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l’asolano

Periodico indipendente d’attualità e cultura del territorio di Asola

Anno 4 N°2 Marzo - Aprile 2009

€. 2,00 (arretrati: €. 2,50)

Un Gran Carnevale!


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Alla scoperta del Madagascar

Testo e foto di Simona Maffezzoli e Marco Zanoni Il Madagascar non è una meta riservata solo agli amanti delle isole tropicali: questa terra offre molto più del “dolce far niente” su spiagge sabbiose o delle immersioni in acque cristalline. Al contrario delle vicine isole Mauritius, Réunion, Rodriguez e Comore, il Madagascar deve la propria genesi alla deriva dei continenti piuttosto che a un’eruzione vulcanica. L’isola si separò dal continente africano circa 165 milioni di anni fa ed è da considerarsi un vero e proprio continente in miniatura, che presenta habitat estremamente diversi tra loro ed un gran numero di specie endemiche sia vegetali che animali, come i famosi Lemuri, le farfalle giganti, i camaleonti, i giganteschi Baobab e leforeste pluviali. Le diciotto etnie della popolazione discendono da incroci tra genti di origine indonesiano-malese, di bantu africani, arabi ed europei. Attraversando questo Paese, ci si trova spesso di fronte a situazioni di povertà che, come sempre accade, colpisce, per prima, i più deboli, ed in particolare i bambini che con i loro sorrisi e la loro allegria nascondono stati di sofferenza e disagio.

Le principali città sono Antananarivo, la capitale, comunemente chiamata Tanà. Sorge su un promontorio a 1400 metri, caotica, brulicante di vecchie Renault 4 e 2CV francesi e punto di partenza per un viaggio verso i parchi del sud; Antsirabè è caratterizzata da un incredibile numero di” Pousee Pousse”, particolari risciò coloratissimi, eredità degli operai cinesi che costruirono la ferrovia. La città è ricca di laboratori artigiani specializzati in ricami pregiati e oggetti in corno di Zebù. Tra pini ed eucalipti si giunge al Parco Nazionale di Ranomafana dove tutto è grande, orchidee, bambù, piante medicinali, carnivore, felci ataviche e palme ravenala, che si aprono a ventaglio e sono dette “albero del viaggiatore” perché gonÀe d’acqua con cui, teoricamente, il viandante assetato può abbeverarsi. Ma, soprattutto, questo è il regno dei lemuri, tra cui i sifaka che dormono abbracciati, e l’apalemure dorato, una rarissima specie che mangia il bambù.

Il parco dell’Isalo, verso sud, con il suo massiccio policromo, offre autentiche rarità botaniche, tanto da essere considerato fra i più belli di tutto il Madagascar. Lì si cammina lungo i sentieri tracciati nella savana o lungo canyon dalle forme bizzarre. Nelle spaccature della roccia crescono baobab nani e sgorgano corsi d’acqua che formano piscine naturali circondate da piante acquatiche. Nell’estremità settentrionale il Parco Nazionale Montagne d’ambre, la cui bellezza è data dai tanti laghi, cascate alte Àno a 80 m., foreste lussureggianti e magniÀci luoghi, in altitudine, da cui si può ammirare la baia di Antsiranana. Nosy Be, ‘Isola grande’, conosciuta anche come “Isola dei profumi” per le coltivazioni di Ylang Ylang, Frangipane, Cacao e Vaniglia. E’ la più animata e anche la sola con l’aeroporto, che la rende tappa obbligata per i turisti. L’Isola è ricca di spiagge e insenature e offre numerose strutture per il turismo, armoniosamente inserite nell’ambiente circostante. Anche qui troviamo nostri connazionali fuggiti dalla frenesia europea per abbracciare lo stile di vita ... Mora Mora ... piano piano, due parole accompagnate da un gentile sorriso che sentirete ripetere da Nord a Sud del Paese.

Non perdetevi Nosy Tanikely. Il mare che circonda questa isola è dichiarato Parco Marino. Potrete vedere in pochi metri d’acqua moltissimi pesci, belle formazioni di corallo e le tartarughe di mare. Nosy Iranja, l’isola delle tartarughe, è un vero paradiso costituito da due isole unite da una lingua di sabbia bianchissima percorribile durante la bassa marea. I privilegiati clienti del Nosy Iranja Lodge avranno la fortuna di assistere alla schiusa delle uova delle tartarughe e vedere queste piccole creature che corrono istintivamente verso il mare. DifÀcile resistere alla tentazione di aiutarle e di proteggerle nella loro corsa !

La vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte Filiale di Asola: Via Libertà, 12 Tel. 0376 1855911 - Fax 0376 1850372 asola@baiadilunanetwork.it


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ditoriale

di Guido Baguzzi

C

Maometto riuscirà a scalare la montagna?

i siamo lasciati, nell’ultimo numero dell’Asolano con l’invito, rivolto agli elettori, di non dare voti abitudinari, alle prossime consultazioni amministrative, ma di fare una scelta consapevole, come se il nostro voto fosse davvero quello decisivo per cambiare in meglio Asola. Oggi, se vogliamo sperare di invertire la tendenza che la sta affossando, non è più sufficiente votare un candidato solo perchè lo riteniamo una “brava persona”, o lo consideriamo un amico. Dobbiamo convincerci che il concetto di “brava persona” e quello di “amicizia” non sono necessariamente sinonimo di capacità amministrativa. Nell’attuale situazione, la sola domanda che ci dobbiamo porre è questa: <il candidato sindaco a cui intendiamo affidare le sorti di Asola, ha davvero le idee giuste e la capacità necessaria per metterle in pratica?> Ovviamente, nessuno possiede una formula magica, ma noi dobbiamo cercare di capire, fra tutte le “chiacchere” elettorali, quali sono davvero le idee giuste che servono ad Asola. E fra di esse esistono anche priorità e scelte prioritarie che una buona Amministrazione deve saper fare per spendere nel modo più oculato e redditizio il denaro pubblico. La scelta prioritaria per eccellenza, credo che, nonostante la crisi in atto e, a maggior ragione, proprio perché c’è questa crisi, debba essere quella di attuare una concreta politica di sviluppo economico. Più volte ho affrontato il tema delle storiche conseguenze del calo demografico, ed ora non voglio riaprire vecchie ferite. Mi limiterò, invece, alla stretta attualità e, in altre parole, a ciò che potrebbe accadere se Asola continuerà a perdere le sue ultime opportunità di sviluppo. Poco dopo che si era insediata questa Giunta abbiamo appreso, da “Asola informa”, il solito stampato autocelebrativo a cui nessuna Amministrazione sa resistere, del proposito “di rilanciare l’economia locale, abbellendo il centro urbano”. Leggendo questa affermazione, che suonava come un’ ammissione d’impotenza, confesso di essermi lasciato prendere dallo sconforto. Quale futuro si stava delineando per Asola se l’Amministrazione, per il rilancio dell’economia locale, non aveva miglior soluzione che abbellire il centro storico? Non che il Centro storico, e soprattutto

le sue strade, dopo anni di colpevole incuria, non avessero bisogno di interventi, tutt’altro. E, occorre anche riconoscere che la Giunta Calcina abbia profuso un gran impegno nel rifacimento di strade, marciapiedi, giardini e, non solo. Il famoso “Palazzo della Cultura” e la nuova Scuola Media, sicuramente, sono due opere importanti che qualificano questo impegno e di cui anche si sentiva la necessità. Quando, però si spendono tanti milioni pubblici, ritengo che il pubblico abbia anche diritto ad esprimere le proprie opinioni. Quindi, per rimanere nell’ambito di questa libertà d’opinione, e pur riconoscendo l’importanza di queste opere, mi chiedo quali di esse possano essere funzionali al rilancio dell’economia locale. Certamente, non il “Palazzo della Cultura” la cui realizzazione, oltre a far chiudere in anticipo uno storico forno, non si può certo dire che darà benefici all’economia del Paese. La scelta di trasferire fuori dal Centro Storico le scuole medie, è stata fatta, certo, nella convinzione che la nuova sistemazione potesse essere, da un punto di vista didattico, la soluzione più razionale. Al contrario, a conti fatti, credo, si rivelerà la scelta più onerosa, oltre ad essere quella che contribuirà a complicare la vita a tante famiglie asolane. Certamente, priverà molte piccole attività commerciali del centro di una clientela indotta, senza fornire, anche in questo caso, alcun beneficio reale all’economia del Paese. Una speranza concreta di sviluppo economico, al di là dei facili proclami elettorali, da qualsiasi parte provengano, non può prescindere da un piano a medio e lungo termine che favorisca, sostanzialmente, quegli insediamenti produttivi idonei a creare nuovi e qualificati posti di lavoro e a far crescere il numero delle famiglie italiane residenti. Per un obiettivo non facile come questo servirebbe una decisa volontà politica, nuove idee e un nuovo approccio che trovino la loro ragion d’essere in una seria e coraggiosa strategia imprenditoriale della nostra classe dirigente. Per sperare in qualche risultato positivo, non si può attendere che gli imprenditori giusti vengano a bussare alla porta del Comune di Asola. Occorre che, finalmente, sia “Maometto” a scalare la montagna e per farlo è necessario che risponda alle seguenti domande: 1°) Quali imprenditori potrebbero fare al caso nostro? 2°) Come trovarli? 3°) Cosa può convincerli ad investire il loro denaro ad Asola? 4°) Cosa siamo disposti a fare per favorire la loro decisione? Se una Giunta asolana volesse, finalmente, dimostrare con i fatti di perseguire una politica di sviluppo economico, dovrebbe rispondere in modo efficace a queste domande. In caso contrario, non ci resterà che ammirare i bei giardini, le strade ben asfaltate e cominciare a stringere la cinghia. E’ per questi motivi che, al di là di qualsiasi risibile giustificazione, sull’Amministrazione uscente grava come un macigno il mancato insediamento sul nostro territorio della famosa azienda metallurgica bresciana o, comunque, il disinteresse a cercare altre aziende. Perchè Canneto è riuscita dove Asola ha fallito? Di questi tempi, perdere un’opportunità che, in prospettiva, avrebbe potuto creare fino a circa 300 nuovi posti di lavoro, non è certo il migliore dei biglietti da visita per chi ambisce a ricandidarsi, per altri 5 anni, alla guida di un Paese che, già da tempo, sta vivendo un periodo di vacche magre.

Stefano Etur

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L’Amministrazione risponde a L’Asolano “Incriminato” l’ultimo numero del 2008

Il direttore rivendica il diritto alla libertà di opinione dei cittadini e del giornale che, semplicemente, si è fatto loro portavoce. Avremmo pubblicato questa lettera sul numero scorso se la stessa ci fosse pervenuta in tempo utile. Lo facciamo comunque, anche se ci rendiamo conto che il tempo trascorso ne ha stemperato l’attualità. Egregio Direttore, nel numero 06/2008 de “L’ASOLANO” sono apparse alcune notizie su cui l’Amministrazione Comunale desidera fare qualche precisazione, perché i lettori del suo giornale possano avere informazioni corrette e complete. A pag. 22 sono riportate fotografie di antichi oggetti in marmo conservati presso il magazzino Comunale con un titolo ad alto impatto scandalistico: “Le immagini della vergogna”. Si tratta di alcune lapidi provenienti in parte dalla ristrutturazione del vecchio ospedale, delle due chiavi di volta delle porte delle mura e di qualche altro reperto lapideo. Le lapidi sono state per tanti anni nel cortile delle Scuole Elementari, all’aperto ed esposte a pericoli vari: quando si è reso disponibile il nuovo magazzino comunale, si è ritenuto opportuno trasferirle nel cortile dello stesso, anche in vista di lavori da effettuare presso le Scuole Elementari, per sottrarle al pericolo di possibili danneggiamenti. Le due chiavi di volta erano invece collocate nei giardini del Chiese e nel giardino Ardigò: sono pervenute all’Amministrazione Comunale varie segnalazioni di uso improprio delle stesse (addirittura come vespasiani nelle ore serali); si è deciso pertanto di metterle al sicuro nel cortile del magazzino Comunale. A breve saranno trasportate presso il laboratorio di uno scultore per la realizzazione di una copia delle stesse da utilizzare in un progetto di arredo urbano (il tutto con l’autorizzazione della Sovrintendenza competente). A breve termine sia le chiavi di volta (originali), sia le varie lapidi prima citate, troveranno una definitiva e prestigiosa collocazione nella struttura dell’ex Monte Pegni. Appare pertanto strumentale, inopportuno e fuori tempo il tentativo di creare uno scandalo nel momento in cui l’Amministrazione Comunale sta portando a termine una grande opera come il restauro dell’ex Monte dei Pegni per dare una sistemazione e valorizzazione adeguata a tutto il materiale di interesse storico, artistico e culturale (ed è parec-

chio) esistente nella nostra città, materiali lapidei compresi. Quindi nessuna vergogna, egregio Direttore, ma piuttosto una grande soddisfazione! E fa sorridere il fatto che per anni siano state all’aperto, come tutti i marmi in qualsiasi città italiana e non sia mai comparso nessuno scandalo, mentre nasca ora che sono collocate all’aperto in un magazzino comunale per di più recintato! Il problema forse sta più nella facilità con cui ci si può introdurre furtivamente nello stesso a scattare fotografie! Riguardo all’articolo a pag. 18 dal titolo “Spigoli e…. superficialità”, riteniamo che le fioriere in questione per la loro conformazione e per la posizione in cui sono collocate, non possano presentare alcun aspetto di pericolosità: a pochi centimetri dalle fioriere esistono i pilastrini della scalinata… devono essere demoliti anche quelli? Probabilmente se fossero state collocate delle banali fioriere commerciali in cemento, nessuno avrebbe sollevato critiche…. Vorremmo ricordare che l’Amministrazione Comunale è particolarmente attenta ai problemi della sicurezza, e riteniamo di averlo dimostrato concretamente con importanti interventi: la sistemazione dello stesso piazzale delle Scuole Elementari rientra proprio in questa ottica ( soltanto quattro anni fa le auto arrivavano fino alla scalinata zigzagando tra bambini e genitori….Ricorda?). All’interno della Scuola Elementare sono stati applicate apposite coperture in policarbonato a tutti i caloriferi (sia nel plesso di Asola che in quello di Castelnuovo) e sostituiti i vecchi appendini in metallo con nuovi appendini in materiale plastico: questo perché i caloriferi e gli appendini in ferro, possono essere pericolosi soprattutto nei corridoi, dove i bambini si muovono con vivacità durante la ricreazione; sono state inoltre restaurate e modificate le porte di ingresso per metterle a norma. E ricordiamo anche gli interventi presso il Centro Sportivo, che hanno permesso di ottenere finalmente il CPI (Certificato Prevenzione Incendi) che il centro non possedeva pur esistendo da venticinque anni; ma di queste cose “L’Asolano” non riferisce! Chiudiamo con un breve commento alle “spigolature” di pag. 5: per quanto riguarda le panchine dei giardini Ardigò…. È vero che sono di ca. 5 centimetri più basse

delle precedenti in cemento: sono panchine acquistate da primaria ditta, e modello prodotto da anni, quindi già installate in vari altri Comuni: ma siamo comunque disponibili a verificare se il problema sollevato esiste. Quanto alla “spigolatura” sulla mensa della nuova Scuola Media la notizia è totalmente falsa: forse prima di pubblicare cose non vere, sarebbe opportuno assumere adeguate informazioni nelle sedi opportune. Si sarebbe scoperto che la mensa della nuova Scuola Media potrà ospitare 100/120 ragazzi e che sarà dotata di un moderno self service che permetterà un rapido turn over nello stesso giorno per servire tutti i ragazzi. E’ evidente che l’utilizzo della mensa dalle varie classi avviene in giorni diversi: la nuova Scuola Media è dimensionata per circa 500 alunni, ma non è certo necessario né logico avere una mensa con 500 posti a sedere. La dimensione prevista è più che sufficiente per le necessità reali della scuola. Pertanto ci troviamo molto perplessi di fronte a queste continue critiche, notando, con dispiacere, che l’attenzione viene data sempre e solo a osservazioni negative, per di più di poca rilevanza. Certo è che se le “attenzioni” che ci vengono rivolte sono queste, forse in cinque anni di amministrazione non abbiamo fatto così male. Le parole, le critiche, le opinioni, per fortuna lasciano il tempo che trovano, i fatti invece restano nel tempo e con le innumerevoli opere realizzate in questi cinque anni siamo certi di aver abbondantemente dimostrato il nostro impegno e di aver ripagato il mandato affidatoci dagli asolani. L’Amministrazione Comunale

Il Direttore risponde Non ho voluto rispondere a questa lettera perchè entro i toni della civile dialettica, ognuno è libero di pensarla come crede. Mi soffermo, invece, solo sull’ultimo periodo perchè dà fastidio il tono vittimistico, col quale, non tanto velatamente, ci si accusa di faziosità. La Vostra perplessità, cari amministratori, è frutto della Vostra scarsa memoria. L’Asolano, non ha mai avuto preconcetti nei Vostri confronti, anzi Vi ha offerto subito la sua collaborazione e non potete negare la mia personale disponibilità nel metterVi a disposizione, gratuitamente, più di una pagina per ospitare ciò che avreste dovuto dire ai cittadini. Purtroppo, dovete ammetterlo, lo spazio a disposizione, invece di stimolarVi a comunicare, mi è parso fosse diventato per Voi più un peso che un’opportunità. Quando mi sono stancato di questuare i Vostri scritti, sul giornale sono rimaste solo le “continue critiche” che ora tanto Vi dispiacciono, soprattutto in vista della prossima campagna elettorale. Ma, esse sono solo le opinioni, giuste o sbagliate, dei tanti nostri lettori che Voi, per 5 anni, Vi siete permessi di snobbare. E L’Asolano, per non dispiacerVi, dovrebbe censurarle?


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Aspetti Sacri e profani della

Festa del Santo Patrono S.Giovanni Crisostomo Una figura che non teme i secoli - Il Vescovo ha presieduto la Messa - La benedizione alla città La premiazione delle Associazioni al San Carlo

E’ sempre motivo di conforto e di speranza constatare ogni anno quanto la comunità sia sinceramente devota al proprio santo patrono Giovanni Crisostomo. E’ poi motivo di riflessione il fatto che la festa, il 27 gennaio, segua di pochi giorni la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. La reliquia, conservata nella cappella dedicata al Santo, è una presenza forte, che rimanda alla straordinaria personalità del Vescovo di Costantinopoli e alle problematiche dei rapporti tra Chiesa di Roma e Chiesa d’Oriente. La mattina del 27 gennaio il parroco don Riccardo Gobbi e il sindaco Giovanni Calcina si sono ritrovati prima della Messa delle sette per ripetere un gesto secolare: l’apertura dell’urna che contiene la reliquia. Un gesto compiuto non senza emozione, davanti a numerose persone ansiose di vedere il grado di lucidità del busto argenteo. Secondo un’antica credenza la lucentezza dovrebbe indicare l’andamento favorevole o sfavorevole dell’annata.

Durante tutta la giornata numerosi i fedeli che hanno sostato in preghiera davanti alla reliquia del Santo. Dopo la Messa il busto è stato portato in processione sulla piazza XX Settembre per la benedizione alla città. Nella bella preghiera letta dal sindaco ogni realtà umana, sociale, ogni situazione di lavoro, di studio, di salute, giovani, adulti e anziani sono stati affidati alla protezione del santo. Sempre in processione il patrono, riportato nella cappella a lui dedicata, è stato riposto nell’urna. Il sindaco ha chiuso l’anta con la chiave consegnatagli dal parroco. Il gesto compiuto insieme dall’autorità civile e quella religiosa sta ad indicare che entrambe sono preposte al bene della comunità. Il riunirsi in preghiera in onore del patrono significa riconoscersi coeredi e depositari di quella fede vissuta e predicata che il Crisostomo ha saputo trasmettere dapprima ai cristiani affidati al suo ministero pastorale e poi, grazie alla fecondità dei suoi scritti e alla potenza della sua intercessione, anche alle generazioni successive. Fino alla nostra. Giusy Bolther

Lettera al direttore di un premiato deluso

I premi a pioggia e una cerimonia dimessa hanno mortificato il merito.

Per fare la foto di gruppo di tutti i premiati Omar Clemente, che ringraziamo per la disponibilità, è stato costretto ad usare il grandangolo.

La Messa solenne delle 18,30 è stata presieduta dal vescovo mons. Roberto Busti, lieto di ritrovarsi con un’assemblea tanto numerosa e partecipe, in un edificio sacro così maestoso, che favorisce l’elevazione della mente e del cuore. A sinistra del presbiterio lo stendardo del Comune e nei primi banchi le autorità cittadine, a significare il valore religioso e civile della festa. La corale S. Cecilia, diretta da Claudio Cristani e all’organo accompagnata da Alessandro Rizzotto, presente come sempre nelle celebrazioni religiose più significative, ha contribuito a rendere più intenso e solenne il rito. Nell’omelia il vescovo, commentando il passo della lettera di Paolo ai Filippesi, ha richiamato quanto l’Apostolo delle genti e il Crisostomo fossero così innamorati di Cristo da non temere persecuzioni e la stessa morte per la causa del Vangelo. Per entrambi la sapienza del mondo è stoltezza di fronte a Dio. La sapienza di Dio si è manifestata in una vita donata sulla croce. Una vita donata per amore: Cristo si è lasciato crocifiggere perché amava gli uomini. <E’ in Cristo – ha affermato mons. Busti – il grande snodo della nostra fede>. Nella vita il Signore ci mette sempre alla prova, ma non ci lascia mai soli. Sull’esempio del patrono il vescovo ha invitato a sapere guardare a Cristo come Lui si è rivelato.

Gentile Signor Direttore, sono un asolano doc. Amo la mia città e per questo faccio il volontario in un’associazione asolana. Quando il mio presidente mi ha detto che il Comune ci dava il riconoscimento di benemeriti per San Giovanni sono stato molto contento anche perché mi sono ricordato di un mio amico che aveva ricevuto il premio qualche anno fa. C’ero andato anch’io e era stata una bella cerimonia importante fatta con la proverbiale finezza asolana, con tutto il Consiglio riunito e con la serietà di una riunione ufficiale. Lunedì 26 gennaio ero un po’ emozionato. Mi sono vestito elegante e sono andato al Teatro San Carlo perché mi aspettavo che facessero una cerimonia secondo la tradizione. Sul palco c’erano il Sindaco e qualche assessore. Il Sindaco ha detto delle belle parole per ringraziare i volontari, poi c’è stata una distribuzione di targhe e di pergamene e poi uno spettacolo. Fatta così la cerimonia a me sembrava più la finale del Festival di Sanremo che la festa del nostro patrono. Non sono solo io a pensarla così perché non sono più molto giovane, anche altri più giovani di me la pensano così. Il premio Ercole d’oro è consegnato a quelli che hanno onorato il nome di Asola con la loro vita e è un onore riceverlo. Ma anche il modo di fare le cose è importante. Penso che se manteniamo con serietà le tradizioni aiutiamo specialmente i giovani che forse non sanno niente della nostra storia e del nostro passato. Infatti da chi li imparano se, magari, i genitori non sono di Asola e i professori neanche? Non ci si impegna di più quando si conosce e si ama il proprio paese? Ho scritto a lei Signor Direttore perché volevo sapere se non si può mai fare il Consiglio Comunale fuori dal municipio neanche in casi particolari come questo e perché so che lei ci tiene alla dignità di tutto quello che riguarda la nostra Asola. Ringraziandola, Lettera firmata


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A Castelnuovo, con i bambini della Scuola d’infanzia

Messaggio di solidarietà ABEO di Rosalba Le Favi Auguri e solidarietà a Castelnuovo di Asola, giovedì 18 dicembre 2008, con i bambini della Scuola dell’Infanzia che hanno recitato, cantato e regalato sorrisi insieme alle loro insegnanti per augurare un Buon Natale a tutte le famiglie. Occasione non solo per scambiarsi buoni auspici in prossimità delle feste imminenti, ma anche per promuovere un’iniziativa

stiamo cercando di acquistare per nostro reparto di Pediatria e Ostetricia del presidio ospedaliero di Asola, un completamento delle apparecchiature elettromedicali per la sorveglianza del benessere neonatale”. In aiuto all’Abeo hanno partecipato qualche giorno fa, anche i piccoli della Scuola dell’Infanzia delle Suore Orsoline di Asola che hanno rinunciato a un dono di Santa Lucia a sostegno dei bambini malati. Il Punto Informativo Abeo è aperto ogni sabato dalle 10 alle 12 presso l’Ospedale di Asola.

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solidale per l’Abeo, l’associazione che aiuta i bambini emopatici ed oncologici. Durante la festa, organizzata dalle maestre e sostenuta dalla Direzione Didattica di Asola presieduta dalla dott. ssa Luisa Bartoli, è stato allestito un “Dolce Mercatino” per la vendita di torte preparate da mamme più volenterose il cui il ricavato andrà all’Abeo. Presenti i referenti del Punto informativo Abeo di Asola, Graziella Losi e William Rizzieri che hanno ringraziato la scuola e i genitori presenti. “I bambini che sosteniamo, sono malati di tumori e leucemie ed hanno bisogno di tanto aiuto” – ha detto la dott.ssa Losi – “Con i contributi donati,

Ripresa la scuola, dopo la lunga pausa natalizia, la dirigente scolastica dott.ssa Luisa Bartoli della Direzione Didattica di Asola si è posta il problema di rendere più coinvolgente l’esperienza scolastica. Gli alunni della scuola Primaria hanno risposto con entusiasmo e fantasia, scrivendo i loro desideri su cartoncini a forma di “nuvoletta” che sono andati ad addobbare l’atrio della scuola. Fra i più gettonati: “mi piacerebbe una scuola più colorata”; “andare più volte nell’aula informatica per imparare bene ad usare il computer”; oppure “fare tante gite per conoscere posti nuovi” o “utilizzare un’aula come sala svago per imparare le regole di giochi di società, dama, scacchi, puzzle e altro…” Un bambino ha scritto nella sua nuvoletta: “occorre rendere la scuola più artistica”. “Per arte intendo tutto ciò che mette la persona nella condizione di esprimere in maniera spontanea ciò che ha di bello dentro” – ci ha detto la dirigente Luisa Bartoli “Il mio auspicio è che tutti i laboratori, condotti in maniera fortemente integrata dagli esperti esterni e dagli insegnanti, mettano i bambini nella condizione di esprimersi in modo spontaneo e libero perché questo è uno dei requisiti per imparare davvero”. Emerge così l’idea di una scuola più “attraente” e di qualità, dove si alternano momenti rigorosi, sistematici, a quelli di lezione aperta.

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A Casalromano, per le festività, simpatico dono della Parrocchia

Un calendario per tutti! di Rosalba Le Favi

Un calendario di speranza quello che è stato donato dalla Parrocchia S. Giovanni Apostolo ed Evangelista di Casalromano durante le festività. E’ un piccolo e semplice dono, segno di amicizia e di attenzione da parte della comunità parrocchiale a tutti gli abitanti di Casalromano. Il calendario illustra, utilizzando varie foto d’epoca, il periodo che spazia dagli anni trenta ai giorni nostri. Esso propone immagini di Casalromano, divenute storiche, come quelle delle Cresime col Vescovo Mons. Antonio Poma e il Carnevale sotto la neve del 1956, o come quelle della rimozione delle Quattro Statue Lignee (sec. XVI- XVII) rafÀguranti i Santi Papi e portate al museo diocesano nel 1959. Momenti fotografati che raccontano la storia di Casalromano dalla trebbiatura degli anni trenta alla raccolta dei bachi da seta, nei primi anni cinquanta. Molti adulti di oggi in queste immagini si riconosceranno giovani o bambini, in compagnia del compianto don Learco quando facevano i chierichetti.

“Stiamo vivendo un periodo difÀcile” – ci dice il nuovo Parroco, Don Giovanni Tosoni – “una crisi economica di dimensioni globali. Tante famiglie fanno fatica a tirare avanti e i poveri nel mondo aumentano. La tentazione” – continua don Giovanni – “è quella di chiuderci diventando meno disposti ad aiutare. Questo modo di pensare contrasta con la nostra visione di solidarietà cristiana. Dobbiamo tener presente quello che Gesù ci ha insegnato e che la Chiesa ha incarnato e cioè : aiutare chi è nel bisogno”. Le parrocchie di Casalromano, Fontanella Grazioli e Carzaghetto con le loro strutture sopravvivono grazie all’aiuto di persone sensibili e attente alla realtà parrocchiale, che collaborano alle iniziative come la pulizia della Chiesa, alla preparazione dei ragazzi, con il catechismo, al grest estivo, all’organizzazione dei momenti di festa e a far visita agli ammalati e alle persone bisognose.


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Notiziario A.Ge. con informazioni e foto fornite da Antonella Goldoni, Presidente dell’Associazione. 13 gennaio 2009 Due fratellini di Asola, per i loro compleanni, hanno proposto ai loro amici invitati in un’unica festa, qualcosa di davvero nuovo e alternativo…. un compleanno didattico. Da che mondo è mondo mescolare, impastare e pasticciare in cucina è uno dei sogni proibiti di tanti bambini. Non tutti lo possono fare a casa propria e allora perché non utilizzare le 2-3 ore della festa, tra un gioco e l’altro, e farlo sotto la guida gratuita, attenta ed esperta di Federico, un simpatico pizzaiolo e di Dino, un eccellente cuoco siciliano del ristorante Avalon, noleggiato per l’occasione??? Tutti i numerosi bambini, a turno, vestiti da pizzaioli, hanno scoperto e sperimentato giocando, come si prepara una vera “pizza mediterranea” che, normalmente, viene trovata già pronta, cotta e farcita nel proprio piatto, senza saperne come nasce!!!! La novità ha insegnato molto anche ad alcune mamme che avevano accompagnato i loro Àgli alla festa compleanno. Il nostro cuoco Dino ha fatto assaggiare e svelato alcuni segreti e ricette di alcuni semplici e veloci piatti tipici siciliani, per “prendere per la gola i propri mariti”. Questo locale, forse perché gestito proprio da persone del “caldo” Meridione, non è nuovo a gesti di generosa disponibilità nei confronti di associazioni locali, gruppi e famiglie. Al termine di questa festa davvero speciale, tutti i bambini entusiasti, si sono ripromessi di insegnare i piccoli segreti appresi alle loro mamme, per fare la pizza più buona del mondo!!! Ma, l’ingrediente più importante, che ha reso speciale ogni piatto, e che i nostri bambini vogliono svelare anche a noi grandi, è uno solo, ed è anche molto economico: “un pizzico di vero amore” capace di rendere più buono e gustoso anche il piatto più povero. Mamma Antonella Domenica 1 febbraio’09 Fin dalla mattina, la Comunità ha celebrato tre temi che riguardano tutti. La Giornata della Vita, la Giornata della Pace e, nel pomeriggio, in oratorio, con le famiglie l’anniversario della morte di Don Giovanni Bosco, fondatore del primo oratorio in Italia. La giornata è iniziata alle 9,30 con la S.Messa dedicata alle famiglie. Al termine, tutti con i sacerdoti nella vicina piazza XX Settembre per il consueto e spettacolare lancio dei palloncini che

alcuni nonni e papà hanno pazientemente gonÀato per i bambini. L’atmosfera, resa ancora più magica dai Àocchi di neve, era intensa e raccolta, accompagnata dalla preghiera e dai canti del “Coro delle 9.30” e delle gente che, per una volta, cantava libera nella piazza “canzoni di chiesa”. Al tre, due, uno di don Riccardo il cielo si è riempito di palloncini che seguendo le correnti d’aria porteranno i messaggi di pace dei bambini asolani in paesi lontani…. Per le famiglie che lo desideravano la festa è continuata in oratorio con il pranzo condiviso. Nel pomeriggio si sono alternati, ai giochi per grandi e piccini, momenti di crescita formativa a misura di bambino con una inaspettata sorpresa Ànale!!!! Don Riccardo ha rappresentato La Casa Oratorio di Don Bosco con un cartellone sul quale, con l’aiuto dei numerosi bambini presenti, ha applicato i simboli che la contraddistinguono da altre case: LA PORTA D’INGRESSO sempre aperta: LA CHITARRA: simbolo dello stare insieme; LA TORTA: richiamo di festa; IL PALLONE: segno del giocare insieme; LA TARTARUGA: per ricordare che in oratorio non bisogna avere fretta; LE COLOMBE: segno di Pace; GLI UCCELLINI: segno di libertà e di gioia; LA MONGOLFIERA: simbolo di unità di tutte le civiltà del mondo; LA CAMPANA: per ricordare che la Casa Oratorio di don Bosco doveva essere una casa di preghiera. I bambini, mentre giocavano, hanno avuto la sorpresa di una visita inaspettata…pensate un po’… all’oratorio di Asola è venuto a tro-

varli “Don Giovanni Bosco”, in persona, che, dopo essersi seduto tra i presenti, ha iniziato a raccontare la storia della sua vita, ricca di aneddoti con i quali ha catturato l’attenzione sia dei bambini che dei genitori. Nel pomeriggio molte altre famiglie si sono aggregate a quelle presenti Àn dal pranzo, per trascorrere insieme piacevoli momenti dal sapore antico. La giornata non poteva terminare senza un ghiotto “pane e cioccolata-party”. Il gruppo delle famiglie dell’oratorio di Asola aperto, come la porta della casa di don Bosco, a tutte le giovani famiglie, auspica che momenti come questi possano ripetersi con sempre maggior frequenza per essere occasione di condivisione, crescita e divertimento e per far nascere dalla reciproca conoscenza, sentimenti di afÀnità ed amicizia. Prossimo appuntamento: 8 marzo, per la “Festa del papà”.

Nella foto sopra che ci è stata cotesemente fornita dalla Presidente dell’Age; Antonella Goldoni, è ripreso un momento conviviale in Oratorio, al quale hanno partecipato alcune famiglie, fra quelle che sono state protagoniste attive, il 1° febbraio scorso, della “Giornata della Pace, con il tradizionale lancio dei messaggi scritti dai bambini e mandati in cielo con i palloncini.

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Lettere al Direttore 9

Grazie ai volontari Graziella Losi e William Rizzieri

Successo del Punto Informativo di Asola dell’ABEO (Associazione Bambino Emopatico Oncologico) ABEO, Associazione Bambino Emopatico Oncologico Mantova, vuole celebrare il successo del nuovo punto informativo di Asola. A soli due mesi dall’apertura, molti nuovi Volontari hanno aderito all’iniziativa e sono disposti a collaborare per diffondere la cultura della donazione di Midollo Osseo, ma non solo; alcuni di loro parteciperanno anche attivamente alla vita di reparto presso la Pediatria di Asola per sostenere Bambini e Famiglie durante il ricovero accogliendoli, cercando di farli sorridere utilizzando i momenti liberi dalle cure mediche con giochi, attività manuali, letture sia nella zona ZaED (ad esclusivo divertimento) allestita da ABEO, che nelle stanze di degenza, sempre in collaborazione con il Personale Infermieristico e Medico della Divisione. Nel gioco, i Bambini dialogano fra loro, si aprono, arrivano a mimare e quindi meglio comprendere ed accettare il comportamento degli adulti. Grazie al punto informativo ABEO Asola sono già stati reclutati alcuni potenziali donatori di midollo osseo, aspetto di grande rilevanza se si pensa che per molte patologie, la donazione rappresenta l’unica speranza di guarigione e che la compatibilità è pari al 25% in ambito familiare, ma al di fuori di tale ambito sale ad 1:100.000; inoltre è doveroso segnalare che circa il 30% dei Bambini malati di leucemia e/o linfomi necessita di trapianto da donatore compatibile, per guarire. Altri obiettivi di ABEO sono anche la partecipazione

alla spesa per la costruzione della nuova Pediatria di Mantova ed il Ànanziamento delle Pediatrie di Asola e Pieve di Coriano per acquistare importanti apparecchiature elettromedicali, al Àne di facilitare la diagnosi e la cura di alcune patologie, materiali didattici, ludici e di arredo in un rapporto di reale partnership con la Direzione dell’Azienda Ospedaliera “C. Poma” di Mantova, che ci ha accolto come veri protagonisti nel percorso assistenziale rivolto ai Bambini malati, per rendere meno drammatica anche l’esperienza della malattia. Non sempre le strutture pubbliche sono in grado di rispondere alle necessità degli Utenti, ed è solo grazie ad Associazioni come ABEO che possono venire colmati dei vuoti nella rete assistenziale e che alcuni sogni possono diventare realtà. Per intraprendere il percorso di potenziale donatore di midollo osseo è possibile contattare i Volontari ABEO, opportunamente formati, presso l’Ospedale di Asola – Punto Informativo ABEO, aperto tutti i Sabato mattina non festivi dalle ore 10.00 alle ore 12.00 – cell. n. 3346098234; sarà poi possibile effettuare il primo prelievo di sangue periferico, per le necessarie indagini molecolari, presso il laboratorio analisi di Asola, senza doversi recare a Mantova. I risultati saranno poi inseriti nel Registro internazionale dei potenziali donatori di midollo osseo. Tendiamo insieme all’obiettivo guarigione: diventa anche tu donatore di vita, di midollo osseo.

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Caro Direttore, se ha spazio libero sull’Asolano potrebbe scrivere due righe su un problema “elettrico” che c’è in una zona di Asola. Le riassumo brevemente. In una zona di Asola si riscontrano da mesi problemi alla rete elettrica. Ogni 4-5 minuti si avverte un calo di tensione elettrica. Lo si avverte chiaramente nei normali elettrodomestici come aspirapolvere, frigorifero, phon ecc. Le luci poi diminuiscono un attimo di intensità. Questo si veriÀca a qualsiasi ora e giorno. La zona interessata pare essere tra via Virgilio e via Mantova. Molti utenti hanno già chiamato l’ENEL, compreso il servizio guasti. Qualcuno è riuscito a far smuovere il servizio tecnico che si limita a controllare l’impianto domestico che, solitamente, si rivela in perfetto ordine. Anche gli stessi tecnici dicono di essere a conoscenza del problema, ma si limitano a riferire la cosa all’ ENEL. Le segnalazioni poi non hanno più nessun riscontro. Quindi il disguido pare essere sulla linea, forse inadeguata a sostenere il peso di nuove strutture o impianti (nuove scuole? imprese che assorbono corrente in modo non corretto tramite apparecchi non a norma?). Visto che i cittadini non riescono a farsi ascoltare dall’ ENEL sarebbe logico che del problema si interessasse il Comune facendo richiesta di un controllo delle linee nella zona. Consiglio ai cittadini che rilevano il problema di chiamare, comunque, il servizio guasti ENEL al numero 803500 oppure al numero commerciale 800 900 800. Lettera Firmata

*** Spett.le Redazione, Mi sono decisa a scriverVi perchè mi sembra assurdo che il fabbricato della ex Banca Agricola sia coperto dalle impalcature da diversi mesi, mentre per i lavori nessuno dimostra di aver fretta. Sono convinta che la banca possa permettersi di buttare i propri soldi dalla Ànestra, visto che, poi, si rifà sulla clientela. Ma quello che più mi colpisce è che il Comune non abbia dato dei limiti di tempo entro i quali la Banca sia tenuta a terminare i lavori di ristrutturazione, per eliminare al più presto il disagio, anche visivo, prodotto dalla sua impalcatura. Forse, in Comune, qualcuno, ritiene che quell’impalcatura, col tempo, possa diventare un pezzo pregiato di arte contemporanea? O, forse, vista l’importanza della Banca, nessuno ha il coraggio di mettere in riga quei signori? Se al posto della Banca ci fosse un normale cittadino, il Comune sarebbe stato così accondiscendente? Lettera Firmata


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Storia della Congregazione delle Suore Orsoline di Asola (Seconda Puntata) Nella prima puntata abbiamo ricordato i tragici antefatti che, nel 1917, portarono ad Asola le Suore Orsoline in sostituzione delle Suore di Maria Bambina. In questa seconda puntata, con la nostra trattazione ritorneremo alle origini delle varie congregazioni religiose femminili e alla loro collocazione sociale, nel periodo storico in cui si sono formate. Per prima cosa desidero rivolgere un sentito ringraziamento a Suor Giovannina che, con inÀnita pazienza, si è prestata a guidarmi in questo percorso abbastanza intricato, ma altrettanto interessante ed utile per comprendere lo spaccato storico in cui si collocano i riferimenti che stanno alla base di questo articolo. Spero di non deluderla e di proporre ai lettori una lettura semplice che possa suscitare il loro interesse, come ha interessato me ascoltare il racconto che mi ha fatto Suor Giovannina. Brevi cenni storici Le attuali Congregazioni devono la loro esistenza all’intuizione di Angela Merici di Desenzano (1474-1540) che nel 1536, durante un pellegrinaggio, fondò La Compagnia delle vergini di Sant’Orsola, scrivendone direttamente la Regola a cui, in seguito, si ispirarono tutte le Congregazioni delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Gesù.

Un Ritratto di S.Angela Merici, olio su tela, attribuito a Domenico Carretti.

Alla base di questa regola si ergeva l’Amore di Cristo crociÀsso, vedendo in quel Cuore traÀtto, la sintesi di tutto il dramma del Suo Amore senza limiti per noi. “Non esiste un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv.15,13).

Gesù CrociÀsso, Figlio di Dio, è il fondatore di ogni vita consacrata. Prima di S.Angela esistevano solo suore di clausura che si ritiravano in convento a pregare, lasciando il mondo e le sue tentazioni. Vivere la verginità, a quei tempi, per le fanciulle, era sinonimo di chiudersi in convento per il resto della vita, lasciando, ad esempio, ai Àgli primo geniti della propria famiglia la possibilità di poter ereditare il patrimonio e l’eventuale titolo nobiliare. L’intuizione rivoluzionaria di Angela Merici fu quella di vivere la verginità restando nel mondo, in antitesi, perciò, con la situazione del periodo in cui la donna era considerata e trattata come un’eterna bambina che non poteva decidere nemmeno della sua vita. Lo stesso Cardinale Borromeo, comprendendo l’importanza della nuova regola, fondò a sua volta, una Compagnia di S.Orsola che ricalcava quella di Angela Merici e, successivamente, fondò a Milano anche la Compagnia di Sant’Anna (Madre della Madonna) che accoglieva vedove consacrate a Dio, madri che avevano il compito principale di aiutare le vergini. Le Compagnie fondate in quel periodo erano tutte autonome e si rivelarono importanti, per il ruolo che coprivano nella Società. Talmente importanti che San Carlo Borromeo obbligò ogni Vescovo della Diocesi milanese di fondare una Compagnia di Sant’Orsola, al Àne di diffondere, in modo più capillare, la dottrina Cristiana ed, in conformità a quanto sancito dal Concilio di Trento (1540), di impegnarsi anche nella normale attività beneÀca nel mondo. Quando Napoleone Bonaparte, assunse il potere, soppresse molti conventi, salvo quelli che si distinguevano nell’insegnamento. Fu così che molti conventi, volendo evitare la chiusura, si adeguarono introducendo fra le proprie molteplici attività anche quella scolastica, afÀdata a suore educatrici. Più tardi, questa funzione divenne talmente importante, da diventare un assioma, sinonimo di eccellenza: “… ha studiato dalle Orsoline!” I sentimenti di libertà che ispirarono Napoleone I° e che si propagarono in Europa, Ànirono per inÁuenzare anche le donne che, da allora, iniziarono a prendere coscienza di sé. Così, anche le donne che entrarono in convento in Italia, forse inconsciamente, portarono con sé i nuovi aneliti di libertà ed i sentimenti per una Patria unita, che caratterizzarono tutto l’800 italiano. Anche di questo bisogna tener conto se

vogliamo comprendere i segni dei tempi ed i cambiamenti che Ànirono per condizionare la Chiesa e la vita e gli ideali delle suore all’interno dei conventi. Non più solo conventi di clausura, quindi, ma conventi di vita attiva. Siamo già nel periodo post napoleonico che vede la riapertura di molte delle Compagnie precedentemente chiuse per volere del Bonaparte. Fra di esse, soprattutto, la Compagnia di Sant’Orsola di Brescia che mantenne la propria indipendenza e con essa acquisì un ruolo di guida morale per le altre Compagnie, iniziato con la beatiÀcazione di Sant’Angela Merici, il cui processo di canonizzazione si aprì a Roma nel 1757. Con esso si consolidò, pur nella loro indipendenza, il legame morale ed ideale fra tutte le Compagnie. Le origini delle Suore Orsoline di Asola Benché le Orsoline siano nate nella diversità e ciascuna congregazione sia rimasta autonoma, c’è una consapevolezza di legami comuni. Certe Compagnie, ad esempio, adottano determinate usanze “perché le Orsoline di Brescia” le hanno adottate. La Congregazione delle Suore Orsoline di Asola deriva da quella delle Suore Orsoline San Girolamo, in Somasca, di Lecco, dove erano rimaste solo suore anziane. Le più giovani furono inviate dal Vescovo Camillo Guindani a Ponte San Pietro (BG) Questa decisione vescovile genera, di fatto, una separazione che, per la prima volta, ci presenta la Àgura di una Suora che assumerà un ruolo di primo piano nella nostra narrazione. Fu, quindi, per volere

Ritratto della Beata Caterina Cittadini, beatiÀcata il 29 aprile 2001 da Papa Giovanni Paolo II. Coadiuvata dalla sorella Giuditta, aprì a Somasca una scuola gratuita per fanciulle povere, una scuola festiva gratuita, seguita da un educandato e da un orfanotroÀo.

di Mons. Guindani che a Ponte San Pietro andò la giovane Madre Ignazia Isacchi, mentre nel convento di Somasca, che seguiva le regole imposte dalla fondatrice, la Beata Madre Caterina Cittadini (1801-1857), rimase Suor Maria Teresa Ornaghi, anziana e paralizzata.


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Un successo che si rinnova nella tradizione

Il 15° Festival di S. Antonio Lo spettacolo degli asolani: incalzante susseguirsi di musica, gags comiche, satira in un San Carlo tutto esaurito per due sere Per prima cosa, ci scusiamo con l’Amico Augusto Bolther, per aver dovuto tagliare il suo bel pezzo di cronaca dello spettacolo. E, ci scusiamo pure con molti artisti per non aver potuto proporre tutte le foto che li ritraevano. Mai come in questo numero lo spazio ci è stato tiranno. InÀne, ringraziamo Giuseppe Tosini per le foto della serata gentilmente concesse al nostro giornale.

A

nche quest’anno è ritornato, attuale e applauditissimo, il festival di S. Antonio Abate, promosso dalla parrocchia, organizzato dal Comitato presieduto da Alberto Guerreschi e con la collaborazione della cooperativa Società Agricoltori. La manifestazione al suo 15° anno di vita, si è svolta nelle serate del 20 e 21 gennaio. Il palco era addobbato di Àori a cura di Luigi Dalla Lana e in sala il servizio sicurezza era garantito dai volontari della Protezione civile di Asola. Tecnico audio, luci e logistica, Costante Minuti. Puntualmente si inizia alle 21 e il parroco don Riccardo prende il microfono per ricordare e ringraziare tutti

coloro che nel corso degli anni hanno preso parte allo spettacolo. Sullo schermo appaiono i volti dei partecipanti e per tutti il sacerdote ha una parola signiÀcativa di elogio e di commento. In un’atmosfera di commozione scrosciano applausi quando appaiono i volti degli scomparsi Dino Barbato, Italo Marchi, e Luigi

Benzoni, la cui memoria è tuttora viva tra i presenti. In tema di ringraziamenti, non potevano mancare quelli rivolti ad Alberto Guerreschi, storico patron della manifestazione e le indimenticabili veline Anna Piccioli ed Emanuela Palastrelli che passano il testimone alla coppia di conduttori: Graziella Losi e William Rizzieri. Ringraziamenti anche alle preziose collaboratrici Katia Fainozzi e Gigliola Bolsieri. La scaletta presenta subito il gruppo rock esordiente degli Strawdaze, composto da Marco Savi, Gabriele Benetti, Stefano Gobbi, Marco Premi, Carlo Neviani, Nicola Rizzieri. Coppia super comica è quella composta dal duo Sandro Busi e Massimo Sandrini, che hanno riproposto “Il maestro unico”, scenetta resa famosa da Cochi e Renato. Dopo di loro “I bei putei” gruppo dialettale di Acquanegra, con Maria Ricci, Leardo Maraschi, Massimo Grazioli. Segue un cantante dalla voce intensa, Willy “the voice” Rizzieri,

che si presenta da solo, grazie al suo doppio ruolo di presentatore ed interprete. Canta “La nostra favola” di Gimmy Fontana e “Un pugno di sabbia “ dei Nomadi

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Molto applaudito il duo Roberto CalefÀ e Luciano Piazza, funamboli della risata, che si presentavano col nome di “re-cessi-one” ed, accompagnati dalle coreograÀe delle bravissime Antonella e Rita, hanno concluso il loro exploit con la canzone “Svalutation”. Dopo di loro Cristian Gallia, con “I semper ensèma” il gruppo che ripropone musiche popolari di Renzo Arbore.

Felice Piazza migliora di anno in anno e sembra, sempre di più, un’anima sola con la sua virtuosa Àsarmonica. Il “Carnevale di Venezia” di Paganini e “Libertango” di Astor Piazzolla sono due brani impegnativi. Felice domina il suo strumento e lo costringe agli slanci del suo estro artistico, entusiasmando il pubblico.

Molti applausi per “I reböt” cantautori dialettali di Ceresara, con Marco Rossetti, Nicola Ruzzenenti, Mauro Sereni, Andrea Rebatto e Valerio Predari, che fanno rivivere in chiave comica l’atmosfera delle nebbie padane. Nella stessa atmosfera nascono le barzellette di Odoardo Uggeri, con i loro personaggi semplici, dalla ÀlosoÀa apparentemente ingenua, ricca di saggezza popolare che poggia su verità antiche. Chiude la prima parte del programma il poeta dialettale Eros Aroldi che legge due sue liriche dal tono scherzoso, velato di sottile melanconia. Sergio Frizzi, con la sua chitarra, rievoca la nostalgia per gli amici prematuramente scomparsi: Dino Barbato e Italo Marchi. Franco Magnani declama con Àne umorismo “Le sigarette del farmacista”. Dopo di lui Navio Cogato con le poesie “Sera” e “Tristezza” ricche di sentimento e di spontaneità. Felice Fanfaroni, dalla comicità inimitabile, accompagnato alla Àsarmonica dall’inseparabile Gian, ricorda, sul Àlo di una metaÀsica nostalgia il primo “Toto”.

Sandro Busi, nei panni de l’Avvocato Buzzi recita da par suo una gustosa satira su vari temi di politica locale e su don Riccardo che, con la scusa di benedire le cascine, fa incetta di agnolini, pollame e bottiglie di ottimo vino, mancando per un sofÀo i salami appesi in cantina. In chiusura, don Riccardo, parafrasando Cecco Angiolieri, immagina di ispirarsi ai quattro elementi: terra, acqua, aria, fuoco per riparare come può ai dolori e alle ingiustizie del mondo. Sulle note di “When the saints go marching” della band di Felice Piazza, tra uno scrosciare di applausi, il pubblico, a gran voce, richiede una terza replica dello spettacolo, soprattutto per le molte persone che non hanno potuto vederlo. Augusto Bolther

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Egizio Fabbrici

Il Festival di Sanremo Ricordi e curiosità di un fotoreporter asolano

(Prima parte)

Grazie alla sua professione di reporter per il settimanale “TV Sorrisi e Canzoni”, si può dire, senza timore di essere smentiti, che l’asolano Egizio Fabbrici sia stato, per molti anni, un “addetto ai lavori” del Festival di Sanremo, uno di quei personaggi che, per necessità professionale, era autorizzato a frequentare il “dietro le quinte” del Festival. Da questo suo osservatorio privilegiato è stato testimone, più o meno involontario, di tanti episodi che in quegli anni videro protagonisti i Vip della canzone. Gli abbiamo chiesto di raccontare ai nostri lettori qualche aneddoto fra i tanti che caratterizzarono il Festival. < Festival ne ho fatti più di Trenta, ma li ho dimenticati quasi tutti. (si fa per dire) Era una settimana massacrante. Tutto il giorno in giro per alberghi per fotografare i cantanti, con gli abiti che avrebbero indossato alla serata. Con gli uomini era più facile, in genere mettevano lo smoking, o qualche giacca colorata. Per le donne era più complicato perché c’era il truccatore, la sarta, l’aiutante della sarta, il parrucchiere, e io da una parte seduto ad aspettare, per fare… solo due foto. E poi via di corsa per la serata. Dopo mezzanotte, via, di corsa, a sviluppare le foto, e si Àniva per mangiare un panino... alle 4 del mattino. Tre ore di sonno e di nuovo, ricominciava la “maratona”. Quando Ànalmente, dopo una settimana, tornavo a casa, gli amici regolarmente mi dicevano: Beato te che sei andato al Festival, chissà come ti sei divertito! E allora ti veniva voglia di strozzare qualcuno!!! E adesso i ricordi. Il Festival che, non so perché, ricordo più di tutti è quello del 1961, vinto da Luciano Tajoli e Betty Curtis, la canzone era “ Al di là” testo di Mogol, autore alle prime armi. Secondi Celentano e Little Tony; terza Milva; nona Mina; undicesimo Umberto Bindi; dodicesimo Gino Paoli. Ricordo Celentano: fece scandalo! Per la prima volta un cantante iniziava voltando le spalle al pubblico. Gino Paoli voleva cantare indossando un maglione, lo convinsero ha mettersi un abito nero, ma riÀutò la cravatta, alla Àne, al posto della cravatta, mise un cordoncino. Milva girava nella hall dell’ albergo, con una “cofana” in testa (un toupèt) e un paio di orribili stivaletti gialli, di lamè. E Claudio Villa, sempre polemico, arrivato tra gli ultimi in classiÀca uscì con una battuta memorabile, della serie “le ultime parole famose”: Vedremo cosa sarà di questi ragazzetti fra dieci, quindici anni...Fu cattivo profeta. Milva, invece, disse: Dopo questo Festival qui non tornerò più! Vi partecipò altre 15 volte!!! Anche Mina disse : Qui non tornerò più. E non tornò più! Nel 1962 la Rai decise di riprendere solo l’ultima serata del Festival, perché al pubblico televisivo non interessava. Salvo ricredersi, poi, negli anni a venire. L’anno che vinse Bobby Solo lo ricordo per una grande paura. In sala durante le prove si udì un ticchettio strano e contemporaneamente arrivò una telefonata. Cè una bomba in sala! Panico, fuori tutti cantanti, giornalisti, addetti hai lavori. Ma la bomba era solo una sveglia che qualcuno, in vena di scherzi, aveva messo sotto una poltrona. Altro scherzo a Iva Zanicchi che, per poco non le costò la vittoria con la canzone “Zingara”. Qualche concorrente le fecerecapitareunabustache,perfortuna,fuapertadalsuodiscograÀco e marito Tonino Ansoldi. La busta conteneva polvere per starnutire!

Ricordo la prima volta di Lucio Dalla. Arrivò all’Hotel Savoy, allora quartier generale del Festival, verso mezzanotte. Scese da una Volkswagen gialla, mezzo scassata in compagnia di Rosalino Cellamare, in arte Ron, cantante e suo amico del cuore. Cantò la canzone “ Paff…Bum” e lo buttarono fuori subito. In seguito si rifece cantando “4 marzo 43”. E diventò Lucio Dalla! Ricordo quando Modugno e la Cinquetti vinsero con la canzone “Dio come ti amo”. All’annuncio della vittoria Modugno sollevò la Cinquetti da terra, ma si sollevò anche l’abito da sera e si videro le mutandine bianche. In un attimo partirono i Áash dei fotograÀ. Il giorno dopo i giornali scrivevano: Gigliola Cinquetti porta le mutandine! Come sono cambiati i tempi!!!

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Lettere al direttore Caro diretore, prima di tutto ci chiedo scusa se ci scrivo una letera con qualche sfondone di taliano, ma tutto si spiega col fato che il poverino di mio padre, invece di mandarmi a scuola, mi a mandato a fare il famelio di fagotto che ci avevo ancora il smorsegno al naso. E ci spiego subito cosa vuol dire. Con un fagoto di camise, braghe di mio fratello grande, qualche calsetto e i trocoli ai piedi, sono andato a vivere in una cascina lontano da casa, a lavorare a dietro a le bestie tutto il giorno, a dormire sul Àenile, in mezzo a la palia e ai scarfogli del formentone e mangiare poco, ma io mi rangiavo lo stesso con la fame che ciavevo. Con le bestie mi trovavo bene, ci parlavo in dialeto e loro capivano, mica come adesso, che il dialeto non lo capise quasi nessuno, con tutto quello che spendono per far

studiare i gnari o le gnare. Ma non ci voglio contare la mia vita, se no avrei da impienire un libro alto così. Guardo sempre lasolano perchè ci sono tante cartoline di una volta, con tanti bei ricordi che purtropo non tornano più. Sicome ho sentito che al tempo del medere faranno un sindico nuovo, anche se sono vecchio entanato, ci volevo dare qualche consilio anchio. Ho visto che da per tuto anno fatto tante circolatorie, sfalti nuovi, scavalca vie, tutto per le tumobili, ma per i piedoni chi ci pensa? A caminare in banda a tante strade e vie di Asola, sicome che queli che vanno a piedi sono tanti, si sentono i camion e le tumobili che ti sfrisigano e sensa i colonelli che ti riparano a volte si deve metere un piede sullo sfalto e l’altro nella molta, perchè per i piedoni non ce il marciapiede svalsato

e selegato. Io farei una lege che chi fa il sindico per cinque anni deve sempre girare a piedi, così capisce. Vardi sior diretore, gnanche io ciò la patente della tumobile, perchè sotto le armi ho preso solo quela per guidare i muli, che anche loro povere bestie vanno sempre a piedi. Se fudessi più giovane mi meterei in lista per il cumune. Ma lei che a studiato ce lo deve dire al nuovo sindico questo consilio, che viene dal fondo dei piedi e per questa ragione è proprio giusto perchè i piedi ce li anno tutti e le tumobili no. E poi ciavrei altri consili da dare ma ci scriverò la prosima volta. Adesso vado subito a spedire questa letera e sicome che hano tirato via la casseta dela posta dala piassa di ercole, sensa gnanche dire bao a nessuno, devo andare a luÀcio postale e fare a piedi tuta la circovalasione del vecchio macelo, che al suo posto ciano fatto la banca e il sopramercato e così spero propio che le tumobili mi lascerebero arivare sano e salvo e che non mi stirano il gabanello. Con afetto mi sotoscrivo, suo

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domenica 5 aprile dalle 17,30 Quando ho deciso di aprire un nuovo negozio ad Asola ho pensato di dar forma ad un’idea di seduzione per la donna elegante ma anche per l’uomo che ama raccontare il proprio stile con ciò che indossa. Per soddisfare le esigenze di una clientela sempre attenta alle tendenze della moda, ho scelto il meglio della qualità e della tradizione italiana. Ho puntato sul prodotto, sia nell’attenzione ai particolari che nella qualità dei materiali utilizzati, per proporre calzature comode, durature e sempre al passo con i tempi. Silvia Mari

Galafassi Amilcare


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Autoritratto di un creativo di successo Luciano Tallarini si racconta alla grande stampa (seconda parte) Si conclude in questo secondo numero dell’anno l’intervista a Luciano Tallarini, sorbarese doc., unanimamente riconosciuto come il più grande ed innovativo fra i creativi illustratori di copertine dei “33 giri” dei più grandi cantanti italiani. A Lui si deve un diverso modo di guardare un disco. Non hai citato i gloriosi “Del mio meglio...” < E come potrei dimenticarmene? Mai, prima di allora, si erano viste in Italia buste apribili a quattro ante con altrettante varianti di una stessa idea graÀca. Lo stesso titolo è stato creato da me, una sera in cui il direttore artistico Buffoli, l’ispettore alle vendite Gramegna ed io ci eravamo riuniti per deÀnire il progetto di un greatest hits di Mina. La busta del volume n°1, con i cartamodelli d’epoca, resta la migliore in assoluto della serie. e per racchiudere i primi 5 volumi avevo studiato una confezione metallica, simile alle pizze circolari contenenti le pellicole dei Àlm, con la scritta Mina in sovraimpressione. Devo averne ancora da qualche parte realizzata in una acciaieria di Caronno Pertusella...> Chissà quanti di questi progetti non realizzati tieni nascosti in un cassetto... <Di idee folli, sia per gli LP che per gli spartiti che per i 45 giri, ne inventavamo ogni giorno; Mina trasformata in Medusa, oppure “incasellata” in uno schema delle parole crociate, o con la sua testa innestata sul corpo del David di Michelangelo (idea, questa, poi ripresa da Mauro per Rane supreme). Un altro progetto non andato in porto fu quello di una Mina ritratta in stile Picasso per l’Album del 1980. Fummo costretti a rinunciare per una questione di diritti di immagine con la Fondazione Picasso di Parigi: papà Mazzini ritenne prudente evitare altre grane, dopo quelle procurate anni prima dalla copertina del singolo Amor mio con il quadro di Magritte sullo sfondo: per l’utilizzo dell’opera, infatti, la EMI francese dovette pagare non so quanti soldi alla vedova del pittore...> Anche sulle copertine dei 45 giri ci sarebbero mille curiosità da raccontare... <Dal punto di vista graÀco, il singolo era solo apparentemente un fratellino minore del padellone da 33 giri; in realtà, richiedeva un lavoro di ricerca ancora più meticoloso ed estremo. I servizi fotograÀci ufÀciali erano solitamente riservati agli album e quindi, per i 45 giri dovevamo ricorrere ai ritagli di giornali o ad immagini “scartate” che si cercava di valorizzare al meglio con le elaborazioni più audaci. Copertine-capolavoro come quelle di Insieme, Grande grande grande o Lamento d’amore sono nate proprio così...> Come è Ànita con Mina? <Tutto ha una Àne, prima o poi. Ma quei 15 anni insieme non si cancellano: e credo che siano stati belli ed importanti, almeno per me> Di Mina, oggi, che cosa ti è rimasto? <Una cosa sola: il diminutivo Talla del mio cognome. Fu lei a coniarlo per prima e ancora oggi chi mi conosce mi chiama così.> A sopravvivere, di quel periodo, è anche il tuo rapporto di amicizia e di collaborazione con Gianni Ronco, un “allievo” straordinario che ha poi preso il volo da solo... <Gianni continua ad essere per me, oltre che un prezioso amico, anche un complice insostituibile nel lavoro. Unisce una fantasia

sterminata ad un talento manuale senza eguali. Altro che giocherellare con il computer: io glielo brucerei quel dannato mouse!> Tra le circa mille copertine che hai realizzato al di fuori della tua collaborazione con Mina quali salveresti? <Sai com’è.”Ogni scarrafone è bello a mamma sua!” Ma sicuramente Per amarti di Mia Martini, Un panino di birra e poi di Ornella Vanoni. Liberi liberi di Vasco Rossi, Traslocando e Bandabertè di Loredana Bertè, Di vero in fondo di Patty Pravo, Applausi di Raffaella Carrà, Cattura di Renato Zero.> Qual’è la migliore? <Quella che devo ancora fare.> E quale butteresti dalla torre? <Sicuramente quelle nate nel mio studio e poi riproposte da altri come originali.> E della graÀca di oggi che cosa ne pensi? <Almeno nel settore della discograÀa, non mi entusiasma, tranne qualche raro caso. Di certo il passaggio dal grande formato dell’LP allo stiminzito 12x12 del CD è stato traumatico per chi fa il mio lavoro. E poi si è persa la capacità di stupire, manca completamente l’ironia e si richiede sempre meno impegno e cultura. Forse ai discograÀci di oggi, qualche guru della comunicazione avrà suggerito che la creatività non conta più.> Tu professionalmente, oggi, cosa cerchi? <L’essenziale. Togliere ciò che non serve e valorizzare al meglio ciò che serve. Sartre diceva: “Creare è correggere” e a correggere ci vuole tempo. Ed oggi in un mondo che ha sempre più inspiegabilmente fretta, non è facile.> Hai degli hobbies? <No. Mi interessa troppo quello che faccio, il tempo che mi avanza lo uso per pensare, ascoltare, parlare, riÁettere. Mi piace osservare e non solo vedere, cerco di vivere al meglio. E mi piace viaggiare.> Ti rimane qualche sogno nel cassetto? <Si, ed è un sogno che mi accompagna da quando entrai per la prima volta al Piccolo Teatro, negli anni Sessanta. Volevo fare il regista o lo scenografo, ho sempre pensato che la magia del teatro fosse irresistibile.> Che consiglio daresti ad un giovane che oggi si appresta ad iniziare il tuo lavoro? <Gli ripeterei quello che il vecchio cieco addetto alle proiezioni nel Àlm Nuovo cinema Paradiso dice al giovane che sta partendo per la grande città in cerca di se stesso: “Qualsiasi cosa farai, amala”. Tutto qui.>


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Come eravamo ... La foto di sinistra che risale agli anni ‘40, ritrae la piccola Rosanna Ruggeri mentre tiene la mano della mamma Enrica Vignali che, a sua volta, sostiene un curioso veicolo a due ruote adibito al trasporto del bidone del latte. La famiglia Ruggeri (i Trüchet) era titolare della centrale di raccolta del latte il cui negozio era in via Cavour (casa Pellegrini), dopo il laboratorio di riparazione delle bambole delle due vecchie sorelle Ceresa. Il latte che non veniva venduto in centrale veniva distribuito, a domicilio, mediante il “trasportino” della foto, dal quale veniva attinto con il tipico dosatore d’alluminio (simile ad un mestolo cilindrico, dal lungo manico detto müsürå). Mentre il padre, Bortolo, portiere dell’Asolana, detto “Zica” (nome di un portiere del Napoli) era in Russia, i suoi fratelli Edoardo e Davide, andavano nelle campagne, con il carretto, a raccogliere il latte. La foto sotto, gentilmente fornita dall’Associazione “Bei Tempi”, ritrae il 50° della Classe del 1929, con molti volti noti e alcuni meno. Purtroppo, fra di essi alcuni non ci sono più e di alcuni non riusciamo a ricordare i nomi. Come al solito, in questi casi, ci affidiamo alla memoria dei lettori per ricostruire le identità di tutti e 24 i personaggi ritratti in questa foto.


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Come eravamo ...

La fotograÀa a Àanco risale all’incirca al 1958-’59 e ritrae un gruppo di ragazzi e una Lambretta davanti al bar Cuore che era situato nel quartiere di Santa Maria, giù dalla “Rata di Genevini”. Da sinistra si riconoscono il compianto Franco Bona, a salire, Luciano Peafrini, Angela Fornari, Roberto Sandrini, Sergio Scaglioni e Luciano Comini, in primo piano. Per questa foto dobbiamo ringraziare Luciano Peafrini che ce l’ha prestata ma, indirettamente, anche Marisa Favalli, vedova di Franco Bona, che ha voluto regalargliela a ricordo dell’amicizia che legava Peafrini a suo marito. La stupenda fotograÀa a piede pagina risale agli anni Trenta e ritrae un affollatissimo Carnevale dell’epoca. E’ curioso notare come Piazza XX Settembre sia stracolma di persone, soprattutto uomini che, secondo consuetudine, indossavano cappello e tabarro. Il grande carro, con l’elefante, trainato dai buoi, sta arrivando in piazza da via Garibaldi per passare davanti ad un palco della Giuria stracolmo di persone.


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Grazie ad un gruppo di appassionati

Scherma medievale e rinascimentale ad Asola Nella palestra delle Scuole elementari, adibita a sala d’arme, sotto la guida autorevole di Marco Rossi, fondatore dell’Accademia Zoiosa di Mantova. Lezioni al mercoledì dalle 20e30

Praticante di arti marziali dal 1977, ha trascorsi nel nuoto e nell’atletica, a livello giovanile, e ha praticato per un quinquennio la scherma sportiva di Àoretto e spada. Dopo varie esperienze, scopre il Pancrazio, antica arte della percussione di origine ellenistica e, proprio a seguito di questa frequentazione, conosce e si appassiona della scherma medievale. Associatosi all’IRSAST, diventa Istruttore di I° grado e nel 2001 fonda con alcuni suoi allievi la Sala d’Arme “Francesco Gonzaga”-“Accademia Zoiosa”, con la quale partecipa a numerosi eventi di scherma nazionali e internazionali, stage, meetings e accademie formative. I corsi sono accessibili a tutti e non richiedono una preparazione Àsica particolare,

Anche Asola, dal novembre del 2007, ha la sua Sala d’arme che non poteva non assumere il nome di “Serenissima”, se non altro, per confermare quella “fedeltà storica” che, per secoli, ha legato Asola alla Repubblica di Venezia. Spiegata la scelta del nome occorre anche spiegare che la scelta dell’istruttore è caduta su un personaggio, di grande carisma, la cui storia merita un breve approfondimento. Marco Rossi, mantovano, classe 1954, è l’istruttore responsabile della Sala d’Arme “Francesco Gonzaga” - “Accademia Zoiosa” di Mantova, di cui è presidente e fondatore. Compagnia può annoverare la partecipazione al Àlm di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi” e all’opera “Il Trovatore” di Verdi, andata in scena al Teatro Regio di Parma.Nel 1998, dopo un lungo percorso nelle arti marziali orientali e occidentali, Marco Rossi porta a Mantova, per la prima volta, la nuova ma antica esperienza della Scherma Medioevale, emulando idealmente la pratica schermistica della Scuola di Vittorino da Feltre, detta “La Gioiosa”, dove, tra le discipline colte, si praticavano anche i “zoghi” schermistici dell’epoca (XV sec.), da difesa e da duello.

Marco Rossi posa in tenuta da addestramento, con maschera e spada. Nel 1997 ha fondato il gruppo di Scrima storica “La Zoiosa” e l’omonima Compagnia d’Arme, operante con grande successo in dimostrazioni e living history in tutta Italia. Oltre a numerose partecipazioni a rievocazioni medioevali e rinascimentali, la

tranne la volontà e la costanza di approfondire gli aspetti di un mondo spesso sconosciuto, ma veramente affascinante che fa parte della nostra antica memoria storica. Attualmente la Sala d’arme “Serenissima” conta 11 iscritti e si preÀgge, come prossimo obiettivo, oltre alla pratica delle arti marziali, la costituzione di un gruppo storico per la partecipazione a rievocazioni e manifestazioni medievali e rinascimentali in costume. Per informazioni: contattare l’istruttore Marco Rossi: cellulare 340.8823146; Francesco Viola: cellulare 339.8254228, oppure consultare il sito: www.accademiazoiosa.it

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Eros Aroldi

Racconti asolani Obit - Autunno 1952 La morte è un’esperienza che entra furtivamente nella vita di ciascuno di noi a partire dalla prima infanzia ed il funerale o meglio l’òbit, l’obito come dicevano i nostri vecchi, è la scena Ànale. Obito deriva dal latino obire, verbo composto dalla preposizione ob verso e ire andare; quindi andare verso, andare incontro. Obire mortem, andare incontro alla morte, dicevano i latini; obire diem suum, andare incontro al proprio giorno, inteso come ultimo; sol obit, il sole muore. Quest’ultimo riferimento al tramonto diventa ancora più caro se pensiamo al signiÀcato di Occidente, dal verbo occidere, che in latino oltre all’accezione che noi gli diamo in italiano aveva anche quello di cadere, di tramontare, il luogo quindi dove il sole va a morire. Quando ero bambino, la gente riusciva ancora a dare il giusto signiÀcato alla morte, che veniva considerata non la Àne di tutto ma un passaggio, un passaggio ad una vita diversa e quindi l’obito assumeva i contorni di una festa, si dava l’arrivederci non l’addio, ad una persona cara, ripromettendoci di ritrovarla in un’altra vita. Oggi l’unica medicina contro la morte sembra essere diventata quella di Àngere, di far Ànta che non esista e, quando non possiamo fare a meno di ignorarla, l’unico consiglio che riusciamo a dare a chi è stato colpito da un lutto è quello di dimenticare alla svelta, di andare avanti nella vita come se niente fosse successo, come se la morte fosse un incidente di percorso cui con un po’ di attenzione ci si possa sottrarre. a prima volta che partecipai ad un obito fu nel 1952 all’inizio dell’autunno quando le giornate sono ancora calde ed il granoturco veniva steso sulle aie per l’essiccamento. Un autocarro aveva investito il Àglio di Guarnieri, un agricoltore che abitava a Longure, un cascinale che in linea d’aria non distava più di un chilometro da casa mia. Invitto si chiamava il ragazzino e non aveva ancora compiuto undici anni. L’incidente era avvenuto sulla strada che porta a Mariana, un maledetto destino pensando che in quegli anni di autocarri su quella strada ne transitavano in media un paio alla settimana. Il ragazzo stava recandosi dalla Emma a Gazzuoli per acquistare le sigarette al padre, el siur Steen, purtroppo quel camion lo aspettava sul tragitto. Per l’occasione mia madre mi fece indossare il vestito color panna della festa e in bicicletta tagliammo attraverso i prati verso la cascina vicina. Per strada incontrammo altre persone vestite con gli abiti migliori che, chi a piedi e chi in bici, si avviavano a gruppetti verso le Longure. Arrivati sul posto trovammo l’aia già gremita da una moltitudine variopinta di persone: contadini, bottegai, notabili e bambini. Questi ultimi si rincorrevano sotto le barchesse, richiamati di tanto in tanto ad un contegno più decoroso dagli adulti che da parte loro non perdevano l’occasione per ritrovare parenti e conoscenti persi di vista da tempo. Come i matrimoni e le Àere queste cerimonie servivano a rinsaldare i rapporti tra i lontani parenti che si incontravano solo in questi momenti. Non per niente dopo la cerimonia funebre era costume che i parenti si trovassero a cena in casa del defunto, dove le esequie sfociavano in una riunione conviviale di tutto rispetto.

L

Ricordo che la sera che precedeva l’obito di mio nonno Alessandro, non volevo andarmene a letto per rimanere in compagnia del gruppetto incaricato di vegliare il morto durante la notte. In tale circostanza, infatti, venivano raccontati aneddoti e storie interessanti e tra un bicchiere di vino e una fetta di salame si andava avanti Àno al mattino in un Àlòss ad oltranza. Ma torniamo al funerale di Invitto quando, ad un certo momento, fece la sua comparsa il carro funebre, enorme, sontuoso, trainato da una coppia di massicci cavalli scuri. Non avevo mai visto niente del genere e morivo dalla voglia di chiedere un passaggio al cocchiere che tronÀo ed impettito se ne stava a cassetta del monumentale cocchio posteggiato all’ombra di un gigantesco gelso che allargava le sue fronde sul Àanco del cascinale. Dopo parecchio tempo, preceduto dal parroco e da un folto stuolo di chierichetti, si snodò verso Gazzuoli un interminabile corteo tanto che, arrivato sull’Asinaria, la strada che collega Quattrostrade a Mariana, potevo vedere l’inizio del corteo che si inoltrava nel borgo di Gazzuoli mentre gli ultimi uscivano dall’abitazione del bimbo defunto. Sembrava che tutta quella gente accompagnasse il giovanetto non in Chiesa ma dalla Emma per la commissione che non era riuscito a portare a termine qualche giorno prima: le sigarette per il padre Stefano.

*** Alcune espressioni tipiche asolane Albʙ rosʙ, vent e gosʙ. Alba rosa, vento e pioggia Bel en fasʙ, bröt en piasʙ. Bello in fasce, brutto in piazza. Caʙ pai e piantʙ pai, töcc i dé i è enguai. Levare pali e piantare pali, tutti i giorni sono uguali. Da Santʙ Caterinʙ a Nedal ghe en mes engual. Da Santa Caterina a Natale, c’è un mese uguale. Dutur vecc, donʙ zuenʙ, ca picol e pursèl gros. Dottore vecchio, donna giovane, cane piccolo e maiale grosso. El pa di àter el ga set gröste. Il pane degli altri ha sette croste. Endà a Roma sensʙ éder el Papʙ. Andare a Roma senza vedere il Papa. L’è mei ciucià n’os che ‘n caécc. E’ meglio succhiare un osso che un pezzo di legno. Lasagʙ de vier enfìn chel scampʙ. Lasciargli da vivere Àno che scampa. Le maschere se le ent per Carneal. Le maschere si vendono per Carnevale. Margheritʙ sta sö dritʙ. Margherita sta su dritta. Pèrsech, Àch e melù, töti alʙ so stagiù. Pesche, Àchi e meloni, tutti alla sua stagione. Pulentʙ e nus, mangià de spus. Polenta e noci, mangiare da sposi. Quant se nigulʙ ‘n sö la brinʙ, u l’é nef u l’é farinʙ. Quando si rannuvola sulla brina o è neve o è farina. San Giuàn el va adré a l’ingàn. San Giovanni segue l’inganno. Tegner strich per la spinʙ e mulà per el burù. Tenere stretto per la spina e lasciare per il burrone. Val de pö n’asen vif che en dutur mort. Vale di più un asino vivo che un dottore morto. Vöt ensignà a tò pader. Vuoi insegnare a tuo padre.


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Alla presenza del Presidente Fontanili

Inaugurata la nuova Scuola Media Sabato 21 febbraio 2009 rimarrà nella storia di Asola come il giorno in cui si è “celebrata” la cerimonia d’inaugurazione del nuovo ediÀcio scolastico delle Scuole Medie Inferiori. Una cerimonia alla quale non è mancato proprio nulla, per rendere il più solenne possibile l’evento. Sono intervenuti, infatti, il Presidente della Provincia, dott. Maurizio Fontanili; l’Assessore provinciale alla Pubblica Istruzione, Armando Federici Canova; il Comandante della stazione dei carabinieri di Castiglione delle Stiviere, Cap. Giovanni Pilitteri; ovviamente, il Sindaco Giovanni Calcina e la Giunta al gran completo; il Parroco di Asola, don Riccardo Gobbi; ed il Coro di Santa Cecilia, diretto dal Maestro Claudio Cristani, al quale è stata afÀdata l’ottima esecuzione dell’Inno di Mameli e il “Va pensiero” di Verdi, che hanno contribuito alla solennità del momento. Spiace constatare che la Regione Lombardia, che pure ha contribuito a Ànanziare l’opera, non sia riuscita ad essere presente, all’evento, nemmeno con l’ultimo dei suoi “tirapiedi”. Durante il suo breve discorso di presentazione, Giovanni Calcina, visibilmente commosso, nel rievocare le difÀcoltà incontrate nella realizzazione dell’opera, e il coinvolgimento personale che la stessa ha richiesto, non ha saputo trattenere due “lacrimucce” liberatorie che hanno strappato applausi e simpatia. Dopo il tradizionale taglio del nastro, suggellato dai Áash dei molti fotograÀ presenti, le autorità hanno preceduto il folto pubblico, nella visita guidata all’interno dell’ediÀcio. “Dulcis in fundo”, l’altrettanto tradizionale rinfresco che, certamente, ha fatto da signiÀcativo e accattivante contorno all’importante cerimonia. Così, ora, non resta che spendere due parole sull’impressione destata dal nuovo ediÀcio scolastico. Premesso che nessuno di noi ha la pretesa, né la competenza, per giudicare la funzionalità del progetto, da un punto di vista didattico, la prima cosa che balza agli occhi sono i colori, ed il piglio di modernità che essi conferiscono all’ambiente. Osservando il depliant illustrativo messo a gentile disposizione del pubblico, oltre ai necessari vani di servizio, abbiamo contato diciannove aule, una sala professori, dodici laboratori, una biblioteca, una sala proiezioni, una palestra, una mensa con cucina, un auditorium, tre ufÀci e pure una non meglio precisata terrazza di lettura. Non si può negare che per questa realizzazione

non siano state investite notevoli risorse ed altre ancora ne dovranno venir profuse per dotare il complesso di un’adeguata viabilità. Ora, fermo restando il giudizio positivo che, da profani, possiamo dare della costruzione, la domanda che ci poniamo e, che non vuole essere, affatto, polemica è: “ma era proprio necessaria, un’opera tanto faraonica, in rapporto alle risorse ed alle necessità del nostro Paese?” Certamente, l’amministrazione ha voluto lasciare un segno del suo passaggio e, non dubitiamo che, per studenti e professori, sarà bello vivere in una scuola di questo tipo. Ciò non di meno, per mentalità o, forse, per senso pratico, guardiamo con difÀdenza tutto quanto eccede il necessario, il funzionale, il sobrio. Siamo convinti che nella preparazione, di prim’ordine, che

ricevemmo circa 50 anni fa allo Schiantarelli, non abbiano affatto contribuito le condizioni del fabbricato ma, il merito sia da attribuire alla severità degli insegnanti, e dei nostri genitori che li appoggiavano, oltre che di programmi più pragmatici e, forse, meno dispersivi degli attuali. Avremmo imparato di più se, a quei tempi, avessimo avuto a disposizione un ediÀcio scolastico più bello? Crediamo che una scuola capace di insegnare, e di formare i giovani, sia fatta principalmente di contenuti e non di contenitori. Vi è poi un altro aspetto non trascurabile che riguarda il decentramen-

to della scuola. A nostro parere, questa scelta impoverirà ulteriormente il Centro Storico e creerà nuovi problemi a molte famiglie, che dovranno organizzarsi per accompagnare i Àgli a scuola. Fatte queste precisazioni che nulla tolgono a quanto di buono c’è nel nuovo ediÀcio, riconosciamo a questa Amministrazione, di essere riuscita a realizzare ciò in cui ha sempre creduto ed anche se possiamo non condividerne le scelte, crediamo che per questo meriti il nostro plauso. Ma, in questa occasione, vogliamo anche fare i nostri auguri ad insegnanti ed alunni, con l’auspicio che, insieme, possano sempre dimostrare di meritare gli sforzi che la Comunità di Asola ha sostenuto e dovrà sostenere, per consentir loro di studiare e di crescere in un ambiente così bello e stimolante.


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Durante il pranzo dell’Associazione ”Città di Asola” Pro Emergenze, tenutosi la scorsa domenica 25 gennaio

Discorso ai Soci del Presidente Aristide Conzadori Premiazioni dei volontari Desidero prima di tutto ringraziare da parte mia e del direttivo tutti i volontari che con la loro volontà e disponibilità hanno contribuito a far crescere la nostra associazione. Un doveroso ringraziamento all’Amministrazione Comunale di Asola e Mariana, all’Assessore Provinciale e ai loro collaboratori, alla Polizia Locale ed al suo Comandante che, dall’alto della sua esperienza, ci ha dato consigli utili per capire come comportaci in tutte le attività che siamo chiamati a svolgere. Un ringraziamento al Dott. Bonaglia, al Dott. Cottarelli e al Dott. Rubes per la loro disponibilità, all’ANC, Associazione.Nazionale Carabinieri, con cui collaboriamo attivamente, alla CRI, Croce Rossa Italiana, delegazione di Asola e tutti quelli che con il loro contributo fanno si che questa associazione sia operativa in ogni situazione. Con il 2009 siamo entrati nel quinto anno di attività, è stata una continua crescita di esperienze, uomini, mezzi e attrezzature che ci permettono una buona autonomia in caso di bisogno. All’inizio avevamo un fuoristrada, gentilmente donato dalla ditta Trere, con il contributo della Fondazione Cariplo abbiamo acquistato una torre faro con generatore, poi abbiamo aggiunto un furgone donato dalla ditta Ceriali e una Fiat panda donata da un privato, è arrivata una tenda con il contributo del gruppo teatrale “le Ciacere asolane” e la Parrocchia. Una nuova motopompa con il contributo di un socio sostenitore. Abbiamo sistemato una barca a motore regalata da un volontario; ora è operativa. E’ arrivata un’altra barca sistemata gratuitamente dalla Carrozzeria FR e un motore marino da 25 hp donato da un volontario. Un altro progetto avviato è Pionieri di PC che coinvolge i ragazzi dai 16 ai 18 anni per avere sempre forze nuove a disposizione. Ora alcuni numeri : Nel 2004 soci fondatori 25 Nel 2005 inizio attività soci 40 ore 1500 Nel 2006 soci 42 ore 2000 Nel 2007 soci 48 ore 3000 Nel 2008 soci 57 + 3 pionieri ore 2800 Mi sembra che i numeri parlino chiaro. Ora, nel proseguire con le attività cerche-

remo di specializzarci sempre di più per eventuali emergenze, non perdendo mai di vista che siamo volontari e abbiamo un cuore grande. Un ringraziamento alle mogli e mariti, Àgli/e, Àdanzate/i, padri e madri dei volontari che magari a volte vengono lasciati in un po’ in disparte per partecipare alle attività dell’Associazione. Portate pazienza, grazie. Dopo il pran-

zo nella sala convegni sono stati premiati alcuni volontari: il sig. Franco Parolini, Giuseppe Morbio e Afro Lorenzin, Emanuela Moreni e per i pionieri Elia Bandierafronteggiare nel miglior modo possibile.

Tre momenti delle premiazioni di Lorenzin, Emanuela Moreni e Morbio.

Gastronomia

di Marisa Broglia e Nadia Artoni & C.

Tutti i giorni: Pasta fresca fatta a mano, come a casa vostra: Ravioli, tortelli, crespelle, ecc. Piatti pronti di carne e pesce. Al venerdì: Pesce fritto, rane e“bertagnì” Al sabato: Arrosti, stinchi e polli allo spiedo Alla sera: Pizza al taglio

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La linea Parma-Brescia di Enrico Ferro

La progettazione di questa strada ferrata, così importante da più di un secolo allo sviluppo dell’economia asolana, è fonte all’epoca di vivaci polemiche spesso e volentieri derivanti -niente di nuovo sotto il sole!- da campanilismi e speculazioni politiche d’inÀmo valore. Si parla persino di separatismo tra i comuni mantovani che si ritengono danneggiati 1. Chi si fa più sentire in particolare è il comune di Bozzolo, che spera sia tracciato sul suo territorio invece che a Piadena, come sarà fatto in seguito, lo snodo della linea ferroviaria 2. Questa tra l’altro non è ben accetta a Mantova, perché è vista come una via atta a dirottare i trafÀci commerciali verso le province limitrofe ed in particolare a Brescia. In un primo tempo si parla di una linea Parma-Mantova attraverso Marcaria. In seguito si pensa ad un’opzione che prevede una linea diretta Parma-Brescia per Casalmaggiore con varianti a Piadena e per Bozzolo. InÀne, è ipotizzata una terza variante che penetra profondamente in territorio cremonese e che cade a causa della linea Cremona-Brescia per Verolanuova, quindi incuneata nella provincia bresciana, con cui sarebbe stata in concorrenza. Si giunge così all’ottobre 1874, quando su domanda di Brescia, in fase di progetto della linea con Parma, l’amministrazione provinciale di Mantova delibera di entrare in trattative alla condizione che la linea invece di toccare Piadena e correre a destra della riva del Chiese, passi per Bozzolo, Acquanegra, Asola 3, Castel Goffredo, ecc 4. Ma le polemiche si fanno sempre più aspre: sulla Gazzetta di Mantova del 10 aprile 1880 si osserva come la Brescia-Parma sia poco vantaggiosa per Mantova, perché periferica rispetto al centro e il capoluogo virgiliano per la sua economia privilegia la Mantova-Modena. Si fa anche presente che se la linea fosse eseguita a sinistra del Chiese e passante per Bozzolo la cifra preventivata sarebbe notevole. Per contro, se la linea attraversasse Piadena e a destra del Chiese 5, si avrebbero i seguenti vantaggi: la parte occidentale della provincia di Mantova sarebbe servita abbastanza bene e il tracciato pur correndo in territorio cremonese, sarebbe rasente al territorio virgiliano e di conseguenza, la spesa per la sua costruzione minima. Il foglio d’informazione continua la sua battaglia polemica 6. Nella seduta dell’amministrazione provinciale del 20 aprile 1880, si discute ancora del progetto. Il consigliere Rosati avanza ulteriori dubbi sull’utilità per Mantova della linea. Quindi l’amministrazione della provincia delibera per il tracciato per Piadena e a destra del Chiese. Ciò provoca le dimissioni in seno al consiglio del delegato del distretto di Bozzolo, l’avv. Aporti, che si sente colpevole della delibera sfavorevole a Bozzolo perché assente dalla seduta. La Gazzetta di Mantova riportando la notizia deplora questo modo di fare che subordina gli interessi provinciali alle sorti elettorali. Il quotidiano prosegue ponendo l’accento sul fatto che se anche Mantova votasse il passaggio per Bozzolo, non è detto che il tracciato sia eseguito secondo tal espressione di voto. Le province di Cremona, Parma e Brescia sostengono l’opzione per Piadena secondo il progetto dell’ing. Mantegazza. Cremona poi è disposta a versare per l’attuazione

del progetto la notevole somma di L. 500.000 a fondo perduto. Il passaggio per Piadena è più breve e sarà preferito dal Governo cui spetta la decisione Ànale 7. La polemica si trascina stancamente sino al 7 maggio 1880, in cui si fa cenno di una lettera di protesta, sempre del comune di Bozzolo, contro le accuse di separatismo. Questi contrasti porteranno nella seduta del consiglio provinciale dell’11 dicembre ad una revoca di tutte le delibere precedenti e, viste quelle dei comuni interessati Bozzolo, Marcaria, Rivarolo, Acquanegra, si decide di assumere gli oneri di legge per il concorso di spesa, purché la Parma-Brescia passi per Bozzolo. Si costruirà il tratto ParmaCasalmaggiore-Piadena che nel 1884 è gia in esercizio. L’altro, Piadena-Brescia, andrà ancora per le lunghe, tanto che, nel resoconto morale redatto dall’amministrazione provinciale di Mantova dell’anno 1886-87, il tracciato non è ancora deÀnito, ma è palese la volontà politica per il passaggio a destra del Chiese, come poi si farà. Note: 1 Gazzetta di Mantova del 20 e 29 aprile 1880. 2 Nella sua trattazione, la linea si può considerare divisa in due parti: la prima Àno all’incrocio con la Mantova-Cremona, partendo da Parma e una seconda dal crocevia predetto Àno a Brescia. La prima parte si realizzerà abbastanza celermente, la seconda sarà molto più lenta. Si attuerà il passaggio a Piadena e non a Bozzolo, e la linea da Piadena seguirà la riva destra del Chiese secondo il progetto dell’ing. Mantegazza. 3 Tra l’altro in fase di stesura dell’articolo, il prof. Bruno Broglia mi accenna di una proposta che sarebbe stata fatta all’epoca per ediÀcare lo snodo ferroviario proprio ad Asola. Tale ipotesi sarebbe saltata perché non vi furono gli appoggi politici indispensabili. 4 Relazione del consigliere Giani circa la costruzione delle ferrovie in provincia di Mantova del 2 luglio 1878. 5 Progetto dell’ing. Panini. 6 Gazzetta di Mantova, 17 aprile 1880 7 La legge del luglio 1879 poneva 3/10 dell’onere Ànanziario a carico dello Stato

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Ex perpetua in canonica. Aveva compiuto da poco i cent’anni

Si è spenta Giacomina Uggeri vedova Cornali La sua vita è stata segnata dalla morte del Àglio, pilota da caccia, in un incidente aereo nel 1966 di Rosalba Le Favi

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i è spenta nei giorni scorsi, mercoledì 14 gennaio, Giacomina Uggeri, vedova Cornali, ex perpetua di Asola, tanto cara agli asolani che proprio nel maggio 2008 aveva raggiunto il traguardo delle cento candeline. Molti sono stati i cittadini asolani e dei paesi limitroÀ che le hanno fatto visita, nella Chiesetta di S. Maria dove la salma è stata posta per due giorni e dopo trasportata in Cattedrale per l’ultimo saluto. Il rito funebre è stato celebrato venerdì pomeriggio da Mons. Egidio Faglioni e concelebrato da quattro sacerdoti: don Riccardo Gobbi, don Guglielmo Gabella, don Renato Zenezini e don Simone Pecoracci. Ad onorare la cerimonia anche il Vessillo della Sezione Aeronautica di Asola. Una vita intensa quella della Giacomina, classe 1908 che era nata a Fiesse (Bs) e che nel 1924, quando aprì i battenti la Àlanda ad Asola, della ditta Predeval-Bianchetti, fu tra le prime ad essere assunta come maestra delle Àlandiere. Non solo ad Asola trovò il lavoro ma anche l’amore. Sposò nel ‘32 l’agricoltore Giovanni Cornali da cui ebbe l’amato ed unico adorato Àglio Giorgio che purtroppo perse la vita nell’estate del 1966 quando precipitò con il suo jet nelle campagne mantovane, durante un addestramento

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Note di Redazione Nella foto un momento della cerimonia funebre

dell’Aeronautica Militare. Attraverso la disperazione, il dolore, Giacomina trovò la forza di continuare attivandosi nel sociale e nel volontariato. I sacerdoti infatti le chiesero di collaborare nella cura della canonica, un impegno costante che è durato Àno al 1994. In tanti la ricordano come perpetua e affettuosamente come la “mamma dei preti. Dal 2006 viveva in canonica nella la parrocchia di Mariana, presso il parroco asolano don Guglielmo Gabella dove ogni domenica l’affezionato nipote Federico di Brescia, andava a trovarla. Al termine della funzione religiosa il feretro è stato accompagnato al cimitero di Asola per la tumulazione vicino al marito Giovanni e il Àglio Giorgio

Più di un lettore è venuto in redazione per chiederci di rendere pubblica una protesta popolare che trae origine da un disagio sentito da molti cittadini. Dopo che è stata tolta anche quella in piazza xx Settembre, che ¿ne hanno fatto le cassette per le lettere? E’ vero che oggi con internet si usa sempre di più la posta elettronica, ma sono proprio gli anziani, poco abituati alle nuove tecnologie, che chiedono di ripristinare le vecchie, care cassette per le lettere (quelle scritte sulla carta con la penna, Vi ricordate?)

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L’Isola di Pasqua (Rapa Nui) Appunti di viaggio di Giambattista Schiavi (Prima Parte) “Iorana” ( salve ) spero di aver creato un po’di curiosità ed interesse per i luoghi lontani e per alcuni sconosciuti con il precedente articolo “un asolano tra i varani” e spero perciò di fare cosa gradita coinvolgendovi di nuovo portandovi idealmente nell’altro emisfero terrestre e di parlarvi di una nuova meta: la lontana e misteriosa ISOLA DI PASQUA. L’isola di Pasqua è una piccola isola vulcanica formatasi nel punto in cui la lava fuoruscita da tre diversi vulcani si unì per formare una singola massa di terra triangolare. La sua superÀcie totale è di 117 km. quadrati, con una lunghezza massima di 24 km. ed una larghezza di 12 km. E’ uno degli angoli più remoti della terra, l’isola è posta a 1900 km. dall’area abitata più vicina , l’isola Pitcairn (nota per aver ospitato gli ammutinati del Bounty) e a 3760 km. dalla costa cilena (nazione a cui appartiene dal 1888) e il cui vero nome è RAPA NUI (la “Grande Tartaruga”) è ancora oggi un luogo dalle origini sconosciute e un sito archeologico tra i più affascinanti del mondo.

E’ famosa soprattutto per le gigantesche statue chiamate “moai, testimonianza di una civiltà scomparsa, che si ergono tra verdi colline e crateri di vulcani spenti. Alcuni “moai” sono alti Àno a 9 metri e le modalità della loro costruzione e trasporto nei vari luoghi dell’isola sono ancora un mistero, ma vi posso garantire che il lungo viaggio per raggiungerla ne è valso veramente la pena. Inizierò raccontandovi una breve storia dell’isola di Pasqua, che prende questo nome essendo stata scoperta o meglio riscoperta dagli olandesi il giorno di Pasqua del 1722 dall’ammiraglio Jacob Roggeveen. La storia dell’isola ha molto da insegnarci e da riÁettere. Rapa Nui era un’isola verdissima dove crescevano varia piante (analisi dei pollini) tra cui moltissime palme conifere e altre specie arboree ormai estinte. Anche la fauna avicola era ricchissima , infatti essendo l’unica isola nel raggio di moltissimi chilometri , si concentravano molte specie di uccelli sia marini che terrestri come sule, guÀ, aironi, pappagalli ed altri. I primi polinesiani arrivarono sull’isola intorno al 400 d.c., probabilmente alcune diecine di uomini di razza Maori che portavano con loro tutti i

mezzi di sussistenza tra cui galline, topi commestibili e forse anche maiali e vari tipi di piante da coltivare come la patata dolce, il banano, la canna da zucchero, il taro ed altre. Poiché il suolo era molto fertile essendo di natura vulcanica, le piante si riprodussero in fretta e il momentaneo benessere fece crescere di molto la popolazione con la conseguenza di disboscare l’isola per far posto a nuove coltivazioni. Il crescente fabbisogno di lega da ardere, per fare canoe e quella di trasportare i Moai fece scomparire nel giro di un millenio tutti gli alberi con conseguenze disastrose: le piogge incominciarono ad erodere il terreno causando impoverimento della terra con conseguente diminuzione della produzione agricola quando la popolazione era al culmine demograÀco (circa 9000 persone). La mancanza di alberi impedì la costruzione di nuove canoe “imprigionando per sempre” gli abitanti dell’isola e principalmente di procurarsi il cibo mediante la pesca. Così incominciarono a mangiare oltre al pollame domestico tutti gli uccelli autoctoni dell’isola, sterminandoli completamente. La fame spinse la popolazione ad atti di cannibalismo ed il malessere sociale portò nel 1600-1700 alle guerre tra clan e quindi alla diminuzione degli abitanti (circa 2000). Quando nel 1722 gli olandesi sbarcarono si trovarono di fronte ad un’isola brulla e desolata abitata da pochi disgraziati affamati ed in lotta fra loro. Fu poi la volta degli spagnoli nel 1770 e dal capitano inglese Cook nel 1774. Seguirono altri esploratori ma fu nel 1862 che mercanti di schiavi peruviani attuarono una crudele incursione sull’isola dove rapirono circa un miglio di isolani , inclusi il re e quasi tutti i loro “sapienti” (maori) e li portarono a lavorare nei depositi di guano delle isole Chinca in Peru’. Dopo le proteste del vescovo tahitiano Jaussen al rappresentante francese a Lima, le autorità peruviane permisero ai deportati di ritornare alla loro isola. Purtroppo a causa del duro lavoro e varie epidemie se ne salvarono solo un centinaio e di conseguenza andarono anche disperse le conoscenze e la cultura di questo popolo. (Segue sul prossimo numero)


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Don Riccardo Gobbi

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elle ultime riÁessioni ho fatto riferimento alle grandi virtù della fede e della speranza, cercando di darne una lettura “umana” oltre che religiosa. In questo articolo completerò la riÁessione analizzando l’ultima grande virtù dell’antropologia cristiana: la carità. San Paolo così afferma : “tre sono le cose importanti per il credente: la fede, la speranza e la carità, ma più grande di tutte è la carità” (1Cor 13,13). Non appena si fa menzione di questa parola “carità-amore”, si entra in un oceano nel quale è facile annegare. L’uomo infatti, è creato per amare e la vita è viva soprattutto quando l’amore mette in gioco la persona. Ma è possibile orientare l’amore verso una sua espressione ottimale? Il nostro linguaggio usa indistintamente la parola “amore” per tanti signiÀcati. La Bibbia invece usa una terminologia speciÀca per distinguere i vari aspetti dell’amore, ad esempio eros, philia, agàpe per indicare rispettivamente sentimento, amicizia, carità. Purtroppo nella nostra cultura non si contano le sopraffazioni che vengono fatte passare per amore, nei mass media, nei Àlm, nei romanzi… Le mistiÀcazioni dell’amore sono moltissime e non aiutano certo a capire la vera sostanza di questa virtù basilare per la vita umana. Per questo cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Il signiÀcato religioso di amore-carità si può indicare in modo tripartito: l’amore di Dio per noi; l’amore di noi per Dio, l’amore di ciascuno di noi per il prossimo. Queste tre forme sono presentate in modo distinto solo per necessità di discorso, in realtà costituiscono un’unica realtà. Ogni esperienza umana vista dal punto di vista della fede ha il suo inizio in Dio, è prima di tutto un dono che viene dall’alto: non c’è amore cristiano se non viene da Dio. Dio infatti ci ha amato per primo e Lui compie sempre il primo gesto di amore, come possiamo leggere nel dono della vita, della intelligenza, della sapienza, della salute, dei sentimenti…tutte cose che non vengono da noi, ma ci sono donate. E questo dinamismo ci coinvolge nella risposta che suscita, perché all’amore donato è possibile rispondere soltanto con un amore ricambiato, in questo caso verso Dio, come suggerisce il comandamento fondamentale: “ama il Signore tuo Dio con tutto te stesso”. Lo sviluppo della forza dell’amore si riversa inÀne nella disponibilità verso il prossimo perché è il segno visibile della presenza di Dio in questo mondo. Il Vangelo afferma chiaramente “ogni volta che avete fatto queste cose (dar da mangiare, dar da bere, vestire, visitare…) ad uno di questi miei fratelli più piccoli (bisognosi) l’avete fatto a me”. Riconosciamo Dio nel prossimo. Comprendiamo dunque le tre dimensioni dell’amore-carità in una stretta unità. Nascono da qui tutte le forme di amore che la nostra esperienza religiosa propone: l’amore dello sposo per la sposa, l’amore della consacrazione religiosa, l’amore di amicizia, l’amore di beneÀcenza, l’amore di volontariato e di varie forme di sostegno, l’amore incarnato in una professione a favore delle situazioni deboli della vita umana. E’ confortante anche considerare le diverse forme di amore che nascono anche al di fuori del cristianesimo e di ogni altra religione, come espressione di una energia insita nel cuore, connessa con l’essere umano stesso. La più alta forma di amore è il martirio, cioè il dono della vita spesa per la causa in cui una persona crede e fonda il senso del proprio vivere; la croce di Cristo in questo senso ne è l’emblema. Anche accettando questa impostazione, rimane però sempre la domanda di fondo: perché impegnarci per gli altri?

Carità - Amore fondamento di vita Perchè in particolare aiutare i deboli? Quando ti rendi disponibile, va a Ànire che ti crei sempre qualche grattacapo… perché dunque? Potrei riferirmi ancora all’esempio di Gesù, che sempre è stato attemto proprio ai deboli. Ma c’è da considerare un motivo più importante che parte da noi stessi. Se trascuriamo i deboli infatti, rinforziamo un clima di angustia e durezza. Se noi stessi diventiamo deboli, soffriamo per questo clima che si è venuto a creare. Ci assale il timore che gli altri non si curino di noi. Ci sentiamo impotenti. Quello che facciamo al fratello debole in ultima analisi è un bene che può venire anche a nostro vantaggio. San Benedetto, da buon esperto della vita comunitaria, ammonisce l’abate a trattare i confratelli in modo tale che i forti vengano sollecitati e i deboli non vengano umiliati. Questa è una regola fondamentale e saggia. I forti hanno bisogno di una sÀda per crescere e mettere i loro punti forti al servizio della comunità. Una comunità che gloriÀchi i deboli può togliere il respiro anche ai forti. In questo modo danneggerebbe se stessa. C’è bisogno di un buon equilibrio fra forti e deboli. Entrambi dunque dovrebbero essere sÀdati e dovrebbero poter vivere nella comunità in modo tale da crescere in essa. Ritengo che questo possa essere un insegnamento molto utile anche per la nostra comunità asolana.

Italo Marchi

12 marzo 2005 - 12 marzo 2009

Possa Dio benedirti e proteggerti sempre, possa tu costruire una scala verso le stelle e salirne ogni gradino. Possa il tuo cuore essere sempre gioioso e possa la tua canzone essere sempre cantata. Da qualche parte, tra silenzio e sonno, sei diventato il sole che illumina la vita nei nostri cuori. Maura, Elisa, Paola e Tommaso


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Avv. Cristiana Azzali

L’Avvocato risponde “Ho ristrutturato un’abitazione demolendo, per cause accidentali, la metà del muro conÀnante con l’abitazione del vicino. Posso ricostruire la parte del muro demolita senza il consenso del vicino dato che al medesimo non va bene alcun tipo di ricostruzione proposta seppur tecnicamente valida?”. < Nel rispetto dei principi generali in materia di comunione, per la ricostruzione del muro comune è necessario il consenso di tutti i comproprietari a meno che non ricorra il carattere dell’urgenza, nel qual caso uno dei comproprietari può prendere l’iniziativa da solo. Laddove manchi l’urgenza è, quindi, necessario il consenso di tutti i comproprietari; la mancanza di tale consenso non determina però l’illeceità dell’opera ma potrebbe far insorgere contestazioni sulle modalità di esecuzione (Cass. 17899/2003). Ebbene il muro posto sul conÀne che serve da divisione tra ediÀci (come nel caso presentato dal lettore), salvo prova di proprietà esclusiva in capo ad uno dei conÀnanti, ai sensi dell’art. 880 c.c. si presume comune. Tale presunzione è invocabile ogni qual volta un’unica struttura divisoria separi entità fondiarie Ànitime appartenenti a proprietari diversi (Cass. Civ. 1220/93). Le spese di ricostruzione del muro comune cioè quelle dipendenti dal deterioramento derivante dal normale uso sono a carico di tutti coloro che vi hanno diritto ed in proporzione al proprio diritto. In pratica l’obbligo di ricostruzione si innesta nel rapporto reale di comunione trasferendosi in capo a chiunque sia proprietario della cosa al momento in cui si presenta la necessità di riparazione. Diversamente, laddove la necessità di riparazioni sia la conseguenza del fatto di uno dei partecipanti alla comunione la responsabilità grava esclusivamente su di lui e la relativa obbligazione, pur inerendo al rapporto reale di comunione, mantiene la propria autonomia assumendo carattere personale. Nel caso speciÀco visto che la demolizione del muro è conseguenza del fatto arbitrario del lettore appare evidente come l’obbligo di ripristino sia a carico del medesimo il quale, salvo diverso accordo con gli altri comproprietari, nel provvedere dovrà rispettare e mantenere inalterato l’originario assetto della muraglia. >

Ha chiuso un altro negozio del Centro storico

La macelleria Zanoni alla Àne del 2008, dopo 53 anni di servizio, ha chiuso per sempre i battenti, in via Libertà. Era di venerdì quel 17 marzo 1956, quasi 53 anni fa, quando Aldo e Lorenza Zanoni, detti “i Ragnet”, che si erano sposati 5 anni prima, inaugurarono il loro negozio, al n° 5 di via Libertà, subentrando ad un vecchio negozio di frutta e verdura. Oggi, fa molta tristezza, passando per la via, vedere quel negozio vuoto, dove fervono i lavori di rammodernamento. Forse, presto, questo spazio sarà occupato da un’altra attività, ma per noi “ragazzi del ‘49” e per tutti gli asolani “veri” la macelleria dei

In questa ultima foto ricordo che abbiamo voluto scattare pochi giorni prima della chiusura, sono riconoscibili Aldo Zanoni, la moglie Lorenza (ma il suo vero nome è Vittorina Brighenti) ed il loro secondo Àglio Guglielmo che, dal 1996 era subentrato nell’attività dei genitori.

“Ragnet” ha rappresentato un sicuro punto di riferimento, un pezzo della nostra Asola, che ci ha accompagnato, dalla prima giovinezza, Àno ad oggi. I “Ragnet” iniziarono, giovani sposi, negli anni belli in cui il commercio era ancora un’attività che dava soddisfazioni. Poi vennero gli anni difÀcili e, trattandosi di una macelleria, li potremmo deÀnire “gli anni delle vacche magre”, con l’afta epizootica dei maiali, la triste storia della “mucca pazza”, Àno in tempi più recenti dell’infezione aviaria fra i polli. Ma, al di là di questi incidenti di percorso che sono stati superati con relativa facilità, la vera iattura per i piccoli negozi sotto casa si chiama, più in generale, “grande distribuzione” e politica commerciale. La concorrenza talvolta sleale delle grandi catene di supermercati, con il loro strapotere economico che riesce a condizionare i bisogni dei cittadini ed una politica miope e talvolta interessata che penalizza i piccoli per favorire i grandi, sta alla base di questa dolorosa defezione dei nostri “Ragnet”.

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Vittorio, otto e mezzo Storie vere: a cura di Romano Zucchelli

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el bel mezzo dell’estate 1943, una vecchia nave da carico fende faticosamente le onde dell’Atlantico. Le stive sono piene di militari italiani, ammassati in gruppi di duecento per ogni cassone, fatti prigionieri in Tunisia nel maggio precedente, diretti negli Stati Uniti. Il sole arroventa le lamiere, sotto coperta si soffoca, ma l’aria è concessa per un’ora al giorno, a turno. C’è tutto il tempo per pensare ai propri trascorsi, alla famiglia, alla guerra ancora in corso. E’ quello che fa il sergente Vittorio Guidorizzi, classe 1914. Di leva nel ’35, era tenuto a fare solo sei mesi, perché a casa aveva sei fratelli, nei pressi di Verona, ma gli toccarono 18 mesi. Viene chiamato nel ’39, entra nei ranghi della Divisione Ariete, reparto autocentro. Dopo vari spostamenti, a fine 1940 viene “parcheggiato” a Napoli, in attesa di imbarco per l’Africa settentrionale. Arriva a Tunisi nel febbraio del ’41, prende parte con i suoi camion SPA 38 alle vicende delle varie battaglie contro gli inglesi, avanti e indietro, sotto i mitragliamenti aerei, durante i quali i soldati si rifugiano sotto gli automezzi, dove però i proiettili arrivano a colpire. Così resta morto un suo autista, steso al suo fianco:fortuna! Le cose si mettono male ma Vittorio ha diritto ad una licenza e ai primi di maggio ’43, cerca di imbarcarsi a Tunisi, ma non trova posto: sfortuna! Il giorno 11, il gen. Messe firma la resa e tutte le truppe italiane sono fatte prigioniere. Campi provvisori nel deserto, marce sotto il sole, sete, così per due mesi. Poi l’imbarco con altri cinquantamila militari italiani sulle navi americane, in convoglio scortato, per un viaggio di 22 giorni. Il primo campo dove il nostro sergente è ospitato si trova in Nebraska, terra di barbabietole e zanzare. Il trattamento è buono, almeno nei primi tempi… Dopo l’8 settembre i prigionieri vengono invitati a collaborare con l’esercito americano con lavori anche retribuiti in fabbriche locali. Un terzo dei prigionieri rifiuta la proposta e tre questi c’è il nostro Vittorio Guidorizzi, che finirà, per questo, in un “criminal camp” a Hereford, in Texas, assieme ad altri mille tra ufficiali e soldati. Qui le cose cambiano. Il cibo è limitato a settecento calorie al giorno, ci sono frizioni con il personale di custodia. In qualche caso si cerca di

fiaccare la resistenza dei non collaboratori con la tortura della sete: i prigionieri sotto il sole, per ore, con un bidone d’acqua a pochi metri, al di là di una linea tracciata in terra, che è vietato oltrepassare, pena una fucilata. Ci sarà un morto. <Volevano farmi lavare la biancheria degli americani, ma io mi sono rifiutato, e ho beccato 10 giorni di prigione> dice Vittorio ancora con una punta di orgoglio. Le guardie perlustravano le baracche armate di un robusto bastone. Una di esse, un giorno, ordinò ad un prigioniero di staccare dalla parete, a fianco della branda, una foto di Mussolini. Il deciso rifiuto del militare provocò l’ira della guardia che rifilò al fedelissimo del duce una solenne bastonatura.Il giorno dopo, al giro di ispezione delle guardie, i mille italiani sfilarono i paletti che tenevano tesi i teli delle brande e appiopparono agli americani un sacco di legnate. Ci fu un allarme, arrivarono camionate di militari dai campi vicini, si minacciarono punizioni drastiche, ci fu anche l’intervento di un alto prelato cattolico di New York, e tutto finì con un digiuno generale di tre giorni. Passano i mesi, si lavora nelle fattorie vicine per la raccolta del cotone, si seguono con apprensione le notizie sull’andamento della guerra, portate spesso da oriundi italiani residenti negli Stati Uniti. Finisce il conflitto mondiale ma la libertà non arriva. Verso la fine del 1945 il vitto

migliora, le razioni sono più abbondanti: si capisce che i prigionieri vengono un po’ ingrassati in vista del rimpatrio… Finalmente, nel marzo del 1946, sempre in nave, dalla California, attraverso il canale di Panama, si punta su straccioni in una città semidistrutta, Napoli, da dove Vittorio era partito oltre cinque anni prima. Una fanfara accoglie i reduci, che sbarcano come nella quale, a sera, si raccomanda loro di girare in gruppo, per evitare cattivi incontri. Un vagone merci porta Vittorio ed altri del Nord fino a Roma. Da qui in camion fino a Pisa e, poi, di notte si passa l’appennino, col timore di cattivi incontri, si raggiunge Bologna, Ferrara, Rovigo. Il gruppo diminuisce, gli ultimi arrivano a Verona con un’auto di noleggio. Vittorio riprende a lavorare nell’impresa di famiglia, con la solita energia e con le idee chiare. Lavorerà poi in una grossa industria alimentare di Bologna. Si trasferirà ad Asola nel 1984 dove abita la figlia Emanuela, andata sposa all’ing. Edoardo Palastrelli. Mi racconta l’ultima. < Gli americani ci davano dei fascisti, e noi sulle garitte delle guardie, gli abbiamo pitturato delle belle falci e martello. Si arrabbiarono tantissimo. Noi facemmo un altro giorno di digiuno, tutti e mille… La fame era grande, ma la soddisfazione ancora di più. Dovevo fare il militare solo per sei mesi, ed ho finito di passare sotto le armi più di otto anni, anzi, “otto e mezzo!”>

Nella foto, scattata in Africa del Nord, nel 1942 è documentato un momento di relax delle truppe. Vittorio Guidorizzi, a destra, in primo piano, sostiene il tubo dell’acquache consente ai due “imbucati” di fare la doccia.


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Un Gran Carnevale! di una grande organizzatrice.

Quel Carnevale che gli asolani, almeno quelli che hanno voluto essere in piazza domenica 15 febbraio, hanno avuto la fortuna di ammirare non è stata una manifestazione qualsiasi ma, un Gran Carnevale, di quelli che ad Asola, difÀcilmente, qualcuno ricorda semplicemente perchè, se davvero vogliamo fare paragoni, dobbiamo tornare con il ricordo ai carnevali degli anni ‘30 dei quali, a pagina 17 di questo giornale, abbiamo, non casualmente, pubblicato una fotograÀa emblematica. Piazza XX Settembre allora, come domenica scorsa, era stracolma di gente ma, mentre quelli erano tempi in cui ci si sapeva accontentare, perchè non c’era la televisione, non tutti si potevano permettere la radio e l’automobi-

le era un privilegio riservato a pochi, oggi, riuscire a portare in piazza tanta gente e a farla divertire, non è stata un’impresa trascurabile. Ci è riuscita Antonella Goldoni, la dinamica Presidentessa dell’A.Ge. e, occorre riconoscerlo, ci è riuscita bene, nonostante, in molti casi, le sia venuta a mancare quel minimo di collaborazione che avrebbe meritato, per rendere ancora migliore il “suo” Gran Carnevale. Nello scrivere questo articolo, eravamo partiti con l’idea di fare la solita cronaca. Ma, poi abbiamo pensato che sarebbe stato un ripetere quanto era già stato scritto dai quotidiani e dai settimanali locali. Così, abbiamo sfruttato lo spazio disponibile in modo diverso, per rendere onore a questa intraprendente, giovane

donna, madre di quattro Àgli, carica di tanta energia, da riuscire sempre a trovare il bandolo della matassa di tutti i suoi molteplici impegni. Non molto tempo fa, lo scorso 20 di dicembre, Antonella era riuscita ad ideare ed a mandare felicemente in porto una riuscitissima prima edizione de “la notte magica” nella quale, coinvolgendo quasi tutti i commercianti, aveva saputo realizzare una manifestazione di successo. Ora, a distanza di pochi mesi, siamo qui a commentare un altro suo successo a cui, forse, in pochi credevano e che oggi, in molti, sono costretti a trovare giustiÀcazioni, per la collaborazione che non hanno saputo o voluto darle. In questa vicenda, Antonella ha dimostrato che anche ad Asola, se c’è l’entusiasmo e la determinazione giusti, si possono ottenere risultati impensabili. Ma, ora Antonella dovrà guardarsi dall’invidia e dalla cattiveria di chi cercherà di ostacolarla perchè, con i suoi successi, ha evidenziato l’altrui mediocrità. Per questo, parafrasando il Sommo Poeta, vorremmo lanciarle questo messaggio: “non ti curar di lor, ma guarda e passa.” e vorremmo farle giungere forte il plauso dei tanti asolani che l’apprezzano e la sostengono. Brava Antonella!!! GiBa


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Sindrome da “Occhio Secco” Cause e rimedi Provoca disturbi della lubriÀcazione della superÀcie oculare. Nel nostro paese il numero delle persone interessate da questo disturbo e’ in costante aumento. Provoca bruciore o prurito agli occhi, uniti alla sensazione di avere granelli di sabbia negli occhi anche in persone di giovane età. Si ipotizza un legame con fattori ambientali, con lo stile di vita e i ritmi di lavoro moderni. LAVORO AL COMPUTER Un numero sempre piu’ elevato di persone trascorre gran parte della propria giornata lavorativa, e spesso anche molte ore del proprio tempo libero, davanti al computer. Ciò riduce sensibilmente il battito delle palpebre e di conseguenza il Àlm lacrimale non viene più distribuito con la stessa frequenza, rendendo instabile lo strato lipidico. LENTI A CONTATTO La percentuale di “occhio secco” e’ molto elevata tra i portatori di lenti a contatto (64%). E’ per questo motivo che i contattologi consigliano, in questi casi, l’utilizzo di lenti di nuova generazione per controllare meglio la disidratazione, contenere l’accumulo di depositi sulle lenti, ed assicurare il giusto apporto di ossigeno alla cornea. INFIAMMAZIONI DELLE PALPEBRE - PALPEBRE ARROSATE Lo strato lipidico del Àlm lacrimale puo’ essere attaccato anche a causa di inÀammazioni delle palpebre, deÀnite in linguaggio medico Blefariti. SBALZI ORMONALI Fattori ormonali possono provocare la sindrome da“occhio secco” nelle donne. In gravidanza o in menopausa molte donne lamentano problemi oculari di questo genere. FARMACI Lo strato mucoso e lo strato lipidico del Àlm lacrimale possono risultare danneggiati dall’assunzione di farmaci, generando o aggravando il disturbo degli “occhi secchi”. Gli occhi secchi possono essere provocati dai seguenti farmaci: antidepressivi, analgesici, sonniferi,

beta-bloccanti, neurolettici, antistaminici, pillola anticoncezionale, per il trattamento dell’emicrania, dell’ipertensione, delle dermopatie, del morbo di Parkinson, delle malattie neoplastiche, dei disturbi della menopausa. CONSERVANTI Per il trattamento degli “occhi secchi”

sono del tutto inadatte le lacrime artiÀciali che contengono conservanti quali benzalconio cloruro, poiche’ questi ultimi distruggono lo strato lipidico stabilizzante del Àlm lacrimale, provocando quindi l’eccesiva evaporazione del liquido lacrimale. CONDIZIONAMENTO/RISCALDAMENTO/CORRENTI D’ARIA Molte persone che lavorano o viaggiano spesso in ambienti climatizzati o riscaldati, e quindi secchi, lamentano di soffrire di “occhi secchi”. L’aria secca o le correnti d’aria negli ufÀci, sugli aerei, sui treni o in auto, fa evaporare il liquido lacrimale molto rapidamente. OZONO Oggi vengono misurati valori di ozono troppo elevati, soprattutto nelle calde giornate estive, non soltanto nelle grandi citta’. Questo gas molto pericoloso, generato dai gas di scarico delle auto e dalle industrie,

IL RIMEDIO Qualche tempo fa i sostituti lacrimali offrivano una durata d’azione molto limitata e richiedevano una instillazione frequente. Inoltre, il conservante utilizzato per aumentare il tempo di conservazione (cloruro di belzalconio), causava tossicita’ alla superÀcie oculare. Oggi si segue un approccio completamente diverso che prevede l’impiego di liposomi, i quali agiscono sullo strato lipidico del Àlm lacrimale, ristabilizzandolo. E’ qui infatti che risiede solitamente l’origine degli “occhi secchi”. L’instabilita’ dello strato lipidico, provocata da un malfunzionamento delle ghiandole di Meibomio, porta a un’anomalia di alcune importanti molecole lipidiche, i cosiddetti fosfolipidi, che sono contenuti nello strato lipidico. A disposizione degli ottici-optometristi c’e’ tutta una serie di integratori per il Àlm lacrimale con aggiunta di ipromellosa, ialuronato di sodio, ginko biloba e fosfolipidi (estratti dalla lecitina di soia). Basta instillare

qualche goccia negli occhi più volte al giorno! Principali cause scatenanti: Uso eccessivo di computer, TV, Videogiochi, guida prolungata. Riscaldamento, aria condizionata, vento, smog, fumo di sigaretta. Uso di farmaci ansiolitici, antidepressivi, antistaminici... Vapori chimici irritanti, cloro in piscina, cosmetici per occhi...

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visione. In questa eventualità si ricorre all’utilizzo del laser, che ambulatorialmente, in pochi minuti e senza dolore, toglie il fastidioso annebbiamento. Oggi l’intervento di cataratta è, dunque, diventato un’operazione di routine, che va affrontata con serenità, seguendo i consigli del proprio oculista.

Oltre agli occhi anche l’udito!

La cataratta A cura della Dott. Elena Gusson La cataratta è una progressiva e costante opacizzazione del cristallino dell’occhio, che impedisce, o blocca del tutto, il passaggio della luce necessaria per una visione nitida. Il cristallino - una piccola lente, a forma di lenticchia, posta, al centro della pupilla, dietro l’iride, la parte colorata dell’occhio - perde la sua trasparenza per diversi motivi: età avanzata, traumi, malattie come il diabete, uso prolungato di certi farmaci, fattori ereditari. La cataratta può svilupparsi rapidamente, oppure può essere lenta e progressiva. I sintomi più comuni che il paziente avverte sono: riduzione della capacità visiva, con la comparsa di una visione annebbiata e l’alterazione della percezione dei colori; un facile abbagliamento; un peggioramento della visione contro luce e un falso miglioramento della visione da vicino. L’unica terapia per la cataratta è la rimozione chirurgica. Una volta che l’oculista ha diagnosticato la cataratta, il momento migliore per decidere l’intervento dipende dal paziente, perché, fortunatamente, non è più necessario aspettare la “maturazione” della cataratta: al contrario attendere troppo può comportare dei problemi nella strategia dell’intervento. Dopo alcuni esami pre operatori di routine, si esegue l’intervento per asportare la cataratta con la tecnica chiamata facoemulsiÀcazione, che oggi è la più usata. Una sonda a ultrasuoni frammenta la cataratta, consentendone la rimozione attraverso una piccola incisione di soli 3 millimetri. L’intervento è eseguito generalmente in anestesia topica (collirio) e dura circa 20 minuti. Non si avverte dolore né al momento della anestesia né durante e dopo l’operazione. Il chirurgo opera sempre con l’ausilio del microscopio. Se l’occhio lo permette, nella quasi totalità dei casi viene asportato il cristallino opaco e sostituito con uno artiÀciale permanente. Questa lente artiÀciale, in materiale plastico perfettamente tollerato, viene inserita al posto del vecchio cristallino, ancorata ai suoi legamenti naturali, rimanendo per sempre all’interno dell’occhio. La visione si riacquista rapidamente e progressivamente Àn dal primo giorno, raggiungendo la stabilità verso l’ottavo giorno. Talvolta, passato questo termine, sono necessari gli occhiali per ottimizzare la visione per lontano e per vicino. Nella gran parte dei casi, il paziente viene dimesso dopo alcune ore dall’intervento, con una benda, che protegge l’occhio operato per le 24 ore successive. La prima visita di controllo viene effettuata il giorno successivo l’intervento. Per due-quattro settimane il paziente, a casa, deve mettere delle gocce di collirio nell’occhio operato. Possono essere utili gli occhiali scuri a scopo protettivo. Il paziente puo’ avvertire diversi sintomi del tutto normali, che spariranno in breve tempo: un lieve fastidio in zona oculare, con arrossamento e lacrimazione; sensazioni visive di corpuscoli scuri vaganti; la luce, talvolta, appare con dominanti azzurro/verdi; le luci possono sembrare allungate, con degli aloni. Appena dimesso, il paziente deve chinarsi con una certa prudenza e non deve sollevare pesi eccessivi. Può lavarsi il viso e fare il bagno già il giorno dell’intervento, evitando di toccare la regione oculare, mentre è consigliabile attendere almeno qualche giorno per la doccia e lo shampoo. Dopo sette giorni si può andare dal parrucchiere. I pazienti che svolgono un lavoro sedentario possono riprenderlo non appena se lo sentono. Chi svolge un lavoro manuale pesante può riprenderlo dopo due settimane. A distanza di alcuni mesi dall’intervento, in alcuni casi anche di anni, la vecchia capsula del cristallino, dove è adagiata la nuova lente artiÀciale, si può opacare (cataratta secondaria), annebbiando di nuovo la

Dal 6 febbraio 2009 è iniziata, ad Asola, la collaborazione fra lo Studio Audioprotesico Pianori, di Mantova, e l’Ottica Rizzieri. Prove audiometriche; test vocali per la scelta del miglior apparecchio acustico Convenzionato ASL per la fornitura dei presidi acustici. per informazioni: 0376-70228

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che a causa della guerra ha sofferto ed è stato duramente colpito.

I cittadini segnalano

Serata magica a Casalmoro

Lezioni di inglese con insegnante madre lingua qualiÀcato con esperienza L’insegnamento è rivolto a bambini e adulti che sono interessati ad imparare o migliorare il proprio inglese, partendo da un livello base a quello più avanzato. Le lezioni potranno essere individuali o a piccoli gruppi, con programmi studiati su misura per ogni esigenza. L’insegnante sarà a vostra completa disposizione per concordare gli orari e dove effettuare le lezioni (anche a casa), secondo le necessità degli studenti. Per maggiori informazione contattare: Jenny, cell. 333 3904564 Andrew, cell. 334 3649435 e-mail: eco.art@live.com

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Un lettore, dopo aver visto pubblicato sul N°6 del 2008 il ricordo che abbiamo fatto al sig. Bruno Mazzali, suggerisce a chi ne ha il potere di intitolargli il Gagliardetto dell’Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra, sezione di Asola. Ovviamente, anche l’Asolano non può che essere d’accordo con l’autore di questa richiesta che ha lo scopo di ricordare in maniera più signiÀcativa una persona

Serata doppiamente magica quella di sabato scorso, 7 febbraio 2009, alla scuola primaria di Casalmoro. Magica per l’affascinante e misterioso spettacolo col quale il “mago” Paolo ha saputo intrattenere per ben due ore un folto pubblico di bambini, genitori, zii e nonni accorsi nonostante l’acquazzone del tardo pomeriggio, magicamente Ànito poco prima dell’inizio della serata. Doppiamente magica perché le numerose e generose offerte degli spettatori sono state interamente versate sul conto corrente che il Comitato “Opera per Opara” ha aperto presso la banca locale per la raccolta dei fondi necessari perché un nostro concittadino, il signor Opara, padre di due bambini, possa essere sottoposto al delicato intervento di trapianto del rene. Il sistema sanitario infatti non copre i costi relativi agli accertamenti medici e all’intervento del donatore, in quanto residente all’estero. Ma lasciamo un momento l’importantissimo scopo beneÀco della serata per tornare alla magia dello spettacolo del mago Paolo. Musiche misteriose e luci soffuse hanno trasformato l’ambiente scolastico, noto ai bambini, in un luogo magico, dove una corda tagliata a pezzi e messa in un un sacchetto si ricompone integra fra lo stupore del pubblico, dove da contenitori in Àamme escono colombe vere, dove l’immancabile coniglietto bianco sbuca dal cappello visibilmente vuoto, dove il mago, coperto da una maschera e avvolto in un lenzuolo come se fosse un fantasma, costruisce sotto gli occhi di tutti una casetta di cartone dalla quale esce improvvisamente un altro fantasma che, smascherato, si scopre essere lui stesso, mentre il primo fantasma, tolta la masche-

ra, rivela il volto non del mago, come tutti si aspettavano, ma della sua assistente. Di grande effetto poi il numero in cui una ragazza, fra melodie e luci misteriose, resta sospesa nel vuoto fra l’incredulità del pubblico. Grazie al gruppo di mamme che ha organizzato lo spettacolo. Grazie al mago Paolo (contattabile al numero 333 4962518) che ha simpaticamente coinvolto i bambini ed ha incuriosito i grandi. Grazie all’Amministrazione Comunale di Casalmoro e all’Istituto Comprensivo di Asola che, unitamente al personale docente e non, hanno concesso i locali della scuola primaria. Grazie al Comitato “Opera per Opara” che, con il prezioso aiuto di tante persone, ha promosso e realizzato questa iniziativa. Grazie a tutte le persone che hanno partecipato alla serata e grazie a tutti coloro che vorranno sostenere economicamente la raccolta fondi tramite donazioni sul conto corrente bancario numero 7402 della Àliale Mantovabanca 1896 di Casalmoro (IBAN: IT2100800157500000000007402). Simone Peverada

L’Asolano bimestrale

Periodico indipendente d’attualità e cultura del territorio di Asola

ANNO 4 - N° 1 Gennaio / Febbraio 2009 Autorizzazione Tribunale di Mantova N° 2 / 06 del 16 / Giugno 2006 Direttore Responsabile: Guido Baguzzi Albo Giornalisti N° 110821 e-mail: direttore@asolano.it Direzione e Redazione: Asola (Mantova) Via Cantarane, 39 - Tel. 338.1516966 Sito internet: www.asolano.it Raccolta pubblicitaria: Guido Baguzzi Via Libertà, 51 - Tel. 0376.720777 Pubblicità: inferiore al 45% Stampa: Gescom - Viterbo Editore: Associazione Culturale “L’Asolano” Presidente: Dario Compagnoni e-mail: compagnoni@asolano.it Asola, via Pignole, 24 Registrata l’11 agosto 2005 Uff. Reg. Castiglione Stiv. N° 3119 / 3

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L'Asolano N°2-09