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Please, play again this song for me in Viterbo

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di Marco Trulli e Claudio Zecchi

Potevano essere le due/due-trenta del mattino quando caricammo i sacchi pieni di colla, i poster e i rulli, sulla vecchia Asta Dedra millessei benzina (un vero e proprio vuoto a perdere, beveva più di un Corsari!) che tanto ricordava quei polizieschi all’italiana degli anni Settanta. Però nessuno di noi somigliava a Tomas Milian (quello nelle vesti del duro fuorilegge prima che cominciasse ad interpretare er monnezza) e neanche quando di li a poco ci saremmo imbattuti negli sbirri nessuno di loro somigliava all’integerrimo e irreprensibile Maurizio Merli, protagonista indiscusso dei film di Umberto Lenzi. Partimmo per la nostra “spedizione” notturna con l’entusiasmo dei neofiti mentre Abbondanzievole (l’artista), con il suo socio Nico, più avvezzi a quelle dinamiche, ci ammonivano: mantenere la calma! I poster raffiguravano alcuni personaggi della storia locale, vecchi monumenti del centro storico o visi particolarmente interessanti sfumati in una bassa definizione che li rendeva, soprattutto i visi, piuttosto inquietanti. Li stavamo attaccando – illegalmente – dal centro alla periferia della città quando, sotto il cavalcavia nei pressi dell’Università una macchina dei Carabinieri, insospettitasi per il nostro girovagare (era la terza volta che passavamo lì davanti) in cerca di una logistica adeguata, ci raggiunse. Silenzio. Solo il tempo e la freddezza di nascondere i secchi di colla con le giacche. Quello che avremmo dovuto attaccare sarebbe stato il nostro ultimo poster prima dell’inaugurazione del giorno dopo. Gli sbirri ci chiesero cosa stavamo combinando. Glielo spiegammo. Finsero di aver capito. Dopo circa mezz’ora ci lasciarono andare: «se vediamo quel poster attaccato vi veniamo a cercare, sappiamo chi siete». Paranoia. Ci interrogammo sul da farsi e alla fine decidemmo di attaccarlo ugualmente. La città ne era invasa. Si fece giorno. Uscimmo per fare colazione e nella consueta lettura dei giornali ci accorgemmo che qualcosa ci riguardava: Corriere di Tiberto «Inquietanti immagini affisse sui muri della città. La DITOS indaga». Nuovo Tiberto Oggi: «Misteriosi volti sui muri della città. Cosa vogliono dire queste immagini?». e poi anche in rete «Volti misteriosi. Cosa rappresentano?». Da curatori a efferati criminali il passo era breve. Per risolvere la querelle fummo costretti ad una smentita ufficiale presso la DITOS. Fummo intervistati, spiegammo tutto, cercammo di far capire le ragioni del nostro progetto ma sembrava non essere sufficiente e nonostante tutto la polemica non si spense anzi, se ne accese una ancora più aspra : era veramente arte quella? Ma (forse) bisognava capirli: la città era già rimasta scottata una volta. Non molti anni prima, sull’onda di quella che era allora la fobia di massa, vennero inscenate messe sataniche costruite ad hoc. La gente era andata fuori di testa e chiaramente in città non si parlava d’altro fin quando non venne fuori che si trattava di una beffa mediatica di un collettivo di artisti che si firmava con un nome multiplo.


E ora, davanti ai lavori di Abbondanzievole, tutta la città pensava ad un intervento di Porta Nuova, ad un’operazione occulta di una Setta Sudista, o addirittura, come disse l’Ispettore della DITOS Domenico Quagliarello, al coinvolgimento dei Frati Neri. Le faccione di Abbondanzievole, incollate sui palazzi della città, vennero rimosse in tutta fretta. Poi Marinello Princi uno scrittore di Tiberto, nostro caro amico, scrisse un articolo su Busciaweb, il portale più cliccato della città, dicendo che si trattava di arte contemporanea, e oggi l’arte è così. In realtà da Duchamp in poi, l’arte è così. E quindi i cittadini si quietarono, alcuni presero la palla al balzo e dissero «si vabbè, avete tolto i lavori di Abbondanzievole, ma le falce e martello no, quelle ci stanno ancora». Altri dissero «no vabbè, ma i lavori di Abbondanzievole erano belli, allora perchè non oscurate le scritte tipo Dux mea lux oppure i viva Hitler…» Ci fu pure chi colse la palla al balzo e chiese di togliete la scritta Cannavaro boia che campeggiava scolorita a Piazza San Crispino ed era evidentemente precedente alla vittoria degli azzurri ai Mondiali di Germania. 21 settembre 2006. Un giorno prima dell’inaugurazione Il telefono non smetteva di suonare. Squillava in continuazione a tutte le ore e senza tregua. Giornalisti e cittadini comuni. Ci cercavano tutti, tutti volevano saperne di più. Ma veramente si sarebbe potuto vedere un Picasso originale a Tiberto, veramente sarebbe stato installato un Puppy di Jeff Koons? Queste le domande dei più avvezzi all’arte contemporanea. Non sapevamo cosa rispondere, non avremmo mai potuto immaginare che una (finta) campagna pubblicitaria avrebbe potuto suscitare un interesse mediatico di quel genere. Inizialmente Prendemmo tempo ma poi decidemmo di cavalcare l’onda della (dis)informazione. «Si certo, la locandina (affissa ovunque in città) non mente!». D’altronde non era una menzogna, l’invito, con il tipico stemma del museo americano, recitava proprio così: «Più di 100 opere provenienti dalla collezione Guggheneim, da New York, Venezia, Bilbao, Las Vegas in mostra a Tiberto grazie al contributo della Provincia di Tiberto, del Comune e dell’Università della Buscia. La mostra sarebbe stata allestita presso il cortile del Palazzo di Donna Olivia…». Volantini, e-mails e passaparola, soprattutto il passaparola, fecero il resto. Era fatta. Ne parlavano tutti. Tutti, presi dall’eccitazione della notizia, erano convinti di trovare a pochi passi da casa le straordinarie opere del Guggenheim fin quando, il giorno dell’inaugurazione, presso il cortile del Palazzo di Donna Olivia la gente non dovette accontentarsi che delle opere del Guggheneim!

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OSMO, artista che aveva ideato la campagna di comunicazione della Guggheneim collection, fu molto contento delle reazioni ma disse esplicitamente che lui non sarebbe tornato per nessun motivo a Tiberto e che il rimborso glielo avremmo dovuto mandare tramite bonifico. 22 settembre 2006. Inaugurazione della manifestazione Sentieri d’Arte - dubidubidu. Comunicato stampa: «Nell’ambito della seconda edizione del progetto Sentieri d’Arte, quest’anno intitolato dubidubidu, che inaugurerà il 22 Settembre e si chiuderà l’8 Ottobre, con la partecipazione di artisti e architetti invitati a confrontarsi con l’ambito urbano della città di Tiberto proponendo installazioni, video e operazioni site specific tra centro storico e periferie, si coglierà l’occasione per svelare la targa che il Comune ha sollecitamente fatto preparare a seguito dell'inaspettata notizia data dagli storici locali e dagli storici dell’arte.


A seguito di una importante campagna di studi sulla città infatti, nel quartiere di San Posterino, è stata appurata l'appartenenza di un edificio ad un importante personaggio storico. La cerimonia si svolgerà alla presenza delle autorità istituzionali».

La fama ci precedeva. La manifestazione era già sulla bocca di tutti, dopo quello che era successo con il caso satanista. La beffa del Guggheneim aveva oltremodo scatenato le remore dei cittadini e procurato dissensi per la “cattiva gestione dei soldi pubblici” ai quali avemmo regolarmente accesso a seguito della nostra fruttuosa campagna di fundraising. Ma non era finita. Ore 22. Il momento clou si avvicinava. La targa stava per essere svelata. Davanti alla folla di gente che si era fermata lì di fronte il lenzuolo che la copriva fu levato. La targa, con il logo ufficiale del comune recitava così: «Questo edificio, progettato da architetto sconosciuto in epoca irrilevante, mai appartenne a persona di spicco. Il complesso non presenta originali soluzioni architettoniche né al suo interno sono conservate opere di rilievo. Non si serba memoria di avvenimenti storicamente significativi verificatisi in questo luogo. Nessun personaggio noto qui nacque, visse o morì, né tutt’ora vi opera alcun creatore mirabile o sommo poeta». Centinaia di ignari passanti furono attratti da questa nuova presenza: «È eccezionale!» commentò un’anziana signora «ma non so proprio come interpretarla». Mentre un cittadino oltraggiato che viveva nei pressi commentò: «È inaccettabile, guardatevi attorno, ci sono edifici di gran lunga peggiori di questo, specialmente nelle periferie». Interrogato sul significato dell’opera, Falco Sattes, dichiarò: «significa ciò che dice». Fu un successo. Lo percepimmo immediatamente ma le cose furono molto più chiare qualche settimana dopo. Una mattina, ci accingevamo a smontare l’opera e arrivati davanti al luogo dell’installazione la targa non c’era più. Scomparsa in circostanze misteriose si direbbe. Il proprietario dell’Alimentari vicino disse che erano stati gli organizzatori a rimuovere la targa, senza peraltro coprire i buchi nella parete. Ci chiese interdetto, «Ma perché, eravate voi gli organizzatori?». «Certo», rispondemmo noi. «Ebbene, allora coprite ‘sti buchi no?!» Fu la ciliegina sulla torta, il vero completamento di un’opera(zione) che per la sua complessità ebbe una durata temporale maggiore della durata cronologica della manifestazione. Visti i colpi di scena e i casi mediatici scaturiti dalle operazioni urbane, nel 2007 decidemmo di uscire un po’ dall’attenzione della stampa, per cercare di continuare ad avere il sostegno degli sponsor locali, che nel 2006 avevano assistito contrariati al bailamme mediatico, e pensammo di concentrarci sul recupero di uno spazio abbandonato, che avevamo già utilizzato come “sede” della Guggheneim collection. A metà giugno invitammo lo studio spagnolo di architetti Recetas de Santiago e con loro decidemmo di occupare lo spazio del Cortile di Donna Olivia, con al seguito una decina di artisti e studenti dell’Accademia di Brera insieme al collettivo Complot StarSystem. Occupammo il Cortile per tre giorni e tre notti, organizzando proiezioni, incontri con la cittadinanza in cui si discuteva della fruizione e dell’utilizzo del Cortile. Alla fine dei tre giorni ci venne a trovare la DITOS dicendoci: «Ancora voi, stavolta Abbondanzievole lo portiamo in Questura!». Ma Abbondanzievole questa volta non c’entrava, volevamo solo proporre al Comune una strategia di recupero


del Cortile di Donna Olivia che riportasse quel posto ad essere vissuto dai cittadini tibertesi. Non sapevamo come fare. Ad ogni passo un fraintendimento delle nostre azioni. Vista la piega che le cose stavano prendendo, pensammo proprio di lasciar perdere, sconfortati. Ma proprio mentre uscivamo dal Cortile, vedemmo entrare l’assessore al Patrimonio del Comune di Tiberto, con la mazzetta dei quotidiani sottobraccio e, al suo fianco, il responsabile dell’Ufficio tecnico, un tibertese di origini americane. «Here we can mettinpiedi nu bigghe miusium assessò!». Questo disse Jonathan Trappolini, il direttore dell’ufficio tecnico con smanie da archistar. L’assessore Valtroni annuiva silenzioso e guardando in alto i merli della torre di Porta San Crispino stagliarsi contro il sole si rivolse a noi e dicendo «Ahhh, voi sareste gli artisti…bravi avete scoperto proprio un bel posto…». Ma come, quel posto era del Comune e nessuno se lo ricordava? Così, in un inaspettato e a tratti confortante confronto cercammo di capire quale avrebbe potuto essere l’utilizzo di quel posto magnifico. Noi pensavamo che la soluzione migliore potesse essere un riutilizzo provvisorio attraverso una gestione partecipata di artisti e associazioni del territorio. Sono passati due anni e il dibattito è ancora in corso. Il giorno dopo accompagnammo i Recetas de Santiago all’aeroporto (non quello di Tiberto, ma quello di Roma Fiumicino) con la promessa di una futura collaborazione.

Maggio 2008 La Fantaciesse, agenzia di pubblicità e pubbliche relazioni di Tiberto, ci contattò chiedendoci di sviluppare un progetto all’interno di un sottopassaggio pedonale nel quale loro controllavano per intero le inserzioni pubblicitarie. La consueta diffusione pubblicitaria avrebbe lasciato il passo, per l’occasione, alle immagini che gli artisti avrebbero sviluppato appositamente per quel luogo. Per l’occasione pensammo ad un lavoro legato alle visioni urbane, ai simboli e all’immaginario della città. Ad Ottobre vennero a Tiberto gli artisti della Loggia Mingardi, gruppo di artisti siciliani che aveva pensato un intervento per il Sottopassaggio di Porta della Velleità. Inaugurammo l’installazione questa volta tra l’entusiasmo della gente. Ma fu nei giorni seguenti, quando la confusione celebrativa era scemata e la vita riprendeva i suoi ritmi quotidiani che accaddero le cose più divertenti. Il sottopassaggio tornava ad assolvere la sua normale funzione di collegamento pedonale tra l’interno e l’esterno delle mura medievali e spesso, chi ci passava, rimaneva colpito, spaesato e a volte intimidito, dalla voce che improvvisamente ne richiamava l’attenzione: «Ehi!……Signora» Dopo circa tre mesi che l’installazione continuava a occupare il sottopassaggio pedonale di Piazza Tristi, un giorno ci arriva un messaggio sul telefono cellulare con scritto «Comprate Nuovo Tiberto Oggi, sporchi massoni». Al momento non capivamo, pensavamo ad uno scherzo. Per fugare ogni dubbio, girammo cinque edicole. Il giornale era andato a ruba e trovarne una copia era quasi impossibile. Allora passammo in un bar di un nostro amico, che stranamente aveva il quotidiano tanto ambito. A pagina tre, senza dover andare a cercare nei trafiletti, ci trovavamo di nuovo sbattuti a quattro colonne: «Graffiti massonici in città. Il parere dell’esperto sull’autenticità». Così recitava il titolo. «[…] Indubbiamente si tratta di simboli massonici […]». «[…]Ritengo poco probabile che un profano abbia voluto esprimersi in tal senso[…]. Credo che tale rappresentazione sia opera di neofiti massoni che vogliono manifestare la propria presenza nel territorio». Rimanemmo sbigottiti, anche stavolta fantasia batteva realtà dieci a zero.


Il giornalista aveva intervistato un esperto di massoneria che aveva interpretato le immagini della Loggia Mingardi, come un atto di dimostrazione massonica. Era vero, c’erano simboli di origine massonica, come il compasso, il temperino, le colonne etc. Ma era stato tutto dichiaratamente svelato con una campagna di comunicazione in piena regola e c’era addirittura una targa che spiegava il lavoro intitolato Sussurri e grida. Appena seppero la notizia, i quattro della Loggia Mingardi, ne rimasero sconvolti ed emozionati al tempo stesso: finalmente qualcuno li aveva riconosciuti come massoni, La città continuava a rispondere in modo inaspettato alle nostre operazioni, surclassando di netto i presupposti iniziali degli interventi e creando sempre direzioni inaspettate.

Aprile 2009. Anzi qualche mese prima. Dopo un lungo e tormentato percorso con l’amministrazione comunale di Tiberto, riuscimmo finalmente a realizzare la prima installazione permanente per la città. Mesi prima avevamo sguinzagliato il nostro amico Marinello Princi in giro per la città, a supporto degli artisti del gruppo B52 per ricercare storie da dissotterrare, rileggere e tradurre in un progetto pubblico. «Vorremmo fare un buco, un foro nel terreno, da cui amplificare il suono del fiume Ucronio, registrandolo alla sorgente, quando scorre ancora all’aria aperta». Questa l’idea degli artisti del gruppo B52, comunicataci al telefono, una settimana dopo la passeggiata compiuta a Tiberto, con la guida del solito Marinello, cantore di storie della città rimossa. Un buco…ci pensammo bene, prendemmo il coraggio a quattro mani e andammo dall’assessore alla cultura, chiedendo un appuntamento. Nel frattempo il gruppo B52 ci aveva inviato tutto il progetto tecnico, il fotomontaggio dell’installazione e la strumentazione tecnica necessaria. Stavolta si faceva sul serio, sinergia col comune, accordi con il sindaco etc etc. Non volevamo rischiare corto circuiti. Assessore alla Cultura del Comune di Tiberto, Dott. Egizio Malastroni. «Toc, toc». «Avanti avanti…ahhh eccoli gli artisti, spiegatemi un po’ ‘sto buco?». Eravamo partiti subito con il piede giusto, l’assessore aveva scambiato noi curatori per artisti…«Ma scusate, come si fa per la puzza?». L’assessore si preoccupava delle esalazioni del fiume in profondità, a quattordicimetrieottantaseicentimetri dalla superficie. Peccato che il foro nel terreno era profondo solo due metri, il necessario per installare la cassa di amplificazione. Ma vagliela a spiegare l’arte… «ahhh, ho capito, non si fa un carotaggio allora. Vabbè e che problema c’è, in un mese facciamo tutto!». Uscimmo dall’ufficio dell’assessore frastornati ma contenti, consci comunque che in un mese avremmo fatto ben poco. Passò il primo mese prospettatoci. Ne passarono due, tre. E poi i mesi divennero quattro. Aspettavamo impazienti senza avere l’ombra di una notizia dal Comune e spesso alle nostre telefonate non rispondeva nessuno o al massimo la segretaria che lasciava i nostri messaggi. Non ne potevamo più quando, finalmente, al quinto mese il dialogo con l’Amministrazione riprese con costanza e dopo laceranti discussioni sulla reale possibilità di realizzare l’installazione, finalmente riuscimmo ad avere una data, un “permesso temporaneo” per l’installazione. Peccato che l’assessore aveva parlato di installazione permanente. Alla nostra domanda rispose «Vabbè temporaneo, vediamo come va, ma non ci dice niente nessuno se la lasciamo». Ok, siamo in Italia, l’avevamo dimenticato forse!?

16 Aprile 2009. Comune di Viterbo, Conferenza stampa.


entriamo in conferenza stampa con Marinello Princi, Andrea Ballonzino del gruppo B52, il sindaco e l’assessore. Attacca il sindaco «ci vuole fantasia per amministrare una città ed è importante anche fare operazioni di questo tipo». Lo segue l’assessore «Questo è il primo passo verso il Museo sotterraneo della seconda guerra mondiale». Ci guardammo sconcertati…«il museo de che???». Non ci avevano detto nulla, l’amministrazione pensava all’idea di rendere percorribile il percorso sotterraneo del fiume (praticamente una fogna) e di farne un museo, poiché lì sotto si erano riparati dalle bombe della seconda guerra mondiale i cittadini tibertesi. Insomma, fatto sta che a un certo punto l’installazione, oggetto della conferenza stampa, passa in secondo piano, e si cominciano a fare fantasie su questo maledettissimo museo. Si chiude la conferenza degnamente, con Marinello che parla delle memorie rimosse della città, Andrea che spiega le ragioni del buco e noi che diplomaticamente parliamo della volontà di continuare a lavorare in questo modo con l’amministrazione. Tutti contenti, tranne che per la tirata del museo, però tutto sommato il risultato era stato portato a casa.

18 Aprile 2009. Inaugurazione di -14,86. La gente passa, guarda il pannello solare che alimenta l’installazione. Alcuni chiedono: «ma che cos’è il wireless?» oppure «oddio un altro autovelox?!». Difficile si possa trattare di un autovelox, in zona pedonale. Comunque inaugurammo l’opera con molti curiosi, con il sindaco e l’assessore che svelarono il cosiddetto “buco” e diversi anziani che si fermavano a raccontare le storie di quando il fiume scorreva ancora all’aria aperta, nel cuore della città. L’installazione è ancora lì, che risuona tutti i giorni il rumore dell’Urcionio, che scorre silenzioso in profondità e ignora che la sua presenza giunga fino in superficie. Qualche mese dopo, in un futuro non troppo improbabile… Visto il risultato dell’installazione permanente, continuammo a collaborare con il Comune di Tiberto, proponendo un’installazione di Maurizio Cattelan al centro di una piazza. L’assessore prima ci chiese spiegazioni su questo Cattelan, poi ci propose un suo amico che dipingeva paesaggi a spatola, ed aveva fatto anche delle mostre a Derni, Stoleto, una volta anche in Francia. Vista la nostra insistenza, disse “E vabbè, chiamate sto Cattelan…” L’inaugurazione è prevista per oggi, 20 Dicembre 2010 e siamo impazienti. Ci domandiamo come la città possa accogliere un progetto permanente di uno degli artisti più discussi del mondo. Non possiamo dare anticipazioni sul progetto perché non ne abbiamo il permesso dall’artista. Cattelan, quando ha saputo che venti anni prima un’opera di Buren era stata rimossa dal Comune di Tiberto, si è fatto il segno della croce. E anche noi non siamo proprio sereni…

Visto il risultato dell’installazione permanente, avremmo pensato si potesse continuare a collaborare con il Comune di Tiberto, proponendo un’installazione di Maurizio Cattelan al centro di una piazza. Ma da allora non ci furono molte occasioni di riparlare con l’assessore. Abbiamo cercato di chiamarlo più volte. Sempre irraggiungibile. Allora abbiamo mollato Tiberto, ognuno ha preso la propria strada, ora restiamo in contatto tra di noi e con gli artisti tramite feisbook. Abbiamo pensato


pure di scrivere una storia, la storia della nostra storia. Riscriverla per immaginarne un finale, un percorso possibile, una via d’uscita. Adesso proviamo a buttarla giù, vediamo cosa ne esce fuori.

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Il testo ripercorre alcune delle tappe più esilaranti del progetto Cantieri d’Arte. Alcuni fatti, al limite del surreale, hanno ispirato questa storia in cui realtà e fantasia – tutti i nomi dei luoghi e dei personaggi sono stati volutamente cambiati – si intrecciano. La fantasia è stata un sostegno della realtà, uno strumento che ci ha aiutati a riscrivere la storia senza distorcerne i contenuti. 2 Se fonicamente il nome suona come quello del prestigioso museo, ortograficamente, con piccole variazioni, esso è completamente stravolto: è scritto così come si pronuncia.


Drawing a New Memory