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Sudoku No, cioè, guarda.... se non ci riesci fatti delle domande.... no perchè le cose vanno dette...

Medio

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Se ti impegni ce la puoi fare

Non è che voglio mettere in discussione le tue abilità, ma questo è proprio tosto


Riforma dell'Università il parere del Prof. Grilli di Cortona

DM17, che prevede nuovi limiti, numerici e organizzativi, alla proliferazione di Corsi di Laurea ritenuti “non necessari” – ad esempio quelli con pochi iscritti. Considerando che le nuove regole varranno già dal prossimo anno accademico, gli Atenei avranno il tempo di mettere a punto le opportune modifiche o saranno costretti a fare i salti mortali ? Cos’accadrà all’offerta formativa, ad esempio, nella nostra Facoltà?

Il professor Grilli di Cortona rappresenta la Facoltà di Scienze Politiche all'interno della Commissione che si sta occupando di riscrivere lo statuto di Roma Tre, al fine di renderlo conforme alle regole introdotte dalla Riforma Gelmini. Abbiamo deciso di intervistarlo per avere alcuni chiarimenti sugli effetti della Riforma e per sentire il suo parere su alcuni argomenti del mondo dell’istruzione: ne è scaturita una conversazione affascinante che, come in ogni buona intervista, dal “particolare” un po’ specifico della Riforma è arrivata a spaziare su argomenti più generali – e forse anche più degni di interesse.

<< In realtà gli aggiustamenti alle offerte formative per l'anno prossimo sono stati già de­ cisi. Quanto ai corsi, saranno diversi solo per gli immatricolati del prossimo anno. La didattica in sé non cambierà moltissimo, d’altronde i pro­

Per iniziare, abbiamo parlato della cosiddetta “fine delle Facoltà” che la riforma Gelmini avrebbe decretato. Che cosa significa?

fessori sono specializzati in campi precisi: non è che mi alzo la mattina e decido di cambiare materia.>>

<<Con la legge 240 le Facoltà in effetti non esi­

dipartimenti.>>

Il decreto dunque produrrà un nuovo ordinamento (DM 17) che si andranno ad aggiungere al vecchio ciclo unico, al DM509 e al DM270. Se è vero che per gli studenti e per i docenti la didattica cambierà poco, la presenza di quattro ordinamenti diversi potrebbe invece essere motivo di caos e di problemi burocratici? Ad esempio, si rischia di avere per ogni esame ben 4 tipi diversi di verbalizzazioni a seconda del numero di crediti.

Abbiamo incluso nel discorso anche il più recente

<<In realtà gli ordinamenti saranno solo tre

steranno più: tutte le funzioni verranno affidate ai Dipartimenti, strutture che prima si occupa­ vano soltanto della ricerca. Dall’anno prossimo non avremo la Facoltà di Scienze Politiche, ma uno o due Dipartimenti che si occuperanno sia della ricerca sia della didattica. La legge preve­ de al più delle “strutture di raccordo” facoltati­ ve

con

fini

di

coordinamento

dei

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Noi docenti ci troviamo in ogni corso studenti

– ,afferma che ponendo gli stessi vincoli e limiti per tutti gli Atenei si attenta all’autonomia delle Università italiane?

che devono dare l’esame da 6 crediti, altri da 8,

<<Io credo che ”l’autonomia degli atenei”, in

altri da 9, e questo è motivo di confusione sia per

Italia, abbia avuto effetti devastanti: l’autono­

noi che per gli studenti, sui quali ricade la re­

mia è stata davvero la fine dell’Università italia­

sponsabilità di controllare che i propri esami

na. In nome dell'autonomia ognuno si è sentito

siano stati verbalizzati correttamente. I dati,

libero di fare i propri comodi. Ogni volta che

infatti, mostrano che il tasso di errori nelle

arriva una riforma che pone dei vincoli le uni­

verbalizzazioni è in continuo aumento.>>

versità protestano dicendo di proteggere la pro­

perché gli studenti del vecchio ciclo unico fini­ ranno presto – mi auguro –, ma il problema c’è.

pria autonomia.

Lei trova positivo che ogni Governo metta continuamente mano all’Università? Non è sempre stato così...

Se vogliamo veramente che gli atenei siano au­

<<Le riforme sono iniziate poco più di dieci

funziona bene ed è virtuosa viene premiata auto­

anni fa: nel 1998 la Moratti, poi Berlinguer

maticamente dalla propria fama e dal proprio

ecc… Da quel momento quasi ogni Ministro ha

prestigio, e quindi verrà sostenuta con più fi­

fatto una propria riforma. Lo scopo di queste ri­

nanziamenti. Quello che c’è oggi è invece

forme è il taglio dei costi, ed effettivamente

l’appiattimento: qualunque Ateneo, anche il più

tonomi, andiamo fino in fondo: aboliamo il valo­ re legale del titolo di studio. Se l’università

c’erano troppi corsi di laurea e specia­

scadente, rilascia lo stesso identico pezzo di

lizzazioni inutili. La Gelmini ha volu­

carta.

to tagliare ancora di più. In

Si dovrebbero creare criteri cre­

realtà, più che esserci qualcosa

dibili e finanziare le Universi­

di sbagliato nelle riforme in sé,

tà più brave, ma la

più spesso è l’applicazione

meritocrazia in questo pae­

delle stesse che non viene

se non funziona: tutti vo­

messa in pratica come si de­

gliono aiuti dallo stato

ve.>>

anche se non dovrebbero

Lei concorda con chi, criticando la riforma – soprattutto in riferimento al DM17

riceverli.>>

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E quanto al cosiddetto “ingresso


dei

privati” nelle

università?

prima chiudeva alle 7: dovrebbe stare aperta alme­ decisamente

no fino alle 10 di sera. Senza contare che per i vari

drammatizzando troppo. Negli altri paesi – si

servizi vengono spesso utilizzati i borsisti, che non

pensi all’America – i finanziamenti privati sono

hanno certo le stesse competenze di una persona

la normalità: c’è troppa agitazione per un pro­

assunta appositamente, il che si traduce in un ulte­

blema inesistente. Questo “ingresso dei privati”

riore riduzione della qualità. C’è un’assoluta

significa che nel consiglio d’amministrazione di

mancanza di finanziamenti, sia pubblici che privati.

un ateneo entrano due o al massimo tre privati

Il budget, però, non dipende dallo schieramento

su dieci membri. Non si tratta della legge, come

politico del governo: né la destra né la sinistra lo

dicevo prima, ma dell’applicazione. Perché una

aumenterebbero. Anziché finanziare le Università e

banca non può sponsorizzare un master in

la ricerca, riforma dopo riforma, i Governi decido­

scienza delle finanze? Il problema sorge se que­

no di tirare sempre di più la cinghia e questo ovvia­

sti due privati sono semplicemente dei racco­

mente non dà alle università italiane la possibilità

mandati o esponenti di qualche potentato locale.

di stare al passo con quelle di altri paesi. Il proble­

La legge prevede che siano gli Atenei stessi a

ma più grande però, come accennato precedente­

scegliere, dunque è su di noi che ricade la re­

mente, sono i furbi e i potenti all’interno degli

sponsabilità di chi entra nel CDA.>>

Atenei, e in Italia ne esistono tanti.>>

Quanto all’aspetto economico, lei crede che la riforma permetterà di risparmiare denaro?

gliati il 30% dei costi, con effetti pessimi. Adesso

Al di là delle opinioni personali, le parole del professor Grilli ci sono sembrate pesate e piene di buon senso: ma soprattutto sembrano andare oltre la vetusta ottica destra-sinistra che in Italia inquina ogni discussione e ha impedito più volte un confronto serio e costruttivo su questa riforma. In questo clima, purtroppo, le “riforme condivise” continuano a sembrare un’utopia.

chiude alle cinque [fortunatamente non più, NDR],

Andrea Alesiani - Giulia Rompel

<<Anche

qui

si

sta

<<Il 75% del budget delle Università sta negli sti­ pendi, che non si posso ridurre ulteriormente; il re­ state 25­30% va alla ricerca e ai servizi, come ad esempio

la

biblioteca.

I tagli ci sono stati: per la biblioteca sono stati ta­

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Un'idea di Università Ad oggi, gli Atenei sfornano un numero di laureati che il mercato del lavoro non è in grado di assorbire. Partendo da questa constatazione, tutto sommato piuttosto veritiera, i Governi che si sono succeduti nel corso degli anni hanno tentato in vari modi di imbrigliare l'Università nelle maglie del mercato: il tentativo più rilevante in questo senso è stato l'introduzione del 3+2, il quale, attraverso la possibilità di abbreviare la propria carriera universitaria avendo comunque un titolo di studio in mano, aveva come obiettivo dichiarato l'aumento della forza-lavoro al di sotto dei 25 anni. Il problema è molto più complesso di quello che sembra, perchè se da una parte non è possibile costringere le persone a non studiare, dall'altra la nostra società non può più mantenere un numero elevato di studenti come quello attuale. Le mosse dell'attuale Governo in materia di Istruzione sono state piuttosto contraddittorie; da un lato il Ministro Gelmini e diversi parlamentari si sono prodigati nell'agitare lo spettro della meritocrazia come panacea di tutti i mali, ma dall'altro hanno dato vita a una riforma e a un ampio corollario di decreti che di meritocratico hanno ben poco. Mi riferisco soprattutto ai tagli alle borse di studio (basta ricordare, giusto per non allontanarci troppo, che i fondi per le borse di studio ADISU hanno subito un taglio del 90% nell'attuale anno accademico) e al taglio dell'offerta formati-

va come unico strumento, perdente, per fronteggiare le sfide che gli Atenei esteri ci impongono. La Sinistra, dal canto suo, è riuscita a trasformare quella che poteva essere la Caporetto del centro-destra in una nuova disfatta totale; pure noi studenti ne siamo usciti piuttosto malconci, visto che lo slogan che dominava le piazze in questo triste inverno 2010 era “Siamo tutti eccellenti”, uno slogan tanto bello quanto stupido e pericoloso. Le cifre parlano chiaro: più della metà degli studenti iscritti nelle Università italiane è fuori corso, e tanto basta per dimostrare che molti di noi (compreso il sottoscritto) sono ben lontani dall'eccellenza. Se poi mettiamo in conto che per qualcuno l'Università rappresenta ne' più né meno che un luogo dove intrattenere le proprie relazioni sociali, capiamo bene che continuando a ripeterci che siamo tutti buoni, belli e bravi non arriveremo mai da nessuna parte. L'attuale trend, d'altronde, non desta alcuno stupore: dal momento che l'Università fornisce un pezzo di carta anche al termine di lunghi calvari decennali, è logico aspettarsi che chiunque possa permettersi di pagare la retta preferisca prendersi tutta la calma del caso. Cara Destra, continuare ad aumentare le tasse è un buon modo per limitare il numero degli studenti, ma è anche il migliore per azzerare la mobilità sociale, oltre a calpestare in modo palese il concetto di “diritto allo studio”. Cara Sinistra, toglia-

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moci il paraocchi: non possiamo più permetterci di tenere in piedi questo sistema in perdita, inefficiente e oltretutto fortemente diseducativo e antimeritocratico (chi ha i soldi continua a pascolare, chi non ce li ha è costretto ad abbandonare e a trovarsi un lavoro). All'Università ci dovrebbe studiare solo chi se lo merita veramente. Dobbiamo necessariamente fissare un numero massimo di studenti, ma evitiamo di scadere nei soliti test d'ingresso farlocchi: si potrebbe dare a tutti la possibilità di frequentare il primo anno, per esempio, e al termine di questo fare accedere al secondo soltanto gli studenti con i voti più alti. Una selezione vera, insomma, che però eviti i pericoli dei test calibrati su parametri folli. Pensate che, in questo modo, si potrebbe anche raggiungere l'obiettivo tanto rincorso dalle forze politiche di Sinistra di lasciare da parte il reddito: meno studenti, in concorrenza tra loro e con carriere più brevi, porterebbero molte meno spese e quindi molti più soldi per le borse di studio. A questo punto non farebbe alcuna differenza se un ipotetico Ateneo fosse composto da mille studenti poveri o mille studenti ricchi: se nessuno avesse i mezzi per pagarla, l'Università potrebbe anche

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permettersi di non far pagare la retta ad alcuno studente. Il che, credo, sarebbe il giusto riflesso del diritto allo studio visto come un privilegio. Nella mia Università ideale, lo studente dovrebbe pensare solo a studiare. Non so se qualcuno di voi si è mai fermato a pensare a quante scadenze gravano sopra alle nostre teste: prenotazioni degli esami, presentazioni moduli Erasmus, modello ISEE, scadenze CLA, bandi per ottenere rimborsi e agevolazioni, piani di studio, assegnazione tesi... e se una di queste scadenze salta, il danno rischia di essere molto serio. Per non parlare degli studenti fuori sede, che devono anche pensare a trovare una casa e che ogni ultima settimana del mese si nutrono esclusivamente di pasta al tonno, il tutto mentre sono costantemente circondati da contratti e pile di bollette in scadenza. Dobbiamo cominciare a pretendere di più dai nostri Atenei: più servizi, più alloggi, più mense, più borse di studio per chi non può pagare la retta, più personale che si occupi di rendere la vita degli studenti il più semplice possibile. Il tutto, ça va sans dire, per chi se lo merita.

Marcello Moi


Uno studente al Governo Vedevo i discorsi alle manifestazioni contro il DDL Gelmini da parte degli studenti universitari e mi domandavo se un giorno arriverò mai a vedere uno di questi studenti all’amministrazione del governo o di qualche importante città. Sono dell’idea che la politica la debbano fare i giovani, il futuro non può essere deciso da settantenni, o quasi, come accade ora. Ebbene, vi do una grande notizia, ed è un peccato che debba essere io a darvela: per le elezioni comunali del 2011, nella città di Milano, è stato scelto come candidato sindaco uno studente universitario, e più precisamente uno studente di Scienze Politiche come noi. Si chiama Mattia Calise, ha 20 anni, ed è presentato dal Movimento 5 Stelle. Ho seguito attentamente la sua presentazione, i suoi discorsi e l’evoluzione intera di questo movimento politico che si sviluppa in rete, senza l’appoggio dei media e rifiutando l’utilizzo di fondi pubblici (erogati sotto forma di rimborsi elettorali o di iscrizioni al partito). Questo movimento è l’unico che mette in atto la democrazia partecipativa: Mattia è stato scelto attraverso le votazioni degli attivisti, che inoltre prenderanno tutte le decisioni, tra le quali anche lo stipendio che il futuro consigliere dovrà percepire. Mattia diventa un terminale della rete costituita da migliaia di cittadini che sia attraverso

il web, che, direttamente dagli incontri, coordinano il lavoro dei candidati eletti. Il metodo funziona, e “nell’ombra” dei media, senza segretari di partito né sedi fisiche, è attuato in molte città italiane con ottimi risultati. Lo stesso programma politico è stato elaborati dai cittadini attraverso la rete, e basta consultarlo per capire la differenza… Allora la domanda è: può un cittadino riprendersi in mano la politica attraverso gli strumenti precedentemente elencati? O abbiamo ancora bisogno di questa classe dirigente?

Luca Moretti

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Niente Giustizia negli intenti, niente Giustizia nel contenuto. Progetto di modifica costituzionale promosso dal Governo: è giunto il momento per il Titolo IV , La Magistratura. La nostra Costituzione è sacra, una delle più belle al mondo, un’opera letteraria, e come qualsiasi oggetto sacro andrebbe maneggiata con cura. Essendo il frutto di una mente collettiva è certamente soggetta alle leggi dell'uomo, e quindi può essere modificata, ma solo per un fine “nobile”, strettamente necessario e in vista di miglioramenti. Prendiamo la Riforma della Giustizia, una maxiriforma costituzionale proposta recentissimamente dal nostro Governo, della quale in realtà già si discu-

teva da anni e che rivela gli enormi problemi in seno al potere giudiziario. In parte il problema è legato alla durata dei nostri processi, ma con la legge sul Processo Breve, che obbliga il giudice ad emettere una sentenza entro sei anni (2 anni per ogni appello), si vuole far credere che questo problema sia stato risolto; in realtà la legge si limita all'imposizione, senza mettere a disposizione alcun mezzo per far rispettare la Giustizia e permettendo a processi importantissimi di cadere in prescrizione. Personalmente, preferisco avere tempi lunghi ma risultati giusti piuttosto che far finta di essere in linea con gli standard di Francia o USA. Ben vengano le riforme costituzionali: se sono buone tutto può essere discusso civilmente, approvato, ed eseguito, e sicuramente il potere giudiziario potrebbe essere più efficiente ( anche se ricordo che da

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alcuni anni i magistrati lavorano solo di mattina per mancanza di fondi e, dato che la legge in questo paese non mette quasi mai a disposizione soldi bensì li taglia, non c’è da stare allegri). Mi chiedo, però, se un Governo con gravi problemi di credibilità abbia la legittimità di modificare una sezione di ben 13 articoli scritta con ardore e bontà di intenti da una Costituente composta da una grande varietà di orientamenti.13 articoli, per giunta, che sono parte di una Costituzione approvata con l’88% dei voti favorevoli. Io non riesco a fidarmi (forse perché dentro dentro sono “conservatrice”) di un ministro della Giustizia che sembra essere portavoce di un “provvedimento punitivo”, come hanno affermato Di Pietro e l'Associazione Nazionale dei Magistrati; il presidente di quest’ultima è andato oltre, dicendo che si tratta di “una riforma punitiva, il cui disegno complessivo mina l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e altera sensibilmente il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. È una riforma contro i giudici che riduce le garanzie per i cittadini». Si legge infatti all’art 12 del progetto di riforma « Il giudice e il pubblico ministero dispongono della polizia giudiziaria secondo le modalità stabilite dalla legge.», contro l’originale : <<L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria>>;

non è forse un'ingerenza dell’esecutivo in un compito della magistratura, che in questo modo potrebbe non essere più libera di portare avanti le indagini secondo il proprio modus operandi? Sembra quasi che la nostra Giustizia abbia stufato qualcuno: troppe dita nella piaga, troppi processi fastidiosi, troppi accanimenti. Ergo, basta con la totale libertà; ancora una volta un potere, indipendente da qualsiasi altro dai tempi di Montesquie, sarà messo in parte al guinzaglio. Perché tutto ciò che è scomodo, e per i criminali la Legge lo è assai, deve essere eliminato senza pensare alle conseguenze. Per mettere le mani in un ambito così delicato pretendo persone affidabili, che si muovano prudentemente partendo da modifiche concrete e arrivando a piccoli passi ad una Revisione Costituzionale. Ci sarebbero fin troppe cose da fare senza tirare in ballo la Costituzione, in un momento in cui la Legislatura è allo stallo. Invito tutti a leggere il progetto, a metterlo a confronto con la nostra Costituzione e, ad ogni rimando ad altre leggi , a dare un'occhiata pure a quelle per sondarne il contenuto. La conoscenza è la nostra arma migliore, e la Costituzione il nostro Testamento.

Elisabetta Tatì

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Articolo 21  

Aprile 2011

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