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LUX VINCENZO MUSARDO

PITTURA E SPIRITUALITÀ DA ORIENTE A OCCIDENTE


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LUX VINCENZO MUSARDO

PITTURA E SPIRITUALITÀ DA ORIENTE A OCCIDENTE


L’opera è inserita nella collana Cataloghi d’Arte della

ISBN 978-88-6052-338-9

Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione

A CURA DI Domenico Montalto Ezio Nimis

TESTI Magdi Cristiano Allam Domenico Montalto Raffaella Zavatta Elena Agudio Mario Ursino Anna Caterina Bellati Paolo Levi

FOTOGRAFIE DELLE OPERE Italphoto di Simone Laura & Co. REALIZZAZIONE GRAFICA Arti Grafiche della Torre - Auditore (PU) COORDINAMENTO EDITORIALE Ezio Nimis Franco Marzili Danilo Marzili

SPONSORS:

STAMPA Arti Grafiche della Torre - Auditore (PU) DISTRIBUTORE ESCLUSIVO ALLE LIBRERIE Messaggerie Libri S.p.A. Via Verdi, 8 - 20090 Assago (MI)

Copyright © 2010 ARTISSE srl Riproduzione vietata, tutti i diritti riservati dalla legge sui diritti d’autore

SOCIETÀ DI RIFERIMENTO

ARTISSE SOCIETA’ ITALIANA tel. (+39) 0831 779 numero verde: 800 artissesrl@libero.it www.artisse.it

D’ARTE CONTEMPORANEA SRL 242 fax 0831 777 141 114 606 info@artisse.it


VINCENZO MUSARDO

LUX

PITTURA E SPIRITUALITÀ DA ORIENTE A OCCIDENTE A CURA DI DOMENICO MONTALTO

CRISTIANESIMO P. 15

EBRAISMO P. 29

BUDDHISMO P. 43

ISLAMISMO P. 55


LUX


MAGDI CRISTIANO ALLAM CONTRIBUTO ALLA MOSTRA ANTOLOGICA DI VINCENZO MUSARDO

Che gioia ammirare la Sacra Sindone ritratta da Vincenzo Musardo! E che fortuna poterla ammirare ininterrottamente essendo esposta nel salotto di casa mia. Un ricordo straordinario ricevuto al termine di una serata memorabile nella Basilica di San Pancrazio Salentino il 15 ottobre 2008 stracolma di fedeli e amici accorsi per ascoltare la mia testimonianza sulla conversione dall’islam al cattolicesimo, il dono immenso della fede in Cristo realizzatosi attraverso il regalo più bello della mia vita, ricevere il battesimo dalle mani del Santo Padre il Papa Benedetto XVI il 22 marzo 2008. Con uno slancio di generosità e l’umiltà personale che si addice ai grandi artisti, Musardo volle consegnarmi la sua opera per suggellare una fraternità che si fondava su una profonda sintonia spirituale. Colsi l’animo di un uomo genuino che concepisce la vita come un volare alto, dove la libertà è, nella sua essenza, essere pienamente se stessi nell’interiorità dell’anima. Ed è qui, nella vita concepita come dimensione

dell’essere, non dell’avere e meno che mai dell’apparire, che Musardo riesce a proporsi come il testimone di una spiritualità cristiana che è al tempo stesso profeticamente universale. Perché è solo se sapremo sempre più guardarci dentro e concepire la felicità per ciò che siamo e non per i beni che possediamo, che potremo creare un linguaggio universale in grado di unire gli uomini e le donne di buona volontà in tutto il mondo, indipendentemente dalla fede, dalla cultura e dalla nazione d’origine. Auguro pertanto a Musardo sempre nuovi successi e traguardi, in un percorso ricco e incentivante, dove la serenità dell'anima è una tensione continua verso l’infinito che è dentro di noi ma che non ci appartiene. Quell’infinito che si legge negli occhi del Cristo magistralmente ritratto nella Sacra Sindone.

Magdi Cristiano Allam (Eurodeputato “Io amo l'Italia”)

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DOMENICO MONTALTO

Lux

È una luce tagliente, nitida, meridiana, metafisica quella che svela all’occhio le immagini di Vincenzo Musardo. Una luce che disegna e scolpisce le forme, rivelando alla nostra coscienza frammenti visivi che paiono riemergere, misteriosamente, dall’ombra abissale del tempo, dall’oblìo in cui affonda il passato del mondo. L’artista salentino - ricapitolando il proprio peculiare percorso espressivo e affinando una cifra stilistica ormai inconfondibile - presenta qui un nuovo compatto e coerente ciclo di opere, tutte ispirate all’immaginario delle grandi religioni o culture religiose dell’Occidente e dell’Oriente - le tre fedi del Libro, ebraismo, cristianesimo, islam - il buddhismo e l’induismo ma anche, risalendo nei secoli, i miti ellenici e i culti pagani dell’antichità sia mediterranea sia mesopotamica. Un progetto site specific, nato e studiato appositamente per gli aulici spazi del Palazzo del Vicariato, di rilettura pittorica dei simboli e dei documenti storici del senso religioso, una sinossi poetica e iconografica che ha impegnato in questi ultimi anni la sua riflessione, il suo lavoro, la sua ricerca. Ne è scaturita una silloge di icone evocative, dense di rimandi e di senso, che il pennello dell’artista - come il bulino d’uno scultore - sbalza e modella con materia terrea, scabra, quasi restituendoci i lacerti di un’archeologia dell’anima, i sogni più nobili delle civiltà, i sedimenti visuali di una bellezza che supera Stati, confini, razze perché appartiene alla famiglia umana, al sentire profondo dell’uomo in quanto creatura.

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DOMENICO MONTALTO LUX

A una prima superficiale impressione, l’arte di Musardo potrebbe apparire come una sorta di fredda, erudita, citazionistica restituzione di maniera di mitologie e di visioni depositate nella memoria e nell’inconscio collettivi, insomma un abile rendering intellettuale e di mestiere di quelle che Jung denominò “immagini primarie”, accuratamente trascelte in un coté museale, da raffinato frequentatore di antiquarium. In realtà, esaminando il tutto con la dovuta attenzione, questo repertorio di emblemi archetipali, questa sublime, elegante koiné del sacro universale impegna a fondo le nostre risorse di risveglio spirituale, le nostre capacità di interrogarci, di rimetterci in gioco davanti al mistero. L’arte di Musardo sembra infatti tradurre, in scene e colori, un’apocalisse sui generis, una metafora figurativa, una semantica nuova dell’immagine che alludono e additano la magna quaestio del nostro essere al mondo qui e ora, volta a scuotere le coscienze dal torpore della banalità, a liberare le menti dall'assedio del senso comune, rispolverando i sommi signa e monumenti della spiritualità, spesso enigmatici ma sempre potenti, ed evocando quelle virtù dello spirito che Giacomo Leopardi definì splendidamente “desideri infiniti, visioni altere, pensieri immensi”. È tipico delle epoche di crisi e di confusione – qual’è indubbiamente quella che stiamo vivendo - il ricorrere di suggestioni apocalittiche, di millenarismi, di misticismi in pillole, di mode esoteriche, di simbolismi, sincretismi, messianismi e satanismi vari. Fenomeni paraculturali, “ismi” ognuno con un proprio marketing, che sono le scorie di fragilità collettive, di paure remote, spezzoni di spiritualità dall’identità incerta, consegnati al fast food paraculturale di massa, a sua volta sovralimentato dall’industria editoriale, da internet, dal fumetto, dal cinema hollywoodiano, dal video-game, dalle fiction televisive, insomma dai media che pervadono la nostra quotidianità. Nulla, neppure una pallida traccia, rimane - sotto questo grottesco ammanto di polveri di significato, di materiali eterogenei, volatili, effimeri - della drammaticità e dell’allure di quella fatidica parola, apokalypsis (“rivelazione”), che nacque nell’ambiente dell’antico ebraismo di lingua greca, e che indicava una manifestazione profetica delle cose nascoste da Dio agli uomini, un resoconto in forma poeticamente estrema, visionaria, dei misteri sacri, evocati con scrittura portentosa. Nella tradizione religiosa abramitica - giudaica, cristiana e islamica - la letteratura “apocalittica” rappresenta un ospite fisso, peculiare, per certi versi scomodo, dovendo trattare argomenti tabù all’esperienza ordinaria, quali il

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Paradiso e l’Inferno, gli angeli, lo scopo del mondo e la consumazione dei tempi: il fine e la fine, addirittura. Oggi, nella cultura di massa contemporanea, programmaticamente scettica e libertina, quella dimensione apocalittico-escatologica, fortemente connotata di moralismo, subisce uno slittamento, anzi un vero e proprio annacquamento semantico, finendo con l’inglobare i mille frattali del lucroso filone fantastico e fantascientifico, e finendo anche col diluire la propria capacità di turbamento interiore, di allarmare la coscienza, sfibrando la grave serietà della profezia e del monito divino in un calderone di banalità dove si mescolano Nostradamus e l’11 Settembre, lo tsunami e l’inquinamento globale, Chernobyl e l’epidemia di aviaria in un catastrofismo pronta cassa, da intrattenimento popolare, da talk show. Una sorta di finzione dello spavento, di brivido del cataclisma, di piccolo doping dello spirito concesso dal totalitarismo dell'insulsaggine. La provvidenza vuole però che anche in quest’epoca – oggettivamente più buia di quanto alcun profeta apocalittico abbia mai osato immaginare – non manchino i territori franchi e liberi della poesia e dell’arte (come dimostrano queste opere di Musardo), i guizzi del genio capace di tener desta quell’attesa autenticamente apocalittica, quella santa ansia che deriva dalla nitida consapevolezza del male, dalla conoscenza del potenziale criminogeno dell’uomo, bestia in sembianze di angelo capace però - se restituito alla Verità - di generare il bene, il bello, il vero. La tecnica dell’olio e della serigrafia polimaterici, di cui Musardo è mentore e maestro, fondate su una laboriosa ricetta alchemica di ossidi di ferro, di polveri di marmo, di collanti, di ripetuti passaggi di matrici e d'inchiostri, conferisce al dipinto e al foglio di grafica l’aura di antico reperto, di reliquia della civiltà, dove la massa plastica del materiale pittorico e coloristico svela la dimensione della sacralità, della meraviglia. Centrali risultano, in questo corpus, le immagini relative all’arte sacra e all’iconografia della Cristianità, a partire dall’icona per definizione: la Sindone, che l’artista pugliese rivisita con caldo colorismo, in un’accensione espressionista di rossi e di blu, di verdi e di viola. Né mancano gli angeli, in sembianze di putti classicheggianti, simili a eroti d’un fregio o d’un frontone greco, e altro ancora. Immagini bellissime che ci rammentano come la Rivelazione abbia riassunto in sé e coronato tutte le bellezze precedenti e

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DOMENICO MONTALTO LUX

future, introducendo nella storia umana un nuovo statuto dell’arte, una confidenza nuova dell’uomo nei confronti dell’Eterno. Nel Prologo del Vangelo di Giovanni, si annuncia che il Logos “si è fatto carne”, ponendo così un netto discrimine tra un prima e un poi, tra antichità e modernità. Dio si è fatto umano, l’ineffabile diviene effabile, assumendo la nostra carne e, quindi, la nostra immagine. Dal Prologo insomma origina l’arte cristiana, occidentale e moderna, intesa quale possibilità di rappresentazione non solo della natura nel suo aspetto più misterioso e terrifico (come avviene nel mito pagano), ma di ciò che sta prima e oltre la natura, ovvero il Dio creatore, padre e misercordioso. Ammirando queste opere di Musardo, sovvengono necessariamente le parole scritte da Papa Giovanni Paolo II nella sua epocale Lettera agli artisti del 1999, dove troviamo concetti inequivocabili: “...La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene... L’artista vive una peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore col dono del ‘talento artistico’… Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro, nella realizzazione di opere veramente valide e belle, essi non solo arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e dell’intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale qualificato a vantaggio del bene comune... C’è dunque un’etica, anzi una ‘spiritualità’ del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: ‘La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere’... Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio”. Tutti abbiamo bisogno di artisti che ci illuminano di una luce originale, una lux nuova, come fa Musardo.

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CRISTIANESIMO


SACRA SINDONE OMAGGIO AD ANDY WARHOL OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X100

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ANGIOLETTO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X40

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SACRO ROMANICO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X50

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PROFETA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X50

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CRISTIANESIMO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 50X70

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ANGELO LITOSERIGRAFIA SU CARTA MAGNANI DI PESCIA 1/99 CM 70X50

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SACRA FAMIGLIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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SACRA SINDONE ARCHETIPO III OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 70X50

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SACRA SINDONE ARCHETIPO IV OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 70X50

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LUCE SUL MONDO ANTICO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 80X120

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EBRAISMO


ARCA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 40X60

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IL CARRO DI FUOCO ELIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X80

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VENERE E GUERRIERO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 50X70

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ETRUSCO OCCIDENTALE OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 80X120

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CACCIATA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X80

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FRAMMENTI OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 50X70

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DAVID OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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IL GIORNO DELLA MEMORIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 100X80

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BUDDISMO


KLASSICA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 35X50

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DIVINITÀ ANTROPOMORFA

AFGHANISTAN

OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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DIVINITÀ TRICEFALA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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L’EROS IN INDIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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ARCAICO OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X50

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NABUCODONOSOR OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 70X100

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BUDDA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 100X80

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ISLAMISMO


PREISLAMICHE OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X80

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ARCHETIPI IO DONNA DITTICO - OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 120X160

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ARCHETIPO MUTANTE CAMMINO DELLA STORIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 80X120

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STRUTTURE VERTICALI DELLA MEMORIA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 70X50

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VENERE PREARCAICA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 60X50

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FONDAMENTALISMI EPICI OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 50X70

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ENIGMA OLIO POLIMATERICO SU TELA CM 50X70

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RAFFAELLA ZAVATTA

Quando entusiasmo e passione sostengono l'arte

La fortuna di molti Grandi Maestri nella storia dell'arte è stata l’incontro con il “mecenate”, con colui il quale ha creduto nel segno e nella personalità dell’artista, anche se frequentemente forzando il suo “protetto” affinché eseguisse opere sempre più affini alle esigenze di chi, fondamentalmente, gli garantiva la sopravvivenza. Emerge quindi un rapporto molto personale, notevolmente vincolante, cui solo gli artisti di forte personalità hanno saputo opporsi pur di mantenere la propria indipendenza. Nel corso dei secoli, la figura del mecenate, senza scomparire, si è adattata di volta in volta alle mutazioni storiche, sociali, economiche e, soprattutto, artistiche. Talvolta ha coinciso col mercante (o gallerista), talvolta con il critico d’arte, talvolta con l’industriale, ma anche con società, banche, associazioni, con chiunque sostenesse un artista non solo per il proprio piacere personale ma anche per la trasformazione di una scelta in investimento, per lo più economico. Tutto quanto sopra per inquadrare una realtà, anche attuale, accanto alla quale si è invece sviluppata e concretizzata, proprio nel Salento, terra di Virgilio, una filosofia differente a sostegno dell'artista, dell’opera d’arte e soprattutto del collezionista: questa realtà è Artisse, Società Italiana d’Arte Contemporanea. Artisse nasce dall’idea dell’Avvocato Ezio Nimis, che ha saputo raccogliere intorno a sé, grazie al proprio carisma ed alla sua grande passione un gruppo di collezionisti, imprenditori, cultori

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dell’arte che, per promuoverla e divulgarla, hanno unito la propria esperienza ad una forte volontà di riuscire. Entusiasmo, motivazione e cospicui investimenti volti alla promozione dell’immagine di ciascun artista, sono i punti di partenza dell’attività di Artisse, accompagnati dall’orgoglio di partecipare in qualche modo al destino dei propri artisti e dalla responsabilità di garantire ai collezionisti una sicura crescita del valore delle opere acquistate. Ezio Nimis, che è anche Amministratore Unico della Società, ci tiene ad sottolineare che «Artisse non si occupa della semplice commercializzazione di opere d’arte ma, pur vantando artisti di fama consolidata, sceglie, in collaborazione con i maggiori critici e accademici, indiscutibili talenti che abbiano solo bisogno di giungere al grande pubblico e che possano rappresentare un sicuro investimento, sia per chi li propone che per chi li acquista. Sono convinto che la maggior parte di coloro che ne sono tentati non assecondano la propria emozione di acquistare un’opera d’arte per la scarsa conoscenza della materia, delle tendenze e per l'incertezza di spendere bene il proprio denaro: noi di Artisse offriamo tale certezza e consideriamo i nostri collezionisti tanti piccoli “soci no risk”. Chi sceglie di acquistare l’opera di uno qualsiasi dei nostri artisti sa che questi è stato innanzitutto selezionato da critici di grande livello: non deve far altro che appenderla alla parete della propria abitazione e goderne il possesso». Aggiunge inoltre: «Artisse dal canto suo, acquisendo l'esclusiva dell'artista, a tutela del proprio investimento, profonde capitali ed energie nella realizzazione di mostre, eventi e pubblicazioni che non faranno altro che accrescere il valore delle sue opere premiando così anche la fiducia accordatale da coloro i quali hanno creduto nelle sue scelte.». Operazioni importanti, dunque, volte alla tutela a tutto tondo dell’artista che, proprio grazie anche alla continua presenza sul mercato, consolida la propria posizione tra i protagonisti dell'arte contemporanea e, supportato dall'attenzione nei confronti di una corretta commercializzazione delle sue opere dalla puntuale attività di Artisse, vede crescere la qualità e il numero dei suoi collezionisti, che mantengono sempre la consapevolezza dell’importanza nell'investimento sia emotivo che economico. Collezionisti che nel corso degli anni hanno avuto modo, grazie ad Artisse, di approfondire la conoscenza di un grande artista italiano, protagonista e testimone internazionale dell’importanza e della vivacità dell'arte contemporanea: Vincenzo Musardo. [*Salentino d’origine, egli completa i suoi studi a Lecce e ancora giovanissimo

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RAFFAELLA ZAVATTA QUANDO ENTUSIASMO E PASSIONE SOSTENGONO L’ARTE

si trasferisce a Charleroi, in Belgio, dove si perfeziona come libero uditore all'Accademia di Belle Arti mentre opera come designer e scultore nelle officine GresGuerin e Dubois a Bouffiouls. Realizza una scultura fittile per la Regina Fabiola ed espone all'Europac a Bruxelles; al Palais des Congres di Liegi; al Grand Palace di Anversa; al Prix Italienne a Gilly (premiato). Nel 1973 a Firenze una Giuria Internazionale (François Apollinaire Francia, Antony Harris Inghilterra, Schrieferes Germania...) gli attribuisce il “III Michelangelo d’Oro” per un’opera di pittura tridimensionale. Da allora l’Artista rimane fisicamente in Italia, dove si dedica all’insegnamento presso Le Accademie di Belle Arti di Foggia e Bari e allo studio dell’Archeologia, ma le Sue Opere, parlando il linguaggio universale dell’arte “vera”, continuano a valicare i confini passando per l'Expo Mondiale di Siviglia in Spagna, nel ‘92, per giungere, nel ‘99 al Museo G.I.Katsigra di Larissa, in Grecia. Dal duemila ad oggi sotto l’egida dell’Artisse i suoi successi vengono ancor più consolidati. Collezionisti privati di altissimo livello e Amministrazioni pubbliche acquisiscono importanti Opere dell’Artista, le cui quotazioni sono in continua ascesa. La Galleria “Modus” di Parigi (Place des Vosges) ne pretende l’esclusiva per la Francia, riservandosi il diritto di proporlo al “Sofa” di Chicago nel Novembre di quest’anno; e, anteprima importante, il “Global Awareness Group” di Toronto ha tanto apprezzato Musardo da aver già organizzato- con il patrocinio dell’Università di York- una personale da tenersi in Ottobre-Novembre prossimi al “Casa Loma” (secondo monumento più visitato del Canada). Il Maestro salentino con i suoi reperti spesso inventati si muove e trascina l’osservatore non solo attraverso lo spazio, ma anche e soprattutto nel tempo, perché con le sue opere riesce a ridare a quelle testimonianze del passato nuova vita, donando ad esse un senso nuovo dell’esistere attraverso il proprio sguardo. L’Artista si propone come guida e narratore di elementi arcaici, di cui sottolinea la presenza, l’esistenza che ha segnato secoli e millenni di storia dell’uomo; riporta un messaggio antico, ma sempre attuale, fa sì che simboli, figure appartenenti ad epoche e culture diverse mostrino quel linguaggio universale che le accomuna e permette loro di dialogare. Il tutto attraverso una materia che, lavorata sapientemente, acquisisce, se pur sulla tela, una

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tridimensionalità, un volume che rendono ancor più viva la descrizione e fanno avvertire all’osservatore quella forte emotività che ha accompagnato la gestualità dell’artista. Questo è il risultato di quell'arte “metarcaica”, creata e sviluppata da Musardo a partire dal 1974, attraverso la quale egli si fa «cantore arcaico e immaginifico del mito [...] messaggero solitario e metarcaico di civiltà mediterranee scomparse» (Paolo Levi, in I sogni tangibili di Vincenzo Musardo).

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ELENA AGUDIO

Vincenzo Musardo o dell’olimpica sospensione

Teatro della memoria, cortocircuito temporale, condensamento di mistero. L’arte di Vincenzo Musardo, figlia di un continuo catulliano “labor limae”, è fatta di stratificazioni e sovrapposizioni di lentezze, di incontro di riflessioni, di incroci di senso. Per lui la citazione dell’antico non è sterile giustapposizione di familiari forme mediterranee ma percorso di indagine nei meandri di una coscienza che è individuale e collettiva. Pugliese, magnogreco, romano, bizantino, cortese, romanico e poi barocco e contemporaneo e ancora antico, Musardo è un uomo affatto arcaico, un artista per nulla passatista. La sua è una visione sincronica della storia, una ricomposizione di armonie lontane interrotte dalla spietata velocità del presente continuo. Il reperto di un re assirobabilonese che si avvicina a quello di un cavallo attico per lasciarsi sussurrare l’esito della battaglia di Salamina, menadi dionisiache che placano la loro mania estatica incrociando lo sguardo di ieratici profili egizi, senatori togati romani che osservano come manichini criptici grafismi di civiltà sommerse, tutto in Musardo è evocazione e sovrapposizione. Di senso e di materia. Il mito per lui è muthos, racconto, e mithos, filo, una narrazione gomitolo, in cui il passato si aggroviglia con il presente e si srotola nel futuro. Perché oggi tutto è contemporaneo, come disse già André Malraux nel suo Musée Immaginare, la vitalità delle immagini e dei documenti antichi non permette la morte della memoria, e la fotografia della maschera d'oro di Agamennone

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può vivere accanto a quella della Maistra di Brancusi nel nostro computer. Secondo un criterio di catalogazione che non è più cronologico, ma che può essere alfabetico, tematico, iconografico. Poetico. Aby Warburg, aveva ordinato la sua celebre biblioteca di Amburgo – oggi a Londra – secondo la “regola del buon vicinato”, giustapponendo un libro all’altro in base ai criteri del contesto e dell’associazione di idee. Con lo stesso procedimento proseguì fino a concepire il suo “Atlante della Memoria”, Mnemosyne, un insieme di tavole dove immagini fotografiche di espressioni artistiche vengono accostate una all’altra per somiglianza formale e citazione conscia o inconscia di un modello. Una geniale catalogazione di forme provenienti da momenti storici e latitudini diverse, eppur evidentemente connesse. Così un rilevo classico che raffigura una menade danzante viene accostato all’immagine della ninfa-ancella nei dipinti rinascimentali fiorentini, fino ad essere paragonato a una fotografia di Isadora Duncan – quasi coetanea di Warburg – danzante a piedi nudi. Tutto a convivere contemporaneamente. Perché esiste una memoria individuale e collettiva che, seppure sommersa dall’amnesia del nostro presente che tutto dimentica, non muore e riemerge come traccia mnestica, espressione formulare, come segno sempre nuovo fuori dallo spazio e dal tempo. Non asetticamente antico ma antropologicamente sedimentato e condensato nell'attualità. Quello che fa Vincenzo Musardo è un percorso in parte warburghiano, di riappropriazione delle forme e delle materie, di ricomposizione di frammenti e di schegge di una civiltà mediterranea a lui così intima e amica. I reperti che l’artista pugliese riscopre emergono come epifanie dalle sabbie della sua pittura per tornare ad appartenere al mito. Per galleggiare sulle sue tele come in un liquido amniotico, al riparo dal mondo fisico che – ahimè, troppo spesso spietato – con il vento della calunnia erode la materia, che con la pioggia delle falsità consuma le patine e con le tempeste dell’indifferenza genera mostri. Gli archetipi di Musardo sono anche i nostri, e si incrociano nei suoi quadri come personaggi che appartengono allo stesso tempo e che parlano la stessa lingua, arrivino essi dalla antichità classica, dall’epoca alessandrina, dalla storia romana o dall’attualità contemporanea, come il busto di Mapplethorpe. Lo stesso appuntamento per tutti, alla stessa macchina del tempo. Puntata nella direzione dell’atemporalità. Verso quell'olimpica sospensione tanto cara all’arte. Da sempre.

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MARIO URSINO

Musardo, arcaismo e contemporaneità

Tale è il compendio di storia e la capacità di sintesi nelle suggestive opere create da Vincenzo Musardo con personalissima tecnica (oli polimaterici) e tale l’alto grado di simulazione in queste pitture a rilievo, da evidenziare subito una perizia che, di per sé, è già uno straordinario artificio e dunque è arte. Ma non è solo, ovviamente, l’impiego prodigioso di colle, terre, colori, delle crettature e dei graffiti impressi a queste imitazioni di simulacri primitivi, arcaici (l’artista ha coniato il termine “metarcaico” per alludere ad una evocazione che è al di là e al di qua dell’arcaico), perché Musardo fissa inoltre queste immagini secondo una propria geometria illustrativa su piani di fondo ordinati, ma sarebbe più esatto dire orditi, per corrispondere ad una tessitura cromatica, ad un astrattismo che riconduce istantaneamente quelle effigi del nostro passato remotissimo ai più tipici valori formali della contemporaneità Quella materia che vediamo emergere, infatti, affiora consistente e corposa a definire libere copie da frammenti di sculture (marmi, terrecotte, bronzi), rilievi di brani architettonici, di stele votive e funerarie, metope, e una ricorrente figura di Venere “classica”, simbolo e forse archetipo di una maternità rupestre, della stessa natura calcarea e tufacea dell’antichissima Apulia-lapigia, terra di origine dell’artista. Al nostro artista, però, non è bastato dipingere reperti, come hanno già fatto illustri

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grandi maestri del passato (a partire dal Rinascimento con spiccato gusto antiquario) come il Mantegna, e poi Tiziano, e i pittori di rovine del Settecento fino al contemporaneo Giorgio de Chirico, il quale consigliava ai pittori “di copiare molte statue”, no Musardo ha voluto altresì rendere “tattili” questi frammenti, non solo nel senso metaforico che questo termine aveva per Bernard Berenson nello stabilire la qualità di un dipinto, ma anche per un involontario procedimento da ricercatore entomologo che raccoglie le varie specie e le serie dei coleotteri per il suo catalogo scientifico e collezionistico. Demiurgicamente, perciò, Musardo allinea nelle sue tele le raffigurazioni che maggiormente affluiscono nella sua mente di conoscitore e studioso di antichità italiche, che però combina, appunto, con rara capacità di sintesi, con immagini tipiche dell’arte moderna e contemporanea, non esclusa la fotografia di autore come genere a sé. Si è detto, non senza ragione, dell’influenza di Mondrian sull’opera di Musardo. È vero, ma non senza qualche differenza. La citazione mondrianea è palese in taluni suoi dipinti, ma risponde anche ad un’esigenza di sistemazione seriale degli arcani soggetti, della loro lettura sotto differenti esposizioni di luci e colore per tentare di trarne un significato, o semplicemente di farne rivivere il senso del magico perduto. Quindi la freddezza e il rigore del maestro olandese, la sua chiarezza geometrica agiscono qui funzionalmente ad esaltare il fascino emotivo suscitato dagli arcaici indecifrabili reperti che diventano “eroi”, “guerrieri”, “veneri” con il filtro sensibile e fantastico dell’artista. Più sovente, invece, Musardo costruisce un’immagine infranta ove al taglio geometrico di fondo fa riscontro l’informalità di scorci, in prevalenza piatte campiture di neri e rossiocra, entro i quali si allunga, si distende, si siede la “Venere classica”. È un’astrazione a noi nota, di marca prettamente italiana, rintracciabile nelle opere di Burri degli anni Ottanta: i famosi “Cellotex”, monumentali cadenze di forme come ritagliate dal bisturi a scandire bicromie uniformi ed estese; esse sono divenute ridotte modulazioni in Musardo nell’avvolgere e saldare le sue “Veneri” al tempo stesso arcaiche e novecentesche. Se l’influsso dello scultore francese Maillol (1861-1944) è dallo stesso artista dichiarato per l'evidente comune richiamo al mito della classicità, altrettanto incisivo appare il collegamento di queste “Veneri” al classicismo propriamente italiano degli anni Venti di

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MARIO URSINO ARCAISMO E CONTEMPORANEITÀ

Sironi e di Arturo Martini, la cui silenziosa aura metafisica si addice al Musardo più che il loquace Marino Marini, al quale pure in certo qual modo è stato giustamente raffrontato. Ma il plasticismo di Marini è animato da una forte tensione ideale, le sue forme arcaiche liberano i moti della spiritualità (non a caso le sue sculture guardano sempre e si slanciano verso il cielo); inoltre, come ha scritto Argan, egli ha assegnato alla forma “una sostanza illimitatamente umana”; viceversa in Musardo la materia delle sue figure rinvia esplicitamente alla petrosa, in fondo immutabile, sostanza terrestre, dove gli uomini passano, e restano solo il mito e la storia (il ricordo di Diomede è ancora vivo in questa porzione della Magna Grecia); e ancora, l’immagine infranta di Musardo ci ricorda che l'antichità può essere ricostruita solo per frammenti, secondo la poetica di piranesiana memoria. Il primitivismo, il formalismo classicistico possono così, per spontanea associazione mentale, abbinarsi alla essenzialità e alla purezza teorizzata e praticata appunto dai grandi maestri dell'arte italiana nei primi decenni del secolo, come Carrà, De Chirico, Morandi, Soffici, Melli e altri ancora". Inoltre l’artista tiene particolarmente conto dell’asciutta spazialità architetturale “novecentesca” nel sistemare gli antichi reperti che paiono assemblati da un libero manifestarsi dell’inconscio o del sogno. Ma il gioco della sintesi ci appare ancora più singolare quando l’artista riunisce in tre rigorosi e distinti scomparti geometrici che sembrano fotogrammi (di nuovo affiora Mondrian) un rilievo espressivo e graffito che rappresenta un cinghiale (allude forse Musardo alle incisioni paleolitiche della famosa “Grotta Romanelli” nel territorio di Otranto, cioè in lapigia?); più sopra appare l’effigie di un probabile sorridente Apollo, che sembra derivato dalla testa dell’Apollo, in terracotta, dell’Acrotero del Tempio di Veio (500 a.C.), Roma, Valle Giulia. Entrambe le raffigurazioni guardano ironicamente verso il terzo rettangolo-fotogramma che contiene un altro possente rilievo ripreso da una delle più diffuse foto di Robert Mapplethorpe (1946-1988): un nudo (androgino) in vigorosa tensione muscolare e scultorea a ricordare le parole dello scomparso artista-fotografo: “E realmente io vedo le persone come delle sculture”. E sempre dalla fotografia Musardo ci propone un’altra originalissima opera

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dell’antichità, l’Efebo di Selinunte. L’immagine del celebre giovinetto, più conosciuta forse attraverso le illustrazioni, induce l’artista a riprodurla in progressione seriale alla maniera di certe serigrafie di Andy Warhol; qui la silhouette della testa, vista di profilo, si ripete sulla tela otto volte (e quattro volte all'interno della seconda fila), ogni volta però sotto differente angolazione di luce e colore, e sezionata da un taglio di nero da fotogramma, il più emblematico dei richiami al nostro tempo. Tuttavia non possiamo fare a meno di rilevare anche qui la trasposizione in pittura di un moderno classicismo dovuto proprio all’influenza nelle arti del mezzo fotografico, e ci sovvengono al riguardo le illuminanti parole di Arturo Carlo Quintavalle a conclusione di un suo articolo sul “Mese della Fotografia” di Parigi dalla VI edizione: “La foto come meditazione “sublime” resta infatti sempre destinata a pochi ma tutta l’immagine fotografica registrata chimicamente, che sta per scomparire di fronte alla veniente registrazione elettronica, acquista, proprio in quanto tecnica ormai “arcaica” una particolare “aura” e, per questo, finisce tutta al museo”. E quindi Musardo, nell’assumere nelle sue tele, come abbiamo visto, questo ultimo elemento neo-arcaico, conclude sapientemente la sua originale epitome di storia dell’arte.

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ANNA CATERINA BELLATI

Archetipi contemporanei

Viviamo un’epoca convulsa dove le emozioni sono veicolate dai media, cui sembra spettare la scelta di quali fatti imporre all’attenzione generale, quali tacere, quali cancellare. Un’analisi superficiale della società globalizzata ne mette in risalto la faccia roboante e soddisfatta, ma nel profondo si scopre la sua vacuità indotta e pericolosa. Vincenzo Musardo, abbandonata l’arte cinetica e optical degli esordi, durante gli anni Settanta si è impegnato sui temi di un’ecologia del passato, quindi ha lavorato sul nudo femminile in chiave moderna ed è giunto infine a una concettualizzazione metarcaica dell’immagine. Oggi, dalla sua fucina-laboratorio, fa uscire una specie nuova di replicanti inquieti, figure che celano un’identità diversa dal loro apparire. Silhouettes a guisa di rilievo prendono vita su campiture bianche; hanno un aspetto riconoscibile eppure risultano mascherate, provocando nell'osservatore il disagio di chi deve decodificare qualcosa di cui si conosce la superficie ma non il contenuto reale. Il lavoro di quest’artista paziente che sperimenta materiali (oli polimaterici, colle, terre, colori, graffiti) e tecniche, si sviluppa secondo due matrici, quella di una ricerca cromatica raffinata e l’altra di una matericità compatta che suggerisce la sensazione di palpabilità. In questo bestiario dove convivono uomini e animali simbolo, cavalli, cinghiali, gufi, ogni figura non rappresenta se stessa, ma contiene molte possibili rappresentazioni, anzi tutte le rappresentazioni possibili. In balia di un tempo senza idee, ciascuno recita a

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soggetto forse per paura o per indifferenza. Così la nudità classica del corpo femminile, o i reperti del quotidiano diventano Veneri, guerrieri e animali incrostati di sedimenti del presente. Quella di Musardo è una poetica di smorzata accusa. L’antiletterarietà dei suoi prosceni vuoti chiama in causa le due categorie dello spazio e del tempo. Ogni dipinto offre due letture congiunte. La prima riguarda l’aspetto oggettivo dell'opera d’arte, è un’immagine che possiede un ingombro ma suggerisce ben altre profondità, quasi sotto la scorza della materia si celasse una voragine di altre immagini sedimentate l’una sull’altra. La seconda è attinente a un metalinguaggio che lavora sul concetto di visione. Cosa vede l’osservatore che guarda? Un rilievo appena affiorante dalla tela che risponde a canoni precisi di armonia tra pieno e vuoto. Un’esperienza di pensiero che si misura con quella della contemporaneità ridefinendone gli archetipi. Siamo figli dell’Occidente metafisico e scientifico per i quali il segno contiene numerosi significati. Il segno di Musardo si riferisce non a un passato storico definitivamente concluso, ma guarda a un passato metastorico che deve ancora accadere. Il suo fare pittura attraverso l’inganno di un’immagine già depositata nella coscienza sembra additare l’archeologia della nostra cultura, ma in realtà mira a risucchiarci nel futuro prossimo, non ancora visibile eppure già in essere. Vale la pena ricordare alcuni principi cardine della semiotica. Nell’immagine come nella parola tutto è storico, è contenuto cioè il genoma mentale e spirituale della razza umana. Una delle caratteristiche fondamentali sia dell’immagine che della parola è il cambiamento. Musardo si serve di immagini arcaiche per dire come sta cambiando la società in cui viviamo. Per questo il suo circo muto nel quale convivono animali, eroi e fanciulle tra il divino e l’umano, ha occhi e pensieri avviluppati in un drappo. Sia sotto l’aspetto concettuale, il significato, vale a dire il ruolo del drappo; sia sotto l’aspetto materiale, il significante e cioè il drappo che chiude il mondo alla vista, i personaggi dell’ultima produzione di Musardo sono tutti ciechi. Non solo non possono più vedere ciò che accade all'esterno, ma non sono più in grado di vedere cosa accade all'interno di se stessi. La tela diventa il luogo ideale dove si consuma il presente, monotono, senza rabbia, senza la dignità di un pensiero costruttivo.

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ANNA CATERINA BELLATI ARCHETIPI CONTEMPORANEI

In una società che manipola idee e informazioni omologando le persone, gli attori sul palcoscenico dell’artista pugliese, non potendo vedere, non parlano e non agiscono, assorbono quasi per osmosi quello che il reality show del momento propone/impone. In un mondo che ha perduto il senso di appartenenza a una cultura e non si basa più su un sistema di valori, Musardo usa il segno per sottolineare l’immobilismo della nostra epoca in apparenza dinamica, nella sostanza solo frenetica. Il gioco che si innesca è proprio quello cui il segno/immagine è preposto, indicare. I mutanti di Musardo, un’icona di profilo che ripete un modello da millenni depositato nella memoria collettiva, assumono il ruolo di testimoni di una situazione, la nostra, dove regna un silenzioso assenso alla rinuncia. Di costruzioni, proposte, ribellioni. I mutanti sono un popolo senza diritto alla parola, cui hanno rinunciato per inerzia. Se un tempo gli archetipi erano immagini forti e solide, la madre, l’eroe, la divinizzazione di un animale; oggi sono degli esseri senza identità, taluno con in testa una corona, specie di corazza contro il rumore, altri avvolti in uno scialle di pietra che attutisce l’assenza di vitalità del mondo esterno, altri ancora sembrano illuminati da una luce che a ben guardare potrebbe essere quella violenta e dura di un neon, non quella dorata del sole; c’è chi sta quasi nell’ombra, chi mostra le fasce muscolari del volto, chi conserva un aspetto distante, ma forse è solo in via di pietrificazione per l’assenza di movimento. Questo chiama in causa il nostro essere-nelmondo. Le domande teoretiche degli antichi riguardavano la terra e il cielo. Questo significava sapere chi è l’uomo, da dove viene e dove va. Il senso della propria vita e della propria morte. Questo sapere non era concettuale, aveva più il valore di un orientamento, la razza umana cammina sulla terra e guarda al cielo. Musardo con i suoi mutanti ricoperti dai drappi del villaggio globale, dice che noi abbiamo rinunciato al nostro destino. Anna Caterina Bellati Milano, un giorno di quasi primavera 2008

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PAOLO LEVI

I sogni tangibili di Vincenzo Musardo

Questo mio scritto, o meglio doveroso omaggio al maestro Vincenzo Musardo, desidera tenere conto della terra di Puglia, che ha dato, tra l’altro, i natali a un sensibile e geniale critico d’arte, mio maestro, ora defunto. Luigi Carluccio era nato a Càlimera, ma per vicissitudini familiari negli anni Trenta si era trasferito a Torino. Le sue note critiche sul quotidiano “La Gazzetta del Popolo” sono state lette e temute dal pubblico per tre lunghi decenni. Venne a mancare alla fine degli anni Settanta e, purtroppo, non potè portare a termine il mandato di direttore della Biennale di Venezia, né venire a conoscenza e godere della ricerca pittorica e plastica di questo suo conterraneo, dalle radici greco-arcaiche. Quando ero un giovane apprendista della lettura e della scrittura critica - quella che mi porta ancora oggi a muovermi con tensione e commozione di fronte ai lavori dei pittori moderni e contemporanei - Luigi Carluccio mi inquietò, un giorno all'improvviso, con un sintetico avvertimento. Mi disse: “il critico d’arte e l’artista hanno in comune la forza della solitudine”. Devo dire che all’inizio ho giudicato il messaggio come un’eccessiva posizione aristocratica e romantica. Poi, col passare degli anni, ho riesaminato il senso di questo segnale sulla condizione umana dell’artista e di noi decodificatori di immagini.

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Ha, per esempio, radici romantiche il mito di Prometeo, semidio trasgressivo, eroe solitario incatenato a una roccia di montagna, a cui gli uccellacci intorno rodono il fegato, perché ha osato scendere tra gli uomini e portare il fuoco della conoscenza, disobbedendo a Giove. Questo mio scritto sul mestiere sapiente - espressivamente struggente e suggestivo - di 1. MITO DEL SUD

Vincenzo Musardo (Mito del sud, Cultura d’oriente - ft. 1.2), tiene conto della puntualizzazione squisitamente intellettuale, di Luigi Carluccio sulla solitudine tra critico e artista, quando è saldamente dialogica e responsabile. II maestro di Galatone, cantore arcaico e immaginifico del Mito è, in un certo senso, un Prometeo dell’arte, messaggero solitario e metarcaico di civiltà mediterranee scomparse, dove primeggia quella egea - che ben vive nel suo inconscio personale - archetipo che si esprime e che si frantuma sulla tela attraverso i più diversi tasselli della memoria

4. CABALA

(Cabala, L’auriga, Nudi frammentati, La caduta del mito-ft. 4.5.6.7). Sin dagli inizi della sua ricerca espressiva - parliamo di più di trent’anni fa - Vincenzo Musardo approfondisce una certa classicità figurale. In queste sperimentazioni egli riesce a dare il meglio di sé esprimendo una vivace e giovanile ambizione. Ogni composizione porta in luce l’autobiografia di un poeta del colore, preoccupato di fronte ai temi onirici da rappresentare e che dimostra urgenza nel condurre una propria analisi sulle proprietà del colore, sulle forme come percezione visiva immediata. I temi affrontati nei primi anni sono già “alti”, perché tendono al mito come riconoscenza di un inconscio personale, dove aleggia la perduta civiltà mediterranea. La notevole maturità creativa di Vincenzo Musardo - pensiamo non solo ai dipinti, ma anche alla magnificenza della sua produzione grafica su carta - la si comincia a godere pienamente dagli anni Novanta ad oggi. Sono anni, questi, in cui egli costringe l’osservatore a controllare e ad assimilare otticamente l’opera in un meccanismo percettivo, frutto di un’elaborazione di notevole livello stilistico.

8. MAPPLETHORPE

Nella loro diversità espressiva ricordiamo composizioni come Mapplethorpe, II mito di Achille, Le stagioni (ft. 8.9.10). I temi pittorici di Vincenzo Musardo sembrano mostrare una nobiltà di narrazione anti 11. CIVILTÀ

letteraria, pensiamo ai misterici reperti della composizione Civiltà (ft.11). Sono tematiche nobili, e quindi “alte”, perché portano sulla scena della tela la posa eloquente (Tauromachia, ft. 13). l’aura retorica e graffitica (Strutture dei miti, ft. 14) e, quindi,

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PAOLO LEVI I SOGNI TANGIBILI DI VINCENZO MUSARDO

l’aura nobile (Klassica, ft.15). II mezzo tecnico utilizzato da Vincenzo Musardo - direi alchemico per l’uso della terra, dell’acqua, dell’aria e del “fuoco” ha, comunque, un suo mistero (l’autore non ci aiuta con rivelazioni trasparenti). Eppure questi suoi lavori, dove il pigmento avvolge e si cimenta con altorilievi terrosi, hanno una propria virtù che non impedisce di “vedere” che cosa c’è dietro di antico e di presente, di denso e di “perduto”. La dote di questo signore della tavolozza, maestro di reperti frantumati, dove la memoria archeologica si sposa alla poesia e la cui originalità ben si coniuga all’originarietà di un utopico scavo, (Veneri comparate, Simbologie, ft. 16.17) dimostra la colta e passionale esigenza di essere “nuovo” e “significante”. Sono anni che Vincenzo Musardo mi stupisce e - come dire? - mi pone parecchi interrogativi tramite questi suoi ambigui messaggi visuali. Sono altorilievi dai complessi significati, di arcane civiltà sepolte - non dimentichiamo il mitico mare Greco che trasparente s’infrange lungo le civili coste di Puglia. In effetti, Musardo è un colto ricercatore di perdute solennità. Sono, le sue, rappresentazioni di silenzi, di stupori, visioni della memoria come le recenti

15. KLASSICA

24. LUNIGIANA

composizioni Arianna, Religiosità romanica (ft.18.19). Dipinti dal respiro epico dove il maestro metarcaico ha scelto certo la tradizione, ma il suo inconscio antico lo porta a muoversi all’ombra di luoghi sconosciuti (La caccia, Civiltà italiota, ft.20.22), con la volontà, ben precisa, di distinguersi per invenzione tecnica, per l’autenticità e trasparenza di spirito. Egli presenta la dote del compositore che non ripete mai se stesso, che non esegue futili finzioni e variazioni sul tema. Anzi, l’originalità di Vincenzo Musardo sta proprio in questa sua solitaria tensione, in questa sua unicità nel sapere e nel riuscire a indagare nuove terre e nuove magie di frantumazioni arcaiche. Anche nella loro diversità e complessità narrativa - e nella loro opposizione tematica-significante - opere come Citazione del mito, Lunigiana, Mito greco, (ft.23.24.25) trasmettono sapientemente la sua sigla, il suo umore e amore per il reperto all’insegna della rivisitazione. In certi messaggi - in non poche sue poesie pittoriche d’alta capacità tecnica, vedi la

27. ROMANITÀ

32. NUDO ALLA COLONNA

delicatezza della Natura antica (ft.26) - Vincenzo Musardo traccia le sue origini mediterranee favolose e l’intensità di un ricordo trattenuto. Egli è un cantore, un maestro della pittura che non fugge da qualche cosa che gli

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appartiene, ma vi fa ritorno con umiltà, rimettendo insieme i segni-segnali, reperti che conservano il ricordo e il senso dell’ “originale antico” (Romanità, Frammenti, Cavalli,

42. LA PORTA DEL SOLE

45. ARCHETIPO DEI CONTENITORI

ft. 27.28.29). Le sue radici arcaiche lo portano a “rimpatriare” e a “ricodificare”, lungo un processo figurativo assai complesso, la preistoria di un dio guerriero, di una dea pagana o di un animale sacro e a recare nel contemporaneo, direi nella post-storia, l’esplosione del primitivo che culmina nel quadro “nuovo”, “non storico”, nella originalità assoluta della visione pittorica, dove, grazie a un artificio che solo Musardo conosce, esplode la luce e implode l’ombra. Nascono, in questo modo, spostamenti di reperti che nella geometria mentale di Vincenzo Musardo prendono il senso di una nuova meta, nuovi salti di situazioni formali, dove l’osservatore ritorna non nel Paradiso Perduto, ma nel Labirinto della nostra origine psichica (Angelo, Auriga con donna, Nudo alla colonna, L’ascendente, ft. 30.31.32.33). Perché questi lavori riescono a essere così affascinanti? In verità, la risposta è più di una: vengono incontro all’osservatore, intanto, gioia e stupore per una visitazione o, meglio, “rivisitazione” di un momento magico del nostro inconscio (Klassica, ft.15). Ma non solo. Vincenzo Musardo, con abilità espressiva contemporanea, ci riporta alla cultura del reperto museale, in chiave illusoria, ma ricca di pathos per un passato ormai in

49. AMAZZONE

frantumazione o di memoria profonda (Twin Towers, Cadute, ft.35.36). Ciò che conta per Vincenzo Musardo è sempre l’alta qualità della rappresentazione del microcosmo scenico del materico splendore e spessore cromatico, la forza con cui pone in risalto l’illusione del museo ritrovato, che solo il suo occhio - quello, in verità, della sua coscienza e della sua spiritualità - ha saputo cogliere. Nella sua sperimentazione figurativa conta il mistero, la vita di relazioni tra un nudo di donna disteso, due profili di guerrieri, un toro, una scala e due punte di lancia (Simbologie contrastanti, ft.37) i legami contrappuntistici tra scena e scena (L’eroe della caccia. Elìos, Frammenti d’ocra, ft.38.39.40) i richiami, i rinvii (Venere e guerriero, La porta del sole, ft.41.42) di citazioni (Nudo disteso ft. 43). Come si può notare possono essere numerose le chiavi di lettura della produzione pittorica di questo maestro europeo, di radici mediterranee. Egli è pittore di richiami figurativi incrociati, di continue e sapienti interferenze visive, di scambi tra figure

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PAOLO LEVI I SOGNI TANGIBILI DI VINCENZO MUSARDO

(Archetipo dei contenitori, ft.45) di giochi e di presenze volutamente barocco-leccesi. Nella storia dell’arte moderna, se si vuole cercare e dare una dotta paternità all’opera di Vincenzo Musardo, la si ritrova solo attingendo, in piccola parte, a certa sperimentazione di Mario Sironi. Come il grande sardo introverso (milanese d'adozione), anche il nostro Maestro opta per forme arcaiche - nel suo caso però di taglio apollineo - dall’energia quanto mai forte, perché per entrambi l’immagine deve risultare assoluta. I motivi materico-plastico di Vincenzo Musardo sono, infatti, fuori dal relativismo della cronaca e non attingono ad alcun avvenimento mitico-storico. Sono narrazioni, affabulazioni volutamente interrotte, dove l’artista pare privilegiare più la finzione della storia trasmutata in gioco mitologico che la vita. La sua arte di dimensione europea non si spreca mai nello spontaneismo e niente concede all’aneddotica. Le sue narrazioni visive rifiutano la trappola dell’essenza

56. MITO ARCANO

mitologica riconoscibile (Venere giudicata, Ellenismo, ft.46.47) e approfondiscono l’illusione visiva, come possibilità e vocazione concettuale dell’arte contemporanea. Lavori di data recente come Carro arcaico, Amazzone, La cacciata (ft.48.49.50), porgono un’incessante ricerca di compostezza persuasiva ed avvincente come nell’arte arcaica. È Vincenzo Musardo stesso che definisce, in modo appropriato, la sua ricerca figurativa come metarcaica. I risultati sono a portata d’occhio: vengono incontro, appunto, immagini di grande respiro e di indubbia originalità, riflesso di compostezza di

57. STRUTTURE VERTICALI DELLA MEMORIA

ritmi, straordinariamente liberi (Contenitori (nudi), ft.51) e puri (Strutture della memoria, ft.52). Egli seduce ma nel contempo è sedotto egli stesso, grazie a questo suo immergersi nella memoria arcaico-primitiva, fatta di icone (spesso la dea Isthar è di casa), di giochi visivi, integrativi, con il passato non solo greco, ma anche egizio, etrusco e bizantino. Vincenzo Musardo in tutti questi anni ha saputo accumulare esperienze, interrogarsi e darsi risposte. Così dobbiamo riparlare della sua solitudine interiore, quella antica di Prometeo, che domina con sapienza il mestiere, per poter porgere tracce di “verità”, tramite una scrittura pittorica che non ha eguali, ricca di accorgimenti (Orfeo ft.53) di segreta inventiva (Pavoni, ft.54) di soluzioni fulminee (Romanità asimmetriche, ft.55) oppure lasciate, volutamente, in sospeso (Mito arcano, ft.56). Sono invenzioni del cuore e della mente di un maestro dell’arte contemporanea, fuori da qualsiasi lusinga

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metastorica. L’unico snodo espressivo “forte” - oltre, s’intende, alla sapiente finzione mitica- è l’eccezionale macerazione materica, fatta di impasti, gradevoli al tatto, frutto di una terra che egli sa impastare e “saldare” e che colora con l’olio e l’acrilico. I supporti materici compositi su cui lavora il “Maestro, che scolpisce la tela”, da un lato rallentano e rendono più faticosa l’esecuzione delle opere, dall’altro esaltano la complessa elaborazione, il momento della riflessione e l’ansia del risultato: ogni opera porta con sé un’emozione amplificata e arricchita da un impegno profondo e viscerale. II poetare, per immagini, di Vincenzo Musardo ha, a volte, qualcosa di dolente (Mito arcano, ft.56), di tormentoso: paiono ombre dall’Ade - figure gessose, statuarie, cavalli spezzati, cavallucci sezionati che agiscono “al di qua” della scena. Tutto per Musardo è oggettivo e pittorico. Il suo Olimpo, purtroppo, è stato abbandonato da tempo dagli dèi. Nel suo solitario monologare appare sovente un silenzioso cruccio per questa devozione verso un passato arcaico che poggia sull’inafferrabile, su una serie di inevitabili frantumazioni dovute al tempo che, senz’appello ferisce il concetto di eternità - ferita che Musardo riesce, in parte, a lenire tramite un colore ruvido che porta in luce immagini plastiche, statiche, finto-marmo. La quotidianità apparente di queste figure non ci permette di scoprirne il ruolo (Strutture verticali della memoria, ft.57) o se siano figure semplicemente araldiche (Nudi e fiere, ft 58). Comunque sia, l’artista nasconde nel suo animo un senso romantico e nostalgico del passato, quasi recitasse o ripassasse in solitudine “I Sepolcri” di Ugo Foscolo, Ogni composizione è un gioco aprospettico, ma nel contempo possiede una sua regolarità geometrica anche, e soprattutto, nella complessa distribuzione di luci e ombre. Questi lavori, accostati gli uni agli altri, nel loro prolungamento dimensionale, portano alla ribalta uno spettacolo dentro lo spettacolo, dove non c’è un ordine gerarchico. Non è forse questo l’universo intangibile dell’Ade? (Prof. Paolo Levi).

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BIOGRAFIA

Vincenzo Musardo nasce a Galatone, in provincia di Lecce, nel Salento, il 3 Gennaio 1943. Completa gli studi artistici a Lecce, diplomandosi. Successivamente a Charleroi, in Belgio, si perfeziona come libero uditore all'Accademia di Belle Arti. Lì vive per oltre un decennio operando come designer e come scultore nelle officine Gresguerin e Dubois a Bouffiouls. Realizza una scultura fittile per la Regina Fabiola e si distingue soprattutto come creatore del movimento ORBITALS. È comunque nel campo della pittura che realizza i maggiori consensi con riconoscimenti e premi della critica e dalle giurie. Espone all'Europac a Bruxelles; viene premiato al Prix Italienne a Gilly, al Palais des Congres di Liegi e al Grand Palace di Anversa All'inizio della sua pittorica procede nella ricerca dell'arte “Cineticaconcettuale” lavorando con materiali acrilici su supporti rigidi. Le sue opere titolate “Parallele-Erosion” esposte

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al Palais des Congres di Liegi ottengono ripetutamente il premio “Graindorge-Societè Royale des Beaux Arts…”. «...Vincenzo Musardo dont les ouvres dans le ligne de l'art cinetique, semblent traversecs par un souffle qui modifie les formes...» La Derniere Heure-Jacques Parisse- Liegi mars 1970. Nel 1973 una Giuria internazionale (François Apollinaire Francia, Antony Harris Inghilterra, Schrieferes Germania...) gli attribuisce il Premio “III Michelangelo d'Oro” per una sua opera di pittura tridimensionale Nello stesso anno rientra in Italia e qui alterna le mostre di pittura allo studio dell'archeologia. Dal 1974 sino alla fine degli anni ottanta crea e sviluppa l'arte “metarcaica”. Il “Metarcaico” più che a recuperare “antichi stilemi” era volto al ripristini dei “valori formali” mediante lo sviluppo della “poetica materica”... “frammenti di un'immaginaria iconografia arcaica che sono come rilievi plastici, bruniti reperti

fittili di tattile evidenza materia emergenti sul campo bianco della tela” e ancora:... “quel nucleo misterioso delle cose che aveva affascinato Carrà a contatto con Giotto e Paolo Uccello determinandone l'approdo della metafisica” (Pietro Marino, Bari 1977). Dal Metarcaico al “Citazionismo” il passo è breve. Citazioni che suggellano la fine della “creatività formale”. Semplici strutture della memoria nelle quali l'unico intento è un rigoroso “processo edificante” ed è in tale processo la vera ragione della possibilità creativa. Eroi, Valcamonica, Klassica, Eufronio non ristagnano più come olii polimaterici su tela ma, nel nuovo contesto della “Pietra Integrata su Tela”, attivano l'eterno dualismo della legge dei “Complementari”. Comunque, gli effetti sorprendenti delle opere rimandano quasi d'istinto alle motivazioni storiche che le hanno attivate e diventano pretesto delle ultime considerazioni critiche;... “Fantasiosa tempra di artista che ha nel proprio inconscio ricordi


arcaici di questa terra mitico-magica che è il Salento... II mezzo tecnico utilizzato da Vincenzo Musardo - direi alchemico per l'uso della terra, dell'acqua, dell'aria e del "fuoco" ha, comunque, un suo mistero (l'autore non ci aiuta con rivelazioni trasparenti). Eppure questi suoi lavori, dove il pigmento avvolge e si cimenta con altorilievi terrosi, hanno una propria virtù che non impedisce di "vedere" che cosa c'è dietro di antico e di presente, di denso e di "perduto"…Musardo è un colto ricercatore di perdute solennità…” Prof. Paolo Levi. Con lo studioso Emilio Benvenuto, si occupa di ricerche di Storia Ecclesiastica e di Archeologia Cristiana e Bizantina nel Salento. Dal '77 è titolare della cattedra di Beni Culturali ed Ambientali (ex Antichità Italiche) nelle Accademie di Belle Arti di Foggia prima e, attualmente a Bari. Numerose le sue mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive fin dal 1959. L'Artista rimane fisicamente in Italia, ma le

Sue Opere, parlando il linguaggio universale dell'arte “vera”, continuano a valicare i confini passando dall'Expo Mondiale di Siviglia in Spagna, nel '92, per giungere, nel '99, al Museo G. I. Katsigra di Larissa, in Grecia. In Italia, nel 1992, viene inserito nell'elenco dei Ritratti Illustri dei Galatei nel testo di Vittorio Zacchino. Pareri favorevoli per la sua opera pittorica sono espressi da Vittorio Sgarbi, Gillo Dorfles (che l'artista incontra a Milano nel 1999 in occasione di una sua mostra personale) Mario Ursino e Anna Caterina Bellati (ArteGennaio 2006).

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MOSTRE PERSONALI E COLLETTIVE

1959 · Rassegna nazionale I. Artistica - Taranto

1987 · Torre Pignatelli - Galatone

1962 · Gres-Cram - Chatelet (Belgio)

1988 · Centro A.M. - Otranto

1963 · G. Guerin-G. Binche - Bouffioulx (Belgio)

1989 · Galleria Terra d'Otranto - Casarano (LE)

1964 · Europac - Bruxelles (Belgio)

1992 · Expo Mondiale - Siviglia (Spagna) · Istituto Poligrafico Arte Classica e Contemporanea - Roma · Castello Aragonese - Ischia

1965 · Europac - Bruxelles (Belgio) 1968 · C. Calens - Chatelet (Belgio) 1969 - Prix Italienne (P.) - Gilly (Belgio) 1970 · Palais des Congres (P.) - Liegi (Belgio) 1971 Palais des Congres (P.) - Liegi (Belgio) 1972 · Prix Europa - Ostende (Belgio) · Galleria Somedox - Bruxelles (Belgio) · Grand Palace - Anvers (Belgio) 1973 · Galleria Agorà - Bruxelles (Belgio) · Avenue Louise - Bruxelles (Belgio) · III Michelangelo D'Oro (P.) - Firenze · Biennale di Arte Sacra (P.) - Taranto · Il Pavone D'Oro (P.) - Milano 1974 · Arte Avanguardia (P.) - Milano · Premio G. Bazzoli (P.) - Milano 1975 · Museo Civico Fiorelli - Lucera (FG) · Palazzo delle Esposizioni - Roma · Galleria Arte Moderna - Foggia 1976 · Itinerante Pugliese - Salento 1977 · Galleria Michelangelo - Bari · Galleria Il Camino - Roma 1979 · Circolo della Stampa - Napoli · Galleria Osanna - Nardò (LE) 1981 Galleria Il Tempietto - Brindisi 1982 · Galleria Zum-Barem - Berna (CH) 1986 · C.C. Scipione Ammirato - Lecce

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2000 · Ca' Bianca Club - Una Ecologia per la Pittura - Milano 2004 · Castello Carlo V - Monopoli · Expo Arte - Bari 2005 · Castello Aragonese - Reggio Calabria · Expo Arte - Bari 2006 · Arte Fiera - Genova · Arte Fiera - Parma · Arte Fiera - Firenze · Arte Fiera - Padova · Arte Fiera - Catania · Vitarte - Viterbo · Apantè - Giardini Naxos · Arte Immagina - Reggio Emilia 2007 · Golf Barialto-Casamassima (BA) · Golf Riva dei Tessali - Castellaneta (TA) · Gardagolf Country Club Soiano del Lago (BS) · Golf Castelgandolfo Castelgandolfo (RM) · Golf San Domenico Savelletri di Fasano (BR) · Golf Acaya-Masseria San Pietro (LE) · Golf Francia Corta Nigoline di Francia Corta (BS) · Golf Jesolo - Lido di Jesolo (VE) · Golf Tolcinasco - Milano · Garden Golf Milano 3 - Basiglio (MI) · Golf dell'Ugolino - Grassina (FI) · Golf Poggio dei Medici - Scarperia (FI) · Golf Marco Simone Guidonia Montecelio (RM) · Golf Arco di Costantino - Roma · Golf Parco de' Medici - Roma · Golf Perugia - Ellera Umbra (PG) · Assisi Endurance Lifestyle - Assisi (PG) · Arte Immagina - Reggio Emilia 2008 · Fashion Work Library - Milano · Galleria Lazzaro by Corsi - Milano · Arte Immagina - Reggio Emilia 2009 · Linea D'Arte - Bari · Assisi Endurance Lifestyle - Assisi (Open Cavalli d'Autore) · Kryptos - Milano · Arte Immagina - Reggio Emilia 2010 · MIM (Museum In Motion) San Pietro in Cerro (PC) · Palazzo Maffei-Marescotti, Vicariato del Vaticano - Roma


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FINITO DI STAMPARE NELL’OTTOBRE 2010


ISBN 978-88-6052-338-9

9 788860 523389

Musardo catalogo lux edito da mondadori  

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