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Scritture

gegneria gastronomica piuttosto elaborata e impegnativa). Per tutta la cena «il cibo celebra se stesso e domina incontrastato facendosi materia di spettacolo e discorso», sostiene il latinista Conte, arrivando a sottolineare la sua «volgarità materiale».7 Il cibo offerto è un delirio di abbondanza e lusso, in un andirivieni sfrenato e opprimente di pietanze, che arriva facilmente al disgusto, alla nausea, al vomito e alla bulimia. Analogo è l’uso che del cibo viene fatto in una autentica ricezione novecentesca di questo tipo di simposio, che Marco Ferreri descrive ne La grande abbuffata.8 Il film racconta di quattro amici, tutti stimati professionisti borghesi, ben navigati nelle rispettive carriere, che decidono di rinchiudersi in una villa nei dintorni parigini, circondati in un primo momento solo di cibo, per suicidarsi mangiando, ingozzandosi fino alla morte. Inizialmente soli, decidono di compiere il loro allucinato viaggio necrofilo accompagnati da alcune prostitute e da una pingue, materna e felliniana maestra, la cui stessa carne sarà materia di pasti erotici, scambiata e usata dai vari commensali. Come nel prosimetro di Petronio, anche nel film di Ferreri il rapporto tra cibo e individuo è filtrato da un’iperbole, pacchiana e volgare, e da altrettanto suggestive architetture gastronomiche: in entrambi i casi il cibo non deve sfamare, ma stupire.

Ed esso diventa orgiastico, vero e proprio protagonista di un baccanale, la cui carnalità sessuale funge da sfondo a quella delle vivande preparate. Sono pietanze speciali: come nella Coena Trimalcionis, un delirio barocco che arriva esplicitamente a disgustare perfino i commensali. Stesse portate interminabili, identica reificazione dei cibi lanciati come oggetti ludici, medesime altitudini cibarie dalle innumerevoli decorazioni9 (addirittura in entrambi i casi viene scritto il nome di uno dei commensali, Trimalchione o la maestra, in una delle vivande). Ma in Ferreri l’iperbole iniziata da Petronio continua spingendosi oltre. Abboffarsi viene inteso come masochistica punizione («Mangia, Troia!», è l’imperativo dettato a una prostituta, che, satura dell’alienazione monomaniacale nel cibo, esclama: «Siete grotteschi, grotteschi e disgustosi. Perché mangiate se non avete fame? Non è possibile, non è fame!»). Il cibo è intrinsecamente legato al sesso, come benedizione e come maledizione. Appartiene al primo caso l’uso metaforico che ne fa Tognazzi,10 che paragona il culo di una prostituta a una meringa al cioccolato; e al secondo la scena in cui Mastroianni, solitamente imprigionato nel clichè del latinlover, esclama: «Non si può morire mangiando!», disgustato perché impedito nel raggiungere l’erezione necessaria per un coito anale tentato con la maestra, anche per colpa dell’obesità della partner. Appena due anni dopo Pier Paolo Pasolini riuscirà a concludere l’iperbole accentuandone la violenza e l’assurdità, e idealmente portando a termine il cupo pasto nero di Ferreri, nel suo Salò:11 qui la reificazione di uomo e cibo è ormai completata, e quest’ultimo non esiste, e se esiste non sfama né uccide, ma tortura fino all’estrema degenerazione. E porterà alla Fine, con l’apocalittico banchetto necrofilo a base di escrementi (anzi, di merda) e di patate ripiene di chiodi, le innocenti vittime, in un orrore assoluto.

Note 1 2

Hor., Saturae II, 8. Ipotesi avvalorata, tra gli altri, dall’antropologo e latinista Maurizio Bettini in La letteratura latina, Scandicci, La Nuova Italia, 2000.

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