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Anno I num. 4 Mazzarino

ASSOCIAZIONE CULTURALE MUSICALE E DI VOLONTARIATO

INARTE

Ottobre 2011

Diabolus in Musica PERIODICO INFORMATIV O SULLE ATTIVITÀ DELL’ASSOCIAZIONE E DEL TERRITORIO Direzione editoriale: Eugenio Bognanni

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Direttore responsabile: Concetta Santagati

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Redazione: via G. Marconi 6/8 , Mazzarino

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Reg. Tribunale di Gela n° 1/2011 del 24 Giugno 2011

L’editoriale

Vecchie e nuove rivoluzioni Dai moti rivoluzionari del nostro Risorgimento agli Indignados, le richieste di cambiamento partono sempre dai giovani che pensano e si interrogano sul proprio futuro. Il Risorgimento fu una rivoluzione nazionale, il Sessantotto, internazionale. Ora invece la rivolta è globale. I moti si allargano insieme alla tecnologia, che rende più veloci idee e comunicazioni. Ma una costante c’è: a guidarla sono i giovani. Quelli di oggi sono istruiti, aperti e decisi. Se proviamo a interrogare la storia sulle cosiddette “primavere dei popoli”, dobbiamo tornare indietro, quantomeno, a due importanti precedenti: il Quarantotto ottocentesco e il Sessantotto del secolo scorso. Il primo coinvolse soprattutto gli stati europei: Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Irlanda, Austria e Italia, e vide il susseguirsi di sommosse, rivolte, ribellioni, proteste da parte di giovani e lavoratori, a seguito della forte crisi economica, dell’aumento dei prezzi, della crescente disoccupazione. Da un lato, videro l’alleanza tra borghesia e proletariato urbano, dall’altro l’irrompere dei primi movimenti socialisti, con richieste spesso un po’ utopiche e, appunto, romantiche, nel tentativo di collegare l’individuo ad una comunità che non aveva ancora alcun tipo di carattere corale. Anche la seconda ondata rivoluzionaria mondiale, la primavera del Sessantotto, pur avendo, sostanzialmente e a conti fatti, fallito, ha di certo contribuito a trasformare il mondo. Si è sviluppata, per lo più, in America, ma anche in Europa, in Francia e in Italia. I suoi caratteri furono, dunque, mondiali, con uno stretto rapporto tra spazialità e tecnologia: in questo caso più veloce del telegrafo, ma non ancora simultanea. Era già iniziata, comunque, l’epoca del “villaggio globale”. Anche stavolta le proteste videro come protagonisti i giovani, in particolare gli studenti, che si organizzarono in modo spontaneo, improvviso, straordinario quanto a capacità di mobilitazione, al punto da diventare una moda. E siamo all’oggi. La protesta giovanile pare essersi diffusa dappertutto, complice la crisi

di Eugenio Bognanni

economica globale. L’enorme ondata di proteste da parte di giovani, lavoratori precari, disoccupati, ricercatori delusi dai partiti e dalla crisi provocata dalla finanza internazionale. Sembra percepirsi, o quantomeno si intravede, una consapevolezza maggiore, una visione più critica e meno ideologica del processo globale. Spero che anche noi giovani mazzarinesi possiamo condividere questo atteggiamento attento e critico nei confronti di ciò che ci circonda a Mazzarino e nel mondo.

Padre Deodato Cannarozzo, àncora di bene di Concetta Santagati

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VIABILITÀ: QUESTIONE TACIUTA, SEPOLTA E IRRISOLTA di Guendalina Calandra

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Intervista a… Don Pino D’Aleo: quando parlare di giovanilismo non basta più di Flavia Cosentino

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150 anni dalla nascita di uno Stato… Le donne che fecero l’Italia Pag. 12 di Serena Fazi


L’Associazione

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a cura di Matteo Quattrocchi

In cerca di nuove reclute… L’ addestramento che vale l’immortalità! Trovandoci davanti a certe situazioni, percepiamo di avere sul nostro territorio enti o istituzioni capaci di darci sicurezza, senso di fermezza, di imperturbabilità, di, in un certo senso, immortalità. Istituzioni che ci sembrano imperiture, pronte a sopravvivere nelle ore, negli anni, nel tempo. Pensiamo alle forze armate, magari all'esercito italiano. L'immagine che ci trasmette è quella di una roccia impossibile da scalfire, da frantumare. Tanti giovani italiani pronti a difendere il senso civico del Paese. È vero che i tanti militari non possono per sempre prestare il proprio servizio perché, pur facendo parte di un corpo "immortale", loro sono vittime del tempo. Ma quindi finiti i militari noi non avremo più un esercito? L’esperienza ci testimonia che non è così. Infatti, per sostenersi, avrà bisogno di nuove reclute, di altri giovani, di un vero e proprio ricambio generazionale. Questi giovani saranno prima dovutamente addestrati e preparati per poter adempiere ai propri doveri e ai propri compiti. Con un ricambio generazionale del genere, basato su nuova gente, preparata al lavoro da svolgere, l’esercito potrà continuare la sua azione per sempre, senza ostacoli di tempo. L’Associazione InArte tenta da anni di resistere al passare del tempo. Lo fa attraverso un ricambio generazionale sempre costante. Non può, ovviamente, arrestare la recluta di nuovi “soldati” pronti a sacrificarsi e a lavorare per la salvaguardia della musica e dell’arte. È chiaro che le nuove reclute vadano addestrate, dovutamente preparate attraverso un duro lavoro, che chiamiamo studio. E c’è chi, non contento dello studio-base, vuole approfondire, vuole oltremodo prepararsi. Ecco perché l’Associazione, la banda “Santa Cecilia”, cerca di addestrare i suoi “soldati” spingendoli verso una palestra di alto prestigio quale è il Conservatorio di musica. Molti, infatti, sono i ragazzi della banda a frequentare conservatori o istituti musicali. Hanno deciso di intraprendere questa strada consigliati dalla cara

“mamma Associazione” (come è stata definita nel numero precedente). Lo si fa per passione, per dedizione all’arte, per piacere di condivisione dei valori che la musica solamente trasmette. Chi sono questi “soldati”? E dove hanno scelto di addestrarsi?

Matteo Quattrocchi, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Davide Farruggia, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Salvatore Marino, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Marzia Ficarra, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Filippo Calì, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Sara Dellaria, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Manuel Catrini, strumento: clarinetto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Giorgia Cinardo, strumento: flauto. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Carmelo Di Vara, strumento: flauto ed ottavino. Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi” Como

Elia Genco, strumento: tromba. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Simone Neri, strumento: tromba. Istituto Su-


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periore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Matteo La Bella, strumento: tromba. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Salvatore Filì, strumento: tromba. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Giuseppe Desimone, strumento: trombone. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta

Matteo Quattrocchi

Davide Farruggia

Salvatore Marino

Marzia Ficarra

Angelo Mancuso, strumento: tube. Conservatorio Statale di Musica “A. Corelli” – Messina

M° Debora Marino, strumento: pianoforte. Istituto Superiore di Studi Musicali “V. Bellini” – Caltanissetta. Già diplomata nel 2010, frequenta il Biennio di II livello.

La speranza dell’Associazione è quella che un giorno questi nuovi Maestri, con l’esperienza di “soldati” addestrati, già specializzati nella propria professio-

Manuel Catrini

Simone Neri

Giorgia Cinardo

Matteo La Bella

Filippo Calì

Sara Dellaria

Carmelo Di Vara

Elia Genco

Salvatore Filì

Giuseppe Desimone

Angelo Mancuso

M° Debora Marino

ne, preparati per quello che la musica chiede loro, possano garantire quella tanta voluta e ambita immortalità.

Addio zu’ Paulu… La nostra Associazione è in lutto per la scomparsa di un suo socio fondatore, il sig. Paolo Gallotta, componente del Corpo bandistico "Santa Cecilia". Lo ricorderemo sempre per il suo sorriso, la disponibilità e il suo carattere vivace.


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Il Territorio Padre Deodato Cannarozzo, àncora di bene di Concetta Santagati Mazzarino, i giovani, la politica, l’economia, l’ambiente, gli anziani, la chiesa, la scuola, tutto di Mazzarino vive un periodo non certamente felice. Colpa della crisi e della mancanza di riferimenti. In momenti come questi la comunità avrebbe bisogno di parole di speranza, di una figura che infonda sicurezza come quella di padre Deodato Cannarozzo, il frate cappuccino. Si, perché frà Deodato era un grande comunicatore prima di essere un religioso, e questo lo ha reso punto di riferimento per la gente di Mazzarino e non solo. Il suo “pace e bene”, le sue poesie, le sue canzoni, le sue opere, le sue parole, il suo amore per il Creato, il suo rispetto per l’ambiente. Chi lo ha conosciuto lo ricorda sempre con il saio, lunga barba bianca e con tutta la sua saggezza, solarità, simpatia, umorismo. Osservatore profondo dei cambiamenti, affettuoso e pronto all’ascolto, padre Deodato ha rappresentato un’istituzione e un maestro di vita, tanto che la sua opera è stata riconosciuta dalle alte cariche della Chiesa. Un pezzo importante della storia di Mazzarino che se n’è andato lo scorso dicembre 2010 ma che può continuare a vivere nei mazzarinesi. E come? Così, attraverso quella memoria che non ci fa sentire orfani. La scuola, la chiesa, la classe politica, la gi.fra, la famiglia, potrebbero fare in modo che la sua presenza e la sua opera siano conosciute da chi non l’ha conosciuto. Qualche mese fa vi fu una proposta per l’intitolazione di una strada a frà Deodato (avanzata dal consigliere Enzo Mantione e individuata nella via della scuola media “Luigi Capuana” compresa tra viale della Resistenza e la strada di collegamento denominata Tanalonga). Ma a che punto è la pratica? Le nuove generazioni, quelle che verranno, hanno bisogno di sentir parlare di padre Deodato, di ascoltare i versi delle sue poesie, di leggere i suoi “100 sms”, di sentire la sua voce mentre intona “oh come vorrei inzup-

parmi di Dio”, di vedere le sue pirografie, di visitare la sua cappelletta. Molto legato alla sua terra, Padre Deodato rivolgendosi agli amministratori diceva “Vorrei che Mazzarino diventasse il primo paese d’Italia, dove tutti, uniti e concordi, cercano e si adoperano per il bene comune”. Padre Deodato ci ha lasciato tanto, e questo tanto dobbiamo custodirlo, condividerlo e trasmetterlo. Nel suo testamento spirituale (composto da 8 punti) si rivolge soprattutto ai giovani, ai quali dice: “Vi lascio il mio amore e la mia simpatia per San Francesco, il Poverello d’Assisi, da cui sono stato affascinato, nella speranza che possa affascinare tanti altri per un cammino di consacrazione generosa a Dio e ai fratelli”.


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VIABILITÀ: QUESTIONE TACIUTA, SEPOLTA E IRRISOLTA di Guendalina Calandra

La questione della viabilità, del traffico che si potrebbe facilmente evitare, delle strade intralciate è spesso tralasciata, accantonata. Forse si pensa che sia un problema secondario, o talmente semplice da risolvere, che viene lasciato per ultimo e, probabilmente, mai troverà una risoluzione definitiva perché sopraffatto da altri problemi. Paradossalmente, il nostro piccolo centro, soprattutto se messo a paragone con grandi città, durante le ore di punta si trasforma in una metropoli caotica, affollata, non di gente, ma di veicoli, ormai più numerosi degli abitanti stessi, che si intrufolano violentemente ovunque, senza badare a nulla. Segnali di stop non rispettati, soste in posti dove esse sono vietate, sensi unici che, a convenienza e magicamente, diventano strade non a doppia, ma a tripla corsia. Nessuna reale area pedonale presente e, se questa subentra durante il periodo estivo, c’è chi decide autonomamente di spostare lo sbarramento che blocca il passaggio alle auto e di attraversare liberamente la zona a traffico limitato, senza rispettare il segnale. Una sola parola può riassumere quanto detto: inciviltà. L’irriverenza, ormai, fa da padrone ed è un sintomo che si manifesta nella maggior parte degli automobilisti mazzarinesi. La circonvallazione è sempre in stasi: in questo caso la carreggiata, a doppio senso, diviene a senso unico, in quanto i veicoli utilizzano la strada stessa come luogo di sosta, intralciando tutto il percorso nei pressi del semaforo e non solo; in viale della Resistenza, proprio nei pressi dell’incrocio che

interseca quattro vie principali, è una dura lotta continua: il più scaltro passa per primo e l’automobilista meno rapido, magari colui che rispetta le norme di guida, potrebbe rimanere un’intera giornata bloccato. La polizia municipale dovrebbe realmente essere “vigile” della situazione di caos e di anarchia che si è venuta a creare; dovrebbe evitare di tacere dinnanzi una scorrettezza perché si deve sempre operare giustamente, cercando di ottenere, anche se con difficoltà, il bene comune; dovrebbe essere presente in luoghi spesso trascurati e non sempre e solo nelle solite zone ormai note. Se non si parte dal riguardo di queste semplici regole e dalla vigilanza ferrea, sanzionando le infrazioni compiute, potremmo sprecare fiato ore ed ore, ma nulla si risolverebbe. All’inciviltà, al quasi assente controllo, si aggiunge lo stato pietoso in cui versano le nostre strade e anche questo contribuisce a mettere in evidenza gli aspetti negativi della percorribilità mazzarinese. Via Bivona, per citarne qualcuna, è sem-

Foto di Giuseppe Bognanni


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pre dissestata, sistemata e poi nuovamente danneggiata; via Gallo è ancora colma di pezzi di muro crollato tempo fa dalla strada soprastante e i residui formano fanghiglia durante i giorni di pioggia; quasi tutte le strade, ormai, sono piene di buche, di dossi ormai ridotti a brandelli e abbandonate a se stesse. L’amministrazione comunale dovrebbe considerare questi aspetti e fornire Mazzarino di una robusta rete viaria, sistemando le carreggiate e munendole di segnali stradali comprensibili, sostituendo quelli ingialliti, sbiaditi come vecchie foto e aggiungendone altri dove, per sicurezza, è ovvio che ci siano. D’altro canto, i cittadini, dovrebbero modificare quel modello d’irriverenza ormai ben

consolidato, il tutto sotto l’impulso di una politica più severa e meno tollerante nei confronti del mancato rispetto di norme elementari. Solamente partendo dalle situazioni ordinarie e più semplici si può acquisire quel metodo che permette di risolvere anche questioni più complesse e, partendo dal facilitare la viabilità a Mazzarino, si potrebbe pensare, un giorno, di agganciare in maniera impeccabile il nostro bel paese ad altre città, dando la possibilità di incrementare il turismo. In questo modo Mazzarino potrebbe far notare a tutto il mondo che veramente merita di appartenere all’UNESCO, in quanto, oltre i beni culturali, dimostrerebbe di aver raggiunto un alto grado di civilizzazione e organizzazione.

Intervista a… Don Pino D’Aleo

di Flavia Cosentino

Quando parlare di “giovanilismo” non basta più… Al ritorno da una passeggiata notturna con l’aria fresca che distende i pensieri e rinfranca il cuore. Ecco come mi sono sentita al termine della conversazione con don Pino D’Aleo, figura carismatica nel nostro ambiente, che non necessita di particolari presentazioni e che vanta nel suo “curriculum”, tra gli svariati incarichi pastorali, il ruolo (ricoperto dal 1986 al 1992) di Responsabile diocesano pastorale dei giovani nonché una Laurea in Psicologia (conseguita a Roma nel 1977). Abbiamo parlato di “società”: una parola troppo piccola per abbracciare un concetto tanto grande, così sparuta per indicare un contesto tanto variegato; una conversazione tanto importante per non correre il rischio di uscirne fuori, di rimanere sempre troppo sul vago, di ritrovarsi a parlar di tutto per poi parlare di niente. Mi sono lasciata trasportare dal flusso

delle sue parole dimenticando talvolta cosa avrei dovuto chiedergli, perché parlare con don Pino è così: la consapevolezza di tanto spessore e tanta saggezza disorienta e affascina allo stesso tempo. Perché non ho voluto che la nostra conversazione vertesse interamente sul “disagio giovanile”? Perché non m’interessa. Perché non voglio che l’intera schiera di giovani venga classificata e catalogata ad un solo ed unico standard, negativo per altro. Perché voglio che si parli più spesso di giovani positivi, che creano dal nulla, che operano, che agiscono con forza e determinazione. Ho “usato” don Pino D’Aleo come si fa con un prontuario, cercando in lui risposte a domande delle quali io stessa, da giovane che vive in quest’oggi , sento la pesantezza. Il filo rosso che tiene legati questi frammenti di domande


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e risposte è costituito dalla stessa frammentarietà dei nostri tempi che ci porta a vivere situazioni difficili: dal disadattamento dei più giovani a quello delle generazioni più mature sulle quali grava l'onere di tener testa alla crisi economica e a quella personale, consequenziale, in un progressivo scivolamento dal “giovane” all’”uomo alla “società”. Un argomento noto ma mai scontato è l’abituale consumo di alcol soprattutto tra i giovanissimi. Nel nostro paese cresce la preoccupazione per il numero non trascurabile di bottiglie vuote che, ormai abitualmente, vengono ritrovate nei vicoli delle strade meno popolate con la conseguente denuncia da parte degli abitanti delle zone interessate. Perché un giovane, che ha forza creativa impareggiabile e pieno vitalismo, è spinto ad avvicinarsi all’alcol con il rischio che da pratica saltuaria possa trasformarsi in vizio? Anzitutto è necessario dire che anche la sola assunzione episodica di alcol, e altre sostanze stupefacenti, è una pratica sbagliata: danneggia il cervello e blocca la reattività del sistema nervoso. Quello che manca, soprattutto ai giovani, oggi, è la speranza che da cattolico riconosco altro non essere che la mancanza di Dio. L’Europa si è auto tagliata le radici che, chiunque, anche laicamente, deve riconoscere “cristiane”. Alla luce di questo, se la Cristianità riconosceva che tutto era finalizzato al raggiungimento del “futuro” perseguibile mediante il miglioramento di sé e degli altri, oggi, mancando la speranza, non si può aspettare il domani. Il futuro non è più una promessa, è diventato una minaccia. Nella depressione dello slancio vitale il ragazzo che non ha aspetta-

tiva futura è un ragazzo che non sa assumersi le proprie responsabilità rinunciando a crescere e ad un’effettiva maturazione (quella ch’è nota come sindrome di Peter Pan); egli non concepisce il rapporto con l’altro come dono ma solo come prestito. Quali sono le responsabilità delle famiglie e quali quelle dei figli? Quando si affronta il problema del disagio giovanile si rischia di finire col colpevolizzare i ragazzi, vedendo nell’atto del bere o del fumare la causa di altre situazioni degenerative e non, invece, la conseguenza, la manifestazione di un problema che sta a monte e che riguarda i genitori e la loro educazione. Come può intervenire un genitore se è egli stesso a non avere una visione complessiva della vita? Se è egli stesso a non essere in grado di collocare tutte le tessere del mosaico in un quadro complessivo? Se preferisce rimanere, egli stesso, immerso nella virtualità di internet? Viene, così, a mancare il senso proprio del concetto di educazione: porre una pietra og-


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gi per domani. Ai genitori manca la fiducia nell’educabilità perché oggi non si sa che cosa educare, che tipo di uomo si vuole “creare”. Diretta conseguenza di tutto ciò è la regressione dell’adulto all’infanzia, vista come lo stato in cui è concesso di fare tutto con il consequenziale decadimento dell’idea di uomo (non è un caso se la Cei negli ultimi 10 anni si sta occupando precipuamente di educazione, di creare una coscienza educativa). Tutto si può superare, ogni crisi economica, ogni catastrofe naturale, se solo esiste un progetto di fondo: l’uomo. A proposito della “virtualità di internet”: il fenomeno più popolare degli ultimi tempi, i social networks, e facebook per citare il più famoso, allora, potrebbero essere visti come una causa o una conseguenza di questo stato di cose? Che ruolo giocano nella vita di un ragazzo? Il social network è uno strumento che permette di dribblare la paura perché è il luogo dove puoi essere e non essere al contempo, dove non si è: quel luogo “virtuale” dove non si è fecondi perché le relazioni interpersonali non godono della pienezza della manifestazione reale. Si tratta, tuttavia, di uno strumento positivo: il problema sorge nel momento in cui lo si usa come surrogato di vita, come fuga dal futuro e immersione in un presente gratificante, quando ci si immerge totalmente non avendo dentro la forza necessaria per combattere la quotidianità. Come possono intervenire le istituzioni pubbliche, qualora possano essere in grado di farlo, e con quali strumenti? I mass media hanno una forte responsabilità: questi dovrebbero stare più attenti a

far emergere le esemplarità positive, a fare cronaca; devono essere in grado di trasmettere che la vita può ruotare attorno a dei valori che gratificano il soggetto e gli permettono di costruire il futuro. Allo stesso modo sono da guardare con ammirazione e da promuovere le alleanze positive: nel nostro piccolo, l’oratorio per esempio, e insieme ad esso, i genitori in comunità di qualunque tipo esse siano. Sono tutti modi e strumenti che consentono il superamento dell’individualismo, che permettono di uscire dallo stato di “monadi in branco”. Un noto statista statunitense affermava che stabilità economica e lavoro sono i capisaldi di un individuo. Sicuramente la situazione di un giovane disoccupato, seppur negativa, non è al pari di quella di un uomo che, “improvvisamente” perde il lavoro e si ritrova a dover mantenere la propria famiglia senza averne più la possibilità. Come si può ridare dignità a quest’uomo? Quella di un precario che perde il lavoro è una delicata fase transitoria nella quale ci si può scoprire utili anche se “nullatenenti”. In questa triste circostanza si può ricavare qualcosa di buono: anzitutto si può sperimentare e ri-scoprire la solidarietà sociale (caritas, banco alimentare) ma si vive anche il riscatto nel momento in cui l’individuo che riceve l’aiuto (che deve venire dalla società) s’impegna e “spende” quello che possiede. I poveri hanno sempre aiutato i poveri: questo è il vero senso cristiano, il farsi carico dei bisogni dell’altro. Anche chi non ha può dare il proprio tempo. Qual è il ruolo della cultura nel miglioramento della società? Cultura è identità. È strumento di intelligenza adattativa, frutto di sola esperienza umana per superare i gap. Si fa cultura, si legge, non solo per sapere ma anche e soprattutto per imparare ad apprendere


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la realtà in modo creativo e veloce: è, dunque, necessario che si faccia cultura a ogni livello. In una società assolutamente imprendibile e totalmente “liquida”, le nostre stesse tradizioni sono garanzia di sopravvivenza: se le perdiamo non abbiamo speranza per il futuro. Se da una parte è necessario conservarle e preservarle dai cambiamenti, dall’altro, bisogna sapersi adattare e camminare di pari passo con l’evoluzione della società fatta di persone diverse, immigrati che nel nostro paese arrivano portando con sé il loro proprio bagaglio culturale. Dobbiamo saperci adattare al “meticciato” mantenendo salde le nostre origini e rimanendo aperti

Focus

allo scambio con l’altro. Una riflessione sintetica su ciò che è bene comune: come possiamo mobilitarci per il suo totale raggiungimento? Il bene comune non è la somma degli interessi delle singole entità, soggettive o complessive che siano; è qualcosa di aggiunto, di altro. È una realtà trasversale ma anche super partes. È un plusvalore: quella qualità aggiunta che fa sentire la municipalità bene di tutti. Il progresso, come diceva don Luigi Sturzo, parte dalle municipalità per questo occorre che chiunque si adoperi nel suo piccolo.

di Giovanni Gotadoro

Steve Jobs, tributo all'unicità di un genio moderno Muore lo storico inventore del PC; la straordinaria vita di un uomo mosso dalla passione e dalla spensieratezza

5 Ottobre 2011. Il mondo si è un po' fermato appresa l'inaspettata notizia. La morte di Steve Jobs, a soli 56 anni, è in effetti arrivata pochissimi giorni dopo la presentazione del nuovo modello iPhone, presentazione condotta proprio da lui, visibilmente smagrito, quasi irriconoscibile rispetto ad altre uscite, ma con lo spirito e il carattere comunicativo che sempre lo hanno contraddistinto. Certamente la sua morte non rappresenta, come spesso capita di sentire in questi casi, la fine di un processo né di un’epoca. L'informatica e l'elettronica hanno in effetti in se' la forza per andare avanti "da sole" e molto più velocemente rispetto alle idee di chi ha solo dato un input. Un'idea in questo campo porta con se'

abbastanza informazioni per svilupparne milioni di altre migliori e così ognuna di queste. In questo modo si spiega come una idea relativamente recente, proprio di Jobs nel 1977, oggi ha portato a risultati per cui non basta l'aggettivo "avveniristici" se paragonati ai risultati che la stessa idea produsse solo 33 anni fa. Jobs ha il merito (e che grande merito!) di aver dato tale input, di aver cominciato una rivoluzione davvero senza fine e che oggi tocca i più svariati oggetti della nostra vita quotidiana. Ma chi era e cosa ha fatto Steve Jobs? Steve Jobs nasce a San Francisco da una famiglia poco abbiente che decide di darlo in adozione a una famiglia più facoltosa in modo da potergli permettere di frequentare il


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College da grande, cosa che farà ma per un solo semestre prima di ritirarsi per andare a lavorare nello stesso campo che aveva almeno inizialmente abbandonato: informatica e microcircuiti. La svolta nella sua vita avviene quando, insieme all'amico Steve Wozniak, decide di fondare la Apple (che qualcuno definisce "la terza mela più famosa della storia" con chiaro riferimento alle precedenti del mito biblico della creazione e della scoperta della gravitazione newtoniana) nel 1976. La prima sede di questa storica società? Il garage della famiglia di Jobs, luogo in cui verrà poco dopo concepito e costruito il primo personal computer e, cosa più importante, luogo in cui viene ideato il primo sistema operativo con interfaccia grafica che avrebbe permesso a chiunque nel mondo, anche a chi non avesse mai studiato i complicati codici del linguaggio informatico, di usarlo. Ecco la rivoluzione di Jobs: uno strumento di un'utilità colossale ma accessibile solo ad esperti dottori dell'informatica adesso era alla portata di tutti. Si pensi che senza Jobs non esisterebbe il computer per come lo conosciamo oggi; il mouse e la freccetta, i caratteri degli strumenti di writing, forse neanche Windows, sistema operativo del colosso Microsoft appartenente all'attuale uomo più ricco al mondo Bill Ga-

tes, dato che non avrebbe senso un sistema operativo senza una macchina su cui girare e dato che lo stesso Windows copia per molti versi il Mac OS della Apple. Ma la storia di Jobs non si limita al campo della rivoluzione informatica ed elettronica ma è anche una storia di vita. Nel 1984 Jobs viene allontanato dalla Apple, la società che aveva fondato, la propria creatura, ma, dopo un piccolo periodo di smarrimento personale dovuto alla delusione, decide di non darsi per vinto e di ripartire da zero. Fonda un'altra società, la NeXT Computer, e grazie al successo che otterrà acquisterà la Pixar, famosa casa di animazione 3D e computer grafica, con la quale darà vita al primo celebre film di animazione digitale: Toy Story. Il successo è grandissimo e lo porterà da lì a poco a tornare alla guida di Apple (1997) portando con se’ l'esperienza della NeXT e dei suoi nuovi sistemi operativi. E' questo il periodo in cui la Apple darà vita ai suoi moderni colossi del mercato, simboli della filosofia della riduzione esasperata di in-


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gombro abbinata al design elegante e ammaliante. iMac, MacBook, iPod, iPhone, iPad sono nomi che chiunque oggi sente almeno una volta al giorno e che molti sognano. Del 2004 Jobs ha sofferto di gravi problemi di salute a cui ha resistito ammirevolmente fino a qualche giorno fa. Precedentemente affermavo che "senza Jobs non esisterebbe il computer per come lo conosciamo oggi". Nessuno potrebbe mai dirlo con sicurezza, è assolutamente lecito pensare che prima o poi qualcun altro l'avrebbe fatto; io sono del parere che le idee geniali, le idee che rivoluzionano un modus vivendi, le idee di chi sa che darà luogo ad una rivoluzione ma che in fondo agisce solo per la soddisfazione di vedere realizzato un sogno, materializzata un'immagine ben vivida nella propria mente ma pura fantascienza nel mondo reale, tali idee non nascono per caso in una persona a caso in un anno a caso. Avremmo potuto attendere

Musica

ancora qualche anno, forse un decennio, ma se c'è follia tutto può essere reso più facile molto prima, perché aspettare? E se c'è fame anche i rischi che corre chi agisce in preda alla follia si dileguano e l'obiettivo può facilmente raggiunto. "Siate affamati, siate folli" (come Jobs amava dire), il genio sarebbe arrivato, forse già c'era da un'altra parte del mondo, ma la passione e la spensieratezza che aveva Steve Jobs figurano poche volte nella storia.

Tipografia Litografia Sergio Vinci Grafica computerizzata - Stampa digitale Via Roma n.63, 93016 Riesi - Tel. 0934/928387 Cell. 339 1015033 E-mail: info@tipografiavinci.com Sito web: www.tipografiavinci.com

di Guendalina Calandra

La cura di Franco Battiato: quando la musica e la poesia si armonizzano Nel lungo cammino musicale, fatto di tappe, evoluzioni e involuzioni, vorrei proporvi un suggestivo approfondimento che tocca uno dei più grandi cantautori contemporanei, Franco Battiato. Nato nel 1945, vanta origini catanesi. Non solo musicista, ma anche regista, pittore, filosofo, scrittore, Battiato riesce a inserire la sua ecletticità intellettuale nelle sue opere, che sono una vera e propria miscela di musica sperimentale, all’avanguardia e poesia pura, unendo il moderno al classico. E solo combinando alla perfezione musica e poesia si crea un livello di comunicazione unico, incantevole e pieno di richiami filosofici e patriottici. Non stiamo trattando il consueto cantautore che scrive di amore, passione, di donne. Prendiamo in considerazione un artista che, talvolta,


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pur parlando di quotidianità, di argomenti usuali, riesce a farlo con un’ elevatezza d’animo che lo avvici-

na moltissimo ad un filosofo di altri tempi e i cenni al mondo greco-latino sono continui. Ne è un esempio eloquente “La Cura”, altro brano che ha fatto parlare tantissimo perché di ardua interpretazione. “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te. Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà). Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... io sì, che avrò cura di te.” Cos’è realmente la “cura” per Battiato? Il termine, sinonimo di “diligentia”, esprime sollecitudine, custodia attenta, assistenza e grave preoccupazione. La Cura fa parte di noi stessi, è la nostra essenza e il nostro impulso alla vita. Il cantautore catanese, propone, dunque, non solo una canzone, ma una vera e propria preghiera-meditazione dell’esistenza umana e dell’amore, un’ esortazione a prendersi cura degli esseri che riteniamo speciali. È un viaggio della vita, percorsa a tappe, dalla gioia al dolore, dalle paure ai sollievi, sino a giungere alle nostre necessità di “silenzio” e “pazienza”. L’aspetto incredibile è che Battiato riesce a parlare di amore come qualcosa di aulico, qualcosa che riesce ad andare oltre i limiti. Esprime di un amore che abbraccia diversi soggetti, descrive la cura in tutte le sue manifestazioni, sia dell’amante verso l’amata, sia del padre verso un figlio, sia del fratello nei confronti dell’altro fratello, sia dell’Essere supremo verso l’uomo, senza mai trascurare l’esistenza di un essere speciale che anima la nostra vita. Se, però, scendiamo nel particolare, ci rendiamo conto che i verbi: “proteggere”, “sollevare”, “superare”, “guarire”,

“conoscere” e infine “salvare” evocano, senza ombra di dubbio, tutte azioni che possono essere compiute da un Essere superiore e che richiamano il volere divino. Una climax di eventi in crescendo che culminano con la salvezza. Ma qual è la salvezza? Potrebbe essere la Morte, intesa come potenza che riesce a stroncare il dolore per sempre? Potrebbe essere, dunque, una esasperata invocazione alla morte? L’interpretazione, davvero complicata, probabilmente, non verrà mai svelata in maniera precisa, per lasciare ad ognuno di noi il piacere di stuzzicare la propria fantasia, di immaginare e di analizzare, in base alle proprie esperienze, quello che potrebbe ritrarre il brano. La figura complessa, singolare di Battiato, la sua nobiltà, il suo ermetismo, la sua continua analisi introspettiva e la sua propensione all’esoterismo, emergono in questa canzone, rendendo la lettura critica ancora più complessa. L’unica certezza è da ricercare nel fatto che si tratta di un brano fatto di un continuo “ti amo” senza mai dire “ ti amo”. La melodia, dolce e suadente, inquietante al tempo stesso, fatta di synth, archi, fa della canzone una delle più solenni fusioni tra musica e poesia. È come se la musica parlasse e le parole cantassero con la soavità delle sirene di Ulisse.


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150 anni dalla nascita di uno Stato… storie vollero l’Unità

di italiani che a cura di Serena Fazi

Il Risorgimento dimenticato: le donne che fecero l’Italia Storie taciute, storie invisibili e mai scritte nei libri di storia. Riguardano gli anni del Risorgimento italiano e a farne le spese sono quelle donne che ebbero un ruolo rilevante nel processo di costruzione dello Stato nazionale. Nomi caduti in un oblio che non rende giustizia, né a quelle vite votate alla causa nazionale, né tanto meno alla vera storia d’Italia, che rimane così priva di alcune delle sue pagine più interessanti. Studi recenti, nel tentativo di smascherare una ricostruzione storica tutta al maschile di quegli eventi, hanno portato alla luce un gruppo numeroso d’intrepide patriote di diversa astrazione sociale, le quali, con il loro impegno su più fronti, attestano una piena partecipazione femminile alla vita civile. Se il codice di Napoleone del 1804 non fece che rafforzare l’idea di una podestà paterna e maritale che relegava la donna al ruolo di vestale del focolare domestico, è interessante notare che proprio in questi anni vi furono vari tentativi di emancipazione femminile attuati attraverso i più svariati canali; uno di questi fu l’associazionismo. Il salotto, infatti, divenne il luogo privilegiato in cui nobildonne italiane colte ed istruite poterono partecipare da protagoniste ai dibattiti politici e letterari del tempo, mostrando simpatie per le idee mazziniane e vicinanza alla nascente carboneria. Clara Maffei (della quale si è discusso nel primo articolo di questa rubrica) e Adelaide Cairoli sono gli emblemi di tale tipo di attivismo. Entrambe ospitarono un salotto politico-letterario, covo d’ idee democratiche, e finanziarono giornali patriottici. Esperienza singolare è invece quella di Enrichetta Caracciolo: forzata dai genitori a prendere

i voti, prese posizione contro i Borbone e contro il fenomeno della monacazione forzata. Nel 1860, quando Garibaldi entrò a Napoli, depose il velo sull’altare durante la messa per il ringraziamento per la sconfitta dei Borbone e nel 1864 pubblicò quello che poi sarebbe diventato un best seller: I misteri del chiostro napoletano, libro autobiografico. Ci fu chi usò la bellezza e le arti diplomatiche al servizio della corte sabauda, come la contessa di Castiglione; ma ci fu anche chi decise di scendere direttamente in campo di battaglia, come Anita Garibaldi, moglie del generale Garibaldi e compagna di tutte le sue battaglie. Il suo nome è senza dubbio il più conosciuto di un intero battaglione al femminile che registra, tra gli altri, i nomi di Cristina Trivulzio, Tonina Masenello, Giuditta Tavagnani Arquati, Teresa Durazzo Doria. Il Risorgimento italiano si fregia anche di questi nomi, sarebbe dunque ora di mettere nero su bianco sui libri di storia.

La libertà che guida il popolo, olio su tela (260 x 325) Eugène Delacroix


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Sai Perché...? a cura di Gaetano Scebba

Perché gli uccelli che si posano sui cavi elettrici dell’alta tensione non vengono fulminati? La spiegazione di questo fenomeno sta nel fatto che gli uccelli date le loro modeste dimensioni non riescono a chiudere il circuito; la corrente è un flusso ordinato di elettroni, paragonabile a un flusso di acqua all’interno di un tubo, che scorre nei cavi elettrici. La causa del moto degli elettroni è data dalla differenza di energia; gli elettroni infatti si spostano da un corpo ad elevato contenuto energetico, a un corpo a basso contenuto energetico; se gli uccelli riuscissero ad avere delle gambe abbastanza lunghe da toccare contemporaneamente terra e i cavi diventerebbero essi stessi dei conduttori di corrente in quanto la terra ha un livello di energia pari a zero.

In che modo la dinamo riesce a far accendere una lampadina? Chi di noi non è mai rimasto affascinato da questo ingegnosissimo marchingegno che illumina le nostre passeggiate in bicicletta? La dinamo produce della corrente elettrica attraverso un semplice meccanismo di induzione elettro-magnetica; è costituita da una spira di rame racchiusa all’interno di una calamita. La spira è collegata alla ruota della bici attraverso un ingranaggio dentato che permette la rotazione. Il particolare meccanismo di induzione ci dice che un corpo conduttore (il rame) che si muove all’interno di un campo magnetico, generato nella dinamo dalla calamita, produce una corrente elettrica.

Perché il forno a microonde riscalda solamente il cibo e non il piatto? Come suggeritoci dal nome stesso, questo elettrodomestico sfrutta le microonde, ovvero delle onde elettromagnetiche della stessa natura della luce. Il fenomeno che governa il funzionamento di quest’apparecchio è la polarizzazione delle molecole polari. Le microonde generano all’interno del forno dei campi elettrici, ovvero degli insiemi di forze dirette tutte verso uno specifico punto; quando un insieme di forze (il campo elettrico) interagisce con delle molecole particolari come l’acqua e altre molecole organiche, queste tendono a disporsi nella stessa direzione a cui puntano tutte le forze del nostro insieme. La direzione del campo elettrico all’interno del forno cambia in ogni millesimo di secondo così da indurre molecole come l’acqua, grassi, proteine presenti solo nei cibi e non nella struttura del piatto, a muoversi all’impazzata sfregandosi le une con le altre così da produrre calore.


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StuzzicaMente a cura di Giuseppe Siciliano

Rebus 1 - Il ritorno di Don Abbondio (9 8)

Probabilità 3 - Medio Qual è la percentuale del quadrato ombreggiata in figura?

I Venerdì 4- Medio

Quanti venerdì 13 ci possono essere al massimo in un anno non bisestile? Probabilità 5 - Difficile

-Michele e la bici 2 Difficile

Michele va sulla sua bicicletta a 8 m\s, quando ad un tratto incontra un tratto di strada sabbioso lungo 7,2 m. Finito questo tratto la sua velocità è pari a 6,5 m\s. Supponendo che la bicicletta rallenti in modo costante, quanto è uguale la sua decelerazione?

Marco e Roberto hanno una cioccolata formata da 8 quadretti di cui uno (quello in alto a sinistra) non è buono. Decidono allora di giocare a questo gioco. Ad ogni turno ogni giocatore spezza in due la cioccolata lungo una delle linee di separazione tra i quadretti, e poi si mangia la parte che non contiene il quadretto cattivo. Vince chi lascia all’avversario il solo quadretto cattivo. Sapendo che Roberto è il primo a giocare, cosa deve mangiare per essere sicuro della vittoria?

Soluzioni numero precedente Rebus 1 : Un uomo di notevole stazza

Gli esagoni di un pallone 3: 90 Probabilità 5: Il primo

Sudoku 2: L’anno di Antonio 4: Mercoledì


"Se vi sconvolge tanto, sotto sotto, siete dei pedofili". Con queste parole sferzanti, Kurt Cobain, leader dei Nirvana,rispondeva alle critiche che sorsero in seguito all’uscita dell’album Nevermind del 1991 e che trovavano appiglio nella nudità del neonato fotografato in copertina. Gruppo storico, promotore di idee ribelli, del disagio generazionale ed esistenziale, con Nevermind, ossia “Non importa”, i Nirvana rivoluzionano la musica rock degli anni ’90. L’album sottolinea il passaggio forzato dall’ “adattamento” dell’evoluzione naturale al “disadattamento” dell’evoluzione culturale, dall’ armonia allo squilibrio tra uomo e ambiente. L’ immagine del neonato sorridente, ripreso in tutta la sua ingenuità da infante, che nuota verso un dollaro appeso all’amo da pesca rappresenta, sicuramente, la più potente semplificazione del pensiero dei Nirvana. Il bambino, da una parte, simbolo di purezza, di innocenza e il denaro, dall’altra, simbolo di corruzione, potere, materialismo. Il destino di chi nasce è segnato e deciso dalla società in cui si cresce: l’unico obiettivo che deve essere raggiunto è quello del successo, del potere, del denaro. E chi meglio di Cobain poteva testimoniare quanto sia grama la vita che lascia da parte i sentimenti per dar spazio al trionfo? Ci si trova dinnanzi quell’ “urlo” generazionale tanto invocato da Kurt Cobain, ci si trova a metà strada tra poesia e disprezzo. L’arte si introduce pacificamente ovunque e anche un’ordinaria immagine di un album cela metafore e significati molto più profondi di quanto si possano immaginare. Come un vero e proprio dipinto, questa copertina, associata ai testi dei brani, racchiude la storia di un’intera epoca. di Guendalina Calandra

Associazione Culturale Musicale e di Volontariato “InArte” Corpo Bandistico “Santa Cecilia” via Tripoli, 14 – 93013, Mazzarino (CL) tel: 320/6203069 - fax: 0934/383810 C.F: 90017800856 - P.IVA: 01773320856 sito web: www.bandamazzarino.it e-mail: inarte.2006@libero.it


Diabolus in Musica - Ottobre 2011