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Visioni dere. È possibile dunque riconoscere la poetica di un artista attraverso lo studio delle sue opere e dei suoi scritti teorici, cercando di individuare la sua concezione dell’arte e il suo modo di procedere. Una poetica si può definire metonimica quando risulta fondata su una rappresentazione, o meglio una «designazione», di un fenomeno, un oggetto, «un’entità qualsiasi mediante il nome di un’altra entità che stia alla prima come la causa sta all’effetto e viceversa, oppure che le corrisponda per legami di reciproca dipenden-

za (contenente/contenuto; occupante/luogo occupato; proprietario/proprietà materiale o morale ecc.)» (Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, RCS Libri & Grandi Opere, 1995, p. 149). Si può definire metaforica quando la concezione si basa sulla «sostituzione di una parola [o qualsiasi altra entità del discorso] con un’altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita» (ivi, p. 160).

La Fame nera – assaggio del Minestrone Malincomico, fiabesco, cupo, giocoso e gioioso, Il Minestrone (Raiuno, 1981, di Sergio Citti, sceneggiatura di Sergio Citti e Vincenzo Cerami, con R. Benigni, G. Gaber, D. Nicolodi, F. Citti, N. Davoli) fu una fiction per la Rai, atipica per i toni favoleggianti, allegorici e picareschi: data l’originalità creativa ne fu anche montata una versione cinematografica (più corta, più brutta). Il film tv, in tre puntate, racconta un viaggio allucinato, in un’Italia dominata dal verde, dal vento e dalle nuvole, fuori dal tempo e dalla storia (un’assenza cronotopica, caratteristica delle favole), di veri e propri picari post litteram, che della ricerca del cibo fanno modo di vita, spinti da una fame atavica. In origine sono due accattoni, alla disperata ricerca di cibo nella monnezza (il cibo come spazzatura?) nelle borgate periferiche di una grande capitale italiana. Finiti in carcere per avere innocentemente osservato il cielo, conoscono il Maestro per antonomasia (Benigni), la cui ars docendi è la deprecabile abilità di «fare il vento», ossia cibarsi nei ristoranti migliori senza pagarne il conto. La ricerca di cibo, inizialmente individualistica, diventa un’utopica ricerca collettiva, un unanimismo ideale in cui ai due discepoli e al Maestro, mediante peripezie, si aggiungono anime sole, sbandati, suicidi, briganti, tutti con un unico fine: quello, basso e corporale, di saziare una fame disperata, la fame come essenza. La favola, «la versione nera di Pinocchio» (Paolo Mereghetti nel Dizionario dei film), prosegue in un famelico viaggio alla ricerca della tavola, seguendo idealmente il romanzo di Collodi: c’è un Mangiafoco, ricco borghese da commuovere per avere la libertà di mangiare, c’è un Melampo umano incatenato per avere cercato di sfamarsi nascosto in una trattoria. Il contrappasso è una desolata ex locanda, Al Verme Solitario, in cui i picari mangiano ferro, e finiscono in lavanda gastrica. Il cibo

morso si fa sempre più fine, dal rubbish diventa vivande popolari in taverna poi un’onirica Olimpiade dello Spaghetto, quindi pietanze ricercate, fino alla sintesi assoluta, quasi metafisica, del cibo: la Flebo. Il Maestro Benigni, carismatica guida dei picari, cede in ospedale il suo ruolo a chi sembra saperne di più: è Lui, il Messia della Fame, un cupo e terminale Gaber, armato di flebo anziché di scettro pastorale, che li guiderà in una sorta di Paradiso dove sfamarsi per sempre. Il viaggio diventa

ascetico, i picari sempre più numerosi e affamati (ivi compreso un cane, Amico) e il sentiero montuoso. Ma l’Empireo sognato, in cui cibarsi, si rivelerà una simbolica Morte: un cocuzzolo innevato con una banda che suona, il nulla assoluto. «Ma dove c’hai portati?», chiederà il Maestro al Messia; lapidaria la fine della vana ricerca, nella risposta: «Che cazzo ne so!».

Daniel Agami

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Argo X / Questioni di gusto  

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