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L’A RTE B IANCA - L A PANIFICAZIONE I TALIANA

Lunedì 21 marzo

2011

Province

Dal pignoramento all’assoluzione piena L’odissea giudiziaria di un panificatore abruzzese

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opo undici anni di battaglie giudiziarie, che minacciavano portare alla rovina l’azienda messa in piedi dai genitori cinquantadue anni fa e consolidata dal loro stesso lavoro, i fratelli Giuseppe e Corrado Ciavalini, di Ortona (Chieti), hanno potuto ricominciare a vivere. Una sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila ha stabilito, infatti, che non avevano frodato l’ex-dipendente che gli aveva intentato causa, che non gli dovevano le centinaia di migliaia di euro da lui richieste e che, anzi, gli avevano già dato parecchi più quattrini di quanti gli spettassero. La lunga vicenda la racconta Giuseppe, titolare insieme al fratello del Panificio F.lli Ciavalini S.n.c. di Ortona (Chieti), con fatturato annuo tra i 450 mila e i 500 mila euro. “Tutto è cominciato quando quel signore, che chiameremo XY, è arrivato all’età pensionabile, cioè nel settembre del ’99, dopo essere stato con noi dal giugno del 1987. Avremmo potuto trovare una forma di collaborazione, ma mantenerlo in servizio INSERZIONISTI Bombieri Casteggio Lieviti Castelmac Co.Li.P. Lesaffre Novapan

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ci sarebbe costato circa un milione di lire al mese in più. Così, il 4 gennaio 2000 lo licenziammo. Gli demmo tutto quello che gli spettava ma chiedemmo una dilazione per il TFR perché al momento non eravamo in grado di sborsare l’intera cifra: 27 milioni di lire a lui, altri 6 allo Stato”. L’ex-dipendente rifiuta e passa alle vie legali. Nel giugno 2000 comincia l’odissea. I Ciavalini ven-

avanti comunque la rivendicazione sindacale e chiede, ottenendolo, il pignoramento cautelativo dell’azienda. Si procede, con i tempi del sistema giudiziario italiano, e si arriva davanti al Tribunale di Chieti che, nel 2009, condanna i Ciavalini a risarcire 330 mila euro all’ex-dipendente e a pagare altri 10 mia euro per spese di giudizio e competenze varie, Inps e Inail compresi. “A occhio

gono convocati dalla Camera di conciliazione del Lavoro di Chieti, per il mancato versamento del TFR; qualche giorno dopo giunge un’altra convocazione: “Il nostro ex-dipendente” spiega Giuseppe, “lamentava mancati pagamenti di notturni e festivi e anche la mancata corresponsione del quantitativo di pane giornaliero che, secondo lui, eravamo tenuti a dargli: una disposizione dei tempi di Mussolini che non esiste nel contratto. In tutto chiedeva 658 milioni di lire”. I Ciavalini reperiscono i quattrini per pagare il TFR, inviano l’assegno allo studio del legale di parte avversa, ma XY manda

e croce avremmo dovuto sborsare 450 mila euro”, sottolinea Giuseppe. Intanto, si procede a una stima della proprietà. I Ciavalini ricorrono e la Corte d’appello di 1° grado dell’Aquila, salomonicamente, dimezza il risarcimento stabilito dal Tribunale di Chieti: 165 mila euro. I due fornai chiedono, quindi, che il pignoramento venga adeguato al minore risarcimento stabilito, ma l’incaricato del sopralluogo trova che una parte del fabbricato è stata demolita: “Era pericolante e avevamo ottenuto tutte le autorizzazioni per demolirla e ricostruirla”. La spiegazione non è accettata e il giudice delle

Il polemico

vendite immobiliari decide che tutto deve andare all’incanto. Nel settembre del 2010 si va davanti alla Corte di appello di 2° grado. I giudici non riconoscono all’ex-dipendente nessuno straordinario né alcuno lavoro notturno, salvo quella parte provata nel dibattimento davanti al Tribunale di Chieti (per circa 2500 euro). E fanno rifare i conti di tutto ciò che sarebbe spettato a XY sulla base di 40 ore settimanali. E qui arriva la sorpresa: secondo il consulente della Corte d’Appello, negli anni in cui è stato dipendente dei Ciavalini, XY ha ricevuto 55.500 euro in più di quanto previsto dal contratto. La sentenza viene fissata per il 10 marzo. Intanto, però, è andato avanti il procedimento per la vendita all’incanto, con tanto di avvisi sulle pagine di Ortona e di Chieti del Messaggero e con manifesti sui muri delle due città. Il 10 marzo, finalmente, si arriva al dibattimento in Corte d’Appello e, a sera, viene emanata la sentenza: XY non deve avere niente e dovrà pagare le spese di giustizia. Di conseguenza, la procedura per la vendita all’incanto può essere annullata e viene chiesto anche l’annullamento dell’ipoteca. L’incubo finisce sul filo di lana: “Si sarebbe dovuto procedere il pomeriggio del 15 marzo”, dice Giuseppe Ciavalini con un sospiro di sollievo. <

Santa Lucia di Piave: compie 1350 anni la più antica fiera agricola del mondo

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a settimana scorsa si è celebrato a Treviso, presso la sede della Provincia, l’atto conclusivo dell’edizione 2010 delle Fiere di Santa Lucia di Piave, svoltesi dall’11 al 13 dicembre scorso in questa cittadina veneta di novemila abitanti, a 28 chilometri dal capoluogo. Le Fiere di Santa Lucia hanno radici assai antiche: la fiera dedicata a “bestiame e merci varie” ha compiuto nel dicembre scorso i 1350 anni di vita. Si tratta della più antica manifestazione mercantile del mondo dedicata all’agricoltura e la sua origine si fa risalire all’anno 661. Il sito dove nacquero i primi “scambi” commerciali sulle rive del Piave era di fronte al guado di Lovadina, nei pressi dell’antica via romana Claudio Altinate e poi della via Ongaresca: un naturale punto d’incontro per le primitive attività legate alla pastorizia, al bestiame e poi al commercio. Nel tempo, alla primitiva manifestazione, si sono aggiunte altre fiere dedicate: macchine agricole, macchine movimento terra ed edili; agroalimentari; agriturismo, turismo rurale e turismo equestre; informatica in agricoltura; fiera dei formaggi “casari del Piave”; agricoltura biologica; giardino d’inverno. In un simile contesto non poteva mancare il pane e, infatti, da molti anni, i panificatori del Gruppo provinciale di Treviso sono una preziosa presenza fissa della manifestazione di dicembre. Come nell’edizione 2010. I fornai, con in testa il presidente, Maurizio Porato, hanno allestito un attrezzato laboratorio e, per tre giorni, hanno prodotto pane e tante altre gradevoli specialità, che sono state proposte ai visitatori in cambio di offerte destinate a beneficenza. Con i panificatori hanno faticato anche sessanta giovani allievi del Centro di Formazione Professionale di Lancenigo, istituto della Provincia nel quale i panificatori svolgono un ruolo chiave, anche come docenti. E giovedì, 10 marzo, si sono ritrovati tutti insieme, per la cerimonia che ha chiuso ufficialmente quell’esperienza e alla quale hanno partecipato anche i vertici dell’Amministrazione provinciale e altri rappresentanti istituzionali e del Comune di S. Lucia. Nell’occasione, i panificatori hanno consegnato i denari raccolti durante la fiera, duemila euro, alla signora Anna Mancini Rizzotti, presidente di Advar, una onlus che opera a Treviso e nei comuni dell’ULSS 9, offrendo assistenza domiciliare gratuita ai malati di cancro in fase avanzata e terminale e alle loro famiglie, attraverso i propri volontari e i propri operatori sanitari. Un riconoscimento ufficiale è stato dato anche i giovani allievi del Centro Formazione Professionale di Lancenigo, fiore all’occhiello del Gruppo Panificatori, un vero esempio di integrazione tra scuola, formazione professionale e mondo del lavoro. L’incontro si è concluso con un buffet preparato, ovviamente, dai ragazzi del CFP, che hanno ottenuto grande successo con i grissini “raboso e noci” e le focacce caserecce. <

di Bruno Stella

JUSTITIA, CUM GRANO SALIS

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ustitia suum cuique distribuit, diceva Cicerone: la giustizia dà a ciascuno il suo. È un’affermazione condivisibile, fatte salve singole vicende, ma la grande incognita è: quando? Cioè, quanto ci vuole perché la Giustizia effettivamente dia a ciascuno il suo? Ricordo un amico che, venduta una casa, non riusciva a riscuoterne il prezzo. Dopo 24 anni dovette accettare una riduzione di quanto aveva pattuito quasi un quarto di secolo prima. Un altro amico, riconosciuto vittima di plagio dopo i vari gradi di giudizio, ha fatto in tempo a morire prima che la Giustizia si decidesse a quantificare il risarcimento dovutogli. E in questa stesa pagina c’è una vicenda analoga, che riguarda i due titolari di un panificio artigiano: undici anni per ottenere il riconoscimento di nulla dovere all’ex-dipendente che si era rivolto alla Giustizia rivendicando tanti crediti di lavoro. Non ho una casistica da consultare per questa specifica materia, ma undici anni per una vertenza sin-

dacale mi sembrano davvero tanti, anche in rapporto alle aspettative di vita riconosciute agli italiani e che dati recenti indicano mediamente (uomini e donne) in quasi 82 anni. Ci sono, tuttavia, altri due fatti negativi, e assai rilevanti, nella causa che ha coinvolto i due panificatori: la diversità delle conclusioni cui sono pervenuti i magistrati nei diversi gradi di giudizio; il pignoramento e l’avvio di vendita all’incanto del panificio. Sul primo punto. Nel primo giudizio, il Tribunale ha accettato pressoché in toto le pretese del promotore della vertenza, stabilendo un indennizzo semplicemente ridicolo rispetto sia alla prestazione d’opera sia alle dimensioni del panificio; la Corte dell’appello di primo grado ha deciso di mantenersi nel “giusto” mezzo, dando ragione all’ex-dipendente, ma dimezzandone l’indennizzo; la Corte dell’appello di secondo grado, infine, ha giustamente preteso che i conti fossero rifatti da un suo consulente e ha concluso che nulla spettava al dipenden-

te, caricato anche delle spese di giustizia. Sul secondo punto. Nel corso della lunga vertenza, a seguito di un pignoramento cautelativo, si è innescato un procedimento di vendita all’incanto, annunciato a termini di legge su un quotidiano e con manifesti affissi nelle strade delle città interessate. La sentenza è arrivata appena in tempo per bloccare la procedura. Da una parte, dunque, i convenuti, cioè i due panificatori, percorrevano tutti i gradi del giudizio, dall’altra si stava per procedere alla vendita di un’azienda sulla base del presupposto, non provato e poi addirittura smentito, che quel tale dipendente avesse diritto ai tanti quattrini richiesti. Domanda: se la vendita fosse effettivamente avvenuta, chi e come avrebbe risarcito i due panificatori che, alla fine, hanno vista provata l’inconsistenza degli addebiti loro mossi? Per tornare ai nostri padri antichi: “dura lex sed lex”, d’accordo, ma ricordiamoci anche di quell’altro detto: “cum grano salis”. <

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