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la Banco nota ISSN 1972 - 8379

N. 56 - Dicembre 2008

Strategie Brera, il quartiere dal profumo antico Finanza e Investimenti 2008: l’anno dei record negativi L’opinione Fondi comuni immobiliari: com’è cambiata la normativa fiscale

Il Sole 24 ORE Business Media Srl - via G.Patecchio 2 - 20141 Milano - POSTE ITALIANE SPA

Costume La “finanziera” del re, le “borse” di Gladstone Itinerari Il Monferrato: buon vino, buon cibo e non solo Nuove tecnologie Oggi la tv viaggia via cavo telefonico Luca Manzoni e Rosa Maria Cassata Nuncas, un’azienda attenta ai valori etici


Sommario la Banco nota Nuova Serie N. 56 - Dicembre 2008 REGISTRAZIONE Tribunale di Milano n. 292 del 15/04/2005

Direttore Responsabile: Luigi Gavazzi Comitato di Direzione: Riccardo Battistel, Luigi Gavazzi, Alberto Mocchi, Marco Sala, Umberto Vaghi

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In Redazione: Alessandra Monguzzi Collaboratori: Enrico Casale, Giovanni Ceccatelli, Grazietta Chiesa, Alessandra Monguzzi, Marco Piazza, Francesco Ronchi

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Brera, il quartiere dal profumo antico

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2008: l’anno dei record negativi

Impaginazione: Diego Poletti

Editore incaricato:

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Fondi comuni immobiliari: com’è cambiata la normativa fiscale

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Le origini delle Officine Reggiane

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Crema: storia e preistoria

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Monterotondo, la battaglia sbagliata

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Nuncas, un’azienda attenta ai valori etici

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La “finanziera” del re, le “borse” di Gladstone

Via Patecchio, 2 - 20141 Milano Tel. 02/39646.1 - Fax 02/3964.6291 Presidente: Eraldo Minella Amministratore Delegato: Antonio Greco Direttore Editoriale: Mattia Losi Ufficio Commerciale e Traffico: Anna Boccaletti (anna.boccaletti@businessmedia24.com) Stampa: Faenza Industrie Grafiche S.r.l. Costo copia: € 2,00

Iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) N° 6357

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Il Monferrato: buon vino, buon cibo e non solo

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Oggi la tv viaggia via cavo telefonico

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I più sentiti auguri di buone feste a tutti i lettori La Banco nota

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Strategie

Brera, il quartiere dal profumo antico È questa una zona di Milano frequentatissima di giorno e di notte ed importante per l’economia di tutta la città - Proprio qui, nella sua filiale all’angolo fra via San Marco e via Moscova, il Banco Desio offre alla clientela i servizi di Private Banking

S

di Alessandra Monguzzi

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pesso, per citare una grande città, basta richiamarne una zona o un quartiere famoso: Soho per Londra, il Greenwich Village per New York, la Ginza per Tokyo... e Brera per Milano. Un quartiere, questo, che nella città lombarda occupa un posto di rilievo, sia perché è collocato ai margini del centro, e dunque facilmente raggiungibile da qualsiasi altra parte della metropoli, sia perché nell’immaginario collettivo rappresenta (rappresentava?) la zona della trasgressione: qui si concentravano infatti alcuni dei ritrovi più frequentati dal popolo della notte: per citarne alcuni, il Giamaica, il Tombon, il Due, e qui ancora oggi si raggruppa una miriade di bar, di baretti, di ristoranti chic e di trattorie più alla mano dalle più diverse frequentazioni in

caccia del suo profumo antico. Di giorno, invece, Brera rimane al centro di una fascia cittadina ad alta concentrazione lavorativa: a sud corrono infatti le vie dell’Orso e Monte di Pietà (poche centinaia di metri la dividono da piazza della Scala), mentre a nord il quartiere tocca le vie Pontaccio e Fatebenefratelli, che poi vogliono dire via Solferino, via San Marco, via Moscova, corso di Porta Nuova e corso Garibaldi, tutte importanti per l’economia dell’intera città. Un quartiere, meglio una zona, quella di Brera con il suo circondario, che trasuda storia ad ogni passo e dove ogni portone ed ogni negozio avrebbero una propria vicenda da raccontare. E dove sorgono istituzioni che illuminano ben più di quelle vie. Basti citare - partendo proprio


Strategie dal centro di Brera - la rinomata Accademia, da cui sono usciti tanti degli artisti che hanno arricchito il panorama culturale cittadino, lombardo e nazionale. Oppure, verso i Bastioni, il “Corriere della Sera”, le cui pagine sono un punto di riferimento per chi voglia un’interpretazione del mondo che ci circonda. Poi, per arricchire la rapida carrellata, come non citare l’ospedale Fatebenefratelli, collocato ai margini del quartiere e la cui origine risale al 1584 e a San Carlo, e il cui nome discende dal fatto che i frati di San Giovanni di Dio, a cui fu affidato, quando questuavano dicevano “Fate bene o fratelli a voi stessi”. E come dimenticarsi del fatto che sempre la stessa zona è stata per secoli toccata dalle acque del naviglio Piccolo, come una volta si chiamava la Martesana, canale progettato per portare le acque del fiume Adda fino a Milano. Il canale entrava in città nella zona dell’attuale via Padova per arrivare poi alla fossa dell’Incoronata e al laghetto di San Marco, e per alimentare infine il naviglio interno, quella sorta d’autostrada d’acqua che collegava la via Fatebenefratelli con il sud della città attraverso

le vie Senato, Visconti di Modrone, Francesco Sforza, Mulino delle Armi. Fermiamoci un attimo proprio qui, in fondo a via San Marco, per ammirare una delle opere d’ingegneria idraulica del passato grazie a cui era possibile superare la differenza di livello esistente fra le acque del naviglio interno e quelle del canale Martesana: la chiusa del Ponte delle Gabelle, la cui costruzione, o perlomeno l’ideazione, la tradizione popolare fa risalire a Leonardo da Vinci. Che il genio toscano all’epoca della realizzazione di questo tratto del naviglio facesse parte del novero degli ingegneri di Ludovico il Moro è certo, come è certo che si interessò ai problemi dell’argomento, ma ciò purtroppo non basta per attribuirgli la progettazione dell’opera, che alcuni documenti dell’epoca - ci dice Wikipedia attribuiscono invece a Bartolomeo della Valle. Risaliamo ora via San Marco in direzione di Brera e, sull’angolo con via della Moscova, superiamo il palazzo dove oggi si colloca una delle filiali del Banco Desio in città, una sede prestigiosa che offre alla clientela anche i servizi di Private Banking. Poco più avanti, al semaforo successivo,

Nella pagina a fianco, la filiale del Banco Desio di via Moscova angolo via San Marco a Milano, che propone alla clientela i servizi di Private Banking. Qui sotto, uno scorcio dell’interno della filiale

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Strategie

Un rapporto di fiducia Nell’affannosa rincorsa all’innovazione finanziaria a tutti i costi, alla sofisticazione del servizio offerto e dei prodotti consigliati, il Sistema ha perso la centralità e la semplicità delle esigenze del cliente. L’obiettivo del Banco e dei suoi uomini private invece, oggi come ieri, è sempre quello di soddisfare i clienti in maniera continuativa nel tempo, dove la solidità dell’azienda, la competenza, la professionalità e l’umanità del private banker rappresentano gli elementi che costituiscono le basi del rapporto. La clientela private richiede una strategia mirata, anche in momenti particolarmente tumultuosi come quelli odierni, che non si limiti solo alla semplice offerta dei prodotti finanziari ma che scenda in profondità, per far sì che il private banker venga percepito come il corretto interlocutore. Pertanto il vero valore aggiunto della relazione private deve essere la semplicità, la fiducia reciproca (cliente-private) e la chiarezza, con l’offerta di servizi e/o di strumenti finanziari facilmente valutabili e percepibili nella loro trasparenza e utilità.

L’antica chiusa del Naviglio in fondo a via San Marco

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La reception dei servizi di Private Banking


Strategie rendiamo omaggio ad uno dei già citati locali storici della Milano di notte, quel Tombon de San Marc (si pronuncia “tumbun”) che era uno dei ritrovi più frequentati dai viveurs dei secondi cinquant’anni del secolo scorso. Se il Giamaica, grazie alla collocazione a pochi metri dall’Accademia, era il naturale ritrovo di artisti e di aspiranti tali, e se al Due si davano appuntamento i più giovani, al Tombon si radunavano “tutti gli altri”, quelli che ci stavano naturalmente, a partire dalle maestranze - gli operai, gli impiegati e i giornalisti - del già citato quotidiano per finire agli studenti, ai gaudenti, al popolo dei perditempo e a quello dei super impegnati di Milano per non dire della Lombardia. Ora il Tombon si è rifatto il look, e non è più possibile coglierne, già dall’esterno, l’antico profumo fatto di birre, di sigari e sigarette, di superalcolici, di insalate e di panini consumati a profusione fino alle ore più piccole: il locale, inaugurato agli inizi degli anni sessanta, fu infatti fra i primi ad ottenere il permesso di rimanere aperto dopo le 20 di sera. Qui, appunto a qualsiasi ora della notte, come del resto in tutti gli altri locali oggi diremmo cult della zona, era facile trovarsi trascinati in interminabili discussioni su un qualsiasi argomento, meglio se di taglio politico, avendo per interlocutori a destra il rotativista del “Corriere” che attendeva la mezzanotte per prendere servizio, e a sinistra il megadirettore galattico di una multinazionale, di passaggio da Milano e venuto apposta a Brera dopo la serata a teatro innanzi tutto per sentirsi libero, e poi magari per cogliere appunto il profumo della città di notte. Un profumo che, purtroppo, in Brera sembra essersi in parte consumato con il volgere del millennio oppure trasferito verso altri lidi (ma i rotativisti del “Corriere” hanno lasciato la zona molto prima...).

Come si presenta oggi il “Tombon“

La sede del “Corriere della Sera“, in via Solferino

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Finanza e Investimenti

2008: l’anno

dei record negativi

Negli ultimi mesi la caduta dei corsi azionari e la crisi creditizia hanno raggiunto livelli mai visti. I governi e le banche centrali hanno intrapreso manovre altrettanto eccezionali I prezzi di azioni e obbligazioni societarie sono molto bassi, ma è ancora presto per fare previsioni per il prossimo futuro

I a cura dell’Ufficio Gestione Patrimoni Mobiliari del Banco Desio analisi al 27/11/2008

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l 2008 sarà ricordato come l’anno dei record negli annali di storia economica e finanziaria. Record di caduta dei corsi azionari, di volatilità dei mercati, dell’ascesa e del crollo del petrolio, di salvataggi delle grandi banche e di manovre straordinarie volte a preservare il funzionamento del sistema, ma anche record di peggioramento sincronizzato del ciclo economico internazionale. Nell’ultimo anno e mezzo il sistema finanziario internazionale ha iscritto nei bilanci perdite per mille miliardi di dollari relativi a svalutazioni di titoli in portafoglio e perdite su crediti ed ha bussato alla porta degli azionisti,

dei governi e dei fondi sovrani raccogliendo capitali per 900 miliardi. Nel frattempo il mercato interbancario si è pressoché bloccato: mai si era vista una situazione simile per un periodo così lungo. Inizialmente era sembrato un problema di liquidità del sistema; poi le Banche Centrali hanno inondato il mercato di liquidità, prestando denaro a condizioni sempre più vantaggiose e accettando in garanzia anche titoli “rischiosi”. La crisi dei mutui americani si è trasformata in crisi di liquidità, poi in crisi di fiducia ed infine in una vera crisi del credito. I problemi di liquidità e di deterioramento delle attività presenti nei


Finanza e Investimenti bilanci di molte banche sono tuttora in corso; inoltre in questi mesi sono stati davvero tanti i colossi bancari e assicurativi salvati tramite maxi aumenti di capitale, nazionalizzazioni o aiuti vari da parte dei governi nazionali (Northern Rock, Bearn Stearns, Fannie Mae e Freddie Mac, Aig, Merrill Lynch, Fortis, Dexia, Ubs, Credit Suisse, Wachovia, eccetera) se non addirittura falliti (American Home Mortgage Investment Corp, Washington Mutual, ma soprattutto Lehman Brothers). I governi e le banche centrali ci hanno messo parecchio tempo, più dei mercati finanziari, a valutare la gravità della situazione. Inizialmente hanno messo in atto misure sparse, incomplete, scarsamente definite e poco coordinate, man mano sostituite da piani di una portata senza precedenti, che oggi sembrerebbe sufficiente a scongiurare il pericolo di una crisi finanziaria sistemica mondiale. Le misure sono principalmente volte a salvaguardare il sistema bancario; mirano inoltre a favorire il credito ad imprese e famiglie ed in ultimo a sostenere la crescita. È difficile citare tutti i piani attuati o annunciati, anche perché ogni giorno ne arrivano di nuovi. Basti solo ricordare che le autorità americane hanno ridotto i tassi ufficiali dal 5,25% all’ 1%; hanno fornito un’enorme liquidità al sistema bancario prestando denaro in cambio di titoli societari e cartolarizzazioni, nonché comprando titoli emessi dalle “neo-nazionalizzate” agenzie Fannie Mae and Freddie Mac ed obbligazioni garantite da mutui e da prestiti vari; hanno organizzato il salvataggio di svariate primarie banche e garantito i prestiti fino a tre anni emessi dalle banche americane. In Europa misure analoghe sono state adottate per garantire i depositi interbancari e le obbligazioni bancarie per gli istituti che ne fanno richiesta; sono stati effettuati interventi di sostegno finanziario e ricapitalizzazione alle banche in difficoltà, organizzati veri e propri salvataggi sfociati talvolta in nazionalizzazioni; la Bce ha ridotto il tasso di riferimento dal 4,25% al 2,50% ed ha espresso l’intenzione di proseguire in tal senso, mentre in Inghilterra e Svizzera i tagli sono stati ancora più rapidi. Sul fronte fiscale e della spesa pubblica, sono stati annunciati vari piani a livello nazionale, che dovrebbero mettere a disposizione circa 200 miliardi di Euro per i Paesi dell’Unione Eu-

ropea, tra incentivi fiscali alle imprese ed alle famiglie, riduzione dell’IVA (in Inghilterra) ed investimenti in infrastrutture. In America si dovrà attendere il 20 gennaio per l’insediamento della nuova amministrazione Obama, ma è già stato annunciato un imponente piano di riduzione della tassazione sulle famiglie, di opere pubbliche ed iniziative nel campo della ricerca e dello sviluppo di fonti d’energia alternative. Tanto sono imponenti e non convenzionali le armi dispiegate in queste settimane, tanto impressionante è stato il peggioramento congiunturale avvenuto in pochissimi mesi, certificato dagli inquietanti dati sulla situazione economica pubblicati a partire da settembre, più o meno in coincidenza con il fallimento di Lehman Brothers, vera pietra miliare per i mercati e per il crollo della fiducia. Non è chiaro perché Lehman sia stata lasciata fallire, a dif-

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Finanza e Investimenti ferenza di altre banche d’affari; forse perché le potenziali perdite sarebbero state troppo alte, forse per un errore di valutazione, o forse perché non adeguatamente appoggiata presso le alte sfere. Sta di fatto che in poco tempo i consumi sono calati, sempre più aziende hanno annunciato utili in calo, ridotto la produzione e tagliato personale. Interi settori sono entrati in profonda crisi, primo fra tutti l’automobilistico, dove società come General Motors e Ford sono a rischio di fallimento, salvo possibili aiuti pubblici. Negli Stati Uniti sono già stati distrutti 2 milioni di posti di lavoro e tutto fa temere un peggioramento nei prossimi mesi. Il settore immobiliare resta in piena crisi, con un numero elevato di case invendute, prezzi in discesa e aumento dei pignoramenti per mutui non onorati. La contrazione di consumi e produzione si sta verificando anche in Europa. Sul fronte occupazionale il peggioramento è già preoccupante in Gran Bretagna, Spagna e Irlanda, mentre per Italia, Francia e Germania occorrerà attendere ancora poco.

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È possibile dunque che nel prossimo futuro i tassi ufficiali vengano tagliati in maniera significativa, magari sotto il 2%, e che i Governi integrino i piani già annunciati con interventi più significativi. Anche in Asia la crisi sta facendo sentire i suoi effetti. Per questo il governo cinese ha annunciato un piano d’investimenti in infrastrutture ed abitazioni per circa 560 miliardi di dollari in due anni che potrebbe essere accompagnato da un ulteriore piano di stimolo fiscale. Inoltre la Banca Centrale Cinese ha ripetutamente ridotto il costo del denaro. Il forte liberismo abbinato a scarsi controlli, prestiti facili ed un eccessivo peso della finanza sull’economia globale stanno facendo pagare il conto tutto d’un botto e probabilmente ci vorrà parecchio tempo perché il sistema si normalizzi e si riprenda. In America i consumatori dovranno passare da una fase di oggettiva difficoltà economica ad una di maggiore oculatezza e cioè di maggiore risparmio e minore indebitamento. In Europa è probabile che le cose vadano per le


Finanza e Investimenti lunghe a causa del minore dinamismo che la contraddistingue e della maggiore rigidità del mercato del lavoro. L’enorme impiego di capitali pubblici messo in atto comporterà anche un trasferimento di rischi dai bilanci privati a quelli pubblici ed in effetti il mercato sta già distinguendo gli Stati solidi da quelli più fragili, attraverso un maggiore costo del debito pubblico. Inoltre i rischi di una “cattiva spesa” e di creazione di nuove bolle sono sempre in agguato, tanto più se gli interventi non saranno accompagnati da maggiore trasparenza e controlli sui mercati, sugli operatori e sulle aziende. Per esempio molte banche d’affari continuano a tenere fuori bilancio importanti fette dei loro investimenti, attraverso veicoli chiamati “Siv” (Structured Investment Vehicle), che potrebbero costringerle ad iscrivere nuove perdite nei bilanci, come sta avvenendo da un anno a questa parte. Qualcuno ha sentito alzarsi in coro le voci dei politici per imporre una totale trasparenza in tal senso? Un altro esempio riguarda l’efficienza e la trasparenza dei mercati: per anni le autorità hanno imposto la concentrazione degli scambi dei titoli azionari in mercati regolamentati (le borse valori), ma recentemente si sta optando per consentire la creazione di “borse private” organizzate da singole banche d’affari o gruppi di banche. I recenti esperimenti sui mercati obbligazionari non provano al momento che ciò possa creare vera concorrenza, trasparenza ed efficienza. Tornando ai mercati, l’unica certezza per il prossimo futuro è che non è possibile fare previsioni. Raramente nel corso della storia si sono viste valutazioni così a buon mercato per quanto riguarda l’azionario e le obbligazioni societarie, ma queste stesse valutazioni erano molto interessanti già a settembre, prima che le borse crollassero di un ulteriore 20%. Prima di poter tornare ad investire con un ragionevole grado di confidenza e di serenità, occorrerà probabilmente attendere non la fine della crisi economica, ma quanto meno di poter avere un’idea più concreta dell’entità della crisi. Inoltre nei prossimi mesi i grandi acquirenti potrebbero ancora latitare sui mercati “rischiosi”: le banche saranno ancora impegnate a fare pulizia nei bilanci, mentre la politica continuerà a pressarle affinché si sforzino nel concedere

I Lions lombardi a congresso Si è svolto lo scorso 8 novembre presso la Sala Convegni del Banco Desio l’annuale Congresso d’Autunno dell’International Associations of Lions Clubs, promosso dal Distretto 108 IB1 Italy. Alla presenza del governatore distrettuale Roberto Monguzzi, di personalità del mondo lionistico, del sindaco di Desio Giampiero Mariani, e di oltre 250 delegati in rappresentanza di 68 club della Lombardia, Agostino Gavazzi, presidente del Banco, ha dato ufficialmente l’avvio ai lavori del consesso che si sono protratti per tutta la giornata. Nella foto, a destra il governatore Roberto Monguzzi e Agostino Gavazzi con sullo sfondo lo stendardo dei Lions International.

più credito ai privati; i fondi d’investimento tradizionali per ora sono costretti a vendere per i riscatti e i fondi hedge stanno subendo in aggiunta una restrizione repentina del credito; in sostanza tutto il mondo economico e finanziario sta riducendo la leva finanziaria. Quanto ancora questo potrà durare, nessuno può dirlo. Certo è che si arriverà al punto in cui i rendimenti dei titoli di stato saranno così bassi e quelli potenzialmente offerti dalle attività rischiose così alti (titoli societari ed azioni in primis), che i gusti degli investitori cambieranno. Mai come in questo periodo è stato più vero che gli investimenti “rischiosi” possono offrire un vero valore aggiunto rispetto a quelli “sicuri”, ma solo per chi può permettersi un orizzonte temporale lungo: i mercati potrebbero restare in balia dei flussi e della volatilità per diverso tempo ancora e il complesso groviglio della situazione attuale richiederà tempo per districarsi. La Banco nota

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L’opinione

Fondi comuni immobiliari: com’è cambiata la normativa fiscale Il Governo ha elevato dal 12,5% al 20% la ritenuta sui proventi dei fondi comuni di investimento immobiliari italiani - Vediamo cosa ciò comporta per gli investitori

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on scarsa tempestività - vista la grave crisi dei mercati finanziari e anche di quello immobiliare - il Governo ha introdotto, la scorsa estate, una normativa fiscale di maggior rigore per i fondi comuni di investimento immobiliari italiani. La conseguenza di più generalizzato interesse, per il pubblico degli investitori, è l’elevazione della ritenuta sui proventi del fondo, dal 12,5% al 20%.

di Marco Piazza*

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PROVENTI SOGGETTI A RITENUTA La ritenuta si applica: • sull’ammontare dei proventi distribuiti dal fondo in costanza di partecipazione; • nonché sulla differenza fra il valore di riscatto o di liquidazione delle quote e il costo di sottoscrizione o d’acquisto, documentato dal partecipante. Alcuni esempi:

Primo esempio: il fondo immobiliare distribuisce un provento di 100 euro per ogni quota. La società di gestione (o la banca, se le quote del fondo sono negoziate in borsa) opera, all’atto della distribuzione del provento, una ritenuta del 20%. Nei confronti delle persone fisiche, delle società semplici, degli enti non commerciali e degli enti esenti o esclusi da imposizione, la ritenuta è a titolo d’imposta, cioè esaurisce il rapporto tributario, senza che sia richiesto alcun obbligo di dichiarazione dei redditi. Occorre prestare attenzione al fatto che a volte il fondo combina la distribuzione dei proventi, con il rimborso del capitale originariamente versato; pertanto, in questi casi, la ritenuta viene operata solo sul provento e non sulla quota capitale, la quale, ovviamente, non è tassata in capo all’investitore, ma deve essere sottratta


L’opinione dal costo di acquisto della quota, che risulterà, quindi, corrispondentemente ridotto. Secondo esempio: l’investitore riscatta una o più delle proprie quote investite nel fondo immobiliare oppure il fondo viene posto in liquidazione, per cessazione del periodo d’investimento o per altre cause. L’investitore riceve un corrispettivo di 1.200 euro per ciascuna quota. Il costo di sottoscrizione o di acquisto delle quote riscattate è 1.100 euro. La differenza di 100 euro è un provento assoggettato alla ritenuta del 20% di cui si è detto nel precedente esempio. Può accadere che l’investitore abbia acquistato più quote in epoche e prezzi differenti; ad esempio: • 20 quote a 1000 euro • 10 quote a 1.100 euro e che riscatti solo una parte di esse; ad esempio 15 quote, ottenendo un corrispettivo unitario di 1.200 euro. In questo caso, la legge concede all’investitore di stabilire in autonomia quali quote considerare riscattate. Ovviamente, nel caso in esame, preferirà considerare che le quote riscattate siano tutte le 10 quote costate 1.100 euro l’una, e solo 5 delle 20 quote costate 1.000 euro l’una, così da minimizzare l’impatto fiscale.

200 euro sarà tassato al 12,5%; mentre, infine, se il valore risultante dall’ultimo rendiconto era 900 euro, l’intero provento di 200 euro sarà tassata al 20%. Ma cosa succede se il valore di rimborso è inferiore al prezzo d’acquisto della quota? La differenza negativa è considerata minusvalenza è può essere portata in deduzione di eventuali successive plusvalenze realizzate su strumenti finanziari soggette all’imposta sostitutiva del 12,5%. Supponendo, quindi, che l’investitore sia titolare di un portafoglio titoli diversificato, comprendente, oltre ai fondi immobiliari anche azioni quotate, obbligazioni, ecc.) e che tale portafoglio sia affidato in amministrazione ad una banca, con opzione per il cosiddetto regime del

DECORRENZA DELLA MAGGIORE ALIQUOTA Nel caso di rimborso delle quote (quindi non anche nel caso di distribuzione di proventi in costanza di partecipazione), continua ad operarsi la ritenuta del 12,50 per cento fino a concorrenza della differenza positiva tra il valore della quota risultante dall’ultimo rendiconto periodico redatto prima del 25 giugno 2008 e il costo di sottoscrizione o acquisto. In altri termini, la parte di proventi maturata prima dell’aumento dell’aliquota resta indenne dall’aumento. Di norma, l’ultimo rendiconto è quello al 31 dicembre 2007. I fondi comuni italiani, infatti, redigono rendiconti semestrali, coincidenti con i semestri solari. Nell’esempio sopra formulato, se a tale data il valore della quota risultante dal rendiconto era 1.150, il possessore sarà tassato al 12,5% su 150 euro (differenza fra 1.150 e 1.000 euro) e al 20% su 50 euro (differenza fra 1.200 e 1.150 euro); se il valore di rendiconto alla data del 31 dicembre 2007 era, invece, 1.250 euro, l’intero provento di La Banco nota

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L’opinione

“risparmio amministrato”, provvederà la banca stessa a tenere memoria della minusvalenza realizzata in occasione del riscatto della quota e a compensarla con eventuali future plusvalenze derivanti dalla vendita, di altre quote di fondi immobiliari (vedere sotto) o delle azioni od obbligazioni. Se invece, le quote del fondo immobiliare sono in “regime dichiarativo”, la minusvalenza troverà compensazione, in sede di dichiarazione dei redditi (quadro RT) con le plusvalenze realizzate nell’anno e nei quattro successivi, sugli strumenti finanziari tassabili al 12,5%. Ricordiamo che la minusvalenza può avere rilevanza, nell’ambito dei redditi diversi anche in caso di rimborso di una quota non acquistata sul mercato, ma sottoscritta all’emissione articolo 67, comma 1 quater del Testo unico. PLUSVALENZE Può accadere che l’investitore, anziché ottenere il riscatto della quota, la venda; ad esempio, in borsa. In tal caso non consegue 14

La Banco nota

un provento inquadrabile come “reddito di capitale” e soggetto alla ritenuta del 12,5%, ma consegue una “reddito diverso di natura finanziaria” (plusvalenza). La riforma non ha modificato l’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle plusvalenze, che resta, pertanto, fissata al 12,5% per tutti i soggetti non esercenti imprese commerciali. Solo, se oggetto della cessione sono i cosiddetti “fondi immobiliari familiari” (rari casi di fondi riservati a pochi investitori, fra i quali non sono compresi, per legge, tutti i fondi quotati), anche l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze sale al 20%. La plusvalenza è data dalla differenza fra il prezzo di cessione e il costo di acquisto o sottoscrizione; non applicandosi l’articolo 45, comma 1 bis del Testo unico (Assogestioni, circolare 07/04/C, del 22 gennaio 2004, pag. 7), essa non deve venire depurata dell’incremento di valore della quota risultante dal confronto fra l’ultimo prospetto periodico prima dell’acquisto o sottoscrizione e l’ultimo prima della vendita, la quale, in caso di cessione, non viene autonomamente tassata come “reddito di capitale”. Ciò premesso, è quindi possibile che, in prossimità della distribuzione dei proventi o della liquidazione del fondo, gli investitori soggetti a ritenuta a titolo d’imposta (persone fisiche non imprenditori, società semplici, enti non commerciali) preferiscano cedere la quota sul mercato; le naturali controparti saranno contribuenti che subiscono la ritenuta a titolo d’acconto (imprenditori individuali, nell’esercizio d’impresa, società in nome collettivo e in accomandita semplice, società di capitale ed enti commerciali, stabili organizzazioni di società ed enti non residenti) o non soggetti a ritenuta (residenti in paesi white list di cui al Dm. 4 settembre 1996; fondi pensione e fondi mobiliari italiani o altri fondi immobiliari italiani), o - per i motivi che vedremo oltre - in regime di risparmio gestito. FACCIAMO UN ESEMPIO L’investitore ha acquistato, nel 2008, una quota a 1.000 euro. Al momento in cui prevede il riscatto, il valore da prospetto (NAV) della quota è 1.500 euro, mentre il prezzo di mercato è 1.100 euro.


L’opinione Se l’investitore riscatta la quota ottiene un guadagno di 500 euro soggetto alla ritenta del 20%; se, invece vende la quota sul mercato, ottiene un guadagno di 100 euro, soggetto all’imposta sostitutiva sulle plusvalenze del 12,5%, a meno che non abbia minusvalenze già realizzate che possano essere compensate con la plusvalenza. E’chiaro che, in questo caso (che è il più probabile nelle attuali situazioni di mercato) conviene riscattare la quota. Ove invece lo spread fra il NAV e il prezzo di mercato fosse meno marcato, potrebbe convenire l’opposta soluzione. IL RISPARMIO GESTITO Per un difetto di coordinamento, la ritenuta alla fonte sui proventi dei fondi immobiliari si applica anche nei confronti dei contribuenti in regime di risparmio gestito. In caso di rimborso della quota, la ritenuta è calcolata sulla differenza fra il valore di rimborso e il prezzo d’acquisto o sottoscrizione o, se successivo, l’ultimo valore tassato nell’ambito del risparmio gestito (Assogestioni circolare 55/06/C del 22 maggio 2006, pag. 3). Consegue che l’incremento di valore delle quote immesse in risparmio gestito sarà tassato al 20% solo per l’eventuale eccedenza rispetto al valore che ha concorso a formare il risultato di gestione al termine dell’anno precedente.

PRESUNZIONE DI RESIDENZA Per motivi di cautela fiscale, è stata introdotta una presunzione“relativa”(che cioè ammette la prova contraria da parte del contribuente) di residenza fiscale nel territorio dello Stato delle società o enti non residenti se ricorrono congiuntamente due diverse condizioni: • hanno investito il loro patrimonio in misura prevalente nelle quote di fondi immobiliari italiani • e se sono controllati, direttamente od indirettamente, per il tramite di società fiduciarie o per interposta persona, da soggetti residenti in Italia. Per quanto attiene alla nozione di controllo, la norma fa espresso richiamo della nozione di controllo prevista dal primo e secondo comma dell’articolo 2359 del codice civile anche per le partecipazioni possedute da soggetti diversi dalle società. Scopo della norma è di evitare che soggetti residenti in Italia siano invogliati ad interporre società estere non soggette ad imposta fra loro e i fondi immobiliari italiani, allo scopo di conseguire redditi immobiliari di fonte italiana in sostanziale franchigia d’imposta. *Dottore commercialista e professore di Economia e Tecnica degli scambi internazionali presso l’Università Cattolica di Milano

Banco Desio vittorioso a calcetto Lo scorso sabato 15 novembre, presso il Palaextra di Mariano Comense, si sono affrontate in una partita amichevole le squadre di calcetto del Banco Desio - Parco Nord e del Sole 24 Ore Business Media. Il risultato finale ha premiato la squadra del Banco, che si è imposta per 7 gol a 5. Nella foto, le due squadre, con i giocatori del Banco Desio in maglia rossa.

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Nuove Filiali

Le origini delle

Officine Reggiane

Come l’imprenditore Giuseppe Menada, direttore della SAFRE, riuscì a costituire una officina meccanica specializzata nelle produzioni ferroviarie

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di Francesco Ronchi

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i primi d’agosto 2008 il Gruppo Fantuzzi, che dal 1994 aveva rilevato dall’Efim le attività e il grande complesso produttivo delle Officine Reggiane, ha concluso la vendita dell’area alla ex concorrente Terex, multinazionale con sede nel Connecticut. La vicenda viene seguita con grande attenzione a Reggio Emilia, dove dal 2005 l’amministrazione e il polo universitario locali hanno promosso una serie d’iniziative culturali ed urbanistiche con l’intento di conservare la memoria della storica azienda meccanica, la prima della Provincia, che venne aperta nel 1901. L’attenzione degli studiosi si concentra, doverosamente, sul futuro dei complessi residenziali, ormai anch’essi storici, sorti per ospitare le famiglie degli operai ed operaie delle Reggiane; che negli anni della II Guerra Mondiale, prima dei bombardamenti del gennaio 1944, erano arrivati ad oltre 11 mila. Alla vigilia del XX secolo Reggio contava poche attività “industriali”: la latteria Faccioli e la Fabbrica Spazzole Agazzani. La Cassa di Risparmio

deliberò un finanziamento a fondo perduto di 50 mila lire per chi avesse avviato una nuova azienda. L’allora direttore della SAFRE (Soc. An. Ferrovie di Reggio Emilia), Giuseppe Menada, convinse l’ing. Policarpo Righi e il reggiano Antonio Cuppini a partecipare col progetto d’una officina meccanica. Era la seconda metà degli anni ‘80, periodo in cui molti capitali s’indirizzavano verso le costruzioni ferroviarie. Menada fu inviato a Reggio per capire se fosse conveniente costruire un collegamento tra Sassuolo (ai piedi dell’Appennino) a Guastalla (sul Po), via Scandiano, Reggio, Bagnolo e Novellara. Nel 1888 si costituì a Milano la SAFRE, finanziata dalla Subalpina e dalla ben più grossa Banca Generale di Genova. Menada divenne in pochi anni un protagonista dell’economia locale. Archiviato il difficile periodo della crisi bancaria del 1893-94, durante la quale crollò anche la Banca Generale la SAFRE tornò rapidamente in attivo, tanto da realizzare anche la diramazione Bagnolo-Carpi.


Nuove Filiali Le costruzioni ferroviarie - Nell’autunno del 1903 il nuovo governo Giolitti annunciò il passaggio alla gestione diretta delle ferrovie da parte dello Stato, che fu attuato nel 1905. Pur non essendovi certezza sul destino delle società di carattere provinciale (ad esempio le Ferrovie Nord Milano mantennero la loro autonomia) Menada comprese che era il momento di liquidare i soci e di concentrarsi sulla produzione ferroviaria; dal dicembre 1904 la Righi fu ricapitalizzata ed assunse una denominazione analoga all’attuale. Ricordava nel 1906 il presidente: “Le Officine Reggiane hanno modestamente iniziato con la costruzione dei carri scoperti semplici, ....poi sono passate ai carri merci, ai bagagliai,...sono giunte alla costruzione di splendidi vagoni di terza classe e stanno per tentare quelli di seconda classe, per poi procedere, attraverso vagoni di prima classe, alla costruzione delle più perfette vetture”. Due erano gli ostacoli al suo programma: le maestranze e i concorrenti. Sin dalle origini gli operai si mostrarono molto sindacalizzati: era stata massiccia nell’autunno 1904 l’adesione allo sciopero generale voluto dai massimalisti. Menada si dimostrò disponibile ad accettare interventi di mediazione del socialista Luigi Roversi, sindaco quasi ininterrottamente dal 1902 al 1917, ma ottenne anche una stazione dei carabinieri in via F. Gioia, di fronte all’ingresso della fabbrica. La concorrenza era quella, preventiva, della Ernesto Breda di Milano, il

La filiale del Banco Desio di Reggio Emilia è in Via Terracchini 1

maggior produttore italiano di locomotive. Principale azionista della Breda era la Banca Commerciale Italiana, la stessa che aveva finanziato Menada nel 1904. Tuttavia l’imprenditore piemontese fece valere i buoni rapporti instaurati con uno dei massimi dirigenti della Comit, Otto Joel, il quale proveniva dalla Banca Generale. La Reggiane fu quindi autorizzata a compiere il definitivo salto di qualità , ma con forze proprie. Nel 1907 la tedesca Henschel cedette la licenza sui disegni delle sue apprezzate “tre assi”; nel 1908 Menada, consapevole dell’inesperienza delle maestranze reggiane, acquisì la ditta di costruzioni ferroviarie Nobili di Bologna, ed entrando nel capitale della Metallurgica Ossolana si assicurò una fornitura siderurgica diretta. Le prime quattro vaporiere uscirono dalla Reggiane nel 1909; il rapporto qualità/prezzo era tale che l’anno dopo le Ferrovie dello Stato fecero un consistente ordinativo. L’impresa era avviata, e faceva ormai parte della storia della città. La Banco nota

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Nuove Filiali

Crema: storia e preistoria

La città lombarda conserva un ricco patrimonio di testimonianze del suo passato, sia quello autentico, sia quello leggendario, legato all’ormai scomparso lago Gerundo

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di Alessandra Monguzzi

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ell’antichità, la Lombardia non era quella che conosciamo oggi: anche se non ne rimane più traccia, la parte di pianura compresa fra i territori di Bergamo e Cremona era un grande acquitrino alimentato dalle acque dei numerosi fiumi della zona, dall’Adda all’Oglio, dal Serio al Lambro. L’esistenza di questo acquitrino, a cui si è dato il nome di lago Gerundo, sarebbe comprovata sia dai sedimenti geologici, sia da alcuni riferimenti contenuti in un testo di uno storico romano vissuto nel primo secolo d.C., Plinio il Vecchio. Con il passare dei secoli i fiumi si scavarono i letti definitivi, le acque del Gerundo pertanto si ritirarono, lasciando emergere terre su cui andarono a stabilirsi le prime popolazioni preistoriche. In seguito, siamo già in epoca preromana,

in queste zone vennero a stabilirsi i Liguri e i Veneti, i Celti e gli Insubri. Nel terzo secolo a.C. i Romani assoggettarono la Gallia Cisalpina sconfiggendo le varie tribù che l’abitavano e dando vita alle prime colonie, quelle che sarebbero poi diventate Milano, Pavia, Bergamo e Piacenza, Lodi, Treviglio e Cremona. Secondo quanto tramandano le cronache, la città di Crema sarebbe sorta alcuni secoli dopo, si dice esattamente il 15 agosto 570, quando per sfuggire all’invasione longobarda gli abitanti della zona, ancora ricca di acquitrini e paludi, trovarono rifugio in una località soprelevata, chiamata “isola della Mosa”. La difesa venne affidata a due comandanti, Cremete e Fulcherio, dai cui nomi discenderebbero appunto i due toponimi Crema e Insula Fulcheria, il territorio posto fra i


Nuove Filiali fiumi Serio e Adda. Secondo altri studiosi sarebbe avvenuto il contrario: dalle denominazioni delle due zone deriverebbero i nomi dei due condottieri, e per altri ancora Crema sarebbe la semplice contrazione di Cremona. Sia come sia, la zona e il nucleo primitivo della città dovettero dapprima fare i conti con i Longobardi e poi su su attraverso i secoli con la dominazione dei Franchi di Carlo Magno, dei signori di Milano, della Repubblica di Venezia, di Francia e Austria. Della preistoria di Crema e del periodo romano rimangono alcune testimonianze, quali i resti di una villa conservati nel Museo Civico cittadino, e vari manufatti, dalle primitive pietre lavorate, asce e punte di freccia, ai reperti in bronzo e in ceramica delle popolazioni preromane. Interessanti i resti di alcune piroghe, si pensa di periodo altomedioevale, utilizzate per la pesca, per il trasporto delle merci, e come mezzi di comunicazione in una zona solcata da numerosi corsi d’acqua. Ricche invece le testimonianze dei secoli successivi: fra i luoghi di culto, basta citare il Duomo, intitolato a Santa Maria Assunta, eretto in stile gotico-lombardo fra il 1284 e il 1341, e i cui interni sono stati completamente restaurati a metà dello scorso secolo, e la basilica di santa Maria della Croce, iniziata nel 1490, rotonda all’esterno e dalla vasta sala ottagonale all’interno. Senza dimenticare il Vescovado (1548) e, fra le altre, le chiese dedicate a San Giovanni Battista (1583), alla Madonna delle Grazie (1601), alla

In apertura il Duomo di Crema, dedicato a Santa Maria Assunta

Il Banco Desio ha aperto una filiale a Crema, in Via Cavour 13

barocca SS. Trinità (1737). Fra gli edifici pubblici, da ricordare innanzitutto il Palazzo Pretorio (ora Municipio), la cui costruzione inizia nel 1547, e il Palazzo del Comune, di poco precedente (1525). Della stessa epoca è il Torrazzo, adattamento di una preesistente torre medioevale. La città accoglie poi alcune splendide costruzioni gentilizie, da Palazzo Vimercati Sanseverino, per secoli appartenuto alla famiglia che lo ha eretto nel 1590, a Palazzo Benzoni (1627), testimonianza dell’unico casato cremasco che si insignorì in città. Da Palazzo Bondendi, ora Terni de’ Gregori (1698), a Palazzo Bisleri, del 1840, l’unico cittadino in stile neoclassico. Rimangono poi alcune leggende, legate alla fede, come i poteri miracolosi del Crocefisso custodito in Duomo, o risalenti all’antico lago Gerundo. Lago che sarebbe stato popolato da strani animali e da misteriose creature a forma di serpente cui le popolazioni della zona diedero il nome di draghi, magari per l’alito pestifero. Favole? Forse no, se gli abitanti di Calvenzano eressero 15 chilometri di mura alte tre metri per difendersi dagli attacchi di un temibile animale lacustre che viveva nei paraggi, e a voler far risalire a queste bestie i reperti ossei conservati in alcuni luoghi sorti attorno al Lago Gerundo, quali una costola di 260 centimetri appartenuta ad un animale catturato lungo il fiume Brembo, ed un’altra di 180, che sarebbe quanto rimane di un drago del Gerundo ucciso da un eroe locale. La Banco nota

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Nuove Filiali

Monterotondo

la battaglia sbagliata

Nell’ottobre 1867, la città fu il primo obiettivo di Garibaldi nella sua spedizione per la conquista del Papato - Fallita l’insurrezione di Roma, qui il Generale decise di ripiegare

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di Francesco Ronchi

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ra le numerose questioni rimaste insolute dopo l’improvvisa scomparsa di Cavour nel 1861 v’era quella legata alla sorte dello Stato Pontificio. Essa tornò attuale all’indomani dell’ingloriosa vittoria del 1866 sull’Austria, quando l’alleato prussiano aveva deciso di lasciare che fosse l’imperatore francese Napoleone III a ratificare il passaggio dei territori promessi al Regno d’Italia. Mentre nella capitale, Firenze, la cosiddetta consorteria politico-finanziaria s’accordava con i circoli economici veneti (esemplare il caso del banchiere Giacomo Alvisi di Rovigo) a Roma il Centro d’Insurrezione repubblicano contattò il sessantenne Garibaldi, già comandante dell’esercito di volontari della Repubblica Romana sconfitto nel 1849 dalla coalizione austro-franco-borbonica. Informato del fatto che il Centro aveva promosso una raccolta di fondi per una spedizione armata, nell’aprile del 1867 il governo francese inviò una protesta formale; essa fu

tenuta in gran conto dal piemontese Urbano Rattazzi, appena tornato alla presidenza del Consiglio: nel 1862 egli aveva dovuto dimettersi per le polemiche seguite all’impiego dell’esercito contro i garibaldini in Aspromonte, e l’anno seguente aveva sposato Maria Wise Bonaparte, cugina dell’imperatore Napoleone III. Rattazzi per alcuni mesi cercò d’illudere la Sinistra che la Francia avrebbe forse accettato il fatto compiuto se vi fosse stata una sollevazione “spontanea” di cittadini pontifici contro Pio IX; ma in settembre il Generale, intervenendo al Congresso per la Pace di Ginevra, si scagliò contro il papato e dichiarò che intendeva mettersi a capo dei volontari raccolti da suo figlio Menotti, specialmente in Toscana. Allora Rattazzi lo fece arrestare e il 24 settembre lo inviò in domicilio coatto alla residenza sull’isola di Caprera, sorvegliata da una piccola squadra navale. Ma Garibaldi riuscì ad eludere la sorveglianza, ed esattamente un mese dopo si trovava alla testa di circa cinquemila volontari pronto ad attaccare le mura di Monterotondo, difesa da 400 uomini e due cannoni. L’irruente Menotti attaccò con una piccola colonna porta S. Rocco, dove i garibaldini subirono gravi perdite; essi decisero quindi d’occupare il convento dei Cappuccini e di circondare la città,


Nuove Filiali che venne presa il giorno dopo. Intanto a Firenze si consumava una lotta di potere tra Rattazzi e il generale Enrico Cialdini, il quale mise ben poco entusiasmo nell’ottemperare all’ordine di fermare Garibaldi prima che s’estendessero i combattimenti. Parigi infatti aveva consentito a molti militari d’entrare nei ranghi (come “volontari”) della Legione d’Antibo formata da legittimisti francesi che intendevano riscattare la sconfitta di Castelfidardo del 1860. Tra i due litiganti il terzo a godere fu Luigi Menabrea, che il 27 ottobre ottenne l’incarico di formare un nuovo governo. Garibaldi, un po’ turbato dalla scarsa simpatia della popolazione per la sua causa, dal 28 ottobre cominciò ad inviare colonne armate in direzione di Roma. Per la notte del 30 s’attendeva l’insurrezione di Roma, che non avvenne. Vennero invece le truppe pontificie, e dopo un breve scontro al ponte Nomentano indussero il Generale a ripiegare verso Monterotondo; un buon numero di avventizi, scoraggiati, decisero di tornare a casa, come aveva consigliato in quella circostanza Giuseppe Mazzini. Garibaldi nei giorni seguenti riorganizzò i suoi uomini, cui con ogni probabilità s’aggiunsero altri soldati fatti passare per volontari, e nel pomeriggio del 3 novembre lasciò Monterotondo col grosso delle truppe, in direzione di Tivoli. Intanto gli zuavi pontifici, confidando sull’apporto delle due divisioni francesi sbarcate a Civittavecchia, decisero d’attaccare la colonna garibaldina nei pressi della vicina Mentana.

La sede del Banco Desio di Monterotondo è in Via Salaria 201C, angolo Via Papa Giovanni XXIII

Lo scontro fu sanguinoso; nonostante la resistenza di alcuni, stretti intorno ai due cannoni presi a Monterotondo, il grosso dei volontari si sbandò e iniziò a ripiegare su Monterotondo, dove però mancavano viveri e munizioni sufficienti per poter resistere a lungo. Così il giorno dopo Garibaldi sciolse ufficialmente i volontari una volta raggiunto il confine pontificio a Passo Corese, nei Monti Sabini. Lui venne fatto tornare a Caprera; nei decenni seguenti i circoli politici che di Garibaldi avevano fatto una bandiera avrebbero stravolto a loro uso e consumo il senso di quella sfortunata occupazione, tanto che a Mentana vennero intitolate vie, piazze e monumenti, e nell’anno 1900 fu deciso d’attribuire una medaglia ai “liberatori di Roma”. La Banco nota

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Cover Story

Un’azienda attenta ai valori etici

Secondo la Nuncas la chimica deve rispettare l’ambiente e l’uomo: ecco perché la sua missione è inquinare il meno possibile. Sia con i suoi prodotti, sia con la sua sede di Settimo Milanese, tra l’altro autonoma dal punto di vista energetico

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di Enrico Casale

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himica e ambiente: sembrano due termini irrimediabilmente inconciliabili. Eppure c’è chi da anni lavora, giorno per giorno, per affermare un nuovo concetto di chimica più rispettoso del sistema naturale e dell’uomo. Una chimica «amica» in grado di non inquinare o, quanto meno, di inquinare il meno possibile. È la Nuncas, un’azienda milanese che realizza prodotti per la cura della casa. Il suo impegno per l’ambiente affonda le radici in una storia pluridecennale che inizia nel 1935 grazie all’idea di un imprenditore intraprendente: Nunzio Cassata. Ne abbiamo parlato con Luca Manzoni, attuale presidente e amministratore delegato della Nuncas.

Com’è nata la Nuncas? La Nuncas è nata nel 1935. È stata fondata da Nunzio Cassata (il nome Nuncas deriva dalle sue iniziali), il nonno di mia moglie Rosa Maria. Nunzio Cassata era un commerciante che, a seguito delle sanzioni imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia, dovette cessare l’attività di importazione di pellami. Di fronte al crollo degli affari non si perse d’animo e trasformò l’azienda in un’impresa di artigianato chimico. Il primo prodotto fu il bianchetto per le scarpe e il cuoio bianco. Allora si usava vestire di bianco e anche le calzature dovevano avere quel colore. A ben vedere già in quel prodotto era riassunta la filosofia della nostra azienda e cioè la volontà di rivolgersi a un consumatore esperto che cura le proprie cose. Il bianchetto è rimasto in produzione a lungo e ha trascinato il successo dell’azienda. Nel frattempo il laboratorio in via Camperio, prima sede della Nuncas, era diventato insufficiente. Così si decise di spostare la produzione in una cantina a livello strada in via Monti a Milano.


Cover Story La Nuncas quando è passata da una dimensione artigianale a una industriale? Fino al dopoguerra, l’impresa ha mantenuto una dimensione artigianale. La prima sede industriale tout court fu quella di Bollate dove la produzione venne trasferita nei primi anni Sessanta e da dove, nel 1985, sarebbe stata nuovamente trasferita a Mazzo di Rho dove tuttora abbiamo lo stabilimento. Fu Salvatore Pietro Cassata, subentrato al padre Nunzio negli anni Cinquanta, a far crescere l’azienda senza però cambiarne la filosofia. Oggi come allora crediamo nella cura artigiana, nell’impegno e nella passione nel fare le cose, nella profonda conoscenza del mondo della detergenza domestica, nella competenza nel ricercare soluzioni efficaci a problemi di pulizia e cura della casa e della persona, nel costruttivo utilizzo di un patrimonio di tecnica ed esperienza acquisita negli anni. Noi vogliamo rispettare alti standard qualitativi. Abbiamo uno staff specializzato nell’attività di controllo della qualità che sottopone a rigida verifica l’intero processo di produzione: dalla selezione delle materie prime e dei componenti, alle singole fasi di lavorazione fino al prodotto finito. Un impegno che ci ha portato, nel giugno 2003, all’ottenimento della certificazione ISO 90012000. In breve ciò che contraddistingue la nostra

azienda è la ricerca dell’eccellenza e dell’innovazione anche oggi che a gestire l’azienda è la terza generazione della famiglia e inizia ad affacciarsi la quarta.

Nella pagina a fianco, la sede della Nuncas, la cui costituzione risale al 1923

Quali significati attribuite al concetto di eccellenza? La ricerca dell’eccellenza significa che le formule di base dei nostri prodotti sono tra le più ricche esistenti in commercio perché quando studiamo un prodotto non mettiamo limiti al costo della formula: questa dev’essere la migliore possibile e la più efficace. La nostra azienda è come un cuoco che per i suoi piatti sceglie solo le migliori materie prime in commercio e le mette insieme con sapienza per cucinare un piatto eccellente. La Nuncas sceglie solo le materie prime biodegradabili, pure ed efficaci per realizzare prodotti di grande qualità. Cosa intendete per innovazione? Per innovazione intendiamo la capacità di capire in anticipo le esigenze del consumatore. La ricerca e lo sviluppo garantiscono tale forza innovativa grazie all’impegno e alla competenza degli esperti del laboratorio chimico che testano e sottopongono ad approfondite verifiche ogni nuovo prodotto. Per esempio, per essere sem-

Il presidente e amministratore delegato Luca Manzoni con la moglie Rosa Maria Cassata

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Cover Story e su quello estero. Le nostre filiali in Francia e in Spagna, nate nel 2006, ci stanno infatti dando le prime soddisfazioni.

La Nuncas è un’azienda rispettosa dell’ambiente: le materie prime che utilizza sono selezionate secondo criteri di alta qualità

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pre innovativi anche nella particolare e delicata categoria dei prodotti «insetticidi e disinfestanti per uso domestico e civile», in Nuncas Italia è presente un’officina di produzione di presidi medico chirurgici, autorizzata dal ministero della Sanità, recentemente migliorata sia nella struttura che nella impiantistica di produzione, così da garantire igiene e ordine in tutti i processi. Il risultato è che noi, che siamo una piccola azienda, siamo copiati dalle grandi multinazionali. La Nuncas è un’azienda italiana: voi tenete molto alla vostra italianità? Direi che l’italianità è una delle caratteristiche fondamentali della nostra azienda. Tutto il mondo è concorde nel riconoscere all’Italia il primato nell’arte del vivere, nell’uso di materiali pregiati, nell’amore per la casa, nell’esperienza. Questo patrimonio è fortemente espresso in Nuncas attraverso la passione e la tradizione nella fabbricazione di alta qualità e nella competenza nel trattamento dei materiali pregiati. Il nostro modello di impresa è molto simile a quello delle aziende della moda. Abbiamo cioè un nostro direttore creativo che cura sia gli aspetti che riguardano la creazione del prodotto e la sua immagine sia la filosofia dell’azienda. Che le nostre scelte siano giuste è dimostrato dai buoni risultati ottenuti sul mercato italiani

Quali sono i vostri prodotti? I nostri sono prodotti indispensabili per la cura della casa e della persona. La gamma è ampia: in listino abbiamo più di 200 referenze: dalle cere ai detergenti per pavimenti, dai detergenti per superfici a quelli per tessuti delicati ai lucidanti per argento e materiali preziosi, eccetera. Il marchio che ci contraddistingue è Nuncas, che è anche quello più conosciuto e riguarda tutti i prodotti per la cura e la pulizia della casa (compresa la detergenza e la pulizia dei tessuti). Abbiamo poi altri tre marchi: Livax, nato nel 1952, che copre la gamma delle cere per pavimenti e per mobili; Compagnia dei profumi, nato negli anni Novanta, che copre tutta la gamma dei prodotti per la profumazione degli ambienti e dei tessuti; Vittoria Verde, nato alla fine degli anni Ottanta, che contraddistingue i nostri prodotti per l’igiene e la cura della persona. Questo marchio fa della ricerca della naturalità il proprio principio ispiratore. Noi intendiamo tutelare al massimo la pelle per evitare ogni irritazione. Il sottomarchio 0% contraddistingue i prodotti nati per eliminare le sostanze nocive per la cute. La vostra è un’azienda rispettosa dell’ambiente. Da che cosa nasce questa vostra attenzione? La Nuncas è un’azienda chimica e la chimica è un settore importante per il sistema produttivo nazionale e mondiale. Detto questo non possiamo negare che le nostre lavorazioni comportino rischi. Di questo ne siamo consci e così cerchiamo di rispettare tutte le normative che regolamentano il settore a livello italiano ed europeo. Oltre a questo, negli anni abbiamo voluto essere parte attiva nella difesa dell’ambiente e lo abbiamo fatto in due modi. Innanzi tutto partendo dai prodotti. Le nostre materie prime sono attentamente selezionate dai ricercatori, secondo criteri di atossicità e di alta qualità, per eliminare tutto ciò che risulta essere pericoloso o inquinante. I nostri prodotti detergenti sono poi molto concentrati, per cui basta utilizzarne dosi contenute per avere ottimi risultati. L’utilizzo in piccole quantità immette nell’ambiente


Cover Story poco prodotto e quindi contribuisce a inquinare meno. A ciò si aggiunge un’attenzione particolare al packaging. Nuncas sta abbandonando il Pvc (polivinilcloruro) per passare al Pe (polietilene), una plastica più eco-compatibile e con minor impatto sulla salute degli operatori che lavorano il materiale ad alte temperature. Un progetto questo premiato dalla Regione Lombardia. Ma non ci fermiamo qui. Anche i cartoni per le confezioni sono di carta riciclata. Quali interventi avete posto in essere per ridurre l’impatto ambientale? Innanzi tutto siamo costantemente impegnati nel progettare processi di produzione che riducano al minimo emissioni, consumi e rifiuti. È di esempio l’adozione nei nostri stabilimenti di un impianto di evaporazione interno delle acque reflue che riduce notevolmente gli sprechi d’acqua e quelli di energia. Questa attenzione l’abbiamo avuta anche nella realizzazione della sede di Settimo Milanese che è la prima sede di un’azienda italiana completamente autonoma dal punto di vista energetico. Autonoma non significa che abbiamo il pozzo di petrolio in giardino, ma che produciamo in loco tutta l’energia che consumiamo. Come facciamo? Abbiamo installato un campo di pannelli fotovoltaici che producono la corrente necessaria per l’illuminazione, per far funzionare la pompa di calore che serve per dare fresco d’estate e caldo d’inverno e per i computer. Abbiamo poi una serie di pannelli solari che producono acqua calda. Abbiamo

infine realizzato una serie di accorgimenti (isolamento delle pareti e delle condutture, colori delle pareti, eccetera) che servono per eliminare gli sprechi energetici. Abbiamo quindi messo in campo tutto ciò che c’è di meglio e di più avanzato sul mercato per far sì che la palazzina uffici non emetta neppure un grammo di anidride carbonica. Questa sede però vi sarà costata molto più di una sede normale... È ovvio, però il costo maggiore è giustificato dal fatto che non danneggiamo l’ambiente. Poi credo che nel lungo periodo l’investimento avrà un ritorno in termini di minori costi dell’energia e di maggiore valore dell’immobile. Tutto questo però richiede la volontà di fare un investimento importante e di saper guardare avanti. Questa sede è un simbolo della nostra coerenza: come noi rispettiamo i nostri clienti dando loro prodotti di massima qualità, lo stesso amore lo rivolgiamo all’ambiente. Come si svilupperà in futuro la Nuncas? A prescindere dalla difficile situazione odierna dei mercati mondiali, noi puntiamo a conquistare uno spazio in Europa consolidando e crescendo nei mercati francese e spagnolo e consolidando il mercato italiano. Questo sempre nel rispetto della nostra filosofia aziendale che non guarda tanto al consumatore distratto, ma piuttosto a un consumatore attento alla propria casa, ai propri beni, ma anche ai valori etici delle aziende. Quei valori di cui da sempre siamo i portatori.

Dal 2006 la Nuncas dispone di filiali in Francia e Spagna

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Società e Costumi

La “finanziera“ del re

Le “borse“ di Gladstone Dall’eleganza esclusiva alla confezione di massa: la moda maschile dall’800 agli anni Trenta del XX secolo. L’anglomania e l’influenza statunitense

Figura 1 Il futuro Presidente americano Franklin D. Roosevelt fotografato nel 1900 in un completo a tre pezzi, o business suit

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di Grazietta Chiesa

L

’anglomania diffusa che caratterizzò l’ultima parte del XVIII secolo tornò a farsi viva dopo la metà dell’800, un periodo in cui l’orgoglio nazionale britannico segnò uno delle sue punte più alte. Intanto, l’amara sconfitta subita dai francesi nella guerra francoprussiana del 1870 tolse alla Francia, atterrita e demoralizzata, ogni velleità di rivincita sulla tradizionale nemica d’Oltremanica, fosse pure il miraggio di un ruolo predominante nella moda maschile europea. Il trionfo internazionale della Grande Esposizione del 1851, voluta dal principe consorte della regina Vittoria, il principe Alberto, dette alla ricca borghesia e alla classe dirigente inglese la ferrea sicurezza sulla superiorità assoluta dei propri codici di riferimento, compresi, ovviamente, quelli vestimentari. Già il secolo XIX, passato il ciclone napoleonico, era stato tutto impostato, per quanto riguarda la moda maschile europea, sulle due forme-base settecentesche di tradizione inglese: l’abito a frac, con o senza code - nato, come riding-coat, per le cavalcate mattutine, tanto che nell’800 gli inglesi lo definiranno morning coat - e il “redingotto” a falde, che oscillava da una lunghezza fino al polpaccio alle forme corte, strettissime sui fianchi, definendo la perfetta silhouette dell’uomo romantico. Fino al quarto decennio del secolo, si indossavano dei soprabiti, o surtout, alla francese, che tendevano effettivamente a confondersi con il redingotto, se non per certe soluzioni ovatés, o con rifiniture in pelliccia, contro il freddo. Il mondo dei soprabiti fu sconvolto, nel 1838, dalla comparsa di una nuova forma


Società e Costumi di surtout, il paletot, destinato a difficilissimi esordi quanto a stabili successi. Originariamente, con il termine inglese paltok veniva indicato un rozzo giaccone di uso popolare, usato soprattutto dalla gente di mare. Il milanese “Piccolo Corriere delle Dame” ne salutò la comparsa come “la moda più orribile, più sgraziata, più ignobile che sia mai stata inventata... Qual’è l’abito più di questo barbaro e informe, che siasi mostrato in giro per la città?”. Ma non era ancora spirato l’anno 1838 che le riviste di moda ne registravano la vittoria “in onta a’ suoi numerosi detrattori”. Pochi anni più tardi, un altro elemento base dell’abbigliamento maschile - a tutt’oggi non completamente sconfitto - ebbe a soffrire gli stessi negativi commenti, che non risparmiarono mai le soluzioni “di confidenza” del vestire cittadino. Nel 1857 fu la giacchetta a trovarsi esposta alle critiche “modifere”, come si diceva allora: “Specie di vestito che non è né marsina, né redingotta... che appena copre le natiche, che ha la forma di un sacco”. Non c’è che dire; la società elegante, quella che ancora intendeva confrontarsi con il modello aristocratico, disdegnava i riferimenti popolari cui rimandavano questi elementi, ispirati proprio alla razionale praticità degli abbigliamenti da lavoro. E dire che, di lì a poco, i lions italiani saranno obbligati ad accettare - e imitare! - un nuovo re, Vittorio Emanuele II, che prediligeva la sua giacca “alla cacciatora” anche in città! Il figlio, Umberto I, fu diverso dal padre e si costruì un’immagine benevola ma severa, adatta alla buona borghesia italiana che cercava, nella famiglia reale, la“fiaba”della bella famiglia e dei modelli da imitare. Come ci racconta Alfredo Oriani, il re veniva notato per l’uso molto costante della “finanziera”, una lunga giacca che giunge a coprire la parte superiore delle gambe, sopra le ginocchia, spesso di tessuto di lana nera, indossata sopra pantaloni della stessa stoffa. L’ultimo decennio dell’800 vide due novità apparentemente poco eclatanti, destinate però a lasciare una qualche impronta: la prima - i risvolti in fondo dei pantaloni - si era andata affermando lentamente, rispondendo alla pratica esigenza di dover, poco elegantemente, rovesciare all’insù l’orlo degli stessi tutte le volte che pioggia o fango li mettevano a repentaglio;

ma prima dello spirare del secolo la rovescia era già ormai entrata nel linguaggio sartoriale, unendosi all’innovazione della piega centrale stirata. Questa fu la pronta risposta alla tardiva “invenzione” della pressa per pantaloni che liberò gli elegantoni tardo-ottocenteschi dalle antiestetiche “borse” alle ginocchia, terrore di ogni gentiluomo come del suo sarto. L’aria stazzonata e un po’ sciatta fu, del resto, una caratteristica tipicamente maschile nella seconda metà dell’800; perfino il grande Gladstone, uno dei maggiori protagonisti della politica britannica ottocentesca, veniva descritto come se “fosse stato chiuso dentro una valigia sulla quale poi qualcuno si fosse seduto”. Questi (apparentemente) piccoli problemi ci dimostrano come il mondo della moda avesse già risposto alle sollecitazioni delle classi sociali meno abbienti - artigiani, commercianti, piccola

Figura 2 1926, da sinistra: costume da golf, pantaloni di flanella con giacca, maglione a motivi caleidoscopici

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Figura 3 Tavola dalla rivista americana “Apparel - Arts”, 1934, vol.V - n.1, “The Vacation wardrobe”

Figura 4 Una scelta di tessuti tweed del famoso negozio Gieves & Hawkes, al n.1 di Savile Row

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e media borghesia - che non volevano più essere escluse dalle novità cui potevano accedere i ceti privilegiati. La produzione tessile aveva già utilizzato, fino dagli inizi dell’800, telai automatizzati, e la vendita di tessuti al dettaglio aveva già individuato, fino dal secolo precedente, il modo di rendere possibile l’esecuzione di abiti in tempi brevissimi, grazie alla disponibilità di mano d’opera a basso costo. L’industria della confezione aveva, infatti, iniziato a funzionare prima che la tecnologia fornisse strumenti più adatti per una produzione rivolta alla vastissima domanda di moda, non esclusiva, a prezzi accessibili. Gli antichi regolamenti delle arti e mestieri, con i loro statuti particolari e i loro privilegi corporativi, erano stati aboliti dalla rivoluzione francese con una sorta di deregulation, che non era stata motivata dal progresso tecnologico, a parte quanto detto a proposito della produzione tessile, ma che causò la trasformazione di operai qualificati, operai di sartoria, in lavoratori “indipendenti”, disposti a lavorare per conto terzi. L’abbigliamento maschile fu il primo ad essere prodotto serialmente; ne fu un esempio Pierre Parissot, dettagliante di tessuti, che nel 1830 si lanciò nella produzione e nella vendita

al dettaglio di abiti maschili per una clientela operaia, con il nome commerciale di “Belle Jardiniére”. Fino dall’inizio, dunque, l’humus più rispondente alla nascente industria della “moda pronta” fu la grande città, con il suo grande mercato e il suo complesso e sofisticato meccanismo di differenziazione sociale; il segreto del ready-made risiedé, infatti, nel promuovere ed ampliare l’eguaglianza della democrazia, mantenendo in sé la differenziazione che è l’essenza vera della società industriale. Le diversificate forme di consumo consentivano ai lavoratori di dimostrare che essi partecipavano alla nuova società e che non erano emarginati come i poveri del periodo pre-industriale, senza possibilità di miglioramento. Gli ultimi decenni dell’800 apportarono, quindi, grandi novità non tanto nell’”apparire” maschile, ma sicuramente nella diffusione di un apparire generalizzato in cui le differenze erano date non più dalle forme, ma dalla qualità dei materiali e del taglio. Tra le novità, la presenza sempre più estesa del completo in tre pezzi -


Società e Costumi giacca, pantaloni, gilet - eseguito nello stesso tessuto, su cui, ovviamente, la confezione giocò le sue carte migliori, (fig.1) e nel paese - gli Stati Uniti - dove la confezione raggiungeva qualità e stile particolari, tanto da far giungere la sua influenza anche nella vecchia Europa, soprattutto tra le nuove generazioni. Certo, non c’era l’eccellenza tradizionale della sartorialità europea; ma la confezione americana aveva assicurato un tono di informalità giovane e gradevole, una leggerezza e una libertà in cui il corpo si muoveva con assoluta spontaneità. Nei primi decenni del ‘900, neppure il tragico intervallo della prima guerra mondiale appannò il fascino del disinvolto modo di vestire all’americana; anzi, anche gli storici della moda inglese riconoscono, negli anni ‘20, la crescente influenza americana assieme al grande interesse per lo sport che fece accogliere anche in Italia, in un regime politico non certo di anglofilia, la moda da golf, caratterizzata dai poco attraenti calzoni “alla zuava” (fig.2). Molto di marca statunitense è il definitivo abbandono degli alti colletti inamidati con il conseguente accoglimento di camicie a collo morbido, di tessuti morbidi e , soprattutto, a disegni colorati. Fitzgerald descrisse il protagonista del suo principale romanzo, Gatsby, mentre mostra alla donna amata le camicie del suo favoloso guardaroba: a righe, a intrecci, a quadri, color corallo, verde mela, lavanda, arancio pallido, di fine batista, di flanella leggera, di spessa seta (fig.3 ). Tra i ‘20 e i ‘30, con la massima diffusione in questo decennio, il completo in tre pezzi - o business suit come ormai era definito dagli anglosassoni - abbandonò il tessuto unito e si rinnovò con un gioco di righe e di incroci, tra cui incontrarono il maggior favore le righe“gessate”, il pied-de-poul e l’invincibile“principe di Galles”, di cui solo una seconda guerra mondiale riuscì a mitigare il successo (fig.4). Nel tempo, questo successo può essere calcolato anche dalla regale denominazione che lo identificò - principe di Galles -, altrettanto verosimilmente attribuibile al futuro Edoardo VII o al futuro Edoardo VIII e, dopo l’abdicazione, futuro duca di Windsor. Se le difficoltà sartoriali legate al tessuto principe di Galles vennero ripetutamente indicate dalle maggiori riviste di moda maschile - ancora nel 1939, “Adam” indicava l’”arte” di raccordare i quadri come banco

di prova per i sarti di Savile Row -, l’eccentrica fantasia riuscì ad emergere anche nella confezione pronta (fig.5). Intorno al 1925, con l’avvento delle prime rigature, si delineò nell’abito maschile quello stile, geometrico e vigoroso, che ne costituì il connotato essenziale per tutti gli anni ‘30: l’imponente ampiezza delle spalle e l’evidenza plastica del torso, create da solide imbottiture e dai grandi risvolti a punta aperti nella giacca. Era chiaro che l’ideale atletico dell’uomo forte si andava imponendo, anche con sfumature inquietanti: non tanto per la splendida muscolatura di Johnny Weismuller, campione olimpico e primo Tarzan cinematografico nel 1932, quanto per certi exploit ginnico-militari che in quegli anni suscitavano curiosità, provenendo dalla Germania e dall’Italia.

Figura 5 Pagina da “Apparel Arts”, 1936, vol.VI - n.III A “Overseas wardrobe”

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Itinerari

Il Monferrato: buon vino buon cibo, e non solo

Alla scoperta di quella parte di Piemonte compresa fra Alessandria, Asti e Cuneo il cui centro più importante, Casale, si fregia di alcuni tra i più bei palazzi nobiliari del barocco piemontese

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di Enrico Casale

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ualcuno sostiene che la Toscana e, in particolare, la zona del Chianti sia la regione più affascinante d’Italia. Senza nulla togliere alla Toscana, alla sua storia, alle sue tradizioni, alla sua gente, c’è un’altra regione che ha un fascino simile, una storia altrettanto importante, tradizioni radicate. È il Monferrato, quella terra, quasi tutta collinare, compresa tra le province di Alessandria e Asti e che si estende a sud fino all’Appennino ligure al confine con le province di Genova e di Savona. È una terra di vini, di buon cibo, di gente affabile. E non solo: è un luogo da visitare, e dove soggiornare per periodi più o meno lunghi. La fertilità della terra e la favorevole posizione per le vie di comunicazione tra il Mar Ligure e la Pianura Padana, hanno fatto del Monferrato una regione contesa e divisa dal Medioevo all’età moderna. Nelle aree più favorevoli per il controllo del territorio sorsero una serie notevole

di castelli, in gran parte espressione del sistema feudale dei potenti marchesi di Monferrato: la dinastia degli Alerami (X-XIV sec.) seguita da quella dei Paleologi (XIV-XVI sec.). Il dominio della regione venne conteso nel tempo, oltre che dai Comuni e dalle Signorie vicine, anche dalla Repubblica di Genova, dal Ducato di Milano e dalla Casa dei Savoia. Nel Cinquecento, con l’estinzione della dinastia dei Paleologi, cessò l’autonomia del marchesato. Il dominio del territorio fu tenuto dai Gonzaga con alterne vicende in cui entrarono in scena, oltre ai Savoia, anche le grandi potenze nazionali europee, come la Francia e la Spagna. Con la pace di Utrecht del 1713, il Monferrato passava ai Savoia. La sua capitale, Casale Monferrato, perdeva la supremazia, venendo spogliata di importanti servizi e autorità. Dopo le guerre napoleoniche e con la ricostruzione del Regno Sabaudo, Casale e il Monferrato diventarono


Itinerari zone di frontiera e, dopo la sconfitta di Novara, resistettero a oltranza alle truppe austriache. Il Monferrato può essere distinto in due aree principali: il Basso Monferrato (delimitato a est dai fiumi Po e Tanaro, a sud dalla valle del fiume Belbo e a ovest dai confini con Asti e Cuneo) e l’Alto Monferrato (delimitato dalla Valle Bormida e dall’Appennino Ligure). In questo articolo ci occuperemo del Basso Monferrato la cui capitale è Casale. Questa zona dal punto di vista dialettale, pur essendo in Piemonte, risente degli influssi della lingua lombarda della Lomellina e del Pavese, soprattutto nelle zone più vicine al confine con la Lombardia. Dal punto di vista economico è un’area che ha saputo svilupparsi sia sul versante agricolo sia su quello industriale. Nella zona pianeggiante infatti viene coltivato il riso (come nelle vicine province di Vercelli e Novara), ma nella zona collinare si producono ottimi vini: barbera, dolcetto, grignolino, brachetto, malvasia, moscato. L’industria conta su alcune aziende leader nel loro settore a livello mondiale. Basti pensare alla Bistefani, la celebre industria dei biscotti che produce i deliziosi krumiri. Oppure alla Cerutti, la più grande produttrice mondiale di macchine

rotative per la stampa. Casale poi è considerata la capitale del cemento. Qui ha sede la multinazionale del cemento Buzzi Unicem. Qui ha avuto sede anche uno stabilimento della Eternit, ditta che produceva articoli di cemento impastato ad amianto. Oggi la fabbrica è chiusa, però Casale subisce ancora le conseguenze delle lavorazioni. In tutta la città è presente un alto tasso di amianto nell’aria, nell’acqua e nel terreno, e molte persone continuano a soffrire di malattie legate alla eccessiva esposizione al pericoloso minerale. A Casale infine c’è una fiorente industria del settore refrigerazione con dieci aziende di primissimo livello. Il Monferrato casalese è una zona da visitare con calma e attenzione. Al centro di questo territorio, c’è ovviamente Casale, che è considerata la capitale del Monferrato. Qui sorgono alcuni tra i più bei palazzi nobiliari del barocco piemontese. A Casale è viva una piccola comunità ebraica che si riunisce nella sinagoga barocca, tra le più belle d’Europa, e tiene aperto un ricco museo di arte ebraica. Poco distante dalla sinagoga, sorge il duomo romanico con lo splendido nartece. Intorno alla cittadina sorgono borghi che hanno un fascino antico.

Nella pagina a fianco, piazza Mazzini a Casale Monferrato

Vignale Monferrato, il paese della danza

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Itinerari

A Moncalvo d’Asti si tiene un’importante fiera del tartufo

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A pochi chilometri, c’è Terruggia, prima insediamento romano poi feudo di diverse famiglie nobiliari piemontesi. Presso l’oratorio di San Grato è conservata la tela della Madonna con i santi Giovanni Battista e Grato di Carlo Preda. Proseguendo sulla statale per Asti, si incontra San Giorgio, dominato dallo scenografico castello, dalla cui terrazza si gode uno dei più suggestivi panorami monferrini. Andando oltre si incontra Ozzano un tempo dominio degli Aleramo e Paleologi. Qui si possono visitare il castello, simile a una villa nobiliare, e la parrocchiale di San Salvatore che ha un massiccio portale rinascimentale. A Treville, arroccata su una delle cime più alte del Monferrato casalese, sorge la parrocchiale dedicata a Sant’Ambrogio in stile barocco. Passeggiando tra i filari si può raggiungere la pieve di San Quirico, costruzione romanica, meta dei pellegrinaggi della via Francigena. A Sala la passeggiata al colle S. Francesco domina il paese e offre una splendida vista sul Monferrato. Nella chiesa di San Giacomo si trovano importanti opere del Caccia e dell’Alberini.

A Camagna si entra nel Vignalese. Qui si può vedere con l’imponente cupola della parrocchiale di San Eusebio e, sempre sulla stessa strada, si può proseguire verso Conzano, definito il paese dell’arte per le frequenti mostre in Villa Vidua. Vignale invece è il paese della danza e ospita la prestigiosa manifestazione internazionale che si tiene solitamente a luglio e ad agosto. Arroccato sulla collina e circondato da vigneti, tra le sue vie si scorgono edifici e monumenti, tra cui Palazzo Callori, nel quale ha sede l’Enoteca regionale, che hanno fatto la storia del Monferrato. A Cuccaro non è da perdere la strada interna che collega il paese a Lu. La strada può essere percorsa a piedi, in bicicletta o a cavallo e offre una delle viste panoramiche più suggestive del Monferrato. Dopo aver lasciato Casale, se si imbocca la strada della Mandoletta, si entra nella Valle Ghenza e si incontra Rosignano, arroccato sul cucuzzolo della collina ricoperta di boschi e vigneti. Il paese ha una storia molto antica. La sentinella di Casale, così era chiamata nel Seicento, conserva nel centro storico e nelle sue numerose frazioni chiese e castelli, case nobiliari e alcuni belvedere che meritano una passeggiata. Di fronte a Rosignano sorge Cella Monte, il paese del tufo e della musica. Qui è interessante passeggiare tra le vie per ammirare e scoprire gli infernot, specole vinarie scavate nel tufo sotto le case, definite anche le «catacombe» del vino. Moleto invece è un antico borgo saraceno di raro fascino, ormai abitato da pochissime famiglie. Moleto è frazione di Ottiglio dove, nella parte alta, si trova la chiesa di San Germano con la facciata barocca che presenta ancora alcune iscrizioni, una incisa su un blocco di tufo sull’utilizzo nella costruzione della chiesa, iniziata nel 1761, di materiale del castello. Il vicino borgo di Olivola è invece diventato famoso per i concerti jazz: da non perdere la visita alla pieve romanica di San Pietro. Infine Frassinello, nota per i due castelli Sacchi Nemours e Lignano e per la cappella di San Bernardo del Guala. Provenendo daTorino si arriva nella Valcerrina e nel Moncalvese. Il primo borgo che si incontra è Murisengo dove vive l’imprenditrice dell’editoria Inge Feltrinelli. Nelle vicinanze, Villamiroglio, paese dove a maggio viene organizzata la Sagra del pisello. Il borgo è stato fondato nel 1164, da visitare la chiesa parrocchiale, di origine settecentesca, dedicata a San Filippo.


Itinerari A pochi chilometri, c’è Cerrina, con la CasaForte gotica e le chiese delle frazioni di Piancerreto e Montalero, dove si trova un antico castello di origine longobarda e carolingia: notevoli nel centro storico Casa Tornielli e le chiese di S. Pietro apostolo e San Sebastiano e il santuario di San Gottardo nella frazione Pozzengo. Nella frazione Cantavenna, la produzione di una delle più rare e piccole Doc: il Rubino. Da non perdere una visita a Camino per uno dei più bei castelli del territorio: torre risalente al 1000 e la Sala delle Corne con trofei di caccia provenienti da Venaria Reale e pregevole ceramica della scuola di Luca della Robbia. Visitabile su prenotazione. Verso sud, a Madonnina di Serralunga, è d’obbligo salire fino al Sacro Monte di Crea, situato su una delle più alte colline del Monferrato. Esso si snoda lungo la salita che porta al Santuario mariano, e di lì procede lungo un sentiero che, in un bosco di querce e frassini, si inerpica tra le asperità di un friabile terreno roccioso sino ad arrivare alla cappella del Paradiso, posta alla sommità della collina.

Come gli altri Sacri Monti di Piemonte e Lombardia, anche quello di Crea è situato in un vasto parco naturale: in esso si realizza quella suggestiva sintesi tra paesaggio, arte e memoria storica, che ne costituisce la cifra interpretativa. Proseguendo verso Asti si incontra Moncalvo con i resti dell’antico maniero, sotto i cui bastioni si gioca ancora a pallone elastico o a tamburello, particolarmente noto per la sagra del Bue Grasso e per la Fiera del Tartufo. Poco lontano, all’interno, su un territorio collinare si estende ad Alfiano Natta, già possedimento dei Marchesi del Monferrato e successivamente feudo della famiglia Natta dal XVI secolo fino all’inizio del Novecento. Da Moncalvo, infine, attraverso una deliziosa passeggiata in auto tra le dolci curve delle colline, si sale a Casorzo, celebre per la eccellente malvasia. La chiesa parrocchiale, costruita nel 1730, su disegno del Magnocavallo, presenta una splendida facciata in cotto; nell’interno, tra i numerosi quadri, due tele attribuite al Moncalvo.

La sinagoga barocca di Casale, fra le più belle d’Europa

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Nuove Tecnologie

Oggi la tv viaggia

via cavo telefonico I segnali televisivi non arrivano più nelle nostre case solamente dal cielo o dallo spazio: oggi infatti possono viaggiare sulle fibre ottiche e persino sui normali doppini del telefono

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di Alessandra Monguzzi

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er completare il discorso fatto nei numeri precedenti sulla televisione, occorre parlare di un altro tema, quello delle trasmissioni tv che arrivano nelle nostre case non tramite un’antenna, quella tradizionale dedicata ai segnali analogici e del digitale terrestre o quella a padella per i segnali da satellite, ma tramite il doppino telefonico, il classico filo del telefono per intenderci. Perché si possa ricevere questo tipo di televisione occorre disporre nelle nostre case di linee telefoniche un po’ speciali, come quelle a fibra ottica tipiche di Fastweb, ma possono bastare anche quelle tradizionali, appunto il doppino. Spieghiamo allora che, in quest’ultimo caso, per ricevere questa forma di tv il disporre di una linea telefonica è condizione necessaria ma non sufficiente: infatti occorre anche che su quel doppino viaggi oltre al segnale del telefono anche quello ADSL, dedicato alla trasmissione dati (il collegamento ad Internet veloce, per intenderci). Occorre poi disporre di un modem capace di gestire quel segnale, ed in grado di smistarlo al computer, per quanto riguarda i contenuti Internet (la posta elettronica o quant’altro), o all’apparecchio televisivo, per la componen-

te tv, componente che verrà trattata da uno specifico decoder, esattamente come accade per il digitale terrestre o per i programmi via satellite. Rimandato ad altra occasione il discorso su Fastweb, diciamo che la televisione via cavo è fino ad oggi fornita da Telecom Italia e, stando alla pubblicità, da Infostrada. Tutte e due le compagnie garantiscono la necessaria assistenza tecnica per predisporre l’impianto di casa alle necessità del nuovo mezzo: un loro tecnico, infatti, consegna tutto quanto necessario sia per l’hardware che per il software, lo installa e lo regola per la ricezione dei nuovi segnali. Poi… non resta che impugnare l’ennesimo telecomando ed incominciare a fruire della nuova tv. Con qualche sorpresa. Infatti, il servizio tv di Telecom, Alice, gestisce i segnali del digitale terrestre esattamente come fa la nostra televisione di penultimo modello (non tratta i canali a pagamento, per intenderci), distribuisce i programmi di Sky Italia (ma bisogna sottoscrivere il relativo abbonamento, anche se se ne dispone già di un altro). In più, ci aggiunge un discreto numero di programmi su cui vedere, gratis o a pagamento, film e concerti, serie tv ed approfondimenti giornalistici dedicati ad alcuni specifici temi. Non male come partenza. Anche se avremmo preferito che, tra gli eventi acquistabili singolarmente, fossero magari comprese le singole partite del campionato di serie A: per fruirne, adesso, bisogna sottoscrivere necessariamente l’intero pacchetto Sky-calcio.



La Banconota - Numero 56 - Dicembre 2008