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allegato di ARGO

Questioni di gusto


Immagini: p. 1: Francesca Blesio, Martì al mercato; p. 2: disegno di Valentina Spina; p. 5: Pierpaolo Totti, Senza Titolo; p. 6: Dan Di Caprio, Untitled; p. 8: Serena Terranova, Bouquet; pp. 9, 10: disegni di Giulia Ferrandi; p. 11: Serena Terranova, Bea Bacia Bene; pp. 13,14: fotografie di Serena Terranova, serie Dolce ricordo; pp. 15-18: immagini tratte da: Claudia Salaris, Cibo futurista. Dalla cucina nell’arte all’arte in cucina, Roma, Stampa alternativa, 2000, per gentile concessione dell’editore; p. 19: Giuliano Colliva, Vendo frutta; p. 20: Giuliano Colliva, Gallina al mercato; p. 21: Francesca Blesio, Letture; p. 22: fotografia di Francesca Blesio; p. 23 Francesca Blesio, Ristoro Zinacantan; p. 24: Serena Terranova, Verdure nel passato; p. 25: Serena Terranova, La manotorta; pp. 27-28: immagini tratte, per gentile concessione, da <www.comune.parma.it> e da <www.chromo.be> COLLECTOMANIA; p. 29: disegno di Giulia Ferrandi; p. 33: Dan Di Caprio, Untitled; p. 34: Serena Terranova, Ti bevo in tondo; p. 35: Zack Patton, Untitled; p. 37: Pierpaolo Totti, Copa d’tësta; p. 38: Francesca Blesio, Granaglie; p. 39: fotografia di Francesca Blesio; p. 40: fotografia di Francesca Blesio; p. 41: Francesca Blesio, Proporzioni; p. 42: disegno di Giulia Ferrandi; p. 43: fotografia di Francesca Blesio; pp. 45, 46 disegni di Giulia Ferrandi; p. 48: fotografia di Francesca Blesio; p. 49: Pierpaolo Totti, E pchèr; p. 50: Giuliano Colliva, Verdure; p. 53: Francesca Blesio, Porcellini cubani; p. 54: <http://www.who.int/multimedia/indiaweb/galleryfeature/animals/who-211946.jpg> Copyright - WHO / P. Virot; p. 55: Mirco Mungari, Maccarruni e cavatelli; p. 57: Dan Di Caprio, Untitled; p. 58: <http://eddi.flisar.de/fun/homer.bmp>; pp. 66, 67: fotografie di Giuliano Colliva; p. 69: Piero Schiavo, Girona; pp. 70-72: disegni di Giulia Ferrandi; p. 73: Giuliano Colliva, Nonèmicafacile; p. 74: Pierpaolo Totti, Romantèca; pp. 76, 77: fotografie di M&F; pp. 78, 79: disegni di Giulia Ferrandi Tipografia: LIPE, San Giovanni in Persiceto (Bo) Con il contributo dell’Università degli Studi di Bologna

Errata corrige: Nello scorso numero di «Argo», l’articolo di Oscar Fuà (Seneca e l’età di Nerone: una scelta difficile fra otium e negotium) presentava alcuni errori bibliografici. Forniamo qui di seguito le indicazioni corrette: Nota 4: Concetto Marchesi, Seneca, Milano-Messina, Principato, 19443, p. 66; Nota 8: Alfonso Traina (a cura di), Seneca. Letture critiche, Milano, Mursia, 20002, pp. 71-81; Idem, Il tempo e la saggezza, in La brevità della vita di Seneca, Milano, BUR, 199910. Ci scusiamo vivamente con l’autore dell’articolo e rimandiamo al sito di «Argo» per una versione senza errori. Proprietà e diritti riservati. Manoscritti, foto e disegni, anche se non pubblicati, non saranno restituiti. I testi e i servizi sono libere scelte redazionali. Delle opinioni manifestate negli scritti sono responsabili gli autori, dei quali la direzione intende rispettare la piena libertà di giudizio.


La buona novella Johnson&co.

Frigòri Il frigorifero è meraviglioso ma bisogna sempre tenerlo d’occhio mia madre Capita che dio il sabato mattina spalanchi lo sportello di questo universo e con perizia disponga nuove generazioni occupando lo spazio disponibile in ogni ordine di posti. Una serie intermittente di albe elettriche squarcia l’oscurità refrigerante del mondo verticale e turba la quiete della conservazione, mentre la mano premurosa dell’altissimo provvede a ripopolare anfratti e piani disabitati, abbandonati al loro pallore nivale. Con cura materna egli stipa tra le decane le nuove creature secondo un disegno imperscrutabile, le estrae delicatamente dal magma vitale di confezioni e incarti che riposa ai limiti dell’universo in alcuni sacchetti colorati; tra le mani, le osserva e in silenzio ricorda l’attimo in cui le ha vedute tra gli scaffali delle corsie, esposte meticolosamente in un iperuranio alimentare, l’attimo in cui si è innamorato di ognuna cogliendola tra centinaia di simili. Inginocchiato davanti all’universo spalancato,

lentamente ritrova lo spazio assegnato ad ogni nuova creatura dall’inizio dei tempi e la adagia dove è attesa dal vuoto lasciato da antenati estinti, accanto ad altri simili cui l’arrivo di una generazione odorante di nuovo annuncia la prossimità della fine. In quel momento, fatalmente, il gesto di dio che inaugura la vita per come essi la conoscono concretizza il futuro stesso della loro morte. Poi il mondo saturo di nuova vita ripiomba nella notte termoregolata e nel silenzio, almeno così dio immagina. Mia madre ignora che nel frigorifero chiuso la sua pragmatica domestica esploda in un’esistenza brulicante, dove lo smarrimento dei nuovi arrivati viene mitigato dalla saggezza di vecchi, dove la consapevolezza della transitorietà della vita maturata alla luce dell’estinzione delle generazioni precedenti si confonde con l’euforia incosciente di altre future vittime. Gli yogurt portano in fronte la data del loro sacrificio; come ogni altra creatura pastorizzata, maledicono ogni attimo la vita adorandola disperatamente o si affidano a sogni di infiniti mutamenti artificiali verso una rarefazione che li renda finalmente liberi, semplici odori di. I salumi nascono avvolti in sudari, condannati a morte destinati a susseguirsi freneticamente, si interrogano sulla sorte delle carni criogenizzate, rinchiuse in un empireo glaciale, tra fo-

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reste di stalattiti e rovine di una civiltà inghiottita dal gelo. Le verdure più giovani ascoltano senza fiatare i racconti delle zucchine rugose sul fondo del cassetto, prima di salire a giocare ed a fidanzarsi - sprovvedute - con i formaggi cremosi. I cespi d’insalata avvizziti mettono in guardia le carote dall’avvicinarsi troppo alle olive per non infrangere l’antico tabù. Il gorgonzola fetente rannicchiato in un angolo biascica dentro di sé il delirio di un universo ammuffito che elegga il suo puzzo ad atmosfera, senza avvedersi degli sguardi languidi di uno spicchio d’aglio che freme dal desiderio di congiungere il suo all’odore del reietto formaggio in uno sposalizio di fragranze che le sublimi. Uova sincronizzate in equilibrio su un cornicione di mondo marciano verso un divano di burro. Una pesca altezzosa declama terzine di fronte a una platea di sottilette. In una terrina alcuni fichi si pavoneggiano, un mezzo limone in un angolo sentenzia rinsecchito. Il cielo dell’ultimo piano, aperto e silenzioso, ospita barattoli innumerevoli ed affusolati; i più minuti si sforzano di allungare il collo per assomigliare alle mastodontiche torri di latte, il cilindro argenteo del caffè riflette su di sé la tensione verticale di una Manhattan imbottigliata. Scendendo, i cieli si abbassano e le ombre si infittiscono tra testug-

gini millenarie di parmigiano e cartocci di latticini sconosciuti. Un melone solitario ruota su se stesso tra satelliti immobili, rossi minuscoli pomodori. Nelle caverne dell’ultimo scomparto, scosse dai subbugli delle viscere elettriche del frigorifero, i vegetali bisbigliano nella giungla umida di loro stessi. Cipolle e patate trattengono dentro di loro i teneri germogli per dissimulare il trascorrere del tempo, una melanzana si lamenta, mormora ad un gambo di sedano della presenza ossessionante, di fronte a loro, di sfingi di vetro immobili… Le latte e le bottiglie schierate di fronte alla congrega di vegetali, escluse dalla pianificazione divina, destinate alla contemplazione del mondo, scrutano ora distrattamente ora con curiosità i movimenti degli alimenti, tendono l’orecchio ai loro discorsi, spiano i loro giochi e la quiete, sorvegliano il brulicare della vita. Educate al silenzio ed alla conservazione dell’ordine imposto dall’alto fattore, vigilano, origliano, inquisiscono: accolgono alla loro ombra delatori zuccherini ed informatori prezzolati, raccolgono notizie su eventuali dissidenti quindi strisciano a prostrarsi al cospetto di sua santità bottiglia di Liquore alla pera, che dall’alba dei tempi predica l’infal-


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libilità divina e inaugura crociate contro sediziosi e miscredenti tuonando contro la poca fede della moltitudine, minacciando punizioni sacrosante, scomunicando sette di dolciumi, ghigliottinando zucchine atee. Dopo ogni nuova alba Liquore si rivolge minaccioso alle folle santificando l’ordine dell’esistente e giustificando ogni intervento della Luce: perché ogni sacrificio ed ogni calamità, il crollo di piramidi di vasetti, le frane di colli di pomodori, rispondono tutti alla volontà dell’Altissimo. Spiritato egli inveisce contro chi tema l’infallibilità del divino e compatisce le famiglie di zucchine chiamate sempre più spesso a soddisfare la volontà dei Suoi figli; terrificante per pietà, Liquore alimenta il sospetto e lancia anatemi contro chi semplicemente dubiti. Inneggia all’obbedienza ed austero squadra le genti dall’alto del suo scranno. Una carota sepolta tra i radicchi stramaledice la vigliaccheria del predicatore. Non si distinguono, di fronte al predicatore, timorati di dio ed ignavi. Ma lungo le pareti del frigo, in una cavità profonda e sconosciuta, si sussurra viva un eremita vecchio quanto il Liquore che intorno a sé raccoglie un manipolo di facinorosi pronti a tutto pur di sovvertire l’ordine e rovesciare il sistema restituendo la libertà negata dalla paura. Il Venerabile vaso d’olive piccanti, incastonato in una nicchia invisibile persino a dio, dimenticato dal tempo in un’estasi di salamoia, interrompe interminabili mistici silenzi e racconta con voce tremolante l’alba primigenia, i primi attimi dell’universo e della storia. Gorgogliando sommessamente narra di un equilibrio splendido e fragile, della gioia di appartenere alla vita e della quiete con cui la si abbandonava oltre le frontiere del mondo. Racconta di foreste rigogliose di radicchio ed insalata, di lunghi viaggi ai confini dello spazio conosciuto, fino alle terre di ghiaccio del freezer, tra colonie di pinguini piselli e muschi di prezzemolo. Affascinati dalla diversità assoluta, nessuno distingueva tra carni e formaggi, tra verdure e frutta, ognuno si beava nella conoscenza dell’altro. Ognuno era libero di muoversi dovunque e non era raro scovare, insediatisi tra cime di rapa, alcuni chicchi d’uva; non spettavano alle carni ed alle confezioni i piani più alti, germogli di soia come felci si tuffavano dai primi cieli, cattedrali di peperoni sovrastavano piscine di maionese dove sguazzavano famiglie di capperi, dove dolci finocchi si ritiravano a bagnarsi. Anche quelle maledette bottiglie, sussurra, partecipavano alla vita.

Perciò il Venerabile aveva chiesto ai propri discepoli di risparmiare loro offese e scempi, li aveva pregati di non farne oggetto di violenza, di non riversare contro di essi una rabbia ignorante. Per restituire al mondo la propria libertà, si sarebbero dovute convincere le genti a non aver paura, ad avere il coraggio di sentirsi libere, di muoversi dovunque e non solo dove era loro concesso da un’autorità terrorizzata. Di riguadagnare ogni luogo, ogni istante di vita. Infiammati dalle orazioni francescane del Venerabile, giovani pomodori sgargianti e candide mozzarelline si lanciano ad evangelizzare il frigo con l’esempio. Si infilano nei vasetti di carciofi, si nascondono in prossimità del cuore di un cavolo, si travestono da olive, prendono il posto dei semi in un semicocomero, si arrotolano negli insaccati, fischiettano stonando in un coro di uova, si rincorrono tra cespugli di valeriana, arredano la cavità di una zucca, quando l’alba, un’alba, un’alba giusta o terribile, un’alba qualunque ed imprevedibile squarcia ancora i cieli. Dio ed uno dei suoi figli infilano propaggini divine nello spazio, scovano ed estraggono creature nel sonno, esseri in lacrime, corpi aggrovigliati tra loro, tutto ciò che devono. Li portano via.

22. Insalata gustosa Ingredienti (per sei persone) 1 cespo di lattuga 2 cespi di radicchio rosso 1 cespo di insalata romana ravanelli 100 gr di fontina 4 alici 100 gr di olive verdi snocciolate capperi olio extravergine d’oliva aceto sale PREPARAZIONE …

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La buona novella Neil Novello

Ricotta e Nazionali

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«Ffà e cose comme se fanno, m’hai capì?». Arumma sputacchiò con le parole la saliva unta di maiale. «E sì… e sì… non ta preoccupà, ià papà!» bofonchiò Ciccuzzo un po’ ammoccolato, mentre si passava tre dita strisciandole sull’occhio destro, come a spalmarsi il catarro versatogli addosso dal padre. Sotto una calandra infernale, con le mani nere affossate nelle tasche, e la cocuzza incassata nel colletto taurino, Ciccuzzo scivolava via sul lastrico bruciato dal sole. Già sapeva come avrebbe combattuto, dopo la strenna paterna, con Pumiddro, là sotto alla calata di via del Mulino. «E che me ne frega a mmè!» rimuginava subito nel mappamondo di capelli sul testone stracarico di riccioli come una fitta vegetazione di cerretti neri e lucenti, che s’accoccolavano sulla nuca. «Mo vado, e se non cede… piàgne!» baccagliò ancora dentro di sé, ferino e dannato con il suo occhietto lucido e febbrile, quello del malandrino impunito, che già gli s’era stampato un ghigno memorabile sul muso, e il labbro infinitamente torto e incazzoso reclamava già la questione! Là sulla strada, non c’era manco un’anima persa a sospirare. Quaranta gradi all’ombra che sembrava d’averci la febbre del cavallo, povero figlio, a doversene andare per le Carcare, solo come un mendicante, ad accattare rogne e buscare male parole in giro per il paesello. Il caggio di Pumiddro era già là, e come se c’era, e il poverello, tirando il moccolo su e la capoccia indietro, se la strisciava come un serpentello, raso raso alla cunetta piena di merde secche appostate sul limite mentre altre facevano vedetta sulla strada. Al pascolo, si vedeva qualche cane rognoso con la coda fra le gambe incrociate per la paura, e il muso che annusava un po’ di qua e un po’ di là, tra le cicorie e qualche margheritina affacciata là sul ciglio della strada. Là sotto, dopo il crocevia, c’era la baracca di lamiera arrugginita del mafarone. Ruggine all’esterno e rugginosa a volontà anche all’interno, con la bella roba esposta a castello, sopra mele e pere, ai lati ricotte fresche e cocomeri, sotto zucchine, melanzane e broccoletti. Ad un lato, un po’ nascoste, le sigarette di contrabbando. A tiro di mano il resto, fagiolini e ciuffi di

cicoria, cavoli e fiori di rape, peperoni rossi in quantità, verdi un po’ scarsi, e all’angoletto, in basso, bottigliette d’acqua santa benedette la domenica dal parroco, metà e metà la guagna, ogni volta che tramontava il sole, la sera tardi. Sull’orlo esterno dell’eternit, in posizione di dominio sul bene di Dio, quattro cornetti rosso antico, e all’interno della tana, alle spalle di Pumiddro, un san Francesco di Paola, un sant’Antonio ingiallito, una madonnina del Pettoruto addolorata, e in fila indiana, un altro Antonio, ma da Padova, una santa Teresa d’Avila in coppia con papa Roncalli; là di rimpetto, dall’altra parte, crocifissi, candele accese o appennicate. «Oh, ci servono le sigarette nazionali senza filtro a papà, e na ricotta, Pumì!» sentenziò abragato, con la punta del mento sollevata, Ciccuzzo. Pumiddro già si prendeva la cacazza, lo controllava però con la coda dell’occhio, e intanto smollava merce all’altra clientela. «E dai, sto maledetto, fa na cosa di giorno!» pensò tra sé e sé il manolesta, con l’occhio buttato su quella pancia di balena che pareva si fosse tracannato un oceano di vino. «Guè, non so l’ospedale della carità io… di’ a papà tuo!» ribatté rapido il bottiglione da quintale e mezzo, per levarselo dai piedi. Stava indaffarato con nonne e nonni che tiravano fuori la moneta e prendevano cibaria, con buste e bustine e sacchetti, chi più e chi meno. «Sto figlio di puttanazza!» rifletté rurale il catrincolo, mentre Pumiddro si dilungava con gli anziani, quasi non vedendolo. «Sta fine del mese chiudiamo la debitanza, ci dici a casa, a papà tuo!» replicò distratto Pumiddro, mentre sfoderava due manaccione per raccogliere soldi, mettere le buste piene di frutta fuori del banco. «So passate mesate e mesate, figlioccio bello, e papà non m’ha fatto vedere manco na lira, hai capì ragazzì, e mo smamma…!» tirò via Pumiddro, con un filo di sudore che gli calava sul collo nero. Il micco non s’era accorto però che dal ciglio del banco mancava una ricotta, mentre il mafaretto se l’era ammammata dietro le spalle, e chi s’è visto s’è visto, e buona notte a tutti i sonatori. Il treppio di gente aumentava con il tempo, e al ban-


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co, sotto l’occhio viperino del marpioncino, Pumiddro scimmiottava sicuro, ancora più sponsato di sudore. Con manate secche secche acchiappava ricotte fresche di giornata, con altre, mo’ che aveva smicciato il ganzetto guardare furtivo sul banco, e poi malandro, sperava d’ammollare la lerchia sperata al poveraccio, che tanto a lui del suo banco non gli scappava niente. Lemme lemme, scosta un po’ indietro la pancia addossata al banco per imboscarsi la ricotta, il bello di papà si liberò la manolesta e ficcò la ricotta sotto mascolo. «E chi o sente mo a papà» aggiunse il moccioso quasi lacrimando, «lo sai che almeno se le deve fumà na quarantina de nazionali al giorno, sennò so botte ppè mmamma». Così sperava di ricavare qualche cosa per compassione, ma niente, proprio niente. «Senti, ragazzì, mo basta, o sparisci da qua o ti faccio venì la febbre!» fece Pumiddro di là dalle ricotte e frutta e ortaggi, mentre il piccolo Cristo s’era tirato la roba da sotto mascolo in mezzo alle gambe, e stava quasi per tagliare, alla ti saluto piede di fico. Non c’era più nessuno, chi di qua e chi di là s’accannizzavano già tutti per l’ora di pranzo, e pure il pinguino, micco micco, desistendo dopo l’inutile preghiera, ammorgiato e mogio pareva essersi arreso. «Senti ragazzì» – giungendo ai tacchi come un soffio Pumiddro – «… tiè qua, dalle a papà e dicci che me porta la mesata di debiti sto ventisette del mese, hai capì, dincelo eh!», porgendo il pacchetto di Nazionali con la enne blu stampigliata dal monopolio di stato sulla cartina bianca bianca, che sembrava dicesse già fumami!. Appena a Ciccuzzo giunse all’orecchio la parola Nazionali strepitò un momento, rabbrividì, quindi sgommò subito come un centauro e si diede per tornare indietro a prendere il pacchetto dalle mani di Pumiddro mentre la ricotta gli ballava dietro in mezzo alle gambe. Il zampagliuso si avvicinò con il pacchetto e richino si fece cascare il malloppo della ricotta sull’asfalto e non prese né capre né cavoli. «Brutto figlio di ’na puttana ladra!» urlò Pumiddro allungando la mano per acchiappare il mafaretto. Ma il pupazzetto se la diede a gambe ingranando sul piano. Il bidone rotolò fino al sacchetto di ricotta, lo raccolse, mirò feroce il ninnolo che s’affannava là lontano, e corse anche lui, prima sul piano, poi su per la salitina. E manco a farlo apposta, mentre il ruammulo raggiunse di corsa il micchetto affibbiandogli ’na puntetta secca e precisa, compare Arumma, in ansia per il ritardo

del figlio e a corto di sigarette, usciva di casa e fatta una bella camminata, ecco il figlio là sotto rotolare piangente ai piedi di Pumiddro. «Oddio! Oddio!» pensò il negoziante, e giù sul lastrico, manco il tempo di dire mamma che caio, e la strada già ospitava l’incontro del secolo. L’Arumma l’afferrò in mezzo alle coscione di porco, lo ribaltò sul bordo della strada, e poi gli si sedette sopra prima che quello spallasse a terra senza fiato. Lì cominciò la serie a gragnuola di cazzotti e man rovesci, conocchie e sberle, cinque dita e voltafaccia, cazzottoni e carezze alla ti voglio tanto bene. L’Arumma, rinvigorito dalla scarica di mazzate corrette a ginocchiate nei coglioni, ora s’era dato ad addentare, come un animale, non per la fame arretrata che lo divorava, solo per la rabbia di far male. Alle urla del soccombente, l’Arumma s’era accanito di più. E ancora di più fino a che un pezzetto di tannarulo, tra il lobo e la metà dell’orecchio, là dove indurivano le stille di cerume di Pumiddro, non se n’era venuto intero a galleggiare tra i denti. Un treppietto di vicini accorso alle grida straziate del ricottaro, s’era messo a stagliare la questione. Due carabinieri, giunti appena dopo, avevano potuto, accomodandosi sulla cofana della pantera, con questionanti e testimoni, stendere il verbale per la caserma. Poi come succede prendersi e portarsi, insieme ai due litiganti, la ricotta che avrebbero sbafato in caserma e le Nazionali per la fumèra del pomeriggio. 76


La buona novella the_italian_stallion77(@hotmail.com)

Il banchetto nuziale: pida e parssot, figa par tot!

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Piadina chëlda e parsutê(n) ‘dcampâgna Tajë drì l’òss, e du didél ‘d suzézza Còtt int la brésa, e un bèl bichìr ‘d sâ(n)zvés2

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Turku (Finlandia), agosto 2003 Una semi-lontana amica della morosa finnica si sposa e ci ha invitato: grande! mi mancava il matrimonio scandinavo! Intanto però la morosa è lì in silenzio che borbotta in un qualche oscuro idioma sciamanico ugrofinnico, che a intuito penso voglia dire: cosa gli regaliamo? come mi vesto? io lascio fare e per solidarietà mi immergo in analogo borbottio in romagnolese: quante ore di cerimonia mi devo sorbire? quanta gente devo salutare? il tempo di dire due cazzate di auguri per buona educazione e poi arriva il bello: dopo si va a mangiare, bere e ingozzarsi come dei maiali, e magari anche di tanti maiali, grassi e pasciuti, e homericamente mi lascio andare a un solitario e altofonico ahhh.., alla faccia dei vegetariani tutti, ugrofinnici e romagnoli; al che lei, pur non essendo vegetariana, mi scruta senza fare commento ma con un’espressione di malcelato compatimento e disgusto.. In botta a manetta, e titillato nei giorni seguenti da avvilenti sogni notturni di suini che mi invitano a saziarmi delle loro carni e quindi di renne selvatiche che mi galoppano davanti sorridendomi con fare ironico, la mattina della vigilia mi trovo di fronte a due pensieri. Primo: sembra che a casa mia in Italia non mi abbiano mai dato da mangiare. Secondo: sognare di notte renne e suini animati che mi parlano - in un qualche non ben precisato dialetto pugliese alla Banfi/Abatantuono prima maniera - invece di donne nude in atteggiamento lascivo, qualcosa di non tanto buono vorrà pur dire. E dunque, automatica, scatta la domanda chiave: in quale trattoria si festeggia? ben sapendo tra l’altro che non esistono trattorie in Finlandia, al massimo qualche ristorante italiano caro ammazzato, gestito da fuoriusciti in più o meno volontario esilio che cucinano pizza con mais e ananas (!?!) in luoghi dove in inverno la temperatura non si alza sopra i meno dieci e la gente fa i rally in macchina sui laghetti ghiacciati. A coronamento di tutto ciò la notte stessa mi appare in visione onirica un

maialino in porchetta che tra filari di uva mi declama l’Ode alla piadina di Pascoli. Mattina del gran giorno, tutta ovviamente finalizzata al matrimonio che, ci viene finalmente riferito, si terrà alle 17,55 p.m. nella chiesa di Puutarhakatu (che non è il nome del canile municipale, ma quello della via che vuol dire ‘Via del giardino’): la morosa comincia la sessione di prova combinazione vestiti nel corso della quale volano per l’aria autoreferenziali imprecazioni in antico runico miste a velate bestemmie in moderno svedese e intercalari in dialetto di Parainen, ridente villaggio isolano-rivierasco sulla costa finlandese. Migliorando le mie competenze linguistiche veteronordiche alterno entusiastici pareri positivi (mai contraddire in questi frangenti..) a momenti di muto silenzio in cui sogno già di banchetti a base di incontaminato pesce del Mar del Nord accalappiato da vecchi eschimesi a mani nude secondo secolari tradizioni tramandate di padre in figlio. La finnica scambia il silenzio per tacito assenso. Andiamo a prendere il regalo in un negozietto di artigianato locale scandinavo. Sotto gli occhi vermigli della


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proprietaria (già ci sbava addosso pensando ai soldi che ci stiamo per sputtanare) a cui manca solo la barba unta e atra, teniamo un rapido reciproco consulto a bassa voce: «Dài, una cosa vale l’altra», «no, bisogna trovarle qualcosa di utile!», «valà donca,3 prendi questo, che costa di meno e fa anche più scena!», «ma se poi ce l’ha già?», «no che non ce l’ha, te lo dico io, dai prendiamolo questo coso qui per la pasta che va bene!», «ma lei non la mangia la pasta!», «be’ va be’ allora comincerà a mangiarla che le fa anche bene, così smette di sfasciarsi il fegato con quella porcheria di pizza unta e bisunta con l’ananas e il mais!»; alla fine si decide per coppia piatto e insalatiera da cinquanta euro. La proprietaria, col volto di riso dipinto, guardando fissa ai quattrini li arraffa celermente prima che ci possiamo rendere bene conto di quello che stiamo facendo. Più tardi raggiungo la finnica a casa sua. Arrivo alla porta, entro e, cominciando a sentire fitte di reumatismi cronici incipienti, apprendo da lei che il condizionatore a tutto spiano andante serve per prevenire sudori di varia natura prodotti da ansia e preparativi last minute. Confesso a me stesso che in effetti non ha tutti i torti. Gli scandinavi sono sempre avanti. Accompagnato da questi pensieri mi faccio uno spuntino pre-banchetto, così, giusto per fermare lo stomaco, con una pizza mais e ananas, mentre ormai invece che in un appartamento sembra di essere nel Cocito e già dal water si sentono il conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri emettere agghiaccianti soffocati gorgoglii. Dopo poco la donna finnica è vestita di tutto punto. Io invece no, visto che quello che il convento mi passa per essere il più da matrimonio possibile sono delle scarpacce vecchie da ginnastica, jeans hippy a zampa anni Sessanta ereditati dal pater familias e maglietta Champion chiara che sarebbe anche figa se non ci fosse un punto di penna blu in mezzo al

petto che non si sa perché non va via neanche a candeggiarla brutalmente; sopra, camicia marrone che rivela, molto balzachianamente parlando, una passata fortuna ormai in declino, e che, a essere più prosaici, davanti allo specchio mi invita spesso a pensare a come sono messo visto che sembro un barbone che va a raccattare nei bidoni dell’immondizia di Saigon. Finalmente usciamo, mentre dal freddo che fa ci manca solo Lucifero in cucina che sbatte le ali e si mastica qualche dannato. Il tragitto casa-chiesa è la rivisitazione storico-folcloristica delle flagellazioni medievali: io che traspiro paurosamente come un animale per la pizza mais e ananas che sotto sforzo fisico mi fa trasudare unto da tutte le parti e in più ho freddo perché il vento non si ferma certo per me, anzi tira anche più forte; lei che dopo cento passi comincia a invocare, bestemmiandoli, ancestrali divinità baltiche perché la scarpe nuove le fustigano i piedi che adesso sanguinano. In più, una diffusa indisposizione psicologico-estetica: bella figura di merda andare a un matrimonio con le scarpe da ginnastica e la maglietta, ecco, il solito italiano emigrato vestito da straccione e anche sporco, speriamo almeno che non puzzo pure di ascella fritta.. dopo mezz’ora di religiosa e vergognosa penitenza fisico-psicologica, ci appropinquiamo alla chiesa: vedo un paio di tipi, uno si avvicina verso di noi, scruto con attenzione il suo abbigliamento e sollevato rimugino tra me e me che in definitiva non sono poi vestito tanto male, tutto sommato nella media, penso.. dopo pochi passi però il tipo in questione apre un bidone della spazzatura e comincia a frugarci dentro.. al che comincio a preoccuparmi sul serio. Arguisco quasi contemporaneamente che anche i due tipi che stazionano poco più in là bevendo birra, uno dei quali a torso nudo, purtroppo non appartengono allo stuolo degli invitati. Trenta secondi e vediamo quelli veri con comple-

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La buona novella

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to gessato o nero a seconda dei gusti, tutti comunque tirati. L’istinto immediato è che sono ancora in tempo e posso unirmi al tipo che frugava nella mondezza e ai suoi amici, sto per accennare all’eventualità ma la morosa, forse intuendo il proposito, mi fulmina con uno sguardo, e poi ormai siamo di fronte all’entrata, dunque nessuna via di fuga. Allora per darmi un certo tono mi tiro su i pantaloni che diventano braghe fantozzianamente ascellari (ma tanto qui Fantozzi non lo conoscono quindi non me ne frega niente), mi sistemo la maglietta e mi abbottono la camicia in modo tale da nascondere lo sconcio punto di penna blu; si copre il punto blu ed emerge di contraccolpo la panzetta birrosa. Entriamo. La finnica va a chiedere a un crocicchio di gente in piedi dove si devono sedere gli amici della sposa, però non ne hanno un’idea neanche loro e magari fino a qualche minuto fa facevano combutta con i barboni lì fuori a bere e frugare nel rusco. Ci sediamo vicino a un’amica della finnica e suo marito - la tipa è sui venticinque anni ma nel Nord si maritano presto: lui mi guarda e mi sorride a dire il vero senza tradire emozioni particolari; io però con la coda di paglia per l’abbigliamento e con l’abitudine italiana di vedere sempre un complotto dove invece la soluzione più semplice è quella veritiera (cioè al tipo non gliene poteva fregare di meno di me) lo leggo come uno sguardo di sufficienza e un sorriso di disprezzo per la mia condizione - di italiano in generale ed estetica in particolare; così coraggiosamente contraccambio con una botta di nazionalismo e imperialismo dei più beceri, pensando che duemila anni fa mentre dalla Spagna all’Iran parlavano tutti in latino, in Finlandia c’erano solo dei gran ghiacci e qualche renna spelacchiata. Mi sento però meschino e allora mestamente soprassiedo. Marcia nuziale, entrano gli sposi. All’altare, solo quando il prete comincia a parlare, mi accorgo che in realtà è una pretessa, stimolando così le mie più recondite e sguaiate fantasie catto-clerical-sovversive a tema, mentre intorno a me compaiono a turno San Paolo, Lutero, il Papa, Bernanos, Don Camillo e Peppone che cercano di dirmi qualcosa, ma io li zittisco perché non si può fare casino durante la funzione. La pretessa comincia il rito che, essendo in finlandese, una volta terminate le succitate apparizioni, mi permette di guardarmi intorno e riflettere serenamente su alcuni dei massimi sistemi: gente vestita come si conviene a un matrimonio si affianca a gente con cappotto siberiano e fermacravatte d’oro, gente sversata vestita da figli dei fiori si alterna a gente con camicie marron cacca da barbone (cioè io); la testimone a sinistra della sposa ha un crino elegante abito azzurro, mentre al posto del testimone dello sposo c’è un tipo con una tunica lunga a fiori e i capelli biondi rastoni da Bob Marley versione scandinava. A un certo punto lei mette l’anello a lui e lui a lei. Qualche grido infantile. Mi giro. Bambinetto biondo con occhio glauco. Fra qualche anno si ingozzerà di pizza mais e ananas e comincerà a bere litri di perry cider. Suo babbo morirà di colesterolo. Lui probabilmente pure. Poi altro bla bla della pretessa finnica.

Rito finito, i novelli sposi escono dalla chiesa. La gente li segue. Guardo l’orologio, le sei e venti. Usciamo fuori anche noi, la folla è tutt’intorno. Silenzio. Ci manca solo il morto due crisantemi e qualche vestito nero poi sembra un funerale. Foto di rito, poi salgono su un calesse spuntato da chissà dove: finalmente qualcuno comincia a urlare qualcosa, vola del riso per aria e la coppia se ne va sulla carrozza trotterellante trainata dal cavallo, che stranamente non lascia segni di avvenuta naturale defecazione.. (dai e dai con la pizza mais e ananas.. in effetti anch’io, ultimamente..). Dietro arriva un taxi e carica su qualcuno, forse una parente ricca inferma - oppure già sbronza. Lì vicino la morosa parla con l’amica: la festa di matrimonio, mi riferisce poco dopo, la fanno fra venti minuti su una piccola barca, vanno un po’ in giro con sta barca con dieci-quindici invitati, poi quando hanno finito la roba da mangiare e da bere (che di certo per questo non ci mettono molto) se ne tornano a riva. Io la guardo e dico «s’a vut dì la fanno?», «significa che noi non siamo tra quei quindici invitati, te l’avevo detto no? Ci ha invitato in chiesa ma non dopo, non sono in rapporti così stretti, non ti ricordi..?». Io allora penso che sono uno scemo e penso alle renne che mi sorridevano in sogno anzi mi deridevano in sogno che lo sanno pure loro che sono scemo.. La finnica intanto dà il regalo all’amica, perché lei invece è ovviamente tra gli invitati, così che lo consegnerà agli sposi con i nostri più sentiti auguri. Indi l’amica con suo marito, vestito completo blu lui, vestito classicheggiante lussuoso lei, ci salutano sorridendo e se ne vanno via. In bicicletta. Salutiamo contraccambiando la coppia biciclettante. Sono le sei e mezza di sabato pomeriggio, siamo stati a un matrimonio di venticinque minuti, ci siamo sputtanati una mattina intera e un troiaio di soldi per il vassoio e il pentolone da Gargamella e di trattorie e prelibati pesci baltici solo masturbazioni mentali. Il vento freddo continua a spirare. La glauca vichinga si toglie le scarpe dai piedi feriti e comincia a camminare scalza sulla via verso casa; il peloso mediterraneo con le sucide scarpe da ginnastica si avvia dietro a lei solo et pensoso sognando - con timida e malcelata vergogna - di osceni tris di minestre fatte in casa, carne alla griglia, cacciagione mista, piadina, prosciutto e salsiccia. Il tutto, ovviamente, innaffiato dal Pagadebit di Romagna, indiscutibilmente Cevico (solo 5.87 euro la bottiglia, qua in Finlandia).

Note «Piada e prosciutto, figa per tutti!» (trad. dal romagnolo di Tonin e’ cuntadèn). 2 «Piadina calda e prosciuttino di campagna tagliato vicino all’osso, e due ditali di salsiccia cotti alla brace, e un bel bicchiere di Sangiovese» (trad. dal romagnolo d’la Cesarina). 3 «Orsù, allora!» (trad. dal romagnolo di Gian Martèn). 1


Pezzi di vetro

Ossessioni, memorie e silenzi del cibo a cura di Rossella Renzi Vengono di seguito presentati tre giovani poeti che gravitano, per origine o per formazione, nell’area bolognese. Sono tre autori molto diversi, che hanno affrontato il tema del cibo illuminandone i versanti più lontani e personali. I primi versi proposti, di Anna Vallarino, affrontano il tema della fame e del cibo come forme di ossessione, di nevrosi e cause del conflitto tra la propria individualità e ciò che la società impone, rispecchiando un sentire tanto attuale e insieme tanto drammatico. Appare inve-

ce più rilassato, in Nader Ghazvinizadeh, il rapporto con la tavola: egli racconta dei luoghi di ritrovo, di quelle bettole fumose in cui i giovani affrontano, in compagnia di amici e vino, i passaggi difficili della vita, assaporandone il gusto agrodolce. Il cibo, infine, assume il grave compito di scandire il tempo nel testo di Jacopo Masi; i gesti compiuti in cucina diventano i rintocchi dell’esistenza, così costanti e uguali di giorno in giorno, che si rischia di non percepirne più il rumore.

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Fame di donna La voce di Anna Vallarino, giovane autrice appassionata di poesia al femminile, appare conturbante e insieme solida, tenace. In lei la scrittura assume un ruolo terapeutico, diviene una cura che può salvare dalle ossessioni; negli esempi riportati queste sono rappresentate dalla fame, dalla voracità, dal rapporto incontrollato con il piacere sensoriale. Il tormento, poi, è dato dall’apparenza, dall’ordine estetico che impone il rifiuto dei piaceri della tavola, e spesso il rifiuto della propria natura. Il linguaggio difficilmente domina se stesso, raramente si contiene mentre si scioglie in rivelazioni improvvise, aspre, dissonanti. La voce tende a farsi monologo disperato: una ribellione contro «lo sproloquio spettacolare» - come lei stessa scrive in un’altra poesia. Il tema centrale è la condizione della donna, la sua bellezza, il rapporto con il corpo, con il cibo, e soprattutto la sua libertà negata.


Pezzi di vetro Regina Tutto ciò che è sensoriale

i miei fianchi su come dovrei portare i capelli e acconciarmi di che profumo deliziare le mie prede

è troppo famelico in me

mi trovo indecisa

Sarò una madre di carne una madre di carne

Non ci sono abbastanza occhi per la mia pelle squamata e la mia coda di tigre

Ho fame fame felina vorrei divorare tutto ciò che mi piace la tua pelle i tuoi occhi il mio bambino il mio cane Ho bisogno di lasciarmi in una danza senza scopo Essere una baccante invasata di Dioniso

Solo della pelle Sovrana solo di te, Amore Schiava (2004)

Complesso di Adipo 71

sei nella merda fino al collo così si suol dire indigeste riviste indigeste mi son capitate fra le mani pagine piene di lindi culi soavi donnine eroine abbastanza magre da poter crepare da un momento all’altro celestiali bionde quasi madonne dei giorni nostri quasi credo a certe bestialità sulle mie tette

noi donne bistrattate così dalle madonne in poi.. stupide meglio un’adiposa puttana nel letto


Pezzi di vetro

Ricordi di osterie Nader Ghazvinizadeh è un giovane poeta di origini iraniane che vive a Bologna. Forse proprio la sua lontana origine ha donato alla scrittura un alone di malinconia per qualcosa di distante, che appartiene alla memoria. Nella sua poesia affiora il senso di momenti perduti, che si allontanano nel tempo e nello spazio. Ciò si coglie nella luce fioca, nella penombra delle sale di osterie e bar in cui sono ambientati i suoi racconti in versi; e dove gli adolescenti diventano adulti. Il significato di quegli istanti risolutivi vibra tra il fumo di una sigaretta e un bicchiere di vino, mentre si scopre, senza preavviso, il gusto agrodolce della vita. Chi scrive sembra appartenere alla storia delle taverne odorose, tra i sapori genuini delle massaie, l’aroma del caffè e il mormorio dei lavoratori, che la sera si riuniscono stanchi intorno agli stessi tavoli.

[Oltre tutto l’agrodolce di questa tavola] Oltre tutto l’agrodolce di questa tavola nei Bar, all’ombra del silenzio un gioco di carte lungo un solstizio al buio ed al rosso del pugilato, del ciclismo e noialtri a bere con quelle facce da bambini, che da dolci in un pomeriggio son diventate amare un caffè da viaggio mentre alle quattro i cuochi e i camerieri si siedono a mangiare all’ora dei preti nei letti, della falena dei bambini e delle lucciole dopocena tutto questo sa di lumache e sa di lungomare il vino sa di grondaie, e odora della nebbia volevamo assaggiare le specialità delle massaie che sanno delle messi, che sanno del mare 70

Le mille miglia Dai divani più scomodi del Nord-Est le cene nelle vecchie cucine a gas all’osteria dei cacciatori, i bar dei muratori le trattorie dei camionisti, i paesaggi puntinisti la sera si incontrano i pescatori che hanno passato una vita a tirar su il pesce azzurro che sarebbe il grano del mare Liguria, lingua di liquerizia Levratto, lepre, cerbiatto la campagna in Italia scende sulle auto d’epoca nell’ora dell’ammazzacaffè

è l’estate di San Martino che riempie i tavoli dei bar di solitari le quinte di teatro di Stradivari sono i giorni della merla che accendono le stanze alle prostitute e i camerini alle sostitute


Pezzi di vetro

Il tempo di mangiare Nella poesia di Jacopo Masi accade che la vita appaia scandita, nelle sue fasi, dalle azioni che si svolgono in cucina: dalla preparazione del cibo, dall’attesa per il pranzo, dal consumare il pasto in famiglia. Sono gli stessi suoni, misure e gesti di ogni giorno, sempre uguali, che vengono compiuti per proseguire l’esistenza; ma questa quotidianità ripetuta e identica a se stessa, sembra fermarsi, restare immobile e silenziosa. Si solidifica e si appesantisce assumendo un aspetto duro, come il legno della madia. Il pasto lungo ha il sapore aspro della ineluttabilità della vita, ne evoca il rumore, ma soprattutto il silenzio che non si può arrestare.

Il pasto lungo A quest’età – mi spiegava spezzettando la mezza cipolla e la voce sul tagliere – imparare la solitudine significa dimenticare ogni mattina della settimana che nella stessa pentola colma della stessa misura d’acqua d’una vita bisogna versare metà della pasta per placare un quarto della fame – quel morso minimo che s’annida nello stomaco – scolare un tempo doppio dalle parole. Lasciarle raffreddare. Attendere a volte un pomeriggio intero finché l’acqua nel bicchiere prende il colore duro del legno della madia, l’ambra solida del vino. Saziarsi dei vacillamenti degli occhi e dell’udito agli scricchiolii del buio per casa: la sedia, la credenza; masticare con cura anche il silenzio che soli, stanne certo, sempre avanza. E non giustifica l’assenza.


Copertine ARGO (2000-2004)

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Punti di fuga

Le vie del sale. Ferrocarril AB (Antofagasta – Bolivia) a cura di Francesca Blesio

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Voce insopportabile, disseminato sale, mutata cenere, ramo nero alla cui estrema perla appare la luna cieca, per i corridoi anneriti di rame. Che sostanza, che cigno concavo affonda nella sabbia il nudo d’agonia e fa dura la sua luce liquida e lenta? Che aspro raggio rompe lo smeraldo delle sue pietre indomabili e addensa il sale perduto? Terra, terra sopra il mare, sopra l’aria, sul galoppo dell’amazzone carica di coralli, cantina dove il grano a mucchi dorme nel tremulo inizio della campana: oh, madre dell’oceano, che produci il cieco diaspro e la dorata silice! Sulla tua pura scorza di pane, lontano dal bosco Solo le tue linee di segreto, solo la tua fronte di sabbia, solo le notti e i giorni dell’uomo, ma vicino alla sete del cardo, là dove una carta sommersa e dimenticata, una pietra segna le profonde culle della spada e della coppa, indica i piedi addormentati del calcio. (Pablo Neruda, Atacama)

FOTOGRAFIE:

Colliva, Reflejo en la sal, 2004 Colliva, La fuerma del pescado, 2004 FIG. 3, Giuliano Colliva, Jugando, 2004 FIG. 1, Giuliano FIG. 2, Giuliano


Punti di fuga

Voz insufrible, diseminada / sal, substituída / ceniza, ramo negro / en cuyo extremo aljófar, aparece la luna / ciega, por corredores enlutados de cobre. / Qué material, qué cisne hueco / hunde en la arena su desnudo agónico / y endurece su luz líquida y lenta? / Qué rayo duro rompe su esmeralda / entre sus piedras indomables hasta / cuajar la sal perdida? / Tierra, tierra / sobre el mar, sobre el aire, sobre el galope / de la amazona llena de corales: / bodega amontonada donde el tigro / duerme en la temblorosa raíz de la

campana: / oh madre del océano!, productora / del ciego jaspe y la dorada sílice: / sobre tu pura piel de pan, lejos del bosque / nada sino tus líneas de secreto, / nada sino tu frente de arena, / nada sino las noches y los días del hombre, / pero junto a la sed del cardo, allí / donde un papel hundido y olvidado, una piedra / marca las hondas cunas de la espada y la copa, / indica los dormidos pies del calcio. (Pablo Neruda, Atacama)

Alcolismi Letterari A cura di Celso Machado Jr. Esiste un cocktail che potremmo definire il punto di contatto tra ciò che si beve e ciò che si mangia. Esso annovera infatti tra gli ingredienti uno degli elementi principi della gastronomia mediterranea, il pomodoro, sotto forma di succo, nonché aromi come il pepe nero e la Worcester sauce, che siamo abituati a vedere sui tavoli delle paninoteche piuttosto che sul bancone del barman. Sto parlando ovviamente del Bloody Mary, così chiamato in onore della sanguinaria regina inglese Maria Tudor (e a vederlo sembra davvero sangue arterioso…). Un cocktail che non piace a tutti, e che si presenta in tutto il mondo in una quantità incredibile di varianti (a volte un po’ indigeste, ma de gustibus). Si prepara nello shaker o direttamente in bicchiere. Tutto sta nel mescolare 3/10 di vodka, 6/10 di succo di pomodoro e 1/10 di succo di limone. Si rifinisce con sale, pepe, qualche goccia di tabasco e Worcester sauce, e si decora con un gambo di sedano. La grande diffusione di questo cocktail è forse dovuta alla sua fama di antidoto mattutino all’eccesso di alcool; tra le curiose varianti diffuse nel mondo, segnalo quella scandinava, in cui al succo di pomodoro si sostituisce quello di vongole (sic).

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Sfumando Giulia Ferrandi

Ti è venuta fame, Dogghy?

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Ogra X / Questioni di gusto  

Rivista d'esplorazione

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