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Tracce

La contrapposizione dei costumi alimentari romani e germanici nasceva da diverse tradizioni e abitudini di vita dei due popoli, ma finiva per assumere i tratti di un vero scontro ideologico. Essa si conservò a lungo e in qualche misura si può dire che permanga tuttora, millecinquecento anni dopo, come elemento di differenza nel comune quadro culturale europeo. Tuttavia, l’evento più significativo dal punto di vista storico fu appunto la costruzione di questo quadro comune, all’interno del quale i contrasti si addolcirono, senza che le differenze venissero cancellate: proprio qui, in questa pluralità di prospettive che si rimescolano ma non si annullano, anzi arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuno, si trova la chiave per comprendere la straordinaria varietà della cultura gastronomica europea, la sua grande potenzialità inventiva e innovatrice. Il nuovo modello gastronomico, che vide confluire assieme la tradizione agricola mediterranea e l’economia forestale dei popoli germanici, basata sulla caccia e la pastorizia, si formò grazie a un processo di scambio e di acculturazione che a poco a poco modificò entrambi i protagonisti. Da un lato ciò avvenne per il peso sempre maggiore che i popoli del Nord (e dunque, indirettamente, il loro stile di vita) stavano assumendo nella nuova Europa. Dall’altro, per l’indiscusso (anche se logoro) prestigio che la tradizione romana comunque conservava agli occhi dei popoli invasori. Un ruolo decisivo in questo senso ebbe il diffondersi della cultura cristiana, che rafforzò e perpetuò i valori (anche alimentari) della tradizione di Roma, rinnovando in chiave religiosa le abitudini dell’alimentazione romana basata sui prodotti della terra, e in particolare sul pane e sul vino. Il primo processo, l’influenza cioè della cultura degli

invasori, avviene per imitazione dello stile di vita dei vincitori da parte dei vinti. La carne, simbolo di forza fisica e di potere guerriero, diventa nel Medioevo il cibo per eccellenza; contemporaneamente però si diffonde la cultura del pane e del vino, i cibi dell’identità grecoromana assunti ora a simbolo della religione cristiana, e perciò carichi di una valenza, oltre che nutrizionale, anche simbolica: è attraverso la condivisione del pane e del vino che nel rito cristiano si perpetua e rinnova il sacramento dell’Eucarestia. La compresenza e l’alternanza di prodotti animali e vegetali sulla tavola di tutti gli europei è inoltre veicolata dalle regole del calendario liturgico, che impongono l’alternanza di due modelli diversi, di magro e di grasso, secondo i giorni della settimana e i periodi dell’anno: l’atto di nutrirsi viene dunque rivestito di una fortissima valenza etica, e mangiare può diventare sinonimo di peccare. Questo aspetto morale dell’alimentazione è una novità introdotta nella cultura europea dal cristianesimo: se infatti nel mondo antico vigevano divieti alimentari riguardo a particolari cibi ritenuti puri o impuri, nella morale cristiana l’atto stesso del mangiare diventa un potenziale peccato, nel momento in cui da semplice soddisfazione di un bisogno di sussistenza esso diviene puro godimento dei sapori. Con questa serie di fenomeni, intrecciati tra loro e spesso interdipendenti, si costruisce, nell’Europa dell’alto Medioevo, un comune e nuovo linguaggio alimentare che è il diretto precursore del nostro attuale rapporto con il cibo. Il nostro modo di mangiare si è costruito in rapporto con la complessa serie di cambiamenti culturali e storici che hanno interessato l’Europa fino dal suo formarsi come entità geopolitica.

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La questione della birra Problematico, soprattutto in Italia, fu l’incontro fra la cultura «barbara» della birra e quella vinicola locale. I Romani consideravano questa bevanda bassamente popolare, e la guardavano con diffidenza anche religiosa, data la sua provenienza Celtica (specie Gallica) e Germana. Per simili motivi, essa fu in seguito denigrata dalla Chiesa, che arrivò ad assimilarla a una «pozione infernale»: se il vino per i Cristiani si trasmuta nel sangue del Salvatore, la birra non può che essere la bevanda dell’Anticristo. Cosicché, nel

medioevo la sua produzione fu tenuta sotto stretto controllo, e passò in molti casi nelle mani dei monaci delle abbazie (che vi videro invero anche un buon modo per allettare i pellegrini, oltre che un ritemprante nutritivo per loro stessi). Nacquero allora numerose fabbriche di birra, specialmente in Belgio (patria delle formidabili trappiste) e in Francia. Proprio in quest’ultimo Paese, la birra autoctona e il vino di importazione romana si divisero la scena. In Italia, al contrario, la diffidenza si perpetuò, fino a riversarsi oggi

nell’ambito di un gusto e di un pensiero diffusi, non solo a livello popolare, che collocano la birra in una posizione comunque subordinata rispetto al vino. Tuttavia, in questi ultimi anni, e in particolare al Nord, si sta comprendendo che la birra non è solo una bevanda dissetante, bensì un prodotto, gastronomico e culturale, di dignità pari a quella del vino. Carlo Schiavo

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