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Ozio e negozio Sarà estate Gli insetti L’estate dei bambini Il sole ballerino Odori e rumori d’estate Insert coin Provincia di non si sa mai Quando i sogni non hanno soldi Operazione Mato Grosso Una tazza di tè in Afghanistan Alfabeti Il paese del sole Mare Viaggio ergo sum La mia Scozia Tunisi Ma forse è solo nostalgia Pellegrinaggi estivi Quelle estati a Colfiorito Un ragazzo del 13 L’ultima estate prima della vita Libero spazio Una storia d’estate Ospiti del nostro mare Volto di notte lontana Parlando d’estate Badia Tedalda Molto più di un gioco

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NUMERO

Sommario

Giugno 2010

ESTATE

chiaroscuro

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[Editoriale] Claudio Stella

L’estate è una sorta di archetipo gioioso che vive nel nostro cuore, un territorio felice che ciascuno può popolare dei propri sogni e delle proprie aspettative, che variano a seconda delle sensibilità culturali, delle inclinazioni temperamentali e, naturalmente, a seconda dell’età. L’estate è il calore del sole, il dilagante trionfo della luce. L’estate è una festa di colori e di profumi. L’azzurro del cielo e del mare; il verde degli alberi e dei prati. Due colori che si combinano tra di loro in maniera sublime. Io credo che non esista nulla in tutto l’universo che susciti in me un senso di armonia più perfetto di quello che provo quando osservo squarci di azzurro attraverso il verde dei rami. Il verde è il colore della terra, della vita viva e inesaurbile, della vita rinata dopo il lungo sonno invernale. L’azzurro è il colore della lontananza, dello spazio infinito, su cui proiettiamo il nostro anelito incessante verso un altrove. I profumi dell’estate: per me, umbro di montagna, è innanzitutto l’odore del bosco. Soprattutto dopo la pioggia, il bosco sprigiona profumi intensi, pregni di vita: erba e foglie bagnate, funghi, sentore misterioso di animali nascosti. Poi l’odore (e il sapore) della frutta matura, delle erbe aromatiche: ricordo una vacanza in Sicilia, il profumo del rosmarino e del basilico mi inebriava fino a provocarmi un felice stordimento. L’estate è naturalmente il regno della vacanza. Noi tendiamo ad avere una percezione mitica della vacanza perché questo “mito” lo abbiamo elaborato negli anni felici dell’infanzia, quando l’arrivo dell’estate ci liberava dai faticosi obblighi scolastici (alzarsi presto la mattina, andare a scuola, studiare, andare a letto presto la sera) e ci spalancava orizzonti infiniti di piacere: il gioco, l’avventura, l’ozio, la libertà. Tutte le volte che “andiamo in ferie”, inconsapevolmente siamo protesi a ricreare la dimensione infantile della vacanza, ma purtroppo abbiamo perduto quell’antica capacità di essere felici. E forse anche per questo spesso le nostre ferie ci lasciano in bocca il sapore amarognolo della delusione. In questo numero speciale di Chiaroscuro parleremo di tutto questo: le nostre storie traboccano di colori, sapori, profumi; ci troverete il canto delle cicale e dei grilli, il biondeggiare del grano, il mare, la montagna, i ricordi, viaggi in luoghi lontani e vicini. Ma poiché non ovunque e non per tutti l’estate è piacere e vacanza, il nostro sguardo si posa anche su luoghi e storie dove il dolore non conosce stagioni: andremo in Africa, in Afghanistan, andremo a conoscere l’estate dentro una prigione. Questo numero di Chiaroscuro non leggetelo tutto d’un fiato: ci piacerebbe se il nostro giornale trovasse un piccolo posto nella vostra valigia e vi tenesse compagnia, sotto una quercia o sotto un ombrellone, oppure la sera, quando si placa la calura del giorno e anche i nostri pensieri sembrano essere più freschi. Buona estate a tutti.

E ARRIVEDERCI A SETTEMBRE

Stacca e conserva la sovracoperta: una piccola edizione artigianale da rilegare seguendo semplici istruzioni.

Autorizzazione Trib. Perugia N. 35/2009 Direttore responsabile: Guglielmo Castellano Direttore editoriale: Claudio Stella Impaginazione e grafica: Riccardo Caprai, Gabriele Contilli Stampa: La Tipografica, via Flaminia 40, Bevagna

le immagini che salvano il mondo

Copertina a cura di “Semiserie” laboratorio tipografico di fantasia

Bimestrale dell’Associazione Chiaroscuro


[Editoriale]² Guglielmo Castellano

Può piacere o meno. Si può essere più o meno in linea con chi la governa ma, malgrado tutto ciò, la Giostra della Quintana “è” l’evento ludico-culturale forse più importante che questa città ha prodotto dal secondo dopoguerra ad oggi. Sostenere il contrario, rappresenta, a nostro avviso, un esercizio di critica fine a se stessa; elitaria (quasi radical chic) e gratuitamente corrosiva. Se la Quintana non fosse arrivata a vivacizzare l’estate folignate, importanti manifestazioni a “latere” quali Segni Barocchi o I Primi d’Italia, tra le altre, non sarebbero mai nate. Questo è l’incipit. Poi, possiamo discutere su tutto (come accennato in apertura), ma se non si parte dall’inciso di cui sopra, allora non andiamo da nessuna parte. La Quintana c’è, è parte integrante della “folignalità” e la città nel suo insieme deve lavorare per definirla e connotarla, ancora di più, come grande, irrinunciabile, appuntamento. Se ci si pone in quest’ottica, tutti hanno il diritto/dovere di proporre il “loro” modo di elaborare la Quintana, e chi dirige la manifestazione, sia da palazzo Candiotti che dalle varie sedi rionali, ha il dovere di ascoltare, recepire i suggerimenti, e non demonizzare, quando arrivano, le critiche.

Questa è la Giostra che ci piace: aperta alla città e che si “cala” su di essa. Quello che abbiamo appena enunciato, non è uno “spot”; anzi, rappresenta un auspicio. La speranza di tornare a vedere la Giostra della Quintana “riappropriarsi” dei folignati (come fu negli anni ‘60, ’70 e nella prima metà del decennio successivo) e con loro percorrere nuovi sentieri di partecipazione. Forse è proprio questo il problema della Quintana di oggi. Questa grande difficoltà nel sintonizzarsi con i folignati. Colpa di molti fattori: il disimpegno sociale diffuso, lo scetticismo, il sorgere, specie tra i giovani, di nuovi modelli di divertimento e di aggregazione. Motivazioni più che valide, certo, ma che non possono essere causa di impedimento, da parte dell’elite dei quintanari, di tornare a “riprovarci”. La manifestazione è cresciuta nei suoi ambiti più squisitamente culturali e tecnici, non c’è dubbio; ma ha perso, per dirla in politichese, il “contatto con la base”. Una divaricazione cominciata oltre venti anni fa, che sarà difficile, ma non impossibile, recuperare. Del resto, i progetti promossi dall’Ente Giostra del tipo “Quintana a scuola” (negli anni 70 iniziative del genere non sarebbero state assolutamente necessarie), denotano che la spia dell’allarme si è accesa e che ci si sta muovendo per riconsiderare determinate scelte. Ma non basta. O potrebbe non bastare. Occorre adoperarsi, anche da parte dei quintanari, per modificare atteggiamenti e “tare” mentali che forse hanno contribuito a raffreddare i rapporti con il resto della città. Quando si parla di “apertura” della Giostra nei confronti della città, occorre avere il coraggio di porre in essere contestuali decisioni e scelte di ampia portata sociale e strategica. Quali? Ad esempio ridefinire i confini rionali, comprese le periferie, e promuovere “soci” di diritto tutti coloro che vi risiedono. Modificare i regolamenti elettorali, cercando di coinvolgere fette più larghe di popolazione e con candidati al priorato od alle magistrature dell’Ente che, in base ai rispettivi programmi, si diano battaglia in vere contese elettorali. Le contrade, poi, devono essere luoghi (e gli spazi a disposizione ora, più di ieri, lo consentirebbero alla grande) di socialità ed aggregazione fruibili tutto l’anno, e diventare soggetti “attivi” della città, perché ne rappresentano, con ruolo e finalità ben definite, varie porzioni di territorio.

Quello che serve, è tornare a “fare Quintana” divertendosi… Come un tempo. Oggi, i quintanari vivono l’evento con lo stesso stress della “professione”. Stressati da una gestione sempre più manageriale delle taverne; stressati da scuderie che sacrificano in maniera sempre più totalizzante, sull’altare di un agonismo esasperato, energie e risorse che potrebbero essere dirottate su altri fronti. Un forsennato “modus vivendi” quintanaro che, proponendosi con queste caratteristiche tra i folignati, forse trasmette una immagine della manifestazione lontana dallo spirito “primigenio” che l’ha caratterizzata, e fatta amare, per tanti anni.

La Giostra della Quintana rappresenta un bene prezioso per la nostra comunità. Ci riporta alle origini; ci fornisce occasioni di condivisione e partecipazione. Facciamo in modo di non pregiudicare una “storia” perché... Che settembre (o giugno) sarebbe, senza la Giostra della Quintana?


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ESTATE

Ozio e negozio di Anna Cappelletti

Ovvero come approfittare dell’estate per ripensare il nostro stile di vita Nell’immaginario collettivo l’estate è il tempo

delle vacanze. Anche se in realtà la maggior parte delle attività non si fermano e chi lavora è comunque occupato, i ritmi sono più lenti, le giornate sembrano dilatarsi per effetto del protrarsi della luce naturale, e si ha la sensazione di poter avere più tempo a disposizione. Così si associano alla stagione estiva tutte le idee di svago, rilassamento e divertimento e si rinvia a questo periodo ogni pensiero di attività piacevoli e rilassanti: viaggi, letture, incontri, relazioni. Spesso, all’inizio dell’estate ci succede, come alla fine dell’anno, di fare un elenco di buoni propositi e di legare a questa stagione anche l’idea di un possibile cambiamento, di qualche mutamento della nostra vita. Ed è a questo punto che può innescarsi un equivoco che sempre più spesso ci fa arrivare alla fine dell’estate più stanchi di quando è iniziata e soprattutto più frustrati: riempiamo l’estate di programmi di attività che la fanno assomigliare più a una maratona che a un periodo di riposo - leggerò tutti i libri che non ho letto, farò i viaggi che non ho fatto, sistemerò la casa, farò una vacanza da sogno… Ricordate la pubblicità televisiva delle Crociere Costa, di un paio di anni fa? Lo spot evidenziava che l’esperienza era così coinvolgente che chi l’aveva provata non poteva riadattarsi alla vita quotidiana e i passeggeri restavano imbambolati e piagnucolosi: il prototipo insomma di un modo di rilassarsi legato all’idea che il modo migliore di fare le vacanze sia immergersi nelle attività più varie e frenetiche, un modo che, però, quando si torna a casa, lascia un grande vuoto, vuoto di attività, ma soprattutto – vorremmo sottolineare - di senso. Un vuoto dovuto al fatto che quel cambiamento, quella svolta che sentivamo nell’aria non c’è stata, perché non abbiamo fatto l’unica cosa capace di rigenerarci: dedicarci all’ozio. Forse allora può essere utile provare a far sì che la nostra vita sia toccata dalla vera opportunità che l’estate ci dà: quella di rallentare, di imprimere un diverso ritmo alle nostre giornate, di dare un’altra chance al nostro tempo. Quella di allontanarci dall’idea di attività, dai normali affari, dai negotia, avrebbero detto i latini.

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chiaroscuro

E’ interessante notare che la parola latina negotium è composta da nec e otium e significa letteralmente “non ozio”. Per i latini infatti era normale e utile che i due stati si alternassero continuamente: otium e negotium, ozio e attività. Ma l’ozio non è il padre dei vizi? Come mai si è attribuita all’ozio un’accezione così negativa? Ripensato nella sua accezione originaria l’ozio potrebbe, invece, essere un approccio esistenziale capace di recuperare una dimensione più riflessiva, più lenta e - alla fine - più significativa, capace di informare la quotidianità e affrancarci dall’idea di dover essere sempre forzosamente attivi. La proposta (indecente?) per questa estate allora potrebbe essere: recuperare una dimensione legata all’ozio, un ozio capace di incrementare pensiero. Esiste una letteratura consistente che intende l’ozio come possibilità di dedicarsi ad attività più vicine alla nostra umanità che non gli affari. In Seneca, nella Lettera a Lucilio, l’ozio viene esaltato insieme alla solitudine e alla possibilità di dedicarsi ad attività del pensare e anche Petrarca, nel De vita solitaria, lo intende come occasione di riflessione e di studio, insieme alla vita ritirata. In tempi più recenti Domenico De Masi ha affrontato il tema dell’ozio, riassegnandogli una connotazione positiva, nel libro “Il futuro del lavoro. Fatica e ozio nella società post industriale” spingendosi fino a definire l’ozio come dimensione che produce creatività, nel libro “Ozio creativo”. Se a qualcuno interessa addentrarsi nelle analisi economiche e sociologiche, troverà in entrambi i testi delle prospettive piuttosto innovative e interessanti. Esistono inoltre numerose letture che si possono suggerire a chi, più che studiarlo, l’ozio volesse praticarlo, a chi fosse intenzionato, insomma, ad approfittare di questa estate per lasciarsi trascinare in un mondo altro, in una dimensione oziosa centrata sul meditare, sul camminare, o, ancora, sulla contemplazione e l’ascolto. Per dare al nostro tempo una chance in più, due ottimi libri di Pierre Sansot, “Sul buon uso della lentezza” e “Passeggiate”, ci invogliano a rallentare il ritmo e a porre maggiore attenzione alle cose e alle persone che ci circondano. Scopriremo che una pratica


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ESTATE apparentemente banale come passeggiare senza meta, può rappresentare un ottimo metodo per resistere agli imperativi della velocità e dell’efficienza. Il camminare come antidoto alla frenesia e al non senso è al centro di un grande classico: “Camminare”, di Henry David Thoreau, in cui il pensatore indica nel vagabondare nei boschi il metodo più valido per elevarsi spiritualmente, per essere pienamente presenti a se stessi e al mondo, completamente consapevoli e immersi nella realtà del qui e ora. Questi temi, con uno stile forse più pratico e fruibile sono ripresi nel più recente “Il mondo a piedi”, di David Le Breton, libro che – rifacendosi anche a diversi autorevoli pensatori dei secoli scorsi – ripropone il camminare come stile di vita e parla del muoversi a piedi come di una pratica che può renderci capaci di contenere il mondo, in quanto “riduce l’immensità del

mondo alle dimensioni del corpo”. Lo scopo del libro, come asserisce lo stesso Breton, è “dire di quel modo di andare che induce un piacere viscerale, che stimola l’incontro, la conversazione, la gioiosa fruizione del tempo, la libertà di fermarsi o di continuare. Il mio è un invito al piacere, non una guida per far bene. Celebra quietamente la gioia del pensare e del camminare.” L’idea di rallentare e indulgere anche al dolce far niente è declinata in 101 modi diversi nel libro “I piccoli piaceri dell’ozio”, di Tom Hodgkinson e Dan Kieran, forse un po’ new age, ma con il pregio di suggerire un grande repertorio di pratiche di ozio e di mettere in evidenza che le attività legate ad un’autentica concezione di ozio sono tutte completamente gratuite. Questo testo si può leggere in modo ozioso, spizzicando una pagina al giorno, magari cercando di mettere in pratica i numerosi suggerimenti. (N.B. Per apprezzare questo libro è necessario superare due diversi generi di fastidio che può provocare: in primo luogo alcuni consigli politicamente scorretti - come fumare o schernire il prossimo - in secondo luogo l’apparente banalità e insensatezza di alcuni suggerimenti – come dormire vestiti o zufolare: personalmente ho trovato molto interessante proprio interrogarmi sul perché mi apparissero così assurdi…) Infine l’idea di individuare uno spazio per se stessi, più reale che metaforico, è contenuto in diversi bei libri, tra i quali suggeriamo “Un’estate da sola”, di Elizabeth von Arnim, e “Una stanza tutta per sé”, di Virginia Woolf. L’incipit del libro della von Arnim ci immerge subito nell’idea che uno spazio fisico dedicato al pensare, possibilmente immerso nella natura e unito alla solitudine, possa rigenerare uno spirito che sente la necessità di ri-assegnare significato alla propria vita: “Ieri sera dopo cena dissi: « Voglio restare da sola per l’intera estate, e giungere all’essenza della vita. Voglio impigrirmi quanto più possibile, perché la mia anima abbia il tempo e l’agio di crescere. (…) Trascorrerò i mesi sui prati e nei boschi.(…).Sarò felice, nessuno verrà a disturbarmi. Là fuori, sulla piana, tutto è silenzio e dove c’è silenzio, ho scoperto, c’è la pace».” Forse, alla fine di un’ estate oziosa si potrebbe addirittura aver recuperato una visione del mondo e della vita un po’ più autentica e reale, perché “nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.” (Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”).

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ESTATE

Sarà estate di Maria Sara Mirti

A voler leggere una sfumatura metaforica nel

detto di Arthur Eddington, “In due dimensioni ogni coppia di linee è quasi obbligata ad incontrarsi prima o poi; ma in tre dimensioni, ed ancora più in quattro, due linee possono finire per non incontrarsi mai, e di solito è questo ciò che avviene, cosicché l’osservazione del loro intersecarsi è un’aggiunta genuina alla conoscenza”, si potrebbe affermare che è proprio l’Estate quel luogo, quell’occasione di conoscenza apparentemente improbabile, in cui le leggi della fisica si mescolano e in cui le linee, delle mani e dei sentieri, s’incrociano. Non c’è nulla di strano, in Estate anche i colori si ritrovano a perdere il loro solido spessore e a scorrere in rivoli, prima di fondersi in quell’unica, ampia, veletta di luce, lasciata in eredità dalla primavera, che copre i volti mascherandoli come fossero semplici riverberi. Il più delle volte, sul declinare dell’inverno e fino alla fine dell‘Estate, la luce del sole cancella progressivamente il ricordo e il vago tepore delle luci artificiali, delle abat-jour e del tabacco che vengono lasciati accesi vicino al viso nelle giornate fredde. Ma talvolta capita che la primavera sia di pessimo umore, che il calore non arrivi in tempo, che ogni ciclicità s’interrompa e che, trovandosi a camminare ancora da soli tra la folla, ancora alla stessa distanza a cui ci tenevano i cappotti invernali, ci si debba ingegnare a ritrovare l’Estate rimasta, intrappolata negli oggetti e nei colori, ancora artificiali, dei dettagli nascosti della città. L’Estate in città, almeno per me, inizia quando l’acqua del rubinetto smette il suo consueto odore metallico e inizia piuttosto a profumare “di mare”, non di cloro, come starete pensando, ma proprio di mare, di salsedine lontana. Quando lo sguardo cade sul bianco acceso di una terrazza o di un portico, quando i balconcini nei vicoli del centro fioriscono di ibiscus, calle e persino gigli, quando i glicini tardivi, dal basso, e le buffe piante di cactus pigramente assise nell’alto di grandi vasi sospesi, in attici e ristoranti, sussurrano tra loro nuovi progetti per la stagione futura, allora, pur sotto una pioggia battente, si può dire che è arrivata l’Estate. Potrei giurare di aver visto la primavera molte volte, inseguita dall’Estate, scendere dall’autobus in incognito con un vaso improvvisato, colmo d’acqua e di fiori recisi; l’ho vista anche nelle giornate di pioggia, superba coi suoi fiori in braccio, ma senza mani libere per tenere un ombrello. A volte però il temporale,

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simile a una festa improvvisa, a un ritmo perturbatore, riesce a sconvolgere brevi tratti dell’Estate. L’acqua viene giù a manciate portando con sé grappoli di visi sconosciuti. Corpi ignoti, di passaggio. Ognuno di quegli sconosciuti variopinti ci appare vestito soprattutto di un’estraneità familiare, rapida nei movimenti, mentre i nostri sfinimenti, per contrasto, rendono l’Estate poco adatta a reagire. D’improvviso compaiono volti scuri ma sorridenti, un tuono ci risveglia, poi un tintinnio più vicino ci accarezza, d’improvviso compaiono oggetti etnici e una mano tesa amichevolmente, mentre l’altra mano stringe con forza una misera moneta, come fosse il peluche più caro di una mitica infanzia. Anche di questo, di strani sogni, è fatta l’Estate. L’Estate sembra non arrivare mai, ma arriverà, e una volta arrivata non durerà per sempre, come accade per le vestigia del mondo vegetale combattute tra tonalità opposte, tra un verde-terra e un color smeraldo, e inondate da un fiume di cera azzurrina. D’Estate tutto sembra un po’ più “figurato” e un po’ più eterno. D’altra parte, come già pensava Emily Dickinson, dovremmo diffidare di un’eternità che non contempli anche la salvezza di ogni singolo fiore. E se è la primavera a fornire i primi colori e una vasta gamma di fiori recisi da far resuscitare brevemente in un vaso, l’Estate è certo il momento per farli seccare in un libro e donarli poi, quali bassorilievi di se stessi, agli amici distratti che non hanno avuto la prontezza di raccoglierli in tempo. “Quest’estate non hai nessun nontiscordardimé nel tuo giardino?” chiede ad Abiah nell’agosto 1845. “Ho intenzione di regalartene [qualcuno] con la mia prossima lettera. Ne sto facendo seccare alcuni per tutte le ragazze e non sono ancora pronti”. Io ve ne voglio lasciare due di quei piccoli fiori blu, ma non potendoveli dare di persona dovrete immaginarveli simili agli occhi di un gatto che da anni, d’Estate, mi fa compagnia lungo la strada di casa. È un essere vanitoso e si ferma incantato di fronte a ogni superficie specchiante: chissà che, d’Estate, non vi veda riflessi, al posto delle nuvole o del proprio sguardo, tanti pesci blu. I suoi occhietti abbagliati si riempiono delle stesse “bordure di pizzo” che inondano le scarpe dei villeggianti sul bagnasciuga e il cui sentore arriva anche lontano dalle coste. Quell’espressione felina, ricamata all’uncinetto dalla luce, sarà come sempre il mio unico rimpianto estivo.


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ESTATE

STORIE

Gli Insetti di Marta Angelini

Ci sono dei pomeriggi in estate che ci sembra

di vivere in un eterno presente. Quelle lunghissime giornate immobili e roventi che costringono le persone a chiudersi in casa con le serrande abbassate e qualche corrente calda e sensuale che arriva da un corridoio. Il tremore dell’aria sull’asfalto scoraggia chiunque debba lasciare un interno prima delle sei della sera e le piazze vuote delle città assolate somigliano alle tele metafisiche di De Chirico. Il sole invadente, come un occhio monoteistico irradia una luce bianca, traboccante, cromaticamente fredda che prosciuga il suolo, la vegetazione e la pelle di chi si espone ad essa. In questo teatro deserto e polveroso, in questo paesaggio sbiadito da pre-morte, protagoniste assolute e indiscusse friniscono le cicale. Anche nei luminosi angoli di verde dei cortili interni delle case antiche echeggia il loro canto ritmico, sinonimo di tempo ozioso e sanamente improduttivo. Trovarle non è difficile e chi avesse la pazienza di avvicinarsi lentamente senza spaventarle rendendole silenti, noterebbe che sono grandi e fieri insetti, delle lunghezza di circa 5-6 cm che si mimetizzano alla perfezione con il brunastro di un tronco o di un ramo. La loro presenza sonora è l’elemento maIl canto dei grilli somiglia a dei discreti campanelli

che sommessamente suonano

nei prati e nei giardini

e che invitano alla concentrazione notturna

gico che accompagna il respiro di chi sonnecchia nelle verande e sotto l’ombra di un ciliegio e che sogna che il mondo cominci e finisca in una stagione. Quando cala la notte, qualche insonne di fronte alle finestre spalan-

cate spezza la sua piccola solitudine con un televisore acceso a basso volume. Nel vuoto di un palinsesto festivo e notturno non può non accorgersi del brulichio di qualche grillo che rende cristallina la veglia. Il canto dei grilli somiglia a dei discreti campanelli che sommessamente suonano nei prati e nei giardini e che invitano alla concentrazione notturna. Chi studia di notte per una maturità alle porte o chi prepara gli esami universitari più pesanti per la sessione autunnale, trova confortante la presenza di questi piccoli insetti e allo stesso tempo malinconica, perché preannuncia già il lento declino della bella stagione. La terra sfiancata dal troppo sole, comincia finalmente a respirare ed emettere gocce di umido tepore che invita mille creature all’attività. Le fastidiose zanzare destano quelli con l’udito sottile, e le falene dalle ali pesanti cercano una luce artificiale sulla quale abbagliarsi. Nelle campagne, lontano dalla civiltà industriale e cittadina, qualche romantico cerca nel buio un commovente ricordo d’infanzia di pasoliniana memoria. Chi è fortunato può ancora sperare di trovare, sotto un cielo sereno invaso da stelle, una via Lattea terrestre che balugina misticamente, nel miracolo dell’invasione delle lucciole. Ognuna con il suo alfabeto intermittente racconta dei segreti della natura che d’estate sboccia ed esibisce all’eccesso le sue meraviglie. Chi per un viaggio dovesse cambiare latitudine spostandosi più a nord o più a sud della zona mediterranea con un po’ di attenzione noterà il vuoto lasciato dagli insetti più caratteristici della nostra stagione estiva. Quelle presenze poetiche che hanno accompagnato da sempre i ricordi di tante gite in campagna alla domenica, delle notti di festa vicino al mare, delle sagre di paese, dei festival musicali nelle piazze e dei cinema all’aperto nei parchi. Gli insetti, che a molti risultano disgustosi o fastidiosi, con i loro suoni e le loro epifanie possono essere a volte più incantevoli dei fiori che ammaliano principalmente per i loro colori e per le loro forme. Come tutte le creature sulla terra sono presenze sacre e insostituibili.

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ESTATE

L’estate

dei bambini

Abbiamo chiesto agli alunni della 1A, 5B, 5C della scuola elementare “Santa Caterina”: -“l’estate è bella perché?” Io vado dalla nonna in Uzbekistan (Asia); sto a casa (Jasmine); mangio le fragole e le ciliegie (Giulia); vado a dormire dai miei nonni (Ilaria); posso nuotare e sono allegro (Filippo); vado in moto con il papà (Nicolas); Ci sono le farfalle e le rondini che svolazzano (Lucia); faccio castelli di sabbia al mare (Laura). Mi fa sognare di volare; è il profumo dell’erba tagliata del giardino del vicino (Federico). I fiori donano all’aria i loro profumi e il cielo è tinto da una palla infuocata; al mare ti butti nell’acqua fresca, nuoti tra mille sorprese in mezzo a lucenti diamanti (Virginia). E’un’avventura mozzafiato dove vai a esplorare il mondo intero; si sente l’odore delle piscine, del mare, della frutta e dei fiori; ma la cosa più bella è che quando c’è l’estate tutto il mondo sorride (Fabrizio). Il vento caldo si immerge nelle chiome degli alberi e fa ballare le foglie, il sole splende tutti i giorni e si ferma fino a tardi; le cicale ogni pomeriggio cantano la stessa canzone (Sara). Sembra che il buio non arrivi mai; l’estate dura molto, ma io vorrei che durasse di più, perché non voglio che tutto quel sole e tutto il sorriso e il divertimento dei bambini e della gente se ne vada e voli via (Emanuela). Puoi sentire la natura e il vento che ti sfiora i capelli (Carmen). I miei piedi toccano la sabbia cocente che si intrufola come un ladro tra un dito e un altro (Francesco). E’ il profumo dei cocomeri e delle ciliegie (Julia). E’ il profumo della menta scaldata al sole (Filippo). Anche perché non devi andare a scuola (Giuliano). Si può sentire in campagna l’odore dell’erba cresciuta e del granturco che a me piace tanto (Sara). L’estate è proprio bella e mi piacerebbe riviverla ogni giorno (Simone).

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Di notte gioco di nascosto a carte con mio fratello e le lucciole ci fanno da luce (Ardit). E’ come una partita di calcio: ci si diverte con i propri compagni ma dopo un po’ ci si stanca (Gioele). Puoi costruirti un castello dove sei re e regina; nel mondo degli abissi sei una sirena, un pirata, un pesce (Ginevra). E’ calda, fiorita, profumata, colorata e piena di affetto e divertimento, perché hai più tempo per fare tutto quello che vuoi (Noemi). E’ piena di melodie da far volare al vento fresco e profumato; le lucciole incuriosiscono i bambini e accendono una notte magica e piena di sorprese (Letizia). E’ il tempo in cui la sera si cammina vicino al mare per ascoltare la dolce melodia delle onde che accarezzano la spiaggia (Lorenzo). E la stagione ideale per stare insieme alle persone a cui si vuole più bene (Chiara).

Si ringraziano per la loro preziosa collaborazione le maestre Rita Ottavi, Anna Baù, Laura Bergutti, Marcella Capuccini


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ESTATE

Il sole

ballerino Era il dì più lungo dell’anno e ancora si andava in

giro con il cappotto. E pensare che Marta aveva atteso il solstizio con grande trepidazione, sicura che l’estate sarebbe iniziata. Marta all’epoca dei fatti aveva cinque anni ma era lo stesso una bambina molto informata in fatto di astronomia, sapeva tutto sull’inclinazione dell’asse terrestre e sulle stagioni. Marta si affacciò alla finestra e vide, attraverso la fitta coltre di nubi, che il sole saltellava. Si stropicciò gli occhi, ma continuò a vedere il sole ballerino. “Sole! Ma che sei diventato matto?” domandò la bambina. “Matto io?” rispose di rimando il sole risentito, “matti siete voi! Non ti accorgi che state distruggendo il mondo?” “Ma… ma…” balbettò Marta “ma io sono una bambina e non distruggo il mondo!” “Beh a me non importa niente. Sei una di loro e gli umani, credimi, stanno distruggendo questo pianeta. Il mio bel giocattolo!” Il sole cominciò a piangere come una fontana creando enormi cumulonembi che lo nascosero alla vista di Marta. Marta era risentita e scoraggiata. Il sole l’aveva accusata ingiustamente, e, per giunta, era scoppiato un violento temporale che la costrinse a chiudere le persiane e tapparsi in casa. “E ora? Che faccio?” si domandò Marta davvero affranta. Dopo che ebbe smesso di piangere, il sole si era rimesso a ballare, provocando un ulteriore abbassamento della temperatura sulla terra. Marta non sapeva che fare ma era così decisa a fare qualcosa che si vestì e uscì di casa. La pioggia era cessata e un grandissimo arcobaleno si stagliava alto nel cielo. L’arcobaleno, a guardarlo bene, non era il solito arcobaleno sbiadito, era bello e colorato e, soprattutto, iniziava davanti alla porta di casa sua. Guardando bene, si accorse che il rosso, che sta sulla gobba dell’arcobaleno non era liscio! Erano scale! Scale che dicevano: “Sali!” Marta era un po’ titubante ma raccolse tutto il suo coraggio e cominciò a salire la scala rossa dell’arcobaleno facendo attenzione a non sfiorare i raggi infrarossi che sono molto caldi. Marta salì cercando di vincere la paura finché non si trovò faccia a faccia con il sole. “Che vuoi?” l’apostrofò il sole. “Senti signor sole,” rispose educatamente Marta, “il fatto che sei il sole non ti autorizza a essere sgarbato!” Il sole ci rimase un po’ male ma non se ne curò e cominciò a brontolare. “Senti sole” ricominciò Marta, “vuoi smetterla con questa commedia e ridarci l’estate?” “Chi sei, essere piccolo e insignificante?” esclamò il sole

di Isabella Caporaletti

irriverente. Poi ricominciò a piangere. “Ah, il mio pianeta azzurro! Maledetti distruttori. Ora quella grassona rossa di Betelgeuse mi deriderà. E’ mille volte più grossa di me, cento trentacinquemila volte più luminosa di me, ma non ha un giocattolino azzurro come il mio. Oh me sventurato, proprio con una razza assassina e scellerata dovevo capitare!” Marta aveva le lacrime agli occhi. “A… assassina?” balbettò mentre dagli occhi traboccavano copiose le lacrime bagnandole le guance. “Assassina sì, perché non muoiono forse i bambini di fame sulla terra, mentre altri sono troppo ciccioni? E scellerata sì, non fate morire i cetacei e le tartarughe marine facendo loro mangiare la plastica? E non avete fatto affondare una piattaforma petrolifera che ha riversato nell’oceano una massa nera e maleodorante di dimensioni spropositate, che ha provocato una moria di pesci e uccelli spaventosa? Eh? Che hai da dire?” E giù a piangere. Piangevano tutti e due ma il sole provocava certe tempeste così violente che anche l’arcobaleno tremava di paura. Marta si sedette sul giallo con la testa fra le mani. Razza assassina e scellerata aveva detto il sole. Ma cosa ci poteva fare lei che era solo una bambina? “Basta! Ho deciso!” esclamò il sole “quello che dovrebbe succedere tra cinquanta miliardi di anni, dovrà succedere ora!” “Che… che dovrebbe succedere tra cinquanta miliardi di anni?” mormorò Marta. “Deve succedere che attiro a me la terra e la faccio esplodere!” sbottò deciso il sole. Marta tremava di paura, “che mi invento?” piagnucolava. Poi ebbe un’idea. “Senti, sole, se distruggerai la terra, non avrai più niente, non potrai più vedere l’arcobaleno, le cascate, non potrai più ascoltare il mormorio delle foreste che crescono, o il chiacchiericcio delle rane intorno allo stagno. Non avrai più un posto per sorgere o per tramontare. Nella distruzione trascineresti anche migliaia di uomini giusti, che lottano tutti i giorni per diminuire l’inquinamento e per la giustizia. Ti prego, dacci ancora una possibilità. Ti prometto che da grande mi impegnerò seriamente per un mondo più pulito e più giusto. Il sole guardò con ammirazione quel soldo di cacio. Era così minuscolo nel grande Universo che gli strappò un sorriso. “E sia!” asserì e, per non far vedere le lacrime di commozione, tornò fermo al suo posto e, in un attimo, scoppiò l’estate.

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ESTATE

Odori e rumori d’estate di Eleonora Doncecchi

Foto di Irina Mattioli

Da sempre, fin da bambina, l’estate ha suscitato

in me una sensazione di curiosità. Mi incuriosiva, affascinava e impensieriva allo stesso tempo pensare che in estate la vita prendesse un ritmo diverso, più lento e pacato. Suscitava in me una strana sensazione la percezione che, vivendo molto di più all’aperto, ognuno potesse condividere pezzetti della vita dell’altro. D’estate, o meglio, nella bella stagione come dicevano e dicono ancora i nostri nonni, la vita prende una dimensione più comunitaria, tutti diventiamo un po’

Anche questa è estate,

è la vita nelle terrazze, nei giardini.

Sono gli odori che escono

dalle mura domestiche,

i rumori che riempiono le vie.

protagonisti della vita degli altri. Si vive all’aria aperta, con le finestre spalancate, aprendo pezzetti della nostra vita, del nostro quotidiano e delle nostre giornate anche a chi semplicemente si trova a passare nei paraggi. Qualche giorno fa camminavo per le vie del nostro centro storico verso l’ora di cena. Sono stata catturata dai frammenti di vita che in quel momento venivano vissuti nelle case circostanti. E d’improvviso mi sono metaforicamente trovata a “entrare” proprio in quelle case che stavo costeggiando. Le finestre erano aperte e odori e rumori si presentavano davanti a me, facendomi involontariamente intrufolare in quel pezzetto di giornata che veniva vissuto in quelle case da quella gente. Eccomi allora in quei frammenti di quotidianità…L’attività dominante (e posso dirlo con certezza visti gli odori che circolavano) era la preparazione della cena. Spezie, dolci in procinto di uscire dal forno, carne alla brace… cene pronte per essere mangiate… Tutto questo si presentava in quel momento, accompagnato dai tipici rumori della cena. Forchette riposte al tavolo, spadellamenti vari, un bicchiere caduto da una credenza e andato in mille pezzi, un bambino affamato e un altro un po’ capriccioso, una televisione tenuta ad un volume troppo alto... Anche questa è estate… è la vita nelle terrazze, nei

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giardini. Sono gli odori che escono dalle mura domestiche, i rumori che riempiono le vie. E da fuori si condivide un po’ di quello che accade dentro, chi parla, chi litiga, chi studia, chi ascolta musica, chi guarda la tv, magari incantato davanti ad una partita dei mondiali. Anche questa è estate…tutto si ferma, rimangono solo strade deserte, bandiere penzolanti sui terrazzi e cicale inesorabili con la loro cantilena. Poi d’improvviso grida di esultanza, un goal segnato dalla nostra squadra? O un goal mancato dei nostri avversari?


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ESTATE

Insert coin

di Giovanni Manuali

“Ahò, che ‘cciai ducento lire?” “Mmmhh... no, mi dispiace.” “Eddai! Damme ducento lire!” “Guarda, non le ho. Sul serio.” Silenzio. Il labirinto si sta svuotando di puntini, ma i fantasmini mi sono alle calcagna. Non ci faccio troppo caso, però. Dice: “Se avevi diciott’anni t’avevo menato.” Penso: “Se avessi diciotto anni, magari sarei io a menare te...Imbecille”. Game over. I fantasmini hanno catturato il mio ultimo Pacman. Me ne vado. Reagire non se ne parla, perché voglio profondamente bene al mio setto nasale. Questo, più o meno, uno dei possibili dialoghi dentro una sala giochi degli anni ’80. Di queste a Foligno, ai tempi d’oro degli “arcade” (cioè i videogame da bar, volgarmente detti “cassoni”) ce n’erano due al corso: una a metà, dove oggi c’è Swarovski, una collegata all’ormai scomparso bar “Roma” che occupava i locali dell’attuale profumeria “I limoni”; ce n’era un’altra, con tanto di spazio per divani e tavoli da biliardo, in via Mazzini (oggi solo una saracinesca abbassata) e un’ultima, di breve vita, in piazza del Grano, dove ormai c’è un sale e tabacchi. Erano posti in cui si poteva entrare solo se si aveva 16 anni. O almeno in teoria. Cominciai a frequentarle quando ne avevo 13, giocandomi una buona parte della “paghetta” che mensilmente mia nonna (mai troppo lodata) elargiva. Nessuno fece mai questioni. L’interno non era il massimo del comfort: il fumo di sigaretta faceva impallidire lo smog della Manchester di fine ‘800 e si mescolava con l’odore di chewing gum e dopo barba a buon mercato; qualche sgabello che restava per ore appannaggio di pochi eletti, musica sparata dai jukebox (ancora c’erano) preda di qualche monomaniaco capace di mettere 20 volte la stessa canzone nel giro di un’ora. E poi se la ballava osservandosi davanti ad uno specchio. Effettivamente, la popolazione di questi luoghi era ancora più interessante. Tanto per cominciare, era un luogo per maschi. Il trovarci una ragazza era salutato dai più con lo stesso stupore generato dal passaggio della cometa di Halley. C’erano inoltre i soliti bulletti di periferia che allignavano in questi ambienti più

o meno regolarmente. Averli vicino era piacevole come il posarsi di un calabrone sotto un’ascella. Se se ne andavano senza rompere, era segno evidente dell’esistenza di una divinità superiore e giusta. C’erano poi figure particolari come quella del “tecnico” o del “gufo”. Il primo si avvicinava mentre si era intenti a superare un livello particolarmente ostico di un gioco e cominciava a fornire – non richiesti – suggerimenti dotti su come sconfiggere i vari nemici, aggirare gli ostacoli, finire il gioco. Puntualmente, deconcentrati dal turbine di informazioni, si moriva e oltre al danno si aggiungeva la beffa, perché il buon samaritano chiosava la finaccia con un “No, non dovevi fare così: te l’avevo detto.” Il “gufo”, era un personaggio che aveva la perversa abitudine di accostarsi durante una partita e minava

l’autostima del videogiocatore con frasi tipo: “Eeeeh, ma questo livello è difficile... ce la fai?” oppure “Mi sa che muori...”. I più subdoli usavano la “chiocchia trasversa”, cioè un complimento che nascondeva profonda malvagità e invidia: “Sei forte!”. Significava perdita di una vita nel giro di pochi secondi. Nel 2010 le sale giochi non hanno più ragione di essere perché il divertimento, grazie alla potenza di calcolo delle moderne consolle, si può avere nella pace della propria casa. Esse sopravvivono in qualche località balneare o si materializzano a scartamento ridotto tra i baracconi di un luna park. A conti fatti, forse è meglio così.

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Provincia di

non si sa mai Forse tra questa edizione “estate” e la prossi-

ma, a settembre, i giorni che passeranno sono un po’ tanti per considerarli una vacanza. Se nel frattempo queste pagine in Chiaroscuro fossero diventate una nuova abitudine, un piccolo bisogno, queste vacanza potrebbe sembrare un po’ un’assenza. E un po’ lo spero.

di Giorgio Raffaelli

Potrebbe essere che donne e uomini abbiano inventato le città per non dover inseguire le stagioni e questa dell’estate sia tutta una bufala. Un bufala nata perché magari nel disegnare le città non abbiamo usato abbastanza la grande gomma “for big mistakes” e ora per viverci occorre, un po’ ogni po’, abbandonarle un po’. O forse c’è altro ancora. L’ho detto altrove, ho conosciuto persone che delle arti hanno fatto mestiere e di rado ho sentito da loro parlare di vacanze… o forse meglio, nei loro racconti tutto, agli occhi normali, ha l’apparenza di una vacanza. Vacanza: con un click faccio comparire sul monitor i sinonimi: interruzione, sospensione, giorno libero… Insomma, come si dice, vacanza è per uscire un po’ dal “solito tran tran”. Mi torna in mente questa frase “tutte le famiglie felici si somigliano l’un l’altra. Tutte le famiglie infelici sono infelici ognuna a modo suo”. E’ di Lev Tolstoj tracciata in “Anna Karenina”.

Del resto abbiamo aggiunto nella testata la scritta “slow press”: “stampa lenta”. E’ l’ambizione che chi ci legge scorra piano queste parole, provando a valutarne il peso che noi abbiamo cercato per ciascuna di esse. Stampa lenta perché forse ci vorrà un po’ più di un pugno di mesi per abbandonare i ritmi scolastici che in fondo sono alla radice di questo giornale. Stampa lenta perchè raccontare una città al centro del mondo non è solo questione di usar bene parole, congiunzioni e chiaroscuri, ma è calarsi piano nelle vie, nelle piazze, negli umori, nei colori, nelle puzze, nei gatti e persino nei topi…

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Anche per quella parte di mondo, ovunque nel mondo, che non vive nel benessere, non esistono vacanze. Anzi, esiste una unica pericolosa vacanza. Vacanza di quasi tutto. E non hanno bisogno di rompere nessuna monotona quotidianità, già rotta di suo dal quotidiano e impegnativo progetto di ogni giorno per arrivare al giorno successivo. Dando per buono che artisti e proletari in vacanza non vanno (“proletari” m’è scappato, ma letteralmente sta per aventi come unico “bene” la propria prole, per la parte di umanità indicata mi sembra corretto) buona vacanza a tutti gli altri. Buona vacanza a chi ha pensato, progettato, approvato e realizzato il centro del commercio fuori dal centro del centro della città al centro del mondo (per poi impegnarsi per essere “innamorarti del centro”, ma questa al solito è un’altra storia). A loro auguro di uscire dal solito tran tran in un buon albergo “fronte


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quell’umanità marziana che deambula su ruote e folcloristici accorgimenti vari e assorti. Auguro a chi apre nuovi esercizi commerciali o ne rinnova di vecchi, chi li progetta, chi firma concessioni e autorizzazioni varie e per buon peso all’intero staff dello Sportello Unico dell’Edilizia, uffici urbanistici, del territorio affini e collaterali, una bella vacanza nella “Contea dei Ruotanti” (provincia di non si sa mai).

mare” senza meravigliarsi se mare, passeggiata annessi e connessi rigorosamente di fronte, sono però a diversi chilometri.

Vacanza:

con un click faccio comparire sul monitr i sinonimi:

interruzione,

sospensione, giorno libero…

Per documentarsi consiglio la lettura della guida omonima, dove Franco Bomprezzi ci illustra le case con i soffitti ad altezza di carrozzina, invitanti scale che si trasformano in scivoli lisci e scoscesi. Dove non ha barriere nessuna “funzione” persino negli edifici di culto, con altari “rotofruibili” e accessibili in carrozzina anche i confessionali... indifferentemente sia da peccatori che da confessori. Insomma una vacanza da tutte le barriere architettoniche (e non) pensate, ideate, progettate, autorizzate, sottoscritte, realizzate e fruite con beata e ignoranza. Una vacanza per rompere il solito tran tran e assaporare l’emozione di “barriere” nuove e diverse.

Chilometri serviti da pista ciclabile, nel migliore dei casi al sole e perfidamente fiancheggiata da “ombrelloni” ad uso pannelli solari (l’ombra è un “danno collaterale”). Pista ciclabile attrezzata per impegnative performance ginniche alle gigantesche rotonde dove ciclisti e pedoni possono però sostare per osservare lo scorrere veloce e snello delle autovetture. Una pista, infine, che scorra placida e ignara sul lato strada opposto al mare, alle spiagge ai servizi, costringendo, proprio sul traguardo, ad un ultimo spericolato attraversamento. E magari, superato l’attraversamento, poco o nulla più di ciclabile e pedonabile. Parcheggi immensi e marciapiedi risicati che se davvero sei arrivato in bici e provi a lasciarla li non passano più i pedoni e meno che mai passeggini, carrozzine e

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Quando i sogni

non hanno soldi

di Carla Tacchi

Polvere rossa che rende il paesaggio surreale,

un sentiero che corre in mezzo alla foresta, piccole radure che lasciano intravedere minuscoli villaggi popolati da ombre silenziose che si muovono con eleganza. Poi, davanti ad una capanna isolata, vicino alla strada, appare una bambina che ci fa segno per avere un passaggio. La facciamo salire e la portiamo con noi fino alla chiesa di Kamaluko. Cerchiamo di comunicare, è timida e impaurita ma ci racconta parte della sua storia. Un incontro casuale, inaspettato che rappresenta ancora una volta l’intrecciarsi di mondi e destini che, per una strana alchimia, confrontandosi si integrano. Agnes ha quattordici anni, è orfana e vive con la sorella insieme a una zia vedova con due figli. «Agnes è molto brava a scuola», ci dice il maestro, molto dispiaciuto per il fatto che la ragazza dovrà smettere di studiare perchè non può pagare le tasse. Alla sua età, poi, una “donna” deve lavorare, aiutare la famiglia e, perché no, cominciare a fare figli. In Zambia un’alta percentuale di bambini in età scolare non frequenta le lezioni. Molti alunni, specialmente nelle zone rurali, sono esclusi a causa della mancanza di scuole o classi; per questo i missionari costruiscono strutture che diventano contemporaneamente scuole, chiese, cliniche per far fronte a tutte le necessità di una popolazione abbandonata completamente a se stessa. Il rapporto alunni /insegnanti nella scuola primaria è di 39 a 1, nella secondaria di 46 a 1. In foresta non è raro trovare bambini che scrivono per terra e insegnanti che fanno lezione all’aria aperta, senza libri e lavagne. «Le scuole africane sono fatte di niente!», ci sentiamo spesso ripetere dalla gente del posto. Dopo sei anni di scuola, il 60% dei bambini zambiani è praticamente analfabeta. Ovviamente anche per quanto riguarda l’istruzione le donne sono le più penalizzate: nelle zone lontane dalle città, ad esempio, pochissime di loro parlano inglese. Ma per Agnes è diverso. Lei a scuola l’inglese l’ha imparato, sa comunicare e le piace scrivere, vorrebbe continuare a studiare ma non lo può fare, nonostante l’aiuto di Padre Massimiliano. Il suo dramma è molto più complesso. La sua famiglia è stata cacciata dalla terra che occupa, due giorni dopo il nostro incontro tutti loro dovranno lasciare il terreno e la capanna dove vivono oppure pagare una cifra che neanche sanno pronuncia-

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re: duemilionicinquecentomila kwacha, circa 400 euro. Un’enormità per chi non percepisce alcun reddito, se non quello che deriva da un’agricoltura di sussistenza, e vive con meno di un dollaro al giorno. Stupisce ogni volta la rassegnazione di queste persone, il loro subire i colpi della sorte con coraggio e con gli occhi bassi, il loro percorrere la vita scalzi, piegati dalla fatica e bruciati dal sole ma pronti a sorridere e a condividere l’unica ciotola di polenta della giornata con chiunque, anche con questi strani bianchi, che vengono dal Paese delle meraviglie. La zia di Agnes ha

già preparato i suoi miseri fagotti, non sa ancora dove andare ma è pronta a partire. «Nessuno di noi si è alzato con la sola forza del proprio polso. Ce l’abbiamo fatta perché qualcuno si è chinato ad aiutarci», scriveva Thurgood Marshall. Questa volta qualcuno si è chinato e la storia è cambiata. Perchè un inverno trascorso a sensibilizzare chi ci sta accanto e a mettere insieme aiuti per l’estate successiva significa anche questo: avere il privilegio di tenere vivo un sogno. Ora in Zambia la stagione delle piogge sta per finire, anche per quest’anno il raccolto di mais della zia è quasi pronto. Agnes è rimasta nella sua casa, ogni mattina si alza alle cinque e va a prendere l’acqua, poi si mette in cammino verso la scuola, due ore per andare e due per tornare. Ma ogni giorno, lungo la strada, passo dopo passo, Agnes continua a sognare.


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Operazione Mato Grosso di Tania Raponi

Di solito l’avventura inizia così: “Pronto, ciao,

sono Antonella, l’ultima domenica di luglio c’è un matrimonio, non prendete impegni !”. Chi è dall’altro capo del telefono non sente quel brivido lungo la schiena che è un misto fra felicità (per gli sposi) e terrore (per il “buco” che il matrimonio porterà al conto in banca): è semplicemente consapevole di aver ricevuto la chiamata e nulla, dico nulla, potrà mettere in forse la sua presenza! E’ un invito anomalo, meglio chiarire subito, perché: 1-Di solito non si conoscono gli sposi; 2-Nei mesi successivi non viene spedita la classica partecipazione, ma tanto non interessa sapere dove “gli sposi saluteranno amici e parenti….”; piacerebbe sapere invece quanti saranno quegli amici e parenti da salutare (per esperienza, è meglio non chiederlo, è sempre un colpo al cuore, meglio non sapere); non serve l’invito con il classico R.S.V.P.: i prescelti non devono dare conferma, per favore; ci saranno comunque e con piacere; 3-Non ci sono liste di nozze sparse nei negozi del circondario: il regalo lo fanno gli sposi; 4-L’abito per partecipare alla cerimonia è già pronto in cucina, nei cassetti della biancheria. Poi si avvicina il fatidico giorno, ultime telefonate per prendere accordi e tutto si mette in moto. Antonella e la sua Armata Brancaleone costituiscono uno dei tanti gruppi che, in Italia, organizzano attività per raccogliere fondi da destinare all’Operazione Mato Grosso (OMG). L’OMG è un movimento di volontariato che svolge la propria attività in America Latina per aiutare i più bisognosi: nasce in Piemonte nel 1967, ad opera del Padre missionario salesiano Ugo De Censi che inizia, nello stato del Mato Grosso, in Brasile, con il costruire una scuola. In Italia c’è anche il fulcro dell’operazione; i gruppi presenti nelle diverse regioni sostengono da lontano il lavoro svolto dai volontari in America Latina, grazie a svariate attività, tra cui raccolta di carta o delle olive, raccolta di prodotti alimentari, mercatini dell’usato e qualunque iniziativa permetta di raccogliere fondi. Il gruppo di Foligno si è specializzato ormai da 15 anni nel catering: ha all’attivo un numero imprecisato (per-

ché non li ricordano neanche loro) di cerimonie, delle quali Bruno e Antonella hanno ancora in mente i momenti di panico (il sugo versato, la rocciata di verdure bruciata) e quelli di gioia (quando i commensali, non più scettici, gradiscono con tanto di complimenti). Chi contatta il gruppo ha già avuto un’esperienza, magari come ospite di una precedente cerimonia, o conosce l’attività dell’OMG e le sue finalità: è una scelta ponderata, fatta con la precisa volontà di condividere, con chi è meno fortunato, un momento importante della propria vita. Il passo successivo è quello della scelta del menu: si fanno poi le liste della spesa, si prendono accordi con i fornitori, ormai fidati, si pianificano gli acquisti, si allertano tutti i volontari e si parte. Ci si ritrova, spesso il giorno prima dell’evento, per provare i forni e le lavapiatti, per decidere come disporre i tavoli, per preparare le lasagne o condire le carni. Il giorno X ognuno arriva con il suo “grembiule da cerimonia”; ogni volta è un’avventura, un’esperienza nuova da condividere con persone sempre diverse ma sempre pronte a mettersi in gioco: sì, perché nessuno è un professionista del catering. Ci sono, fra gli altri, un geometra che cura tutto il servizio di sala, una commercialista specializzata in insalate, un pensionato addetto ai forni, una coppia esperta in lavapiatti e lavandini, e poi chi prepara gli antipasti, chi impiatta, chi porta a tavola: c’è lavoro per tutti, basta averne voglia. Antonella dirige tutti, ogni tanto guarda l’orologio preoccupata di non farcela, qualche volta accenna a un attacco di panico, ma gli altri lavorano concentrati e non si lasciano contagiare. Ognuno fa la sua parte, poi, come in un puzzle, i pezzi cominciano a incastrarsi quasi da soli, ed escono fuori tavoli di antipasti a buffet o piatti di portata che nulla hanno da invidiare a quelli dei catering “seri”. Ed il momento più bello è quando tutti gli invitati sono andati via, la tensione lascia il posto alla stanchezza e si è consapevoli di aver fatto qualcosa di buono: l’ultimo atto spetta poi a Stefania che, dopo aver fatto tutti i conti delle spese sostenute, invia il ricavato, tramite bonifico, all’OMG. Un modo originale di passare le calde domeniche d’estate, non è vero?

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Una tazza di tè di Daniela Cerasale

in Afghanistan

Il viaggio che ci racconterà Francesco non parla

di spiagge esotiche e di acque cristalline, anzi, è un viaggio in un luogo dove non c’è il mare e dove non si va per turismo: l’Afghanistan. L’Afghanistan ha una storia complessa, dovuta alle continue guerre che si succedono da più di trent’anni. L’instabilità politica e le distruzioni della guerra hanno impedito lo sviluppo economico e sociale, tanto che la speranza di vita non supera i cinquant’anni e la sopravvivenza della popolazione dipende dagli aiuti internazionali. Le milizie integraliste dei taliban (gli “studenti di religione” sunniti) avevano preso il potere dopo l’occupazione sovietica, instaurando la legge islamica (sharia). Il loro regime fu abbattuto nel 2001 con l’intervento delle forze armate degli USA e degli alleati della NATO. L’obiettivo delle forze di coalizione (ISAF), che sono dispiegate nel territorio afghano è quello di fornire generi di prima necessità ripristinando le strade, che forniscono i soccorsi anche nei villaggi difficili da raggiungere per le caratteristiche geografiche del paese. A causa del territorio montuoso del nord, infatti, si arriva in alcuni villaggi solo con gli elicotteri, cosa che rende più facili gli attacchi dei taliban che si nascondono soprattutto in quelle zone impervie. L’organizzazione dei taliban non è da sottovalutare, sono molto equipaggiati, hanno molte armi anche se non di nuova generazione, col passare degli anni hanno evoluto le loro tecniche di combattimento e di guerriglia, realizzando imboscate alle forze di coalizione con ordigni esplosivi artigianali costruiti per far saltare in aria i mezzi militari che portano gli aiuti internazionali nei villaggi. Con queste strategie i taliban hanno fatto molte vittime, particolarmente tra le truppe americane ma, come i recenti fatti purtroppo hanno confermato, anche tra le altre forze di coalizione, italiani compresi. Francesco, mi puoi descrivere l’Afghanistan? Sono stato due volte in missione in Afghanistan. La prima cosa che si nota sono le montagne maestose su cui non c’è il verde a cui siamo abituati, ma sembrano invece fatte di sabbia, sembra che tocchino il cielo, un cielo completamente terso, dove d’estate non c’è mai una nuvola: si vedono solo gli elicotteri militari che rompono l’armonia del paesaggio, ma anche a questo

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la popolazione si è abituata, come se fosse diventato naturale avere il controllo dall’alto. Quando sono arrivato al primo villaggio ho subito notato alcuni bambini giocare con gli aquiloni e altri costruirli con le buste di plastica e dei rametti: è vero c’è la fame, la povertà e il loro unico gioco resta l’aquilone. Nelle città come Kabul ed Herat ci sono banche, ospe-

dali, negozi, persino negozi di telefonia mobile, ma già a pochi chilometri la gente vive in villaggi con case di fango, senza acqua potabile, senza servizi igienici. Questa è una grande differenza che colpisce. Nei villaggi c’è uno stile di vita tribale con regole diverse dalle città. Le donne sono segregate nelle case, dove non ci sono finestre se non sui tetti, vanno nei campi sotto lo stretto controllo degli uomini che, ai bordi dei terreni, a volte tirano loro le pietre se smettono di lavorare. Quando le carovane militari si avvicinano ad un vil-


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ESTATE laggio, pur mettendosi in sicurezza, aspettano senza armi, non entrano, per non far sentire minacciata la popolazione. Nei villaggi tra le montagne, mai raggiunti prima, mi è capitato di vedere gli uomini che, dopo essersi avvicinati, si siedono davanti a noi e ci scrutano stupefatti, come se fossimo extraterrestri, aspettando così l’arrivo dei capi. Una volta arrivati, i capi del villaggio parlano con gli interpreti e i comandanti, si scambiano informazioni e si forniscono gli aiuti necessari. Una volta in un villaggio che era rimasto isolato per chissà quanto tempo, ci avevano scambiato per russi! Quali immagini conservi della gente afghana? Un giorno un afghano che lavorava presso la base militare mi ha raccontato che non era mai uscito dal paese, che non era mai stato a scuola, che non sapeva cosa fosse il mare e mi chiedeva com’era fatto, che cosa si provava nel vederlo e se assomigliasse ai ruscelli. Le persone afghane sono molto gentili, quando dai loro qualcosa cercano di contraccambiare con quello che hanno, spesso offrono il tè e ci restano male se si rifiuta il loro gesto. Salutano con l’inchino e la mano sul petto come per dire che “sei nel cuore”. Una volta, per raggiungere due villaggi sulle montagne al nord dell’Afghanistan, ci abbiamo impiegato giorni e giorni e quando ci siamo accorti che la strada non permetteva più di proseguire ci siamo fermati di notte presso Q’Ala I Now dove abbiamo dormito all’aperto – le stelle erano così tante e sembravano così vicine da impressionarmi-. La mattina dopo mi sono svegliato con una bambina di circa cinque anni che mi sorrideva offrendomi una tazza di tè. Era a piedi nudi, mal vestita, la sua tenerezza mi ha commosso. Non dimenticherò mai il suo viso. Siamo rimasti lì tre giorni, insieme ad altri bambini veniva spesso dove eravamo noi, tanto che aveva imparato qualche parola in italiano. Quali sono i tuoi pensieri prima di partire in missione?

Prima di partire in missione si ferma tutto ciò che mi circonda perché in quel momento si pensa solo a mantenere il sangue freddo, la concentrazione per svolgere i compiti che ci vengono assegnati e raggiungere gli obiettivi della missione. Non c’è spazio per la paura perché la paura è molto pericolosa in queste situazioni. La preoccupazione principale prima di partire è quella che non succeda niente ai miei cari mentre sono via. Avere brutte notizie dall’Italia mi indebolisce e non mi aiuta a tenere i nervi saldi ed è come se mettessi a rischio il mio lavoro e quello degli altri. E come vivi il ritorno in Italia? Ci vuole del tempo per abituarsi all’Afghanistan, solo dopo circa due mesi che ero lì ho cominciato a entrare nella mentalità della popolazione, ad immergermi e capire le situazioni. In realtà ci vuole del tempo anche per ricominciare la vita di tutti i giorni in Italia. Sei mesi di missione sono lunghi, quando arriva il momento di partire penso a quello che è stato fatto,mi chiedo se un domani si potranno vedere i cambiamen-

ti, penso alle case di fango, alla popolazione innocente e inerme, ai diritti umani. Quando salgo sull’aereo guardo le montagne per l’ultima volta e già inizio a pensare all’Italia. So che devo riprendere tutto ciò che si è fermato, anche se ha continuato a muoversi senza di me. Devo riprendere il passo, ma non è facile. La prima settimana è come se vivessi al confine di due mondi, stordito come se fossi spaccato in due.

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Alfabeti di Paola Nobili

In carcere il tempo ha un andamento diverso. E’ un tempo lunghissimo, interminabile, uno stillicidio di ore e di giorni che non passano mai. Specialmente d’estate. Eppure – questo è il paradosso - chi è detenuto non è padrone del tempo; è espropriato del tempo, non ne controlla il trascorrere. Tutto accade fuori di lui, indipendentemente da lui e dalla sua volontà. Una delle cose che più frequentemente sento dire quando racconto che insegno in carcere è: “Lì non hanno niente da fare, di sicuro hanno tanto tempo per studiare!”. Sbagliato. Questa idea del carcere come di un luogo di raccoglimento, un convento laico, dove le persone non hanno altro da fare che dedicarsi a se stesse è lontanissima dalla realtà. Una distanza siderale. Forse è un modo ipocrita con il quale le belle (e false) coscienze rimuovono il lato afflittivo della detenzione, preferendo immaginare che la prigione sia nient’altro che un’occasione per stare fuori dal mondo. C’è perfino chi, rivelando inaspettate doti di umorista, azzarda: “Beati loro! Io me la farei volentieri una vacanza a spese dello Stato”. Ciò che sfugge, generalmente, è che il meccanismo carcerario è una specie di morsa che, mentre da una parte ti chiude in una cella per giornate intere, dall’altra non ti permette di disporre di tanto tempo dilatato e vuoto. Si resta sospesi, senza altra scelta se stare in piedi, distesi sul letto sopra un materasso di gommapiuma sfondato, appollaiati su uno sgabello di legno (in carcere non ci sono sedie). A luglio e agosto Sollicciano si svuota. Le varie attività che da settembre a giugno riescono a far uscire i detenuti dalle celle per qualche ora al giorno arrivano al capolinea e si interrompono. I detenuti restano soli. Circa mille individui (nuovo record di sovraffollamento per una struttura concepita per ospitarne neanche la metà) accalcati in celle di 9 metri quadri dove la temperatura raggiunge quasi i 50 gradi. C’è l’afa rinomata delle estati fiorentine, ma c’è anche l’onda di calore che sale dalle spianate di asfalto tutto intorno al carcere, che trasuda fino a notte fonda dai muri di cemento, assolati dall’alba al tramonto. E le finestre delle celle, piccole e strette, non lasciano filtrare aria. Tommaso, che il carcere lo conosce bene e lo ha accettato come destino ineluttabile (è un ergastolano), mi ha detto che l’unico sistema per sopravvivere è tirare

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secchi d’acqua sul pavimento per rinfrescarsi un po’, stando attenti a non scivolare. Per il resto, le giornate trascorrono con una lentezza estenuante. Quando l’agente di turno passa in sezione ad aprire i blindati (le porte delle celle, che rimangono comunque chiuse da un cancello) vuol dire che inizia un nuovo giorno. Il caffè, la pulizia della cella, la cucina su un fornellino da campeggio e tanta televisione. Le sezioni sono rumorosissime: radio e televisori sempre accesi, voci che si rincorrono da una cella all’altra, qualcuno che canta, onnipresenti rumori metallici di porte, cancelli, sbarre, chiavi. Il silenzio in carcere non esiste. Dalla cella si esce solo per i cosiddetti passeggi: l’ora d’aria, in piccoli cortili sudici che sembrano scatole di cemento senza coperchio, luoghi chiusi anch’essi se non fosse che lasciano vedere il cielo. Gli orari dei pasti sono fissati dal passaggio dei carrelli del vitto, che scandiscono il ritmo per tutti, per quelli che si accontentano dei pasti preparati nelle cucine (o sono costretti a farlo perché non hanno soldi), e per coloro che possono permettersi di fare un po’ di spesa allo spaccio interno e cucinano in cella. Incredibile cosa non si riesca a preparare su un fornellino a gas; in carcere ho mangiato delle squisite torte millefoglie e cannoli siciliani da far invidia alle migliori pasticcerie. Quando si sta chiusi 23 ore su 24 in un buco ribollente non stupisce che qualcuno, ogni tanto, perda la testa. Nel gergo del carcere si parla di “eventi critici”: nervosismo, aggressioni, ma più frequentemente atti di autolesionismo, fino al suicidio. Ingoiare lamette o tagliarsi è un modo per esprimere drammaticamente la propria disperazione, il bisogno di aiuto, la solitudine lancinante. E poi c’è il panneggio. E’ un mezzo di comunicazione tipico di Sollicciano, dove i reparti maschile e femminile si fronteggiano. E’ un linguaggio che va decifrato e per comprenderlo io ho bisogno di un interprete. Gianluca mi racconta come funziona. Per comunicare si usa un piccolo panno bianco, della grandezza di un tovagliolo, che viene fatto roteare in senso orario e antiorario: è una richiesta di contatto, in attesa che qualcuno dall’altra parte capti il segnale e cominci a far ruotare il panno nello stesso senso. “è come un telefonino primitivo, – dice Gianluca ridendo – quando tutti e due girano forte il panno vuol dire che si è stabilita la comunicazione”.


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ESTATE Ora capisco. Ecco perché vedo sempre tante braccia sventolare fazzoletti bianchi. “Il maschio inizia a parlare e logicamente la femmina aspetta”, continua Gianluca, e i suoi occhi cominciano a sorridere prima che la risata sgorghi sonora. Nell’alfabeto del panneggio ogni giro del panno corrisponde a una lettera: un giro sta per A; B due giri e così via. “Il maschio inizia a parlare girando tre volte il panno. Vuol dire C. La femmina risponde. Il maschio sventola 9 volte, è la lettera I. La femmina risponde. Poi una sola volta (A), fino alla O che è il numero 13”. Ciao. Sembra difficilissimo, eppure Gianluca mi assicura che quando hai preso il via riesci a parlare e a dire tante cose. In genere il panno è bianco, ma si possono usare anche panni colorati: rosso vuol dire amore e nero vuol dire “Sono arrabbiato”. Ci sono perfino i baci a distanza. Il panno viene tenuto ben teso con entrambe le mani e le braccia si muovono come un’onda, oscillando con movimenti semicircolari. “Poi ci sono anche baci inventati da noi… alla francese!”, spiega Gianluca. “è lo stesso movimento di prima, ma più veloce. E il panno, invece di essere teso, sventola. Così a Sollicciano sboccia anche l’amore”. Sembra divertente. Mentre spiega Gianluca ha un’aria scanzonata, pare quasi che stia raccontando una barzelletta e la sua inflessione fiorentina inconfondibile e verace predispone al sorriso. Eppure il panneggio è una cosa seria. Ti fa sentire vivo. Ti fa pensare che oltre il muro c’è una persona legata a te da un filo invisibile. Mi chiedo cosa ne sarà di questi amori nati ciechi e sbocciati – come dice Gianluca – dalla solitudine e, in fondo, dalla disperazione. Mi ritorna in mente un episodio accaduto otto anni fa, il primo anno che insegnavo a Sollicciano. Un giorno gli studenti mi dissero di guardare fuori dalla finestra. Di fronte a me vedevo l’immenso edificio ad anfiteatro su cui si affacciano le celle delle sezioni maschili, un fronte compatto e grigio interrotto soltanto dalle fessure dei “terrazzini” delle celle, piccoli tagli sottili nella parete di cemento. Mi indicarono una cella, una tra le tante. Lì c’era Enrico, un giovane studente napoletano; non lo vedevo, naturalmente, riuscivo a scorgere soltanto due braccia che si agitavano protese tra una striscia di cemento e l’altra. Due braccia anonime, eppure io sapevo che Enrico era lì. Chiamai il suo nome a gran voce e lui

rispose, e anche io cominciai a sventolare le braccia fuori dalle sbarre dell’aula. Comunicammo così, due persone senza volto. Ma aver individuato due mani e due braccia che mi stavano chiamando in mezzo ad altre mani e braccia che foravano la cortina di cemento fu una conquista. Ero riuscita a trovare un altro essere umano e a comunicare con lui: un’emozione che non dimenticherò mai. Se anch’io fossi in una cella passerei ore e ore a “panneggiare”. Per fortuna, l’estate passa. A settembre tutto ricomincia. In genere, quando torno dalle vacanze al mare,

soddisfatta della mia abbronzatura, e rivedo i detenuti, li trovo schierati ad aspettarmi ansiosi fuori dall’aula. Si precipitano ad abbracciarmi e a chiedermi cosa ho fatto durante le ferie. Sono sorridenti e allegri, come sempre. Sui loro volti, un pallore triste mi ricorda che sono appena usciti dal solito inferno estivo di solitudine e di noia.

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Il paese

di Jenny Nicander

del sole

Per me la parola estate è sempre stata associata

all’Italia. Quando ero piccola la mia famiglia d‘estate si metteva in macchina in Svezia e il grande viaggio per l’Italia cominciava. Sembrava così lontana! Nella mia mente di bambina l’Italia era il regno della vacanza, dove si viveva un’estate perenne. Il mio amore per Italia è nato così. Già da bambina, durante le vacanze estive in Italia, mi ricordo che ero affascinata quando sentivo le persone parlare in italiano, la gente parlava una lingua incantevole ma incomprensibile, sembrava così interessante e sentivo proprio il bisogno di capire che cosa dicessero. Magari, chissà, parlavano delle cose più banali, di piccole questioni della vita quotidiana, problemi con i figli, il lavoro, i panni da lavare, ma nella mia mente quei suoni evocavano un mondo misterioso e suggestivo, di cui volevo far parte.

Già a 10 anni dicevo ai miei genitori che sarei andata in Italia per studiare la lingua, anche se secondo me, i miei genitori a quell’epoca ci credevano poco: chissà quante cose dicono i bambini a quel età! Ma io ho continuato a sognare l’Italia e così, a 19 anni, sono venuta a Perugia per studiare l’italiano all’Università per Stranieri. Sono arrivata d’autunno e mi ricordo che faceva ancora caldo mentre in Svezia già era freddo e quindi la mia idea dell’Italia come regno di una perenne estate si rafforzava ancora di più. Poi durante il mio primo

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anno in Italia ho capito che la vita di ogni giorno e il freddo esistono pure qui. Dopo il mio anno di studio della lingua italiana sono tornata in Svezia, ma non riuscivo a ritrovarmi nel mio paese di nascita, era come se mancasse qualcosa dentro di me. Per un paio d’anni, appena potevo, prendevo l’aereo per venire in Italia e dopo tre anni mi sono finalmente laureata e ho preso la grande decisione: devo provare a vivere in Italia, sarà quel che sarà ma almeno avrò provato! Sono dunque partita per Perugia, ma questa volta era diverso: non avevo un biglietto di ritorno. Come tutti i neolaureati, ho trovato tanta difficoltà a trovare un lavoro adatto per la mia laurea e per un anno ho fatto lavoretti nei bar, negli asili e nei centri estivi. Anche se non erano lavori che volevo fare per tutta la mia vita, devo dire che mi hanno permesso di imparare bene l’italiano! Ci sono stati dei momenti duri, in cui volevo lasciare tutto e correre in Svezia, dove sarebbe stato facile vivere una vita economicamente migliore rispetto all’Italia, ma non sarei stata felice là, perché ormai il mio amore per l’Italia era troppo grande per lasciarla. E quindi, anche se il cervello più di una volta mi ha detto di lasciar perdere, ho fatto bene a ragionare con il cuore perché dopo tanta fatica sono finalmente riuscita a trovare quello che vorrei fare: insegnare inglese! Spero che io nel mio piccolo riesca a trasmettere la gioia di imparare una nuova lingua, come io ho provato gioia ascoltando e imparando l’italiano! Dopo tanti anni ancora l’idea che in Italia sia sempre estate rimane dentro di me, perché anche quando l’estate finisce rimane un caldo che si trasmette tra la gente. La gente è davvero accogliente e calda come un giorno d’estate. E penso che sia per questo che noi in Svezia chiamiamo l’Italia “Il paese del sole”. Quindi non è importante se in Italia non è sempre estate, la cosa importante è che stare in Italia mi fa sentire come se fosse estate tutto l’anno! Sono passati alcuni anni da quando mi sono trasferita in Italia e per quei buffi meccanismi che scattano nella nostra mente, mi capita di ripensare, spesso con nostalgia, alle mie estati svedesi di bambina: sono così diverse dalle estati italiane! La Svezia è un paese straordinario, il verde sembra non finire mai e durante


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ESTATE

l’estate è come se tutto il paese si risvegliasse dopo tanto tempo di buio e di freddo. Quando viene il sole e la temperatura raggiunge i venti gradi, vedi già gli svedesi con pantaloncini e magliette con maniche corte e trovi anche quelli che già cominciano a fare il bagno, cosa incomprensibile per tanti italiani! In Svezia viviamo metà dell’anno nel buio, le giornate sono cortissime. Io sono nata a Helsingborg, nel sud della Svezia, e qui per alcune ore c’è il sole durante il giorno, ma al nord tramonta poco dopo essere sorto. Per molti è difficile persino immaginare di vivere in un luogo in cui per metà dell’anno c’è solo buio e freddo ma per gli svedesi è una cosa abituale e quando finalmente l’estate arriva la gioia è così grande che ci si dimentica dei mesi gelidi e oscuri. Un giorno d’estate in Svezia è un’emozione infinita di luce: c’è il sole quando vai a letto, lo ritrovi al risveglio, come un compagno fedele che non ti abbandona mai, come se volesse farsi perdonare la sua lunga assenza durante l’inverno. Magari per voi italiani potrebbe essere persino fastidiosa l’idea di andare a dormire senza che ci sia la notte, ma noi svedesi siamo assetati di sole, non ci stanchiamo

Quindi non è importante

se in Italia non è sempre estate, la cosa importante è

che stare in Italia mi fa sentire come se fosse estate tutto l’anno!

mai della sua luce e anzi, proviamo tristezza quando ci accorgiamo che le giornate cominciano ad accorciarsi. Per celebrare l’estate abbiamo una grande festa in Svezia, si chiama “Midsommar”, ossia festa di mezza estate e cade nel terzo week end di giugno, proprio in corrispondenza del solstizio estivo. Sono i giorni in cui al nord il sole non tramonta mai, scende fino a toccare appena la linea dell’orizzonte e poi si rialza, come se avesse paura di cadere nel baratro della notte. Si dice che questa festa sia magica, ha radici antichissime e prevede un rituale ben preciso, più o meno identico in tutte le città della Svezia: si sceglie un grande spazio verde dentro la città o nella sua immediata periferia e si colloca al centro del prato il cosiddetto albero di maggio, ossia un palo di legno che poi viene decorato di foglie e fiori variopinti che devono coprirlo interamente. Le ragazze si cingono il capo di una ghirlanda di fiori e, quando il palo viene completamente decorato, intorno ad esso si scatenano danze, suoni e giochi che si protraggono per tutta la luminosa notte svedese, abbondantemente innaffiata da litri di birra e di vodka. Sempre in relazione alla Midsommar, sopravvive una suggestiva tradizione, anch’essa di origini assai remote, secondo cui, se una ragazza raccoglie sette tipi di fiori diversi senza dire una parola e poi mette questi fiori sotto il cuscino, durante la notte sognerà il suo futuro marito. E dunque nella mia condizione di svedese trapiantata in Italia, è come se ci fossero due estati: la lunga e caldissima estate italiana, la breve ma intensa estate svedese: in entrambe si festeggia il trionfo del sole, della vita, della luce.

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Mare di Carla Oliva

Non ho memoria della prima volta che ho visto il

mare. C’è sempre stato, come il sole, i monti, l’erba, i fiori. Il mare della mia infanzia è la vacanza suprema, la felicità allo stato puro, i giochi con la sabbia, i castelli, le formine, il secchiello pieno di granchi e telline, le corse, le zuffe, i dispetti con mio fratello. E’ il piacere dei bagni, le onde, il brivido freddo del primo impatto, imparare a nuotare, la conquista dell’acqua sempre più profonda. E’ mio padre che rema; è la sabbia fresca sotto l’ombrellone; è il venditore di cocco… Ad unncerto punto tutto questo è sparito e si è trasformato in noia, insofferenza. La sabbia è diventata fastidiosa, il sole insopportabile, il costume stretto. E così il mare è sparito dalle mie vacanze. Ora è solo occasionale bagno in acque possibilmente pulite e non affollate, dove poter nuotare e sentire quell’ancestrale sensazione di farne parte, insieme a tutte le altre sue creature. E’ la straordinaria vertigine della profondità, lo stupore di affiorare con il respiro esattamente là dove aria e acqua si incontrano. E’ la meraviglia dei colori che diventano scintillanti; dei suoni che sembrano giungere da lontano. Non voglio più sentir parlare di spiagge, lettini, ombrelloni, oli solari. Voglio solo fare una nuotata ogni tanto. E poi voglio guardarlo, se non lo vedo da un po’ di tempo, ne sento la mancanza, perché il mare è una delle cose più belle che ci siano da guardare. C’è un luogo, in Spagna, che si chiama Finis Terrae. E’ la punta occidentale più estrema della penisola iberica. Oltre, c’è solo il mare. Appunto, la fine della terra. Ci sono stata l’estate scorsa. Era una bella giornata di luglio, ma ventosissima. Abbiamo lasciato la macchina lungo la strada e ci siamo avviati a piedi, insieme ai soliti turisti che si incontrano sempre ovunque. Anche quando ti sembra che in quel determinato posto ci stai andando solo tu, perché isolato, perché ci arrivi per caso, perché è proprio alla fine della terra, poi scopri che ti hanno preceduto un mucchio di persone… ed altre ne arrivano in continuazione. E così è stato anche quel giorno. Turisti provenienti da ogni parte del mondo che si avviavano come noi verso questa famosa punta estrema della Spagna; e, come noi, parlavano a voce più alta del necessario, ridendo, noncuranti del vento. A poco a poco la vista del mare ha iniziato ad occupare sempre più il nostro campo visivo; oltre rocce e scogli, il mare. Solo il mare. Ho guardato a

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destra, a sinistra...la curva della Terra visibile più che mai. Ho guardato in basso, ma ho provato un senso di vertigine, un leggero sbandamento, il mare contro le rocce di quel lembo di terra sbattuto dal vento…ecco, non riuscivo a sentirmi al sicuro, perché non avevo più peso, non ero più niente. E’ stato dopo diversi minuti che mi sono resa conto del silenzio. Non parlava più nessuno, il solito ciarlare dei turisti era cessato. Mi sono guardata intorno. Qualcuno era coraggiosamente sceso verso gli scogli più bassi; quasi tutti si erano accovacciati, forse anche per ripararsi dal vento. Un paio di coppie sedevano vicine, tenendosi abbracciate. Le voci giungevano lontane, portate dal vento. In nessuna chiesa che ho visitato mi è capitato mai di notare tale rispettoso silenzio. E mentre guardavo questo straordinario spettacolo, mi è venuta in mente Rosa, che, nata in un piccolo Paese della montagna folignate, ha visto per la prima volta il mare a settant’anni. Il parroco di un paese limitrofo aveva organizzato un pellegrinaggio a Loreto, nelle Marche, e Rosa, essendo molto religiosa, decide anche lei di partire. Al ritorno dal Santuario alcune donne chiedono una breve sosta al mare, una imprevista e frivola deviazione al rigore mistico di quella giornata. Rosa è contenta, perché di questo mare benedetto ne ha sentito parlare tante volte ed ora è curiosa. Quando arrivano, le sue amiche si tolgono subito le scarpe, si sollevano le gonne e vanno a bagnarsi le gambe in acqua. Rosa invece rimane “al sicuro” al bar dello stabilimento. La spiaggia è piena di gente, c’è confusione; la luce é abbagliante, il caldo è soffocante. Si sente stordita, delusa, sconcertata. Perché si era immaginata un mare silenzioso come la distesa verde di monti e colline dove è nata e cresciuta. Per anni racconterà di questa gita al mare come della cosa più incomprensibile della sua vita. Ora Rosa ha novant’anni e fluttua liberamente nel tempo e nello spazio. Il passato si affaccia nella sua mente remotissimo ed il presente si impone a volte, improvviso, a sconvolgere le sue coordinate. Mi piacerebbe portarla in quel lontano lembo di terra e mostrarle questo mare senza voci, senza fine e senza confini, come forse sono i suoi pensieri. Come sono i nostri sogni, le nostre paure.


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Impreparato

di Giovanni Manuali

a settembre

Ci siamo. L’estate volge al termine e, citando il

sommo recanatese, “al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno” se non lo ha già fatto da tempo. Soprattutto per chi va a scuola, si tratta di rimboccarsi le maniche e cominciare a studiare. Per prepararsi. “Prepararsi” a cosa? Ecco, credo che molti di noi, me compreso, siano vissuti e vivano in una fantastica illusione: quella di essere preparati. Sin da quando si è bambini, si vive in un contesto per cui si pensa che la scuola, il sapere, lo sport e le esperienze in genere ci diano una “preparazione”. Ripeto: a cosa? In realtà siamo preparati – e neanche tanto – a eventi di scarsa importanza. Sono preparato

al fatto che, se do 10 euro per comprare una rivista che ne costa 5, poi il gentile giornalaio mi da un resto di 5. Non sono granché preparato ad un resto di 100 euro. Che farei? Probabilmente glielo farei notare, ma ammetto che una piccola crepa si aprirebbe nel mio animo e da lì una vocina chioccia mi inviterebbe all’appropriazione indebita, mettendomi in mezzo ad un bivio morale. Sono preparato al fatto che se metto zucchero nel caffè questo diventa più dolce e se ci metto il sale questo diventa probabilmente una schifezza. Sono preparato all’ovvio, al logico. Bella forza. L’imprevisto genera inquietudine e quindi costruiamo attorno a noi per difenderci da esso mura rese solide da cultura, interessi, viaggi, lavoro, amici, famiglia, pezzi di carta bollata e sane (?) abitudini. Ma non sempre funziona.

Se ci si riflette un attimo, ci accorgiamo che non siamo mai preparati di fronte a ciò che conta sul serio. Si è preparati veramente davanti ad una scelta di vita? Si è preparati sul serio al grande passo del matrimonio? Ci si sveglia un mattino e si dice: “Sono pronto: mi sposo?” Si è preparati alla nascita di un figlio? Non parlo tanto del momento in sé, ma di ciò che il ruolo di genitore poi implica. Si è preparati alla morte di una persona cara? Quando se ne va un giovane è atroce e doloroso, eppure anche quando se ne va un anziano, un vecchio, anche dopo lunga malattia, non credo che la situazione sia poi coronata da ascetica rassegnazione: “Papà se n’è andato. Aveva 95 anni. Ormai ci pensavo da circa 10 anni, quindi un po’ me l’aspettavo. Anzi, mi ero quasi stufato di aspettare...” Si è preparati all’innamoramento? Si è preparati all’improvviso irrompere nella nostra vita di un lampo di luce che tutto illumina e confonde? Si è preparati ad un amico che ci tradisce? Siamo preparati ad incontrare chi non vedevamo più da anni? Siamo preparati alla perdita del posto di lavoro? La preparazione nel lavoro conta. Soprattutto è questione di ridurre al minimo la possibilità di errore. Ma quando nel lavoro si ha a che fare con materiale umano e come tale imprevedibile, ecco che tutto il nostro bagaglio di conoscenze ed esperienze può andare a farsi benedire. Ne sanno qualcosa medici, insegnanti, psicologi, sportivi, ma anche operai o impiegati che hanno a che fare con un superiore umorale. E a quel punto, che facciamo? Improvvisiamo. Guitti, macchiette, commedianti, mimi, comparse, prime donne: una tragicommedia in cui finiamo spesso con il ridere di noi stessi per non piangere. Mia moglie vuole portarmi a fare un giro a cavallo. Una cosa tranquilla: bestie mansuete, natura e percorso prestabilito. “Non mi fido tanto...” “E’ ammaestrato”. “Ma mica è una macchina: è un essere vivente, ha un cervello per conto suo”. “E allora?” “E se quello decide di saltare qua e là e di buttarmi a terra?” Mia moglie si mette a ridere. Rido anche io, ma meno convinto.

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Lo specchio

della musica di Giulia Capacci

Ho dei bei ricordi sui miei primi anni da musicista. Ricordo le mie prime lezioni di violino, quando varcavo la soglia della Scuola di Musica e salivo i gradini un po’ consumati dal tempo con in mano la custodia nera del mio adorato strumento. Ricordo gli esercizi di solfeggio, il tempo passato sugli esercizi cantati, sui dettati, che ancora oggi costituiscono lo spauracchio del giovane musicista. Ricordo la paura poco prima dei saggi finali, il cuore in gola ed il gelo nelle vene mentre, con mani tremanti, eseguivo il pezzo davanti ai sorrisi tesi dei miei genitori in sala. E poi, ovviamente, ricordo anche la piacevolissima scarica di adrenalina alla fine di ogni esibizione, il sospiro di sollievo e l’inchino ingessato di un ex condannato a morte. Sono passati quattordici anni dalle mie prime note sul violino. Anni bellissimi. La Musica è passione, è bellezza, è sogno, è sorriso. E’ un po’ come la vita, carica di momenti belli e costellata di momenti difficili, ricordo le insicurezze, gli insuccessi, i momenti di difficoltà. Una degli aspetti più meravigliosi della Musica è come questa sia lo specchio di noi stessi: la Musica non mente mai, non ci dà immagini illusorie, non finge. Viviamo in un’epoca un po’ triste, in cui vige la filosofia dell’apparire. E così non importa quanto fragili ed inconsistenti noi possiamo essere, l’importante è che la nostra facciata sia sempre pitturata di fresco e tirata a lucido. Il cellulare all’ultima moda ed il SUV sempre più ingombrante, l’importante è sembrare splendidi. Con la Musica non è mai così. Non si finge mai in musica, non esistono finzioni. Esisti solo tu, lo strumento e chi ti vuole ascoltare. Al pubblico in sala non importerà mai quanto bella e magra tu sia, quanti milioni di contatti su Facebook tu possa avere. La Musica è tutto, basta a creare un equilibrio armonico per cui ogni ag-

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giunta risulta stonatura. Una cosa che ho imparato in questi anni è che senza sforzo e passione non si ottiene nulla che valga la pena di avere. La nostra società attuale invece basa gran parte delle sue fondamenta sulla filosofia dell’avere e saper fare tutto e subito, ragionamento che forse può andar bene (ma neanche tanto) per aumentare le

vendite di una catena di supermercati. Non per l’arte, trascinata in un vortice, anzi in un carosello di talent show e ricerca continua di assoluti talenti. Il talento è una componente indispensabile per un’artista, ma dal mio piccola postazione ho avuto modo di osservare che il talento non basta. È come la prima stesura di colore su tela, ha in sé il germe della bellezza, ma ha bisogno di tempo ed energie per dare i frutti più buoni. Anche i più grandi faticano e sudano per affrontare Brahms ed


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ESTATE Ysaÿe, ed è proprio questo il bello: vivere il percorso. La Musica è cammino, crescita continua, è Vita giorno per giorno. É l’aver raggiunto qualcosa dopo averla conosciuta da ogni angolazione, smontata e ricostruita in solitudine, o spesso con l’aiuto del confronto con altri. Eseguire bene un pezzo non vuol dire solo suonarlo intonato, senza fare errori di ritmo, usare il giusto punto d’arco ed avere una buona padronanza tecnica, che tradotto in poche parole vuol dire saper parlare. Bisogna anche voler comunicare qualcosa. Che tradotto in poche parole vuol dire voler parlare con qualcuno. La Musica non esiste senza dialogo. Si può ammirare benissimo un quadro in completa solitudine, così come si possono gustare le pagine di un libro con il vento tra i capelli come solo compagno. Per la Musica bisogna essere necessariamente almeno in due. La Musica è dialogo, è convivenza, è rispetto per gli altri. Mi tornano in mente le pagine di un bellissimo libro scritto dal grande musicista Daniel Barenboim, “La Musica sveglia il tempo”, che in un capitolo si prefigge lo scopo di spiegare come la musica possa essere esempio di vita e modello di costruzione per un mondo di pace, in particolare riferendosi all’annosa e triste questione medio-orientale. La società ideale per lui è come suonare in un’orchestra: in orchestra ognuno suona la sua parte ma insieme agli altri. Sebbene dovere di ogni bravo orchestrale sia quello di studiare e conoscere

bene la sua parte, non c’è spazio per i divismi: tutto è “sacrificato” al bene comune. Suono bene la mia parte perché così anche gli altri, ascoltandomi, possano suonare bene la loro. É un mio dovere, nel rispetto degli altri e della musica. Questo vale sia per gli strumenti che eseguono il tema principale e che quindi trarranno aiuto se sentiranno che c’è un valido sostegno armonico sul quale inserirsi, sia che per chi esegue una parte di accompagnamento, il quale non sarà sterile esecuzione ritmica, ma terreno ed arricchimento della melodia. Fare al meglio la propria parte ascoltando e dialogando con gli altri: la Musica è Pace. Lo scorso 8 Luglio mi sono diplomata in violino. Un percorso durato molti anni, in cui ho avuto la fortuna di scegliere uno degli strumenti più affascinati e misteriosi mai costruiti, di fare tante esperienze e conoscenze fantastiche e d incontrare un maestro fantastico, che negli ultimi sette anni mi ha dato veramente tanto, la passione, l’amore per la musica e lo studio. Se ripenso all’ultimo anno mi rivengono alla mente tante cose, in un caleidoscopio di emozioni contrastanti: la fatica di portare avanti anche l’Università, i momenti di sconforto, i sorrisi, le prove di Quartetto, i concerti, le cene del dopo concerto, le ore passate dietro a Paganini e Bach e poi una lunga giornata di sole in cui mi sono sentita davvero tanto felice.

L’angolo della

tenerezza

DIALOGO DI NEOCONVIVENTI Trascrizione fedele di sms

Lei - Amore, per favore, oggi puoi lessare le patate? Lui - Sì, ma come devo fare? Lei – Le sciacqui bene, le metti nell’acqua fredda e quando sono cotte le scoli. Lui - Ma come faccio a capire quando sono cotte? Lei – Ci infili una forchetta e senti se sono morbide. Più tardi. Lui – Amore, ho messo due patate a bollire. Quando con la forchetta sento che sono morbide, che devo fare? Le devo togliere dall’acqua e dove devo metterle? Lei – Le scoli con lo scolapasta e le lasci lì, poi ci penso io. Lui – La forchetta deve entrare come nel burro? Lei – Sì tesoro, proprio come nel burro ...

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Il quindici settembre di Fabio Bettoni

del 1860

In tempi normali, i giorni dal 14 al 16 settembre erano i giorni della grande fiera di Santa Croce o di San Magno, istituita (1572) per creare un canale di stretto, straordinario collegamento commerciale tra Foligno e le zone economiche che da sud e da occidente gravitavano sulla città (si pensi a Trevi, Montefalco, Bevagna, Cannara, altri centri limitrofi, fino a Gualdo Cattaneo, Giano e, in genere, la Tiberina centrale). Anche nel settembre del 1860 fu dato corso all’importante celebrazione: nonostante le truppe del re di Sardegna fossero entrate in Umbria – l’11 settembre – e avessero posto l’assedio a Perugia fino ad espugnarla (il 14); anzi, l’evento fieristico vide il concorso di un gran numero di operatori commerciali: tuttavia gli acquirenti furono molto scarsi, gli stessi Folignati parteciparono meno numerosi del solito. Tant’è che il mattino del 15, quando l’ultimo gendarme papalino aveva abbandonato le postazioni e ormai Manfredo Fanti con i suoi distaccamenti si poteva considerare alle porte della città, fu del tutto agevole abbattere gli stemmi di Pio IX e innalzare il tricolore ovunque fosse possibile. Una delegazione municipale si era fatta incontro al generale, e allorché le avanguardie piemontesi oltrepassarono porta Firen-

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ze erano precedute dalla banda musicale cittadina e furono accolte da una folla plaudente che inneggiava all’Italia e a Vittorio Emanuele, con il contorno festoso di coperte appese alle finestre e di bandiere tricolori. La banda musicale, le coperte, le bandiere, gli evviva, l’illuminazione straordinaria, il globo areostatico ai Canapé non potevano nascondere l’evidenza: la città era «in istato di guerra», come annotava nel proprio diario un Folignate rimasto anonimo (nonostante lo si sia identificato con un tale Giovanni Rossi): accampamenti ai bordi delle mura, soldati in assetto di guerra e di sorveglianza, divisioni e reggimenti in transito, cannoni sul colle dei Cappuccini, chiusura delle porte urbiche al passaggio dei carri e dei legni; tuttavia, i Folignati, che da più di un secolo a questa parte avevano dovuto subire gli assai gravosi oneri derivanti dai ricorrenti passaggi di truppe, ebbero a meravigliarsi moltissimo di un fatto singolare, al punto che lo stesso cronista appena menzionato, un nostalgico del governo papale, osservò: «Non si è vista mai un’armata che porti con sé ogni genere di vettovaglie e zuccaro, caffè, sale, pasta, carni, mandre di bovi, e per cui non prendono che le sole razioni di pane».


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ESTATE Pur nelle particolari condizioni in cui versava l’Umbria a sud di Foligno (i papalini asserragliati nella rocca di Spoleto avrebbero opposto resistenza fino al 18, con il risultato che circa 300 piemontesi sarebbero morti in combattimento, molti di essi restando feriti, mentre 600 uomini dell’esercito pontificio sarebbero stati catturati), la città non rimase in balìa dei militari. Il 16 settembre, infatti, fu «sciolto il Municipio», ovvero l’Amministrazione comunale in carica fu soppressa e sostituita da una nuova, dichiarata Commissione municipale provvisoria. Così, deposti il gonfaloniere Benedetto Berardi e gli anziani (gli assessori odierni) Paolo Lattanzi, Feliciano Maneschi Polinori, Vincenzo Mancini, Severino Elmi, Giovan Battista Frenfanelli Cibo, Filippo Salari; subentrarono Francesco Mascioli, che assumeva la presidenza della Commissione, Severino Elmi, Paolano Frenfanelli Cibo, Carlo Bartocci, Filippo Salari, Alessandro Spezi, Giovanni Ciancaleoni Ricci. L’avvicendamento non implicò una cancellazione totale: Benedetto Berardi e Paolo Lattanzi erano troppo esposti con il passato regime per rimanere a galla: tuttavia il primo, nella qualità di vice presidente della Cassa di Risparmio, restava al suo posto nell’istituto cittadino appena nato (1857-1858), come Mancini, consigliere della Cassa sin dal suo sorgere; pur defilato, Maneschi Polinori apparteneva ad un casato di ceto civile che avrebbe dato alla città esponenti pubblici di un certo rilievo fin dentro al Novecento; se Berardi era al momento il più facoltoso esponente della nobiltà folignate, Elmi ne rappresentava la stirpe di più antica origine anche se i Frenfanelli Cibo – Paolano era il giovane rampollo di Giovan Battista – erano stati appena insigniti del blasone comitale dal rimosso papa (talché Paolano, il quale dal 1861 al 1863 sarebbe stato il primo sindaco di nomina règia di Foligno, avrebbe firmato gli atti pubblici con un più modesto “cav.”); il quale Giovan Battista, per altro, rimosso dal Comune, manteneva il proprio posto di consigliere alla Cassa di Risparmio. Salari non poteva che rimanere: era l’industriale più importante di Foligno: impegnato nel ramo serico, aveva ottenuto alti riconoscimenti alle esposizioni universali di Londra (1850) e di Parigi (1853) e nelle (più modeste) esposizioni generali di Roma (1856; 1857). La nuova compagine amministrativa, annoverava un altro industriale, Bartocci, attivo nel settore dei pellami con risultati di tutto rispetto. A sua volta, il mondo delle professioni esprimeva: il farmacista Ciancaleoni Ricci, noto anche al di fuori dello Stato pontificio per aver prodotto un surrogato al vino durante la grave crisi della viticultura attanagliata (anni Cinquanta) dalla crittogama; l’ingegnere Spezi, diplomato alla Sapienza di Roma, figlio del «reputatissimo» Domenico, industriale confettiere tra i fondatori della Cassa di Risparmio, e

fratello di Francesco, prete, canonico della cattedrale, teologo dai raffinati studi, pugnace combattente contro la modernità (e ancor più contro la «filosofaglia» impersonata da quanti, anche in Foligno, «mentre si tengono per liberi pensatori, son pur troppo l’eco servile di ciò che appresero o al caffè, o alla brigata, leggendo o il giornale o il romanzo»: con il che, comunque, dava testimonianza involontaria di quanto fossero presenti e vivaci nella città le istanze modernizzatrici); da ultimo, ma tutt’altro che ultimo, il medico Mascioli, anch’egli uscito con i gradi accademici dalla romana Sapienza. Tra costoro figurava un solo corifeo del Risorgimento “caldo” (per usare una recente, efficace espressione di Giorgio Ruffolo), ovvero Ciancaleoni che nel “fatale” 1848 (anno nel quale il concittadino Luigi Marini era morto combattendo a Vicenza) era partito volontario appena diciannovenne; di altri combattenti non essendovi traccia alcuna - penso a Francesco Maria Vitelleschi, ad Ettore Sesti, a Teotecno Trabalza, a Luigi Petri, a Raffaele Solani, giusto per fare qualcuno dei nomi più significativi -, e tanto Ciancaleoni quanto Mascioli erano gli unici rappresentanti di quella che era stata l’opposizione politica folignate al potere temporale dei papi. Mascioli sarebbe stato ricordato come medico «ingegnosissimo e prudentissimo», cittadino dagli «spiriti saggi e irreprensibili», «della straniera, della teocratica tirannide saldo ed aperto oppositore» fino a «sostenere il carcere con indomita fermezza». Con Mascioli, anche Ciancaleoni aveva sentito i rigori di una «tirannide tanto più dura quanto più coperta d’ipocrisia». Nato nel 1829, Ciancaleoni sarebbe morto nel 1904; sindaco negli anni penultimi della sua vita (1899-1902), sarebbe stato votato da una maggioranza consiliare di destra; appoggiata dai clericali, la destra monarchico-costituzionale riconquistava il Comune avvicendandosi alle coalizioni di repubblicani, radicali e monarchici progressisti - sostenute dai socialisti appena nati nel 1895 - che avevano amministrato Foligno per un decennio a datare dal 1889. Mascioli, venuto al mondo nel 1805, di “umili natali” come si diceva allora, sarebbe morto nel 1871; una volta superata la breve fase in cui aveva operato con la giunta provvisoria di governo e lasciata la guida amministrativa di Foligno al giovane Frenfanelli Cibo, gli sarebbe poi succeduto dal 1864 al 1869 ottenendo larghi consensi. L’opposizione politica di Mascioli e Ciancaleoni al potere temporale dei papi, pur conseguente e netta, non era stata assimilabile all’opposizione delle correnti repubblicane, radicali, massoniche, insurrezionaliste o protosocialiste, tant’è che entrambi se ne andarono da questo mondo in sintonia con la Chiesa, sempre che ai funerali religiosi si possano attribuire significati diversi da quelli riconducibili ad una solennità ostenta-

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ESTATE

Quelle estati a

Colfiorito

di Luigi Adriani

Molto tempo fa. Quasi una eternità, se pensiamo

alla rivoluzione del mondo. Non è una parola troppo grande, dagli anni sessanta a oggi sono comunque trascorsi ben 50 anni. Mezzo secolo. Cambiato tutto. Anche il modo di andare in vacanza. Oggi, tutto è più attento alle nostre necessità di svago. In più esso è divenuto globale per cui si fanno crociere, si cercano lidi lontani, luoghi sconosciuti e così via. Ritornando a noi invece, negli anni dove la vacanza poteva essere, e forse lo era, un lusso, ci si accontentava anche di un

altopiano come quello di Colfiorito. E adesso ci si va in macchina. Ma allora ….si andava con l’autobus. Colle S. Lorenzo, Leggiana, Casenove e poi la salita del Cifo e via per altri tornanti fino ad arrivare al valico da dove si scendeva e si andava a scoprire l’altopiano ed il suo lago. E a salire e scendere da quell’autobus erano paesani, forestieri e villeggianti. Io ero un villeggiante quindicenne, felice di passare quasi un mese a incontrare nuove amicizie. Spesso a ritrovarle, perché già frequentate l’anno prima. Ma come fare a trascorrere un mese a Colfiorito senza annoiarsi? Che divertimenti escogitare? Quali interessi, quali percorsi? Era tutto più semplice e naturale. Si parlava senza ausilio di computer. In maniera diretta, senza l’anteprima di una chat. Gli strumenti di svago per niente sofisticati, lunghe e accanite partite a bigliardino spesso monopolizzavano interi pomeriggi tra i ragazzi. Ma a seconda dell’età gli interessi cambiavano, perché

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magari qualcuno preferiva dedicarsi, invece, alla conquista della nuova villeggiante di turno. La mattina, poi, ci si dedicava alla cura del proprio corpo specie fin tanto che, nel mio caso specifico, la mia giovane età mi faceva condividere le scelte dei genitori. Allora il programma di fondo era una mattina a prendere il sole ai “prati” e la mattina successiva a respirare l’ossigeno della “pineta”. Il programma imposto da mio padre e seguito scrupolosamente trovava l’adesione anche di qualche altra famigliola. Così ci si faceva compagnia. E fu in questo modo, per esempio, che durante le visite in “pineta” imparai a costruire le barchette con le cortecce dei pini cadute in terra. Mentre ai “prati “, invece, che erano una grande distesa verde che fiancheggiava la strada bianca che conduceva a Plaestia, l’esposizione solare era d’obbligo. Ma ben presto gli anni fanciulleschi finirono e allora certe “obbedienze” familiari lasciarono lo spazio a libertà più appetibili. Intanto qualcuno dei ragazzi si era motorizzato e, in sella a Vespe e Lambrette, si pavoneggiava in perpetui caroselli da un bar all’altro del paese. Protagonismi per catalizzare le altrui attenzioni. Prove di attrazione. Già si affacciavano altri cambiamenti, e tra Jukebox e giradischi, in quegli anni, non si poteva non essere influenzati dalle avvisaglie musicali d’oltre oceano. Ragazzi e ragazze si incontravano e scaricavano le loro vitalità in giri e ritmi sempre più esterofili. Ma i giovani non disdegnavano nelle notti stellate di prendere la strada del lago, verso Forcatura e con le chitarre a tracolla, si lasciavano accarezzare da armonie più morbide. Ricordo ancora alcuni loro nomi: Ettore, Cristina e poi Luisa e altri ancora. Ma non tutti erano villeggianti, c’erano infatti Ardisio, Domenico, colfioritani puri, e anche Marcello, che ci prestava la falegnameria per ballare. Estati semplici per divertimenti semplici. Ma non solo giovani riempivano il paese: infatti, in qualche piazzetta interna risuonava ancora una fisarmonica spensierata. Rimangono in mente preziosità antiche, scomparse. Si ritorna in quei luoghi quasi a voler rivivere quelle atmosfere come in un bagno di gioventù. Ti accorgi che tutto è cambiato, ricerchi lontani profumi e capisci che solo la natura è rimasta fedele al mondo dei tuoi ricordi.


Un ragazzo di Rita Barbetti

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ESTATE

del 13

Lui diceva sempre così, con orgoglio. “Io sono del

’13, classe 1913”, quel fatidico numero 13 che ricorre anche nella mia data di nascita, forse un caso, forse un legame speciale con mio padre. Anche il giorno della sua nascita, 24 dicembre, aveva fatto sì che gli derivasse un nome forse poco fantasioso, ma sicuramente importante e ben augurante: Natale! Quel giovane del ’13, nato in una vallata spersa fra i monti, che aveva imparato appena a leggere e scrivere, poiché costretto per necessità fin da piccolissimo a badare agli animali al pascolo o a svolgere mille altri umili mestieri, si ritrovò, nel mezzo della fatidica crisi del ’29, a espatriare in Francia. Mi ha sempre tanto colpito, e anche fatto sorridere, che mio padre sia diventato emigrante proprio in un anno che segnò una svolta epocale in tutto il mondo. Un’altra coincidenza! Da un piccolo paese di montagna alla Normandia, anche qui in luoghi che sarebbero poi passati alla storia per il famoso sbarco durante la II guerra mondiale. Una lingua nuova, imparata sul campo, mai dimenticata, nemmeno negli ultimi anni bui dell’Alzheimer; una lingua molto musicale, espressione di una nazione più ricca della nostra, in grado di dare lavoro a un semplice montanaro. A 16 anni, senza nessuna formazione specifica, i lavori più pesanti: caricare sulle spalle, dalla mattina alla sera, le traverse per costruire i binari delle ferrovie. Ma poi la domenica si andava a ballare, con le prime vere scarpe ai piedi, e la voglia di fare colpo sulle belle ragazze francesi. Questa vita così faticosa non poteva però durare; dopo pochi anni, il ritorno al paese e l’acquisto di terre da coltivare. Poi il servizio militare, gli anni della guerra da richiamato, infine il matrimonio e due figli da mantenere. Ecco arrivano ora i miei ricordi più dolci, di un padre sempre tanto indaffarato e dalle mani callose, ma determinato nel cercare di migliorare le proprie condizioni. Mi tornano in mente in particolare le sue giornate estive: ma quanto può durare un giorno lavorativo d’estate? Ci ho pensato tanto spesso. Mio padre, in certi periodi, si alzava prima che facesse giorno, cioè verso le tre, andava a piantare gli alberi sulla montagna con la Forestale; poi, svolte le ore lavorative prescritte, andava a lavorare nei campi, fino a che calava completamente il sole.

Tornato a casa, accudiva le bestie nella stalla e preparava il necessario per il giorno dopo; io lo accompagnavo al fienile e pendevo dalle sue labbra. Dopo cena era il momento delle favole per me e qualche mia amica. Mi ricordo con quanta ansia aspettavo il racconto delle favole e con quanto piacere lui diventasse narratore, ma gli occhi a un certo punto si chiudevano, perché le ore di sonno erano state veramente poche. L’estate era la stagione del lavoro, del raccolto, ma anche della fatica ininterrotta, del sudore, del caldo, delle preoccupazioni: bastava una grandinata a distruggere le aspettative di un anno! L’estate era anche il tempo della mietitura e della

trebbiatura, delle lucciole e delle cicale. Mio padre aveva tempo per tutto: per lavorare, per cantare, per osservare la natura. L’estate non sempre è sinonimo di riposo e di evasione; mi vengono in mente i tanti venditori ambulanti che con un caldo torrido fanno su e giù per le spiagge, mentre tutti sono distesi e immobili, oppure i tanti immigrati chini tutto il giorno a raccogliere pomodori. Come potrebbero non suscitarmi simpatia, ripensando anche a mio padre, alle difficoltà che avrà incontrato anche lui a farsi accettare in un paese straniero, di cui non aveva la minima conoscenza! Io non posso dimenticare. Se chiudo gli occhi, rivedo mio padre che mi tiene per mano, lui ha sulla schiena il cesto pieno di fieno profumato, il fosso lungo la strada è sfavillante di lucciole…

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L’ultima estate

prima della vita

di Claudio Stella

Foto di Irina Mattioli

Il trenta luglio. Domani dovrà lasciare la sua casa

di Perugia. Qui, in questa abitazione minuscola e poco illuminata, ha trascorso i suoi quattro anni di università. Ha già sistemato in borse e scatoloni i molti libri, i pochi vestiti e gli altri oggetti che gli appartengono. Ora non ha più nulla da fare. Se ne sta disteso sul divano in mutande, fuma, suda, beve birra. E combatte una battaglia inutile contro orde di zanzare tigre che hanno deciso di banchettare con il suo sangue di neolaureato. Stefano si è laureato venti giorni fa, con una tesi su “Leopardi, poeta della terra” che gli è valsa un glorioso centodieci con lode e la vigorosa stretta di mano da parte del relatore prof. Testi, il quale, dopo aver biascicato una vaga promessa di pubblicazione, lo ha congedato con un’accademica pacca sul culo. Stefano ha vissuto i giorni successivi in uno stato d’animo di eroica euforia, artificialmente prolungata da generosi festeggiamenti etilici. Poi però è subentrata una sensazione crescente di vuoto e, con il passare dei giorni, una domandina canaglia ha preso a serpeggiare dentro la sua testa coronata di lauro: e adesso che diavolo faccio? Così il suo status è rapidamente scivolato da quello del guerriero che riposa a quello del disoccupato senza concrete prospettive. Stefano si sente confuso, inerte, incapace di prendere per mano la sua vita. Ha una gran passione per la letteratura ma non ritiene di avere alcuna propensione per l’attività filologica, troppo pedante e arida. D’altro canto non si sente tagliato neppure per l’insegnamento: l’idea di avere a che fare con ragazzini turbolenti gli procura un senso di nausea: troppo orso per lavorare in mezzo a frotte di adolescenti chiassosi. “E allora cosa vorresti fare?” gli chiedono e si chiede. “ Vorrei andare a cercare l’oro nel Klondike, oppure a fare la rivoluzione in Bolivia, oppure vorrei andare in letargo come fanno i castori o gli orsi”. E poi le donne. In questo momento, un deserto totale. Non ha mai avuto vita facile con le ragazze, le poche storie che ha vissuto sono state brevi e poco appaganti. Stefano non è in grado di spiegare il motivo di quello scarso successo, soprattutto se pensa a certi suoi compagni di università, decisamente più brutti e stupidi di lui, che però girano allacciati a belle fighe, che sembrano orgogliose di loro. Soprattutto quel nanerottolo

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di Tommaso, testa rapata e occhialetti rotondi: è sempre pieno di ragazze, quasi tutte molto carine, alcune anche più alte di lui; i suoi argomenti di conversazione preferiti sono il judo e la letteratura medievale, ha piccoli occhi sempre in movimento e parla a voce troppo alta. Quando Stefano lo ha visto allungare con successo le sue avide manacce sulla ragazza più carina del seminario di poesia del secondo ‘900, è stato preso da un rabbioso scoramento. Era circa un mese che aveva buttato più di un occhio su quella ragazza e si era ripromesso di invitarla al cinema proprio quella sera. Li trovò che pomiciavano in modo impegnativo nella sala lettura dell’Istituto di filologia moderna e lei

Vorrei andare a cercare

l’oro nel Klondike, oppure a fare

la rivoluzione in Bolivia,

oppure vorrei andare in letargo

come fanno i castori

o gli orsi

aveva un’espressione eccitata come se stesse baciando Brad Pitt. Stefano era scappato a casa e aveva affogato il suo dispiacere dentro una bottiglia di Chianti comprata al volo al supermercato. Dopo aver scolato l’ultimo goccio aveva ripensato alle voci che circolavano su Tommaso e sulle poderose dimensioni falliche di cui veniva accreditato. Si ricordò di quando il suo amico Giovanni gli aveva rivelato sogghignando che Tommaso ce l’aveva lungo come una baguette. Stefano naturalmente non aveva creduto a quella iperbolica rivelazione, ma istintivamente da quel giorno si era orientato verso altri tipi di pane. Ma a parte Tommaso e il suo misterioso sex appeal, Stefano si trova in una fase di totale astinenza perché si è conclusa un paio di mesi fa, e in modo alquanto miserabile, la sua storia con Valeria. Valeria ha due anni meno di lui, studia filosofia, ha un bel faccino pallido e triste, una buona testa dentro la quale frullano pensieri contorti e a volte diver-


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ESTATE tenti. Con Stefano condivide la passione per Leopardi e Sartre, il piacere di bere vino rosso preferibilmente toscano e la misura di reggiseno, se anche lui avesse l’abitudine di indossarlo. È pressoché piatta e ciò, secondo Stefano, influisce sul suo umore malinconico. Il vero problema del loro rapporto è stato che non si sono mai innamorati veramente. Hanno riso e bevuto, hanno fatto l’amore, chiacchierato non molto perché Valeria si annoia presto di qualunque tipo di conversazione. Sei mesi di un amore fiacco, sempre più svogliato, finché una sera Valeria si è presentata dicendo: “Stamattina mi è capitata una cosa strana: ho fatto l’amore con il tecnico che è venuto a riparare la televisione” Stefano l’ha guardata in silenzio e lei ha raccontato: “E’ un tipo sui quaranta ma ben messo, ha cominciato a fare un po’ lo scemo, a farmi un mucchio di complimenti ed io pensavo: ma guarda questo quanto è scemo, ti giuro che ho pensato questo tutto il tempo. Poi lui ha finito il suo lavoro ma non se ne andava. Mi ha chiesto qualcosa da bere, abbiamo chiacchierato un po’, poi lui mi si è avvicinato sorridendo e mi ha baciata. Ti giuro che non so nemmeno io perché l’ho lasciato fare, ero affascinata dalla stupidità della situazione, più che altro. Lui mi metteva le mani addosso e io pensavo: questa cosa potrebbe non accadere, anzi, sarebbe logico e naturale che non accadesse ed era come se io fossi affascinata dalla sua totale inutilità e superfluità. Però intanto ci siamo spogliati e, insomma, abbiamo fatto l’amore e se lo vuoi sapere mi è anche piaciuto abbastanza.” Stefano ascoltava e non provava nulla. Le parole di Valeria gli scivolavano addosso senza lasciargli neppure l’ombra di un’emozione: era solo una storia buffa e alquanto inverosimile che non lo riguardava affatto. Semplicemente, Valeria aveva smesso di esistere nella sua vita, era come se non ci fosse mai stata. Lei magari si aspettava scene di gelosie, insulti, invece Stefano zitto, solo un lieve sorriso ironico impresso sul

suo viso, sfociato infine in una gelida battuta di cattivo gusto: “ Se vuoi ti regalo le pagine gialle, così potrai scegliere tra tutte le categorie di artigiani: falegnami, idraulici, elettricisti.” Queste le ultime parole di una storia inutile. Da allora solitudine, castità ascetica, una tristezza da sognatore disincantato. La notte di luglio è scesa silenziosa sulla città. Stefano ha mangiato pomodori e tonno in scatola. Gli rimane una mezza bottiglia di pinot che gli terrà compagnia ancora per un po’. Si è affacciato alla finestra alla ricerca vana di un po’ di fresco. Pensieri grigi fluttuano nella sua mente. Domani se ne andrà. Tornerà dai suoi genitori. Si volta indietro, ripensa al giorno lontanissimo in cui è arrivato a Perugia e ora gli sembra che questi quattro anni di università siano stati l’ultimo, lungo gioco avventuroso di un ragazzo. Ora inizia la vita vera. Dovrà cominciare a cercare un lavoro, dovrà combattere per conquistare il suo posto nel mondo. Si sente stanco, inadeguato. Scandisce a voce alta: “Ora inizia la mia vera vita. la mia vita è tutta davanti a me”. Un lungo, minaccioso esercito di anni. Eppure… Nello stagno fangoso della sua malinconia, avverte come un guizzo di energia, di speranza. Non sa neppure lui da dove sorga, forse proviene dal pozzo ancora intatto della sua giovinezza, dall’energia chimica dei suoi ormoni. Eppure… eppure qualcosa di buono dovrà pur esserci. Ci saranno tanti libri ancora da leggere, ci saranno nuove case in cui abitare, città magnifiche da esplorare. Ci saranno nuovi amori, il profumo e il corpo di una donna che lo cercheranno nel buio di una stanza. Stefano pensa: “Chissà che volto avrà la prossima ragazza di cui mi innamorerò?” Ecco, finalmente un soffio lieve di brezza gli accarezza la pelle. Gli vengono in mente i versi di Paul Valery: “Il vento si leva / bisogna tentare di vivere”.

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Libero spazio di Libero Pizzoni

I racconti di Libero Pizzoni

Sei ragioni per non suicidarsi a breve tempo La doccia d’estate Il sudore, tanto, scavalca la barriera delle sopracciglia e invade gli occhi, una parte salatissima arriva fino alla bocca. La casacca aderisce al corpo come una seconda pelle e assume un colore diverso. Tutti gli insetti abitanti nel campo di calcio vengono ad abbeverarsi su di te, il caldo ti mozza il fiato. Alla fine, strascicando i piedi, la testa china, respirando a bocca aperta vai verso gli spogliatoi. Ti sfili la maglia che non vuole abbandonare la schiena sudata, via i calzoncini, le scarpe,i calzettoni e le mutande che si impigliano appiccicose ai piedi. Nudo, lucente come un dio greco dai mille pruriti, apri la doccia, non freddissima, chiudi gli occhi e lasci che quella cascata rinfrescante ti ricopra dai capelli all’alluce tra brividi di lussurioso piacere.

Le fave sul campo Bisogna attrezzarsi. Ti fornisci di una scartata di sale, pane, formaggio vino bianco fresco, coltello, di un giornale vecchio per metterlo sotto il culo sennò l’ammolli e possibilmente di un paio di amici. Individuato il punto strategico in mezzo al campo, spieghi il giornale, ci metti sopra le chiappe, sistemi le varie scartate intorno a te e stacchi la prima fava, tagli il formaggio, spezzi il pane, versi il vino. Il pollice esperto apre il baccello e cominci a officiare i vari matrimoni: fave e sale, formaggio e pane, vino e amicizia.

La doccia d’inverno Il freddo piano piano si impadronisce del tuo corpo, le maniche della maglia sono diventate così lunghe da far sembrare le braccia due tentacoli, i calzoncini intrisi d’acqua sono incollati alle cosce, i calzettoni pesano un quintale,i capelli si appiccicano alla fronte infangata, le palle ti sono diventate due acini d’uva. Fine della partita, di corsa verso gli spogliatoi mentre si intensificano i brividi. Un mucchio informe di stracci marrone e via sotto quel getto caldo, ristoratore, che ti stacca uno ad uno ogni grumo di fango e che fra nubi di vapore purificatore riporta a proporzioni accettabili il tuo pisello raggrinzito.

Il temporale Il fragore del tuono fa tremare la finestra quasi contemporaneamente allo scoppio di luce del lampo. Vuol dire che il temporale è proprio sopra la mia testa. La pioggia picchia sui vetri. Si fa sentire anche il sibilo del vento. Conto i secondi che intercorrono tra il lampo ed il tuono per capire se la battaglia si allontana o no. La pioggia picchia sui vetri e io asserragliato sotto il fortino delle coperte, guardo le ombre veloci dei rami del pino e sorrido.

Sotto la cerquetta in lettura Il fiume scorre pigro, l’erba della ripa è bassa, fitta e verde. La cerquetta si slancia verso il cielo, solitaria con tutti i maestosi suoi cinque metri e mezzo. Sotto, la sua ombra, con la seggiolina pieghevole e un libro. Te lo leggi con calma senza interruzioni, finché il sole non ti colpisce il volto. Allora metti il segno, sposti la sedia di nuovo sotto l’ombra, cerchi di scoprire tra le fronde della tua cerquetta l’uccellino che ti ha fatto compagnia per tutto il tempo e ricominci a leggere.

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Nuotare Scivoli, galleggi, ti inarchi, sguazzi, ti immergi, volteggi, risali, ti avviti, fendi le onde, ti fai cullare da loro, le affronti, le subisci, sei leggero, sei felice, stai nuotando.

La musica Ci sono dei giorni, o anche dei momenti, in cui mi sento strano, non sono triste, ma non sono neanche felice. Un volto, una parola mi riaccendono un ricordo e volo verso di lui, cercando di godermi un bel film già visto ma mi sfuggono le battute. Il colore dei suoi occhi è incerto, il suono della sua voce è flebile, i tempi sono fuori sincronismo, i luoghi si sovrappongono. Ho un senso di fastidio perché questo viaggio nella memoria non ha le cadenze giuste, allora prendo un disco, quel disco, mi siedo, guardo fuori la finestra e comincio ad ascoltare la musica. Aveva gli occhi color della terra e i seni all’insù come i fiori dell’ippocastano, la voce dolce e la risata forte, conto tutti i baci in frequenza perfetta e rivedo i luoghi che parlano di lei, e rimarrei tutto il tempo del mondo


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ESTATE

Cinque ragioni per suicidarsi a breve tempo ad ascoltare la musica. Il moscerino La strada è dritta, più di 200 metri, larga 8, poi ci sono i marciapiedi, un metro e mezzo l’uno, le case ai lati hanno un giardino di almeno 5 metri. Quindi la base di questo ipotetico rettangolo è di oltre 4.000 mq, quasi come un campo di calcio per intenderci; l’altezza è quella che è: su , fino alla stratosfera. E in tutta questa esplosione di spazio tu, infame di un moscerino, vieni a ficcarti proprio nel mio occhio sinistro?

stupido di giovincello tutto chiacchiere e distintivo. Le cacate dei cani Te ne vai lungo il fiume, in silenzio, a tu per tu con la natura, intravedi pesci guizzanti, lucertole sospettose e mentre chiudi gli occhi in pace con te stesso, arrivi con il tuo piede destro sulla testimonianza che altri prima di te hanno calpestato quei luoghi. Altri (uomini e donne) che hanno animali (cani) e li fanno cacare in ogni dove. Il cane è assolto perché il fatto non costituisce reato, l’uomo e la donna sono colpevoli ma non possono essere condannati poiché la stupidità fa parte del DNA umano. Toccheria fa! Ascolti il giornale e ti senti offeso: 40 milioni di malati di AIDS in Africa, ma non è possibile fare uno sconto sul prezzo delle medicine; bambini nel mondo muoiono di fame ogni giorno,basterebbe l’1 per cento delle spese militari per salvarli; è stato firmato un accordo perché tra 15 anni si cominci a produrre il 2,5% di gas nocivi in meno, quando bisognava cominciare con il 50% 15 anni fa; l’uomo più potente della terra scatena una guerra sparando bugie e provocando decine di migliaia di morti. Allora insieme ai tuoi compagni fai fiorire mille proposte: toccheria scenne in piazza tutti li iorni, toccheria riprende i contatti con la base, toccheria agì con forza, toccheria fa….

I motorini smarmittati Al di là della rottura di coglioni data dal fatto che questo straziante rumore lo cominci a sentire 2 km prima della apparizione e 2 km dopo, impedendoti di riprendere il discorso o di continuare a leggere il giornale o più semplicemente di essere in armonia con l’universo, esiste un’altra valida ragione per invocare la castrazione quale pena appropriata: il fatto di voler sembrare, di apparire quello che non si è. Ed ecco uno stupido di motorino che fa la voce grossa, che porta a spasso uno

La campagna contro il fumo Leggi severissime, quasi persecutorie contro i fumatori. Verso i cocainomani c’è maggiore tolleranza, anche perché la prendono tutti, sottosegretari, manager, calciatori. Il fumo passivo poi è pericolosissimo, mentre non esiste la cocaina passiva e sembra non esista la diossina passiva, l’inquinamento atmosferico passivo, i liquami dei fiumi passivi, le piogge acide passive, il buco dell’ozono, passivo,l’avvelenamento delle falde acquifere passivo, le scorie radioattive passive. In America ti denunciano se possiedi un posacenere, a prescindere se ci butti la cenere di una sigaretta. Meditate, gente, meditate. Ci rimane però la facoltà di scelta. Ieri il tabaccaio mi ha dato un pacchetto con la funerea scritta: il fumo rende impotenti. Allora io, in una eruzione di libero arbitrio, gli ho detto: “Queste non le voglio, dammi quelle che fanno venire il cancro”. Racconti tratti dalla raccolta “Colori 6.6.1944 - 6.6.2004”

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Una storia d’estate di Paola Favilli

Ammiro il tramonto. È così bello! Il mare ondeg-

gia, strisce di nuvole fluttuano nel cielo che inizia a scurirsi, e il sole, che sta per lasciare il posto alla luna, diventa arancione. Passeggio da sola, i piedi nudi a contatto con la sabbia: mi piace sentirmi massaggiare e accarezzare da quei finissimi granelli dorati. Alla mia destra, schierati in fila, ombrelloni e lettini: di tanto in tanto, la luce bianca della luna lascia intravedere qualche coppia appartata presa da effusioni, o gruppi di amici che osservano il cielo, sperando di vedere stelle cadenti. Sono nei pressi del quattordicesimo ombrellone, lo stesso che occupavo con i miei amici quando andavamo nella mia casa al mare: mi allungo sul lettino, abbandonando la mente ai ricordi. Partivamo la seconda metà di Luglio, per tre settimane. Ogni mattino alle 10 eravamo pronti per andare in spiaggia. In otto, occupavamo un bel po’ di spazio: due ombrelloni, cinque lettini, e almeno sei teli stesi sulla sabbia. Chi ci vedeva arrivare si spaventava, le loro espressioni suggerivano pensieri, tipo: “ma che fanno, traslocano?!” In effetti, di cose ne avevamo molte: pallone, creme, cruciverba, almeno un cambio per ciascuno, ogni sorta di cibo e bibite varie.

Mi mancano le sue storie, le sue ricercate espressioni e

la sua sensuale voce dolce.

Ma di più mi mancano le sue attenzioni

nei miei confronti,

il suo amore solo per me, la passione con cui

mi guardava

e mi toccava. 34

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I nostri bagni erano divertentissimi: entravamo in acqua con pallone e lettini; facevamo gare di tuffi e di apnea, vinte regolarmente da Andrea, un ragazzo di 21 anni, atletico, biondo e occhi azzurrissimi; in acqua era un fenomeno, tanto che, nel nostro gruppo, era conosciuto come Andry-fish, per la sua resistenza straordinaria! Organizzavamo anche tornei di briscola e c’era da divertirsi: come calamite, le nostre grida d’esultanza e le nostre risate attraevano molti ragazzi della spiaggia, che si univano a noi. Ogni giorno il nostro gruppo cresceva di numero, ma così tanto che la seconda settimana si contavano dai venticinque ai trenta “membri”. E di sera non eravamo di meno: ci ritrovavamo tutti per aperitivi al chiosco seguiti da cene a base di pesce e notti nelle discoteche in spiaggia e, dopo una nuotata nell’acqua fredda, accendevamo un falò. Nel ricordare tutto questo, il mio viso è attraversato da silenziosi sorrisi, soprattutto quando ripenso a tutti noi, seduti intorno al fuoco, presi ad ascoltare storie d’ogni genere. Il mio oratore preferito era Riccardo; ogni volta era una sorpresa con lui, che era un inventore straordinario. Lo conobbi in spiaggia, il secondo giorno che ero in vacanza, durante una delle partite a pallavolo: un ragazzo della squadra avversaria schiacciò così forte che il pallone volò per almeno tre metri; mi girai per andarlo a recuperare, quando vidi avvicinarsi un ragazzo con il nostro pallone: un corpo atletico, dorato; i suoi capelli erano neri e molto corti; i suoi occhi verdi e i suoi lineamenti mi rapirono. “ Credo vi siate persi qualcosa” – sorridendo, mi fece l’occhiolino; sentii un calore forte su tutto il corpo, e aumentò con l’imbarazzo di sapermi rossa in viso! “ Vi servono altri giocatori?” disse, indicando i suoi tre amici. E così, nel giro di qualche minuto, me lo ritrovai in squadra: fu un continuo scambio di sguardi, sorrisi e battutine. Finita la partita, si avvicinò e, mettendomi una mano sulla spalla, mi chiese di fare due passi lungomare. Parlammo e ridemmo molto! Scoprii in lui un carattere forte, esperienze di vita singolari, semplicità, tanta voglia di sognare quanta di vivere; mi parlò della sua più grande passione, l’arrampicata. Mi disse di trovarsi lì per partecipare ad una gara, che si


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ESTATE sarebbe tenuta due giorni dopo; mi invitò e, con grande gioia, accettai. Oggi, ricordo ancora le sue parole, e l’emozione che provava parlandone. Eravamo seduti sul muretto che costeggiava la spiaggia. Sorseggiavo la mia granita alla fragola e, colpita dal suo modo di raccontare, lo ascoltavo: “…È uno sport che pratico da quando avevo sedici anni; è da mio padre che ho ereditato questa passione. Mi portava nella palestra della nostra città, si allenava alla parete almeno tre ore; lo guardavo e mi piaceva. Ho iniziato ad arrampicare e non ho più potuto farne a meno… mi fa sentire libero, vivo!”. Tornammo in spiaggia e, qualche metro prima di raggiungere gli altri, mi afferrò un braccio, e mi fermai: ci guardammo intensamente per qualche istante, e mi baciò. In quel momento, capii che mi sarei innamorata di lui. Il tempo trascorso insieme ci travolse in una passione magnetica, che, dopo pochi giorni, si trasformò in un amore sorprendente. Due giorni dopo ci fu la sua gara: io ero contenta di assistere, era un buon modo per entrare nel suo mondo e conoscerlo. Provai apprensione nel vederlo arrampicarsi su quell’altissima roccia; ma, la mia preoccupazione svanì quando, alla fine della gara, vidi il suo viso: aveva un’aria rilassata e felice. Mi venne incontro, sorridendo, e mi abbracciò con forza: “Ti amo”. Lo guardai senza riuscire a parlare, a pensare. Lo baciai intensamente, vidi una lacrima scivolare sulla sua guancia. Facemmo l’amore quella notte, e tutte le notti seguenti, scambiandoci dolci parole e promesse. Furono giorni di una intensità straordinaria, per la prima volta conobbi il sapore vero della felicità. Arrivò il giorno del rientro, e ci separammo, anche se per poco: “Tra due settimane ho una gara a Bergamo, su una parete di roccia alla Corna Bianca, in Val Seriana. Ci organizziamo e stiamo insieme l’intero fine settimana… E poi parleremo del nostro futuro” Ritornai a casa e ripresi a lavorare. Riaprii la mia attività e rividi le mie ragazze, giovani parrucchiere molto brave. Raccontai loro di Riccardo, e dello straordinario amore che era nato. Ogni giorno andavo al lavoro sperando che le giornate volassero, per arrivare in un batter d’occhio al giorno della gara; ma qualcosa, in me, non andava: lavorare iniziava a essere faticoso, ero sempre molto stanca e avevo costantemente sonno. Sentivo più volte al giorno Riccardo al telefono, ma non gli dissi mai nulla: aveva una gara e doveva rimanere concentrato. Giovedì, il giorno prima di rivederlo, svenni durante

l’orario di lavoro: fui portata in ospedale e venni sottoposta a visite di controllo. Non mi avrebbero fatta

uscire prima del giorno dopo; entrai nel panico, non avrei fatto in tempo ad arrivare da lui. Avrei dovuto avvertirlo, ma non potevo dirgli di essere in ospedale; così, decisi di non chiamarlo e, non appena fossi uscita, mi sarei precipitata da lui. Il giorno seguente, poco prima di essere dimessa dall’ospedale, ricevetti una notizia straordinaria: non vedevo l’ora di condividerla con Riccardo ma decisi che gliela avrei comunicata di persona. Tornata a casa cominciai a preparare la valigia, eccitata e felice. Sapevo che quella sera stessa l’avrei rivisto. Guardai l’orologio: in quel momento la gara di Riccardo doveva essere finita. Non so se quel brivido di angoscia che ora sento di aver provato in quel preciso istante abbia veramente attraversato i miei pensieri. Poi ci fu il precipitare degli eventi: avevo la valigia in mano quando il mio cellulare cominciò a squillare. Sperai potesse essere lui, invece lessi sul display il nome di Luca, un suo compagno di arrampicata. Risposi. Una voce balbettante, parole quasi impercettibili poi la verità che viene a sbattermi addosso, feroce e intollerabile. Riccardo era caduto, aveva battuto la testa. Riccardo non c’era più. Mi riscuoto dal torpore doloroso dei miei ricordi, sento una voce che mi chiama. Mio figlio mi riporta alla realtà. Agito la mano per richiamare la sua attenzione: “Riccardo, sono qui!”

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ESTATE

Ospiti del

nostro mare

di Federico Berti

E’ il vento che ci fa muovere, nient’altro. Una

grande vela che i più esperti chiamano randa, tesa o meglio cazzata, fornisce quell’impensabile gioco di vettori che permette alla nostra barca di veleggiare. Siamo fuori dal porto, rigorosamente lasciato a motore, e finalmente è il momento di dare respiro alle nostre vele. Lo skipper mette prua al vento e comanda di far salire la randa. E’ la nostra vela principale, quella di cui dobbiamo andare fieri e di cui dobbiamo avere sempre molto rispetto. Ormai è in cima all’albero, completamente aperta, il comandante è pronto a fare la sua manovra per mettere in moto tutto quel complicato meccanismo di vettori del vento, che incanalandosi attraverso la nostra vela, ci aiuteranno a muoverci senza l’aiuto del fastidioso motore diesel. La virata è lenta ma estremamente efficace. La randa comincia a gonfiarsi, le cime a tendersi e la barca comincia a inclinarsi su un fianco, lasciando che l’altro, quello sopravvento, fuoriesca dall’acqua. Una volta stabilita la rotta si deve aprire un’altra vela, è il momento del fiocco. E’ con lui che riusciremo ad avere maggiore velocità. Sempre il comandante sceglie il momento giusto e a uno suo cenno, un complicato quanto inspiegabile sistema di carrucole, si mette in moto, permettendo alla vela di liberarsi e essere anch’essa protagonista di questa veleggiata. Siamo in mare, il motore si spegne e noi…andiamo a vela. Troppe inspiegabili sensazioni prendono il posto delle faticose manovre, ci guardiamo alle spalle e mentre la costa si allontana, piccole correzioni alle vele ci aiutano a non perdere il vento, ne siamo alle dipendenze. In un attimo potrebbe farci fermare e l’istante dopo, con una raffica, metterci nelle condizioni di prendere una mano di Terzaroli. Semplicemente ridurre un po’ di randa, ma come ben sapete i marinai hanno tutto un loro gergo, complicato quanto affascinante perché è lo stesso che li accompagna ormai da molto tempo. Facciamo pochi nodi ma sufficienti per godere a pieno quella sensazione di benessere, che forse è rimasta immutata da quando l’uomo va in mare, di far parte di qualcosa di veramente importante. Siamo in mare, la costa è scomparsa e l’acqua non è più così azzurra come quando si è in prossimità della terra ferma. Assume un colore acciaio, sembra quasi volerti

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rassicurare dicendoti che riesce a sostenerti ma allo stesso tempo ti avverte che ti devi comportare bene perché qui, ora, sei ospite. Il comandante chiama una virata perché ora il vento ha cambiato direzione, è sempre lui che decide. Ci posizioniamo alle vele, la manovra deve essere rapida per impedire alla barca di perdere velocità. Ci siamo, in un attimo la barca cambia di mura, ora siamo inclinati nell’altro verso e riprendiamo velocità. Il sole comincia a calare e nei volti di chi affronta il mare a vela per la prima volta, si osserva una lieve perplessità, una preoccupazione mista a stupore che scompare nel momento in cui un paio di delfini cominciano a giocare con la nostra prua. Mammiferi sorprendenti, padroni assoluti del mare, che hanno deciso di darci il benvenuto con una breve ma spettacolare danza. Il tempo di accorgerci della loro presenza, di scattare qualche foto, e con un colpo di pinna più vigoroso ci salutano, confermando la loro assoluta superiorità. Il sole è ormai tramontato, il vento è costante e questo ci permette di rilassarci godendo a pieno del bellissimo tramonto che si può avere stando in mare. Man mano che il tempo passa e si prende maggiore confidenza con lo spazio circostante, ci si rende conto di come tutte le emozioni siano amplificate e le cose scontate assumono sapori impensati. Il vento ha un nuovo rumore che è quello dato dalle vele che invano cercano di imprigionarlo; il mare cambia colore a causa dell’assenza di luce e diventa nero; il cielo è talmente stellato che sembra prendere peso sopra le nostre teste e ognuno di noi non può fare a meno di ascoltare in silenzio il rumore del mare. Una musica composta perfettamente che riesce a incantare i suoi spettatori paganti. Al momento della partenza c’è stato stupore per le dimensioni della barca, della sua possente stazza. Ora le stesse persone guardandosi intorno si stupiscono di come, quelle misure, non contano più.


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ESTATE

Volto di notte lontana di Stelvio Sbardella

All’alba il sole nasceva dall’acqua già rosso di fuoco

e pareva liquefarsi intorno alla dischiusa marea; tu eri una fedele creatura e ti avevo insegnato a guardare lontano, dove gli uomini non calpestano terra; ogni volta ammiravi allibita il miracolo tornare, rompere il buio bieco di spiragli, spegnere stelle, irrompere di calde folate a carezza d’onde. Tu guaivi ammutolita e fiera di essere con me, unica, tra ispide rocce dove, ad orde, spruzzi saraceni assaltavano guglie. Tremavi, a volte, quando lo spruzzo ti lambiva la pelle e un brivido ancestrale ti abbarbicava alla notte. Attimi, poi

gabbiani a nugoli sulla spiaggia arruffata a caccia di sparse conchiglie e, lontana, l’ombra della petroliera e il suo arcaico carico di liquami. Un pescatore traeva a riva, fumando, ridda di nasse vuote. Altro non c’era in quegli attimi di piena alba marina, che aria d’oriente opponeva a gradiente calura. Mi guardavi con i tuoi occhi ambrati e forse dicevi che l’immenso era a portata di mano in quell’angolo di cose ed anime di un’anonima alba d’estate. A mezzogiorno il sole arrostiva il corpo di bronzea tinta; io ero tra tanti, imbelle, prostrato a ricevere il raggio; tu non c’eri, lontana per sempre come tante buone fedeli compagne di questo mondo, destinate da natura a finire. Erano passati anni e avevo ancora il tuo guaito ai timpani che mi ricordava quell’alba d’estate

e il mio apatico arrendermi a quell’ordalia di fuoco che mi sapeva nemico. “Mi accendi?” Mi disse una voce un po’ rauca ma dolce come lo squittio di rondini che falcavano il cielo. Alzai gli occhi abbagliati: eri tu. “Non fumo più”dissi “però…”. Mi guardasti a lungo, muta, poi dicesti: “Però…” e mi ti sedesti vicina sulla sabbia rovente. “Quest’anno il mare porta alghe a riva, sono i venti di libeccio che catturano inezie e ne fanno strame vischioso”. “Credo” dissi. “Non sei di molte parole” “Talvolta sì, quando non c’è il sole”. Ridesti. “Allora tornerò quando ci sono nuvole”. “No, dove vai?” Le presi un braccio, lievemente. Scottava. “Mi sequestri?” disse con la placida ironia degli occhi sornioni. Ti dissi che aspettavo la pioggia per dirti altre mille parole e per parlarti d’amore sotto un temporale d’estate, che non smorza, anzi incendia le favole nate. A sera, in quell’esotica isola dove indigeni tagliano alberi per farne gomma, tu ballavi rumba sul mare con grazia felice di libellula antica. Folate d’aria equatoriale assediavano d’incanti. Ti vedevo ardere il cuore di meraviglie raggiunte. Il cielo mandava stelle a grappoli e una limpida luna nascente. Tu ballavi merengue e un sudore infuocato ti bagnava il viso radioso. Io pensavo al tempo che ci fa identici e diversi e misuravo distanze in quella strada che vedevo divergere fino a finire. Inquieta sul mare ondeggiava la balera delle favole nate. A notte inoltrata, camminavo come comune passante su riva di mare mediterraneo. Gli anni mi avevano reso più solo in quell’incerto cammino. Il mare, d’estate, aveva ancora il suo fascino sacro di luogo dove gli uomini non calpestano terra. Non mi seguiva nessuno in quell’incedere stanco: molti se ne erano andati, altri mi avevano lasciato i loro teneri addii. Nemmeno tu c’eri ad ammirare la dischiusa marea e non guaivi più, fiera di essere con me su ispide rocce, mentre tanti spruzzi mi assaltavano e un brivido ancestrale mi carezzava la pelle.

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Parlando

d’estate Ormai la mia è una malattia inguaribile: torno spesso a frugare nella memoria per farne emergere ricordi lontani, episodi e volti indimenticabili e ricostruire il racconto della mia vita. La mia generazione, quelli degli anni Quaranta, ha avuto un’esistenza estremamente semplice, perché noi giovani sapevamo (e dovevamo) accontentarci di quanto il presente ci offriva, però eravamo nel contempo intimamente certi (e questa è stata probabilmente la nostra forza) di raggiungere “quel” traguardo, al quale guardavamo con molta determinazione. Semplici, dunque, erano anche le nostre estati, attese soprattutto come liberazione da un lungo periodo di duro studio. Appena chiuse le scuole, infatti, ci immergevamo nelle belle mattinate estive senza fare grandi progetti per le vacanze: in genere nei mesi di giugno e di luglio ci incontravamo ai Canapè o al Viale della Stazione, ci sedevamo su una panchina e, gustando un buon gelato, parlavamo per ore intere di vari argomenti, tipici del nostro vissuto quotidiano di adolescenti, come ad esempio la musica. Io ero un grande ammiratore di Mina, che difendevo ad oltranza contro chi sosteneva la melodia alla “Orietta Berti” o alla “Claudio Villa”, perché noi sostenevamo la nuova generazione di cantanti e di cantautori italiani e stranieri, considerati ancora oggi grandi innovatori della musica nazionale e internazionale. Oltre a questo si discuteva di film, di letture e di ragazze, nostra passione ma anche nostra preoccupazione. Infatti, quando si è adolescenti (e credo che questa sia una caratteristica di sempre), l’essere accettato da chi ha fatto colpo su di te è vitale, per cui la cura del tuo aspetto diventa importantissima e quasi maniacale. Così anche noi cercavamo il modo migliore per piacere a colei che ci interessava e fare concorrenza a quei nostri coetanei, che “sulla piazza” spopolavano; pertanto non secondario era l’abbigliamento, ma, a dire il vero, non avevamo tante scelte e tanti cambi (allora non c’erano le grandi distribuzioni), per cui dovevamo arrangiarci e affidarci soprattutto al nostro supposto fascino. In tale prospettiva ogni indumento acquistato aveva per noi un grande valore, per il fatto che affidavamo anche ad esso la sicurezza di apparire gradevoli. A proposito di gelato, a cui poc’anzi ho fatto cenno, vorrei

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di Luciano Trabalza

ricordare l’ambita e rinomata gelateria di “Cirillo”, che si trovava in Corso Cavour, grosso modo di fronte alla sede centrale della Cassa di Risparmio: la signora Fiordoliva, moglie del gestore, preparava dei coni al cioccolato e alla nocciola inimitabili. Un altro ottimo artigiano del gelato era il Sig. Figoli, che nei pressi di Porta Romana aveva installato un chiosco sul marciapiede che, con un muretto, delimita oggi il parcheggio della Banca Popolare di Spoleto. Specialità del signor Figoli era il cioccolato, di ottimo cacao. Va menzionato anche il Bar Colonia, poco distante dal quadrivio, il cui gestore era generosissimo: confezionava dei gelati buoni ed enormi, cosa che sicuramente attirava molti giovani. Va precisato, infatti, che noi acquistavamo coni che andavano da un minimo di 10 lire ad un massimo di 50 (quest’ultima opzione era proibitiva per la

Splendida era l’immagine dei barconi che prendevano il largo

per pescare:

nella notte si vedevano

lontani, all’orizzonte, mentre con le loro lampare

costellavano quel buio

profondo e misterioso

nostra paghetta settimanale), quindi suppongo che il signor Colonia, da buon padre di famiglia, facesse in modo che le nostre piccole somme ci rendessero il più possibile. I momenti più vivi delle mie estati giovanili li ho trascorsi, negli anni del Liceo, con gli amici più cari: Massimo, Walter e Vincenzo (per tutti Cencio). Cencio era il più spericolato, il “viveur” del gruppo: stavamo ore ed ore ad ascoltarlo mentre ci impartiva approfondite lezioni su come agganciare una ragazza e come “appaccarsi “ (sì, allora chiamavamo “pacca” l’altra metà del cielo); a noi appariva spregiudicato, ma con tutta sincerità invidiavamo la sua nutrita schiera di


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ESTATE ammiratrici e di conquiste. Allora Cencio aveva anche la sua automobile personale, cosa piuttosto rara, e ci faceva scorrazzare: ci sembrava, pensate un po’, già una gran cosa arrivare a Perugia e poi … a Roma. Così, in questo clima di allegria, che sanno inventare i giovani quando si trovano insieme, si arrivava al mese di agosto, che era dedicato alla vacanza al mare: a dire il vero, nella mia famiglia essa era nata non come un lusso, ma come una necessità, in quanto mia madre aveva bisogno di cure elioterapiche e per di più da praticare in una località con litorale sassoso. Così i miei genitori, fin da quando io avevo poco più di un anno, scelsero Marotta, allora un paesotto, rimasto ancora saldamente nel mio cuore. Marotta, io l’ho conosciuta quasi primitiva e molto poco frequentata, ma per me era bellissima, perché la vivevo in assoluta libertà, lontano dalla città, in una sorta di abbraccio della natura, la quale ogni giorno mi accoglieva in quel suo elemento, il mare, che io percepivo come primordiale e nel quale m’immergevo sentendomi protetto, sicuro, felice. Ogni mattina piantavamo in spiaggia il nostro ombrellone (un omaggio a mio zio da parte di qualche azienda di bibite), intorno al quale familiari, parenti e amici si riunivano per perdersi in racconti, risate, discussioni, merende. In questo paesetto tutto mi appariva magico. Splendida era l’immagine dei barconi che prendevano il largo per pescare e nella notte si vedevano lontani all’orizzonte mentre con le loro lampare costellavano quel buio profondo e misterioso. Molto suggestiva era anche la scena della tratta delle reti, che di mattina presto, con ritmo lento, cadenzato ma inesorabile, i pescatori, con i pantaloni arrotolati fino al polpaccio e le loro donne con la gonna leggermente sollevata e legata alla vita, portavano a riva. Una volta terminata la pesca, si correva a vedere lo spettacolo (devo dire un po’ crudele) dei pesci che argentei continuavano a saltellare, in un vano tentativo di sfuggire alla morte, anche nella stadera, su cui venivano messi per essere venduti freschissimi sul posto. Durante quel soggiorno estivo strinsi salde amicizie a cominciare dai padroni (e rispettivi familiari) della casetta di pescatori, che mio padre ogni anno prendeva in affitto proprio per vivere in una modesta abitazione a due passi dal mare, sulla cui riva i pescatori lasciavano adagiate le loro barche con impresso a prua un nome di donna. I proprietari erano Santino e sua moglie Marietta (che noi tutti chiamavamo zii), lui pescatore e lei venditrice ambulante del pesce che veniva pescato durante la notte o all’alba. Zio Santino, proprieta-

rio di un grande barcone da pescatore, era un tipo tutto particolare: avete presente il vecchietto dei films western che parla in modo strano? Beh, così era lui, un uomo segaligno, dai folti e lunghi baffi, che raccontava portentose vicende di cui era stato protagonista durante la prima Guerra Mondiale: ripeteva spesso che una volta addirittura una palla di cannone gli era passata tra le gambe lasciandolo incolume! Ne era orgogliosissimo! Così il mese di agosto se ne andava velocemente: le nostre giornate, lunghissime e sempre piene di sole, con qualche raro e salutare acquazzone, erano fatte di bagni, di scherzi, di chiacchierate fino a tarda sera sulla spiaggia, di brevi flirts, di “serate danzanti“, di ascolto di dischi (ma questo soprattutto con l’avvento del mangiadischi e poi del juke box).

Ecco, tutto qui, ma di certo, pur con tutti i crucci e le crisi della crescita, eravamo sereni, ed è questo lo stato d’animo che mi sembra di sentire ancora vivo, tutte le volte in cui mi soffermo su quelle immagini ormai lontane e… francamente vorrei tanto che oggi i giovani fossero meno preoccupati e più fiduciosi, ma spesso per loro ciò non è facile, dal momento che, anche dopo aver superato di molto l’età dell’adolescenza, si vedono, ad esempio, costretti (sì, costretti!) a vivere ancora con i propri genitori.

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Estate a Badia Tedalda di Katia Cola

“Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.” Ennio Flaiano, “Diario degli errori” 1968

L’estate è alle porte. Come tutti gli anni miglia-

ia di persone sono alle prese con la risoluzione di un dilemma amletiano: dove trascorrere le tanto attese vacanze estive; dove e come occupare quella settimana (per i più fortunati quei quindici giorni) sacra e intoccabile da cui né la crisi economica mondiale, né la disoccupazione incalzante, né la cassa integrazione, né i vari focolai di guerre e sommosse che tappezzano di rosso sangue angoli del nostro pianeta e né tanto meno le ceneri del vulcano islandese potranno mai privarci; al massimo potranno solo prendersi l’onere e l’onore di apportare qualche cambiamento. Mare, montagna, città d’arte, chi più ne ha più ne metta, la scelta è tanto vasta quanto ardua. A tutti voi, cari miei lettori, che ancora “gironzolate” tra le varie agenzie di viaggio come vagabondi, come naufraghi alla ricerca di un’isola, di un approdo sicuro e il più economico possibile, a voi che siete alla ricerca di un locus amoenus dove è possibile sentire il rumore del silenzio, dove i colori, i sapori, la pace e l’ospitalità rilassano i sensi, suggerisco di gettare l’ancora e approdare a Badia Tedalda, un borgo montano in provincia d’Arezzo. Grazie alla sua favorevole posizione lungo la via romea, Badia Tedalda si presenta come un punto di confine tra Toscana e Marche. Il “dolce” paesaggio è una idilliaca cornice al paese e punto di partenza per passeggiate alla scoperta del meraviglioso patrimonio naturalistico della Riserva Naturale Alpe della Luna. L’aria protetta è attraversata da vari sentieri, percorrendo i quali si possono ammirare diversi tipi di vegetazione, dalle fioriture più varie (orchidee, gigli, garofani selvatici, rosa canina, frutti di bosco, etc.) ai faggi secolari che, sapientemente modellati dalla forza della natura, fanno da sfondo a numerosi affioramenti rocciosi, tra i quali spicca l’affascinante e ancora semi inesplorata Grotta della Ta-

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bussa e la Ripa della Luna. L’Alpe della Luna costituisce l’habitat naturale per molti tipi di animali: tra i verdi prati è possibile scorgere daini, cervi e caprioli o rapaci volteggiare in circensi acrobazie, come lo sparviero o la maestosa aquila reale. Tra le cime impervie e gli immensi monti boscosi della Riserva “impera” anche il lupo. L’Alpe della Luna è protagonista di una leggenda, un racconto popolare tra mito e realtà. Individuarne la genesi, che forse affonda nella storia più segreta e lontana del luogo, è un’operazione ardua se non del tutto impossibile, allora è bene rassegnarsi all’idea che ci sono luoghi, come Badia Tedalda, dove il silenzio sa custodire le parole dei secoli; “in queste circostanze nulla è più concreto del mito” (U. Eco). La leggenda narra dell’amore tra il giovane conte Manfredi del Montedoglio e Rosalia, figlia del podestà di Colcellalto. I due giovani si sarebbero incontrati durante una festa che i conti di Montedoglio avevano organizzato nel loro castello di Badia Tedalda. La famiglia del conte Manfredi pare che ostacolasse questa unione ma il giovane incontrava sempre più spesso la sua amata che, in una

Tra le cime impervie e gli immensi

monti boscosi della Riserva

“impera” anche il lupo. sera di luna piena, raccontò al suo innamorato quello che la leggenda tramandava sul segreto dell’Alpe della Luna. Gli disse che quando la luna sembrava appoggiata all’Alpe si poteva tentare di toccarla perché così ogni desiderio sarebbe stato esaudito, anche quello di potersi impossessare degli immensi tesori che si diceva fossero nascosti sull’Alpe e che appartenevano alla Luna. Rosalia tanto parlò al suo innamorato di questi tesori dell’Alpe che il giovane decise di provare a impossessarsene. La fanciulla seguì l’amato in quell’impresa e i due giovani, sellati i cavalli, in una notte in cui la luna sembrava appoggiata al crinale dell’Alpe,


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ESTATE

partirono insieme con l’intento di riuscire a svelare il segreto e cercare di realizzare il loro sogno d’amore e fortuna, ma non ritornarono mai più. Da allora la gente del luogo racconta che, quando la luna sembra appoggiarsi al crinale dell’Alpe della Luna, tutt’intorno si può udire il rumore di cavalli al galoppo e vedere le immagini di due giovani che nel chiarore della luna sembrano avere le mani protese in alto nel disperato tentativo di riuscire a toccare la luna. La ricchezza naturalistica di Badia Tedalda non si limita solo all’area protetta dell’Alpe della Luna, infatti, spostandosi nella frazione Pratieghi, alle pendici del Monte Zucca, è possibile ammirare le Sorgenti del Fiume Marecchia, fiume che dà il nome all’intera valle e che sfocia a Rimini. Lungo il sentiero che porta alle sorgenti di questo fiume si incontra la “Fonte di Dante”, così denominata in riferimento al passaggio del sommo poeta Dante Alighieri che si fermò qui per dissetarsi durante il suo tragitto da Firenze a Ravenna. A pochi metri dalla Fonte di Dante è possibile esplorare l’area protetta A.N.P.I.L, dove vi sono numerosi nuclei di Taxus Baccata. Ma Badia Tedalda non si limita ad essere solo meta privilegiata e prediletta per tutti coloro che sono interessati a una full immersion nella natura, infatti numerosi sono gli appuntamenti folcloristici organizzati prevalentemente nel periodo estivo, spesso strettamente legati alla tradizione rurale del territorio. Il medioevo rivive attraverso il suggestivo “Palio dei Castelli”, manifestazione storico-rievocativa che si tiene annualmente nella settimana successiva al Ferragosto. In questa occasione l’Abbazia di San Michele dei Tedaldi si anima di monaci neri, fiaccolate, cortei storici e banchetti svolti presso le Antiche Locande dette “Del Pozzo”, “Del Castello”, “Del Porco”, “De Le Herbe” e “Del Boccon Unto” dove è possibile la degustazione di deliziose libagioni e tipiche ricette medioevali dell’Alta Val Marecchia. Il “Palio dei Castel-

li della Badia Tedalda” è il momento del ritorno al passato più remoto in cui le profonde tradizioni storiche tornano ad essere realtà. È questo il momento in cui tra cibi, canti gregoriani e ambientazioni medioevali, i monaci neri di San Benedetto, guidati dal loro Abate, tornano ad animare la vita della gloriosa ed antichissima Abbazia dei Tedaldi, coinvolgendo i partecipanti in un percorso molto suggestivo. Fiaccolate liturgiche e solenni celebrazioni si alternano a messe cantate e banchetti per lasciare successivamente il campo al Palio dei Castelli, il classico torneo equestre della lancia e dell’anello dove i più valenti Cavalieri dei Castelli della Badia Tedalda, si contendono la custodia annuale del “Drappo dei Castelli di Badia Tedalda” e il Piatto Bicrociato di Sant’ Angelo Michele. Il Palio è dunque un momento magico di rievocazione storica dove non esistono più Capoluogo e Frazioni, ma solo l’Abbazia ed i suoi Castelli sudditi; dove viene rievocata la Concessione Enfiteutica realmente avvenuta nell’anno 1339; dove l’Abate ha il privilegio dello jus sanguinis, autentica gli atti con il sigillo di San Cristoforo e sfoggia il vessillo proprio con due croci rosse in campo bianco. Anche nelle frazioni di Badia Tedalda l’estate vive allegramente: a Pratieghi si svolge in luglio la “Festa tra i Monti”; la “ Stramballata” anima la frazione di Rofelle. La seconda domenica di agosto a Fresciano si svolge la “Festa della Ranocchiata” , caratterizzata da balli e divertimenti tra cui la tradizionale corsa delle ranocchie in carretta. Sempre in agosto a Caprile si tiene la “Festa dell’Ospite”. Per tutti voi, cari miei lettori, che amate l’arte Badia Tedalda offre un’esperienza unica: nella chiesa abbaziale di San Michele Arcangelo si possono ammirare le pale d’altare in terracotta invetriata di Benedetto Buglioni. Come si può desumere Badia Tedalda offre una vasta gamma di ingredienti per trascorrere una vacanza idilliaca.

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ESTATE

Molto più di un gioco

di Andrea Sansone

Primi caldi d’estate.

Le luci dei riflettori illuminano il campo di gioco, un piccolo lembo d’asfalto, la scena, il mio residuo palcoscenico; quello stesso che mi ostino a calcare tutti i giorni, ma che mi è permesso ormai di vivere solo al margine, di lato, davanti alla mia vecchia amica panchina. Ora però sono nel centro che corro, o almeno tento di farlo, ricacciando indietro le copiose vampate di caldo e stanchezza, pronte a pulsare già dopo le prime falcate decise. Si gioca, torneo di fine stagione, tanta gente intorno sul verde prato e molti amici a guardare, tra tutti ci sono i ragazzi che alleno, con le loro facce allegre a osservare quel coach non propriamente bello da veder giocare, nei suoi movimenti più goffi che atletici, lo stesso che tutte le sere urla e decide con perentoria sicurezza della loro vita sopra un parquet. Il tifo non manca, il mio fisico risponde a tratti, ma vado avanti, sentendo che il tutto non può che farmi bene.

Salgo verso l’alto,

distendo le braccia accompagnando

la palla verso le stelle

mentre la punta delle mie dita

la lasciano, indicandole la strada,

facendola ruotare dolcemente nella

sua traiettoria divina, tracciata nel buio della notte

e rischiarata dalla nostra

voglia di esserci...

La partita ha poca storia: il punteggio è chiaramente a vantaggio dei nostri avversari. La mia squadra è fatta da chi, come me, ha poco da chiedere al pallone e al canestro in termini di risultato, ma che pretende comunque sensazioni ed emozioni uniche, per qualcuno ormai sopite da tempo. Vivere il campo in prima persona è entusiasmante: i

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miei ragazzi non immaginano nemmeno quanto sia prezioso il tempo che dedicano al gioco, stando al centro del mondo, con la palla in mano, sopra gambe forti e pronte. Gioco, corro nel campo, mi asciugo la fronte e, smarcandomi da figure imbarazzanti, passo la palla con stile. Cambio, torno in “panca” a rifiatare: ho giocato appena 5 minuti, ma i mie 37 anni, lontani dall’allenamento e dai muscoli dei 20, hanno chiesto time out. Sono in panchina da pochi secondi che già smanio di rientrare! In “panca” ci sto tutta la vita, ora voglio giocare, voglio stare dentro, sotto ai riflettori, a prendermi responsabilità e a faticare! Lo voglio! Fatemi rientrare, che non ne avrò per molto ancora! Cambio, “il Giona” è gentile, mi fa rientrare e tocca a me. Siamo in attacco, gioco playmaker e il mio difensore mi pressa: non ci vuole un genio a capire che la probabilità che io perda palla sia altissima e la sua pressione aumenta. Non posso fare figuracce, cazzo, non posso, questo me lo devo. Sotto pressione non sono mai stato capace di dare il meglio di me: al lavoro, in palestra, in una conferenza o semplicemente davanti ad una bella ragazza non è stato mai facile esprimersi sotto pressione. Ma chiamo a raccolta le mie forze, come sempre, e vado avanti, non importa cosa succederà, almeno l’esperienza gioca dalla mia parte. Joff si allarga, è libero, i miei polpastrelli accarezzando la palla gliela passano e lui, atletico e scattante nel suo giovane corpo, finta di andare, si arresta, prepara il tiro. Il suo difensore però è lì, incollato e non gli lascia spazio. L’area è troppo piena, non posso tagliare e faccio un passo di avvicinamento per aiutarlo. Nei suoi occhi a mandorla Joff mi vede, legge le mie dieci dita e mi restituisce il pallone a spicchi. Sono fuori dalla linea da tre, i mie compagni marcati, la mia voglia di fare qualcosa crescente. La “panca” e le sue leggi mi hanno insegnato molto: la cosa più grande è quella di volere il campo, volere il gioco e gustarselo appieno, almeno finché il grande capo, oltre l’infinito, ce lo concederà. Non credo che avrò molte occasioni ancora per attaccare: il cronometro dei 24 secondi scorre veloce, molto più di quanto i nostri sensi possano immaginare, ed il tempo a mia disposizione sta per scadere. Basta indugi: ho indugiato anche fin troppo, in attesa


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ESTATE che un gesto fraterno giunga al mio cospetto, in mio aiuto, magari direttamente dal mio avversario. Che ingenuo, è ora di muoversi! Mano destra, finto di attaccare, vado con un palleggio corto, il mio difensore si muove, ma cambio mano repentinamente, pronto per un arresto e tiro: “Crossover” lo chiamano, io non credo nemmeno di averlo fatto con grande stile, ma quello è il mio momento e magicamente riesco a sbilanciare il mio avversario. Mentre raccolgo il pallone le mie ginocchia si flettono lentamente caricando il tiro: il difensore però non sta a guardare e torna sulla mia traiettoria provando a di-

sturbarmi. Il tutto dura forse un secondo, ma dentro di me vivo ogni istante come un’eternità. Sto caricando il tiro, mentre la mano “nemica” sta arrivando sulla palla: i miei muscoli, guidati dall’istinto, spingono sorretti da una forza di volontà d’acciaio. La spinta parte dai piedi, sale sui polpacci e va verso l’alto. Stacco da terra e lentamente mi avvicino al cielo: forse 5 o 6 centimetri dal terreno, non di più, ma il “volo” per me è un viaggio verso l’infinito, verso l’onnipotenza concessa solo per un ultimo attimo di vita. Salgo verso l’alto, distendo le braccia accompagnando la palla verso le stelle mentre la punta delle mie dita la

lasciano, indicandole la strada, facendola ruotare dolcemente nella sua traiettoria divina, tracciata nel buio della notte e rischiarata dalla nostra voglia di esserci. La palla va… va e ora che riatterro pesantemente sulle stanche caviglie i miei occhi socchiusi osservano attentamente la parabola con la sola speranza che gli dei del basket, per questa volta, acconsentano al mio successo sancendolo con l’adorabile fruscio della retina. Eccola che scende, lì, ad un passo tra la felicità e il rumore freddo del ferro, capace di respingere tutte le illusioni: CIAFFFFF, la retina fruscia, la palla entra e sul mio viso compare un antico sorriso, accompagnato dal boato, che almeno le mie orecchie percepiscono, degli amici attorno al campo. Si torna in difesa, si sorride e si pensa alla prossima battaglia. “Il russo” ride con me, stupendo, capisce che quel movimento è stato qualcosa di più di un semplice salto. Tornando in difesa apre la mano, mi dà un “cinque” e io, in un secondo, rivedo il giovane che ero, tornare mille volte in difesa, col sorriso, il broncio, le lacrime e le speranze per le nuove battaglie da affrontare. Tornare in difesa col sorriso, apprezzando se stessi per il buon lavoro fatto, confortato dai volti allegri di chi ti vuole bene è il modo migliore per prepararsi alle nuove sfide. Mai solo, sempre affiancato da chi condivide con te gli stessi colori, le stesse passioni. Lo chiamano gioco di squadra, molti ne parlano, ma pochi davvero sanno cosa vuol dire. Racchiudere in un gesto le ragioni di una vita: la fatica, le speranze, le disillusioni, la paura, il timore di un avversario sleale o semplicemente più forte. Giocare rispettando le regole, i tuoi compagni, condividere gli stretti spazi nel campo, le scelte, la complessità del gioco. Perdere, pensare di smettere, ma ritrovarsi ancora in piedi dopo che i riflettori sembravano spenti una volta per tutte. Il basket, lo sport, il gioco: magnifico insegnante di vita, troppo spesso da noi stessi sottovalutato, o vissuto senza il rispetto che merita. Il tabellone segna 35-58, ci hanno asfaltato, ma non importa. Non importa davvero, senza retorica o falsa modestia. Sotto la doccia assieme al “Russo”, al “Giona” e al “Joff”, stiamo ancora raccontando delle nostre palle perse, dei canestri presi in faccia, ma anche di quel “crossover” che reclama applausi e nuovi racconti per i prossimi giorni d’estate. Si ride, si ringrazia il proprio corpo per aver fatto il proprio dovere, si respira aria di complicità che da sola basta a rendere la vita migliore.

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ChiaroScuro numero 4  

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