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Scritture

Futurismo, egli annuncia che il suo movimento sta per sovvertire il sistema alimentare. E così è: il 28 dicembre 1930, come già detto, viene pubblicato il Manifesto della cucina futurista.

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Che cosa asserisce tale manifesto? È fin troppo facile rintracciarvi gli stilemi più classici del Futurismo. Nell’esordio squilla già la tromba della rivoluzione, dacché vi si legge: «Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina».5 Parole chiave sono: rinnovamento e impopolarità. Il disprezzo per la tradizione passatista si fonde anche qui con «la voluttà d’esser fischiati»,6 di cui già nel 1911 i futuristi si ammantavano in sfregio al tradizionale pubblico teatrale, fatto di «uomini maturi e ricchi, dal cervello naturalmente sprezzante e dalla digestione laboriosissima». Difatti anche qui nel Manifesto della cucina segue subito una clamorosa provocazione: il primo paragrafo è intitolato Contro la pastasciutta. Per prima cosa, nella sua filippica, egli parafrasa il motto di Feuerbach («Si è quello che si mangia») e scrive che «si sogna e si agisce secondo quello che si beve e si mangia». Ciò postulato, si presenta subito il nocciolo della questione: «Noi Futuristi… prepariamo una agilità di corpi italiani», e poiché «nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante», è dunque necessario stabilire «il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce». Prima di tutto va abolita la pastasciutta, «assurda religione gastronomica italiana». Essa, secondo i Futuristi, è un alimento difficilmente digeribile, che appesantisce e assonna, causando negli uomini «fiacchezza,

pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo», non adatta quindi a una razza che vuole farsi più forte. Dopo l’abolizione della pastasciutta Marinetti illustra le altre rivoluzioni da portare a tavola. Secondo la sua prospettiva, la chimica deve impegnarsi nell’inventare cibi in pillole che, distribuite dallo Stato, possano sfamare e nutrire il popolo. In questo modo l’uomo non dovrà più lavorare per procurarsi il cibo. Se a questi traguardi delle scienze chimiche si assomma lo sviluppo prodigioso delle macchine che diventeranno il nuovo «obbediente proletariato», per Marinetti l’uomo in futuro avrà bisogno di lavorare solo due/tre ore al giorno, e potrà così «nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi perfetti». Ma qual è il pranzo perfetto? Per prima cosa egli suggerisce due specialità: prima Il Carneplastico, assurda vivanda di forma fallica, costituita da un cilindro verticale di carne ripieno di undici qualità di verdure, che poggia su un anello di salsiccia e tre sfere dorate di carne di pollo e coronato da uno spessore di miele; quindi, la vivanda Equatore + Polo Nord che, con una rossa distesa di torli d’uovo su cui si erge una bianca montagna di albume solidificato con spicchi di arancio-sole incastonati e «pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit», evoca la fusione dei due orizzonti antitetici nella simultaneità che abolisce lo spazio. Negli altri punti del suo manifesto, poi, Marinetti afferma che bisogna mangiare con le mani e che vanno abolite le posate, poiché il cibo deve dare «un piacere tattile». Egli auspica inoltre dei «bocconi simultanei che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi», capaci di «riassumere una intera zona di vita».

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