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Bitten canvas (serie), 2010, tela morsicata dall’artista, cm 35x20. Courtesy Sabot Gallery, Cluj-Napoca

Amplificandone fortemente la valenza femminile, in particolare con il lavoro a maglia... Il ricamo, come il lavoro a maglia o il cucito, sono da sempre prerogative maschili, almeno fino al Cinquecento, quando diventano il passatempo preferito delle nobildonne. Nell’Ottocento sia il ricamo che il lavoro a maglia sono molto popolari e occupazione privilegiata sia per le aristocratiche che per le classi popolari. A questo passaggio coincide la sua perdita di valore come “arte”, ed è questo che m’interessa molto. Mi domando se io lo faccio per diletto o per lavoro. Mi ha molto colpito il tuo lavoro Bitten canvas. Una tela di cui hai letteralmente morsicato una parte del telaio che la sosteneva. Un compito difficile dopo Fontana, Burri, solo per citare i più significativi. Sì, è l’amore verso questi artisti e verso l’esistenza della pittura che mi ha spinto a rosicchiare una tela. Mi affascina il fatto che l’essere umano abbia funzione cerebrale in grado di creare il concetto stesso di pittura. Gli dà un valore oltre a quello materiale, ma prima o poi i dipinti marciscono, vengono mangiati dagli animali. In alcune tribù cannibali veniva fatta una cosa simile dal figlio col padre defunto, per interrompere il processo di totale dispersione. In un tuo recente lavoro hai utilizzato dei tatami giapponesi su cui hai dipinto motivi di ceramiche d’origine americana. Giappone e America, due Paesi in cui hai vissuto. Quanto il luogo influenza il tuo lavoro? Ogni luogo m’inietta nuovi pattern. Il mio cervello, per combattere il disorientamento visivo, li associa a cose che conosce, creando nuovi assemblage. Come è nata l’immagine inedita per la copertina di questo numero? Ho ridipinto un frame di un video che mostra la preparazione della creta in Giappone, dove invece di utilizzare un battitore, si usa il peso del corpo. In Europa si costruiscono ingegnosi attrezzi mentre in Giappone lo strumento è il corpo. È la conseguenza di un modo radicalmente diverso di concepire la persona. Questo succede nella creta così come nella guerra. L’arma nucleare da una parte, il kamikaze dall’altra. Impastare la creta mette in comunicazione con la storia.

NOW

di ANTONELLO TOLVE

D.A.F.NA NAPOLI

Un luogo intimo che si trasforma in area pubblica, in ambiente coinvolgente, flessibile. La D.A.F.NA Home Gallery di Napoli presenta “un’atmosfera conviviale e friendly” che, se da una parte accoglie lo spettatore con dolcezza e gentilezza, dall’altra mira a rendere “il rapporto con le opere d’arte più accessibile e diretto”. Legato profondamente agli spazi in cui si consuma la vita (all’abitare, più precisamente), il progetto messo in campo da Danilo Ambrosino e Anna Fresa converte, difatti, l’ordinarietà in festività, in momento simposiaco che trasferisce la creatività al di là dei recinti chiari della galleria tout court per entrare in un habitat che, sotto il segno dell’ospitalità e sulla scia delle home gallery newyorchesi, offre un paesaggio estetico trasparente, disponibile al colloquio e alla partecipazione. Nata il 6 giugno 2010 con una personale dello stesso Danilo Ambrosino [nella foto, a sinistra, un suo dipinto], al primo piano del settecentesco Palazzo dei Principi Albertini di Cimitile, D.A.F.NA propone nelle sue sale progetti e programmi che (in collaborazione con una serie di realtà transnazionali) si intersecano, appunto, alle esigenze del pubblico eterogeneo e appassionato. “Il progetto che sto perseguendo da quando ho assunto la direzione artistica della Dafna”, avvisa Maria Savarese, “mira a strutturare, in uno start up pluriennale, una programmazione espositiva incentrata sulla valorizzazione di giovani artisti ben posizionati nel mercato e nel panorama artistico nazionale e internazionale, in sinergia con gallerie e curatori italiani sia in Italia che all’estero. Inoltre intendo rendere la Dafna un laboratorio creativo, nel quale si programmano mostre e progetti dedicati all’arte contemporanea in dialogo e in collaborazione con realtà espositive istituzionali”. Joe Davidson, Valentina De’ Mathà, Ferrante Ferranti, Ana Gloria Salvia [nella foto, a destra, un suo dipinto], Todd Williamson e Donatella Spaziani: sono questi gli artisti di una scuderia in progress che si espande, oggi, grazie a un vivace lavoro di équipe. Due i punti programmatici nel prossimo futuro. “Il primo riguarda una mostra che indaga l’arte orientale”, una mostra “che sarà incentrata probabilmente sull’Indonesia, quest’anno presente per la prima volta con il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Il secondo focus sarà sul lavoro di un artista campano, Ciro Vitale, che realizzerà un progetto site specific per la Dafna”. Via Santa Teresa degli Scalzi 76 - Napoli 081 5447699 / 333 7530500 info@dafna.it - www.dafna.it

ULTIME DA VIAFARINI DOCVA

a cura di SIMONE FRANGI

ENRICO BOCCIOLETTI Nato a Pesaro nel 1984, vive a Milano

LUCIA BARBAGALLO Nata a Lecco nel 1987, vive a Milano

CLAUDIO CORFONE Nato a Foggia nel 1985, vive a Milano

Un lavoro sull’immagine e le sue derive virtuali, multimediali, che prescinde dall’esclusiva dimensione visiva e sovrappone al lavoro artistico un’identità musicale trasversale: Death in Plains. Operando per aggregazione e collisione di informazioni, Boccioletti replica la fuzzy logic che governa la cultura visiva contemporanea, trascinandola in un grande progetto-statement, Translationships, che funziona come specchio del suo modus operandi. Con l’ambizione di far emergere attraverso la documentazione ciò che non sarebbe altrimenti rappresentabile.

Un’integrazione di fotografia di reportage, video esplorativo e nomadismo, ripiegata sul paesaggio vuoto e i disertamenti umani. Con un coefficiente estetico talmente alto che l’opera diventa trasparente, per lasciare spazio alle implicazioni sociali e geopolitiche del lavoro video e fotografico, senza sprofondare nel tecnicismo. Alla vigilia della sua prima personale in una galleria milanese, Lucia Barbagallo si avvicina con un approccio fresco al “pedinamento del reale” e alla sua narrazione.

Si fa avanti con la consequenzialità dei rigidi meccanismi concettuali in arte, correggendoli con un’ironia sottotraccia. Il lavoro di Claudio Corfone opera contemporaneamente a livello tematico e a livello strutturale, analizzando “in atto” i pregiudizi dei medium artistici classici e il loro détournement. Delegando gran parte dell’operazione artistica a tecnici e infingardi indizi, rilasciati surrettiziamente nei titoli, Corfone raggiunge un disatteso nucleo poetico che non rischia lo scavallamento nel lezioso.

Quasi-Borealis-(Retina-Sculpture), particolare, 2012 stampa adesiva su pvc

Pippa’s Bogie, 2011 video dv pal, 12’ courtesy Galleria Artra, Milano

Asta tramonto, 2012-2013 acrilico e ducotone su tela, cm 39x29

TALENTI 81

Artribune magazine #15  

Prima uscita autunnale per Artribune Magazine. Come sempre, un numero pieno di anteprime, novità, recensioni, approfondimenti...

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