioni non sono più quelle di una volta”. Probabilmente neanche noi.


Il natale di Jenny Nicander

svedese

Mi sveglio, apro gli occhi e tutta la casa è già piena

della musica natalizia, rimango per un po’ a letto, cerco di assaporare ogni attimo del giorno di Natale. Fuori dalle finestre c’è un mare di neve, la luce che emana sembra quasi più forte e abbagliante di quella del sole. Senza la neve non sarebbe Natale, impossibile pensare di svegliarsi la mattina di Natale e non vedere questi diamanti che brillano fuori dalla finestra. Gli eschimesi hanno mille parole per definire la neve, noi in Svezia ne abbiamo meno. A me piace soprattutto il rumore che fa la neve quando ci si cammina sopra. Immaginatevi in un bosco pieno di alberi di natale, l’unico albero che rimane verde tutto l’anno; silenzio assoluto, l’unico rumore è quello dei vostri passi sulla neve. Pace: non c’è un’altra parola per descrivere questo suono, ci si sente lontani da tutti i problemi, da tutto lo stress, siete solo voi e la neve. Mi ricordo quando ero piccola, talvolta le scuole durante l’inverno dovevano chiudere per quanta neve c’era, questi giorni erano i più lunghi del’anno, sembravano così preziosi, così rari e sembravano non finire mai; potevi fare di tutto e insieme a te c’era l’amica più grande di tutti bambini svedesi: la neve! Giocavamo alla “guerra di neve”: la cosa peggiore era quando ti entrava sotto i vestiti, il gelo annullava tutti i sentimenti, rimaneva solo quel freddo sulla pelle nuda. Costruivamo dei porta candele con delle palline di neve oppure scavavamo grotte dentro cui poi ci infilavamo con la cioccolata calda. Mi fa sorridere quando qui in Italia comincia a nevicare: tutti diventano come bambini e dicono “Guarda, nevica!”. Li capisco, perché qui è raro e sono tutti molto affascinati da questo centimetro di neve, ma io dentro di me penso: “non avete visto niente”. Per me la neve è quando cammini e ti arriva alle ginocchia o quando non riesci a vedere perché nevica così tanto che vedi solo pochi metri davanti a te. Ed è la neve che ti fa capire quando comincia la primavera, quando si scioglie la coperta bianca e fa vedere i primi fiori. La

neve ci salva dal grigio del’inverno e sparisce quando la natura può regalarci colori più vivaci. Per me ci sono tre colori che rappresentano il natale: rosso, verde e bianco, esattamente come la bandiera italiana. Il bianco vi ho già spiegato perché fa parte del natale; il rosso è il colore della festa, è il vestito di Babbo Natale; il verde è l’albero di natale. Mi ricordo che quando ero piccola mamma e papà prendevano due alberi: uno più piccolo da mettere dentro la stanza mia e di mia sorella, che decoravamo con le cose che avevamo costruito a scuola e che ogni sera con le sue luci ci accompagnava nei sogni; l’altro era, ed è ancora, enorme, dal pavimento al soffitto, con tante palline rosse, blu, argento e ai suoi piedi vengono posti tutti i regali. Un’usanza tipica del nostro natale prevede che i bambini mettano un piatto di latte al riso con cannella e zucchero fuori dalla porta per Babbo Natale, così lui si ferma e dà un regalo in più. Mia sorella una volta è rimasta dentro il bagno tutta la notte perché era convinta d’aver sentito Babbo natale e non ha avuto il coraggio di uscire per tornare a letto! Come in Italia, a Natale, anche in Svezia si mangia tanto. Piatti tipici natalizi sono il prosciutto cotto fatto un in modo particolare e poi servito sul pane con senape; patate al forno con cipolla, panna e aringhe. Poi ci sono i biscotti allo zenzero e cannella. Questi biscotti particolari, i pepparkakor, si possono trovare qua in Italia all’IKEA tutto l’anno, ma da noi si mangiano solo per Natale. Con gli anni, specialmente da quando vivo in Italia, ho notato che sono diventata molto tradizionalista, quando torno per il Natale voglio che tutto sia come quando ero piccola. Se non vedo la neve, l’albero e il latte di riso fuori la porta non sono tranquilla, è come se tornassi bambina. Ecco perché la mattina di natale, quando mi sveglio, amo rimanere a letto per qualche minuto, a godermi il chiarore della neve, il suono della musica che si diffonde per tutta la casa. GOD JUL

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Il dono di Maria Sara Mirti

Nei Libri Sacri monoteisti vengono spesso invocati o preannunciati, per i giusti e per i credenti, “doni” generosi e spettacolari, metafore tuttavia imperfette della giustizia e della generosità divina. I fedeli aspettano, ora come agli albori della propria religione, soprattutto il dono fondamentale della Vita oltre la vita, di quell’eternità senza la quale ogni altro dono risulterebbe inutile. La divinità, dunque, ha donato all’uomo la vita e l’idea stessa di eternità; meno eterni sono i doni che gli uomini, per vari motivi, si scambiano fra loro, eppure, a ben guardare, non così diversi da non contenere in sé pure un frammento divino, un frammento quantomeno magico. Infatti nessun oggetto posseduto anche brevemente da una persona è inerte, nessun oggetto costruito, utilizzato, desiderato, plasmato nella sua essenza dagli uomini è del tutto inanimato. Questo è particolarmente visibile nei casi di dono “rituale“. Esiste un’essenza più grande che sottosta alla pratica del donare e la cui importanza, la cui ampiezza, tutti i doni del mondo messi insieme non riescono nemmeno ad avvicinare. Ma il mana (cioè la qualità spirituale) che risiede negli oggetti più o meno preziosi donati, per poter essere benevolo ha bisogno di tornare alla persona e al luogo da cui è partito. Oggi come nel passato, ci si scambia doni soprattutto per illudersi di sopravvivere attraverso di essi o attraverso la fama che ci hanno procurato. Attraverso doni e controdoni alcuni popoli mantengono stabilità, un “contatto” sociale (si pensi al kula descritto da Malinowski nelle isole Trobriand, in cui vengono scambiate collane di conchiglie rosse con bracciali di conchiglie bianche, attraverso rituali precisi, e in cui si usano proprio tali rituali come pretesto per effettuare scambi commerciali e addirittura matrimoniali); altri mantengono viva una sorta di “antieconomia capitalistica” e incanalano in pratiche specifiche ricchezze altrimenti “destabilizzanti” per l’economia locale (si pensi al potlach descritto da Boas presso i Kwakiutl ed altri Nativi Americani della costa nordoccidentale del Pacifico, apparente ostentazione dello sperpero più disperato: i membri in vista delle tribù, infatti, lavorano duramente e accumulano ricchezze, per poi distruggere tutto in cambio del prestigio che ne deriva). Nel bene o

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nel male il dono sembra essere sempre un rapporto obbligato con il proprio tessuto sociale, un obbligo che però veicola anche scambi sinceri, che accompagna la crescita solidale dei membri di ogni comunità e che, soprattutto, vincola le risorse più importanti alla comunità stessa. Mauss nel suo Saggio sul dono, propone una “spiegazione maori” per la reciprocità, vale a dire per la forza intrinseca che muove ogni dono e che poi spinge il donatario a contraccambiare con un altro dono. Il lavoro di Mauss (“vittima”, per alcune sue idee, del dono delle idee dell’allievo Hertz) si rifà allo hau come possibile spiegazione generale. Lo hau è lo spirito del donatore che finisce per abitare le cose donate e per passare successivamente nelle cose ricevute in cambio. C’è una forza mistica che è immanente al mondo, capace di muoversi, almeno ai nostri occhi “profani“, come fa l’aria, come fosse una “qualità fluida” capace di portare la vita (cioè una volontà indipendente) in ogni cosa. Una forza che, sia pure divisa e dispersa fra gli uomini, non perde mai la propria identità originaria. Spinti da tale forza sembra quasi che siano i singoli oggetti, frutto della provvidenza e dell’industriosità umana, a scegliere i legittimi possessori e non il contrario. Ogni singolo oggetto ha una propria voce con cui raccontare la propria realtà, ogni cosa ha la sua strada, un percorso sacro da seguire, il cui inizio e la cui fine si perdono all’inizio e alla fine del tempo umano. Ecco le parole di un informatore-giurista, Tamati Ranaipiri: “Vi parlerò dello hau… Lo hau non è il vento che soffia. Niente affatto. Supponete di possedere un oggetto determinato (tonga) e di darmi questo oggetto; voi me lo date senza un prezzo già fissato. Non intendiamo contrattare a riguardo. Ora, io do questo oggetto a un’altra persona che, dopo un certo tempo, decide di dare in cambio qualcosa come pagamento (utu); essa mi fa dono di qualcosa (tonga). Ora, questo tonga che essa mi dà è lo spirito (hau) del tonga che ho ricevuto da voi e che ho dato a lei. I tonga da me ricevuti in cambio dei tonga (pervenutimi da voi), è necessario che ve li renda. Non sarebbe giusto (tika) da parte mia conservare per me questi tonga, siano essi graditi (rawe) o sgraditi (kino). Io sono obbligato


a darveli perché sono uno hau del tonga che mi avete dato. […]” (da Il dono di Hertz a Mauss, di P. Angelini, in Culture del dono, a cura di M. Aria e F. Dei, p. 139, Meltemi, Roma, 2008) Se è vero che il mondo materiale è in grado di creare, per dirla con Mauss, un legame tra anime, ufficiale e formale, mi piace pensare che un oggetto passato di mano in mano all’interno di una famiglia per

a mezzo di uno strano imprinting; oggetti da curare, intorno ai quali costruire e ricostruire il proprio spazio; oggetti che conservino le parole per quando ne saremo privi, che ci ripetano impressioni e contenuti che non possiamo permetterci di dimenticare. L’Universo intero è espressione tangibile di un Dono infinito, messo lì a memoria della Forza che lo ha creato. Invece per gli uomini il dono rappresenta il modo più concreto per disporre di piccole quantità della propria anima, cioè un modo dilazionato di morire e uno altrettanto dilazionato di vivere, un modo per immettere “a rate” nella nostra vita emozioni che altrimenti, se introdotte tutte insieme, rischierebbero di distruggere il nostro apparente equilibrio. Non so se il dono sia un obbligo o una scelta, un premio oppure una riparazione, la questione è ancora aperta, ma di certo un dono difficilmente conosce limiti alla sua definizione. Per quanto ci stia a cuore una persona, per quanti doni potremo offrirle, per quanto una società si definisca perfetta, non potremo mai arrivare a donarci l’un l’altro quella Vita oltre la vita che l’anima frammentata degli oggetti promette senza mai eguagliare. La vita, l’unico dono che renda utili tutti gli altri, non si accumula come si fa con le merci, purtroppo, non si lascia imprimere con dei segni umani, non si lascia scambiare con altro. Questo è l’unico limite del dono.

decenni sia il “tabernacolo” magico, se non sacro, dello spirito di quella famiglia, e che quindi basterà seguirne la strada negli anni, come fanno i rabdomanti coi loro bastoncini di legno, per ritrovare la propria origine, per farsi guidare fino al propri cari anche quando questi non ci saranno più. Sempre citando, e parafrasando, Mauss, si può affermare che fare doni equivalga a regalare, a scambiare, a smembrare, quasi a moltiplicare se stessi. Difatti, sia nel dono offerto che in quello ricevuto, aleggia in egual misura una parte di noi. Cos’è dunque un dono? Un oggetto oppure un talento? Per esempio, amare non è né un oggetto né una qualità, eppure si tratta pur sempre di un dono, e di certo i più bei doni che io abbia ricevuto erano costituiti da sole, immateriali, parole. Ma è innegabile che i ricordi di quelle parole siano stati e siano tutt’ora veicolati da oggetti che si possano soppesare con lo sguardo, che abbiano una forma e un volume divenuti familiari

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Secoli di Natale di Katia Cola

in tavola

Il Natale è alle porte: c’è chi vi si tuffa con en-

tusiasmo e chi invece lo snobba. Quelli che lo depennerebbero dal calendario sono capponi, tacchini, oche e maiali. Infatti sono loro i protagonisti indiscussi dei menù natalizi, sacrificati in nome della tradizione. Sono il simbolo del Natale dei nostri nonni, quando si lavorava tutto l’anno per mettere in tavola solo il meglio. Fin dal primo ‘900 il Natale era sinonimo di abbondanza una tantum, e non necessariamente di prodotti pregiati. Prevaleva la soddisfazione di poter mangiare a crepapancia, di assaggiare l’anguilla e il baccalà cotti nei modi più svariati, di mangiare il brodo preparato il 24 dicembre in cui, il giorno dopo, si sarebbero tuffati i cappelletti in Romagna e i ravioli in Lombardia e dal quale sarebbe uscito il secondo piatto d’Italia: il bollito misto o il cappone lesso. Rito natalizio era di non dover limitare l’appetito neppure di fronte a noci e castagne su cui invece, nel quotidiano, si doveva lesinare. Del maiale si conservavano salsicce, cotechino e salumi. In tavola si disponevano anche i fichi fatti essiccare e l’uva passa: infatti, dopo la vendemmia, ne veniva conservato qualche grappolo che si appendeva alle travi dei solai e si tirava giù in occasione del Natale. I fichi secchi erano chicche che si regalavano ai bambini, insieme ad arance e mandarini, frutta pregiata che solitamente non era a disposizione. Anche in Francia nell’800 i contadini avevano l’usanza di raccogliere i frutti e di conservarli tutto l’anno, per farne dono ai cantori di Natale. Il timore che il Natale si esaurisse in una “scorpacciata” è antico. Nell’800 un giornalista inglese dichiarava che il Natale era diventato solo l’occasione di bere e mangiare. Nient’altro. Un altro giornalista dell’epoca scriveva che il successo del “Canto di Natale” di Charles Dickens aveva provocato un massacro di tacchini. Proprio nell’ Inghilterra ottocentesca, per riuscire a garantire un Natale da leccarsi i baffi, nacquero i Goose Club ( i “Club dell’oca”), una sorta di casse di risparmio popolari nelle quali, con un piccolo contributo economico, si poteva accantonare qualche soldo per acquistare a dicembre un’oca, un tacchino o del liquore. Invece nelle famiglie ricche le specialità natalizie erano: l’oca al profumo di salvia con composta di mele e il pudding “sormontato” da un rametto di vischio e bagnato con il brandy a cui si dava fuoco. Il pudding era il dolce tipico del Natale inglese, simbolo della ritualità della festa: si preparava in fa-

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miglia all’inizio dell’Avvento e si conservava per mesi grazie alla frutta candita e lo zucchero. Fin dal Medioevo si preparavano gustosi dolci a base di farina fra i quali il più “famoso” è il panettone. Il panettone che si mangiava allora era preparato con un solo ingrediente: il frumento. Per l’epoca era già un lusso, visto che sulle tavole del popolo non c’era altro che pane di mistura, un mix di granaglie d’infimo prezzo. In Inghilterra i fornai regalavano ai clienti la Christmas batch (“infornata di Natale”), una focaccia benaugurale, così come i fornai lombardi offrivano il panettone ai propri clienti. Quel pane, impastato poi con frutta secca e miele, serviva ad auspicare una nuova stagione dell’abbondanza. L’antenato del panettone veniva preparato in famiglia e spesso consumato al ritorno dalla messa di mezzanotte, secondo la tradizione che affidava al membro più anziano l’onore del taglio e destinava una fetta al primo povero che avesse bussato alla porta. Nel 1894 Domenico Melegatti inventò il pandoro nel suo laboratorio di Verona. Per il nome si ispirò al Pan de Oro, una torta molto diffusa tra gli aristocratici della Repubblica veneta. Il panforte è uno dei migliori esiti della tradizione dei pani “melati”, ossia a base di miele e arricchiti di spezie e pepe, che si preparavano già nel Medioevo. Il pampepato è l’elaborazione dei pani speziati importati dall’Oriente. Molto discussa è l’origine del torrone: ad alcuni pare che i Romani, in epoca imperiale, avessero un dolce simile a base di miele, albume d’uovo e mandorle. Secondo altri le sue origini sarebbero arabe. Nel giorno di Natale dedicato alla festa e al rinnovamento occorreva propiziarsi il nuovo anno attraverso una serie di rituali soprattutto alimentari: una tavola eccessivamente imbandita invocava abbondanza per i tempi futuri.


Belfiore 1949: la Befana di Libero Pizzoni

Eravamo in tre speranzosi e impauriti: aspet-

tavamo la Befana. Le famiglie si erano riunite a casa di nonno. Sulla tavola i resti della cena, i grandi che parlavano allegri: “fra poco arriva, speriamo che porti regali per tutti”. “ Come speriamo? Vuol dire che forse per me non c’è niente?” pensai, elencando mentalmente tutte le malefatte compiute. Prima che potessi finire il conto qualcuno bussò alla porta. Mamma si alza per aprire, papà toglie le sedie per fare spazio, le zie sorridono e parlottano, nonno fuma il sigaro, io chiudo gli occhi. Quando li riapro davanti a me c’è lei, la Befana, amata e temuta, meno brutta di quanto mi aspettassi. Ha i denti gialli, anzi arancioni: “come le bucce dei mandarini”, penso. Ha gli occhiali spessi: “come quelli di Franco che abita nella casa dopo l’orto”, penso. Ha una gonna lunga e nera, uno scialle nero, un fazzoletto nero le cinge il capo. Porta con sé un sacco gonfio e nero: “pieno di carbone per me”, penso. Improvvisamente si fa silenzio e la nera signora si piega su Laura, la mia cuginetta, e sussurra: “Ho tanti giocattoli e tanto carbone, vediamo cosa ti tocca. Dimmi l’Ave Maria, su!” Non ho mai sentito una preghiera recitata tanto velocemente. Poi il sorriso arancione, il sacco che si apre e tre - dico tre – pacchi colorati vengono appoggiati sulle braccia tese di Laura. “E adesso tu, facci sentire un bel paternostro”. La richiesta, con voce bassa e roca, viene rivolta all’altro cugino Tito. Parola, pausa, parola, pausa, così fino alla fine, tanto da guadagnarsi un piccolo applauso dai presenti adulti e un solenne segno di assenso dalla nera inquisitrice. Dal sacco ecco apparire altri tre pacchi variopinti che vengono artigliati dalle lunghe braccia di Tito. Quando infine si rivolge a me, mi sembra più alta di prima, la voce più da maschio, mi sembra quasi Franco, ma mi mette ancora tanta paura. “Eccoti qua” mi dice ”recita il Credo e avrai i tuoi regali”

Panico, terrore, buio. “Non lo so” balbetto. Ma la Befana è più buona di quanto credessi e mi dice: “Beh, dimmi anche tu l’Ave Maria”. Con un filo di voce riesco a rispondere: “Non la so.” Qualcuno sorride, qualcuno scuote la testa, nonno fuma il sigaro. “Allora proviamo con il Padrenostro” mi invita la vecchia che ormai è diventata anche più alta di Franco. Io chiudo gli occhi ed esalo un: “Non lo so”. Per un attimo il silenzio è totale. Io sono disperato. Sicuro che la vec-

chiaccia si porterà via i miei regali. Invece, inaspettatamente, mi dice: “Allora dimmi che cosa sai!”. Io sparo: “Bandiera rossa”. Brusii, colpi di tosse, risatine. Ma la Befana, quella buona vecchietta, mi incoraggia: “Dai, comincia!” E io, ormai certo che i regali non me li porterà via più nessuno, intono, con tutta la solennità di un bambino di quattro anni e mezzo: “Bandiera rossa noi vogliam portar”.

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ChiaroScuro numero 7