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Confini

re» fa dire Julian Barnes in England, England a un cinico uomo d’affari [J. Barnes, England, England, Oxford, Picador, 1999, p.40; trad. it. England, England, Torino, Einaudi, 2000, p.46]. Il problema sta proprio nel verbo sell, ‘vendere’. Non c’è nulla da vendere nelle Afriche! Non c’è nulla da guadagnare. «Le Afriche» è una espressione che ama usare Carmine Curci, direttore di «Nigrizia»; in essa si evidenzia la compresenza delle molte realtà e identità del Continente Nero e, in senso più esteso, del mondo nero. Realtà che non si riconoscono nell’immagine convenzionale di una sola Africa, povera e affamata. Carmine Curci scuote il nostro sogno umanitario, parla da politico ed economista, risponde alle nostre domande. C’è una sfumatura non troppo sottile tra il termine cibo e il termine fame. Quanta fame ha l’Africa? Quanto cibo ha l’Africa? L’Africa è il secondo più grande continente al mondo, ma soprattutto l’Africa non è un continente povero. Il Sudan, che in gennaio ha visto finalmente firmata la pace dopo ventuno anni di guerra civile, potrebbe produrre con la ricchezza delle sue terre grano a sufficienza per sfamare tutta l’Africa; un altro esempio riguarda l’Angola e le sue grandi distese di legname; molti altri paesi hanno nelle loro risorse naturali possibilità per emergere e rendere autosufficiente tutto il continente. C’è un’ombra lunga dell’Occidente in Africa? Ci sono le guerre. Se noi mettiamo insieme i paesi che hanno una situazione di guerra o di guerriglia, ci accorgiamo che questi sono i paesi più ricchi o potenzialmente più ricchi. Quello che l’Africa chiede è di essere competitiva sul mercato. Le grandi multinazionali si muovono con politiche che creano disparità: proteggono i propri agricoltori con grossi incentivi. Il mais americano con grossi contributi statali costerà molto meno del mais africano perché in Africa non ci sono contributi statali. Inoltre i prezzi vengono decisi nelle grandi Borse internazionali. È importante capire che l’Africa non vuole aiuti. Chiede commerci, chiede mercati. Bisogna domandarsi se il governo statunitense e quelli europei sono disposti ad aprire il mercato globale al mercato africano, senza costruire tanti ostacoli. Pretendono di entrare con merci e servizi nel mercato africano ma non vogliono che il mercato africano entri in Europa. Proprio nell’editoriale dell’ultimo numero di «Nigrizia» ho affrontato personalmente questo tema. Il 92% degli aiuti italiani allo sviluppo è speso nell’acquisto di prodotti e servizi italiani, una quota tre volte superiore alla prassi che si assesta intorno al 30%. La questione è che un aiuto vero che si sviluppi negli anni e non si fermi a un puro avvenimento assistenziale, na-

sce quando all’interno del progetto la voce del profitto per il paese donatore è minimale o ininfluente. Se nell’esprimere una solidarietà materiale viene considerata una clausola tale da restringere l’appalto degli aiuti a ditte della nazione che soccorre, se si affianca al nostro atto di generosità il senso di guadagnarci qualcosa, sappiamo già come andrà a finire: ne deriverà un aiuto assistenziale che una volta svanito l’effetto immediato lascia sul territorio nuovi bisogni che non possono essere soddisfatti senza un continuo intervento esterno di chi ha aiutato. È la differenza tra un vero intervento d’aiuto e la sponsorizzazione. Le porto un esempio. Durante la mia permanenza in missione in Malawi, si verificò una carestia. Arrivarono molti aiuti internazionali; dei sacchi di grano bianco furono distribuiti alla popolazione affamata. La gente cominciò a fare il pane bianco. Finita la carestia il governo si è trovato a dover sedare disordini perché la popolazione pretendeva ancora grano bianco per il pane. Bisogna sviluppare fortemente e assolutamente l’idea che prima di ogni intervento sia necessaria la conoscenza della cultura del popolo che si aiuta. È l’unico metodo per non dissipare energie e risorse nella ricchissima selva culturale delle duemilacento etnie che popolano l’Africa. 43

C’è un’unità di misura che determina la soglia della povertà estrema: meno di un dollaro al giorno. Ci piace poco questo parametro; ha la capacità di monetizzare l’esistenza e le esigenze di un uomo. Dovrebbe sconvolgerci e non lo fa. Come vivono le comunità africane più bisognose la quotidiana necessità di nutrimento? Attenzione! In alcune tribù nomadi avere un dollaro al giorno è una ricchezza. Usare i termini di quantificazione occidentale nella realtà africana è un azzardo che ci porta lontano dalla verità. Dobbiamo mettere da parte l’idea che l’Africa sia un continente di estrema povertà. Dove c’è la fame ci sono delle responsabilità politiche internazionali. Dove c’è la fame c’è guerra, carestie, fattori ambientali. Dove la gente può produrre e commerciare non c’è fame. I popoli africani sono popoli che si muovono, che fanno

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