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Scritture

ogni capitolo), e abbondano le descrizioni minute dei colori, dei profumi e dei sapori. Quindi la presenza di Amado in un articolo sui ricettari non è affatto fuori luogo; lo scrittore brasiliano è giunto a concretizzare in un’antologia di ricette ciò che ha caratterizzato tutta la sua produzione letteraria, cioè la descrizione del Brasile anche (forse soprattutto) attraverso il cibo. E i suoi romanzi sono nel contempo opere di narrativa e maestosi ricettari. Come preannunciato, ho scelto di trattare soltanto di due casi letterari, cioè le opere di Artusi e di Amado, perché mi sembra mostrino in maniera efficace quel curioso rapporto tra gastronomia e letteratura che talvolta (ahimè, solo talvolta) si instaura attraverso il ricettario. In effetti, il desiderio di sintesi mi ha portato a escludere molte opere, come il celeberrimo Afrodita di Isabel Allende,6 o, per tornare all’Ottocento, il mostruoso, ma in senso letterario comunque rilevante, ricettario di Alexandre Dumas padre;7 e l’intenzione era non di creare un’antologia dei ricettari artistici, ma di studiare come un ricettario possa diventare un’opera d’arte, o almeno, per una volta, possa essere un po’ più divertente del solito.

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Consiglio l’ottima edizione a cura di Attilio A. Del Re, De re coquinaria: antologia di ricette - Marco Gavio Apicio, Milano, Viennepierre, 1998. Pellegrino Artusi, La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, Firenze, Giunti, 2003. Jorge Amado, Donna Flor e i suoi due mariti, Milano, Garzanti, 1986. Mentre i romanzi per così dire realisti appartengono a un altro filone della produzione dello scrittore brasiliano, che in opere come Mar Morto (Milano, Mondadori, 1985) e I capitani della spiaggia (Milano, Garzanti, 1988) si rifà a uno stile prossimo a quello di Vargas Llosa. E che redasse, tre anni prima di morire, con la collaborazione della figlia Paloma. Jorge e Paloma Jorge Amado, La cucina di Bahia ovvero Il libro di cucina di Pedro Archanjo e Le merende di Donna Flor, Torino, Einaudi, 1998. Isabel Allende, Afrodita: racconti, ricette ed altri afrodisiaci, Milano, Feltrinelli, 2000. Alexandre Dumas, Il grande dizionario di cucina, a cura di Carlo Carlino, Palermo, Sellerio, 2004.

Il grande (ab)buffone

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Alle carriere di attore, regista, presentatore e comico, a Ugo Tognazzi va aggiunta quella di gastronomo. In cucina Tognazzi fu eccentrico, creativo e fantasista non meno che in televisione, in teatro o al cinema, al punto che lui stesso definì la sua una «cucina d’arte». La vocazione gastronomica si intersecò con gli altri ambiti lavorativi: nel cinema fu spesso il regista culinario delle scene gastronomiche (preparandone le delizie); inoltre collaborò alla trasmissione radiofonica Gran Varietà di RadioRai con una rubrica di ricette. Divenne gastronomo, come si direbbe all’Università, in quanto cultore della materia: alcuni suoi piatti sono stati accolti dai ricettari popolari e pratici, come gli spaghetti alla Tognazzi. Per questo attore il cibo è pure espressione artistica, il frigo «spettacolare» (ipse dixit); l’abilità culinaria diventa comunicazione creativa, e la cottura una vera e propria performance. Tognazzi si preoccupò di documentare la

propria attività gastronomica (assieme a una visione del cibo come linguaggio artistico - comico, satirico, grottesco), e di recente il suo ricettario è stato riedito (L’abbuffone, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2004). Le sue, come recita il sottotitolo, sono proprio «storie da ridere e ricette da morire»: delle prime fa parte la sezione Autogastrobiografia, testo umoristico, biografico e culinario al tempo stesso; delle seconde le sezioni Ricettario e La Dernière Bouffe, dove le «ricette da morire» sono quelle de La grande abbuffata di Ferreri, come il Purè di Patate, la torta Andrea o la Bavarese di Tette, compromesse dalla sceneggiatura del film come foriere di morte. Il ricettario di Tognazzi è allo stesso tempo popolare e nobile: la minestra della nonna e la zuppa di cipolle si alternano agli uccellini dal becco gentile con polenta, la macedonia di angurie alla brioche al tartufo. Particolare attenzione va data alla titolazione delle ricette,

con cui Tognazzi rende unica la raccolta: la Mia carbonara diventa My Cherbounerau e seguono la Bresaola condita a modo mio, le Costine alla Mao, le mitiche Orecchiette al sugo bastardo, gli Spaghetti alla sgualdrina (variatio degli spaghetti alla puttanesca?), la frittata Austerity (in tempo di crisi, dopo il 1973), fino alle politically uncorrect La checca sul rogo o i Coglioni di Toro al Pernod. Il ricettario è assieme virtuosismo culinario, testo umoristico e documento di grande interesse filmologico (soprattutto la sezione sul film di Ferreri). Resta solo un mistero: come di questa documentata passione non vi siano state tracce nel fisico dell’attore, a differenza di quanto accaduto ad altri amici artisti privi di abilità culinaria ma pinguemente compromessi, come lo stesso Ferreri o il compagno e amico Paolo Villaggio…

Daniel Agami

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Argo X / Questioni di gusto  

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