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Davanti a loro Diana stava trasformando Atteone in un cervo destinato ad essere sbranato dai suoi stessi cani. “Questo è ciò che succedeva un tempo a chi guardava le donne nude.” In un contesto di risate, Camilla commentò così l’affresco del Parmigianino che raffigurava la leggenda di Diana e Atteone, tratta dal canto terzo delle Metamorfosi di Ovidio. Docente di Storia dell’arte antica presso l’Accademia di Brera, si trovava presso la Rocca Sanvitale a Fontanellato, in piedi in mezzo alla Saletta dedicata al pittore. In scarpe da ginnastica e jeans, erano ormai tre giorni che girava per i Castelli del Ducato di Parma e Piacenza alla guida di un gruppo di studenti del suo corso. Erano i primi giorni di ottobre e alcuni ragazzi avevano organizzato tra di loro questo viaggetto culturale. L’invito a seguirli era stata una spontanea e naturale conseguenza del buon affiatamento che c’era tra lei e loro; complice probabilmente la vicinanza d’età. La struttura della Rocca, a dispetto delle linee severe del periodo della sua edificazione, vantava un’eleganza signorile e garbata, che sembrava avesse già dentro qualcosa del periodo Umanistico, che sarebbe seguito, e dei suoi piaceri per l’intelletto e per il saper vivere. Mentre scendeva la gradinata quattrocentesca, Camilla desiderò appartenere ad un tempo in cui donne, coperte da lunghi abiti, andavano avanti e indietro indaffarate tra quelle mura, ma senza essere incalzate dalla frenesia moderna e riuscendo ugualmente a far quadrare il cerchio della loro vita. Guardavano il cielo incorniciato dai muri merlati e si sentivano complete, sapendo gustare la qualità della vita, senza la smania della quantità. Si dice che chi abbia vissuto in un castello non lo abbandoni mai e rimanga a popolarne le stanze e la fantasia dei visitatori. Dirigendosi verso l’esterno Camilla lasciò dietro di sé un saluto e un bacio a tutti coloro che, allora, abitavano e amavano in spirito tra quelle mura. Attraverso il ponte di pietra, uscì dal mastio centrale, immaginando davanti a sé una grande distesa erbosa, che al tempo dell’edificazione di quella rocca fu palcoscenico di combattimenti di cavalieri e dei loro seguiti, condotti alla vittoria o alla morte. Uomini che combattevano per delle ragioni raccontate nei libri e che già allora gettavano le basi per la storia del nostro paese. Adesso davanti a lei si apriva Piazza Matteotti e più a sinistra Piazza Garibaldi; due uomini che, insieme ad altri, avevano fatto di una penisola a forma di stivale, l’Italia. Camilla e il suo gruppo si avviarono verso le ex scuderie, lungo un viottolo lastricato che aveva raccolto e sorretto i passi di secoli di passanti, i loro piedi e le


loro scarpe: dai semplici avviluppamenti di cuoio e stoffa, alle attuali modernissime e confortevoli shoes. Detto in inglese, suona più cool. Verso di loro arrivava la sua collega Lucia, docente di anatomia artistica e soprattutto la sua amica più affettuosa e sincera. Era la sua confidente, compagna di viaggi, di risate e di qualunque altra cosa che, chi più ne ha più ne metta. Tanto non basterebbe. Lucia sempre vestita elegantissima e alla moda, amava la vita e sé stessa. Il suo look le costava non poco, ma il risultato finale era di tutto riguardo. Bionda, occhi chiari, lineamenti regolari, dal mento asciutto al nasino perfetto, un fisico regolare che non aveva niente da invidiare a nessuno; nonostante che una forma di poliomelite le avesse lasciato in eredità una gamba destra più corta dell’altra. Lucia, la sua ancora di salvezza, quando la tempesta della vita aveva cercato di portarla in fondo ai suoi abissi. A lei si era aggrappata con tutte le forze per non andare a fondo. Era stata capace di parlarle con una dolcezza materna, mista a un pizzico di malizia. Da lei aveva imparato a vivere i suoi giorni, assaporandoli come si farebbe con un mojito un giorno d’estate; e smettendola di tracannarli come uno sciroppo, che tanto si deve prendere per forza. In quel momento le veniva incontro con il suo indistruttibile sorriso e il suo inevitabile incedere claudicante. Nella mano destra i manici della borsa di una boutique la tradivano svelando lo scopo monello della sua momentanea assenza. “Signorina, la richiamo all’ordine. E’ per fare compere che ci siamo defilate?” “Prof, si è comprata qualcosa di classico, come suo solito, o si è lanciata in qualcosa di più libertino?” Paolo Delleni, studente del terzo anno, nel contesto medioevale in cui erano immersi, si era calato nella parte del giullare di corte e allungò la mano nel sacchetto di Lucia, estraendola guantata di pizzo macramè. “Beccata! Abbiamo un appuntamento stasera, appena rientrati a Como?” “Ragazzi, non sono affari vostri.” Lucia tagliò corto con finta altezzosità, ma nei suoi modi trapelava un forte imbarazzo. Camilla fu felice per la sua amica. Il resto della mattinata passò veloce, come succedeva sempre quando era in compagnia dei suoi allievi. Per quella gita avevano formato un bel gruppetto, in tutto erano in tredici. Anche Gioele aveva partecipato, lui era uno dei migliori del corso e negli ultimi tempi era progredito molto. Il suo tratto artistico stava acquisendo stile e personalità. L’anno precedente aveva perso sua madre in circostanze che non erano state ben chiarite. Sembrava che avesse avuto un malore improvviso, dovuto a cibo ingerito. Di lei aveva saputo che soffriva di gravi allergie, ma che stava sempre attentissima a tutto ciò che mangiava.


Perché le persone se vanno via così? Come ospiti che all’improvviso si alzano in piedi e chiedono il permesso per assentarsi. Tu non puoi esimerti dall’accordarglielo. Glielo devi concedere per forza, anche se sono maledettamente sbagliati i tempi. Così era successo anche a lei qualche anno prima, quando Andrea si era allontanato, mentre il tango della loro felicità era ancora alle prime note e lei si era lanciata in un casquet. Cascando. Avrebbe fermato la gente per la strada, pur di avere una risposta a quella domanda; ma aveva capito che nella vita sono più le domande che rimangono senza una risposta che quelle a cui si riesca davvero a darne una. Poco più in là, Adriano ci provava con Arianna, niente di nuovo, ormai andava avanti da mesi e sembrava che finalmente riuscisse a portare a casa il risultato. Del resto lei lo teneva sulla corda da un bel pezzo. Da che pulpito. Camilla si sorprese ad autoaccusarsi, considerato che lei con Damiano, non si stava certo comportando meglio. Anche se il suo era un caso particolare. Ma non si dice sempre così, in fondo? Da un pò di tempo Damiano riusciva a farla stare meglio, non era più il solito dispotico scocciatore. Infatti, benché normodotato di pessimo carattere, il cognato di sua sorella era stato sempre presente dopo la morte di Andrea. Nonostante fosse stato un duro colpo anche per lui, perché Andrea era il suo più caro amico sin dall’infanzia, ed era stato proprio lui a presentarglielo qualche anno prima. Certo non s’aspettava che tra loro nascesse qualcosa, ma era successo. Damiano De Ambrosi era un avvocato corretto e battagliero in tribunale, si prodigava per difendere e tutelare chi gli affidava tutto: i propri averi o i propri diritti. Le era stato accanto sempre, come se si sentisse in dovere di proteggerla. Sembrava un paladino d`altri tempi, con la sua forza di carattere e la sua caparbietà nel raggiungere tutto quello che voleva. Desiderava vederla tornare felice e ci stava riuscendo. A modo suo certo! Erano più le volte che lei doveva smorzare i toni delle loro discussioni, che quelle in cui riuscissero davvero a parlare di qualcosa. Tornando a concentrarsi sul momento presente, si avvicinò alla sua amica, beccata con le impopolari mani nella marmellata. “Sono contenta per te. Da quand’è che è cominciata questa storia?” “Dai, Camilla! Non te ne ho parlato, perché quasi non lo conosco nemmeno. So solo come si chiama.” “Se te la sei sentita di accettare un invito, vuol dire che deve essere una brava persona.” Lei per tutta risposta abbassò lo sguardo con l’aria di chi ha poche speranze. Camilla considerò fosse la solita ansia da primo appuntamento a farla essere così poco possibilista.


“Camilla, è che…” si fermò per riuscire a trovare le parole “… il mondo non è fatto solo di belle persone. Non tutti possono scegliere, alcuni si devono accontentare.” Camilla non disse nulla perché, da quel punto di vista, la sua amica non ammetteva repliche. Lei aveva provato in tutti i modi a rassicurarla sul contrario, ma insistere sarebbe stato come darle ragione. Per il momentaneo sfogo avuto con l’amica Lucia arrossì e si portò una mano al volto, come se volesse celarsi, schermendosi da domande indiscrete e indagatrici; e Camilla non poté fare altro che osservarla mentre si allontanava con il suo passo incerto e ne ebbe compassione. Camilla era una bellezza di quelle che ti volti a guardarle due volte. Se sei una donna, la seconda volta è per verificare se proprio non ci sono dei difetti. Se sei un uomo è per constatare quanto ti piacerebbero anche quelli. Alta, bruna, occhi scuri, carnagione olivastra, lineamenti cesellati, era figlia di due pugliesi doc e racchiudeva tutti i lati migliori della donna mediterranea. Formosità inclusa. La bellezza è un dono, non un merito. Nessuna nella vita ha gareggiato per averla. Eppure, nonostante questo, o ce l’hai o ti senti defraudato di qualcosa. I pensieri di Camilla furono interrotti dall’arrivo di un messaggio di sua sorella Sandra: “Per stasera inviti anche Lucia a cena? E’ tanto che non la vediamo”. Rispose che sarebbe andata solo lei.


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Quella giornata era stata più lunga del solito; dar retta a tutte quelle persone era estenuante, ma del resto era pur sempre un’occasione per osservare meglio il comportamento altrui. Come erano tutti diversi dalla sua Camilla, dalla sua gentilezza, dal suo inguaribile senso dello humour, e da tutto ciò che la rendevano adorabile! Appena entrato in casa si sfilò la giacca buttandola sul divano; avvicinatosi al piano bar, si versò una generosa dose del suo whisky single malt scozzese, proveniente da un’unica distilleria, sita in una zona della Cornovaglia, dove lui era stato e da dove se lo faceva spedire di tanto in tanto. Con il bicchiere in mano si avviò verso la terrazza dalla quale si aveva una vasta e spettacolare vista della sua città: Como. Amata da scrittori e vati, infinitamente invidiata e così gelosamente custodita dai suoi abitanti e dalle autorità comunali. Con cure amorevoli simili a quelle materne, tutti loro la accompagnano nella storia senza che il tempo lasci segni. Solo i suoi alberi hanno il loro tronco di un cerchio più grande, ogni anno. Como, città caratterizzata dal clima mitigato del lago e dalla bellezza signorile delle nobili origini. La si deve cercare, perché si tiene timidamente fuori dai soliti giri turistici, come una bellissima ragazza di buona famiglia, che volta lo sguardo altrove ad ogni uomo che incontra. Come la sua Camilla. Rientrato all’interno del suo salone considerò, non per la prima volta, che quella casa era diventata davvero bella da quanto era solo sua e il suo buon gusto aveva potuto prendere il sopravvento su quella paccottiglia da due soldi sparsa dai suoi in ogni dove. I lavori erano stati lunghi e costosi, ma ne era valsa la pena: il risultato era eccellente. Mancava solo lei. Ciao Camilla, mi sei mancata questi pochi giorni. Sono contento di vedere che sei tornata e come sei bella! Per favore togliti quegli occhiali da sole, perché non riesco a vedere i tuoi occhi. Sai, la mamma è morta. Finalmente la sua cattiveria e la sua bruttezza hanno smesso di ossessionarmi. Si è portata via i ricordi di un’infanzia orribile, così diversa dalla tua e da quella di tutti gli altri. Sai, Milla, se potessi parlarti ti confesserei che l’arrivo dell’inverno mi rattrista, perché è la stagione in cui le famiglie passano più tempo insieme, chiuse in calde case accoglienti, e che sfocia poi nel periodo più crudele dell’anno: il Natale.


Questa festa che acuisce in me il brutto ricordo della felicità che non ho mai avuto, dei regali di cattivo gusto, scelti senza amore e delle botte che ricevevo quando piangevo per il freddo. Non mi meritavo niente, neanche di esistere. Quella che per tutti era la ‘casa dolce casa’, per me erano delle mura che circondavano una violenza all’ordine del giorno. Ma ora è cambiato tutto. Ora vivo bene e chissà se un giorno vorrai condividere con me tutto quello che ho. Mi ripetevano sempre che nella vita si ottiene sempre quello che ci si merita; e allora io merito molto. Lo psichiatra da cui fui costretto ad andare qualche volta, quando ero un ragazzino, cercò di leggere nella mia mente le ragioni di quello che lui giudicava un totale disastro psicologico. Ma non ti preoccupare, non riuscì a fare molto. Tutte le bugie che i miei gli raccontarono lo avevano portato lontano dal poter leggere nella mia mente, rapire i miei pensieri e soggiogarli ai suoi. Un soggetto potenzialmente pericoloso. Così mi aveva definito. “Bastardo! Era lui il pazzo!” Tu non mi giudichi un pazzo, per te io sono una persona normale e questo mi basta. Quando ti parlo, tu mi sorridi e io sto bene. Non è più possibile attendere che la morte arrivi quando lo desidera lei. La ‘grande falciatrice’… come sarà prenderle di mano la falce? In fondo sarà per legittima difesa da chi è ‘diversamente da te’. Ciao Milla, vado perché mi devo preparare. Stasera sono impegnato. Ma non con te, purtroppo.


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Sabato pomeriggio Camilla tornò a casa da Fontanellato, insieme a tutti gli altri ragazzi del gruppo. In tutto erano partiti con tre macchine diverse e sulla sua si erano raggruppati quattro dei più simpatici. La spensieratezza di quei giorni l’avrebbe accompagnata a lungo ed era felice al pensiero che Lucia quella sera sarebbe stata impegnata in qualcosa che forse un giorno avrebbe chiamato amore. O forse solo con il suo nome. Era in ritardo e le rimaneva poco tempo per cercare un regalo per Damiano, senza contare che voleva passare al cimitero a portare dei fiori ad Andrea; i soliti tulipani bianchi. Non ci andava spesso, ma quella sera la prospettiva della cena a casa di due coniugi felici, aveva gettato sale su una ferita che tardava a rimarginarsi. Sua sorella e Lorenzo trascorrevano la propria vita accanto alla persona amata. Non potevano sapere cosa fosse la solitudine. Magari lo intuivano, ma tra intuizione ed esperienza ci sono in mezzo molte lacrime che non ti asciuga nessuno, perché è più facile condividere la felicità che non il dolore. Andrea, il suo amore, lui si che aveva meritato di essere chiamato così. Un melanoma maligno glielo aveva portato via. Un giorno, mentre si radeva, aveva notato una chiazza sulla pelle ed era andato a farsi visitare da un dermatologo. Da quel giorno i nomi dei medici erano cambiati più volte, fino a diventare oncologo. Se lo ricordava ancora il primo giorno che era stato ricoverato. Con la sua vestaglia color vinaccia, riusciva a essere elegante anche in pigiama. Erano in ascensore e accanto a loro alcune persone attendevano di scendere al loro piano, felici perché finalmente qualcuno sarebbe tornato a casa. Una donna teneva in mano un mazzo di tulipani bianchi. Andrea a casa non c’era tornato più e quell’ascensore non era ritornato al piano terra per lui. I tulipani bianchi glieli portava lei al cimitero, perché in fondo, per chi crede, anche lui era tornato a casa. Erano passati quattro anni di lacrime, di tanti perché e di una casa nuova progettata per due, ma in cui lei abitava da sola. Decisa a non farsi travolgere dalla malinconia, quando fu uscita dal cimitero, si concentrò sulla serata che l’aspettava, per festeggiare il compleanno di Damiano. “Che cosa posso regalargli?”


Camilla si fermò davanti a un’orologeria. A Damiano non piacevano gli orologi, nonostante fosse succube del tempo. No, quello non era proprio il regalo giusto. Pensò ai vestiti, ma regalarne uno a un uomo sembrava qualcosa di troppo personale. Presupponeva una certa intimità e Damiano ultimamente non era certo da incoraggiare in tal senso. Si fermò davanti alla vetrina di un tabaccaio e lì vide ciò che le parve il regalo ideale. Una pipa curva classica, una Bent Courbe, diceva l’etichetta sotto. Damiano aveva cominciato a collezionarne quando era all’università e amava fumarle solo per rilassarsi un po’ la sera. La sua collezione ormai contava una ventina di elementi, come le aveva spiegato lui una volta, tutti appartenenti al modello dritto classico. Alcune più raffinate, altre dozzinali, un paio di esse avevano il fondo piatto per appoggiarle comodamente sul tavolo da gioco, non per niente si chiamavano Stand Up Poker. Non possedeva ancora nessun modello curvo e a lei sembrò bello cominciare quel nuovo ramo della sua collezione. Quando rincasò notò che la casa di Sandra, accanto alla sua, era già tutta illuminata e pronta ad accogliere gli ospiti. Lei e sua sorella abitavano in due villette gemelle, che i loro genitori avevano fatto costruire per le figlie. Le classiche assurde certezze di cui amano circondarsi i lombardi; come gli gnocchi al giovedì. Camilla passò prima a casa sua per rinfrescarsi e per prendere la torta che aveva preparato. Si fece una doccia e s’infilò una maxi-maglia marrone, si truccò e tirò su i capelli fermandoli con delle forcine qua e là. L’aspetto finale era quello classico di chi vorrebbe essere elegante, ma non ha mai il tempo per una messa in piega. Prese il regalo, la torta e si diresse attraverso il prato, verso la villetta di Sandra. Erano arrivati quasi tutti, salutò Damiano e Lorenzo, ma prima di andare in cucina da Sandra, passò in salotto ad abbracciare i suoi nipotini. Luca fu il primo ad andarle incontro. “Ciao zia, guarda cosa mi ha portato lo zio Damiano: è un ragno finto! Lo posso mettere sotto il tuo letto stanotte?” “Sì. Così poi mi vendico e vengo a farti il solletico mentre dormi!” Rebecca, tre anni, salì sopra la poltrona per essere all’altezza giusta per salutare la zia. Camilla la prese in braccio e la riempì di baci e carezze, fino a che la piccola non fu abbastanza soddisfatta. Era scura di capelli come il suo fratellino più grande, con gli occhi castani ed un nasino piccolo a patata. “Scommetto che questo è un pensierino dello zio Damiano”. La piccola stringeva tra le manine una scatola di perline di legno. “Sì. E’ per farla crescere bella e vanitosa come sua zia.” Simpatico come sempre, Damiano si era avvicinato e non aveva fatto attendere troppo la sua battutina. Camilla rise, facendo la finta offesa e raggiunse sua sorella in cucina, mentre Damiano si sedeva accanto a Luca sul divano con un libriccino in mano.


Sembrava quasi umano. “Lorenzo, cosa ti sei fatto?” Camilla aveva notato la mano fasciata e il livido sullo zigomo destro. “Niente di che, stamattina sono scivolato sui gradini fuori dall’ufficio. Ho messo la mano per terra in malo modo e sono andato a sbattere con la faccia contro il vaso di marmo che c`è lì accanto.” Damiano dal divano fece sentire la sua voce e si complimentò col fratello: “Neanche facendo a cazzotti con qualcuno, ti saresti potuto conciare così ”. Lorenzo era un bel ragazzo, ma da quando si era sposato con Sandra, aveva messo su qualche chilo di troppo. Grazie al suo metro e novantacinque, aveva giocato a basket per tutto il periodo del liceo, ma ormai le sue evoluzioni sotto canestro si limitavano a qualche tiro con Luca il sabato pomeriggio. Damiano non era molto diverso da suo fratello: un po’ meno alto, era ancora in forma grazie ai numerosi pasti saltati o mangiati frettolosamente in studio. Sport ne aveva fatto poco, solo un po’ di arti marziali quando era piccolo. Il suo senso del dovere lo aveva tenuto incollato ai libri per tutto il periodo in cui, solitamente, i ragazzi mollano lo studio e corrono a far due tiri a pallone. Quella sera indossava un gessato grigio, il che significava che si era trattenuto a lavorare fino all’ultimo, prima di venire a casa di Sandra. Camilla si muoveva in cucina accanto a sua sorella e, da una parte, il piccolo Andrea le osservava. Anche Sandra aveva sofferto molto quando morì il suo fidanzato e, per l’innato desiderio che i ricordi possano resistere alla morte, quando seppe che il suo ultimogenito sarebbe stato un maschietto, aveva scelto di chiamarlo con lo stesso nome. Forse sarà stato un caso, ma quel piccolo angelo era buono e pacifico come il suo omonimo predecessore. Bello paffuto, nonostante fosse ancora piccolino, si notava una fortissima somiglianza con suo papà e questo aveva acceso in Lorenzo l’orgoglio paterno. Sandra ai fornelli era stata eccezionale e la cena fu squisita. Ad un certo punto Damiano si mise a parlare con suo padre e suo fratello di una causa che stava seguendo in quel periodo. Un suo assistito era stato accusato dall’ex-socio di avergli portato via i clienti al momento in cui aveva deciso di mettersi in proprio. Damiano, dopo aver esaminato svariati documenti e aver ascoltato molte versioni da parte dei clienti del suo assistito, era arrivato alla conclusione che lui non aveva fatto concorrenza sleale, pubblicizzando la sua nuova attività, ma erano stati proprio loro che avevano scelto di seguirlo, sapendolo più onesto dell’ex socio. Sua sorella prese la torta e il vino e Camilla si fermò ad osservarla. In alcuni momenti si notava ancora una forte somiglianza tra le due sorelle che, quando erano piccole era molto più marcata, ma adesso per via della differenza d’età e di stile di vita, era meno evidente.


Sandra portava i capelli lunghi fino alle spalle, ed era un po’ più bassa. Il suo diventare mamma le aveva arrotondato un po’ tutta la figura, ma questo non la turbava, perché lo considerava la pena del contrappasso per avere i suoi tre angeli. Lei era felice, aveva tutto ciò che le permetteva di stare attaccata alla vita, ma senza commettere l’errore di credere di possederla. La vita non ci appartiene. Ti è solo data da vivere. E chi ha avuto il dono di ‘passare’ la vita a qualcun altro, questo lo capisce più intensamente di chiunque altro. “Sandra, qual è il segreto per la felicità?” “Non esiste, dolcezza. Per questo tutti la cercano, ma pochi la trovano. Forse il primo passo è quello di riconoscerla quando ti passa accanto.” “Ogni riferimento è puramente casuale e non voluto?” “Ovviamente.” Finita la festa, Camilla salutò tutti e si diresse verso casa sua. Quando entrò, posò le chiavi sul tavolo in mezzo alla sala i cui mobili, tutti intagliati, eredità della nonna Sonia, li aveva fatti restaurare lei ed erano diventati parte del suo arredamento. Ad essi si abbinavano dei divani in pelle, la televisione e pochi quadri di paesaggi. La cucina era in arte povera, sullo stile dei casali toscani. Al piano superiore, la camera che sarebbe stata dei bambini, semmai ne fossero arrivati, adesso aveva delle mensole piene di libri, uno scrittoio in toulipier, riproduzione fedele di quelli che si usavano nel XVIII secolo, ed un divano sul quale Camilla si sdraiava tutte le volte che voleva leggere. Alla fine del corridoio c’era la camera di Camilla, in stile spagnolo: andaluso per la precisione. Morbide onde di ciliegio sullo sfondo giallo della parete. Quando si mise a letto, cercò il solito messaggio di buonanotte che lei e Lucia si scambiavano ogni sera da quando era morto Andrea. Quella sera non c’era nessun messaggio ad attenderla e Camilla sorrise immaginando che la sua amica avesse ben altro a cui pensare. Glielo scrisse lei per prima e la risposta non si fece attendere molto: “Buona notte. Buona solo per te!” Forse la serata non era stata proprio delle migliori. Camilla provò a chiamarla ma lei aveva già spento il cellulare. Le mandò un altro sms: “Dopotutto domani sarà un altro giorno.” Dopo quella conclusione, a mo’ di Rossella O’Hara, Camilla si addormentò.


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