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Assessorato alla Cultura

A.S.A.V. Associazione Seriatese Arti Visive

Nel mese di ottobre la sala espositiva Virgilio Carbonari ospiterà “Edoardo Milesi: Dentro l’architettura”. Edoardo Milesi, nato a Bergamo nel 1954, sostiene che essere architetto significhi occuparsi dell’uomo e della sua vita nei cicli complessi della natura. Per questo motivo da sempre si occupa di tutto quello che interessa la comunicazione tra gli uomini nella consapevolezza che lo spazio abitato ne fa parte. La cultura che come un vestito ci siamo costruiti addosso è la nostra seconda natura, è con essa che dobbiamo confrontarci. Questo il pensiero di Edoardo Milesi che nel suo fare architettura ci ha messo anche una rivista di cultura e di arte, scenografie teatrali, design ergonomici e inutili, scuole e chiese, fabbriche agricole, locali pubblici, giardino e residenze private. Una architettura fatta di passione per la luce, per i vuoti prima ancora dei pieni, per i materiali naturali, per le emozioni che sono in grado di modificare anche i luoghi. La mostra curata dalla figlia Giulia, neo laureata a Mendrisio, ma che ha vissuto dentro dentro l’architettura e le architetture paterne, cerca di riportare l’atmosfera che Edoardo Milesi si porta dentro nei diversi studi, coi diversi collaboratori, nelle sue case e in quelle proposte ai suoi committenti come uno stile di vita, una scelta di crescita necessaria e utile. I lavori esposti sono raccolti a tema, mostrano il modus operandi dello studio di Bergamo, l’atmosfera di una progettazione condivisa, ma nessuna autocelebrazione traspare, nessuna opera è esposta in modo esaustivo, in ordine cronologico o di importanza. “Dentro l’architettura” tenta di chiarire secondo un particolare modo di esporre i progetti, il pensiero architettonico di Edoardo Milesi che dal 1978 mescola tradizione e innovazione seguendo un unico filo rosso, quello della ricerca attorno all’uomo nella natura. Nell’invitare la cittadinanza a visitare l’esposizione, l’Amministrazione comunale esprime gratitudine all’architetto Edoardo Milesi per avere accettato l’invito a esporre, ringrazia l’ASAV per la proposta e per la cura dell’evento, e gli sponsor che con sensibilità contribuiscono alla pubblicazione di questo catalogo.

L’Assessore alla Cultura Ferdinando Cotti

Il Sindaco Silvana Santisi Saita


Palazzo Municipale Sala Espositiva “Virgilio Carbonari� Piazza Alebardi, 1 - Seriate (Bg) 8 - 29 ottobre 2011 con il patrocinio di

Ordine degli Ingegneri della Provincia di Bergamo

media partner

pubblicazione a cura di Giulia Anna Milesi testi Giovanni Gazzaneo Giulia Anna Milesi fotografie Paolo Da Re Donato Di Bello Michele Milesi Francesca Perani Francesco Radino


EDOARDO MILESI

dentro l’architettura


Milesi, il segreto di uno sguardo di Giovanni Gazzaneo

La creazione: un colpo di tamburo nel vuoto del mondo

Luigi Santucci

Edoardo Milesi è un uomo antico e insieme più moderno di tante modernissime archistar. Il suo sguardo è capace di contemplazione e nel contemplare trova l’orizzonte del suo pensare e progettare l’architettura. Lo sguardo dell’uomo moderno, al contrario, è troppo spesso frettoloso e vorace, incapace di sostare e di stupirsi. Uno sguardo che è all’origine del volto violento dell’architettura: vorace e distruttiva ha consumato il paesaggio e insieme l’uomo che in quell’architettura era chiamato ad abitare, a lavorare, a pregare, a vivere. Meglio, si è edificato rinunciando all’architettura, tradendola fino a snaturarla in luoghi-non luoghi in cui manca il respiro e la bellezza, il desiderio e il sorriso. Si è confuso il vivere con il sopravvivere. Milesi ci offre un respiro e una bellezza antichi e nuovi insieme perché non ha rinunciato alla memoria – al tesoro della tradizione e di quel fare che in un passato senza cemento ha saputo erigere le più straordinarie architetture dell’umanità –, che rilegge attraverso i moderni saperi e le tecnologie più avanzate. In questo dialogo tra natura e memoria nasce l’armonia, quasi musicale, del suo costruire, che risponde sia alla domanda dell’abitare un luogo, sia al desiderio di bene e di bello che ci portiamo dentro. L’architetto Carlo Pozzi ha descritto Edoardo e il suo lavoro con un passaggio di Marguerite Yourcenar tratto dalle Memorie di Adriano: “Costruire significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre. (…) Ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire. Significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”. L’architettura è pensata da Milesi come originata dal luogo che la vede nascere e

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da quel luogo è abbracciata, un progetto disegnato dalla luce del cielo e dal profilo della terra, dalle acque e dall’aria. Perché non solo i materiali per costruire, ma anche energia e microclima vengono colti da quel che la natura offre. Per questo Edoardo non si è mai preoccupato per lo stile, che pure è presente. Essenziale è cogliere il genius loci, che è insieme natura e storia, emergenze morfologiche e comportamenti umani, e sul genius loci costruisce non solo l’architettura, ma anche le condizioni per la vita e la manutenzione dell’edificio, spesso a impatto zero grazie all’utilizzo di fonti naturali. Il suo progettare nasce dalla sapienza che ha mosso i costruttori fin dagli albori dell’umanità e dalla loro conoscenza degli elementi e vien prima della bioarchitettura, prima delle mode (anche se buone e belle sono destinate a passare…). La sua è una sapienza ben radicata alla terra, che lui ama e conosce, che è un tutt’uno con il cielo che la sovrasta. Vive come il contadino che “indaga nella zolla – scrive Ermanno Olmi – i misteri della rigenerazione della vita, che ha imparato modi, tempi, regole della natura, che rispetta perché conosce ed è consapevole del suo limite. E tuttavia sa bene che c’è un di più, un oltre, un mistero che lo stupisce, lo compiace, lo interroga incessantemente e per questo lo fa sentire vivo”. A Milesi non basta il progetto, ha bisogno del cantiere, di essere guida del lavoro che rende l’idea opera degli uomini. Un progetto che si incarna nel ventre della terra, pronta ad accogliere le fondamenta, per poi stagliarsi nel cielo ridisegnando il paesaggio. E il suo cantiere ha il sapore degli antichi cantieri dei mastri medievali che con genio e passione, insieme a una schiera di muratori, falegnami e scalpellini, erigevano chiese e cattedrali, segno della presenza di Dio in mezzo agli uomini, e ridisegnavano lo spazio rendendolo sacro. Milesi, insieme ai suoi collaboratori, ridisegna lo spazio rendendolo più umano, più amico per il nostro abitare, più bello ai nostri occhi. Per fare questo non ha bisogno di giustificare il suo pensare, le sue scelte, i suoi progetti: non gli piacciono le etichette, non ha bisogno di abbracciare correnti, di essere “razionalista” o “organicista”, di erigersi ad archistar. Ha dalla sua la sapienza dei millenni del costruire che si innesta nei moderni saperi. E le sue architetture si giustificano da sole. 5


diar io d i u n a casa


diario di una casa Lo studio viene fondato da Edoardo nel 1979 che, iniziando a muoversi tra concorsi di progettazione, cercando sempre una lettura decisa della realtà, inizia a delineare una sua poetica architettonica che, nonostante una rapida evoluzione, mantiene nel tempo saldi principi di sostenibilità e attuabilità in una costante ricerca. È carattere forte di questo studio il suo approcciarsi continuo con la natura e la realtà, vero laboratorio, concepito come una grande macchina i cui meccanismi umani si intersecano con quelli del contesto in cui ci si trova a lavorare. Un teatro di avvenimenti che nel corso degli anni si sono avvicendati senza altra regola che quella di effettuare uno studio minuzioso dell’abitare il luogo, sentendosi parte di esso. L’uomo si trova al centro di questa indagine. Importante è la sua relazione con lo spazio. Con le dimensioni di quello spazio. Con i colori di quello spazio. In sintesi, con l’architettura di quello spazio. Quando ci si trova innanzi alla progettazione, alla composizione di un luogo, ancor prima di pensare alla funzione, contemporaneamente al pensiero della funzione, Edoardo ci chiede di pensare all’atmosfera. All’intensità dell’architettura sullo spazio. Questo approcciarsi all’architettura ricorda l’effetto che un brano musicale può ottenere sul comportamento. Musica e architettura possono essere usate l’una per analizzare l’altra. Lo strumento musicale è l’edilizia, l’architettura è la musica, senza una buona musica lo strumento è inutile e spesso ingombrante.

“L’architettura è musica pietrificata” Goethe

Entrambe composizioni, colpiscono la sensibilità, la sensazione, definiscono un’atmosfera. Suscitano emozioni. Il mio desiderio è quello di “attraversare” l’architettura, gli spazi architettonici creati dallo studio Archos, trasformati come accade con la musica. Suoni, che nel tempo accompagnano gli spazi. Qualcuno ha sostenuto che anche il silenzio è musica esattamente come il vuoto è architettura realizzati rispettivamente senza strumenti e senza edilizia. 8


Usando come “filo rosso” la poetica architettonica di mio padre, le sue parole. ..ancora sulla musica e l’architettura... dopo un grande concerto l’emozione perdura nel silenzio, il suono e il silenzio diventano tutt’uno, in noi è come se la musica fosse già li anche prima. Così è per la grande architettura, era sempre stata li, come un sogno, una nuvola sopra di noi. Questa frase di papà è senz’altro essenziale per tentare un iniziale approccio alla sua architettura. L’incredibile attenzione per le preesistenze dimostra anche l’orientamento dello studio verso un ripristino e una reinterpretazione di quello che l’uomo ha costruito durante il suo “tragitto”. L’opinione positiva della manutenzione degli edifici ne è altra prova, pensare che il mantenimento e la cura sia un aspetto importante che dona e rende vitale il fabbricato, donandone energia, dimostra un interesse per quello che è stato e per quello che può diventare. “Prima di tutto voglio iniziare dicendo che l’architettura non esiste, esiste l’opera dell’architetto (…) non tutto ciò che è costruito è opera d’architettura. (…) Le aspirazioni dell’uomo, ciò che le ispira, sono l’inizio del lavoro dell’architetto.” Questa frase dell’architetto Louis Kahn è utile per comprendere le ragioni della crescita e dello sviluppo di questo microcosmo (villaggio per l’architettura). Nasce da una volontà di corteggiare un luogo e viverlo sotto tutti i suoi aspetti, convivere con le preesistenze e arrecare a esse una crescita e un miglioramento. L’uomo da’ il nome, in questo crea. Ma coltivi e custodisci (la scienza deve far progredire senza esaurire) C’è un coltivare senza custodire. Nessuno è padrone della cosa, la cosa è dell’altro. Una costruzione giusta non è mai finita. Solo l’incompiuto può essere un’opera corretta. Non bisogna mettere ordine. 9


diario di una casa Settembre 1977 La casa, diroccata e poco vivibile, viene acquistata da Edoardo consapevole del rischio che presto, causa dimensione e localizzazione, l’immobile sarebbe stato frettolosamente rivenduto. Inizia però l’attrazione al luogo. La volontà di impossessarsene a pieno, di trasformare, di modellare inizia a generare un lento e preciso lavoro dell’uomo (non ancora architetto) sul sito. Agosto 1978 Mentre la casa, abitabile, inizia la sua lenta mutazione, in parallelo nasce lo studio di architettura in Via Baracca per breve tempo, trasferendosi poi in Via Longo. La struttura dello studio Archos potrebbe quasi essere definita un corpo umano in crescita, che sperimenta se stesso e il mondo che lo circonda, imparando a relazionarsi con esso. La sperimentazione architettonica è sempre attiva, la trasformazione stessa dell’edificio e del suo contesto è stata regolata da una ricerca

Da sinistra verso destra: Abitazione privata, 1979 ca. | Primo assetto dell’ingresso principale, 1978

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in campi svariati. Dal parco che circonda la casa e dalla materialità che è stata data a ogni ambiente si percepisce la voglia e lo stupore nell’osservare il tempo e le stagioni e il suo trascorrere con noi (3 figli, moglie, cani, cavalli, galline, gatti, pappagallo). Forse allo stesso modo si può parlare così del corpo umano. I suoni giocosi dei bambini, luminosi e privi di incombenze emettono suoni acuti, rumori indistinti caotici. L’adulto pensieroso, con un bisbiglio, una voce mesta, appena accennata. Così l’edificio come un bambino, al suo nascere rumoreggia, urla e piange, ma è un pianto di liberazione, il primo respiro è doloroso ma energico e sinonimo di indipendenza. Poi pian piano invecchia e la vita vissuta può dare colore e melodie al corpo. Il cantiere è rumoroso quando le maestranze sono all’opera, stridono i ferri, cigolano le gru, tonfi sordi o vibrazioni acute.

Ingresso dalla strada | Foto panoramica, 1980 | Luna il nostro Siberian Husky nell’ufficio di via Baracca, 1979

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diario di una casa

Poi tutto pare tacere. In realtà l’edificio dal momento in cui le fondamenta prendono posto sul terreno, quando si adagiano o vengono scavate in esso inizia a farsi sentire. Scricchiolii, sussulti, assestamento. I materiali iniziano la loro iterazione l’un con l’altro. Gli agenti atmosferici “incuriositi” dal nuovo arrivato si avvicinano cauti. Si confrontano con esso in modo delicato (rugiada, neve) o si scontrano con il “neonato” violentemente come per metterlo già alla prova (vento, acquazzoni, grandine). Essendo cresciuta in questo ambiente, avendo assistito inconscia, con occhi curiosi, al principio e attratta durante la mia esperienza universitaria dal mondo attorno all’architettura mi è capitato di assistere al lavoro di cantiere nelle ore operative e di visitare lo stesso cantiere una volta timbrato l’ultimo cartellino di presenza. I suoni di cantiere sono l’emblema dell’edificio come “essere vivente”. Lo studio Archos è come un cantiere, lo è stato nel momento delle trasformazioni

Da sinistra verso destra: Edoardo casa Fiobbio, 1981 | Ufficio di via Longo, 1989 | Edoardo fotografato da Paolo Da Re, 1993

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da residenza a ufficio, lo è stato nel momento in cui la struttura nuova è nata sulle forme morbide del giardino ove prima si ergeva l’orto, e li dove da bambini, imbottiti e con le guance rosse si scendeva con la slitta già ai primi fiocchi di neve caduti. La nuova sagoma si inserisce con timorosa reverenza tra alberi antichi, che prima di questa avevano abitato questo pendio. La struttura in ferro rosso si adagia quasi senza fondamenta sul terreno scosceso e, leggiadro, inizia la sua lenta e strutturata crescita. La ricerca dei materiali, la consapevolezza dell’invecchiare. Un cantiere lungo e articolato. L’edificio dal momento in cui inizia a erigersi intraprende il suo percorso sonoro. I materiali, gli impianti, la struttura con i suoi giunti, le persone che lo abitano, le funzioni cui assolve, le tecnologie che ne prendon parte. Tutti dispositivi che non permettono il silenzio assoluto. Così nel cantiere, di sera, o alle prime luci dell’alba,

casa Fiobbio, inizi anni novanta | collaboratori in via Longo, 1989 | primo biglietto da visita 1980 | Edoardo nello studio di via Longo, 1993

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diario di una casa

il silenzio è solo apparente. L’edificio acquista forma e rumori. Taluni ne saranno carattere duraturo, altri solo accenni che lo abbandoneranno a opera compiuta. Ma la vita di un edificio non si completa con la rifinitura del fabbricato. Vi è come detto l’uso nel tempo, l’invecchiamento, la ristrutturazione in determinati casi, l’abbandono in altri, la distruzione totale in restante circostanza. 1980 Un articolo di 6 pagine intitolato Vecchie case riadattate-colori: giallo azzurro compare sulla rivista Abitare, esso presenta la casa rurale in fondo alla strada. Una vecchia casa in pietra, perfettamente integrata nel contesto circostante che l’ha accettata e l’ha resa partecipe, si erge solitaria alla fine di una strada dissestata. La vecchia casa rurale, prima abbandonata, viene vissuta da una giovane coppia e

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viene reinterpretata per essere abitata tutto l’anno, oggetti diversi vengono scelti e disposti secondo esigenze che si modificano e crescono con la famiglia. La vegetazione viene integrata in queste scelte progettuali, si notano “papiri alti e rigogliosi veri e propri protagonisti nell’arredo.” La casa si sviluppa su tre livelli, connessi tra loro da una lunga scala in legno. Il piano terra, riservato a cucina e lavanderia, è un ambiente aperto al parco esterno, la circolazione e l’illuminazione naturale permettono una visione a 360 gradi sul giardino, permettendo una permeabilità degli spazi e del verde. Dal primo piano fino al sottotetto si sviluppano le camere da letto e i servizi, anch’essi con estrema connessione verso l’esterno. All’ultimo piano il fienile viene riconvertito a soggiorno, qui le ampie finestrature permettono alla luce di permeare in ogni angolo, riflettendosi sulle fronde del canneto di bamboo che lambisce la casa. Esternamente il parco viene studiato e lavorato con passione, piccoli arbusti e alberi

Casa privata a Fiobbio, servizio fotografico per la rivista “Abitare” a cura di Paolo Da Re, 1980

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diario di una casa

da frutto si mescolano con piante rigogliose e alte che dominano gli angoli più estremi del terreno. Una fitta selva di bamboo si avvicina alla casa contrapponendosi al vuoto dei pianori coltivati o lasciati a prato antistanti l’edificio principale. All’interno del canneto si nasconde il fabbricato della stalla dei cavalli, lasciandosi intravedere solo in alcuni dettagli di materiale e concedendo agli animali della casa una certa “intimità” dalla limitrofa strada carrabile comunque assai poco trafficata. La casa e il suo terreno conversano con il contesto circostante in una continua contrapposizione di pieno e vuoto, trasparenza e mascheramento. La nascita di ogni figlio, e talvolta di nuovi animali, comporta in successione modifiche e trasformazioni marcate o tenui che accompagnano la residenza fino alla sua considerevole e impegnativa conversione/metamorfosi in studio di architettura.

Casa privata a Fiobbio, servizio fotografico per la rivista giapponese “Brutus” a cura di Francesco Radino, 1995

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1995 Nuovamente la casa viene pubblicata come esempio di residenza rurale reinterpretata. La rivista in questione è Brutus. Sfogliando le pagine del periodico giapponese le immagini mostrano l’interesse del fotografo a cogliere i dettagli di arredo e la fluidità con la quale essi si integrano perfettamente tra di loro, modellati dalla luce e completati dalle piante interne e esterne. Agosto 1999 Inizia il trasloco della famiglia in Toscana e l’immediato inizio dei lavori di trasformazione da casa a studio e la stalla diventa la casa d’abitazione dell’architetto. Il cantiere inizia a diffondere i suoi suoni. La casa inizia a rispondere al cambiamento. La funzione di questo fabbricato è come annullata, non è casa, non è ufficio. L’edificio aspetta di riappropriarsi di una nuova identità.

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casa e studio dal 1977


in trasformazione da aprile 2000


di ar io d i u n o st u d io


diario di uno studio Aprile 2000 Trasloco dello studio di Bergamo a Fiobbio. La disposizione dell’ufficio tenta di rispettare al massimo l’assetto originario dell’edificio. Il piano terra mantiene il suo carattere ricettivo mentre man mano che si sale e la luminosità aumenta, anche grazie all’abbattimento di poche pareti divisorie utile per una maggior funzionalità di spazi, si dispongono 20 postazioni di lavoro. La scala in legno viene mantenuta. Porta ancora segni procurati da giochi rovinosi di bambini irrequieti abituati a confondere il gioco all’aria aperta con quello domestico, è il suono dei passi sul legno a essersi però modificato. Ora suole di scarpe con tacchi e passi molteplici risuonano differenti dai piedi nudi di tre bambini sempre in corsa e dal passo famigliare dei loro genitori. Lo sviluppo della casa si mantiene in verticale e la successione degli spazi si definisce da un mobilio più specifico senza mai però perdere quel senso di interpretazione e

Da sinistra verso destra: scala in legno abitazione, 1992 | Open space studio 2° piano, 2002

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possibilità di reinterpretazione concesso da elementi in continua evoluzione. È data anche grande importanza alla scelta della luce artificiale, essa compenetra gli spazi anche in mancanza di quella naturale e, motivo il lavoro d’ufficio, risulta fondamentale la manipolazione di entrambe queste fonti luminose. Le postazioni di lavoro sono studiate in open space salvo alcune stanze più riservate che permettono una duplice funzionalità, la comunicazione su tutta l’altezza è però assoluta grazie al coinvolgimento della scala come elemento connettivo senza compartimentazioni. Questa peculiarità, che sempre è stata divertente forma di gioco per noi bambini - da piccoli ci piaceva ascoltare i suoni della casa e le chiacchere dei genitori oltre l’orario di “coprifuoco” appoggiando le orecchie alla scala in legno giovando della superficie confortevole del pavimento in legno permette un dinamismo e genera partecipazione a tutta la vita dell’ufficio.

Team studio, 2000 | Camino cucina, 2001 | Mary in studio, 2002

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diario di uno studio

Nonostante siano passati ormai più di 10 anni dalla trasformazione della casa, non mancano di manifestarsi tratti che riconducono alla sua precedente “funzione” di residenza privata. Il camino della cucina, che è stato mantenuto, viene molto utilizzato nel periodo invernale. Il suo scoppiettio si diffonde per tutto l’edificio e anche il profumo di legna, che ha sempre permeato ogni stanza con il suo caratteristico aroma, si estende e genera un senso di domesticità inconsueto per un ambiente di lavoro, ma molto prezioso. Allo stesso modo il parco esterno definito da una vegetazione in crescita fin dall’acquisto nel 1977, e la presenza di Beatrice, il cane dello studio, e Mushu, il gatto dello studio, sottolineano nuovamente questo eccezionale senso di affabilità del luogo. Per chi come me, è cresciuto in questo edificio, conoscendone i suoni, gli scricchiolii e i profumi, è stato molto strano accettarne la trasformazione. Inizialmente il

Da sinistra verso destra: sottotetto, prima e dopo la trasformazione, 1997-2001 | Sala plastici studio ora foresteria, 2005

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preconcetto era che ogni cosa legata alla casa in quanto residenza sarebbe stata cancellata, ridimensionata in ogni accento che avrebbe ricondotto la memoria alla nostra infanzia. Ora che mi trovo a lavorare in questo edificio, mi capita di soffermare la mia attenzione sui piccoli suoni. E la casa parla come faceva un tempo. Il tetto ha mantenuto i suoi suoni, i ghiri grattano la superficie come avevano sempre fatto, e la tanto citata scala produce ancora i suoni a me familiari, e le scarpe che ora la percorrono hanno assunto a loro volta un suono conosciuto. L’abitazione viene ricavata nella ex stalla dei cavalli. Un piccolo edificio sviluppato su due livelli sfalsati che si nasconde all’interno del canneto. All’interno vengono ricavate un’ampia cucina, una camera da letto e un bagno, oltre a una cantina che sfrutta le qualità del seminterrato. Una sola porta per tutto l’abitato. I materiali sono sempre il legno, il vetro e la muratura preesistente riadattata per essere abitata.

Studio privato Edoardo, prima camera ospiti, foto di Donato Di Bello, 2005 | Casa privata dell’architetto, prima stalla cavalli, foto di Adriano Pecchio 2005

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diario di uno studio 2008 Sono in troppi, iniziano i lavori per la nuova struttura. L’architettura è prima di tutto un progetto.... ….progettare in modo sostenibile inteso come capacità di pensare in sintonia con la sistematicità della natura, dei suoi elementi per costruire nell’armonia e nell’equilibrio con il sito e lo scopo del progetto. Come introduzione al nuovo annesso questa riflessione di Edoardo è senz’altro indovinata, la struttura rossa che si erge nel parco ha l’aspetto di un nuovo grande fabbricato che ha apparentemente intenzione di scalzare le figure già esistenti, viceversa dopo solo pochi giorni gli elementi scelti iniziano a integrarsi. Il progetto sperimentale prende vita in modo graduale e molteplici modifiche vengono apportate all’idea iniziale in favore di una sempre maggior trasparenza e integrazione.

Da sinistra verso destra: superficie nuovo edificio, 2007 | Rimessa auto nuova struttura, 2008 | Montaggio a secco struttura, 2008

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Alla prevista struttura portante in cemento viene preferito un traliccio in ferro prefabbricato e montato a secco in sito. L’elemento rosso si appoggia al suolo con una leggerezza inattesa e per alcuni mesi rimane spogliato di ogni pelle. Gli alberi circostanti hanno il tempo di abituarsi al nuovo venuto, e in autunno qualche foglia cade all’interno dell’intelaiatura sul freddo pavimento di cemento. La neve caduta nel novembre 2008 lo ammanta e il contrasto tra l’assenza di tinta e il calore sanguigno dello scheletro definisce il nome che questo nuovo annesso ha ormai assunto, “la struttura”. Giunta la stagione seguente i primi tamponamenti vengono applicati e inizia a segnarsi il limite tra interno ed esterno. La soglia viene definita da elementi in legno grezzo e le bucature sono pareti vuote senza protezione. Il vetro è l’ultimo elemento a essere applicato, componente finale di delimitazione dell’abitare. L’unica a non modificarsi è la struttura. Rossa.

Struttura in ferro ultimata, 2009

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diario di uno studio Maggio 2010 Il nuovo fabbricato accoglie al livello piÚ alto la sede di ArtApp, la rivista fondata da Edoardo nel 2009, e diviene punto d’incontro per meeting ufficiali e incontri informali. Aprile 2011 La grande cucina al secondo livello offre cene e aperitivi che, ragione le intere pareti vetrate, sembrano accadere all’interno del parco stesso. Nella seconda ala dello stesso livello troviamo la modellistica dello studio, materiali, colle, attrezzi e disegni si sommano e si aggrovigliano con apparente disordine creativo. Al piano seminterrato troviamo infine la autorimessa, un cubo di cemento forato, unico elemento di unione forzata tra la costruzione e il terreno.

Da sinistra verso destra: primo blocco completato, sede ArtApp, 2010

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In senso antiorario: interno secondo blocco, 2011 | ingresso sede ArtApp | Esterni parco studio inverno 2008 | Dettagli struttura nel parco | Vista del parco dall’interno

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In ordine antiorario: struttura nuovo edificio, 2008 | Ingresso sede ArtApp, 2009 | Panca Santa&Cole, giardino studio, 2010 | Sede ArtApp, 2010

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diario di uno studio Vita da studio La strutturazione di questo intenso e articolato complesso permette che anche il lavoro al suo interno venga concepito come un organismo in continua evoluzione. Lo scambio tra figure differenti di professionisti è preferito così che infatti lo studio è costituito da un gruppo di lavoro che raccoglie architetti, designer e grafici. L’atmosfera di domesticità e la forte promozione di incontri ha concepito un ambiente florido di iniziative in molteplici ambiti, terreno fertile per un dinamismo produttivo. La nascita della rivista, i viaggi, i convegni, gli incontri informali, i dibattiti e i pranzi a tema si sono dimostrati un modo di concepire “il fare architettura” positivo e autentico. L’importanza del desinare Il cucinare viene considerato da mio papà come un’attività fondamentale e complementare al fare architettura. Entrambe le occupazioni richiedono dinamismo e prontezza, approfondimento e eterogeneità, e una buona dose di creatività. Richiedono rapidità e lentezza, spirito di innovazione e consuetudine, oltre a un importante senso del gusto. Gli abbinamenti di ingredienti molteplici e assai differenti sono necessari sia nell’ambito culinario che in quello architettonico, la mescolanza di elementi che si modificano e condizionano a vicenda genera nuove forme di approfondimento in entrambi gli esercizi. Questo pensiero si è tramutato in una serie di eventi ricorrenti. Pranzi a tema all’interno dello staff, bicchierate, aperitivi, cene informali, scambi di idee a tavola accompagnano la vita dello studio sin dalla sua istituzione. Infatti immancabile in ogni edificio del “borgo archos” è la cucina, l’ambiente della casa forse più amato da papà - immancabili sono le sperimentazioni di lavelli e piani cottura - e quello più esaltato. Così come nello stabile rurale troviamo la vecchia cucina con il camino mantenuto e un vecchio tavolo in legno di ciliegio domestico e accogliente, nella Struttura, il piano di lavoro è un sovradimensionato elemento in acciaio sospeso che funge da piano cottura, piastra, lavello e arredo di design, interamente studiato e realizzato dall’architetto con l’artigiano in officina.

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diario di uno studio Settembre 2011 Sono passati 34 anni dal primo contatto tra l’uomo-architetto e questo luogo. Di questi 25 sono quelli che posso cercare di ricordare. Oggi, guardando attorno colgo cose che non fanno parte della mia memoria, nuovi colori e nuove sensazioni, ma allo stesso tempo sono molteplici le cose che non sono mai cambiate, o che si sono semplicemente evolute. Nonostante la funzione si sia modificata certi dettagli sono ancora presenti, particolari quasi invisibili di un qualcosa che c’era. Attività remote, passioni trasformate. Al muro del garage ancora pende la corda alla quale venivano legati i cavalli la domenica prima della consueta passeggiata, e sempre in garage si scorge il camino del pane ormai spento da tempo ma sempre vigile e pronto. La serra è vuota, all’interno attraverso i vetri non si intravedono più le piante

Da sinistra verso destra: vista open space dal sottotetto | Dettaglio porta garage | Vista interna postazioni di lavoro

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esotiche, ma a volte se si è fortunati si vedono uscire piccoli passerotti rapidi, che, scaltri, approfittano del concesso rifugio. Le piante da frutto continuano la loro produzione, si ingrandiscono e colorano il parco in tutte le stagioni, e così i piccoli arbusti e cespugli sono ora alte mura che, seppur filtrando la luce, proteggono ancora di più questa rara e gradita oasi verde. Anche all’interno della vecchia costruzione si mantengono alcune finezze, oltre alla oltremodo citata scala con i suoi svariati segni del tempo, alla porta dell’ufficio principale di Edoardo ci si accorge della presenza di un piccolo picchio in legno, un’originale sveglia mattutina trovata in qualche brocante francese. Sarebbero molteplici gli occulti da scovare, ognuno con una piccola storia.

Dettaglio porta studio Edoardo | Vista esterna canneto di bamboo | Dettaglio campana tibetana sull’ingresso

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l’ architet t u r a secon d o me


L’architettura secondo me Raccolta di alcuni estratti di pensieri e ponderate considerazioni dell’architetto Edoardo a comprensione del suo modus operandi. 26.06.05 “Per me Dio è l’architettura, concepita come spirito infinito, come modo per rappacificarci con gli uomini e con la storia.” Queste parole sono dell’architetto ticinese Mario Botta, credo l’architetto contemporaneo che ha progettato più chiese e luoghi sacri. Da parte mia posso dire di credere fortemente nel mio lavoro, che faccio voglio fare con grande umiltà, affinché la mia opera, indipendentemente dalla mia fede personale, possa essere di servizio ma anche d’ispirazione, di ricreazione, di conforto.., e quindi anche, testimonianza di uno spirito, di una speranza, di un modo di lavorare e vivere. 21.06.06 Il benessere di un luogo dipende da svariati fattori che l’architetto deve conoscere e saper governare, ma soprattutto dipende da quello scambio di energia sottile che esiste tra il luogo e gli abitanti e quindi da tutti quegli infiniti fattori che possono rendere armonico questo rapporto. Pare che la forma di un corpo crei un campo di forza (o campo di forma) in grado di modificare la qualità (e forse la sostanza) di elementi biologici. È verosimile sostenere che se non c’è cambio d’energia, movimento d’energie, non c’è arte, non c’è Architettura. Perché alcuni luoghi e anche alcuni ambienti possiedono un senso d’energia, di vitalità che altri non hanno? Cos’è questo senso di energia, di vitalità, di comfort che in modo così interiore e immediato ci possiede in certi luoghi? Cos’è che attrae le folle in certi spazi, in certe piazze e non in altre, perché rimaniamo addirittura commossi dall’arco di una cattedrale o ci capita di non distogliere lo sguardo da un rettangolo di ghiaia rastrellata in un giardino giapponese? Forse quest’energia sottile e inspiegabile è un permanere di tensione “artistica” dovuta da qualcosa che va oltre la semplice ricerca del risultato. È importante che l’architetto conosca i materiali naturali e sintetici, ma ancor più

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l’uso delle energie sottili di forme e colori, perchè far vibrare un luogo di energia positiva significa anche neutralizzare i fenomeni vibratori negativi alla vita (fenomeni geopatogeni, rete di Hartmann e di Curie, ecc.). 05.11.10 Ritengo che la prima causa del fallimento dell’architettura come per le altre scienze è nel non lavorare con la natura ma contrastandola. Non è possibile per un uomo contrastare la forza selvaggia di un cavallo, di una massa di 4 q.li di muscoli montati su una macchina di un’abilità incontenibile in grado di saltare ostacoli di 3 m e abbattere muri, mordere e allo stesso tempo uccidere con un calcio. Lo può solo domare e allora avrà uno stupendo strumento di lavoro, di svago, o ucciderlo e non avrà più nulla. 23.04.99 Mangiare è un’arte antica per gli uomini come per gli animali; il nostro stato d’animo spesso dipende inevitabilmente dal nostro metabolismo, il nostro modo di socializzare è da sempre legato al rito del cibo, eppure alcune famiglie riempiono lo stomaco ai propri figli più o meno come fanno il pieno di benzina alla loro automobile. C’è ancora qualcuno che pensa di poter star bene in un vestito di nylon o in quei pigiamini scintillanti sotto le lenzuola; allora sicuramente saprà apprezzare un bel rivestimento a cappotto in polistirolo espanso tutto attorno alla sua abitazione. La casa è come il vestito che è la nostra seconda pelle: deve prima di tutto respirare con il corpo. Un litro d’acqua è quanto una persona mediamente evapora dal corpo durante la notte, uno stupendo veicolo per allontanare tossine e veleni, veleni che le nostre abitazioni con doppie guarnizioni alle finestre e murature impermeabili trattengono gelosamente saturando oggetti e muri. Ma naturalmente non siamo soprattutto noi la fonte dell’inquinamento indoor, ancor più i nostri abiti che rientrano dalla tintoria saturi di diluenti sintetici che custodiamo

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L’architettura secondo me direttamente in camera da letto, e i mobili intrisi di colle, formaldeide e micidiali vernici. Parlare dell’inquinamento da campi magnetici è più complesso e può essere inutilmente allarmante, ma perché non far sapere che poiché il nostro corpo come quello di tutti gli esseri viventi ha un suo campo magnetico ben orientato può essere pericoloso alterarlo e deviarlo con sorgenti magnetiche artificiali. Sapendolo addormenteremmo i nostri figli ad almeno due metri dalla radio sveglia, insegnando loro a togliere la spina del televisore perché quando la spia rossa del telecomando è accesa lo è anche il televisore con tutti i suoi tubi catodici attivi e perché non dire che lo stesso televisore emana raggi gamma a maggior concentrazione dietro lo schermo che davanti e che le murature sono permeabili a tali micidiali raggi. Ecco che allora non bisogna rinunciare mai, dove possibile, alla luce naturale che deve poter entrare nell’edificio, lungo l’arco della giornata, guidata dal percorso delle sole, solo filtrata dalle pareti in un rincorrersi di colori e di ombre, cominciando da est nelle prime ore della mattina dove deve entrare in abbondanza attraverso grandi aperture, perché a est nasce il sole ed è indubbiamente il sole la nostra unica energia vitale (il Prana, il Ky) quella che ci carica per il resto della giornata. E poi deve poter penetrare nel centro dell’edificio che deve sempre essere mantenuto libero e aperto perché è la parte vitale che deve ricevere l’energia cosmica (lo stesso vale per la città). E alla fine da nord entrerà da brevi fessure perché li la parete deve essere pronta a contenere l’energia senza lasciarla uscire e poi deve proteggere dal freddo la schiena dell’edificio. L’edificio va inteso come un corpo vivo, come la nostra terza pelle; come tale va seguito con la stessa logica e le stesse regole: va costruito con materiali altamente traspiranti e con una massa in grado di assorbire gli sbalzi termici, trattenere il calore del sole, luce e aria devono poter penetrare ovunque affinché, l’umidità, eventuali radioattività naturali e inquinanti interni non ristagnino.

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14.09.2011 Obiettivo principale quello di vedere la figura dell’architetto non come specialista del costruire o della gestione del territorio abitato, bensì dell’abitare. Colui che, mediando attraverso la propria sensibilità e cultura umanistica, interpreta e concilia le aspettative coscienti o inconsce dell’uomo e della città con la sistematicità della natura. Se l’ambiente dove stiamo è la natura, abitarla (come abito, abitudine, modo di essere) significa starci dentro, circondarsi di cose. Cosa è l’habitat se non una natura adattata alle abitudini di chi la vive in sintonia con i suoi ritmi, i suoi codici, il suo ordine? L’habitat dell’animale è l’ambiente al quale si è adattato e che lui ha adattato a sé. L’habitat dell’uomo è ormai la sua cultura, l’uomo ha inventato la cultura per piegare alle sue esigenze alle sue necessità la natura, spesso per contrastarla. L’architettura è parte di questa cultura talvolta diffidente nei confronti della natura[…]. Ciò che differenzia l’uomo dall’animale non è tanto la diversa capacità di colonizzare l’ambiente quanto la coscienza del contesto. L’uomo è in grado di commisurare il cambiamento al contesto decidendone a priori la sorte[…]. Potremmo dire che l’architettura non sostenibile è principalmente quell’architettura priva di progetto. Non vi è arte, non vi è architettura se non vi è movimento di energia, se non vi è coinvolgimento emotivo e ciò non dipende solo dall’espressività formale ma da quanto l’architetto è riuscito a trasferire nella sua opera quanto della sua cultura. Tutte le attività umane si materializzano necessariamente nell’edilizia, nessuna tra le attività umane è estranea all’edilizia.

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Un villaggio per l’architettura serra e piscina

frutteto

studio

foresteria

foresta di bamboo

biblioteca e sede ArtApp

laboratorio plastici parcheggio

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residenza dell’architetto


progettazione

concept e amministrazione

progettazione e redazione

reception

Paolo Abbadini Antonella Bonomi Cristian Carrara Elena Cattaneo Davide Fagiani Ivana Ghirardi Mary Grassenis Giulia Anna Milesi Antonella Petteni Ana LuĂŹsa Costa Silva e Teixeira Paolo Vimercati Paolo Zanchi Michele Zambetti Stefano Affinito, Vittorio Alessio, Santina Ambrosini, Alice Arizzi, Stefano Baretti, Veronica Belloli, Paolo Belloni, Laura Belotti, Roberto Belotti, Mario Bonicelli, Deborah Borsatti, Ersilia Brambilla, Monica Carminati, Marcello Cecconi, Angelo Colleoni, Giulia De Lucia, Marco Fattorini, Alessandra Francesca Ferrari, Christian Figaroli, Silvia Fumagalli, Luca Furlani, Matteo Galeno, Fabiana Gelmini, Mara Gotti, Michele Guerini, Margherita Inzoli, Sandra Marchesi, Laura Marioni, Marzia Medici, Laura Merla, Tiziano Merlini, Carlo Pasinetti, Francesca Perani, Marco Percassi, Elena Virna Pezzotta, Ramona Pianetti, Laura Pizzi, Irene Puorto, Alessandra Rigoli, Matteo Rizzi, Alessandra Rottigni, Eduardo Santamaria, Massimo Silvestri, Sato Takeshi, Marco Vavassori, Ilaria Vedovati, Andrea Volpe, Zdravko Vuleta 45


Biografia

Edoardo Milesi Nato a Bergamo nel 1954, studia presso l’IUAV e si laurea nel 1979 al Politecnico di Milano con Franca Helg. Esperto in materia di tutela paesistico ambientale, ha conseguito numerose specializzazioni tra le quali ecologia dell’architettura, architettura navale, architettura religiosa e arte dei giardini. Vince numerosi concorsi di progettazione promossi da enti pubblici per edifici scolastici e sociali. Si occupa di urbanistica con particolare interesse per i programmi integrati. Dal 1990 al 2001 collabora con Olivetti Italia nel settore terziario avanzato. È spesso invitato a presentare i suoi progetti e realizzazioni presso facoltà universitarie e ordini professionali. Lo studio con sede a Bergamo e Grosseto è costituito da un gruppo di lavoro che raccoglie architetti, designer e grafici. Nel 2008 fonda con un gruppo di artisti e architetti la rivista “ART APP arte cultura nuovi appetiti” della quale è direttore. Dal giugno 2009 è Presidente del Comitato Culturale della Fondazione Socio Culturale Montecucco.

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Premi Primo Premio Internazionale di Architettura Sostenibile Fassa Bortolo 2006 per lo stabilimento enologico Collemassari in Toscana;
 Premio per le Energie Rinnovabili Legambiente per il nuovo monastero della Comunità di Siloe in provincia di Grosseto; 
Menzione al Concorso RIABITA 2006 per il recupero di casa di vacanza in provincia di Bergamo.
 Segnalazione del progetto Monastero di Siloe nella sezione dettaglio del Premio Internazionale di Architettura Barbara Cappocchin 2007.
Primo Premio Innovazione e Qualità Urbana 2008 per il progetto del Lungolago di Lovere a Bergamo. 
Segnalato al Premio Toscana Ecoefficiente 2008 per Cantina di Collemassari, Monastero di Siloe e Riqualificazione Urbana e Sviluppo Sostenibile del Territorio dell’Amiata. 
La cantina di Collemassari è stata scelta dalla DARC per la mostra Contemporary ecologies: Energies for Italian architecture al terzo festival dell’architettura di Londra nel giugno/luglio 2008 e dalla Citta dell’Arte di Biella per la XI Rassegna Arte al centro di una trasformazione responsabile nel maggio/dicembre 2008. 
Primo Premio Innovazione e Qualità urbana 2009 per il progetto Programma Integrato di Intervento a Stezzano (Bg). 
Primo Premio del Paesaggio Regione Sardegna categoria D per il progetto Piazza del mercato a Olbia. La Cantina di Collemassari è presente alla XII Biennale di Venezia 2010 Padiglione Italia e all’evento collaterale “Cattedrali del Vino”. Nel 2011 è presente come relatore al XIV Congresso Mondiale di Architettura (UIA) a Tokyo.

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Mostra n. 114 Finito di stampare nel mese di ottobre 2011 Impaginazione, cromia e stampa: Tecnostampa, Seriate (Bg) Tiratura: 700 copie Il presente catalogo è a cura di:

A.S.A.V. Associazione Seriatese Arti Visive

Sala Espositiva “Virgilio Carbonari” Piazza Alebardi, 1 - Seriate (Bg)

CATALOGO FUORI COMMERCIO


EDOARDO MILESI dentro l'architettura