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Sofia Tavella

PSICOLOGIA DELL’HANDICAP E DELLA RIABILITAZIONE NELLO SPORT

ARMANDO EDITORE


Sommario

Presentazione di GUIDO CROCETTI

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Introduzione

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Capitolo I: Il corpo e la sua evoluzione dalla nascita alla morte 1. Il corpo come strumento di comunicazione 2. Il corpo nella riabilitazione psicologica Bibliografia

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Capitolo II: Corpo e movimento: il ruolo degli involucri sensoriali e degli automatismi 26 1. Il sistema sensoriale e percettivo 27 2. L’attenzione seleziona gli oggetti per la percezione e controlla la velocità e l’accuratezza dell’azione 28 2.1. Corpo, attivazione e processi attentivi 2.2. La percezione del movimento 2.3. Le fasi della percezione del movimento

3. Il movimento 4. I programmi motori: le mappe cognitivo-motorie 5. Le funzioni degli automatismi 6. Il piacere-rischio degli automatismi 7. Lo sport come luogo di narrazione regressiva Bibliografia

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Capitolo III: Corpo abile e dis-abile: dalla costruzione dello schema corporeo alle trasformazioni dell’immagine corporea 43 1. Rappresentazione psichica del corpo 43 1.1. Le fonti dell’immagine di sé 1.2. La formazione dell’immagine corporea

2. Le trasformazioni dell’immagine corporea 2.1. L’esperienza di “essere corpo” e di “avere un corpo” 2.2. Il corpo dismorfofobico

Bibliografia

Capitolo IV: Il percorso evolutivo del Sé e dell’Io: l’incontro con la dis-abilità 1. La formazione dell’immagine di sé 1.1. L’accettazione di se stessi 1.2. L’accettazione di un corpo dis-abile 1.3. Scoperta delle possibilità e dei limiti

2. Il percorso evolutivo dell’Io nel soggetto con disabilità Bibliografia

Capitolo V: Corpo e trauma: la dis-abilità 1. La nozione di trauma 1.1. La definizione freudiana di trauma 1.2. La definizione winnicottiana di trauma

2. Delusione vs trauma 3. Il trauma della disabilità (diversità) 4. Il lato nascosto della disabilità Bibliografia

Capitolo VI: Identità di sabbia: una patologia dell’immagine di sé 1. Definizione di narcisismo 2. Rappresentazione corporea del narcisista 3. Narcisismo e dismorfofobia muscolare 3.1. Le caratteristiche del bigoressico 3.2. Le cause della bigoressia

Bibliografia

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Capitolo VII: Il confine tra doping e dipendenza da sostanze: un modello interpretativo 1. L’origine della dipendenza 2. I meccanismi di base della dipendenza 3. La vulnerabilità alla dipendenza: cause e fattori di rischio 4. La gratificazione indiretta 5. Droga e doping: dipendenze diverse e stigma sociale 6. Uso di sostanze dopanti e tossicodipendenza Conclusione Bibliografia

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Capitolo VIII: L’infortunio negli atleti disabili e la gestione del dolore 1. Il modello stress-infortunio 2. Le conseguenze a breve e a lungo termine 3. Superamento dell’evento traumatico e stili di attaccamento Bibliografia

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Capitolo IX: La gestione psicologica dell’infortunio nella riabilitazione sportiva 1. L’infortunio e le sue cause 2. Il dolore dell’atleta infortunato 3. Psicologia dell’atleta infortunato 4. Gestione psicologica dell’atleta infortunato Bibliografia

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Presentazione GUIDO CROCETTI

Il movimento è del Corpo, poi della Psiche, infine delle Relazioni umane. E traduce, esprime, esalta quella energia vitale che anima ed alimenta il senso di Sé orientato alla vita, al progetto, alla realizzazione dei propri sogni. L’handicap, per il bambino, non esiste. Appartiene ad un modo di essere fisico che è proprio, esattamente come le mani, quelle mani, le proprie mani. Diventa handicap, con tutti i fantasmi che lo connotano, nella relazione con gli adulti che di quel bambino si occupano. Allora, ma solo allora, l’handicap è censura, ostacolo, stallo del movimento; un movimento non più “normale’’; normalità definita dai parametri culturali operativi in quella comunità umana. Allora attacca la vita; confonde i sogni ed i progetti. La riabilitazione, la prima riabilitazione non è dell’handicap propriamente inteso, ma della mentalità che anima la cultura; una mentalità che dà attribuzioni fantasmatiche, persecutorie e svilenti la stessa dignità ad un limite fisico, ad un impedimento dell’energia vitale. E la persona diventa “diversa’’. È necessario partire dall’handicap dei cosiddetti “sani’’, educarli alla diversità recuperandola come parte di sé, come patrimonio e non come limite. Se questo accade, e accade, l’handicap diventa una risorsa. La diversità è di per sé una risorsa. Questo è il messaggio che lievita ogni parola del lavoro di Sofia Tavella che mi onoro di presentare. Un messaggio chiave che esalta, celebra e 9


definisce nei particolari la relazione handicap-riabilitazione. Una relazione che, per essere “curativa”, deve prevedere un’altra relazione centrata sulla condivisione esperienziale che vede come attori, uniti in un abbraccio per la vita, l’operatore “sano” e l’operatore con “handicap”: ognuno cura i limiti, gli impedimenti, gli ostacoli all’energia vitale dell’altro. Centrale, dunque, è il corpo e la sua evoluzione: il pilastro che sorregge tutte le istanze di personalità; un pilastro di cui avere conoscenza e coscienza perché l’identità esperita sia stabile. Un pilastro che, scomposto dalle esigenze conoscitive della mente razionale, diventa Immagine Corporea e Immagine di Sé; in altre parole diventa la ‘veste’ con cui la mente (la Psiche) si “presenta’’ a sé e agli altri. Un corpo che per essere ‘sano’ non necessariamente deve essere ‘intero’. Un corpo che àncora la persona alla realtà ed ai suoi limiti, sempre comunque frustranti e, perciò a fondamento delle attivazioni psichiche soprattutto cognitive ed intellettive. In altre parole. Il corpo, con i suoi involucri sensoriali che garantiscono e proteggono l’integrità della persona, la sua interezza, il senso della sua presenza nel mondo delle relazioni, se in pace e non perturbato da traumi interni e/o esterni, consente l’attivazione degli automatismi cognitivi che, a loro volta, sostengono i processi intellettivi. Sono pertanto capitoli fondamentali di questo lavoro: il corpo ed i processi attentivi; il corpo ed i suoi automatismi. Automatismi senza i quali ogni azione umana risulterebbe impacciata, goffa, improduttiva. Da qui la riflessione attenta che Sofia Tavella propone sulle mappe cognitive-motorie; sui piaceri-rischio degli automatismi. Il paragrafo che segue sullo sport come “narrazione regressiva” per la sua assoluta originalità si impone e dà senso al fondamentale capitolo sul corpo abile e dis-abile. Lo sport, infatti, sostiene e consente la regressione sana, la regressione al servizio dell’Io e dei suoi compiti adattativi oltre che evolutivi. Sostiene il pieno recupero del ruolo centrale svolto, nell’economia delle funzioni egoiche, dalle sensazioni muscolari, scheletriche, tattili, olfattive, ecc. Un recupero regressivo che va oltre, scavalca le abilità orientate ai risultati. Comunque l’atleta vince. 10


Vince comunque l’atleta che centra il suo movimento nella sfida al limite, sul gesto sportivo, che è, di per sé, un gesto ludico. Vince. Non sempre la medaglia. Vince sempre il godimento del proprio sé corporeo che espande l’energia vitale e consente quella esperienza unica ed irrepetibile in cui l’avere un corpo coincide con l’essere un corpo. La disabilità, esattamente come l’abilità, è una esperienza. Non è del corpo, ma della conoscenza e coscienza del corpo. E allora riflettiamo con l’autrice di questo saggio che si pone come un fiore all’occhiello della cultura sportiva al servizio della persona; riflettiamo sul trauma, sulla nozione di trauma nella nostra cultura; riflettiamo sul ruolo della delusione e della disabilità (diversità) nella nostra cultura dell’efficienza e dei miti dell’eterna salute e dell’eterna giovinezza; riflettiamo sul narcisismo e le sue ferite. Riflettiamo con attenzione lasciandoci guidare dalle competenze professionali ed umane di Sofia Tavella. Altrimenti anche il trattamento dell’infortunio può diventare una occasione in cui i pregiudizi culturali fatalmente condivisi, veicolano maltrattamenti ed abusi usando gli strumenti della cura. Il vero handicap abita la mente e non il corpo. Questo saggio si propone come una sfida alla cultura dei “culi di pietra” (Nietzsche), perché recuperi la leggerezza, che non è superficialità ma libertà di movimento che nessun handicap o disabilità può impedire.

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Introduzione

Occuparsi di handicap e di riabilitazione significa occuparsi di corpo e mente. In realtà quando cerchiamo di confrontarci con questi termini, in apparenza così semplici e immediati, ci perdiamo facilmente in un labirinto di contraddizioni. Il corpo non è semplicemente un insieme di organi e funzioni che determinano e rendono possibile la vita, la sopravvivenza di un individuo e la sua salute. Ma il corpo è ciò che siamo. Non abbiamo un corpo, ma siamo il nostro corpo. Il corpo ci rappresenta e ci presenta nei nostri aspetti più personali. Il corpo è il luogo della nostra identità fisica e psichica. L’idea che abbiamo del nostro corpo si modifica per tutta la vita e varia nelle condizioni di salute e di malattia. Pensiamo a quanto siano importanti questi cambiamenti per quegli atleti che subiscono un infortunio, un trauma, un evento che genera nel loro corpo e nella loro esperienza di vita una tensione, uno stress, un disagio. Pensiamo, in particolare, agli atleti diversamente abili che hanno imparato ad adeguarsi alla diversità del loro corpo traumatizzato, accettando i limiti sempre maggiori delle proprie capacità fisiche. Dal punto di vista storico, l’interesse della scienza per questo argomento nasce nella seconda metà dell’Ottocento. Da allora neurologi, psichiatri e psicologi hanno proposto concetti come schema corporeo o immagine del corpo ed hanno elaborato numerose ipotesi interpretative nel tentativo di spiegare come si sviluppa la coscienza del corpo e come, in alcuni casi, possa essere alterata. Ne sono esempio i fenomeni di dismorfofobia, dove aspetti del proprio corpo (statura, capelli, volto, mani, seno, organi genitali) vengono percepiti angosciosamente e senza una ragione reale come brutti e inadeguati. Il corpo racconta di noi, della nostra storia. Il corpo svolge anche un’importante funzione comunicativa. Fin dall’inizio esso è vissuto in relazione con l’altro e non come qualcosa di separato. L’atleta usa il 12


corpo per muoversi, per sentirsi vivo anche quando abita un corpo pieno di segni tangibili di un’esperienza traumatica particolarmente significativa della storia personale e sportiva. Ogni atleta fa esperienza del proprio corpo come qualcosa di concreto e tangibile, ma anche che è un corpo, perché nella maggior parte della vita quotidiana le sue azioni e i suoi gesti si susseguono senza che si renda necessaria la consapevolezza di come essi si organizzano e si realizzano automaticamente (automatismi). L’esperienza che abbiamo di noi stessi oscilla sempre in equilibrio tra l’essere e l’avere un corpo, e questo equilibrio dev’essere continuamente ristabilito. L’atleta che incontra un trauma, un qualche disagio sul corpo si confronta con un’esperienza forte che lo attacca, lo disorienta, lo fa sentire minacciato ed esposto – come fosse nudo – alle sue fragilità, al suo senso di impotenza e di incapacità. Quest’esperienza sul corpo attacca il suo equilibrio psichico. L’atleta perde serenità, concentrazione e abilità nell’eseguire con precisione il gesto tecnico e atletico atteso. Il trauma attacca quest’equilibrio e attiva una serie di reazioni difensive e adattative tese a ripristinare un equilibrio tra mente e corpo, tra pensiero e azione. Un equilibrio che chiamiamo spazio di benessere che non è solo corporeo ma anche psichico. Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi. La vera salute nasce dall’equilibrio tra la rappresentazione che abbiamo di noi come corpo e quella di noi come mente. Il concetto di psiche è ancora più sfuggente e ambiguo del concetto di corpo. Tutti sanno che esiste una parola greca, psukhè, tradotta sbrigativamente con anima, e molti, ritengono che la psicologia sia la scienza dell’anima. In realtà le cose non sono così semplici. La parola greca psukhè ha una grande varietà di significati, fra i quali due spiccano in maniera prevalente: il primo è quello di principio o sostanza vitale, e il secondo quello di carattere personale o modo di agire. I latini avevano compreso bene questa differenza traducendo il primo significato con anima e il secondo con animus. Nella lingua italiana la differenza si è perduta forse per un minore e diverso uso della parola animo o per la maggiore importanza della parola anima. Alcuni ritengono utile differenziare il concetto di psiche da quello di mente, riservando il secondo all’identificazione delle strutture cerebrali e delle loro funzioni. Si preferisce, nel linguaggio quotidiano, riferirsi a queste strutture con i termini precisi di cervello, sistema nervoso centrale e attività neuronale. Perciò la parola italiana mente (così come l’inglese mind) e quella di origine greca 13


psiche possono essere considerate equivalenti, così come i relativi aggettivi mentale e psicologico1. Quello di psiche è un concetto sfuggente e ambiguo. Alcuni ritengono utile differenziare il concetto di psiche da quello di mente, riservando il secondo all’identificazione delle strutture cerebrali e delle loro funzioni. Ma sarebbe meglio evitare questa distinzione, comunque inesistente nel linguaggio quotidiano, in quanto per riferirsi a queste strutture esistono già termini precisi come cervello, sistema nervoso centrale e attività neuronale. La valorizzazione dei fenomeni psicologici o mentali è un’acquisizione relativamente recente in ambito sportivo. Per lungo tempo l’atleta è stato concepito soprattutto per le proprie qualità fisiche e atletiche e i propri bisogni corporei come la fame, la sete, il dolore e la fatica. Possiamo ipotizzare che anche al neonato accada la stessa cosa. In un primo momento i suoi vissuti coincidono con l’esperienza che ha di sé come corpo. Solo con il tempo svilupperà la capacità di elaborare queste sensazioni sotto forma di pensieri, fantasie e sogni, differenziandole dai processi biologici che ne sono alla base e attribuendo loro un significato psicologico. Contemporaneamente si formerà nel bambino un’idea di se stesso da un punto di vista corporeo. È questo il destino dell’integrazione psiche-soma dalla nascita alla morte. Anche gli atleti attraversano questo vissuto a partire dal corpo, dalle sensazioni che sperimentano sul corpo nell’attività fisica-sportiva in cui sono impegnati a livello dilettantistico o professionistico. Dall’esperienza fisica e sensoriale si sviluppano le emozioni. L’atleta prova emozioni che colorano e nutrono la sua esperienza sportiva. Le emozioni possono essere positive o negative, piacevoli o spiacevoli a partire dal tipo di sensazioni fisiche sperimentate in allenamento o in gara. Le sensazioni del corpo organizzano l’esperienza percettiva, emotiva e cognitiva dell’atleta. La qualità e l’intensità delle sensazioni provate sul corpo determineranno la qualità e l’intensità degli agiti sportivi, ossia di quei comportamenti tesi al raggiungimento di un obiettivo e/o risultato. E quindi l’atleta si sentirà abile o dis-abile in relazione all’uso e all’esercizio che saprà fare delle sue sensazioni. Corpo e mente sono strettamente e intimamente collegati. L’atleta è corpo e mente. È ciò che sente con i suoi organi di senso ed è ciò che pensa. Un atleta incapace di sentire o di pensare e di collegare l’uno all’altro è esposto al 1

Cfr. G. Trombini – F. Baldoni, Psicosomatica: l’equilibrio tra mente e corpo, il Mulino, Bologna 1999.

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rischio dell’errore nel gesto tecnico, nella gestione degli imprevisti e delle mosse avversarie, nel controllo delle proprie emozioni e soprattutto di godere di ciò che fa. Un atleta incapace di godere, di contattare un senso di benessere e di pienezza è certamente a rischio di “ammalare” o nel corpo o nella mente e di confrontarsi con una qualche patologia di natura psicosomatica che lo limiterà, lo renderà imperfetto, scarsamente competente e abile nello sport. Sarà allora necessario un intervento di sostegno e di aiuto. Un sostegno e un aiuto che chiameremo riabilitazione psicologica. Parlare di riabilitazione psicologica implica un uso della mente al servizio della comprensione del problema e della ricerca di soluzioni. L’atleta dis-abile ha bisogno di essere accolto nei suoi bisogni e attivato verso la ricerca di soluzioni, di sogni e di idee progettuali che diano un senso e un significato preciso alla sua storia e alla sua esperienza, facendo leva sulle risorse più vitali che rappresentano il suo punto di forza. Riabilitare non è curare o guarire ma è prendersi cura dei bisogni, dei desideri, delle fragilità dell’altro, aiutarlo a far riferimento alle sue risorse ed energie vitali per fronteggiare il limite fisico o psichico della realtà che incontra e che può essere inaspettatamente deludente. Un atleta dis-abile che si rende disponibile all’incontro con se stesso, i suoi limiti, le sue fragilità sarà capace di aumentare la consapevolezza di sé e della realtà che gli appartiene e che lo descrive. Ma soprattutto sarà capace di crescere in competenza e autostima, nutrendo quel senso di sé attaccato dal trauma e spesso frammentato, disgregato e oggetto di commiserazione altrui e vergogna personale. Il normale funzionamento del corpo – sostiene Winnicott2 – rafforza lo sviluppo dell’Io. Una personalizzazione soddisfacente è l’acquisizione di una salda relazione tra psiche e soma. La psicosomatosi (alterazione di un equilibrio psicofisico = trauma) non nasce da un alterato funzionamento del corpo, bensì da una carenza di integrazione, con uno stato di frammentazione nell’organizzarsi del Sé. Il trauma che scaturisce da un infortunio o da un sintomo psicosomatico o da una condizione di handicap è un eccellente dispositivo di organizzazione difensiva che ha radici profonde e dinamiche. Tale difesa, se da un lato ostacola l’integrazione e la coesione del Sé, nello stesso tempo è finalizzata ad attuare quell’insediamento della mente nel corpo, che si configura quale iter naturale della maturazione psicologica dell’atleta. Se la coesione psicosomatica 2

D.W. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1997, pp. 102-103.

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non viene raggiunta, l’esperienza “dell’Io sono” ne risulta alterata e sia il senso di esistere sia la vita istintuale sono danneggiati. L’obiettivo dunque della riabilitazione psicologica – in termini winnicottiani- è dare valore e spazio al corpo, ed ai processi attinenti al corpo perché solo essi forniscono un linguaggio all’esperienza e costituiscono un veicolo per l’espressione (narrazione) di significati di natura relazionalee.

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Capitolo I

Il corpo e la sua evoluzione dalla nascita alla morte

1. Il corpo come strumento di comunicazione Il corpo. Luogo del peccato originale e dell’inconscio, carne da redimere, forza lavoro, organismo da sanare, modellare, plasmare alle esigenze della cultura, della politica, della guerra; sede dell’identità e della comunicazione non pensata, il corpo è stato, nelle varie epoche, dominio dei diversi saperi su cui essi hanno impresso il loro stigma. Sede dell’anima? Ma di quale anima? Il termine ebraico “nefes”, tradotto in greco “psiché” e in latino “anima” significa “vita del corpo”. Con l’avvento della scienza moderna (1600) il corpo è stato ridotto ad “organismo”, un insieme di organi, un oggetto da laboratorio. Di qui il potere della scienza, della scienza medica che, da allora, continua ad occuparsi dell’organo malato e non della persona che soffre. In seguito, per dare collocazione scientifica al “morbus sine materia” nacque la psichiatria, che ha continuato a cercare nel corpo le ragioni del disagio mentale. L’anima, la psiche, la coscienza è in quel “sine materia” di cui la scienza non ha conoscenza. Dunque la psicologia-psichiatria è figlia di un deficit di conoscenza, luogo del mistero, dell’impresentabile e non realtà “altra” di cui occuparsi, magari con strumenti scientifici diversi ed una metodologia di ricerca che non si fonda (non può fondarsi) su dati “oggettivi” di laboratorio (in questo senso l’uso, indiscriminato ed esclusivo, che viene fatto dei test, soprattutto nella ricerca clinica, è forse il più grande inganno scientifico e culturale degli ultimi decenni); non può fondarsi, dicevo, su dati “oggettivi”, ma sulla convalida che la tradizione e la comunità scientifica sanciscono accogliendo o respingendo con argomentazioni critiche tesi, intuizioni, esperimenti, ricerche e risultati. Non è un caso che in psicologia la deontologia pro17


fessionale e la pratica psicologica coincidono, sono esattamente la stessa identica realtà. Il libro allora, come strumento di trasmissione dei saperi, che per la medicina è spesso un solo e semplice oggetto divulgativo, per la psicologia è il luogo fisico dello stesso dibattito scientifico. Il libro e non la rivista di scuola, che non ospita opinioni diverse da quelle di corrente. Dicevamo dunque che la psiche, in particolare la psicopatologia, per la medicina è figlia di un deficit di conoscenza. Forse nella lingua tedesca c’è un suggerimento di cui far tesoro, come ha saputo fare S. Freud, un medico, neurologo. “Lieb” significa “corpo vivo”, da cui “Liebe” e cioè “amore” e “Leben”: “vita”. È una sintesi di natura e cultura, una sintesi che ha portato S. Freud a collocare la “persona” al centro del suo interesse e ad operare una rivoluzione metodologica radicale: nell’oggetto osservato (persona) c’è chi osserva (medico, psicologo). Freud come Ippocrate, che dà alla medicina un fondamento cosmologico ed antropologico, nel Corpus Hippocraticum fornisce fondamentali passaggi sul linguaggio del medico, sul dovere di informare, sulla collaborazione attiva malato-medico; troviamo inoltre il rispetto profondo (pre-etico) del malato e della sua umanità sofferente. Sosteneva Ippocrate nel Prognostico: il vissuto della malattia è il sapere del paziente che deve coniugarsi con il sapere del medico; Freud come Voktor von Weizsacker e la sua medicina antropologica; Freud come Karl Jasper e la sua psicopatologia. Tutti autori celebrati ed inascoltati dalla cultura medica attuale. Freud come Winnicott, medico, pediatra e come Balint, altro medico. Il corpo, dunque, è stato ed è luogo di scrittura ove antropologi, filosofi, teologi, psicologi, psichiatri, medici, economisti e politici incidono il loro sapere in funzione dei propri obiettivi scientifici e culturali. E noi non vogliamo essere da meno: sul corpo reale fatto di organi e funzioni, inscriviamo il corpo immaginato fatto di idola e fantasmi, agiti poi sul corpo reale e luogo della nostra noesi, del modo di pensarci da cui la nostra cultura, la nostra mentalità, i pregiudizi, le presunte certezze e verità. Il corpo immaginato è figlio della cultura in cui viviamo: ognuno si pensa per come è stato pensato. In adolescenza proprio per le intrusioni culturali, che diventano patrimonio interno, il corpo immaginato si carica dei feticci di moda e diventa, nel bene e nel male, luogo di esperienza viva, di vita nelle sue trasformazioni continue, ma anche luogo delle dismorfossessioni: i famosi “complessi” di cui liberarsi. Come? Semplicemente plasmando il corpo reale 18


sui simulacri culturali diventati esigenti in quanto interiorizzati. Così palestre, chirurghi plastici e dietologi che propongono, appunto, i feticci della cultura dominante fanno la loro fortuna economica. Già, economica. I motori trainanti sono quelli che mercificano tutto, anche il corpo, non più luogo della sacralità della persona, ma oggetto di speculazioni, risorsa per lucrare. Mentre la salute vorrebbe che il corpo immaginato si adeguasse, nel tempo della vita, a quello reale. I feticci culturali del nostro tempo chiedono l’esatto contrario: il corpo reale deve plasmarsi a quello immaginato con tutto quello che consegue: non è difficile incontrare uomini e donne “caricature” di se stessi, vestite di ridicolo ostentato come un fiore narcisistico di cui vantarsi. Per recuperare il senso della sacralità pre-etica che abita il corpo, dimora della propria dignità, la medicina deve recuperare Ippocrate, il senso pieno del suo giuramento: nel corpo che tratta c’è la persona che vive. Nel corpo nudo che manipola c’è la sua sacralità pre-etica. Perché lo dimentica? Così sembrerebbe. Non crediamo che la medicina lo dimentichi, crediamo che non riesca a rinunciare al suo potere tecnico e scientifico intriso di narcisismo culturale. Galeno docet. La medicina, ragione al servizio dell’istinto di sopravvivenza, è in guerra (le metafore che usa ne sono l’esplicitazione più eloquente: lotta contro, sconfigge, respinge l’invasore, ecc.). E la guerra, come metafora, ha legittimato e legittima tutte le campagne per il progresso della scienza, i cui obiettivi vengono descritti ovviamente in termini di sconfitta del nemico-malattia: tumore e psicosi. Tutto questo andrebbe benissimo se non ci fosse una vittima eccellente: il paziente, il bambino in reparto con i suoi bisogni esigenti e trascurati; maltrattati ed abusati. Fare la guerra è poi una delle poche attività umane che non si è tenuti a valutare in modo etico, tanto meno realistico, con l’attenzione rivolta al costo umano ed ai risultati complessivi. In ragione della guerra a tutti i costi, tutto è lecito: è lecito medicalizzare la morte, medicalizzare la nascita, medicalizzare la vita quotidiana; così la medicina può farci più belli, più intelligenti, meno stanchi, meno stressati; può cercare di realizzare il bambino ‘perfetto’ come in Cina. Non manca certo, in Cina, il materiale umano. È la lotta dell’istinto di sopravvivenza che usa come un ariete il solo pensiero razionale contro la morte. E fa vittime. Il termine vittima nella nostra cultura suggerisce quello di innocenza. E l’innocenza, per l’inseparabile 19


logica che regola tutti i termini di relazione, rinvia alla colpa. E la colpa vuole la punizione. Apparentemente il colpevole è la malattia, eppure teorie psicologiche e psichiatriche (metafore pseudoscientifiche) attribuiscono allo sventurato paziente la massima responsabilità non solo per essersi ammalato di cancro o di psicosi, ma anche per come risponde ai processi di cura e di guarigione. E la attribuzione a queste malattie del nucleo dinamico descritto (la colpa) ne fanno malattie non solo gravi, ma di cui vergognarsi. Tutte le malattie che abbiano cause incerte e terapie inefficaci traboccano di metafore colpevolizzanti. Idoli e feticci, prodotti dal pensiero razionale, sono scolpiti dentro le nostre paure. Si invocano allora valori comuni e l’etica codificata in una morale dogmatica. Tuttavia, i valori comuni se irrigiditi dalla logica della mente razionale creano uomini con codici comuni ed un comune modo di pensarsi. Come appunto la libertà intesa come possibilità “cosciente”, dunque razionale, di decidere. Dimentichiamo che la condanna alla solitudine dell’incomunicabilità segue solo e soltanto alla perdita del linguaggio mimico: il linguaggio dei corpi che diventa protagonista nelle crisi come la malattia e la morte. Un linguaggio che se ascoltato può smentire le decisioni prese dalla mente razionale in assenza di malattia e lontana dalla morte.

2. Il corpo nella riabilitazione psicologica Tutti gli operatori sportivi o della salute hanno a che fare col corpo. Alcuni direttamente, nel contatto più o meno ravvicinato col corpo altrui; altri indirettamente, tramite le tecnologie e i laboratori che indagano anch’esse il corpo, nelle sue parti, particelle, fino alle molecole. Il corpo di cui si occupano professionalmente viene sentito, da alcuni, come facente parte dell’identità di una persona, un corpo vissuto nella pienezza efficiente piuttosto che nella sofferenza e nell’impotenza; da altri, invece, viene sentito e pensato come un corpo meccanico, biologizzato e medicalizzato. Husserl, fruendo della lingua tedesca, sottolineò la differenza tra Leib e Körper. Il primo termine (Leib) indica il corpo vissuto, la soggettività del corpo, il corpo come identità propria; mentre il secondo (Körper) è il corpo oggetto, il corpo cadavere, il corpo umano così come quello animale, il corpo anatomico. 20


L’operatore sportivo e/o della salute studia e interviene di solito su un korper. Ma poiché lo scopo della sua professione è portare vita, salute e benessere egli ha a che fare con persone vive: dunque può operare su un korper ma non può dimenticare il leib. Spesso accade però che gli operatori sportivi e/o della salute non siano sufficientemente formati alla considerazione del corpo vivo, del corpo persona, del corpo che entra nel rapporto interpersonale, di quel corpo che con equilibri e disquilibri lo psiche-soma modula nella relazione. Opportuno pertanto è sottolineare il valore, la centralità del corpo, che non è un’appendice o un’aggiunta alla mente e alla psiche ma una realtà centrale. Il corpo è la nostra origine e nei primi tempi della nostra vita viviamo solo come corpo. Il destino del corpo ha una sua evoluzione. Quando il bambino viene al mondo è tutto corpo. Non ha una mente. Il corpo è un universo intero di emozioni e sensazioni che vanno sul bambino e ne condizionano il comportamento. Il bambino nasce da un’illusione generativa di coppia1. Alla nascita è tutto corpo, cioè un insieme di funzioni e di organi attivi su base fisiologica e genetica. Il bambino nasce nell’utero biologico (materno) e dopo 9 mesi entra nell’utero psicologico (di coppia) dove rimarrà per altri 9 mesi. Come dice Crocetti, la gestazione dell’essere umano ha una durata non più di 9 mesi, bensì di 18. Nell’utero di coppia, sia il padre che la madre (coppiamadre) assumono ed esplicano funzioni materne, ponendosi in modo analogo verso il figlio fino a circa i suoi 8/12 mesi di vita. «Un bambino appena nato è tenuto tra le braccia della madre, ma la forza di quelle braccia è quella che circola nella relazione di coppia, nella quale il padre, in quel momento particolare dell’esperienza relazionale, ha proprio il compito di sostenere la compagna, di aiutarla ad emergere dalla regressione»2: il 1

Illusione generativa di coppia: una coppia si incontra e si sceglie sulle fragilità, individua un’area condivisa dentro la quale collude, trasformandosi in coppia “unica”. Unica perché irripetibile, ed unica perché è la mente di coppia che concepisce progetti condivisi, la muove e la agisce. È il progetto generativo che spinge la coppia, e la sua mente, a diventare coppiamadre che genera, accoglie, nutre, accompagna ed individua un figlio (progetto generativo). 2 Regressione materna: è un percorso regressivo di riattualizzazione delle esperienze infantili che si attiva già dalla gravidanza, le permette di sviluppare una relazione simbiotica con il suo bambino e di intuire i bisogni del neonato tanto da potervi rispondere in modo adeguato.

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padre ha dunque il compito di sostenere l’attività organizzativa della mente di coppia. Il suo compito è quello di dare alla coppiamadre-bambino possibilità, consistenza e soddisfazione al bisogno fondamentale e primario di affidarsi. Dalla realizzazione adeguata di questo bisogno deriva la fiducia di ognuno in se stesso e più profondamente ancora l’autostima. Il bambino vivrà avvolto nei suoi involucri sensoriali e si nutrirà delle sensazioni di accudimento, benessere e amore che riceverà dalla madre con la quale è in relazione. Dal tipo di relazione di accudimento-attaccamento dipenderà il benessere o il malessere del bambino, la sua salute o la sua malattia. La madre determina il mondo interno del bambino, i bisogni affettivi/emotivi, i rapporti con gli oggetti significativi interni. È soprattutto la coppiamadre a dare la mente interna al bambino. Essa gli viene data attraverso il filtro mentale ed affettivo della relazione con la coppiamadre, e di tutte le figure significative presenti nel corso dei primi anni. I contenuti emotivi della madre s’insediano nel corpo del bambino «diventano patrimonio del suo modo di sentire e influenzano l’organizzazione dei suoi involucri sensoriali»3. L’involucro sensoriale non è solo un fatto legato al corpo, ma anche alla mente. Dagli involucri sensoriali prenderanno forma quegli automatismi cognitivi che governano, nel quotidiano, la vita di ogni essere umano. Pertanto condizioneranno il sistema di convinzioni e di pensieri che attivano ed orientano il comportamento sociale del soggetto. La relazione-comunicazione che si realizza fin dalla nascita tra madre e figlio è importantissima per diversi ordini di fattori. Il bambino viene accudito e soddisfatto nei suoi bisogni fisiologici fondamentali quali: il nutrimento, il sonno, la capacità di auto-aggiustamento in relazione ai cambiamenti fisici ed ambientali, il controllo sfinterico. Il bambino nutrito, accudito e amato organizzerà an3

Crocetti (2008) afferma che gli involucri sensoriali sono attivi già nel feto. Esso inizia a conoscere il complesso universo che lo circonda, l’utero, mediante l’attivazione precocissima dei canali sensoriali. Cinque involucri, cinque rivestimenti, cinque ripari, cinque custodie e cinque membrane che avvolgono e custodiscono l’esperienza di Sé e che dialogano con il sesto involucro, il più importante, in quanto da esso dipendono tutti gli altri, quello dell’abbraccio fisico e mentale della coppiamadre. Così l’esperienza che ogni essere umano ha del proprio corpo è costantemente modulata dalla attivazione sensoriale e dalla evocazione delle sensazioni, degli affetti e degli investimenti che l’involucro materno ha veicolato sul bambino in quell’abbraccio, che è il luogo dell’intimità primaria, assoluta ed irripetibile.

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che un senso di autostima elevata. Maggiore è l’ondata di benessere che arriva al bambino quando nasce e più alto sarà il valore e l’importanza che il bambino stesso, crescendo, si riconoscerà. Il corpo è il luogo delle sensazioni, delle emozioni, dei bisogni, dell’identità del bambino. Il bambino entra in relazione con gli altri, e da qui sviluppa il suo senso di esistere e la sua autostima, attraverso la sensorialità del contatto corporeo immediato: sensibilità tattile-pressoria, olfattiva, uditiva, gustativa, visiva. In tali contatti si formano le prime unità di significati per un dialogo complice e condiviso che fonda lo sviluppo della mente e che costituisce la struttura di base della personalità. La motricità che il bambino impara nella modulazione delle interazioni col caregiver, integra, sostiene e compensa le carenze di un involucro attraverso la iperattivazione degli altri. Inoltre traduce il linguaggio dei segni (linguaggio mimico) nel linguaggio dei simboli (linguaggio verbale). In tal modo il bambino codifica lo schema corporeo, l’immagine di sé con la conseguente conoscenza e coscienza del proprio corpo. Crescendo, nella nostra cultura (vedi Fig. 1: Fuso a spirale di G. Crocetti, 1997), il corpo perde la sua centralità nell’esperienza dell’individuo. In adolescenza acquistano più importanza le relazioni interpersonali, il mondo sociale e amicale di appartenenza, soprattutto i sogni, i progetti verso cui gli adolescenti, in quanto esseri desideranti, tendono continuamente. Il corpo è vissuto come un oggetto da possedere, da plasmare, da manipolare e da trasformare in senso onnipotente e narcisistico. In età adulta, ma soprattutto in età anziana, il corpo recupererà la centralità che aveva nell’infanzia. Il corpo è, dunque, l’elemento che sostiene la continuità di sé nel tempo e nello spazio fisico e mentale. Il trauma minaccia questa continuità. Il soggetto traumatizzato è sospeso in un intervallo, come dentro una parentesi, con tutto ciò che comporta a livello della relazione con se stesso e con gli altri. Ogni essere umano ha sul corpo i segni della propria storia e della propria identità. Sono segni tangibili. Anche il trauma è segno della storia e dell’identità, ed ha senso e significato nella storia e nell’identità di quella persona, per cui non si può trattare la malattia come avulsa dal contesto esperienziale del paziente. È quanto accade nelle istituzioni che fanno fatica a mentalizzare il disagio, il dolore e la sofferenza; questo vuoto di simbolizzazione e la carenza di mentalizzazione si traducono in forme di abuso e maltrattamento degli atleti. 23


Fig. 1. Il destino del corpo nelle età della vita (G. Crocetti, 1997)

L’atleta traumatizzato e/o disabile e, perciò paziente, non ha un corpo su cui si praticano le varie strategie terapeutiche ma è il suo corpo. E tutto quello che viene fatto su quel corpo viene fatto a lui stesso, alla sua realtà, alla sua identità, alla sua storia. Il corpo si colloca al centro degli scambi relazionali affettivi concreti e al centro delle esperienze regressive. Il traumatizzato e/o disabile è in una condizione regressiva in quanto, nell’incontro con il trauma, recupera e quindi attualizza, nel qui e ora, modalità di funzionamento mentale, emotivo e relazionale già sperimen24


tate nel corso della vita. Più la malattia è grave, più le esperienze regressive saranno primitive, per cui un morente è molto vicino alla condizione esperienziale neonatale. È una condizione dove prevalgono i bisogni: di dipendere, di essere accudito e accarezzato, di essere lavato, ecc. e dove la parola è solo un suono che evoca sensazioni diffuse e indefinite, ma leganti. I pazienti si trovano in una condizione nella quale il Sé corporeo è reinvestito narcisisticamente. Il paziente, come un bambino appena nato si affida e chiede affidabilità. È questo il compito specifico affidato agli operatori della salute nella relazione di aiuto.

Bibliografia CROCETTI G., Legami imperfetti. Psicodinamica delle relazioni d’amore, Armando, Roma 1997. CROCETTI G., I bambini vogliono la coppia, LCD, Torino 2011. CROCETTI G. – BOARIA D., Ritorno al punto zero. Dall’ascolto terapeutico di Anna malata di cancro, Borla, Roma 1994. CROCETTI G. – GALASSI D., Bullimarionette, Pendragon, Bologna 2005.

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