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Fino a prova contraria

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Caos. Quindi lavoro come un guerillero: assemblo la mia armata, poi esco e faccio quello che devo fare». Elettricità atmosferiche candite ci accoglie con un inquietante tappeto sonoro da accompagnamento filmico tessuto con note di violino, sovraincisioni probabilmente tratte da pellicole (alla maniera dei seminali Skinny Puppy) nonché alcuni interventi rumorosi di una mosca. Evidenti i rimandi all’Industrial Music della prima generazione fine anni Settanta (Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire, Psychic TV) per quanto concerne le influenze e le sonorità, pure se si considera che il tipo di strumentazione “oggettistica” adottata passa dalle betoniere e i martelli pneumatici agli strumenti di lavoro da cucina, direttamente dipendenti dall’atmosfera che il disco dovrebbe avere. Ma al contrario, per quanto riguarda le tematiche, questo genere nato dal forte e disperato desiderio di protestare e ribellarsi contro la società, il consumismo, l’alienazione e i mass media, non sembra sposarsi a meraviglia con la gastronomia, se non forse come forma di contestazione, anche qua, verso gli eccessi, le oltranze culinarie di questa epoca. Carne cruda squarciata dal suono di sassofono alterna momenti rilassati (con un Mike Patton che sgranocchia grissini al ristorante, questo pare evocare l’ascolto dell’ambientazione!) a esplosioni a dir poco brutali di urla e chitarre compresse quasi grind-core da fare invidia all’allucinante sperimentalismo sonoro di Fixed dei Nine Inch Nails (1992). Futurismo e sbalzi emotivi, assoli per batteria (da cucina, ovviamente… in pratica una serie di pentole, bollitori, casseruole e leccarde percosse in maniera forse solo apparentemente casuale… da sembrare però un ammasso di latta e acciaio che rotola rovinosamente giù da una rupe), chitarre dissonanti, sassofoni che impazziscono ricordando le folli atmosfere di Strade Perdute di David Lynch oppure le ambientazioni noir degli italiani Macelleria Mobile di Mezzanotte, momenti di puro dadaismo musicale alternati a suoni e stridori che creano istanti di stasi, tensione e attesa. Probabilmente Pranzo oltranzista è anche un invito alla fantasia, alla pura evocazione di immagini attraverso i suoni: necessita di essere interpretato per arrivare a condividere ciò che la dimensione inconscia della mente di Patton ha concepito, in questo prodotto artistico di difficile catalogazione. L’aggettivo del titolo rimanda forse ai momenti più estremi e improvvisi di alcuni brani, o si potrebbe ricollegare a una disapprovazione che rimarrebbe nell’ambito gastronomico (si ricordino gli strumenti! Nonché la contestazione di cui sopra); di certo, associato all’immaginario culinario il termine crea un certo senso – sicuramente voluto – di straniamento. Oppure, il disco potrebbe essere una semplice provocazione dadaista, secondo peraltro lo stile dello stesso Patton. O entrambe queste cose. Per arrivare in ogni caso a capire (o almeno a ipotizzare) se questo controverso personaggio sia un genio oppure un autentico pazzo è necessario accettare il suo invito a pranzo. Il primo piatto: Garofani allo spiedo. Altrimenti, se preferite, Scampi alla carlina, cucinati dai te-

deschi Einstuerzende Neubauten di Blixa Bargeld, indiscussi maestri e pionieri del genere Industrial. Christian Ryder

Siti alimentari e slowfood.it Pressoché sterminato è il numero di siti italiani dedicati al cibo, e quasi altrettanto massiccia risulta la presenza in rete di indirizzi che rimandano ad argomenti o ad articoli variamente collegati con la relazione tra cibo e individuo. Per tentare di orizzontarsi un poco, facendosi un’idea piuttosto generale, si può partire da <guide.supereva.it /educazione_alimentare>. Presentato come guida, e curato da una nutrizionista, questo sito ha il pregio di fornire numerosi spunti, suddivisi per aree tematiche e per «argomenti» continuamente aggiornati. Ognuno di essi è correlato, tramite rimandi interni, ad almeno altri quattro, e di ciascuno viene fornita una trattazione breve e abbastanza superficiale. Ma, per l’appunto, il quadro risulta vasto, e il navigante se interessato potrà poi approfondire, magari scegliendo uno dei «link preferiti» indicati dalla Guida (in rigoroso disordine e senza introduzioni). Tra questi ultimi, ci sembra il caso di segnalare <www.slowfood.it>, per toccare anche solo di sfuggita la singolare realtà cui fa riferimento. Il sito è molto colorato e vivace, ma leggero e di agile e veloce esplorabilità, grazie soprattutto all’uso di un codice semplice e lineare, con per esempio molte tabelle e nessuno scomodo e oramai superato frame. Nella classica colonna sulla sinistra, si trova il menu con i link interni; e poi, nella home, al centro i titoli di un notiziario legato al mondo Slow, a destra i banner di siti amici e/o di interesse. La varietà mai banale di <slowfood.it> sembra in sostanza coniugarsi alla filosofia stessa del movimento Slow in ambito gastronomico, tesa al recupero delle particolarità e delle ricchezze delle cucine locali, regionali e nazionali; volta alla riaffermazione di una identità culinaria contro l’appiattimento e la standardizzazione del gusto; promotrice del valore del cibo anche dal punto di vista culturale. Per ciò che ci riguarda, condividiamo senza dubbio gli appena detti elementi e idee del progetto. Di poi, al di là delle questioni storico-sociali sulla materiale difficoltà, per alcune o per molte persone, di condurre una vita in senso largo Slow in un contesto veloce come quello attuale, e oltre ai dubbi (e alla loro liceità) sulla personale identità economica di chi può abbracciarla (e su chi invece ci marcia per fare soldi), ci pare del tutto condivisibile la possibilità di un contrasto se non altro dialettico con una esistenza sempre più frenetica. Carlo Schiavo

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