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La Regola Feudale di Predazzo La storia, l’autogoverno, l’economia e le tradizioni nella particolare natura giuridica di una comunità solidale


Coordinamento editoriale Mario Felicetti

Con il contributo di: Regione Autonoma Trentino Alto Adige/SĂźdtirol

Area Grafica - Cavalese Progetto grafico Rosanna Cori Impaginazione Alexa Felicetti, Rosanna Cori

Copyright Tutti i diritti riservati Regola Feudale di Predazzo Aprile 2016

BIM dell’Adige Consorzio dei Comuni della Provincia di Trento


La Regola Feudale di Predazzo La storia, l’autogoverno, l’economia e le tradizioni nella particolare natura giuridica di una comunità solidale


Un’istituzione che è parte integrante dell’identità di predazzo

Regola è un termine che affonda nella storia del Trentino, richiamando nei suoi abitanti il legame con il proprio territorio, ma anche la gestione di esso in modo corretto e sostenibile, per mantenere e preservare intatto questo bene per le generazioni successive. La Regola è stata il pilastro sul quale si basavano le nostre comunità rurali, lo strumento che per secoli ne ha scandito la vita, indipendentemente dalla struttura politica del territorio. La Regola è pertanto l’essenza, la base storica della nostra Autonomia, il caposaldo dal quale derivano l’amore, il rispetto e la volontà di amministrare autonomamente il proprio territorio. Le “carte di regola”, per secoli hanno dettato, con le loro norme, le modalità di sfruttamento dei beni collettivi, tutelandone le proprietà. La valle di Fiemme ha conservato immutati nel tempo questi sentimenti, questo vivere la propria terra e voler essere diretti protagonisti della sua evoluzione. Lo ha fatto con istituzioni antichissime, ma ancora oggi in piena attività. Questo corposo volume sulla storia della Regola Feudale di Predazzo affonda nella vita del paese, con le vicende e gli statuti di un’istituzione che è stata ed è parte integrante dell’identità di Predazzo. Vi è l’analisi dettagliata del territorio della Regola, con le sue malghe, le baite e i manufatti montani; v’è il sostegno sociale e la presenza di questa istituzione nella storia della comunità locale, vi sono le tradizioni e i cognomi delle più antiche famiglie, i cui “vicini”, ovvero i capifamiglia aventi diritto, continuano a dare il loro contributo per mantenere vivo questo volano di tutta la comunità di Predazzo. In tutto ciò emerge non solo l’identità del paese e della valle di Fiemme, ma dell’intero territorio trentino, una comunità fondata sulla consapevolezza della propria storia, presupposto dell’Autonomia speciale di cui gode. Il mio più sincero ringraziamento va pertanto agli autori di quest’opera, che consegna alle giovani generazioni, spesso deteriorate dalla globalizzazione, una testimonianza fondamentale di legame vivo con il proprio territorio e con le tradizioni, che i nostri giovani sono chiamati a mantenere. Ugo Rossi Presidente della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol


Un libro per fare chiarezza sulla storia del feudo

Il ricordo di eventi compiuti in un tempo lontano ha il proposito di aiutarci a capire quali sono le origini e il processo di formazione della nostra Comunità di Vicini, quali necessità abbiano determinato alcune scelte fondamentali, con quanta determinazione sono state difese l’autonomia e l’identità comunitaria, quali radici e presupposti abbia la nostra odierna conformazione e quali insegnamenti trarne per il nostro domani. La Regola Feudale, oltre che un patrimonio di inestimabile valore in grado di sostenersi e di svilupparsi ancora secondo la volontà degli stessi Vicini, rappresenta una realtà storica fondamentale per capire la crescita, le trasformazioni, i cambiamenti e l’evoluzione dell’intera borgata di Predazzo. Per questo abbiamo intrapreso il lavoro di memorizzare e catalogare la straordinaria eredità lasciata da chi ci ha preceduto, fissando il nostro bene collettivo in un libro, con la volontà che diventi un prezioso veicolo di conservazione e di trasmissione della cultura e del sapere del nostro Ente, oltre che un interessante strumento per conoscere la montagna, le tante fatiche, i tanti sudori e i tanti destini. Da qui la volontà dell’Amministrazione di trascrivere la propria storia, documentata in gran parte dalle fonti scritte e dagli atti custoditi nell’archivio della nostra sede, sapientemente e pazientemente riordinato di recente da Rodolfo Taiani per conto del Servizio Beni Librari e Archivistici della Provincia Autonoma di Trento. L’articolato progetto di ricerca, la ricostruzione dei vissuti, le problematiche di gestione del territorio e della organizzazione comunitaria della Regola Feudale, sono stati le linee guida per il coordinatore, autore e animatore Mario Felicetti, il quale con passione e professionalità ha gestito un gruppo di qualificati autori dei testi nei diversi ambiti di competenza specifica. A tutti loro e alla commissione istituzionale, un sincero ringraziamento per la disponibilità, la competenza e il pregevole contributo dato, che hanno consentito di portare a termine, questo lavoro da troppo tempo promesso e annunciato. L’auspicio è che questo libro riesca, oltre che a interessare, affascinare e coinvolgere il lettore, a fare chiarezza su molteplici aspetti che hanno riguardato il nostro Feudo. Infatti tanta è la disinformazione e il nostro ieri viene spesso raccontato in maniera errata, distorta o peggio ancora sotto forma di leggenda. Crediamo che queste pagine possano offrire l’occasione per far conoscere il nostro particolare patrimonio storico trasmettendolo anche alle nuove generazioni. Guido Dezulian Regolano


Un importante modello di condivisione e solidarietà

È con grande piacere che approfitto dello spazio concessomi dalla Regola Feudale per ringraziare tutti coloro che si sono adoperati nella realizzazione di questo libro. È un’opera preziosa perché raccoglie la nostra storia, ma anche il nostro presente ed il nostro futuro. Uso il termine “nostro” in maniera non casuale, in quanto penso che la Regola Feudale, pur essendo una realtà assolutamente distinta dal Comune e da altre Istituzioni, abbia avuto un ruolo di primaria importanza nel definire l’identità di Predazzo. È significativo ad esempio apprendere che gli studi relativi ai fenomeni di spopolamento e abbandono della montagna registrano una controtendenza in quei territori che possono contare su elementi di forte coesione sociale, quali sono le proprietà collettive. Il prof. Paolo Grossi le definisce “una felice anomalia che vincola alla collettività i beni direttamente legati alla propria sussistenza”. Questi infatti godono di maggior tutela, poiché per disporne sono necessarie scelte condivise da più soggetti, che operano nell’interesse di una comunità e con una prospettiva temporale che non si limita alle contingenze del momento ma passa attraverso i secoli. La Regola Feudale rappresenta anche un modello di condivisione delle risorse, in una società dove cresce sempre più l’allarme per il divario economico tra le classi sociali e tra il nord ed il sud del Mondo. È importante riflettere sulle nostre tradizioni, che si basano invece sui valori dell’equità e della solidarietà tra le persone, convinti che il vero benessere non possa essere tale se non è per tutti. Concludo con i complimenti al Regolano Guido Dezulian, ai Consiglieri di Regola e a tutti gli autori e collaboratori. Un’altra importante conferma di una comunità che cresce e che guarda al suo passato come riferimento di sostanza per il suo domani. Maria Bosin Sindaco di Predazzo


La speranza che questo patrimonio possa essere mantenuto nel tempo

è un volume importante quello che la Regola Feudale di Predazzo ha voluto produrre e pubblicare, per consentire al paese di conoscere a fondo l’origine, le vicende, i contenuti amministrativi, economici, culturali e sociali, oltre alla particolare forma giuridica di una realtà istituzionale che è parte integrante della sua storia. Il tutto inserito nel contesto generale di questa comunità, inquadrata dalla Preistoria ai giorni nostri, anche nei suoi rapporti con il territorio e con le altre realtà della valle, in particolare con la Magnifica Comunità di Fiemme. Si parte dall’esame dei documenti più antichi per arrivare al primo Statuto ed a quelli successivi (l’ultimo è del 1983), esaminare i contenuti del suo archivio, ripercorrere la straordinaria storia scientifica di una zona che si distingue per i suoi contenuti geologici e mineralogici, analizzare le particolarità ambientali ed altri aspetti importanti, legati alla toponomastica, allo sviluppo urbanistico del paese, ai cambiamenti turistici. Senza dimenticare i contenuti di cultura, il patrimonio artistico e religioso, le specificità legate ad un ruolo di sostegno alle più diverse iniziative sociali, la sua volontà di conservare determinate tradizioni. Con un appello conclusivo perché questo straordinario patrimonio possa essere tutelato e mantenuto nel tempo. Un’opera alla quale hanno collaborato esperti di prestigio, impegnati, ciascuno per la propria parte, a garantire dei contributi di assoluta qualità, in grado di evidenziare la straordinaria valenza storica, economica e culturale di questo Ente. Mi sia consentito, come coordinatore editoriale e coautore della pubblicazione, ringraziare innanzitutto il Regolano Guido Dezulian, l’ex Regolano Giacomo Boninsegna, la Commissione Culturale e l’intero Consiglio di Amministrazione per la fiducia che mi è stata accordata, oltre che, naturalmente, tutti gli autori. Con un mio particolare senso di gratitudine nei confronti degli storici della valle prof. Arturo Boninsegna e prof. Italo Giordani sia per il loro contributo che per la sensibilità dimostrata nel sostenere il mio lavoro con i loro preziosi consigli. Sono consapevole che sulla Regola Feudale ci sarebbe ancora molto da scrivere e da scoprire. Mi auguro, quindi, che quanto realizzato con questo volume possa essere di stimolo per ulteriori, significativi approfondimenti futuri. Mario Felicetti Coordinatore editoriale


Sommario

CAPITOLO I

La storia di Predazzo

Arturo Boninsegna

121 L’istituzione della Regola Feudale.

Predazzo, sabato 22 febbraio 1608

129 La posizione giuridica della Regola Feudale nella legislazione austriaca e italiana (fino al 1927)

19 Il territorio 24 Predazzo dalla preistoria

al medioevo

33 Il villaggio di Predazzo

nel Cinquecento

41 La crescita del paese

tra Seicento e Settecento

CAPITOLO III

Vincoli feudali e successione

Giuseppe Morandini “Clausa”

137 L’affrancazione del Feudo

54 Predazzo nell’Ottocento

77 Predazzo e la Regola Feudale

140 La successione feudale

di Predazzo dai vincoli feudali

86 Predazzo nella Magnifica

Comunità di Fiemme

92 Diritti privati e gestione comunitaria. Certezze e interrogativi

CAPITOLO II

L’istituzione: natura giuridica e appartenenza Italo Giordani

101 La Comunità di Fiemme

contro il privilegio di Predazzo

105 I documenti più antichi

sul Feudo di Predazzo

CAPITOLO IV

La natura giuridica della Regola. Il valore dell’autonomia Cesare Trebeschi

149 Autogoverno nella solidarietà


CAPITOLO V

Un archivio, tante storie un’identità Rodolfo Taiani

CAPITOLO VII

La questione femminile Mario Felicetti

203 Confermata la norma statutaria

163 Conservato nella sostanza

lo spirito originario CAPITOLO VIII

Geologia minerali e fossili

CAPITOLO VI

Beni feudali ed allodiali. Un importante patrimonio

Elio Dellantonio

209 Geologia, minerali e fossili

Luigi Morandini

177 Introduzione 179 Eventi storici che descrivono

il territorio della Regola

180 1773 Il catasto Teresiano 182 1750 circa Prima mappa del territorio 184 1858 Il catasto con evidenziate

le particelle del Monte Feudale

188 Mappa del dott. Zieger

con i confini della Regola

190 1950 circa Evoluzione delle

particelle catastali

CAPITOLO IX

Il Feudo e lo sviluppo urbanistico di Predazzo Giacomo Guadagnini

243 Una evoluzione naturale vincolata

CAPITOLO X

Territorio, ambiente e foreste Giovanni Martinelli

257 Il prestigio di una evidente

192 Assemblea 2007, definizione

257 La proprietà 258 Il paesaggio forestale 263 La risorsa foresta e la sua gestione 266 La cura del bosco 273 Piacevoli scoperte

planimetrica del territorio antico

196 Territorio della Regola rispetto

al contesto geografico

vocazione forestale


Sommario

CAPITOLO XI

CAPITOLO XIV

Riccardo Demartin

Bruno Bosin

La fauna

277 Un mondo di emozioni

ReligiositĂ e arte 309 Un patrimonio conservato

e valorizzato

CAPITOLO XII

Toponimi e cartografia Guido Dezulian

289 Denominazioni particolari

ispirate al territorio

CAPITOLO XIII

CAPITOLO XV

Cultura, lavoro e patrimonio Guido Dezulian, Giacomo Boninsegna, Nicolino Gabrielli, Mario Felicetti

331 Il grande geologo incompreso Marzari Pencati (1779 - 1836)

I segni della presenza dell’uomo

335 La cava de le bore

Mario Felicetti

344 Le cave sul territorio della Regola

295 Latemar e Regola Feudale:

354 Il Maso alle Coste

359 La casa della Regola Feudale

una lunga storia per il turismo del paese

303 Luci e ombre

sulla montagna feudale

370 Malghe 378 Vardabe


CAPITOLO XVI

Il godimento in rotazione dei beni comuni Guido Dezulian

391 Le assegnazioni decise

per estrazione a sorte

CAPITOLO XIX

Radici profonde Marco Felicetti

423 La comune identità feudale CAPITOLO XX

La Regola Feudale oggi Guido Dezulian

CAPITOLO XVII

Feste, tradizioni e folclore Mario Felicetti

407 L’attaccamento del paese

alle sue tradizioni

407 Tradizioni scomparse 408 I fuochi di ferragosto 409 La desmontegada 410 La festa di San Martino 411 San Nicolò 412 Il canto della stella 412 La festa del Vicino

451 Amministrazione e programmi

CAPITOLO XXI

Lo sfruttamento idroelettrico dell’acqua Guido Dezulian

463 Le centrali idroelettriche 468 L’appello

di Paolo Grossi

CAPITOLO XXI| CAPITOLO XVIII

Le regalie

Guido Dezulian

417 Il diritto dei “Vicini” di partecipare agli utili

Personaggi da ricordare 473 Un omaggio a chi ha fatto la storia


CAPITOLO I

La storia di Predazzo Arturo Boninsegna


Il territorio

Una storia e una geologia singolari “Porta delle Dolomiti” e “scrigno della geologia”, questi i nomi ricorrenti nell’Ottocento per indicare la conca di Predazzo ed elogiarne i valori ambientali e geografici. Destino comunque strano per una località che fu abitata per ultima in Fiemme, a causa di condizioni climatiche poco favorevoli, e che dopo alcuni secoli si avviò a diventarne il centro maggiore sia per popolazione che per estensione del territorio. Per giustificare il ritardo nella formazione del nostro paese, finora si è sempre parlato di un fondovalle troppo esposto alle alluvioni dei due torrenti che lo racchiudevano fino a cent’anni orsono, l’Avisio e il Travignolo, prima dell’espansione postbellica; ma forse una ragione più determinante nei confronti della sua posteriorità potrebbe essere individuata nella sua stessa storia feudale e comunque nella mancata concessione fin dalle origini di questo territorio allo sfruttamento economico della Comunità di Fiemme. Esso era troppo importante per il Vescovo di Trento perché rappresentava un baluardo a salvaguardia dei suoi confini nei confronti dei Principati di Bressanone, di Feltre e di Belluno, tra loro rivali ben prima della elevazione dei rispettivi Vescovadi in contee da parte dell’imperatore germanico. È quindi una testimonianza di interessi territoriali e statali anche là dove la popolazione era assai scar-

sa, in alcuni momenti probabilmente assente, e comunque su territori che dal punto di vista pastorale e minerario erano conosciuti e apprezzati da molti secoli, se non addirittura da qualche millennio. L’ambiente che circonda Predazzo ha un fascino del tutto singolare che deriva dalla sua posizione mediana lungo il corso del torrente Avisio, ma soprattutto dai monti circostanti che presentano forme e profili diversi secondo la loro costituzione geologica. Chi accede alla piana di Predazzo, coglie immediatamente di trovarsi in una conca di origine complessa, collegata con fenomeni vulcanici antichissimi: i geologi parlano del fondo di una “caldera” in cui il vulcano di Predazzo collassò in se stesso, oltre duecento milioni di anni fa, modificando la morfologia creatasi nei fondali marini e quindi lasciandosi profondamente trasformare dagli eventi successivi che in decine di milioni di anni hanno registrato sollevamenti e abbassamenti, incisioni di torrenti in direzioni diverse dalle attuali, enormi lingue glaciali che come grandi raspe hanno dapprima ripulito e poi inciso i fianchi delle rozze valli primitive e quindi hanno modellato il paesaggio attuale in cui i nuovi corsi d’acqua e soprattutto l’invadente vegetazione di climi più favorevoli dell’attuale hanno dato il tocco finale a creare un ambiente di sereno fascino. In sintesi,

•• La storia di Predazzo • Il territorio • 19


i porfidi, le lave e i graniti, i depositi marini e fluviali, e le pallide rocce delle Dolomiti a settentrione e ad oriente creano intorno alla borgata una varietà di ambienti e di panorami che è raro riscontrare altrove.

I monti

A meridione, la Catena del Lagorai forma una barriera che da lontano appare quasi invalicabile. Le cime, dal profilo giovanile a piramide, lama e ventaglio sono tra loro separate da alte vallette e selle impervie; ai loro piedi, in incisioni profonde e su tavolati inclinati, trovano larghi spazi i pascoli per gli alpeggi, nominati dettagliatamente già dal 1314, sotto i quali si estende il regno di boschi millenari di conifere. Dell’articolato crinale da Predazzo e dintorni si colgono, sopra le altre, le cime di Cece (la più alta, con i suoi 2754 m), di Moregna e Coltorondo, nonché la Busa Alta, il Cardinal e il Cauriol su quel di Ziano. Le valli inferiori sono scavate profondamente e percorse da rivi perenni; molte delle loro forme richiamano l’intervento formidabile dei ghiacciai quando ingombravano tutta la regione con spessori superiori ai mille metri. Alla loro azione si deve tra il resto la levigatura delle rocce di sponda e di

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fondo, la rotondeggiante forma dei dossoni e costoni, le vallette pensili da cui cadono le cascatelle dei ruscelli con freschissime acque, lo scavo delle conche, o “cadini”, oggi occupate dai laghetti da cui tutta la catena prende il nome: tra gli altri, il Lago di Cece, il Lago di Moregna, il Lago Brutto e il Lago delle Trote. Oggi l’ambiente si propone per la sua quasi inalterata conservazione: l’uomo vi ha posto mano con saggia consapevolezza di usare quello che la natura offre, senza eccedere nello sfruttamento. Flora e fauna si sono adattate alla prudente presenza umana che ha preferito certe piante di alto fusto perché più redditizie, ma ha conservato un rapporto ideale tra foresta, rada o fitta, praterie falciabili, pascolo per bovini da latte e asciutti, pascoli per ovini e caprini. Dappertutto le specie spontanee, come quelle del sottobosco, il mugo, l’alno verde, gli arbusteti nani, hanno trovato il modo di mantenere il loro dominio ai margini e sopra i pascoli produttivi. Per la fauna, sterminati i lupi e gli orsi più per paure ataviche che per effettivi pericoli, l’esemplare faunistico di maggiore spicco è oggi il cervo, prima scomparso e quindi reintrodotto con grande successo da alcuni decenni. Ma forse l’ungulato che può vantare una più

Una panoramica verso il monte Feudo.


flora, fauna, foreste, praterie, una miriade di animali selvatici da una parte all’altra della valle e dei gruppi montuosi che la circondano

lunga residenza su questi monti è il camoscio, difeso dalla natura impervia e spesso inaccessibile. Diffusissimo è il capriolo, nascosto tra i boschi ariosi e nelle radure, ricche altresì di lepri comuni e variabili, marmotte, volpi, martore ed ermellini. Tra gli uccelli si impongono per la loro mole alcuni tatraonidi (gallo cedrone, forcello, pernice bianca e francolino). Ma frequenti sono, ai diversi livelli, le coturnici, le poiane, gli astori, i falchi, le civette, i gracchi e i corvi, i picchi, i tordi, ecc. Aquila reale e corvo imperiale volano tra le cime da una parte all’altra della catena e delle valli. Di fronte al Lagorai si oppongono brevi catene e massicci isolati che testimoniano una storia geologica complessa e tormentata. Esemplare in questo appare il Gruppo del Latemar ove, accanto ai residui dell’antichissimo cratere vulcanico costituito dal Monte Agnello con il Dos Capèl, si ha un esempio eccezionalmente conservato di atollo corallino con ogni tipo di depositi marini, che fanno la gioia degli studiosi di fossili e di stratigrafia delle rocce. Con le sue bianche guglie sfasciate e sbrecciate, precipiti verso l’esterno e a portata di mano fino quasi a toccarle verso il pianoro centrale, il Latemar anticipa i prodigiosi paesaggi dolomitici di Fassa. Le altezze superano i 2600 metri per calare con ripidissimi versanti sul fondovalle in cui l’Avisio, tra Forno e Mezzavalle, ha scavato un passaggio di comunicazione tra il suo corso superiore della Val di Fassa e quello inferiore di Fiemme. Continuando l’ispezione in senso orario, il fianco sinistro della stretta valle è limitato da una formazione geologica di uguale interesse, in quanto in essa si accostano senza soluzioni di continuità le rocce vulcaniche raffreddatesi all’interno dell’apparato craterico e quelle candide, in parte quasi marmoree, della Viézzena, dove, tra gli strati calcarei non ancora dolomitizzati, la ricchezza dei fossili è di valore mondiale. Verso oriente, davanti all’imponente superbia dolomitica delle Pale di San Martino si stende un paesaggio di tale serenità da costituire uno straordinario balcone natura-

le davanti agli aspri speroni del Lagorai. È questo l’ambiente della “monte del fieno”, da almeno mille anni curata e falciata dagli uomini di Fiemme che, per la conservazione del fieno e il soggiorno estivo, hanno eretto baite in tronchi secondo moduli costruttivi arcaici e paragonabili ad esempi molto lontani su altre catene montuose. Il legname occorrente veniva prelevato dai radi lariceti esposti verso meridione e il loro abbattimento serviva ad ampliare i prati falciabili il cui sfruttamento estivo risaliva fino alle rocce che coronano la Viézzena.

Il turismo culturale d’élite

Questo tipo di economia rurale rimase quasi immutato fino all’ultima guerra mondiale in forme testimoniate con vivacità dai primi “esploratori” forestieri della nostra terra. La curiosità diretta verso questi luoghi da parte degli stranieri è stata anticipata da una pubblicazione a stampa del 1806 e da una particolareggiata relazione amministrativa compilata per il nuovo governo austriaco nel 1835. Tra le altre, ad esempio, si possono riportare le seguenti osservazioni, solo in parte di prima mano, per il Giudizio Distrettuale di Cavalese: “I monti di questa vallata, resa illustre per le varie, e nuove scoperte fattevi da filosofi naturali, offrono molte cose mirabili in riguardo alla natura delle loro pietre, marmi, miniere ed acque minerali”; il che ci rammenta come l’interesse non fosse inizialmente paesaggistico, ma scientifico, dal momento in cui il conte Giuseppe Marzari Pencati scoprì ai Canzoccoli di Predazzo una situazione stratigrafica, tra graniti, lave e sedimenti marini, che sconfessava l’opinione della scienza ufficiale. Dopo la sua memoria pubblicata nel 1820, si ebbero continue visite dai maggiori scienziati dell’Europa accademica. Essi promossero quella massa di ricerche e pubblicazioni che costituiscono il vanto di Predazzo e dei suoi dintorni; a loro si deve se il nome è notissimo in ogni sede che studi gli aspetti della geologia, mineralogia e petrografia, nonché della paleontologia. Ma vale la pena prose-

•• La storia di Predazzo • Il territorio • 21


guire nella citazione “amministrativa” che pare già consapevole di futuri risvolti nelle frequenze turistiche sulle ali della scoperta romantica di geografie sconosciute: “Questo paese [Predazzo], il più popolato della Valle, … conta 244 case e 2268 abitanti, è piano … Qui se il filosofo naturalista contempla ed osserva come la natura si mostrò prodiga nel donare agli abitanti di questa Valle foltissime ed immense boscaglie, da trarne da esse il loro sostentamento, altrettanto si scorge nei contorni di questo paese ch’ella molti altri tesori nel suo seno nasconde …” e prosegue nel magnificare le miniere di Viézzena già documentate in antico. L’interesse del turismo culturale si estese alle nostre valli sull’onda di mode europee, specialmente britanniche e tedesche. Valga la testimonianza nel 1872 della viaggiatrice inglese Amelia B. Edwards: “Di questo villaggio molto sparso in una conca tutta verde in fondo alla valle, risalta subito l’aspetto prosperoso: le case sono grandi e massicce, con tetti spioventi come quelli delle case tirolesi”. E poi: “Ma c’è da sussultare a sentir affermare che Predazzo occupa esattamente l’area di un cratere estinto e che le montagne che la circondano da ogni parte … sono formate da rocce ignee che scaturirono, simili a lava, in qualche remoto periodo della storia geologica”. E infine: “Si dice che la cittadina, ora abbastanza tranquilla se si esclude l’attività commerciale, occupi proprio il centro dell’antico cratere”. L’apprezzamento della signorina inglese, oltre alle sue osservazioni geologiche apprese in loco, coglie probabilmente una situazione economica in netta ripresa, dopo gli anni molto difficili intorno alla metà di quel secolo. Nel 1875 un altro viaggiatore, Walter White, rimase assai colpito dai “grandi nomi” della scienza che comparivano sul libro degli ospiti dell’Albergo “Nave d’Oro” e fu attento osservatore di ogni particolare urbanistico, edilizio e folcloristico della vita del paese. Al di là delle annotazioni molto interessanti sull’edilizia predazzana, resta famoso un brano particolarmente vivace sulla vita rurale che, senza poterlo prevedere, durò nelle stesse forme almeno fino al ventennio fra le 22

due guerre mondiali. Egli rimase colpito in modo particolare dalla fatica improba della fienagione in alta montagna (sembrerebbe nella Val di Viézzena o in Val verso la Caorina della Bellamonte) la cui illustrazione si conclude in modo significativo: “Se uomini e donne non fossero pazienti quanto i loro buoi, il lavoro non verrebbe mai portato a termine”. Tale giudizio corona una descrizione davvero interessante per precisione e stile. Incomincia con il ricordare la lontananza dei prati di monte. “La distanza in salita non ha importanza, basta che ci sia erba. Quando il carro non può più avanzare, gli levano le ruote posteriori e lo

La fatica della fienagione in alta quota.


girano in direzione della discesa, poi si arrampicano ancora per una mezz’ora o un’ora fin dove c’è il fieno. Allora riempiono un grande lenzuolo di quanto fieno un uomo o una donna può reggere e lo portano sulla schiena giù fino al carro; e così continuano, giorno dopo giorno, finché tutto il fieno così duramente raccolto è ammassato. Poi bisogna caricarlo, legarlo, guidare faticosamente il carro a strascico giù per quelle erte e terribili strade. Alle volte il carico, mal confezionato, si rovescia e si sparpaglia e talvolta le ruote, in curva, si incastrano, il che provoca ritardi e ulteriore fatica. E per tutto il tempo la loro alimentazione consiste in poco più di un caffè, polenta e formaggio”. Come si vede, l’attenzione dei forestieri è rivolta ai particolari etnografici, mentre l’osservazione del territorio appare ancora limitata agli aspetti di maggiore evidenza. Da parte loro non si coglie nemmeno bene la posizione centrale di Predazzo tra le valli di Fiemme, Fassa e del Travignolo, disposte come rami di una ipsilon il cui punto d’incontro oggi è totalmente occupato dall’espansione dell’abitato, mentre un tempo si restringeva fra le falde del Monte Mulat e il corso dei due torrenti che ne hanno contras-

segnato con i loro ponti e alluvioni i momenti salienti della sua crescita. In questa piana oggi trovano sede attività differenziate tra quelle a servizio del turismo e quelle artigianali e commerciali, mentre all’esterno del perimetro abitato proseguono in forme moderne le attività agricole, esclusivamente rivolte alla zootecnia, e quelle collegate con le foreste, ricchezza proverbiale della nostra terra. Nella borgata vista dall’alto sono facilmente individuabili gli edifici pubblici che con la loro mole sovrastano gli altri e cingono quasi con un abbraccio il centro storico ancora ben distinto nei rioni di Ischia, Sommavilla e Pié di Predazzo. All’esterno, si colgono le fasi dell’espansione recente: la prima, tra l’Ottocento e il Novecento verso l’Avisio, arginato contro la montagna delle Coste e di Pelenzana e verso il ponte della Birreria; quindi i nuovi rioni del Borgonuovo, Ischion, Portela, Magnabosch e Fontanelle. Più in là, verso meridione, le zone sportiva, agricola e aeroportuale conservano ancora ampie prospettive prative fino al margine nero delle abetaie. Altrove la ripidità dei versanti ha delimitato naturalmente l’edilizia residenziale e turistica.

Un carro del fieno a strascico utilizzato in alta montagna.

•• La storia di Predazzo • Il territorio • 23


Predazzo dalla preistoria al medioevo

Una preistoria ancora da ricostruire Gli insediamenti stabili nelle alte valli alpine appartengono ai due millenni a noi più vicini e quindi per le epoche più antiche si dovrà parlare piuttosto di presenze discontinue, stagionali o temporanee. Per il nostro ambito tutto l’argomento rimane ancora nel vago o nell’ipotetico dal momento che da noi mancano ancora campagne archeologiche scientificamente estese e pianificate. Le prime presenze preistoriche documentabili, ma fugaci ancorché ripetitive, furono quelle dell’uomo mesolitico, non più del paleolitico né ancora del neolotico, come dice il nome. La scoperta fondamentale su queste frequenze risale ad una trentina di anni fa quando, intorno ai laghi del Colbricon, si accertò l’esistenza di numerosi bivacchi risalenti ad oltre novemila anni fa (7500 a.C. circa), appartenuti nel corso di molti secoli a piccole comunità di cacciatori e raccoglitori provenienti dalle grandi valli periferiche alle Dolomiti e dalla pianura veneta, i quali seguivano il risalire della selvaggina (specialmente stambecchi e camosci) verso i monti e i loro valichi che si erano ormai liberati dalla copertura glaciale. Anche sul territorio di Predazzo si sono fatti dei piccoli sondaggi archeologici e le forcelle del Lagorai e, di fronte a loro, il Passo Feudo con il vicino Passo di Pampeago hanno presentato alcune testimonianze di questo tipo. 24

Molto più singolare e promettente appare però la ricerca sull’Età del Bronzo medio, all’incirca intorno al 1500 a.C., allorché, cessata da tempo la frequenza di tipo mesolitico, se ne instaurò un’altra fondata sulla pastorizia. Questo tipo di economia richiedeva il controllo dei pascoli di transumanza e ciò avvenne con i cosiddetti “castellieri”, complessi di abitazioni rudimentali e di difese con muriccioli a secco, disposti in posizione eminente e comunque in grado di dominare un largo territorio pascolivo. Pare addirittura che questi siti fossero a vista tra loro e sistemati lungo una vera e propria fascia di confine che sul territorio di Predazzo spaziava dal Dossaccio al Passo di Lusia e di qui a Vardabe e al Passo Feudo, per proseguire quindi verso occidente fino a Trodena. Gli elementi probatori di questa ipotesi di studio sono numerosi e davvero sconcertanti perché, su questa linea di separazione fra i diritti di pascolo di chi proveniva da oriente e da sud e di chi si espandeva da nord, si è in seguito impostato il confine storico della Comunità di Fiemme. Lungo questa striscia di demarcazione, in epoca protostorica si ricavarono, con un dissodamento secolare, le praterie comunitarie e del Feudo e qui sono stati rinvenuti significativi, anche se sporadici, reperti archeologici, quali punte di lance (distintive di comando, piuttosto che da


guerra) e vicino a Predazzo si impose il punto di controllo del Castelir di Bellamonte, su un dosso centrale nella valle del Travignolo, dominante a perdita d’occhio le praterie di quella che sarà poi la “monte del fieno”. Anche in questo caso però la ricerca dovrà approfondire molti aspetti e dedicarsi al riesame più attento di manufatti considerati fino a qualche tempo fa solo di epoca medievale. Il tipo di economia pastorale non lasciò certamente tracce vistose di ricoveri e abitazioni perché gli bastavano dei ripari adattati con recinti in pietrame e precarie strutture in pali. Vista però la particolare morfologia della Bellamonte, ma anche di Vardabe sul Feudo, non appare azzardato, nella situazione delle attuali conoscenze, riconoscere in modelli primitivi di allora alcune soluzioni di ricoveri precari poi perfezionati nelle baite di alta montagna. In alcuni casi è certo che la loro dislocazione, oggi apparentemente “casuale”, derivò invece da frequenze antiche e regolari, con conoscenze geografiche e climatiche tramandate di generazione in generazione per molti secoli.

Di questo periodo tra il 1500 e il 500 a.C., cioè fino all’Età del Ferro, restano ancora da risolvere aspetti assai interessanti riguardanti le ricerche minerarie. Si afferma spesso che già molto in antico esse si ripeterono sui monti intorno a Predazzo e specialmente sui fianchi impervi del Monte Mulat. In questo campo purtroppo le speranze di trovare testimonianze attendibili sono quasi nulle e ciò perché, sui medesimi luoghi e intorno ai medesimi affioramenti, si accanirono successivamente anche gli Etruschi (così dicono gli storici ottocenteschi, ma forse sarebbe meglio parlare di cercatori con tecniche padano-appenniniche preromane) e dal primo Medioevo le diverse campagne di sfruttamento, che si ripetevano di secolo in secolo a mano a mano che miglioravano le tecniche di estrazione dei minerali e di sicurezza dei minatori. Per rinvenire tracce di insediamenti stabili è necessario, nel nostro caso, riferirsi al periodo neolitico con la diffusione delle tecniche agricole. Per Fiemme la presenza è accertata nel tratto centrale e meglio esposto al sole. Per Predazzo non si sa quasi nulla

Predazzo nel passato.

•• La storia di Predazzo • Dalla preistoria al medioevo • 25


e quindi non si può presumere l’esistenza di un qualche tipo di villaggio permanente perché i ritrovamenti sono stati così casuali e mal comunicati che non forniscono alcuna certezza. Resta però un indizio interessante, anche se ancora da esaminare meglio e quindi nemmeno interpretabile con sicurezza. Gli studi geomorfologici, che esaminano le forme del terreno naturale e le modifiche apportatevi dall’uomo, hanno dedicato una qualche attenzione alla piana di Predazzo oggi occupata dalla campagna, tutta a prato come intorno all’anno Mille, e ne ha riconosciuto lo stadio finale di un antico lago interrato, certamente di oltre duemila anni fa. Ebbene, sulle sue sponde di sabbia molto fine, verso le Fontanelle, sono stati rinvenuti i resti carbonizzati di fuochi di pescatori.

Dall’epoca romana al Mille

Anche per l’epoca romana a Predazzo non si sono trovate testimonianze tali da dare per certa una presenza continuativa, come invece a Ziano e in altri paesi di Fiemme; eppure non è senza senso presumere questa presenza, forse tra il Fol e Vardabe, che ha fornito

occasionali ritrovamenti, mentre le informazioni popolari di diversi decenni fa parlavano di “case rotte” alle Fontanelle di cui erano rimaste solo bianche pavimentazioni in terra battuta di calce, scomparse poi a seguito delle bonifiche agricole, eseguite per recuperare anche queste pertinenze piuttosto sterili, a causa delle piccole e frequenti sorgenti che qui affioravano, e definitivamente cancellate dai lavori per gli impianti sportivi dopo che l’alluvione del 1966 aveva sconvolto gran parte di questi miseri campicelli. Interesse notevole assume per quest’epoca l’individuazione del tipo di abitazione utilizzato dall’uomo, fosse essa solo stagionale o già stabile. Mentre non sono state individuate tracce di case “retiche”, confronti con la preistoria e la protostoria di località vicine inducono a credere che comparivano già due tipi di costruzioni le quali si dimostrarono in seguito assai funzionali nella loro semplicità e di felice inserimento ambientale per la localizzazione e per l’uso razionale dei materiali locali. Si tratta dei fienili di media montagna e delle baite di alta montagna, naturalmente con forme intermedie tra loro, Un’antica baita di montagna.

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“Pradassis”, il primo nome di un paese la cui origine è documentata attorno al 1050 circa, nel contesto di distese prative curate dall’uomo per la sua attività zootecnica

dipendenti dal terreno, dalla sua pendenza e dai tipi di prateria alpina. In comune hanno la funzionalità essenziale per la fienagione di media e alta montagna e si distribuiscono altimetricamente con una rigorosa modalità che nessuno ha posto nel dovuto rilievo, anche in dipendenza delle possibilità invernali e primaverili di trasferire a valle il fieno. I fienili o “tabiài” sono stati eretti, secondo un modulo che qualcuno fa provenire addirittura dal Caucaso, su una fascia altimetrica tra i 1200 e i 1700 metri; i “baiti” sorgono al di sopra ovvero in zone che non avrebbero consentito il recupero del fieno se non subito dopo la sua produzione. Il “tabià” ha come funzione la conservazione del fieno ben oltre Natale, fino al momento del trasporto a valle, spesso sulla neve. Il “bait” è unicamente il ricovero diurno e notturno del contadino e, in qualche caso, del suo asino o cavallo nella sporgenza allungata di uno spiovente del tetto. Topograficamente i fienili tipici nella nostra valle si trovano sulla Bellamonte, a Vardabe, a Malgola e a Stava. I “baiti” invece hanno una distribuzione più ampia: inoltre i primi si distinguevano per un’ariosa pianta quadrata, a cui eventualmente si aggiunse in adesione una cucinetta in muratura; i “baiti” invece, oltre i 1800 metri, occupavano una base rettangolare con il fuoco a terra sull’entrata rivolta al sole e un giaciglio sul lato opposto sopra tronchetti smezzati o assi rudimentali. Dalle loro soluzioni edilizie e dall’esempio di antiche case rurali di fondovalle sorse quindi, tra l’epoca romana e quella medievale, l’unità immobiliare del “maso” il cui impianto più semplice e originario in qualche esemplare appare proprio nel territorio di Predazzo, come al Maso del Pinzan, considerato estremo lembo di questo tipo di colonizzazione neolatina, a ritroso del torrente Avisio. All’epoca romana seguì un periodo di spopolamento, e certamente “morti” ci appaiono i secoli immediatamente successivi al tracollo dell’Impero. L’opinione dei linguisti, basata sullo studio delle parlate oggi registrabili, è che vi sia stato un lungo momento

di abbandono, o almeno un periodo in cui non è attestabile alcun mutamento sociale ed economico, con una popolazione ridotta al minimo e quindi incapace non solo di assumere nuove abitudini e tecnologie, ma anche di conservare un’eredità risalente almeno alla romanità. Indubbiamente tra il VI e il IX secolo non è dimostrabile alcunché di significativo in valle e tantomeno a Predazzo. Allo stesso modo le parlate neolatine di Fiemme dopo il 1200, analizzabili attraverso i nomi di persona e di luogo, devono quasi tutto il loro bagaglio linguistico ad un ripopolamento proveniente da fuori, durante la ripresa economica del basso Medioevo. Resta tuttavia il fatto che appare impossibile trovare, poco dopo il Mille, paesi e comunità già bell’e pronti, se prima di allora si immagina il vuoto. Proprio la storia della formazione di Predazzo fornisce la prova che queste aggregazioni urbanistiche e sociali si compongono con grande lentezza e non certo con immigrazioni improvvise, anche se consistenti. Simili deduzioni, unite alla documentazione disponibile, diretta e indiretta, consentono di dire che, se il nostro paese sorse tardi, il primo nome di luogo ad esso riferibile, quel certo “Pradassis” documentato intorno al 1050 circa, non può non denominare altro che distese prative frequentate e in qualche modo curate dall’uomo per la sua attività zootecnica di montagna.

I dodici masi tra leggenda e storia

L’origine di Predazzo è ancora avvolta nella leggenda o, meglio, presenta aspetti sicuramente fantasiosi, mescolati con particolari storici di una precisione davvero sorprendente. Quando sia nato il tradizionale racconto sui dodici masi, è abbastanza facile dirlo: nel momento stesso in cui si incominciò a scrivere la storia del nostro paese. Sulla scia dei primi studiosi, comunque dopo il 1600, si riscoprì per Predazzo un’origine del tutto normale, quella cioè di un minuscolo insediamento agricolo preceduto da secolari frequenze di pastori. Così era stato per tutti i paesi della valle, esclusi quelli che potevano

•• La storia di Predazzo • Dalla preistoria al medioevo • 27


vantare origini molto antiche, come Varena, Tesero e Cavalese. Che poi siano stati proprio dodici i masi originari, questo rientra fra le affermazioni da dimostrare, ma si capisce bene che agli inizi furono di meno e poi di più, fino alle circa trenta abitazioni accertate nel 1502. Per ricostruire l’origine del paese è interessante seguire i momenti progressivi della creazione della leggenda dei dodici masi. Per inciso, si noti come essa sia unica per tutta Fiemme, a dimostrazione del fatto che Predazzo fu l’ultimo paese a formarsi come tale e che, per non sfigurare di fronte agli abitati più antichi, sentì il bisogno di nobilitare i suoi natali e di inventarsi alle origini un insediamento di addirittura dodici masi. Il numero è “importante” perché è quello delle tribù d’Israele, dei profeti minori, degli apostoli, delle ore del giorno e della notte, dei mesi dell’anno, ecc. Il “maso” poi era l’insediamento medievale per eccellenza, autonomo e autosufficiente; da questo tipo di costruzione e azienda agricola ebbero origine i paesi medievali di Fiemme: ne è esempio classico quello di Ziano ove la progressiva compattazione da masi sparsi a rioni è chiaramente riconoscibile negli ultimi secoli e nella struttura urbanistica attuale. Ma rileggiamo i nostri storici del secolo scorso. Il Vanzetta per primo (1830 circa) aveva rilevato l’origine anomala del paese, sia per il suo dialetto diverso da Fiemme e da Moena che per il taglio fisico dei suoi abitanti. Il nome poi di Predazzo, ricollegandosi ad un “grande prato” doveva far pensare anche a dimore rurali, stagionali o permanenti, cioè a fienili e masi. Scrisse poi il Delvai nel 1891: “Assai verosimilmente si incominciò ad erigervisi delle abitazioni, che probabilmente da prima non venivano abitate che l’estate; quindi vi si stabilirono dei Masi, di cui la tradizione dice che un tempo erano 12”. Sia il Delvai che più tardi il Felicetti si sforzarono di riconoscerne alcuni: la casa del Mas-cet o del Mit con l’anno 1084 in Via S. Dellagiacoma, la casa del Solai o del Tinol presso Piazza Calderoni, la casa del 28

Giacomelàt o del Selèr con l’anno 1082 in Via Indipendenza, la Locanda “alla Rosa” in Via Garibaldi; ma venivano compresi anche tre masi in Imana e quello di Brigadoi. In questi tentativi si vede bene che sono inclusi edifici che non formarono di certo il nucleo primitivo del paese e che, inoltre, mancano le indicazioni di altre case molto antiche lungo la linea di separazione tra piano e monte, da Sommavilla alla Fiera. Non c’è dubbio che il paese primitivo si dispose in questa fascia, salvando i campi, mettendosi vicino ai pascoli e al bosco, comunque ben lontano dalle piene dell’Avisio e del Travignolo. Un’osservazione molto interessante si può fare ancora a proposito delle date più antiche che compaio su due dei masi citati. Certamente le scritte non sono autentiche e vari

Una facciata di Casa Selèr come si presenta oggi.


la comunità di Predazzo ebbe subito una sua configurazione autonoma, diversa sia da Fiemme che da Fassa, con una impervia proprietà vescovile che poi sarà il Feudo

elementi fanno pensare che l’indicazione provenga da qualche studioso di duecento anni fa circa: infatti nel secolo XI non si datavano le case, né quelle di muro dei ricchi né quelle in legno dei poveri. Ma qualcuno le suppose con una precisione impensabile, indicando esattamente i primi anni in cui si stabilirono alcune famiglie le quali diedero origine al paese di Predazzo, rimasto minuscolo fino al 1400. A poco a poco fra i masi disposti ai piedi di Brigadoi, Valena e Bosco Fontana, si inserirono nuove abitazioni rurali, con le stanze rivolte a mezzogiorno o verso la strada e i grandi fienili sul retro.

I primi passi e trecento anni di stenti

Nei primi secoli della sua storia Predazzo fu certamente un villaggio misero e diverso nei confronti del resto di Fiemme. Oggi è il paese più popoloso della valle e il suo territorio è anche il più esteso della valle, il quinto assoluto nel Trentino con i suoi 110 kmq circa. Eppure fu l’ultimo paese a godere di un nome e di una struttura sociale ufficialmente riconosciuta. E come ultimo arrivato ebbe alle origini appena un fazzoletto di terra coltivabile a sua disposizione. Agli inizi soffrì di condizioni al limite della sopravvivenza, come più volte ebbero a ripetere i suoi pochi abitanti in varie petizioni pubbliche. Infatti la sua posizione geografica poteva definirsi per quei tempi almeno infelice: alla periferia meno soleggiata di tutta Fiemme, rinchiuso nella pericolosa confluenza dei torrenti Avisio e Travignolo, con uno spazio utilizzabile molto ristretto. Anche la sua collocazione amministrativa fu del tutto anomala, posto com’era sul confine non del tutto definito tra i vescovadi di Trento e Bressanone, divenuti anche contee dell’Impero Germanico nel 1027, nei confronti dei quali doveva forse rappresentare un territorio cuscinetto. Infine, anche nella Comunità di Fiemme, Predazzo assunse subito una posizione singolare, accettata nell’ordinamento generale ma con limitati diritti nel godimento delle terre comuni. La diversità di quest’ultimo villaggio fia-

mazzo risalta in ogni considerazione che si può fare sulle sue origini e sul suo sviluppo dei primi secoli, perché è di grande evidenza che questa comunità ebbe subito una sua configurazione autonoma, il che non significa affatto “migliore” o “privilegiata”, ma soltanto d’altro tipo, diversa sia da Fiemme che da Fassa. Basterà riflettere sulla presenza (esclusa allo sfruttamento della Comunità) a nord del paese di una impervia proprietà vescovile che poi sarà il Feudo di Predazzo, in contrapposizione all’ampiezza dei beni comunitari in quella che potremo definire come “antica Fiemme” (Moena compresa). Anomalo fu anche il tipo di colonizzazione neolatina, fondata come appare chiaramente non attraverso i masi autosufficienti già dall’inizio, come nel tratto vallivo da Masi di Cavalese a Ziano, ma mediante l’insediamento assai accelerato di un nucleo elementare già consolidato tra il 1050 e il 1100. Senza rigettare del tutto il racconto dei 12 masi, ne vanno precisati alcuni aspetti almeno singolari: a) i masi originari di Predazzo non sorsero in epoche diverse, ma quasi tutti insieme o almeno in tempi molto ravvicinati tra loro; b) essi non ebbero intorno a sé quell’estensione fondiaria (coltivi, prati, pascolo e bosco) e quindi quell’autonomia economica che contraddistinsero i veri masi medievali; c) gli insediamenti primitivi si assemblarono tra loro quasi di colpo, a differenza di Ziano e Masi di Cavalese ove la compattazione fu lenta e nemmeno ora del tutto compiuta. Per Predazzo quindi bisogna forse pensare ad un’origine basata sui nuclei di Costa (oggi il Fol) e di Pratatium: più antico il primo, disposto su balze elevate lontane dalle acque pericolose dell’Avisio; più promettente il secondo, sistemato ai piedi del Monte Mulat, anche se lontano da rivi ricchi d’acqua per azionare i mulini i quali rimasero a Costa. Anche in campo religioso il villaggio ebbe vicende diverse, come si vedrà in seguito, mentre una posizione del tutto particolare

•• La storia di Predazzo • Dalla preistoria al medioevo • 29


contraddistinse i suoi abitanti per altri due aspetti fondamentali: • la parlata predazzana, mista di antico lombardo, fenomeni ladini e notevoli influssi del veneto alpino, si discosta nettamente dal fiamazzo, nè è pensabile che le differenze si siano create più tardi in quanto l’integrazione in Fiemme si fece via via più intensa nei secoli successivi; • l’impedimento ad avere una sua rappresentanza ufficiale, cioè un Regolano, all’interno dell’amministrazione della Comunità, negata quasi con ostinazione fino al 1674; • l’esclusione dal godimento dei diritti di pascolazione sui beni comunitari della “monte del fieno” fino all’arbitrato del 1471, quattrocento anni dopo la nascita del paese. Tuttavia le “anomalie” non finiscono qui se si pone attenzione al fatto che Predazzo non aveva un suo Regolano, però i suoi abitanti erano comunque “Vicini” della Comunità ed espressero almeno sei scari (1475: Martino de Luca; 1484: Zanetto Simonetto; 1501: Simon Simonetto; 1540: Volfango Simonetto;

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1567: Jacomo Baldessar; 1587: Martino Gabrielli) fino alla fine del Cinquecento. Tutto ciò permette di trarre una conclusione, anche se non definitiva, sull’antica opinione che i Predazzani fossero dei pastori di Tesero o almeno di Fiemme. Se fossero stati tali, avrebbero goduto subito e senza contrasto degli stessi diritti, per esempio sulla Bellamonte. Invece non avevano diritti né sulla “monte del fieno”, né sulla Malgola, esclusivamente dei Teserani, né nei boschi comunitari il cui utilizzo andava a rotazione. Ebbero unicamente la possibilità di godere della montagna del Feudo, di proprietà vescovile, il cui sfruttamento fu sempre negato alla Comunità e ai suoi “Vicini” in quanto tali.

Il consolidamento del villaggio nelle sue strutture economiche e sociali

I Patti Gebardini del 1111 nominano quale punto estremo del confine a nord-est della Comunità di Fiemme il ponte “de la Costa”, unico termine in volgare di tutto il documento in latino. La sua localizzazione non è del tutto pacifica: bisogna comunque scar-

i Patti Gebardini del 1111 indicano quale punto estremo del confine a nord est della Magnifica Comunità di Fiemme il ponte “de la Costa”, unico termine in “volgare” di tutto il documento in latino


tare la confusione con il ponte delle Coste a ovest di Predazzo, che pure fu sempre un passaggio nodale per i contadini fiamazzi nel loro salire sulla “monte del fieno”, dopo una sosta ristoratrice presso la cappella di San Nicolò. Va però accettato, anche da chi sposta altrove il confine della Comunità, che a nord di Predazzo era sorto il suo nucleo più antico chiamato Costa, immediatamente a ridosso dei beni vescovili, dati in feudo dapprima individualmente poi cumulativamente ai suoi abitanti, e che questo insediamento stabile mantenne tale nome fin verso il 1250. È molto istruttivo al riguardo un documento del 1234, a proposito di confini con le regole della Val d’Adige, in cui si cita il Regolano di Predazzo “Çanelinus de la Costa de Pradacio”. Dopo la metà del secolo XIII si parlerà sempre e solo di Predazzo. È da notare poi una stranezza in un documento del 1188 sulle tassazioni o prestazioni dovute in Fiemme a favore dei “ministeriali” (cioè servitori) del vescovo. Costa deve dare 20 pecore insieme con Ziano. Siccome nell’atto si nominano i poderi tassati e non i loro proprietari, può darsi che l’indicazione, ripresa da elencazioni più antiche, fosse generica perché riferita a nuclei abitati minimi o perché pretesa irregolarmente o perché poi doveva essere definita meglio la spartizione per i due ministeriali beneficiari. Unitamente a questa informazione, va considerato il documento forse del 1245 ove ancora si cita, accanto a “in Costis” riferibile alla regola di Tesero, “illi de Costa” (cioè, “quelli di Costa”) e “in Villa de Costa”. Nello stesso anno si trova inoltre un’indicazione indiretta, ma importante, nella divisione in quartieri della Comunità: Predazzo e Moena mancano nell’elenco; l’ipotesi proponibile è che fossero villaggi non ancora riconosciuti a pieno titolo nel nesso della Comunità, oppure che vi figurino solo le Regole che avevano già il Regolano comunitario, mentre Predazzo lo ottenne solo nel 1674 e Moena non lo ebbe mai. Per inciso, il quartiere in cui saranno inclusi successivamente i due paesi era allora formato solo da Carano e Daiano.

In genere le notizie ecclesiastiche sono tra le più sicure, ma anche in questo Predazzo si distingue in quanto la consacrazione della sua chiesetta avvenne il 1233 o nel decennio precedente e fu l’ultima consacrazione medievale in Fiemme, dopo quelle di Cavalese, Tesero, Moena, Carano, Daiano, Varena, Castello. Nè sfugga la dedicazione primitiva a San Giacomo maggiore; il patrono venne poi scambiato con San Giacomo minore associato a San Filippo, ma la sagra rimase sempre il 25 luglio. La definitiva sostituzione negli atti pubblici di Costa con Predazzo non fu un semplice cambio di nome, ma il riconoscimento della predominanza numerica ed economica del nucleo disposto sul bordo della grande prateria nei confronti delle poche case di Costa e trova conferma nel 1269 allorché un atto di affitto del Feudo di Pampeago a un certo Giuliano Boninsegna di Cavalese nomina come confinanti a oriente “illi de Pradaço scilicet mons Wardabii” (“quelli di Predazzo, cioè il Monte Vardabe”), individuando quindi in modo inequivocabile una comunità, un suo luogo geografico e un godimento specifico di beni economici. L’inserimento completo di Predazzo nell’economia della Comunità è codificato negli atti di compromesso per la revisione dei quartieri. Nel primo di essi (1315) sono elencati per nome 17 Vicini di Predazzo (lo stesso numero di Daiano); nel secondo (1318), si trova in aggiunta un’annotazione molto esplicita sulla misera situazione economica dell’ultimo paesello sorto in Fiemme: il vescovo ordina che, a causa della povertà di quelli di Predazzo i quali non riescono nemmeno a pagare collettivamente le tasse dovute, gli abitanti di Tesero intervengano in loro aiuto con “duecento lire di piccoli denari di buona moneta” e altrettanto diano quelli di Cavalese, mentre Trodena contribuirà con venti denari. Con questi due atti, la questione dei quartieri, importantissima per lo sfruttamento degli alpeggi, dei prati alpini e dei boschi, sarà risolta spezzando l’unione tra Carano e Daiano e aggregando quest’ultima Regola a Predazzo e Moena (e Forno), che

•• La storia di Predazzo • Dalla preistoria al medioevo • 31


formeranno d’ora in poi nominativamente il primo quartiere. Dovrà poi passare più di un secolo e mezzo (1471) per leggere il primo riconoscimento del buon diritto dei Predazzani di pascolare sulla “monte del fieno”, da Boscampo alla Viézzena e sopra. Resterà invero ancora un grosso intoppo nei rapporti di Predazzo con la Comunità: l’esclusione di suoi rappresentanti ufficiali all’interno dell’amministrazione comunitaria. Solo nel 1674 Predazzo, quando aveva superato i 1000 abitanti, otteneva il diritto di un Regolano nella Comunità. Non sono ancora chiarite le ragioni di questo tardivo riconoscimento, ma non dovevano essere estranei gli stessi oscuri motivi per cui Forno ne fu praticamente sempre esclusa come villaggio autonomo (la sua citazione nel documento per i quartieri del 1318 è unica) e Moena non ottenne mai un suo Regolano finché la Comunità fu istituzione politica. Proseguendo questo veloce sguardo storico dalle origini fin verso il 1500, per il secolo XIV c’è la certezza che, nell’assemblea comunitaria a Cavalese, per il compromesso sulla manutenzione del ponte di Tesero (1378), di Predazzo sono presenti 30 persone, compresi i due regolani, che costituiscono più dei due terzi degli uomini di villa. Di grande interesse è poi la concessione nel 1382 di un sacerdote stabile al nostro villaggio con la motivazione che i suoi abitanti dovevano in precedenza andare a Moena per il battesimo e gli altri sacramenti, nonché per ogni esigenza religiosa. Specialmente in inverno questo rappresentava un grave disagio “quando nevi e piogge inondano” il cammino. Con l’assegnazione del sacerdote, primo in Fiemme oltre a Cavalese, ormai il villaggio appare consolidato nel suo interno e nei rapporti con l’esterno.

La crescita demografica

Del tutto singolare è la progressione demografica che portò Predazzo a divenire il paese più popoloso. Le fonti per controllare l’accrescimento sono abbastanza discutibili fino al 1502, poi si fanno saltuariamente più 32

sicure, per consentire controlli ormai ben verificabili nel secolo XVIII. Il primo censimento con l’elenco nominativo di tutti gli abitanti, compresi anche i figli minori, sarà steso soltanto nel 1849. Per il primo periodo bisogna fidarsi di una formula notarile che afferma presenti a certe assemblee “più dei due terzi” dei capifuoco. La frase permette un calcolo approssimativo delle famiglie e quindi del totale dei “vicini” residenti, usando parametri già sperimentati altrove. Restano però dei dubbi di non poco conto se si controllano atti abbastanza vicini tra di loro. Ad esempio, basti la seguente serie in cui i due terzi dei capifuoco dovrebbero essere: 34 nel 1434, 25 nel 1447, 29 nel 1469, 21 nel 1471. Il divario fra il penultimo e l’ultimo di questi dati è eccessivo in diminuzione, anche se si può pensare a dei minimi e dei massimi disponibili oltre la soglia della presenza “legale” dei due terzi. Ma i capifuoco del 1434 sono in numero eguale al 1502, dato quest’ultimo inconfutabile. Per questi motivi i primi numeri del prospetto che segue devono essere letti con cautela. Da essi sembrerebbe tuttavia di trovare una certa conferma ad una stasi nella crescita tra il 1350 e il 1450. La serie demografica nei secoli per Predazzo può essere così riassunta nei suoi momenti più significativi fino alla fine del Cinquecento: 10-12 capifuoco nel 1188 per 50-60 abitanti, secondo un calcolo ricavato dalle imposizioni annotate per quell’anno; 25-28 capifuoco nel 1315 per 150-180 abitanti; 45 capifuoco per 250-300 abitanti; 34 capifuoco (tutti!) nel 1502 per 200-250 abitanti; 450 “anime da comunione” nel 1584 per 600 abitanti. Da questi dati non sfuggirà la forte crescita del secolo XVI che poi continuerà nel successivo quando per il 1684 si annoteranno oltre mille persone in paese. Finora, per spiegare il successo dell’insediamento predazzano, si è fatto riferimento alle periodiche residenze di minatori, ma di ciò non c’è alcuna prova risalente a quelle epoche e soprattutto presenze assai più consistenti nei secoli successivi non hanno prodotto niente di simile.


Il villaggio di Predazzo nel Cinquecento

Lo stato delle famiglie

Predazzo nel 1500 con circa 300 abitanti. Disegno dell’artista Pierre Gallard di Parigi.

Nel definire in breve la vicenda di Predazzo dalle origini al secolo XV, bisognerebbe parlare di “una lunga storia per una piccola cosa”. Ne è precisa testimonianza proprio agli inizi del secolo XVI, intorno al 1502, un interessantissimo documento sul numero delle famiglie, degli edi-

fici e delle sostanze fondiarie appartenenti a ciascuna. Si tratta dell’elenco dei “fuochi” o famiglie e quindi della popolazione di Fiemme all’inizio del secolo, compilato per una delle revisioni fiscali eseguite almeno ogni due generazioni. Il documento è scritto in tedesco dal notaio del tribunale di Cavale-

•• La storia di Predazzo • Il villaggio nel Cinquecento • 33


se, il bavarese Silvestro de Schliersee (1475 circa - 1527), tristemente famoso perché estensore dei cosiddetti verbali dei Processi alle streghe, qualche anno dopo. Tra le cose più evidenti e immediate, colpisce “la povertà in generale di tutta la gente, la cui esistenza era veramente legata ad un filo, se per sventura capitava loro un periodo di condizioni climatiche avverse, come sembra sia avvenuto proprio in quegli anni”. Dal testo si ricava che in Fiemme (escluso Castello) si contavano allora 331 fuochi, di cui il 58% in buono stato, il 36% in cattivo stato e il 6% abitanti in edifici signorili. Con le dovute proporzioni, Predazzo rientrava nella stessa falsariga: 34 sono i fuochi (10% del totale), di cui 21 considerati in buono stato (62%), 12 in cattivo stato (35%) e 1 di categoria signorile. Ma un’analisi più attenta delle singole situazioni fa capire che questa sintesi, premessa all’elencazione dettagliata, è frutto di considerazioni fiscali più favorevoli all’esattore, che non rispettose dei rilevamenti familiari i quali infatti danno dati assai più sconfortanti: 3 nuclei familiari sono riconosciuti come ricchi (9%), 4 hanno una sostanza sufficiente (12%), 27 sono defi-

niti poveri o miseri (79%). L’elenco preciso delle famiglie consente di stabilire che la popolazione si aggirava in quegli anni tra un minimo di 180 e un massimo di 240 persone, se si includono anche presenze non ancora annoverate fra i “vicini” e quindi non considerabili dal punto di vista fiscale. Di questo censimento fiscale si propongono alcuni esempi significativi e tra loro contrastanti: a) “Giuliano del Solei, una piccola casetta malridotta, qualche campo, qualche prato; un pover’uomo”. b) “Simone de Zaneto, in una casa murata nuova e bella, ben fatta, con fienile, campi e prati; conduce anche attività commerciale; è un fuoco ricco”. c) “Gabriele del Simonet, in un’abitazione di legno malmessa, campi e prati; un fuoco in buono stato”. d) “Il calzolaio Nicola, in una vecchia casetta di legno; è povero, ha molti figli e pochi campi e prati”; e dire che era stato anche Regolano della Regola! e) “Bartolomeo Corozol, in una discreta casa murata, fienile, campi e prati; un fuoco abbastanza ricco”. Edificio storico con facciata nobile a meridione (forse un ricco Trevisan), ornato di dipinti datati e finto bugnato a colori sugli spigoli.

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f) “L’oste Giovanni, in una casetta di legno, appartenente al signor Vigilio Firmian; non ha nient’altro che una misera locanda e ogni tanto apre una squallida rivendita di vino”. g) “Nicola de la Otilia [figlio della strega che vedremo fra poco] abita in un tugurio e ha solamente un piccolo orto; un poveraccio”. A conclusione della lista si cita anche “la casetta della Regola, in cui abita il loro sacerdote”.

Edilizia religiosa e civile

Su 34 case, 18 sono di legno e 16 in muratura; ad esse sono da aggiungere 7 o più fienili. I riferimenti all’edilizia consentono di completare l’argomento con alcune note urbanistiche, desumibili da altri documenti dell’epoca. In uno del 1490 si parla di una viabilità pessima e di un reticolo di rogge e canali per i lavatoi e le ruote idrauliche che richiedono una manutenzione continua e suscitano frequenti controversie sul rispetto dei loro antichi percorsi. In quegli stessi anni viene edificata o ricostruita la chiesetta di San Nicolò lungo il percorso agricolo verso la Bellamonte. La stessa è da ritenersi un luogo votivo dei contadini di Fiemme, diretti alla

fienagione sulla “monte del fieno”, prima di affrontarne le fatiche o alla conclusione delle stesse, alla fine di agosto. Qualunque ne sia l’origine, la sua abside fu abbellita da affreschi di scuola tedesca tra il 1480 e il 1510. Nulla di nuovo si conosce invece per la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, consacrata nel 1411 (dopo la primitiva consacrazione del 1233) e riconsacrata a seguito di un’ulteriore ampliamento nel 1571. Al riguardo, le notizie appaiono piuttosto confuse. In occasione della visita pastorale del 1538 il 5 febbraio a Cavalese viene sentito anche il curato della “cappella dei Santi Filippo e Giacomo” e poco sotto si attesta che anche “la chiesa curata dei Santi Filippo e Giacomo in Predazzo” è come le altre della valle a posto dal punto di vista delle strutture e degli arredi. Per noi resta il dubbio se si trattasse di una “cappella” o già di una “chiesa”, ma è di maggior interesse la scoperta che il fonte battesimale in pietra, trasferito dal battistero tradizionale nel campanile davanti al presbiterio restaurato, porta anch’esso la data del 1538. Secondo il Gabrielli, il 1500 fu un secolo di risveglio economico e certamente lo fu di

I due dipinti sulla casa detta oggi “del Tinol”: a sinistra uno scudiero bianco (forse ferito o fisicamente malandato) con la data 1515; a destra un San Giorgio di qualche anno anteriore.

•• La storia di Predazzo • Il villaggio nel Cinquecento • 35


progresso demografico se nel 1584 sono attestate “450 anime da Comunion” che darebbero un totale di circa 600 abitanti, per i quali era stato necessario nel 1571 ristrutturare appunto la Chiesa utilizzando i risparmi della Regola e il lavoro gratuito di molti. In questo periodo con una certa celerità sorgono nuovi edifici, le case in legno vengono ricostruite in muratura per la porzione civile, con l’uso di archi, volte a botte e a crociera, portali in pietra, bifore e dipinti sulla via maestra. Sono le famiglie dei fabbri (forse immigrati lombardi e veneti) che introducono queste novità dando al paese un aspetto che poi si manterrà tipologicamente costante fino al nostro secolo: verso sud o verso la strada maestra si affaccia il volume abitativo in muratura, mentre sul retro si stendono le porzioni rustiche in legno, comprendenti i fienili, le legnaie e i depositi generici, che complessivamente rappresentano almeno i due terzi del volume totale della casa. Un esempio significativo è rappresentato dalla Casa del Macia in Via Simone Dellagiacoma di cui prima si eresse tutto il rustico (1559) e quindi l’abitazione, con una bella facciata decorata, firmata e datata 1560. Dipinti religiosi incominciano ad apparire sulle facciate “nobili” delle abitazioni dei benestanti. Su uno di essi a Ischia, con un soggetto profano che rappresenta un armigero sofferente di diversi acciacchi, unico nel suo genere, si legge la data 1515.

I benestanti

Introducendo più a fondo lo sguardo nel tessuto sociale dei 200 abitanti di quel tempo, rileviamo che qui, come quasi dappertutto in Fiemme, mancano le famiglie nobili anche se il documento del 1502 parla di un edificio signorile. Questo, probabilmente individuabile nella stessa bella casa con l’armigero nella “Cort dei Tinoi”, povrebbe corrispondere all’abitazione di Simone de Zaneto, l’unica descritta nei termini più positivi. I nobili a Predazzo, cioè i Calderoni e i Baldessari, vennero da fuori più tardi, dopo la metà del secolo XVI, e acquisirono un ti36

tolo nobiliare soltanto nel secolo successivo. In loro assenza invece almeno due famiglie compaiono assai attive e presenti nella vita documentata tra il Quattrocento e il Cinquecento: sono quelle degli Zaneti e dei Simoneti (forse imparentate), cui andrebbero aggiunti i Corozoli, comunque meno importanti. Uno “Zaneto Sartor” si fece raffigurare nell’abside della Chiesa di San Nicolò, vestito in modo signorile e con una bella barba curata, mentre in ginocchio invoca la misericordia di Gesù. Viene spontaneo riconoscerlo nel committente di tutta l’affrescatura di quella cappelletta, compiuta a cavallo tra i due secoli. Molto più complessa e ancora da ricostruire è la storia dei Simoneti che tra il Quattrocento e il Cinquecento troviamo potenti e intriganti. Un Simone de Simonetis è scario nel 1504-05 durante il processo alle streghe. Ma la figura più ambigua risulta essere certamente il Simonetto fu Zaneto, di cui è difficile stabilire se appartenesse all’una o all’altra delle due famiglie dominanti. Di costui si può dire che aveva la tendenza o la protervia di costruire sul suolo comune. Nell’archivio comunale si conserva infatti un libro

alla fine del secolo XVI risale l’edificazione o ricostruzione della chiesetta di San Nicolò, luogo votivo dei contadini di Fiemme diretti alla fienagione

La Cappella o Chiesa di San Nicolò a meridione di Pié di Predazzo, oggi interna al cimitero.


Le streghe raffigurate in una pittura di Mariano Vasselai di Panchià.

cartaceo manoscritto con tutti gli atti di un processo per abusi edilizi (il primo della nostra storia!), intentato dalla Regola contro di lui nel 1508 e finito qualche anno dopo: l’accusa sostenuta dai regolani di Predazzo era che il suddetto, in modo prepotente, aveva edificato una casa addirittura sopra la pubblica via, cioè la strada di Ischia, ovvero la aveva invasa o si era avvicinato troppo ad essa. Furono scomodati i migliori avvocati o giureconsulti dell’epoca con esiti facilmente immaginabili e illuminanti sulla potenza del Simonetto: infatti alla fine l’accusa fu declassata a semplice occupazione di suolo pubblico con pochi materiali da costruzione. Per lui doveva essere un vizio, perché quattro anni dopo lo stesso venne condannato per aver eretto abusivamente un muro.

Il paese povero e le streghe

Ma assai più avvincenti per noi oggi sono i particolari sulla vita quotidiana e stentata del paese e dei suoi abitanti. A questo fine sono di grande interesse per tutta Fiemme i processi alle streghe del 1504-05, ricchi di riferimenti e annotazioni sulla gente comune, il lavoro, le credenze e le superstizioni, i rapporti sociali e familiari. Nell’anteprima del processo vero e proprio contro Giovanni Dalle Piatte (1501), troviamo quale giurato di Predazzo e quindi giudice, un “Zuan de Zaneto”, sicuramente parente del ricco Simone de Zaneto. Alla ripresa del processo contro lo stesso è scario Simon de Simonetis e giurato per Predazzo un certo Andrea de Sommavilla, che qualche anno prima era stato registrato come affittuario in un’abitazione con fienile, campi e prati, a servizio della signora Margherita Fuxin, senza possedere nulla di proprio. Oltre queste presenze assume grande interesse una parte del racconto dell’accusato che ha il sapore della beffa nei confronti dei giudici: ad essi propina una “verità” che rasenta il sarcasmo e che in sé contiene molti elementi delle convinzioni e delle invenzioni popolaresche a metà strada tra la superstizione e la barzelletta. Racconta dunque il Dalle Piatte che l’inizio della sua vita malvagia era avvenuto proprio a Predazzo, vent’anni prima, allorché era famiglio presso Simone de Simonetis. In quel tempo c’era anche nello stesso paese un frate al quale l’oste, un certo Piero Kress, metteva acqua nel vino da messa. Avendone il sospetto, il frate mandò Giovanni Dalle Piatte alla fucina di Nicola de Piero per prendere un ferro di cavallo con tutti i suoi chiodi. Avutolo, il frate davanti alla cantina dell’oste cominciò a leggere in un libro e in tal modo la botte in cantina mise fuori quattro piedi. Quando l’oste se ne accorse, la botte lo accusò dell’acqua nel vino e gli diede un calcio: il poveraccio si ammalò, mentre Giovanni Dalle Piatte si mise al servizio del frate per i successivi fantastici viaggi a Roma e nel Meridione. Nella continuazione del racconto il Dalle

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Piatte fa l’elenco delle streghe complici tra cui per Predazzo indica la Ottilia e la Zena, ma anche altre due che non vuole nominare. La lettura delle loro confessioni consente di conoscere ulteriori aspetti della quotidianità paesana, anche se bisogna dire che streghe di altri paesi sono in ciò più loquaci. Tra il gennaio e il marzo del 1505 fu interrogata la Ottilia, originaria di Vallonga in Val di Fassa e moglie di Michele Dellagiacoma. Naturalmente negò ogni addebito, si dichiarò vecchia e affermò ironicamente che le sole cose “cattive” che avrebbe potuto dire erano il Pater Noster, l’Ave Maria e il Credo. La tortura la convinse a parlare, cioè a inventare. Le sue avventure si svolgevano tra Tesero e Carano con gran mangiate di vacche e di buoi, balli e salti (per contrasto viene da pensare ad anni di penuria e tristezze). Per i suoi trasferimenti nell’aria poteva contare su una panca unta dal diavolo. La congrega delle streghe ardisce addirittura di mandare una vacca allo scario Simonetto e al vicario vescovile. Si cibano anche di un feto e di un bambino; e via di questo passo da una nefandezza all’altra, o se vogliamo da un’esagerazione all’altra, fino alla conferma sotto tortura di aver detto la verità.

Piuttosto breve è il resoconto del processo a Dorotea Zena di Predazzo, pure originaria di Fassa, tra il febbraio e il marzo 1505. Anche per lei, che non sa che dire, si incomincia con la tortura. Un’altra strega le suggerisce che cosa rivelare ed ella fa partire il suo racconto da 32 anni prima (1473), quand’ebbe la sua prima “visione” diabolica. Accettò in quel momento di rinnegare la fede, Dio, la Madonna e i Santi e di servire al diavolo dell’inferno in anima e corpo. Di ciò non si era mai confessata, ma tuttavia si era comunicata ogni anno. Prese poi ad usare l’unguento su una gramola che le serviva per i trasferimenti in volo, verso le riunioni con le compagne, ove si mangiavano buoi e vacche, si consumarono sei bambini, una fanciulla e tre uomini, i quali poi morirono effettivamente in incidenti di bosco. Va chiarito che queste “consumazioni” si facevano di notte, togliendo dalla pelle ogni muscolo commestibile e ricucendola subito dopo: il malcapitato moriva qualche tempo dopo e non certo per le invenzioni culinarie delle povere streghe. Riferisce anche due casi in Predazzo: ad Andrea de Sommavilla (giurato al processo!) consumarono il bestiame; a Francesco della

numerosi i processi che hanno interessato anche alcune presunte streghe di Predazzo, le cui confessioni consentono di conoscere aspetti particolari della quotidianità paesana

Particolare degli affreschi dell’abside di San Nicolò “La Flagellazione”.

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Rotolo dei campi dati in affitto ai vicini, dall’inizio del 1700 al 1800. Legatura in pergamena latina del 1590.

Zana “mangiarono” una figlioletta, la quale in seguito sbatté la testa in una ruota e morì. Nella sua progressione criminale, la povera Zena arriva ad attribuirsi la morte del marito, “uno bel homo fresco”, che dormiva presso il fuoco, ma non si era segnato: anche lui viene cotto, poi arrostito sopra “le bronze” e quindi mangiato. Il diavolo rimetteva insieme le ossa e dava a ciascuno il termine della vita: “E cusì in quello termine, in el bosco, uno legno gli dè; et fo menato a casa in una bena et da poi è morto”. Stessa misera fine fece fare a Bartolomeo del Pra che poi morì strangolato (prima del 1501, suicida?). Il suo interrogatorio si concluse in fretta per rispetto dell’età “decrepita” e poiché la vecchietta incominciava a “vacillare”. Ma non per questo le venne risparmiata la tortura con la quale i giudici ottenevano la conferma che l’imputata aveva detto la verità e non aveva incolpato degli innocenti. La Ottilia fu arsa viva il 15 di marzo insieme con altre quattro streghe, sul dosso “de Ritzolis” fuori di Cavalese. La Zena era già morta in carcere “di vecchiaia”, ma il suo cadavere di rea confessa venne comunque conservato fino a quel momento in una bara e poi bruciato.

Gravami e tasse

Tempi tristissimi, da cui il paese e la valle si risollevarono a fatica. Come se non bastasse, proseguiva imperterrita nei primi decenni del secolo la catalogazione dei beni in qualche modo tassabili. Già si è parlato dell’elenco dei fuochi del 1502 circa. Da parte delle autorità cresceva il bisogno di riordinare i diritti feudali, spesso secolari, e ogni altro tipo di tassazione e di affitto, tra i quali regnava certamente una grande confusione quasi sempre a vantaggio della gente comune. L’autorità procedette attraverso le autocertificazioni, i sopralluoghi e la presentazione probante dei quaderni vecchi. In tal modo fu riscritto con aggiunte il “Liber affictuum” ovvero il “Libro degli affitti” della Chiesa di Predazzo, ricopiato nel 1522 da altro quaderno più antico. Vi sono contenuti gli estremi precisi di tutte le decime dovute al sacerdote pro tempore del paese. Il documento costituisce uno scrigno ricco di nomi di persone e di luoghi e inoltre può consentire agli studiosi di ricavare dati economici più certi per il primo ventennio del Cinquecento e anche indicazioni urbanistiche davvero importanti. Tra l’altro se ne deduce che allora era curato

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“Giacomo de Zaneto” (anche lui!); che uomini autorevoli erano ser Simonetto Zaneti, Simone Gabrielli, Bartolomeo Dellantonio, Mattia Dellagiacoma; che infine 50 persone di Predazzo erano obbligate a versare le decime, numero che suggerisce e conferma l’ipotesi di circa 250 - 300 abitanti nel 1522 nel villaggio. Nel luglio del 1528 una commissione si presentò in Fiemme per raccogliere ogni informazione sui beni soggetti al vescovo di Trento, in quel tempo Bernardo Clesio. Le testimonianze verbalizzate inducono a pensare spesso ad una notevole reticenza da parte dei testimoni i quali, se proprio non c’era l’evidenza degli antichi libretti, dichiaravano di saperne poco o niente, anche se anziani. Tra i beni diretti del vescovo vennero indicati prima di tutto il palazzo a Cavalese, descritto con notevole precisione, e il Feudo di Predazzo, nonché alcuni masi intorno ad esso, verso il fondovalle, i cui contratti erano di tipo individuale. Furono convocati a testimoniare i tre regolani e altri otto uomini degni di fede in rappresentanza della popolazione. Data per scontata la proprietà vescovile della “montagna di Vardabe”, fornirono notizie su altri diritti nel territorio del Forno, poi a Paneveggio, per passare quindi alle decime sulla cam-

pagna di Imana (Löse), di Boca de Val e della Bastia, nonché su particolari diritti dell’amministratore di Castello, probabilmente presso il Ponte dei Castellani a Stalìmen. Ai commissari non poteva sfuggire infine quello che allora chiamavano il “monte Viesena” e cioè il lungo versante dalla Viézzena al Mulat sulla sinistra dell’Avisio, costa ricchissima di minerali di ferro, anche se i testimoni assicurarono che non si lascia lavorare bene. Anche per le due “cave” di argento presso Boscampo, lungo il Travignolo, ci si preoccupò di mettere davanti subito una notizia negativa: in quei giorni, prima della metà di luglio, vi era morto un minatore che scavava l’argento per una farmacia o profumeria di Bolzano. Da una disposizione all’altra, quasi sempre a danno e di controllo per i Fiamazzi e i Predazzani, il secolo XVI si concluse con un importante traguardo per la vita civile e religiosa del villaggio. Nel 1590 iniziò la registrazione regolare dei nati e battezzati: in quell’anno furono 27, includendo forse anche quelli di alcuni mesi prima; poi nel 1591 i nati furono 18 e l’anno seguente 13. In ogni annotazione si scrisse anche la professione del padre, consentendo così per un certo periodo la raccolta di dati interessanti, anche se parziali, sui mestieri più diffusi. Madonna con S. Sebastiano e S. Rocco in Via Indipendenza. Pregevole dipinto murale dovuto ad un artista itinerante di scuola tedesca alla fine del Quattrocento o nei primi due decenni del Cinquecento.

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La crescita del paese tra Seicento e Settecento

Non più il vecchio, non ancora il nuovo Nell’Età Moderna questi due secoli creano le prime difficoltà alla narrazione storica per una serie di motivi: prima di tutto incominciano ad abbondare le fonti sia locali che più largamente regionali; poi in questo periodo si compongono le prime opere storiche su Fiemme e i suoi paesi o Regole, con una sequenza di notizie molto interessanti, ma spesso altrettanto prive di documentazione probante;

quindi si nota che i contemporanei si sforzano di tramandare fonti e documenti con una certa attenzione, ma senza criteri scientifici e quindi abbondando in ciò che fa poca “storia” e tacendo su tanto che illuminerebbe davvero la vita sociale ed economica del tempo, ricostruibile ora soltanto attraverso quaderni di conti ed elenchi ai quali in quel momento si dava scarsa importanza; infine

Predazzo antica.

•• La storia di Predazzo • Tra Seicento e Settecento • 41


le guerre europee che coinvolsero l’Austria e il Principato di Trento sembrarono a quel tempo poco più di disturbi penosi e produttori di obblighi già sopportati anche in passato, di balzelli e di regolamentate coscrizioni a sorteggio. Per Predazzo il Seicento e il Settecento si presentano ai nostri occhi come due secoli di riassestamento economico e di progressione demografica, aspetti ambedue di grande importanza prima che la seconda divenisse un vero problema vitale per il paese. Dalla nostra prospettiva, ormai molto lontana, sembrano anche duecento anni di ripiegamento nel proprio interno, dedicati quasi solo al controllo e al superamento delle difficoltà interne di una comunità in cerca di una sua specifica configurazione tra vecchio e nuovo. Entrando meglio nell’analisi della cultura materiale e della documentazione del tempo, si deve dire che fu sicuramente un periodo di intensa operatività che puntò a sviluppare, accanto alle attività tradizionali (agricoltura, allevamento, legname da opera e da vendere), insufficienti alle esigenze di una popolazione in crescita, forme più complesse e tra loro integrate di artigianato. Nel Seicento, in particolare, primeggiarono i fabbri i quali furono produttori di ricchezza per sé e il paese e lo si vide quasi subito negli interventi edilizi cui si farà cenno in seguito. Più sotto tono appare la vita comunitaria a livello di Regola. È pur vero che i primi “Quaderni di Regola” sono andati perduti, ma il ritardo nella loro compilazione scritta è evidente dal confronto tra Regola Generale e Regola Feudale, in questo assai più diligente perché più direttamente interessata all’utile particolare delle sue terre in gestione e in proprietà. Pare che nel Seicento prema un unico traguardo collettivo, quello della rappresentanza in seno alla Comunità di Fiemme con un Regolano, ottenuto finalmente nel 1674. Per il resto il paese sembra interessarsi assai poco delle vicende di valle oppure lo fa quasi “per delega” attraverso personaggi influenti delle famiglie Baldessari e Calderoni, ormai 42


Le abitazioni delle famiglie più agiate si potevano permettere il decoro di una bifora, sempre sul corridoio o un giroscale.

Un antico fienile del paese.

Rustici di un edificio a schiera con soppalchi lignei e stalle in muratura. Il fienile sul retro reca la data 1555.

insignite di titolo nobiliare, piuttosto che per diretto intervento dei capifuoco, ai quali non è più nemmeno richiesta la presenza alle assemblee generali, sostituite da un consiglio di una cinquantina di persone in tutta Fiemme. Via via che passano gli anni, si incomincia a tenere regolarmente la registrazione delle riunioni e deliberazioni sia della Regola Generale che della Regola Feudale, della loro contabilità annualmente documentata e controllata per il passaggio delle consegne a febbraio ai regolani successori. I primi libri amministrativi giunti a noi sono quelli della Regola Feudale, dall’anno 1634, ma vari indizi fanno credere che iniziassero poco dopo l’approvazione dello statuto del 1608. I libri della Regola Generale sono molto più tardivi, anche se è esplicito il richiamo a “quaderni” precedenti, andati distrutti dopo la ricopiatura o dispersi. Colpisce in questa serie di annotazioni (tutte da rileggere attentamente) la frequenza di richieste di sussidi in denaro o di modeste concessioni di legname da parte di famiglie molto numerose o rimaste prive del sostegno paterno. Ma ancor più vi compaiono insistenti i richiami a pubbliche calamità, specialmente alluvioni o “brentane”, cui è difficile porre rimedio e nel presente e per il futuro. In ultima analisi, per la ricostruzione storica di oggi, è evidente la necessità che i due secoli siano ristudiati con migliori approfondimenti e con i necessari confronti e richiami ai provvedimenti legislativi non solo del Principato Vescovile, ma anche delle autorità territoriali superiori ad esso. Senza queste attenzioni, non si capiranno i molti silenzi sulle questioni che avevano tenuto il primo posto nelle preoccupazioni amministrative durante il Quattrocento e il Cinquecento: tutte fondamentali come la libertà di autogoverno e di gestione della giustizia, il rigore nell’opporsi ad ogni tassazione ritenuta contraria agli antichi patti medievali, l’amministrazione religiosa delle anime (ma anche dei beni ecclesiastici) nella Pieve di Fiemme, l’autonomia controllata nel commercio sia di esportazione di legnami che

di importazione di derrate alimentari (vino, grano, sale, ecc.). Per queste nuove ricerche si potrà contare su di un numero sempre maggiore, dal Seicento all’Ottocento, di documentazioni reperibili nei nostri archivi, ma dovranno essere utilizzati strumenti critici di lettura e di interpretazione diversi da quelli degli storici locali tradizionali, evitando finalmente di spacciare per “storia” la trascrizione prolissa di brani tratti dai verbali o di prospetti economici annuali, senza confronti nel loro interno e con la realtà esterna vicina e lontana. In questo capitolo sarà fornita una prima traccia delle tematiche da riprendere e approfondire per i due secoli, evitando appunto la pura e semplice segnalazione di disgrazie pubbliche e dolori privati che non mancarono di certo prima di allora e non mancheranno nemmeno dopo, in tempi, come il nostro, considerati tra i più fortunati. Bisogna convincersi che la storia non si fa sui necrologi, ma sui registri delle nascite.

Economia e artigianato

Lo sviluppo economico portava con sé da una parte dei notevoli progressi per pochi, ma dall’altra, per i meno fortunati, aumentarono i bisogni e le insidie dell’incertezza; tutto ciò è testimoniato dalle richieste di soccorso alla Regola Generale e a quella Feudale (in denaro, in derrate, in assegnazioni di legna e soprattutto di un po’ di legname da fabbrica da vendere più che da utilizzare direttamente). In particolare dal Seicento si fece evidente la riorganizzazione della trama artigianale indispensabile a dare piena autosufficienza al villaggio che, superati i 1.000 abitanti poco dopo il 1650, avrebbe toccato i 1.600 residenti alla fine del Settecento. Accanto alle forme di artigianato più semplice e antico, quello dei mugnai e dei boscaioli, dei tessitori e dei bottai, un gruppo di mestieri si specializzò per le forniture dei veicoli e degli attrezzi agricoli ai contadini: per loro lavoravano i carradori o “rödèri”, i sellai, i fabbri che si resero già famosi per le forniture anche all’estero di cerchioni e

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di vomeri, i fabbri minori che si dedicavano alla costruzione di serrature, di chiodi; ma poi anche i segantini e, a seguito delle ristrutturazioni edilizie in loco, i muratori e i carpentieri. Nessuno di questi artigiani abbandonò il lavoro dei campi, ma ciascuno fece pratica del doppio mestiere anche per occupare il lungo periodo invernale con questi ripieghi, che solo in alcuni casi divennero veri e propri mestieri prevalenti sul lavoro agricolo; nessuno si arricchiva, ma tutti si assicuravano il pane quotidiano. Non va dimenticato poi che tutta “la monte del fieno” o Bellamonte continuava ad appartenere alla Comunità di Fiemme e ai contadini della media valle; il che provocava nei Predazzani, sempre più numerosi, continue lagnanze perché non vi potevano mettere piede se non per una limitata pascolazione. Allorché finalmente dal 1657 il primo quartiere (Moena, Predazzo e Daiano) ottenne nel Zocaré la sua parte di terreno “boscato”, strappato dalla Comunità alla concessione vescovile, di fronte alla grave necessità di prati a causa dell’aumento demografico, il sollievo apparve soltanto temporaneo a causa dei ritmi di crescita della popolazione predazzana. L’inserimento poi del Regolano a pieno titolo nella Magnifica Comunità (1674) non portò alcun beneficio immediato, anche se l’attenzione generale della valle per il paese che stava emergendo sopra tutti si legge in diversi momenti di dissidio o di rispetto o di sospetto reciproco. A ragione, non si fa cenno del lavoro nelle miniere sia per la sua saltuarietà nel corso dei secoli che per il fatto che vi lavoravano soprattutto maestranze forestiere, pronte a spostarsi altrove quando le conoscenze tecniche del tempo non consentivano più di lavorare in sicurezza e con profitto. Ma un altro settore di lavoro rimane ancora nell’ombra assoluta, quello delle cave di pietra (porfidi, graniti di ogni tipo e marmi abbondano nei pressi della piana alluvionale di Predazzo), prima di godere di un periodo di grande fortuna e interesse intorno alla metà dell’Ottocento. 44

La sistemazione urbana

Nel corso del Seicento il paese ottenne una sua prima precisa definizione urbanistica, decentrata a raggiera dall’antica piazza, intorno alle fontane di Sommavilla, Mezzavilla, Pié di Predazzo, Ischia di fuori e di dentro, Poz e Fosine. La viabilità interna appare tracciata nelle sue strette strade e tortuosi viottoli già nel “Libro degli affitti” del 1522. Non c’è dubbio però che la ristrutturazione di diversi edifici rurali portò a correggere ed ampliare il reticolo di tali percorsi ormai riconosciuti di competenza pubblica. Due erano le direttrici principali interne al conoide racchiuso tra la confluenza di Avisio e Travi-


Un vecchio fabbro al lavoro.

Il “carrador” impegnato nel trasporto del legname.

gnolo: in tempi normali la strada principale giungeva dal Ponte delle Coste (con obblighi di manutenzione anche per altre Regole) e scorrendo nei pressi della Chiesa di San Nicolò procedeva verso la Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, per inoltrarsi nel rione di Ischia e di qui, sempre in tempi ordinari, ritornare sulla destra dell’Avisio e proseguire verso Moena. Per le praterie della Bellamonte un ramo secondario rimaneva accosto al rione di Sommavilla e proseguiva in direzione del Col e dell’Ischia del Travignolo. L’opinione che le strade per Moena e per Paneveggio (con il suo bosco governativo) seguissero altri percorsi si giustifica solo in particolari momenti, di fronte a distruzioni sul piano provocate dalle alluvioni, frequenti specialmente nel Settecento. L’irrazionalità di questa ipotesi appare evidente se si tiene conto che la strada per Bellamonte sarebbe salita dalla piazza al Maso di Brigadoi con una pendenza del 18%, per poi scendere in basso proprio nel punto più critico dell’alveo del Travignolo che a valle era arginato a difesa del paesino da un apposito boschetto di abeti e betulle (Bedovei si chiama il luo-

go), mentre a monte non aveva alcun argine tranne quello assai precario che serviva per la raccolta dei tronchi trasferiti mediante la fluitazione. È interessante anche sapere che esisteva già una strada per Primiero definita nel 1612 “molto alta, primitiva e sbilenca”. Degna di particolare attenzione è per il Seicento l’intensa attività edilizia con radicali trasformazioni negli edifici civili per i quali si diffuse l’uso della pietra squadrata, dei portali in monzonite oltre che in arenaria, degli avvolti e degli archi. Gli affacci “nobili” verso la pubblica strada espongono ormai con una certa frequenza bifore, portali ad arco acuto, dipinti: tutto ciò specialmente nel rione ove i Gabrielli “faori” avevano stabilito le loro residenze, cioè da Piazza Calderoni verso le attuali Via Indipendenza e Via Mazzini. Più in generale si nota la volontà consapevole ed orgogliosa di tramandare con una certa regolarità (già presente nella seconda metà del secolo precedente) l’anno di edificazione o più spesso di riedificazione del complesso edilizio: tali date compaiono di frequente sull’architrave d’entrata ai fienili anche per accompagnare l’incisione del

Un San Giorgio, in Viaről, ripetutamente rifatto, all’esterno di una abitazione del secolo XVII.

•• La storia di Predazzo • Tra Seicento e Settecento • 45


monogramma di Cristo, beneaugurante di fronte alla costruzione stessa e ai prodotti da conservare nel suo interno. Date del Seicento sono assai frequenti sui “tabiài” di Bellamonte, di Castelir e della Pozza e testimoniano la resistenza del legno (se ben riparato) dopo tre secoli e mezzo di utilizzo nei fienili.

Culto e religione

L’ambito religioso, dai suoi riti ai suoi edifici, sembra il più rappresentativo durante i secoli esaminati in questo capitolo. Interessante è al riguardo la relazione della visita pastorale del 1632. Il vescovo Carlo Emanuele Madruzzo giunse a Predazzo, dopo aver visitato Moena e Forno, e fece prendere buona nota delle sue osservazioni. Trovò in buono stato il tabernacolo, prescrisse due vasetti d’argento per gli oli sacri da tenere presso il fonte battesimale, sopra il quale ordinò che fosse posto un “padiglione di corame” in sostituzione del coperchio in assi che lasciava passare la polvere. Curioso è anche l’ordine che fossero levati tutti i panni intorno alle statue della Chiesa, forse alludendo ai vestiti imposti sopra le stesse, ricavati spesso con scarso buon gusto da paramenti disusati. C’era anche una patena “profanata” per la quale si ordina la riparazione e l’indoratura. All’esterno della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, cioè nel cimitero di quei tempi, la situazione doveva apparire più precaria se si raccomandò che le ossa dei defunti disperse qua e là fossero raccolte e riposte nell’ossario che doveva essere riparato superiormente con una graticola per salvarlo dai cani. Ancora per il cimitero fu prescritto un luogo apposta per gli infanti morti senza battesimo (quello che in seguito sarà chiamato “il limbo”). L’edificio religioso che dava continue preoccupazioni era la Chiesa di San Nicolò, piuttosto abbandonata forse perché i Predazzani non la sentivano come propria o attendevano che le riparazioni fossero fatte dalla Comunità o dai contadini fiamazzi. Nel 1584 era addirittura “vicina alla rovina”; si iniziarono in seguito le opere per il ripri46


Sull’accesso, oggi tamponato, di un avvolto, questo monogramma di Cristo inciso nell’architrave. Secolo XVII.

Pala d’altare in San Nicolò con la Madonna, San Nicolò e Santa Barbara. Ottima tela di scuola veneta (secolo XVII). Un dipinto alle Fosine, del terzo decennio del Seicento, con la Madonna, San Giacomo e San Nicolò.

stino che dovette terminare nella sua prima fase nel 1601, data che si legge sull’arco acuto d’entrata in marmo locale; la consacrazione avvenne nel 1612. Ma ciò non servì a garantirne una manutenzione decente se vent’anni dopo si raccomanda che si ripari l’avvolto a crociera della parte più antica e soprattutto che venga chiusa o contenuta con un muro la stradina dietro l’abside per evitare che vi passino carri per il carico e lo scarico. Certamente ad ogni raccomandazione seguivano interventi almeno provvisori, ma insufficienti a dare piena efficienza e decoro alla cappella. Quindi anche la visita pastorale del 1653 pose in rilievo ulteriori interventi probabilmente statici che terminarono l’anno successivo come testimonia la data 1654 sull’arco principale, oggi inserito a circa metà dell’edificio il quale avrebbe subito un ampliamento di quasi il doppio allorché Predazzo decise di trasformarlo in chiesa cimiteriale e di tra-

sferirvi intorno il suo camposanto dal 1797, in osservanza delle norme moderne in materia. Da quel momento le cure furono naturalmente più regolari. Ugualmente in materia di culto e segni religiosi sul territorio andranno ricordati gli interventi della Regola Feudale. Sembra che sia stata questa istituzione a disporre il suo emblema, cioè la Croce, alle entrate del paese, poi riparate ciascuna da un tabernacolo. Ma in questo intento operò ancor più in grande dapprima erigendo nel 1684 il “Capitel del Feudo” a Pian de Scarpin, oggi meglio conosciuto come Fol, cioè sull’inizio della strada per il Monte Feudale, a contrassegnare e la propria devozione e una certa qual comunanza nel dolore fra il Crocifisso e il lavoro agricolo su questa montagna così arcigna. Non andrà poi dimenticato che i proprietari dei prati privati di Vardabe a loro volta, sul punto più ripido della salita di accesso, costruirono il “Capitel de le Rois”. Ma l’intervento di maggior mole fu ancora, da parte della Regola Feudale, la costruzione della Cappella dedicata alla Santa Croce negli anni 1702-1704, addossata al lato meridionale della chiesa curaziale: progettato da Giuseppe Alberti, il sacello fu arricchito di opere d’arte locale e divenne quasi il santuario dei vicini del Feudo, nonché il luogo di conservazione e custodia di tutte le investiture e documenti sociali. Fu demolito, insieme con tutta la chiesa vecchia, nel 1876. Sull’attuale territorio di Predazzo, ma di altre proprietà, si eressero anche in quel lasso di tempo la Chiesa di Bellamonte nel 1707 da parte della Regola di Tesero per le devozioni estive di pastori, contadini e boscaioli, e quella di Paneveggio costruita dall’Erario Austriaco nel 1733, senza essere soggetta alla Pieve di Fiemme.

L’istruzione

Oltre a svolgere la loro specifica funzione pastorale i sacerdoti, curati o beneficiati, si assunsero, ad iniziare con il Seicento, il compito dell’istruzione. Inizialmente lo scopo era direttamente collegato con la catechesi della dottrina cristiana e mancando ogni struttura

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pubblica (non ce l’aveva nemmeno la Regola per i suoi compiti istituzionali) si utilizzava la canonica o qualche ambiente similare. In Predazzo, la scuola fu già attiva verso il 1640 e l’insegnamento era uno dei compiti assegnati al curato, eletto dalla popolazione, per un compenso stabilito inizialmente in sei carantani per far apprendere soltanto la lettura (primo livello di istruzione) e dodici carantani per la scrittura e il fare di conto: si pagava quindi in rapporto al grado di istruzione richiesto. La scuola era certamente nata come necessità primaria soprattutto per i maschi in quanto la vita associata richiedeva ormai la capacità di lettura dei quaderni di Regola, più quelli dei conti che non quelli delle norme, la compilazione obbligatoria a turno dei quadernetti di “colmèl”, quelli cioè della gestione delle fontane rionali, ma anche la tenuta dei primi diari di famiglia che si

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diffusero notevolmente intorno al 1785. La scuola di Predazzo si distinse tra le altre per la regolarità del suo funzionamento e perché non vi si faceva ancora ricorso ad un primissario, ma la sua gestione diretta fu compito di ogni curato, secondo i contratti imposti dalla Regola. Che poi questi si servisse, in alcune mansioni più pedestri, anche di qualcun altro lo si deduce da una annotazione di don Giuseppe Gabrielli che don Domenico Villotti, certamente incaricato dal curato di allora, si faceva aiutare dal sacrestano “che ha sempre insegnato per lo passato”. Ben poco si sa su periodi e orari di insegnamento, ma a Predazzo si pretese che la scuola venisse fatta in maniera continuativa. Sempre nel nostro paese, nel 1753, troviamo addebitato al curato l’obbligo di istruire non solo i ragazzi, ma anche le ragazze, con tariffe aumentate non certo per la maggior fatica, ma piuttosto per quella che oggi chiameremmo

Dipinto murale sull’affaccio nobile della “Casa dei Moneghi”, ovvero i sagrestani Demartin che per almeno due secoli ebbero l’incarico del servizio dapprima nella vecchia Chiesa e quindi dal 1870 in quella attuale. 1742 con scritte devote nei cartigli.


Piazzetta singolare o Piazzöl a Pié di Predazzo, con sistemazione e prospetti del Settecento.

svalutazione monetaria: nove carantani per leggere, quindici per quelli che, al livello superiore e di età maggiore, volevano scrivere e fare di conto, in pratica un aumento in un secolo dal 30 al 50%. Più significativo è invece il fatto che gli obblighi scolastici sono ribaditi al curato anche nel 1793, in cui si riconosce che la scuola possa essere tuttavia tenuta da altri maestri, ma il compenso pattuito allora si doveva considerare dovuto per le lezioni di dottrina cristiana. La possibilità di avere maestri non religiosi, ma d’incarico statale si era verificata con il 1774, anno in cui era entrata in funzione la riforma dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria e i suoi funzionari erano stati incaricati di fondare le scuole di base, trovando in molti paesi della nostra valle una situazione scolastica consolidata e attiva da almeno cent’anni, operante con fondi ecclesiastici o comunali. Non si può definire ancora il mo-

mento in cui la cura scolastica venne dismessa dai curati e fu assunta con ogni responsabilità dai Comuni; resta tuttavia il fatto che l’istruzione primaria fu da noi precoce, affidata al curato, ma controllata dal potere civile del paese il quale era consapevole dell’importanza dell’istruzione per il progresso della popolazione. L’abbandono dell’insegnamento da parte dei curati probabilmente in Predazzo coincise anche con la caduta del potere temporale del principe vescovo di Trento, non certo per mancanza di fondi che comunque erano stati sempre reperiti all’interno o erano stati superati dall’opera di volontariato. I sacerdoti smisero dapprima per le condizioni politiche di estrema precarietà dal 1803 al 1813 e poi per l’introduzione della struttura scolastica statale da parte dell’Austria, che la imponeva ai Comuni senza comunque pagare o contribuire alle spese.

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La proprietà fondiaria intorno al 1750

Il tema cruciale dell’istruzione ci ha già portato a scorrere lungo il Settecento, superando cronologicamente altri tipi di riflessioni, che è necessario riprendere perché il quadro della società predazzana, pur complesso e di difficile esaurimento, prenda in considerazione almeno gli aspetti fondamentali del passaggio tra vecchio e nuovo. Un’analisi particolareggiata della seconda metà del Settecento è stato fornita dal prof. Giulio Varesco il quale nella sua tesi di laurea ha posto l’attenzione sulla struttura economica del paese in quel periodo, fornendo dati di grande interesse. Il suo punto di partenza è l’indagine sulla proprietà fondiaria (e non poteva essere altrimenti in una società quasi esclusivamente agricola), ricostruibile attraverso i dati contenuti nel Catasto Teresiano compilato nel 1783, primo esempio in Val di Fiemme. Le operazioni di censimento e di stima furono piuttosto lunghe e non prive di errori alla fonte, dal momento che si lasciò ai singoli proprietari la misura e la denuncia della qualità dei terreni; per noi però la manchevolezza maggiore consistette nel non aver fatto eseguire alcuna mappatura del territorio per cui l’individuazione degli edifici, insieme con quella dei prati e dei campi, appare laboriosa o impossibile. Mancano altresì tutti i beni di uso collettivo, costituiti dall’estesissima proprietà della Comunità di Fiemme. L’elenco incomincia con gli immobili della Regola Generale di Predazzo, quindi quelli della Regola Feudale, della Chiesa curaziale dei Santi Filippo e Giacomo, della Chiesa di San Nicolò, delle Confraternite del Rosario Generale e del Rosario Vivo. Da qui in poi segue l’elenco delle persone fisiche secondo un ordine che al momento ci sfugge. La superficie catastale occupava circa 1317 ettari, cui appunto andrebbero aggiunti quelli della Comunità; il 73% erano aree prative, il 19% boschi (ma mancano tutti quelli della Comunità) mentre solo il 7,5% era occupato da seminativi, praticamente nella campagna a meridione del paese. A mantenere molto elevata l’area prativa contribuivano i prati 50

di montagna, in particolar modo quelli della Regola Feudale e quelli comunitari della Bellamonte. Per tali praterie all’estensione non corrispondeva la qualità: infatti oltre il 50% era definita “cattiva” e soltanto il 25% rientrava fra la “ottima”, “buona” o “mediocre”. Ancor più istruttivo per qualsiasi confronto con realtà al di fuori della nostra valle è il dato sulla dimensione media delle particelle agricole: si tratta di una cinquantina di metri quadri per gli orti, un po’ meno di uno “stèr” (625 mq) per i campi e meno di tremila metri quadri per i prati, che sembrano quindi abbastanza estesi perché la media è elevata dal-

Pala centrale del finto altare (come nelle antiche chiese), con Madonna e Bambino su un trono di nuvole, corone di rose bianche rosse e gialle, San Pietro e San Tommaso (1742).


Lo stemma dei Calderoni ricchi e poi nobili, nel centro storico. Edificio datato nel 1593 e dipinto successivo di duecento anni.

le aree pascolive e dalle pezze segabili possedute soprattutto dalla Regola Feudale e assai meno da quella Generale. La proprietà privata, nella stragrande maggioranza dei casi, appariva divisa in minuscoli appezzamenti distanti tra loro, per cui il frazionamento e la dispersione rappresentavano fattori negativi sulla produzione agricola, ottenuta senza alcuna tecnica agricola di una certa efficacia, soltanto con la forza delle braccia, la pazienza e qualche animale da tiro. Dalle loro proprietà, quasi sempre piccolissime e inferiori complessivamente ai due ettari, i contadini di Predazzo a mala pena potevano ricavare

lo stretto necessario per vivere se non avessero potuto contare sulle affittanze della Regola Feudale che a ciascun “Vicino” metteva a disposizione un campo, il pascolo presso il paese, i pascoli di mezza montagna e le pezze falciabili di monte. Solo una decina di famiglie, in base alla proprietà fondiaria, potevano essere considerate benestanti, tra cui quelle nobili dei Baldessari e dei Calderoni che però andranno repentinamente ad estinguersi agli inizi dell’Ottocento. I prodotti più diffusi erano segale, orzo, un po’ di frumento, il granoturco che raramente giungeva a completa maturazione, pochi i legumi. La patata venne coltivata con convinzione solo dopo il 1820. Molto importanti erano dunque le importazioni annuali di cereali, specialmente dal Veneto.

La vita quotidiana

In questa situazione al limite della sopravvivenza, come in tante altre vallate montane, attraverso i libri dei verbali delle adunanze di Regola, o “Libro dei Voti”, si leggono le minute problematiche di tanta gente ignara di ciò che stava per sconvolgere l’Europa. Dal 1771 ne possiamo scorrere le segnalazioni: le alluvioni rovinose e ricorrenti, le richieste di legna da parte dei poveri e delle vedove, i danni procurati dagli animali domestici, le domande volte ad ottenere il diritto di vicinanza da parte di forestieri dimoranti in paese da lungo tempo. Diverse risposte devono essere date per la riattazione di strade, ponti e argini e la regolamentazione dei torrenti, ancora molto temuti se nel 1754, dopo l’alluvione spaventosa del Travignolo del 1748, si eresse all’esterno della Chiesa di San Nicolò un artistico tabernacolo con la statua di San Giovanni Nepomuceno, rivolta verso l’alveo del torrente. L’amministrazione regoliera doveva altresì provvedere all’affittanza dei prati e delle malghe, alla distribuzione della legna e dei diritti d’erba, in sostituzione almeno parziale della Comunità di Fiemme con la quale i rapporti erano spesso tesi (20 maggio 1771) perché “a quel che si vede non forma altro che debiti”; non fu certo un caso

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se Predazzo qualche anno dopo (1778) incominciò a ventilare l’ipotesi della suddivisione dei beni indivisi di fronte all’ingiustizia di una ripartizione nei godimenti comunitari che non teneva conto del numero di abitanti. Di notevole interesse è l’informazione che si autorizzano bonifiche di “grezivi”, cioè pertinenze torrentizie abbandonate dalle acque ad Ischia e a Pié di Predazzo, lungo il corso dell’Avisio non ancora regolamentato verso le Coste e specialmente verso la confluenza con il Travignolo in località “Al Moro”. L’impatto con la tassazione austriaca imposta anche al Principato di Trento attraverso le “stéore” (1771) fu provvisoriamente assorbito dall’anticipazione assicurata dalla Regola, che poi non si sa se abbia o meno recuperato il credito presso i suoi cittadini. La povertà era dunque palpabile nel maggior numero di famiglie e tuttavia non mancano iniziative edilizie di notevole impegno economico: alcune vie, come le attuali Via Dante, Via Indipendenza, Via Mazzini e Via Garibaldi, assumono il loro aspetto oggi ancora godibile nell’aggregazione delle schiere abitative lungo la strada principale. Qualche edificio si abbellisce meglio degli altri, come la Casa Demartin in Piazza con l’affresco a

pala d’altare datato 2 luglio 1742, o la Casa Rasmo dietro la vecchia chiesa o ancora altre in cui è evidente il riordino di facciata e il recupero di un gusto architettonico che successivamente sarà classificato come tipico delle “case di Fiemme”. Altro esempio molto interessante è quello in Via Indipendenza dove campeggia un affresco del 1764 attribuito a Valentino Rovisi. Rovistando poi in diverse case storiche sono stati riesumati parecchi quadri ad olio che dimostrano se non altro il gusto di adornare con dipinti sacri la “stua” e in qualche caso addirittura la cappa del camino nella cucina. Il pericolo incombente era però quello del fuoco, dato il prevalere del legno e di altri materiali altamente infiammabili nei volumi abitati e utilizzati dal contadino. Qualche mese prima della grande alluvione del 1748, era toccato al rione di Sommavilla, dove avevano preso fuoco sei case. Ma un incendio davvero memorabile scoppiò l’11 gennaio 1784 nel rione di Pié di Predazzo e distrusse un centinaio di abitazioni lasciando senza tetto in pieno inverno più di seicento persone. In seguito a simili disgrazie l’intervento della Regola contribuì non tanto a rivedere le forniture d’acqua di competenza ancora dei singoli ri-

nel secolo XVIII la povertà era palpabile, anche se non mancano iniziative edilizie di notevole impegno economico. Il pericolo maggiore era dovuto al fuoco, dato il prevalente uso della legna da ardere

Rustico a Pié di Predazzo, riedificato dopo il terribile incendio del 1784.

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Splendido esempio di pittura artisticamente elevata, attribuito a Valentino Rovisi (Via Indipendenza, 1764).

oni, ma almeno di migliorare la viabilità. Si completò così il tracciato dell’attuale Via Garibaldi verso il ponte sul Travignolo e fu impostato anche quello di Via Antersieve (cioè, “tra le siepi”) dalla fontana del Pinzan (data sulla casa: 1804) al rione di Sommavilla. Proprio sul declinare fosco e bellicoso di questo secolo ci si imbatte in un atto amministrativo di particolare importanza per il suo anacronismo, almeno così ci appare dopo oltre duecento anni. Si tratta della trascrizione degli “Ordini di Regola” fatta eseguire nel 1788, unica copia delle norme interne della Regola di Predazzo, invero stese già da mol-

to tempo, ma a noi non pervenute in edizioni anteriori: in 39 capitoli e 3 aggiunte, per un centinaio di paginette manoscritte, noi conosciamo tardivamente quali potessero essere gli ordinamenti della Regola nei due secoli precedenti, quando l’autonomia era reale e assai estesa. Altrettanto tardiva ci appare oggi la decisione di erigere una nuova canonica quasi di fronte all’entrata della vecchia Chiesa. Iniziata nel 1792 fu terminata soltanto cinque anni dopo poiché i lavori andavano per le lunghe a causa di intricate questioni e pesanti litigi sulla nomina del nuovo curato. Negli ultimi anni del Settecento infine irruppe, in questa vita ritmata ancora soltanto dalle stagioni, la grande politica europea. Le prime avvisaglie furono le richieste da parte dell’Austria di pochi uomini d’arme (sei per il nostro paese) e fieno per gli animali dell’esercito. Ma l’evento culminante fu l’arrivo dei Francesi a Predazzo nel 1797, testimoniato dal racconto del Regolano Giacomantonio Gabrielli. Per scongiurare pericoli maggiori fu accettato l’esborso di 585 fiorini, dopo aver ottenuto un considerevole sconto sulla richiesta primitiva di fornire duecento zecchini oppure l’acquartieramento per millecinquecento soldati. Regolani e sacerdoti insistettero allora sulla scarsezza della campagna e “che questo popolo era costretto di portarsi annualmente in paesi esteri per guadagnarli il pane ale sue povere famiglie e che noi generalmente eravamo tutti poveri”. Prima di cedere comunque venne chiesto il consiglio e il parere di tutto il popolo convenuto in piazza. All’inizio della relazione, lo scrivano comunale disegnò l’incontro quasi in stile “naïf”, mettendo in mostra una bandiera civica fatta di tante bande colorate orizzontali, di cui non sappiamo tuttavia quale fosse la successione cromatica che la distingueva da quelle delle altre Regole. Quanto all’accenno all’emigrazione stagionale o annuale, ci pare che esso sia il primo così esplicito, senza ulteriori annotazioni nel “Libro de Voti”, anche se forse non mancò una certa esagerazione nei toni, alla ricerca di compassione e abbuoni sulle pretese iniziali.

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Predazzo nell’Ottocento

Una storia tutta di ricostruire Affrontare questo secolo, dai duecento ai cento anni fa, significa impegnarsi in uno studio completamente nuovo poiché tutti si sono fermati alle sue soglie, ovvero hanno continuato a scrivere di “storia” senza accorgersi che erano solo pagine di cronaca, proseguendo per categorie ormai superate quando quasi tutto era cambiato: dal numero degli abitanti alle autorità superiori, dal vestiario agli alimenti di base, dall’autorità regoliera a quella comunitaria, dalla sorveglianza abbastanza bonaria dei saltari alla vigilanza della polizia statale, ecc. Inoltre si presenta immediatamente il problema della scelta tra le fonti, ormai divenute una messe, di origine e importanza le più disparate. Già le ultime vicende del Settecento avevano fornito l’esempio di come non bisognerebbe scrivere storia; si nota con grande evidenza e pena che il posto della ricostruzione storica è preso dal puro racconto o addirittura dalla pagina di diario. Da parte nostra, oltre all’invito a leggere e selezionare meglio tutte le carte dell’Ottocento, resta l’intendimento di offrire in modo succinto e solo per il paese di Predazzo le vicende di questo secolo, che più si allontana e più affascina per la sua complessità e la possibilità di carpirne la mentalità. All’inizio le guerre napoleoniche rappresentarono il trapasso tra il Settecento e l’Otto54

cento, con il loro andirivieni di eserciti, ciascuno da foraggiare per evitare la messa a ferro e fuoco del paese. Anche per il passato c’era la memoria di transiti militari esosi e onerosi, ma ora, a differenza di allora, non c’è più la copertura della Comunità di Fiemme, la quale è occupata a rispondere al padrone del momento con raccolte di soldati e consegne di denari. È dunque un periodo molto confuso, di difficile interpretazione a livello di storia regionale e tanto più nel piccolo della valle e del paese. Rinvenire fra le pieghe dei minimi interventi locali delle figure eroiche significa pretendere di capire che ogni cosa allora era fatta con coscienza di causa: e se così fosse davvero, dovremmo dire che la salvezza di Fiemme era dalla parte dell’Austria, la quale si avvalse per i propri interessi di alcune di queste forme insurrezionali che svanirono poco gloriosamente nell’arco di una decina di mesi, nel 1809. Ci manca la certezza, ma date come il 1803 e il 1807 dovettero scolpirsi nella mente anche dei più sprovveduti di allora, solo perché capirono che del vecchio ordine non c’era più niente. La raccolta di denaro e di uomini per le compagnie dei bersaglieri di Fiemme non lasciava forse comprendere con chiarezza per chi si facesse, ma tutti capivano che erano imposizioni richieste da entità politiche ben superiori a quelle sperimentate pa-


Predazzo nel 1860, 2.650 abitanti. Disegno dell’artista Pierre Gallard di Parigi.

ternalisticamente fino a quel momento. Una cosa fu certa subito: il vescovo di Trento non era più l’autorità superiore diretta, sostituito dai Francesi, dagli Austriaci o dai Bavaresi in alternanza tra di loro. Da questi nuovi padroni si dovevano attendere le disposizioni per la convivenza civile e solo dove esse mancavano si poteva continuare con la consuetudine secolare paesana, ma per poco più di un decennio. Storia confusa fino al 1813. Per Predazzo lo testimonia un episodio divenuto ormai celebre: la rivolta del 1809 contro la coscrizione obbligatoria, che anticipò l’insurrezione armata di Andreas Hofer. La gente con chi voleva stare? Sembra di capire che in qualche modo Francesi e Bavaresi erano i “nemici” da cui guardarsi, ma sicuramente non si legge da nessuna parte che gli Austriaci fossero gli amici da abbracciare. Dopo le avvisaglie, venne presto il contatto quasi brutale con la realtà. Fino a quel momento le preoccupazioni sociali riguardavano la Regola, da cui chiedere o preten-

dere qualcosa in più, oppure la Magnifica Comunità di Fiemme non sempre benevola verso questo paese, ma comunque utile e punto forte di riferimento; c’era un vescovo da tenere un po’ lontano per quanto riguardava il suo potere politico e sopra tutti, ma molto lontano, c’era anche l’Imperatore cui appellarsi non senza qualche consistente versamento in denaro. Non si conoscevano interessi di Stati nazionali in lotta fra di loro né i loro modi di controllare ogni aspetto della vita interna. Forse si era già dimenticato che il Catasto Teresiano aveva messo il naso nelle proprietà edilizie e fondiarie di ciascuno, perché la dichiarazione era stata benevolmente demandata al proprietario stesso; questi aveva capito le conseguenze fiscali di quei dati che andava ad esporre: come a dire che non doveva disconoscere le sue proprietà, ma poteva sminuirne l’importanza o riferirsi a valori vecchi anche di più di due secoli. La materia storica dunque andrà trattata con criteri diversi. C’è anche un motivo

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pratico per andare cauti nelle ricostruzioni e valutazioni di questo periodo: le carte da consultare crescono vistosamente nell’Ottocento e si accumulano in modo disordinato tra vecchie richieste private e nuove problematiche pubbliche. Alcuni momenti hanno avuto i loro cronisti, ma nell’insieme questo secolo resta un’incognita storica: nessuno vi ha cercato un filo logico per la nostra piccolissima realtà, anche perché i collegamenti con la storia italiana (aspirazioni libertarie e guerre d’indipendenza) non riescono ad illuminare niente; le ricerche economiche provinciali si soffermano sull’agricoltura della Val d’Adige; nessuno fornisce parametri interpretativi tali da consentire di ricostruire un racconto storico fondato e comprensibile. Il nostro compito è per il momento più modesto, di individuare cioè quegli eventi che furono davvero importanti per la vita della gente comune di allora la quale, malgrado tutto, rimaneva ancora restìa a comprendere interessi sovravalligiani. In altre parole con queste pagine si vuole rispondere ad una domanda piuttosto semplice: che cosa nell’Ottocento colpì e modificò sostanzialmente la vita quotidiana da noi? Prima ancora che capisse da chi veniva governata, la gente dovette rispondere a precise richieste di informazioni economiche, su aspetti specifici: è del 1809 il primo censimento di popolazione, animali, mestieri ed altro. Ma prima di parlarne è opportuna una breve sintesi di qualche avvenimento tra le campagne napoleoniche e l’assestamento definitivo imposto dall’Austria nel 1813 che ci fu padrona per 105 anni fino al 1918.

L’insurrezione a Predazzo nel 1809

Praticamente la fine dell’autonomia valligiana è contemporanea a quella del principato vescovile abolito dai Francesi nel 1803; tuttavia qualche anno dopo (1807) ci fu un atto legislativo specifico con il quale il Regno di Baviera, alleato dei Francesi, soppresse tra le altre istituzioni medievali la Magnifica Comunità di Fiemme e le sue Regole trasformate subito in Municipi e più tardi dagli 58

Austriaci in Comuni: indubbiamente il cambiamento apparve radicale, ma non del tutto sgradito in quanto portò una ventata di modernità (istruzione, igiene, illuminazione pubblica, gestione finanziaria, conservazione precisa di ogni deliberazione, ordine pubblico, uniformità fra le piccole comunità di un territorio più vasto, ecc.) e di democrazia, quest’ultima più apparente che reale, dal momento che ogni decisione anche piccola doveva avere il benestare di un delegato governativo. Allo Scario fu riservato il titolo di “cassiere” coadiuvato nella gestione del patrimonio dai consiglieri di paese, gli ex-regolani.


Nella forra della Valle del Travignolo, soprattutto lungo la seconda metà dell’Ottocento erano operative diverse cave di porfido, assai apprezzato in regione e all’estero.

Rifacimento in muratura del primitivo giroscale esterno in legno. L’ampia casa era fornita di varie abitazioni, ciascuna con la semicupola aggettante del suo forno del pane.

Tuttavia l’avvenimento più clamoroso avvenne agli inizi di marzo del 1809 di fronte alla coscrizione obbligatoria, quindi ad un provvedimento particolarmente temuto in una società in cui le braccia dei giovani sono indispensabili per la sopravvivenza: la rivolta dei Predazzani è stata fatta oggetto di più di una ricostruzione storica o meglio cronachistica e ha dato lo spunto anche a qualche racconto a metà tra la storia e la fantasia. Certo è che il sollevamento precedette di qualche settimana la più ampia insurrezione armata di Andreas Hofer nel Tirolo contro i Bavaresi, sostenuta dall’Austria. Non possiamo affermare che i due eventi fossero frutto di una medesima volontà di ribellione “contro l’oppressore”, perché per Predazzo si trattò di una reazione dettata dall’esasperazione, mentre per la rivolta del Tirolo determinanti furono le motivazioni nazionalistiche. Per inciso, la coscrizione era conosciuta anche in precedenza, ma sotto forma di sorteggio o di volontariato, con la possibilità di scambio tra i giovani dietro congruo pagamento. Il racconto della vicenda con il trasporto quasi in berlina del Commissario Bavarese Torresanelli, ha già avuto i suoi cantori negli storici locali (Delvai, Felicetti, Gabrielli). La conclusione non poté che essere quella paventata dai più prudenti, cioè la immediata reazione bavarese e la bastonatura esemplare sulla pubblica piazza dei giovani e degli uomini più direttamente coinvolti, che non erano riusciti a fuggire in tempo sui monti. Nello stesso anno, per conto dell’Austria, Predazzo con gli altri Comuni dovette contribuire alla formazione e sostentamento prima di due e poi di altre due compagnie di bersaglieri o “sìzzeri”. Nelle operazioni belliche, certamente secondarie di fronte a quelle lungo l’Adige, il Brenta e soprattutto in Germania, si distinse in particolare un ufficiale predazzano, sia per capacità tattiche che per il prestigio che godeva, anche perché già provato dagli scontri contro i Francesi nel 1796 e 1797: era il maggiore Michele Giacomelli, già decorato con le medaglie d’argento e d’oro dei difensori

del Tirolo e insignito in seguito di titolo nobiliare. Quando gli eventi precipitarono e i Francesi ripresero ad avere la meglio, il Giacomelli, impegnato in operazioni tra il Primiero e il Veneto prealpino, fu bruscamente richiamato in valle e congedato. Anche tutto il racconto delle compagnie di Fiemme, le loro scaramucce, i loro trasferimenti tattici e le battaglie di un certo impegno hanno avuto una puntuale, quasi pignola cronaca in molte pagine dello storico cavalesano Candido Degiampietro. Tuttavia resta ancora impegnativo il lavoro per una ricostruzione esauriente delle figure più esposte in tali frangenti. Nei fatti d’arme inoltre occorrerà distinguere quelli veramente decisivi dai semplici movimenti o spostamenti che talora sembrano, anche per quei tempi, delle “strategiche ritirate”. Sarà comunque prudente non cercare eroi ad ogni costo, ma riconoscere piuttosto una disponibilità, anche con competenze militari, a difendere il proprio paese, la valle e i valori della gente comune e dei suoi migliori rappresentanti. Il risultato infine di tanto movimento fu che, con il novembre, ritornarono i Francesi. Qualche anno dopo, per ironia della sorte, l’Austria reintrodusse definitivamente la coscrizione obbligatoria (1816).

I censimenti

Durante questi anni però non mancarono mai la possibilità e il tempo di catalogare la realtà paesana con statistiche demografiche ed economiche, elaborate naturalmente ai soli fini impositivi e che interessavano ambedue le parti in conflitto. Ma ancor prima, sul Sammler di Innsbruck nel 1806, era comparsa una descrizione delle valli di Fiemme e Fassa che inaugurava a stampa l’era delle guide geografiche. L’autore Joseph von Senger (viaggiatore nelle due valli nel 1801 e buon conoscitore diretto di queste zone) si premura subito di informare i lettori che le notizie istituzionali sulla Comunità di Fiemme, invero piuttosto precise e chiaramente dipendenti dalla famosa memoria difensiva di Carlo Antonio Pilati, gli erano state for-

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nite da Giuseppe Antonio Riccabona. Per Predazzo parla delle miniere di rame, ferro e piombo, ma si sofferma più a lungo sull’importanza economica delle foreste di Paneveggio e del loro sfruttamento mediante le compagnie di commercianti. Oltre a ciò non sfuggirono al viaggiatore austriaco le bellezze di Bellamonte e il suo fascino durante la fienagione estiva. Nel 1808, un anno prima della bufera insurrezionale, si stese una prima statistica con i seguenti dati: • Popolazione: 1725 abitanti (erano 1692 nel 1805), distribuiti in 390 famiglie. • Case di abitazione: 390, mentre gli edifici produttivi erano i seguenti: 8 mulini, 3 gualchiere o “foli dal pano”, 11 fucine a cui si dovevano aggiungere 4 botteghe di chiavaio o “slosser”, 2 “garberie” o botteghe di conciapelli e 1 tintoria. • Animali domestici: al primo posto le pecore e le capre (rispettivamente 1306 e 573), quindi i bovini (424), i maiali (56) e i cavalli (49). L’incompletezza dei dati traspare con evidenza dal fatto che per l’artigianato si citano soltanto in quest’occasione 9 bottai o “pìnteri” e 17 carradori o “rödèri”; probabilmente questi andavano considerati in aggiunta agli artigiani degli edifici produttivi già elencati, ma appare notevolmente strana l’assenza dei segantini, mentre bottai e carradori erano aggiunti in quanto le loro botteghe non avevano bisogno di ruote idrauliche. Una risposta più sicura non è tuttavia possibile anche perché è del 1811 un elenco di mestieranti i quali, per esercitare il loro lavoro, dovevano possedere una patente. Ancora una volta le cifre ci lasciano perplessi: vi compaiono nove mestieri, ma sono assenti quelli del mugnaio, del segantino e del tintore, per non parlare dei falegnami e dei carpentieri. Gli artigiani in tutto sono davvero pochi: 39, e cioè 14 fabbri ferrai, 4 fabbri “slosseri” ovvero fabbricanti di serrature, cardini ecc., e altrettanti fabbri chiodaioli; i bottai erano 6, 2 i carradori (tre anni prima si dichiaravano tali in 17!) e i “marangoni” o 60

carpentieri, i calzolai, i conciatori di pelli; c’è anche un sellaio. Queste incongruenze nei numeri, se non sono imputabili a lacune nei documenti stessi, farebbero ipotizzare che derivino anche dalla diffidenza contadina verso disposizioni legislative da ritenersi “pericolose” almeno nella prospettiva futura, come lo era stato il Catasto Teresiano vent’anni prima. Dell’anno 1815 possediamo anche una tabella sintetica sugli abitanti e le abitazioni. Da essa apprendiamo che per quell’anno si consideravano nuclei abitati Predazzo e Mezzavalle (strana l’assenza di Paneveggio, mentre Bellamonte viveva ancora di residenze stagionali soltanto estive) e che i 1818

Dipinto sacro sulla Casa dei Gabatela (fine Ottocento), in Via Mazzini.


nei secoli XVIII e XIX Predazzo conobbe una crescita demografica abnorme, grazie alla sicurezza economica garantita dai beni della Regola Feudale e dal diffondersi di un’ampia rete artigianale

abitanti (887 maschi e 931 femmine) distribuiti in 418 famiglie occupavano 244 case. Ancora una volta le differenze evidenti con la statistica di dieci anni prima non trovano piena giustificazione, perché la popolazione e le famiglie sono aumentate del 5-6% circa, mentre le abitazioni sono il 30% in più, probabilmente partendo da altri criteri di valutazione. In seguito le statistiche appariranno più corrette e stese in modo più ordinato, ma prima di puntare l’attenzione su una in particolare, quella del 1849, a ridosso della spedizione in Transilvania, è opportuno fissare i dati delle statistiche per quello che riguarda la popolazione. Si tenga sempre presente che nei secoli XVIII e XIX Predazzo conobbe una crescita demografica abnorme, con aumenti in percentuale rispettivamente del 69% e del 74%, senza che se ne possa dare una ragione esatta, oltre al richiamo alla sicurezza economica fornita dai beni della Regola Feudale e forse anche dalla rete artigianale estremamente articolata, come si vedrà. La successione demografica raggiunse traguardi assai significativi i quali da soli forniscono a sufficienza una ragione dell’emigrazione stagionale, in quanto la campagna non poteva comunque essere estesa oltre l’esistente e quindi, dalla primavera all’autunno, molta manodopera era in sovrabbondanza, tenendo altresì conto che anche le donne erano fortemente impegnate nei lavori dei campi dove, forse, soltanto il mestiere dei carrettieri rimase sempre appannaggio degli uomini. Significativi lungo tutto l’Ottocento rimangono i seguenti dati rilevati da don Lorenzo Felicetti e don Giuseppe Gabrielli, con differenze tra loro, malgrado ambedue dichiarino di prendere i dati dal Catalogo del Clero: • 1805, 1692 abitanti • 1812, 1757 abitanti • 1824, 2200 abitanti • 1833, 2383 abitanti, 2225 per il Gabrielli • 1840, 2333 abitanti per il Gabrielli • 1849, 2570 abitanti • 1860, 2696 abitanti • 1870, 2777 abitanti

• 1875, 3036 abitanti per il Gabrielli • 1880, 3297 abitanti per il Gabrielli • 1890, 3290 abitanti per il Gabrielli • 1900, 3386 abitanti per il Gabrielli Di fronte a questa crescita galoppante era necessaria una ricomposizione economica in attesa della quale si estese il fenomeno dell’emigrazione stagionale. Anticipando questo discorso, e a mo’ d’esempio, nel Prospetto della popolazione del 1869 viene segnalato che su 2623 abitanti ben 476 sono assenti o emigrati a vario titolo e per periodi diversi: da questi dati comprendiamo che le tabelle della popolazione differiscono tra loro a seconda delle fonti; certamente curato o parroco avevano criteri di computo differenti da quelli comunali. Non sembra che questo avvenga però per la statistica fondamentale del 1849, anno in cui il curato G. B. Weber lasciò scritto: “Il Predazzano per vivere deve emigrare in cerca di lavoro. In quest’anno emigrarono circa 800 persone, e portarono in patria dai 35 milla ai 40 milla fiorini”.

Il Prospetto del 1849

Prima di quest’anno non si ha un elenco completo della popolazione, perché in precedenza sembrava o era sufficiente l’elenco delle famiglie come ci è stato conservato per il 1839 e il 1841, con nome, cognome e soprannome del solo capofamiglia nonché il domicilio. In seguito il documento fondamentale e completo è il “Prospetto di tutte le persone esistenti nel Comune di Predazzo, e di quelle che ad esso appartengono, nonché di tutti gli steorati altrove abitanti dietro ordine dell’Imperial Regio Giudizio dei 23 Maggio 1849”. L’elenco concluso il 12 giugno, ma successivamente rivisto in qualche nucleo familiare, contiene tra l’altro, secondo il numero civico progressivo, tutti i capifamiglia indicati con il nome e il cognome, il nome di tutti i componenti della famiglia, l’occupazione o mestiere di ciascuno, ecc. La popolazione registrata e numerata è di 2.520 persone, anche se il conto effettivo evidenzia 2592 abitanti, suddivisi in 505 famiglie e dimoranti in 362

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case numerate a cui vanno aggiunte altre 29 abitazioni senza numero civico. In questa sede non pare il caso di riprodurre l’analisi completa delle professioni, ma alcune conclusioni vanno sicuramente ripetute. Al di sotto dei 12 anni non si definisce alcuna professione se non quella di “fanciullo/a”, categoria in cui sono compresi ben 855 individui, cioè il 33% di tutta la popolazione. Togliendo quindi alcune situazioni di difficoltà fisica e psichica (51), gli occupati risultano essere 1686, cioè il 65% della popolazione. Entrando poi nel merito dei mestieri dichiarati, alcuni sono assolutamente generici come quello del “muratore”; 444 sono i lavoratori tra i quali c’erano di certo i muratori qualificati e molto ricercati, ma anche i comuni manovali. Dalla parte delle donne, ben 665 si dichiarano “contadina”, come oggi diremmo “casalinga”; viceversa i 120 contadini maschi sembrano davvero essere tali di professione. Le professioni maschili sono numerose (61)

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e specializzate, mentre per le donne bastano 19 qualificatori. Quelli che per noi sono i mestieri veri e propri degli uomini hanno una ricorrenza da 5 a 25 volte, anche se i fabbri nel loro insieme arrivano a 53 unità. Ben presenti questa volta sono i falegnami (25), i tessitori (24), i calzolai e i segantini (22) e anche i mugnai (14). Le diverse professioni possono anche essere aggregate insieme per categorie: • agricoltura, allevamento e foreste, 158 • alimentazione, 16 • lavorazione del legno, 65 • lavorazione tessile e abbigliamento, 55 • lavorazione dei metalli, 66 • edilizia, 453 • commercio, 21 • altre occupazioni, 41 In tutto 875 mestieranti, includendovi gli studenti, il Capocomune, il curato, il maestro, il sagrestano, ecc. Le qualifiche femminili sono molto più limitate. Oltre alle 665 contadine, che rappre-

A Pié di Predazzo un San Francesco murale.


a metà del secolo XIX ci si interroga sul perché della emigrazione degli “aisenpòneri”. Un periodo doloroso ma che portò anche importanti ventate di novità in campo tecnico, culturale e sociale

sentano l’82% della manodopera femminile, troviamo 59 sarte che non possiamo immaginare se non come casalinghe contadine che conoscono meglio di altre l’arte del cucito che svolgevano “a òpra” (in casa) nelle famiglie che le richiedevano. Le domestiche sono 30, al terzo posto, spesso senza corrispettivo se non il puro e semplice mantenimento in casa. Diverse donne si dichiarano “artigiane” nel mestiere del marito (oggi le chiameremmo collaboratrici domestiche): tali sono le 16 mugnaie, le 6 ostesse, le 2 produttrici di chiodi e anche quell’una che si dichiara “fabbro ferraio”. Sicuramente femminili sono le mansioni di “maestra” (3), di venditrice ambulante (3), di levatrice (1), di farmacista e di portalettere. Infine l’analisi del “Prospetto 1849” consente di esaminare con attenzione tutte le sfaccettature del lavoro tradizionale, dai mestieri più strettamente legati alla vita quotidiana tramandata per secoli alle occupazioni più moderne, qualche decennio prima che comparissero le macchine e i prodotti della rivoluzione industriale.

Altre statistiche

Davanti ad uno specchio sociale così preciso viene ancora da interrogarci sui tanti perché dell’emigrazione degli “aisenpòneri”. Non c’è altra risposta che attendere ulteriori ricerche, oltre quelle fornite dal prof. Marco Felicetti. Colpisce comunque lo studioso l’impossibilità di stabilire se quelli dal 1848 al 1852 fossero davvero anni tremendamente critici, ma ben delimitati, oppure gli stessi non furono altro che il momento dello scoppio di una malattia endemica cui si incominciò ad abituarsi con la solita sopportazione delle genti alpine che non si sono attese mai, dall’esterno, né aiuti né commiserazione. Oggi, da lontano, l’emigrazione ci appare come una piaga dolorosa che proseguì per decenni, sfumando un po’ alla volta quasi per abitudine fino agli albori del nostro secolo e portando con sé più speranze che fortuna. Essa tuttavia introdusse in paese provvide ventate di novità in campo tecnico, culturale e sociale.

La vita del paese, poco oltre la metà del secolo, è rispecchiata anche da un altro tipo di statistica, quello sugli immobili. Ce lo tramanda il fascicolo intitolato “Stima e definizione dei caseggiati componenti questo Villaggio di Predazzo” del 1857 (A.C.P.). L’ordine dell’esposizione è ancora una volta dettato dalla numerazione civica. Alla stessa maniera, sia nel 1839 che poi nel 1841, si parte inopinatamente dalla porta del cimitero verso il paese, quindi la numerazione segna il n. 1 sulla casa di sinistra in direzione della Chiesa curaziale, per numerare successivamente ogni entrata alle abitazioni, toccando i rioni di Pié di Predazzo, Ischia, Fosine, Poz, Piazza, Sommavilla e quindi piegando nuovamente verso Pié di Predazzo con gli ultimi numeri. Nel 1839 venivano individuati 367 numeri civici (qualcuno è ancora conservato sulle case più vecchie, dipinto in nero su fondo chiaro) per 453 famiglie. Venne poi una numerazione contraddistinta da un rettangolo rosa o color mattone che probabilmente corrisponde alla revisione generale del 1857, la quale elenca 522 edifici. Quest’ultimo documento è piuttosto importante per la ricostruzione storica in quanto, in assenza del nome delle vie per la collocazione delle case, utilizza dei riferimenti a quelle vicine o a nomi di luogo interni al paese o ai soprannomi dei vicini. Naturalmente risultano fondamentali per il confronto le prime mappe catastali del 1858. Da allora, e fino all’introduzione ufficiale e organica del nome delle vie nel 1945, avrà valore unicamente il numero civico progressivo che supererà il 570, anche se sarà affiancato dai nomi delle vie, introdotti con una certa regolarità dopo il 1920.

Predazzo visto da fuori

La scarsezza di notizie interne sulle effettive condizioni economiche in cui versava la nostra gente intorno alla metà del secolo spinge a cercare altrove qualche informazione magari più generale, ma dovunque un certo tono e una buona dose di retorica sembrano ammantare di fiducia le osservazioni economiche sullo stato della popolazione.

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Ne può essere un esempio quanto scrive il Perini nella sua Statistica. Dopo aver individuato nella pastorizia, nella coltivazione di pochi cereali e nel taglio del bosco le occupazioni dei montanari, ne esalta le condizioni ottimali per vivere “beatamente”, per cui essi “come offrono tranquillo, sereno, e perspicace lo spirito, così presentano robusto, e slanciato il corpo, temprato a qualsiasi longevità”. Malgrado queste splendide condizioni, l’emigrazione “è una assoluta necessità per quei popoli le cui terre son povere e ristrette, nè valgono a sopperire nemmen per metà ai loro bisogni”. L’emigrazione poi migliora la loro fortuna, arricchisce individui e famiglie, sveglia anche l’intelletto e promuove la socializzazione rendendoli più disinvolti. Quando entra nel merito della situazione economica, il Perini utilizza dati che risalgono al 1840 con qualche aggiornamento, informazioni cioè precedenti alla grande crisi.

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Conferma ugualmente che la vita di stenti, essendo una costante sul territorio trentino, non necessita di ulteriori rimarchi, mentre le sue annotazioni servono a mettere in luce gli aspetti economici più promettenti per il futuro. Sicuramente non c’è la coscienza del dramma dell’espatrio per lavoro, di cui si vede unicamente l’utile per le entrate, oppure non se ne può parlare in pubblico. Esplicitamente per Fiemme il Perini annota: “Una gran parte degli abitanti, abbenchè siano anche contadini esercitano qualche arte o mestiere. Sonvi specialmente molti muratori e falegnami ed in particolare i Predazzani si occupano di quest’arte ed emigrano più della metà portandosi nella valle dell’Adige, nei capitanati di Trento, di Rovereto ed anche in altre parti d’Italia. Partono solitamente alle feste di Pasqua e ritornano a S. Giacomo, alla segagione dei fieni, indi partono nuovamente dalla valle in settembre e ritornano in novembre. Riportano in patria, se

Accessi civili e rustici tra fine Settecento e primi decenni dell’Ottocento.


confermate dagli studiosi le ricchezze minerarie intorno al paese. Due le miniere: una di rame sul Monte Mulat, nella zona della Bedovina, e una di ferro in Viézzena

sono economici, un capitale di 60 a 70 fiorini per ciascheduno. Fra le arti principali che si esercitano in Fiemme è pure d’annoverarsi quella del fabbro-ferraio; specialmente in Predazzo vi sono molte fuccine ove si lavora il ferro crudo, che si ritrae dalle fonderie di Primiero, e ridotto a ferro mercantile in stanghe od arnesi si mette in vendita nella valle dell’Adige”. Lo stesso autore, sotto la voce “Predazzo”, si sofferma a lungo sulle ricchezze minerarie intorno al paese che talora dice scoperte da sondaggi recenti e che invece sono molto antiche. Secondo il suo resoconto, sono due le miniere: una di rame sul Monte Mulat (probabilmente alla Bedovina) ancora attiva nel 1839, il cui minerale era spedito ai forni fusori di Chiusa presso Bressanone, e un’altra di ferro in Viézzena, la quale nei secoli passati poteva contare sui forni presenti nella stessa valletta. Giustamente riconosce che l’ostacolo maggiore per rimettere in funzione le miniere è la mancanza di legnami, anche se vicino ci sono immense selve, il cui utilizzo mercantile appare però assai più vantaggioso che non la legna da carbone. Altre miniere si aprivano sul versante della Malgola chiamato “Mulàc” e sul medesimo fianco più a est presso “Boscamp”. Dalla scoperta del Marzari Pencati nel 1819 è ormai diventato celebre il marmo delle Coste di Predazzo già battezzato predazzite, definito “nel gaudio della prima scoperta … il più ragguardevole del Trentino”. Più scarni sono gli accenni all’agricoltura per la coltivazione del grano saraceno o “formento” mentre il granoturco non giunge a maturazione. Anche il Perini resta affascinato dalle praterie di Bellamonte che “si presenta in estate coi suoi numerosi casolari qua e là sparsi come un vasto campo, ove la folla di uomini e di donne che si recano colà a tagliare i fieni e seccarli piantano le loro tende a guisa di padiglioni non potendo tutti ricoverarsi nelle capanne”. Dopo aver accennato alla ricchezza dei boschi di Paneveggio e della Comunità il cui legname è ancora fluitato sul Travignolo fino a Predazzo e quindi dà lavoro a molti, il Perini deve riconoscere che ugualmente diversi

devono emigrare esercitando vari mestieri e soprattutto quello dei muratori in cui “i Predazzani sono abilissimi”. La fama della spedizione del 1851 non gli può sfuggire: “In quest’anno varii lavoratori furono chiamati in Transilvania per la costruzione delle strade e dei ponti in quelle parti, prova onorevole della loro abilità”. In tutto lo scartabellare di dati, fonti e documenti, si penserebbe di imbattersi prima o poi in qualche annotazione che richiami la storia contemporanea d’Italia e le sue guerre risorgimentali. Invece quasi niente da nessuna parte. Solo il solito Perini conclude la sua breve sintesi storica sulla Comunità con un cenno al 1848: “Da un canto si predicava libertà nazionale, dall’altro l’Austria prometteva una Costituzione; ma il popolo di Fiemme tante volte ingannato e deluso restava freddo e indifferente alla mossa [cioè alla ribellione], e a stento il giudice imperiale sig. Iser potè armare verso grosse mercedi alcuni abitanti dei più bisognosi della valle”. Qualcuno in più fu certamente arruolato per la guerra del 1866, ma nessuno uscì dalla valle; di loro ci resta il primo ritratto fotografico di un Predazzano orgoglioso della sua bella divisa. Si sa, che alla fine del conflitto, il Comune di Predazzo richiese la rifusione di ingenti spese militari.

Il Feudo

Anche le due istituzioni storiche del Feudo e della Comunità, da protagoniste nei secoli precedenti si trascinano fra questioni di vitale importanza per la loro esistenza, senza però che la gente comune venga coinvolta. È questo un periodo in cui le antiche espressioni di vita democratica vengono sostituite di punto in bianco dal potere di alcune persone le quali, più di una volta, lasciano intendere che i problemi da trattare sono ormai troppo importanti perché possano essere capiti da tutti. La posizione più critica sembra inizialmente quella della Regola Feudale che dal 1818 dovette richiedere una nuova investitura, e a pagamento, dai nuovi padroni, cioè dall’Imperatore, e così avvenne anche nel 1850 con

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Francesco Giuseppe. In un mondo ormai definitivamente cambiato, in cui le sorti delle istituzioni medievali non sembrano avere alcun futuro, Feudo e Comunità trovano ancora il tempo di contendere per i diritti di caccia (1828). Un primo passo verso l’acquisizione della proprietà piena del bene feudale avviene nel 1850 quando ci si libera dei diritti di tipo feudale in mano agli eredi dei signori di Enn di Montagna. Lo scioglimento definitivo da ogni vincolo feudale, rilasciato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, sarà del 1874 con l’esborso del 4% del centuplo dell’imposta fondiaria, cioè per 269 fiorini circa. Ma la Regola Feudale aveva da riflettere su altri risvolti più importanti per i legami con il fenomeno dell’emigrazione, cioè aveva da risolvere al suo interno il problema del domicilio o incolato o residenza, necessario per essere riconosciuti come “Vicini”. Il requisito del domicilio provocò, su istanza superiore, la necessità di rivedere lo statuto. Esplicitamente dal 1727 esso era obbligatorio con la buona ragione che gli assenti non potevano pretendere di ritirare gli utili se non avevano collaborato alla gestione diretta del bene. La norma fu a lungo contestata,

mentre i giudici, via via interpellati nelle loro sentenze, ribadirono che chiunque aveva diritto se nato regolarmente in vicinanza. I sacerdoti si sentivano defraudati di un diritto; gli amministratori tendevano a non pagare. Invece di volta in volta pagarono e poi furono costretti a rivedere lo statuto, seguendo le norme imperative dell’anagrafe civile. Si affrontò la discussione se “domicilio” corrispondesse a “pertinenza”. Quest’ultimo concetto salvò per il momento le diverse posizioni: si poteva essere pertinenti senza essere domiciliati. Ma anche queste norme seguivano la legge imperiale e, quando essa definì l’obbligo di assumere la cittadinanza nel Comune di domicilio (1896), diversi “feudatari” si videro esclusi dai diritti fino ad allora goduti. Il Morandini su queste vicende sviluppa tutta la sua capacità di avvocato, ma non sembra un ottimo lettore degli atti amministrativi minori: coloro che governavano il Feudo apparivano rigidi sulle questioni di principio, mentre l’applicazione nei casi concreti è stata sempre dettata dal buon senso e dalla carità, e questo fu il comportamento assunto prima e dopo ogni revisione dello statuto. Senza accorgersi, il legale si Esempio ricorrente di dipinto devozionale di modesta levatura artistica (Via Marzari Pencati).

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fondamentale nel secolo XIX il ruolo della Regola a favore della comunità con l’acquisto di granoturco per i “Vicini” e l’introduzione di un proprio magazzino contro la speculazione

lasciò andare ad una constatazione che parrebbe negativa, ma oltremodo significativa dei tempi: “Al reggimento della Regola vennero scelte quasi sempre le stesse persone che prima o poi furono anche a capo dell’amministrazione della Comunità di Fiemme o del Comune di Predazzo”; osservazione abbastanza scontata se lo stesso studioso si fosse reso conto che così andava già dal secolo XV. Assai più importante è l’annotazione che l’amministrazione del Feudo era sempre stata decisa da tutti i “Vicini”, ma dallo statuto del 1856 essa fu affidata ad una Deputazione di 18 membri. La rigidità della norma statutaria sul diritto di “vicinato” fu più di una volta superata dal comportamento concreto dei reggitori della Regola Feudale praticamente a favore di tutta la comunità. Successe spesso che dove non poteva giungere l’intervento del Comune, facesse la sua parte la Regola Feudale. Ancora nel 1817, di fronte ad una carestia eccezionale, la Regola Feudale acquistò del granoturco per i suoi “Vicini” e parecchi anni più tardi, nel 1862, la stessa Regola, di fronte alla speculazione sul prezzo dei grani, istituì un proprio magazzino di deposito e di vendita di granoturco e di frumento. Il bisogno era così serio che si decise addirittura la costruzione di un magazzino dei grani, eretto in fretta nel 1875 e divenuto molto più tardi sede dell’istituzione, così determinante per l’economia della borgata di Predazzo.

La Comunità

Altra istituzione nell’occhio del ciclone fu nell’Ottocento la Magnifica Comunità di Fiemme. I collegamenti con le vicende della popolazione di Predazzo si possono riassumere con una sola parola: “spartiò”, cioè divisione dei beni comuni. Non è che tutto il secolo sia stato occupato da questa questione, purtroppo lo stato delle ricerche si è fermato a questo tema, senz’altro cruciale, ma così di moda da far dimenticare tutto il resto: di fronte allo “spartiò” sembra passare in seconda linea anche un’impresa straordinaria come la strada di Fiemme, voluta ed eseguita dalla Comunità con maestranze

locali, tra cui stimate ditte predazzane, in attesa di un interessamento governativo che non ci fu. Venuta dunque a mancare la funzione di governo autonomo di Fiemme, alla Comunità non rimaneva che amministrare i cospicui beni di cui era ancora dotata. Ma su di loro avevano già messo gli occhi quanti non accettavano uno sfruttamento per quartieri che era a tutto vantaggio dei paesi più piccoli. Nella controversia si intravede una evidente miopia degli stessi che, per non perdere diritti atavici e ben superiori all’effettiva consistenza numerica della loro popolazione, non capirono il rischio che tutto andasse perduto con la spartizione dei beni comuni. Risale al 1819 l’esplicita richiesta di Predazzo, Tesero e Ziano per la divisione delle montagne; naturalmente la questione andò per le lunghe e dopo vent’anni, la risposta giudiziaria fu di incompetenza e di rivolgersi al tribunale civile. Nel frattempo di nuovo Predazzo con Moena aveva avanzato ricorso affinché si rispettasse addirittura il Privilegio Enriciano del 1314 e che si eliminassero le successive distinzioni per quartiere. Predazzo ritornò alla carica nel 1863, ma la risposta fu la solita. Sulla questione il buon Delvai, strenuo difensore della Comunità dei Vicini, lasciò scritto un saggio parere che certamente non colpì più di tanto chi manovrava il tutto anche dopo il 1900: “Fino a che Fiemme conservò la sua personalità come corpo politico - civile amministrativo i beni comuni venivano amministrati dai Vicini nelle adunanze generali e dai loro rappresentanti, lo Scario ed i Regolani di Comune. Perduta questa personalità e proibite le adunanze generali l’amministrazione economica passò da prima al così detto Presidente e due aggiunti, indi ai Capi-Comuni con un Presidente. Senonchè questo corpo non fu mai riconosciuto legalmente dalla Comunità ossia dai Vicini, nè uniti in Regole e Quartieri nè formanti unione immediata: è un corpo amministrativo abusivo”. Parole più pacate e giudiziose sono state scritte da don Angelo Guadagnini avendo il coraggio di premettere a tutta la questione il parere che erano stati i governi bavare-

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se e austriaco a istigare verso la possibilità della divisione delle montagne. I Comuni in ciò restavano in grave contrasto fra loro perché, per ragioni demografiche e anche geografiche, ai più piccoli sarebbe toccato comunque di meno di quello che godevano nell’amministrazione tradizionale comunitaria. D’altra parte, era naturale che i Comuni maggiori esigessero che i beni fossero ripartiti in proporzione al numero di abitanti, mentre i paesi più piccoli si aggrappavano al sistema della spartizione in quartieri. Al fondo c’era comunque un concetto diverso sulla natura stessa della Comunità, se essa fosse un ente pubblico da amministrarsi per il bene dei Comuni oppure una proprietà privata e indivisa dei Vicini e non dei Comuni. Addirittura si arrivò nel 1859 alla richiesta da parte di tutti i Comuni affinché il patrimonio comunitario fosse ripartito fra gli stessi. La protesta dei Vicini si fece accesissima e si andò avanti con caparbietà e anche ambiguità fra le parti. Leggendo infatti le carte delle diverse posizioni, quelle della Comunità e per altro verso quelle dei Comuni, si insinua anche il sospetto che le stesse persone agissero in luoghi diversi a favore di tesi diverse. La sentenza della Cor-

te Suprema di Giustizia nel 1906, che non riconosceva rappresentanza legale ai Vicini in quanto tali, ma solo in quanto cittadini di un Comune, provocò addirittura l’occupazione del Palazzo in Cavalese, ma la lentezza di ogni reazione prorogò altre dimostrazioni e atti amministrativi fino allo scoppio della guerra mondiale che momentaneamente pose fine alla diatriba.

Edilizia pubblica e religiosa

Dopo tutto ciò pare opportuno ritornare con l’attenzione alle vicende interne del paese ormai avviato a divenire borgata, colpito comunque da calamità atmosferiche, per il troppo freddo o le alluvioni o la siccità, ma anche da epidemie se non più di colera certamente di vaiolo, esiziale per i bambini. Nel 1843 Predazzo costruì una sua sede comunale non lontano dall’abside della Chiesa d’allora sul ciglio della via che dalla Crosèra porta a Sommavilla. In realtà i servizi comunali avevano bisogno di spazi molto ridotti, mentre era urgente dare una sede alle scuole femminili. Da qualche anno ormai fervevano i lavori della strada di Fiemme che interessò Predazzo per gli appalti a ditte del paese ancor prima che per la sistemazione e l’ampliaIl Municipio con, a sinistra, l’ex albergo Nave d’Oro.

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a metà dell’Ottocento, un contributo all’occupazione fu dato dalla costruzione della nuova Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, inaugurata nel 1875. Utilizzati solo materiali ricavati dalle cave e dai greti dei torrenti

mento del tracciato. I lavori tra Ziano e Predazzo si svolsero intorno al 1849, allorché in Valaverta si imbatterono in una necropoli che dimostrò l’esistenza di un abitato romano in questo tratto della valle dell’Avisio. Contemporaneamente si intervenne con rettifiche, più nelle pendenze che nelle curve, del tronco verso Moena. Con queste opere pubbliche (mai governative!), anche il paese prese ad assumere un aspetto diverso, più moderno e, nel rispetto della tradizione, più attraente. Sull’operosità influì certamente l’urgenza di creare lavoro per una parte di quei cittadini che altrimenti avrebbe infoltito la schiera degli “aisenpòneri”. Accanto alle opere stradali che interessarono con alcune modifiche anche l’interno del paese, un contributo determinante all’occupazione locale fu dato dalla costruzione della nuova Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, su progetto dell’ing. Mayer, il quale studiò un edificio in stile neogotico. La collaborazione interna partì dai Vicini della Regola Feudale che misero a disposizione il terreno, ma poi proseguì con ditte locali e soprattutto con il volontariato: non a caso l’orgoglio del paese è ancora vivo per la collaborazione gratuita ad un’impresa formidabile per un paese di appena tremila abitanti e per l’utilizzo puntiglioso quasi esclusivamente di soli materiali ricavati dalle cave e dai greti dei torrenti intorno al paese. Il nuovo edificio sacro occupò oltre 1.000 mq e si sviluppò con misure ben superiori alle chiese delle valli vicine. Tra la posa della prima pietra e il completamento edilizio passarono poco più di tre anni (1866-1869), mentre la consacrazione tarderà fino al 1875 proprio nel torno di tempo di cui i viaggiatori inglesi lasciarono le loro osservazioni sul paese. La costruzione, ancora spoglia di decori e arredi, presentava tuttavia diverse caratteristiche che inorgoglivano i Predazzani: oltre al grande contributo in lavoro gratuito e denaro che si aggiunse all’impegno del Comune, tutte le colonne o parti di esse furono ricavate da un solo blocco di monzonite (il “Balon de la Carmela”) alle Coste, accanto all’Avisio; altre

pietre e il legname necessario vennero dalle cave e dalle foreste del paese. Il campanile, concepito inizialmente di misure contenute in altezza, subì modifiche nella progettazione, ricevendone maggiore slancio ed innalzandosi fin oltre i 49 metri, cui si aggiunsero altri tre metri per la croce in ferro. Il pavimento, al posto delle lastre in pietra, il cui costo superava le possibilità economiche di quel momento, fu lastricato di tavolette ottagonali di graniglia che durarono fino alla completa sostituzione dello scadere del XX secolo, allorché si ritornò all’idea originaria che tutto fosse in pietra locale, come risultarono gli altari. Unico apporto esterno fu costituito dalle tegole in cotto a coda di castoro, di diversi colori per tracciare disegni e motivi geometrici, che furono acquistate a Bolzano. Dopo il collaudo del 1870, fu evidente che l’edificio aveva bisogno di un arredo interno adatto allo stile e alla grandezza del manufatto. I primi problemi sorsero per i cinque altari previsti: furono gli scalpellini e gli scultori locali che fornirono le soluzioni di buon senso, evitando presenze stonate con gli spazi ariosi della navata centrale e del presbiterio. Ormai nel Novecento proseguì la decorazione pittorica e la Chiesa si munì anche di alcune opere di artisti predazzani, come il baldacchino del pulpito scolpito nel legno da Pietro Demartin, la statua di Sant’Elena di Nicolò Morandini (Garneleti) e gli affreschi dei quattro Santi di Camillo Bernardi. Il giudizio migliore su tutta l’impresa fu scritto da don Giuseppe Gabrielli: “Così il popolo di Predazzo, con le sue sole forze, senza alcun contributo degli enti pubblici, animato solo dalla sua fede, si costruiva un secolo fa con notevoli sacrifici la sua chiesa, che resta ancora una delle più belle della Diocesi”. Proprio realizzazioni di questo genere lasciano perplessi se confrontate con il fenomeno dell’emigrazione stagionale, ma non solo, e con le suppliche delle famiglie povere, per cui lo storico trova difficoltà a definire lo stato economico della borgata in quei decenni in cui certamente il lavoro fu fervido in ogni campo.

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Il paese per i turisti stranieri

Superati almeno in parte i gravissimi problemi occupazionali della metà del secolo, il paese assunse una sua configurazione ben definita che rimase tipica per molti anni e che oggi traspare, in molti particolari, nei rioni che si abitano e si visitano come centro storico. I primi a rendersene conto sembrano i viaggiatori inglesi per i quali le nostre valli, i loro paesini e la loro gente rappresentavano qualcosa di “esotico”, da comunicare alla stampa del loro paese. Fu così che la signorina Edwards transitò qui nel 1872 e rimase colpita dai pascoli e dalle malghe sui monti circostanti, ma anche dalle numerose segherie disposte lungo le sponde dei due torrenti Avisio e Travignolo. Entrò in paese accodandosi “ad una lunga processione di mucche austere, color crema, con enormi campanacci al collo e ferri ai piedi come i cavalli”. Non tutte le sue osservazioni appaiono competenti ed esatte, come quando afferma che i Predazzani discendono “da un ceppo teutonico e siano totalmente austriaci nelle loro simpatie, sebbene parlino usualmente la lingua italiana”. Altre note esagerano le informazioni raccolte ovvero le osservazioni dirette, travestendole di un’ammirazione entusiastica cui certamente non corrispondeva la stentata vita quotidiana. Da lei veniamo appunto a sapere che i Predazzani sono particolarmente intelligenti, energici e industriosi; che vivono in una valle fertilissima e fra montagne ricchissime di minerali. Gli artigiani più diffusi sono quelli del ferro in grandi fonderie, mentre fiorente è il commercio del fieno e del legname sostenuto da lunghe file di operose segherie e sarebbe proprio il commercio che spinge molti a viaggiare in Germania, Ungheria, Transilvania e Svizzera. Le osservazioni sull’edilizia sono introdotte ancora da una lode sperticata: “In ogni direzione, con rapidità sorprendente, iniziano nuovi lavori, sorgono nuovi cantieri dove vengono costruite case d’abitazione più solide. Recentemente … è stata eretta una nuova Chiesa in stile gotico con il tetto aguzzo e con le tegole allegramente dipinte di rosso, di verde e di giallo”. La viaggiatrice

conosceva l’italiano, ma forse parlando con un sacerdote non comprese bene le sue parole se capì che la popolazione era costituita quasi interamente da commercianti benestanti che formano una classe media addirittura ricca. Messo in rilievo anche che fucine e segherie non formano un paesaggio particolarmente incantevole, giustifica il suo entusiasmo con uno schizzo grafico dal centro verso le Pale di San Martino in cui i campanili delle due Chiese appaiono un po’ troppo ornati. Non poteva mancare un omaggio all’albergo ospite, la “Nave d’Oro” di Francesco Giacomelli, “l’albergo migliore fra quelli dove alloggiammo durante l’intero viaggio”, in cui si conservava una importante collezione di minerali della zona, ma anche dei reperti archeologici rinvenuti durante la costruzione della nuova strada, vicino a Ziano. La descrizione del paese ci appare più completa e precisa nel resoconto di un altro viaggiatore inglese, Walter White, che fu in Predazzo tre anni dopo, nel 1875. Il primo elemento che lo colpì furono i due monti che affiancano l’apertura della Valle del Travignolo verso oriente: il Mulat e la Malgola. Ma per non appesantire troppo questo testo di citazioni, che sarebbero comunque molto interessanti per conoscere il paese di quasi un secolo e mezzo fa, si riassumono i punti salienti di un racconto che certamente fu studiato come un pezzo ad effetto, quasi una prosa d’arte, per i lettori inglesi, affascinati dalla scoperta del mondo dolomitico e della sua gente. Per il nostro paese l’attacco è il seguente: “Con tremila abitanti Predazzo potrebbe aspirare ad essere una cittadina, se non avesse l’aspetto così accentuato di paese. … Prevale il pittoresco che emana dal disordine, specialmente nelle viuzze secondarie e nei cortili”. Prosegue poi individuando gli elementi architettonici che dominano gli affacci sulla strada maestra: “larghe grondaie, balconi, ballatoi e scale esterne “marezzate” dalle intemperie e di un colore bruno caldo, persiane e porte, e qualche affresco sacro. Ma ancor prima le cataste di legna da ardere addossate ad ogni casa e in angoli sul retro

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anche pezzi di tronchi, di attrezzi rotti e rifiuti”. Viene quindi colto un elemento del tutto singolare delle case rustiche edificate in piano: il ponte ghiaioso di salita al fienile, sotto il quale c’è la stalla. Ad ogni capoverso si alternano le osservazioni pittoresche con le critiche sul disordine e sui vincoli creati da quella che oggi chiameremmo “multiproprietà”. Ogni casa ha già il suo numero civico, non sulla porta ma in un rettangolo color rosa sul muro (è la seconda serie di numerazione posteriore al 1857). Oltre a rozze imitazioni di elementi cittadini, l’autore ha letto con attenzione le scritte di qualche dipinto murale e si è informato sulla storia, venendo a sapere che il paese si era formato con lentezza e agli inizi doveva rivolgersi a Moena per il servizio religioso: “Oggi è il paese più grande della vallata e si vanta di essere il più progredito della Val di Fiemme”. Naturalmente quasi subito si spendono parole di elogio per l’albergo “Nave d’Oro”, oltre al quale però esiste già quello “Alla Rosa”. Sul primo, è interessante l’annotazione che c’è ancora un bassorilievo con un’incudine e un ferro di cavallo e la data 1596. Dall’albergo ai negozi il passo è breve e ne abbiamo l’elenco delle insegne, ora raffiguranti oggetti

(pani di zucchero, candele, saponi, rocchetti di filo, una bottiglia, ecc.), ora a parole per le osterie, il pizzicagnolo, il venditore di stoffe o di ferramenta. Tra le altre botteghe c’è anche quella del pane che però, essendo in regime di monopolio, fornisce un prodotto scadente. Veniamo anche a sapere che il calzolaio Regensbürger è noto per la sua maestria ben oltre i confini di Fiemme. Stupore poi per la fedeltà alle pratiche religiose: “La chiesa rappresenta il passatempo principale delle donne. Al mattino presto e alla sera ci vanno a gruppi, e durante il giorno è raro non vederne due o tre che vanno o tornano dal tempio o inginocchiate all’interno o mormorare alla grata del confessionale”. Altro quadretto di vita è fornito dal bestiame: “Predazzo ha circa settecento mucche e milleduecento capre. Poche vacche restano in paese durante l’estate. Si possono udire i loro campanacci al mattino presto quando vanno al pascolo. Poi il pastore - il capraio - suona il suo corno e da ogni vicolo e da ogni porta le capre si affrettano belando impazientemente mentre il tintinnio delle loro campanelle si moltiplica, finché in grosso gregge vengono spinte verso i pendii pietrosi”. Per l’economia viene ripetuto che Predazzo è un paese operoso, dotato di una fucina, due Le capre all’alpeggio sul monte Feudo.

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da non dimenticare le disastrose alluvioni degli anni 1882 e 1885, che causarono la distruzione di ponti e di grandi tratti delle strade principali, oltre all’asportazione di terreno fertile nella campagna

cartiere e ventidue segherie. Ma si accenna anche ad una fabbrica di fiammiferi, “dalla quale l’Europa riceve il suo fabbisogno di fiammiferi” e di cui si descrivono puntualmente le operazioni necessarie per passare dal tronco al legnetto: “I brutti fiammiferi che si fanno a Londra possono vergognarsi al confronto di quelli prodotti a Predazzo”. Oltre al legname c’è l’industria del marmo, che ha ripreso rinnovato vigore dalla costruzione della nuova Chiesa. Fin qui il viaggiatore, al quale non era sfuggito che il collegamento da Primiero a Predazzo poteva essere fatto in maniera molto più celere che in passato dal momento che da qualche anno il governo aveva aperto la strada del Rolle, per togliere dall’isolamento quella conca e a servizio dei già previsti forti di difesa della Valle di Fiemme lungo l’asse del Travignolo. La loro costruzione e i collegamenti sotterranei tra il Forte Buso e il Forte Dossaccio si conclusero nel 1895, ma, trattandosi di opere militari, negli archivi locali non resta di loro traccia significativa. In tal modo non riusciamo a capire se, oltre ai soldati di stanza a Predazzo, siano stati impiegati anche operai qualificati e comuni della borgata.

Opere pubbliche, edilizia e associazioni

L’operosità privata e pubblica si espresse negli ultimi tre decenni del secolo anche in altri modi che per lo più non poterono mai fare affidamento sul sostegno governativo. Questo invece fu assolutamente indispensabile per le arginazioni del torrente Travignolo i cui detriti nel 1823 avevano invaso le ultime case di Pié di Predazzo e avevano asportato una parte del cimitero, disposto a est della Chiesa di San Nicolò da poco più di venticinque anni. Ma le alluvioni maggiori avvennero negli anni 1882 e 1885 con la distruzione dei ponti e di grandi tratti delle strade principali, nonché l’invasione delle acque nelle campagne e l’asportazione per larghi tratti dell’umo fertile. L’arginatura finalmente fu messa in opera immediatamente dopo, ma con criteri affrettati tanto che successive piene demolirono gli argini costruiti “a selciato”. Solo in seguito si prov-

vide alla costruzione dei cosiddetti “muraglioni” che garantirono una maggiore tranquillità al paese fino al 1966. Nel frattempo, per l’edilizia pubblica, il Comune si era preoccupato di recuperare ad uso civile la vecchia chiesa curaziale che era stata occupata dai materiali dei pompieri. Si intendeva farne la sede della Scuola Industriale e del Comune. Su quel sedime nel 1877 fu portato a termine il progetto, ma ben presto si capì perché fosse stato concesso il permesso di demolizione di un edificio sacro così pieno di memorie e ricco di storia: nel 1880 il Ministero della Guerra vi insediò due compagnie di soldati. Il fabbricato scarseggiava di servizi igienici e quindi si sfruttò allo scopo la colonna del vecchio campanile la cui metà emergente venne abbattuta nel 1881, facendo in tal modo scomparire del tutto ogni testimonianza della Chiesa antica. Anche i privati si davano da fare per migliorare le abitazioni e sistemare gli opifici; di conseguenza tra l’Ottocento e il Novecento furono aperte o completate tre nuove strade interne, che successivamente assunsero i nomi attuali: Via Roma, Via IX Novembre e Via Trento, tutte a meridione della Chiesa nuova. Tra le opere private, ma di un qualche interesse pubblico, è necessario menzionare il magazzino del grano della Regola Feudale (1875), la Farmacia Agreiter (1876), la Birreria (1884), il Teatro di Varietà (1895), la Famiglia Cooperativa (1895) e l’Oratorio maschile (1897). Ma soprattutto alcuni traguardi civili si impongono all’attenzione della ricerca storica perché sono testimonianza di una nuova considerazione che Predazzo aveva raggiunto nel Trentino. Prima di tutto l’erezione della curazia a parrocchia dopoché il paese aveva superato (già prima del 1850) tutti gli altri di Fiemme per popolazione. Le pratiche, iniziate già nel 1860, erano andate per le lunghe, indispettendo non poco la Rappresentanza Comunale, al punto che incominciò a intromettersi in questioni specifiche della conduzione della curazia, rinfocolando non poco il contrasto con Cavalese

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e il suo decano. Vicende complicate anche da malattie e poteri “vacanti” prolungarono l’attesa fino al 1875 quando fu consacrata la nuova Chiesa. Cambiati il vescovo e il decano, tutto si accelerò e Predazzo fu parrocchia impegnandosi all’onesto mantenimento del parroco, alla rinuncia per il futuro nella scelta dello stesso, come invece avveniva per i curati. In cambio veniva recisa ogni dipendenza, anche economica, da Cavalese e il Comune poteva proseguire nell’amministrazione dei beni ecclesiastici. Primo parroco fu don Giovanni Failoni; qualche tempo dopo fu parroco di Predazzo don Giorgio Delvai (1893-1895), autore di pregevoli opere di storia valligiana. Per curiosità statistica, dal 1876 ad oggi si sono succeduti 12 parroci in tutto. L’operosità economica e il traguardo raggiunto e superato dei tremila abitanti, nonché l’erezione della nuova Chiesa, del Municipio e il riconoscimento dell’autonomia religiosa da Cavalese, riuscirono nell’intento di ottenere l’elevazione al rango di “borgata” del paese di Predazzo. Dietro opportune istanze e proposte di stemma, il decreto del 74

governo imperiale giunse nel 1888. Lo stemma era stato disegnato dal pittore predazzano Giuseppe Degregorio (Rondèlo): gli strumenti ivi rappresentati su fondo argenteo si riferiscono al lavoro delle miniere, delle cave di pietra e dei muratori, mentre la rondine in campo azzurro voleva richiamare l’emigrazione. Certamente le benemerenze delle maestranze predazzane nei lavori pubblici sul territorio imperiale contribuirono a facilitare la concessione. A porre le fondamenta di una moderna società civile, nella seconda metà dell’Ottocento si distinsero sopra ogni altro intervento i progressi nell’istruzione e le attività dell’associazionismo. La scuola di base proseguì regolarmente lungo tutto il secolo, anche se le disponibilità finanziarie comunali impedivano di allungare da sei a otto mesi la durata dell’insegnamento. Nelle dibattute questioni sull’istruzione balza agli occhi un particolare che ancora una volta non va ad onore del governo imperiale: la volontà dello Stato di separare le scuole femminili da quelle maschili e per il Comune di trasformare alcune di queste ultime in Scuola


nella seconda metà dell’Ottocento vennero realizzate diverse infrastrutture comunali, i primi tratti di acquedotto, la rete fognaria e la distribuzione della corrente elettrica

Industriale era complicata dal fatto che l’autorità superiore da una parte pretendeva un maggior numero di classi, ma dall’altro addossava ogni spesa al Comune il quale, reso sensibile dal fenomeno dell’emigrazione, puntava piuttosto a impiegare le sue poche risorse verso un’istruzione tecnica adeguata all’inserimento qualificato nel mondo del lavoro; e quindi spingeva per vedersi riconoscere una Scuola Industriale. Il contrasto non era dei più semplici in quanto il controllo era comunque nelle mani governative e le spese solo in quelle dei Comuni. Comunque sia andata, nel 1885 le scuole di base furono definitivamente distinte tra maschili e femminili. Per le ragazze partì subito anche una “Scuola di Lavoro” di pizzi e merletti, mentre viceversa andò lentamente declinando l’importanza della Scuola Industriale che fu costretta a tenere soltanto corsi serali di disegno e contabilità. Per l’aggiornamento dei servizi in paese lungo l’Ottocento, sarebbe anche da rammentare la realizzazione di parecchie infrastrutture: i primi tratti di acquedotto comunale, con tubi di ceramica, messi in opera dopo il 1850, mentre la rete fognaria fu incominciata nel 1859. L’illuminazione pubblica poté contare nel 1834 su nove lanterne a petrolio nei punti cruciali; la corrente elettrica proveniente da Mezzavalle fu distribuita lungo le strade nel 1895. Nel declinare del secolo, non può infine essere taciuto tutto un fervore di gruppi volontari per la solidarietà pubblica, la cultura musicale e la ricreazione di ragazze e ragazzi, oltre che naturalmente quelli il cui scopo era precipuamente devozionale. Spesso allora nei momenti della loro nascita e della prima formazione sfuggirono alla catalogazione della cronaca i nomi dei fondatori e le date d’inizio nell’attività, ma dopo qualche anno si rinvengono già consolidati e pienamente attivi per il bene della popolazione. Tra di essi è importante menzionare il Corpo dei Pompieri fondato nel 1873; la Banda Ci-

vica fondata forse nel 1847, ma certamente in qualche altra forma già operante prima; la Filarmonica e il Coro di Chiesa e la Banda dell’Oratorio; infine la Famiglia Cooperativa aprì la sua attività nel 1895.

Conclusione

Fu dunque l’Ottocento un secolo difficile, come gli anni di maturazione di una persona. Molte cose in questi cent’anni restano da capire, ma certamente noi, che ne parliamo ora con distacco dopo altri cento anni, ne siamo figli nel bene e nel male. Le profonde difficoltà attuali di comprensione (cioè di capire “tutto”) e poi di interpretazione dovranno spingere nuovi ricercatori a riesaminarne ogni aspetto, e non sarà lavoro né semplice né breve. A conclusione, potranno riavere un loro particolare significato alcune righe del discorso di don Lorenzo Felicetti tenuto il 25 luglio 1899 nella Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo cui diede il titolo altisonante di “La missione del clero religiosa - civile - sociale” davanti ai 25 sacerdoti predazzani allora viventi, riuniti per la sagra attorno al parroco. Sotto la veste marcatamente retorica, oggi riusciamo a leggere le aspirazioni della gente sia in campo religioso che in quello civile, alla fine del secolo: “In questo giorno, intorno al quale si raccolgono le tradizioni del nostro paese, chi è in patria si sente come ringiovanire, pensando quante volte ebbe la bella sorte di festeggiare una sì lieta ricorrenza fra le domestiche mura; chi abita altrove per ragione di ufficio, o è emigrato in cerca di un pane, manda in questo giorno da lungi un amoroso saluto, e sospira alla patria lontana”. Forse i tempi duri dell’emigrazione erano già al tramonto, ma in ciascuno dei lontani la memoria del paese rimase molto più a lungo, ancor più della certezza che la Regola Feudale non cancellava i loro nomi se non quando non aveva più alcun indizio di esistenza in vita o non riusciva più a conservare un indirizzo utile per ogni comunicazione sulle “regalie”.

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Predazzo e la Regola Feudale

Va sottolineato in premessa che, per la Regola Feudale, colpisce la cura gelosa della conservazione delle scritture antiche come di quelle meno lontane, comprendendo in particolare quelle dei secoli dal Seicento all’Ottocento. Non tutto è stato conservato perché, nella litigiosità degli ultimi duecento anni, qualcosa è rimasto tra le carte degli avvocati e non è stato più restituito. Infatti, quello che per i “Vicini” della Regola Feudale aveva importanza quale documento attestante i diritti secolari, per la persona colta aveva ormai un valore di pezzo da raccolta di antichità. Tuttavia la conservazione di un ”Inventario dei privilegi”, quadernetto del 1634 (meno di trent’anni dopo il primo regolamento statutario e vent’anni dopo la stesura definitiva delle Consuetudini di Fiemme), assume grande significato per il valore che il Feudo dava, già 350 anni fa, alle carte da conservare e da tramandare, assolutamente indispensabili per garantire il comune possesso della montagna feudale contro i malintenzionati che volevano intrufolarsi in una comunione economica così determinante per le rendite e per i diritti agricoli, nonché soprattutto contro tentativi di inglobarne beni e diritti da parte della Regola Generale di Predazzo e della Magnifica Comunità di Fiemme. Le note sull’archivio richiedono preliminarmente di riassumere a cenni la storia

di questa comunione agricola, affinché da una parte non sia confusa con le istituzioni amministrative di valle e dall’altra non si perseveri a nessun livello, nemmeno il più popolare, in quelle fantasie che, da quasi duecento anni, fanno da contorno, simpatico ma falso, alla ricostruzione storica del Feudo di Predazzo. La storia della Comunità di Fiemme coinvolge sempre più Predazzo a iniziare dal Cinquecento, contrassegnato da una crescita demografica superiore agli altri paesini della valle, ma in maniera ancora più evidente nei due secoli successivi. Da parte sua, la Regola Feudale, all’interno della Regola Generale, diventa in qualche momento, dal Quattrocento in poi, l’anima del paese e ne costituirà il volano economico. Con le sue proprietà indivise ed inalienabili sul Monte Feudale, quindi, nel Seicento e soprattutto nel Settecento, con i beni allodiali, cioè acquisiti dalla sua amministrazione e quindi liberi dai vincoli feudali (erano orti e arativi intorno al paese e nella piana di campagna, ma anche prati di monte e “fitarèce”, cioè i masi montani da Zaluna a Chèta), la Regola Feudale rappresenterà, anno dopo anno, una garanzia di modesto ma sicuro sostentamento per tutti gli aventi diritto sui suoi beni e sugli utili. In questo senso si giustificano i diversi tentativi degli esclusi, an-

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che se benestanti, di intrufolarsi in una comunione economica così determinante per le rendite e per gli utilizzi agricoli, e si comprendono i tentativi di incamerarne i beni, prima da parte della Magnifica Comunità di Fiemme, poi da parte della Regola Generale di Predazzo, con la quale comunque non va mai confusa. Ugualmente è il caso di sfatare la leggenda del Feudo come dono grazioso della contessa Margherita Maultasch anche se, nella cornice di questo racconto, non mancano dei barlumi di verità. Nei primi documenti che parlano di Fiemme non compare il Feudo di Predazzo o di Vardabe, né nella confinazione diocesana del 1050 circa, né nei Patti Gebardini del 1111 né nell’urbario del 1188. La prima citazione si trova nell’urbario databile verso il 1241 ed il 1245, che elenca i diritti e gli affitti del Vescovo di Trento in Fiemme. In questo documento la Villa di Costa (primitivo nome di Predazzo) deve dare 7 pecore, i ferri per 35 cavalli e un pasto al Gastaldione (ufficiale giudiziario). La povera contribuzione fa pensare ad un abitato minimo, con meno di 50 persone residenti. Si nomina anche un “campus siccus” che deve dare quaranta soldi e che forse si identifica con il prativo ”Cansèch” sul monte Feudo, oggi incluso nei beni della Regola. Si afferma inoltre che il “Mons de Vardabio” deve fare formaggio per 8 libbre e questo ogni terzo anno spetta ai feudatari di Enn e di Egna, consuetudine osservata fino alla totale affrancazione del secolo XIX. Dopo alcuni decenni, le libbre di formaggio divennero 144, poi 192 (un quintale) per ritornare a 144 dal 1447 in poi. Ma il documento più importante di questa proprietà è del 1269, allorché, nella nuova affittanza dell’Alpe di Pampeago, si delineano i suoi confini indicando anche “illi de Predaco scilicet mons Wardabii”, che significa “quelli di Predazzo cioè il monte Vardabe”. La formula sembra dare la prima certezza di una comunità che possiede, a qualche titolo, la montagna fino al crinale e quindi fino al confine con la proprietà 78

di Pampeago. Mainardo, conte del Tirolo e di Gorizia nonché avvocato delle Chiese di Aquileia e Bressanone, assegna in feudo ad un Giuliano, figlio di Boninsegna di Cavalese, dei beni a Pampeago, nella Regola di Tesero. Dice che questo Feudo è confinante con il monte di Vardabe il quale quindi arrivava con le sue pertinenze già al Passo Feudo. Alcuni fuggevoli riferimenti farebbero capire che le terre di Vardabe siano appartenute in antico ai Conti di Appiano e poi al Vescovo di Trento, fin dal 1158. Sembrerebbe anche che questi beni gravitassero intorno alle attività economiche di Moena. Nel secolo XIV, i documenti della Comunità di Fiemme non nominano il Feudo di Predazzo, naturalmente perché quella non ne aveva alcun diritto o comunque era proprietà d’altri. Per l’area di Vardabe, “enclave” che rimase anche successivamente in mano a privati, le investiture personali e individuali della fine del 1300 riguardano prati, campi, “gresivi”, boschi, masi e fienili o tabià. In esse, interessante è la menzione di pezze anche arative in “Guardabi”, dove ora ci sono solo prati di monte. Dai diversi documenti si arguisce che, sul Monte Feudale, simili assegnazioni feudali erano almeno cinque, ma non tutte a Predazzani. Se si guarda bene, appare evidente che mancano i beni pascolivi, perché erano di diritto comune del piccolo paese ai piedi della montagna; compaiono invece quei beni che sono di godimento personale e privato e che quindi costituiscono feudi veri e propri, come quelli dei “nobili”. Ma quando la Comunità di Fiemme volle dividere il godimento dei suoi beni a rotazione fra le diverse Regole, dovette riconoscere quanto segue: “Sul patto della montagna di Vardabe e di altri patti che dispongono di montagne, che mantengano quelle consuetudini che hanno, eccetto che per i prati e i boschi, che possano pascolare ed essere pascolate come le altre montagne comunitarie, astenendosi dai prati e dal disboscare”. Con questa dichiarazione, la Comunità ribadisce quelli che poi saran-

Regola Feudale: una comunione agricola da non confondere con le istituzioni amministrative della valle ed alla quale va riconosciuto il ruolo di sostegno a tutti gli aventi diritto


Predazzo visto da sud.

no chiamati diritti di uso civico: ogni Vicino può godere di legna, selve, boschi, vie, sentieri, pascoli, selvaggina e pesca. Sul Feudo di Predazzo invece i Vicini possono solo pascolare sui pascoli esistenti, senza poterne aprire altri, perché quei prati, campi e boschi erano stati investiti a singole persone dall’autorità feudale superiore. Nel 1375 vengono restituiti al Vescovo due lotti di fondi in località diverse del Feudo: un certo Lanzellino fu Bertoldo restituisce due prati alla Costa, a Pezzè, a Vardabio e a Boca de Val, con un “tabià” di legno. Subentra Martino fu Franzello di Predazzo che riceve due prati con “tabià”, con i diritti delle acque e acquedotti, con le entrate e le pertinenze. Nel 1381 Alberto fu Guidone di Cavalese denuncia al Vescovo di possedere tra l’altro, dalla Chiesa di Trento, come beni feudali, il Maso Pezzedi alla Costa. Nove anni dopo, lo stesso Alberto rinuncia ad ogni

diritto ed a lui subentra Francesco di Quinto Veronese, abitante a Cavalese. Questa volta la proprietà di Predazzo viene definita “un maso di terra aratoria, prativa e gresiva” in Costa, chiamato Maso Peccedi. L’affitto dovrà essere pagato a S. Martino ed il Feudo è dato a Francesco ed ai suoi eredi maschi. Il fondamento per la nascita dell’attuale istituzione è il secolo XV. Nel 1434, i Vicini di Vardabe si presentano a Cavalese davanti al Vicario del Vescovo per chiedere giustizia contro la Comunità, perché lo Scario, con i suoi Regolani e Saltari, nonché con 60 uomini armati, era salito sul Monte di Vardabe per impossessarsene “contro Dio e tutte le consuetudini di Fiemme”. Giunti a Forno, gli stessi erano saliti al monte di Vardabe e di Valsorda e avevano contrassegnato con il simbolo comunitario alcune piante, la terra e la casèra. Agli uomini del Tesino che là pascolavano, in affitto,

•• La storia di Predazzo • La Regola Feudale • 79


erano state rubate 25 pecore, una delle quali era stata mangiata sul posto. Dopo due anni venne la sentenza del Vescovo Alessandro, contenente le dichiarazioni dei rappresentanti di Predazzo, i quali sostenevano che, da oltre 100 anni e più, gli abitanti di Predazzo possedevano, dalla Chiesa Tridentina, il monte chiamato “Guardaboi” nei seguenti confini: da un lato il rio di Valsorda dall’altro l’acqua di Fresna, ai piedi l’Avisio. Affermavano di aver sempre goduto detto monte “boscando, frattando, segando, pascolando, affittando e multando chi procurava danni” e sottolineavano ancora che “per cinque parti diverse di monte venivano pagate annualmente 12 forme di formaggio di Fiemme, sei libbre di buona moneta o sei pecore, altre sei libbre di buona moneta, sei spalle di porco o tre grossi per spalla, infine 24 grossi”. Il Vescovo diede ragione a Predazzo o meglio a sé stesso, dal momento che si riaffer-

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mava così il suo diritto feudale e, contemporaneamente, aumentò l’affitto in formaggi e buona moneta. Il Feudo nacque quindi non come una pia donazione di Margherita Maultasch, ultima erede dei Conti del Tirolo (morta nel 1369), ma con una infeudazione regolare, dapprima ad alcune persone per le parti coltivabili, poi cumulativamente per quelle attività rurali che dappertutto da noi si svolgevano con consuetudini comunitarie. Il 13 ottobre 1447, il Vescovo Giorgio di Haak investì la comunità di Predazzo dei beni in Vardabe, con i diritti già riconosciuti in passato e gli obblighi stabiliti dai suoi predecessori. A questa investitura cumulativa ne seguirono altre, sotto forma di conferme ad ogni elezione vescovile. Nel Cinquecento, furono frequenti le controversie di pascolo con gli abitanti di Mezzavalle e di Forno, ma soprattutto si fecero

Predazzo nel 1930, con 3.200 abitanti. Disegno dell’artista Pierre Gallard di Parigi.


Predazzo nel 2000, con 4.100 abitanti. Disegno dell’artista Pierre Gallard di Parigi.

diversi acquisti di terreni piccoli e grandi su tutto il territorio di Predazzo e divennero questi i ”beni allodiali”, cioè i beni di piena proprietà e non sottoposti ai vincoli vescovili. Sulle pertinenze feudali invece si susseguirono le riduzioni a prato per le quali la Regola dettò precise norme: l’aumento dei disboscamenti andava fatto mediante la suddivisione del territorio boschivo in “parti da spazzare”, con l’asporto di rovi, mughi e sassi; poi erano necessarie la semina e la falciagione ripetuta; in questo modo si sarebbe creata la cotica erbosa. Il dissodatore poteva godere il terreno per una decina d’anni, dopodiché lo stesso terreno entrava nella rotazione comune come “parte di monte da segare”, messo all’asta ogni cinque anni. Va ancora sottolineato che, al momento del primo Statuto del 1608, in un periodo cioè in cui il godimento del Feudo era ormai incontestato, la situazione si presentava già

come poi si perpetuò fino ad oggi. Tuttavia, sul Monte Feudale, proprietà inalienabile e indivisibile di un gruppo di uomini di Predazzo, rimaneva un’oasi proprio in località Vardabe, appartenente in feudo particolare e poi in proprietà ad alcuni privati cittadini. Su questi beni, il Feudo comunitario si preoccupò di avere la prelazione in caso di vendita. Lo Statuto del 1608 non definisce chi siano i Vicini della Regola Feudale, ma è votato ed approvato da 70 uomini di Predazzo e il problema della successione di vicinanza (del tutto particolare di questo Ente è la rigorosa successione in linea maschile) è ribadito in ricorsi e sentenze di quelli anni. Lungo il Seicento, ancor più nel secolo successivo, divenne cruciale il riconoscimento della qualità di “feudatario” partecipe dei beni feudali e nel 1727 furono stabilite le condizioni per questo diritto: essere liberi dalla

•• La storia di Predazzo • La Regola Feudale • 81


patria potestà per la morte dell’avo o del padre, essere figli di Vicino (entro la cerchia dei tradizionali cognomi), maschi legittimi, residenti a Predazzo. In seguito, il requisito più contestato fu proprio la residenza e infatti nel 1856 esso venne abolito. Erano gli anni cruciali delle migrazioni stagionali degli “Aisenpòneri” e la modifica testimonia, se non altro, la sensibilità degli amministratori nei confronti di chi, per bisogno di lavoro, si assentava dal paese, dapprima per mesi, poi per anni. La consistenza del patrimonio silvo-pastorale di questa secolare istituzione supera i 2700 ettari; quasi la metà sono occupati da boschi, un terzo è pascolo, una grossa fetta è terreno improduttivo, prati e arativo sono appena un ventesimo. L’Amministrazione della Regola Feudale prevedeva in passato due regolani, esecutori delle decisioni dell’assemblea dei Vicini che si teneva tradizionalmente il 24 febbraio di ogni anno, due giorni dopo il primo giorno di primavera in cui si eleggevano i regolani della Villa di Predazzo. Oggi gli aventi diritto, che si aggirano attorno alle ottocento unità, sono chiamati in assemblea ordinaria l’ultima domenica di aprile e le loro decisioni vengono eseguite da un Regolano, aiutato da un Consiglio di Amministrazione. Gli scopi della società o “comunione agricola di diritto privato” sono quelli tradizionali: la gestione dei beni in comune, l’incremento dell’allevamento del bestiame, il miglioramento del patrimonio boschivo e della produzione di legname. I tempi tuttavia propongono urgenti mutamenti di prospettiva: la zootecnia sfrutta solo in parte i pascoli e le vecchie “part de mont”, cioè porzioni di prateria alpina; inoltre l’esercizio della pascolazione bovina, svolto con modalità non tradizionali, sembra deteriorare vistosamente il manto erboso dei versanti più ripidi mentre la falciagione è cessata del tutto. Di fronte a questo decadimento, si fa strada l’urgenza di nuove attrattive turistiche, ritenute necessarie per l’economia di tutta la borgata. La polemica 82

tra vecchio e nuovo è dunque ancora molto vivace. Ma la questione più dibattuta oggi è quella della successione nel diritto feudale unicamente per linea maschile, norma che anche gli statuti del secolo XX hanno lasciato inalterata. Tale scelta può apparire anacronistica, non più tuttavia di tante altre eredità medievali, come ha esplicitamente fatto capire la sentenza della Corte di Appello di Roma che in tal senso si è pronunciata nel 1967.

Le scritture di fondazione dei feudi individuali e del feudo collettivo

La ricostruzione storica del Feudo di Vardabio presenta le difficoltà maggiori proprio nell’esplorazione dei primi documenti. Si possono distinguere in tre gruppi: 1. I documenti dei secoli XII-XIV su diritti e tassazioni in valle che offrono le prime testimonianze della presenza autonoma di questa realtà separata da altre forme amministrative e da altri diritti feudali. 2. I documenti su investiture individuali e parziali delle terre coltivabili ai piedi del monte e sul versante meglio esposto e più adatto all’agricoltura. 3. I documenti di fondazione del feudo collettivo e le successive conferme dei privilegi. Nel primo caso, delle testimonianze più antiche ben poco rimane nell’archivio del Feudo; per esse bisogna rivolgersi altrove, all’Archivio di Stato di Trento in particolare. Alcune delle investiture individuali, cinque tra il 1375 ed il 1394, sono giunte fino a noi. Naturalmente il loro carattere di patto privato spiega perché non siano conservate dal Feudo, ma compaiano regolarmente nei libri feudali o Codice Clesiano dell’Archivio di Stato. L’Archivio della Regola Feudale incomincia ad offrire la sua preziosa documentazione dal 1338, quando si fece acuto il contrasto con la Comunità per la natura giuridica del Feudo stesso. È importante accennare a questi documenti in quanto ora, con buona ragione, si può presumere che con essi siano stati in individuati tutti o quasi i

una delle questioni più dibattute riguarda la successione del diritto feudale unicamente per linee mascoline, confermata dalla Corte di Appello di Roma con sentenza del 1967


documenti utili perla ricostruzione storica dell’Ente. a) Le prime citazioni del Feudo nei documenti medievali • 1215-18: nell’elenco delle contribuzioni dovute da Fiemme al Vescovo si legge per la prima volta il “Mons Berdaba” e quanto deve, cioè le otto libbre di formaggi, al Vescovo feudatario per due anni e per il terzo ai Signori di Egna. Sulla montagna di Vardabe esistevano quindi degli obblighi comuni, compresi nella dicitura “Mons Berdaba”, oppure degli affitti individuali con una contribuzione collettiva. • 1250 circa: si ripete l’annotazione della contribuzione di “Bardabii”, precisandone qualche aspetto, come il vitto per gli esattori. • 1269: nella nuova affittanza dell’Alpe di Pampeago si delineano i confini della proprietà, indicando anche “illi de Predaco scilicet mons Wardabii”. La formula sembra dare la prima certezza di una comunità che possiede a qualche titolo la montagna fino al crinale e quindi fino al confine con la proprietà di Pampeago. • 1306: quarant’anni dopo viene ripetuta l’indicazione confinaria di “illi de Pradacio, scilicet mons Wardabii”. • 1318: un accenno molto importante al Feudo è contenuto nel laudo arbitrale per l’adequazione dei quartieri, di cui si conserva copia nell’Archivio comunale di Predazzo. Vi si afferma l’esistenza di un “patto della montagna di Vardabe” sulla quale, come sulle altre montagne, si devono continuare le consuetudini di sfruttamento agricolo in uso. Sembra davvero di essere di fronte ad un riconoscimento di fatto della proprietà collettiva che poi, nel 1447, diverrà Feudo con l’investitura del Vescovo Giorgio Hack. Seguono quindi altri riferimenti del 1335 e del 1337 sugli affitti dovuti da Vardabe. Ma ormai si va verso le attestazioni già ben note dei feudi individuali e dell’infeudazione collettiva.

b) Le investiture individuali Ne conosciamo cinque degli anni 1375, 1381, 1390, 1391 e 1394, tutte comprese nei Libri Feudali o Codice Clesiano dell’Archivio di Stato di Trento. Si affittano via via dei beni (campi, prati e masi) a Costa, Bocadeval, Guardabi, Pezedazo o Pezè. Oltremodo interessante è però il contemporaneo documento che testimonia, accanto a questi feudi individuali, la continuazione degli usi rurali da parte di tutta la popolazione di Predazzo sul Monte Feudale. Infatti è del 1388 (e nell’Archivio della Regola Feudale è il documento più antico) la questione con la Comunità, ove si ribadisce che il “Monte Vardabi” è di dominio del Vescovo di Trento e che su di esso non si può estendere alcuna consuetudine della Comunità di Fiemme. c) Il documento di fondazione del feudo collettivo è l’investitura del Vescovo Giorgio Hack il 13 ottobre 1447, conservata nell’Archivio feudale e preceduta dai documenti di un’interessante causa con la Comunità, già anticipata dalla lite del 1388 e ripresa nel 1434. Su di essa, nel 1436, il Vescovo Alessandro si pronunciò definitivamente lasciando che fosse il suo successore a evitare ulteriori controversie con l’atto di investitura il quale, quindi, non dava inizio ad una nuova istituzione, ma ribadiva l’appartenenza e il pacifico possesso dei Predazzani a titolo di feudo. Vale la pena riassumere liberamente un passo: i rappresentanti di Predazzo affermano che dall’inizio di questi diritti sulla proprietà vescovile “non esiste memoria d’uomo”; possedettero e possiedono il monte chiamato Guardaboi gli uomini di Predazzo “buscando, frattando, segando, pascolando, affictando et pignorando”, esercitandovi cioè ogni facoltà conseguente a tacite o esplicite investiture antiche.

•• La storia di Predazzo • La Regola Feudale • 83


La formazione dell’archivio

L’atto di fondazione del feudo collettivo è la quinta carta in ordine cronologico inventariata già nel 1634. La precocità di questa esigenza si spiega assai bene richiamando il detto popolare che ”carta canta e villan dorme”. In altre parole, mentre la documentazione complessiva di una Regola di Villa poteva ancora trovare un suo valido completamento anche nella memoria orale, diritti privati come quelli goduti sul Monte Feudale avevano davvero bisogno di una precisa documentazione scritta. E che si tratti di una preoccupazione puramente economica è dimostrato dal fatto che in quel primitivo elenco non compare lo Statuto del 1608. I documenti inventariati dal 1634 e successivamente annotati nello stesso quadernetto fin verso il 1730 sono in tutto una sessantina. Si tratta in generale di sentenze sui diritti feudali, investiture e conferme di tutti i Vescovi (alla fine saranno 25), acquisti di beni immobili (i più numerosi insieme alle investiture), liti sull’appartenenza feudale e sulla successione per linea maschile, liti e compromessi con alcuni abitanti di Mezzavalle e di Forno, confinazioni e costruzione del capitello feudale al Fol e della Cappella annessa alla Chiesa curaziale. Naturalmente, fra i documenti conservati più gelosamente, vanno ricordati gli Statuti, ad incominciare da quello del 1608, per giungere a quello del 1727, ripreso poi nel 1794, e infine a quello del 1856, ultimo della serie ad essere steso a mano, con copia “in stampatello”. Verso la fine del secolo XVIII, si sentì il bisogno di avere uno strumento più agile per la consultazione dei documenti antichi, anche perché si comprese l’importanza di evitarne l’usura o peggio l’asportazione, a causa delle controversie che si facevano qui, nella Regione Generale e in Comunità, sempre più ”moderne”, cioè sempre più informate e sorrette da avvocati di grido. Nel 1793 si deliberò quindi di affidare la compilazione di un ”Libro Maestro” di tutti i documenti antichi, cioè la copia della “in84

tiera raccolta di tutte le più rilevanti e necessarie Scritture Antiche”. Furono incaricati il maestro Bortolamio Guadagnini e Tommaso Dellagiacoma, sotto la supervisione del sacerdote promissario Giovanni Antonio Bonora, in special modo per le scritture in latino e la loro traduzione.

L’archivio della Regola Feudale oggi “L’archivio della Regola Feudale di Predazzo riveste oggi sicuro interesse per chiunque voglia affrontare non solo la storia di questo particolare organismo, m anche l’analisi delle condizioni socio-economiche e socio-culturali dell’intero arco alpino”. Sono parole del dottore Rodolfo Taiani, incaricato del riordino delle carte del Feudo, il quale aggiungeva che l’importanza di questa area “di civiltà” risiede nella sua posizione di cerniera fra territori diversi e ben più aperta del pensabile alle trasformazioni provenienti dall’esterno. Il riordino può partire da un “Indice” formato il 29 luglio 1873, cui si aggiunse un repertorio di aggiornamento del 1911. Ma nel 1924 si dovette riscrivere tutto perché l’originale era stato oltremodo danneggiato, come si legge nella sua premessa: “Siccome poi, durante la guerra europea correva pericolo che il detto Archivio venisse manomesso o disperso, fu deciso di sotterrarlo e, quantunque ben riparato, al termine della guerra molti atti e libri, a causa dell’umidità tramandata dal terreno, vennero trovati in uno stato di avanzato deterioramento, in modo da dover nettarli e ripararli in nuove buste, nonchè ricopiare il presente librorepertorio. Predazzo li 4 marzo 1924. Valentino Morandini Attuario”. Forse il colore castano scuro delle parti deteriorate, che oggi si sfogliano al primo tocco, fece nascere la voce che il nascondiglio fosse nel terreno sotto un letamaio, ma chi lo disse non teneva conto che, durante la grande guerra, anche il letame era un bene prezioso e comunque non poté rimanere ammassato e fermo per cinque anni. Nell’Archivio della Regola Feudale, oggi il ricercatore si trova di fronte ad un bel nu-


l’interesse maggiore per lo studio della storia della Regola si concentra sui libri quaderni e registri dell’Amministrazione dal 1634 ai nostri giorni. Importante il lavoro di Rodolfo Taiani

mero di registri o “libri manoscritti” e ad una consistente raccolta di atti cartacei e pergamenacei dal 1388 al 1983, ripartiti per buste (o faldoni) contrassegnate da lettere dell’alfabeto che corrispondono ad una organizzazione per materie o “soggettario”, mentre all’interno di ciascuna busta è seguito l’ordine cronologico. Si capisce che questa scelta, un tempo razionale, esige di conoscere tutto quanto poteva essere compreso sotto una voce, il che crea spesso problemi di ricerca. I faldoni più nutriti di documenti o più importanti sono i seguenti: Lettera A: accordi, affrancazioni, arbitramenti, atti. Lettera C: compere, confessioni, condanne, consulti, comandi, crediti, cessioni, contratti. Lettera D: dichiarazioni, descrizioni, documenti. Lettera F: fabbriche, fogli di possesso, fassioni. Lettera I: investiture. Lettera L: licenze, laudi, livelli, libri. Lettera M: memoriali, misure, mappe. Lettera P: patti, processi, permute, pareri, protocolli. Lettera S: sentenze, suppliche, sindacati, servitù, scritture, statuti. Lettera T: transazioni, terminazioni. Indubbiamente però l’interesse maggiore per lo studio delle vicende del Feudo si concentra su libri, quaderni e registri dell’Amministrazione lungo tre secoli e mezzo di storia, dal 1634 ai giorni nostri. Alcuni sono di particolare importanza: • “Libri protocolli delle Amministrazioni feudali”: dieci volumi di rendiconti amministrativi dal 1634 al 1929;

• “Libri protocolli delle sessioni forestali”: nove registri di verbali dal 1724 al 1976; • “Libro contenente la trascrizione e la traduzione di tutti gli atti antichi più importanti della Regola Feudale” del 1793; • “Libri usati per la locazione delle parti di monte”: tre registri, dal 1877 al 1992, cui vanno aggregati i “Libri per le affittanze dei campi” (1800 - 1967); • “Libri repertorio dell’Archivio della Regola”: tre volumi degli anni 1873, 1911, 1924; • “Libri matricola dei Vicini della Regola Feudale”, dal 1850 al 1937. Per i tempi più recenti, tra i documenti conservati, fanno da guida due libri di protocollo nei quali sono stati registrati tutti gli atti prodotti dalla Regola fra il 1929 ed il 1985. Tuttavia per gli stessi decenni è indispensabile sfogliare singolarmente i faldoni distinti per annata e tuttora non purgati di tutte le minute inutili ad ogni archiviazione. Non è raro poi rinvenire qui carte più antiche, raccolte in cartelle di atti recenti per qualche pratica amministrativa. Il lavoro portato a termine negli anni scorsi dal dottor Rodolfo Taiani, che cura un apposito capitolo in questa stessa pubblicazione, ha consentito il riordino scientifico dell’Archivio, tale da consentire una consultazione sicura e celere, nonché l’individuazione, una volta per tutte, delle carte mancanti e di una messe di notizie che erano fino a quel momento poco accessibili per chi non conosce i singoli atti o la voce sotto la quale sono stati collocati da oltre cent’anni. È più facile quindi studiare e scrivere oggi tutto il possibile su questo Ente medievale, integrando sempre e comunque la documentazione di questo Archivio con quella conservata in altre sedi.

•• La storia di Predazzo • La Regola Feudale • 85


Predazzo nella Magnifica Comunità di Fiemme

Mille anni di storia insieme Per la nostra storia la giustificazione di questo capitolo, solo apparentemente marginale, sta nel fatto che, se nel Quattrocento la gente di Predazzo si preoccupava soprattutto delle risorse del Feudo, con il secolo successivo fu più chiara la necessità di collaborazione con gli altri paesi della valle, di fronte a realtà politiche regionali e statali sempre più invadenti, nei confronti delle quali bisognava cercare ad ogni costo l’unità d’intenti e di azione. È inoltre evidente che, soprattutto dal 1500, i principali avvenimenti interni di Predazzo ebbero continui riferimenti con la Comunità. Conoscerne in sintesi le vicende significa quindi comprendere meglio quelle del nostro paese. Alla Magnifica Comunità di Fiemme da due secoli si è rivolta l’attenzione di storici, giuristi, economisti ed esperti forestali, per indagarne l’origine e lo sviluppo: sicuramente non fu unica nella storia medievale italiana, ma fu l’ultima a perdere le sue prerogative di governo autonomo; essa inoltre ha conservato fino ai nostri giorni un estesissimo patrimonio fondiario, sorvegliato da un’invidiata gestione silvo-pastorale. Attualmente la Comunità di Fiemme è un’istituzione del tutto particolare, proprietaria di quasi ventimila ettari di territorio, per lo più destinato a bosco e pascoli, di media e alta montagna. Sono “Vicini” della stessa tutti i cittadini (maschi e femmine) residenti e 86

dimoranti in Fiemme da almeno vent’anni (ne bastavano cinque fino al 1993), divisi in oltre 7.700 “fuochi” o famiglie. I beni comunitari si estendono sul territorio di undici Comuni: nove in Val di Fiemme, uno in Val di Fassa (Moena) e uno in provincia di Bolzano (Trodena). Nella Comunità dunque convivono da secoli, e senza contrasti, tre popolazioni d’origine diversa: la fiamazza, la ladina e la tedesca. Gli amministratori o “Regolani” sono eletti ogni quattro anni dai capifamiglia titolari del diritto comunitario, uno per Comune o Regola, e si riuniscono nel Consesso o Consiglio dei Regolani sotto la presidenza dello “Scario” o presidente. Il controllo “politico” è esercitato da una più ampia assemblea di 42 eletti, il Comun generale, rappresentativo dell’intera comunità dei Vicini di Fiemme, che si aggira sulle 19.000 persone. L’adeguamento di norme e regolamenti alle mutate condizioni politiche dopo il 1918 è stata una delle fatiche amministrative maggiori del nostro secolo, in mezzo a continui contrasti e liti giudiziarie, finché nel 1950 la Corte di Appello di Roma - Sezione Speciale Usi Civici emise una sentenza che sembrò quasi rifondare la Comunità su basi compatibili con la legislazione dello Stato italiano: la Comunità, vi si affermò, ha natura di demanio universale, di dominio collettivo del-


la popolazione costituita dagli abitanti con domicilio in valle già aggregati alle antiche Regole ed ora negli undici Comuni. Ma quarant’anni dopo, ritenuto superato lo statuto di quegli anni, si dette mano ad una nuova carta costituzionale senza con ciò appagare in modo significativo le rivendicazioni di maggiori attenzioni da rivolgere alla competenza professionale sulla gestione economica, sul patrimonio dell’intero ente e all’esercizio diretto dei diritti di tutti i “Vicini”. Le rendite nette, derivate oggi quasi solo dallo sfruttamento dei boschi, sono destinate in parte ai capifamiglia “Vicini” (in sostituzione di un più antico diritto di far legname da fabbrica), in parte vanno incontro ai bisogni sociali di tutta la Comunità (case di riposo, scuole, protezione civile, cultura e folclore, ecc.). Per il passato, tra gli interventi economici e sociali di fondamentale importanza per la valle, è doveroso menzionare la costruzione della grande strada di Fiemme, aperta per tronchi successivi intorno alla metà dell’Ottocento, e dell’ospedale di Fiemme, costruito a metà del Novecento, opere nate da un’acuta sensibilità per lo sviluppo economico e per l’assistenza sanitaria di base. Ma da sempre la Comunità ha saputo venire incontro alle necessità della popolazione di

Fiemme, intervenendo almeno fino all’Ottocento con prontezza e lungimiranza nei momenti più difficili dell’economia locale.

Le origini

La questione delle sue origini resta tuttora aperta, ma è incontestabile che un’organizzata Comunità sia esistita in Fiemme assai prima del riconoscimento vescovile attestato dai Patti Gebardini del 1111, che confermano la vitalità di un’istituzione già solida e autonoma. Da parte loro, i Patti delimitarono con buona precisione l’area di pertinenza della collettività fiamazza, all’interno del territorio di cui il vescovo di Trento aveva la sovranità politica, dalla Chiusa di Trodena al Ponte della Costa nei pressi di Predazzo. Tra il vescovo-conte di Trento Gebardo e i quattro rappresentanti di Fiemme, che agivano per tutti gli abitanti della valle, si strinse un accordo tra liberi ed uguali: vi si prevedeva che i Fiamazzi pagassero ventiquattro arimannie (tributi piuttosto consistenti in natura e denaro) e che il vescovo mandasse il suo gastaldione a rendere giustizia due volte all’anno in occasione delle adunanze generali di maggio e di San Martino, ma ogni volta con il parere dei giurati di Fiemme. Era il riconoscimento giuridico di una

Particolare della facciata del Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme.

•• La storia di Predazzo • La Magnifica Comunità di Fiemme • 87


collettività ben individuata e l’affidamento alla stessa di compiti politici e giurisdizionali fino alla concessione dell’autogoverno, anche se limitato. Il secondo documento fondamentale per la storia della Comunità è rappresentato dal Privilegio Enriciano, rilasciato nel 1314 dal vescovo Enrico III. Esso confermò i privilegi della valle, i diritti di pascolo, caccia e pesca che, vi si dice, risalgono ad oltre duecento anni, ed enumerò ordinatamente tutte le montagne che racchiudono la valle sulle quali i Fiamazzi conservano il pieno diritto di sfruttamento silvo-pastorale. Si apprende in tal modo che la colonizzazione del territorio era pienamente compiuta in forma comunitaria già dal secolo XII. Ad esempio, sull’attuale suolo comunale di Predazzo erano già attive per la zootecnia e le foreste le montagne di Moregna, Valmaggiore, Cece, quest’ultima estesissima, Monte Orfana (Bellamonte), Campogostaldo, Fraine, Viesena e Larzoné. Un terzo documento, di poco posteriore (1318), per risolvere contestazioni sul godimento dei beni comuni, affermava e stabiliva che tutta la Comunità era stata e doveva continuare ad essere divisa in quattro quartieri, che in seguito risultarono definitivamente così raggruppati: 1° quartiere: Moena, Predazzo, Daiano; 2° quartiere: Tesero e i suoi masi (Panchià e Ziano); 3° quartiere: Cavalese, Varena; 4° quartiere: Carano, Castello, Trodena.

I beni comuni e le norme statutarie

La lettura dei documenti antichi dà la certezza che, al di sopra delle terre coltivabili del fondovalle, appartenenti ai privati, rimaneva rigoroso il godimento comune a rotazione di prati, pascoli e boschi dei medi e alti versanti montuosi. Una parte di questi poi, nelle fasce più basse, gradualmente passò alle singole Regole per i loro bisogni interni. A questo riguardo, il primo atto pervenutoci di divisione tra i quartieri del bene comune è del 1657 su tutto il Monte Zocaré, tra Castelir 88

di Bellamonte e Canvere di Lusia. Al primo quartiere con Predazzo, toccò la porzione nordorientale, dai Ciocchi e Degoia a Canvere. Anche questo atto testimonia da una parte l’aumento generale della popolazione e dall’altra la fame di appezzamenti falciabili. Già dal secolo XIV appaiono costituiti tutti i paesi: quelli più antichi sono disposti sul versante soleggiato, mentre i masi sparsi e gli abitati più recenti, come Predazzo e Forno, occupano posizioni meno favorevoli alla maturazione dei cereali. L’economia era basata appunto su mediocri coltivazioni di cereali e legumi, sull’allevamento e la silvicoltura, con consistenti vendite di legname, trasferito mediante fluitazione sull’Avisio fino all’Adige o con i buoi attraverso i passi orientali verso l’Agordino. Dopo la tragedia dei processi alle streghe (1505), scoppiata in Fiemme con strano anticipo nei confronti delle cacce alle streghe alpine, la vita sembrò quietarsi e raccogliersi nelle quotidiane difficoltà per la gente comune, mentre per i responsabili comunitari rimaneva da risolvere la questione della stesura scritta dalle norme di autonomia interna. La vita amministrativa e politica era da secoli regolata da consuetudini orali le quali però, a poco a poco, si rivelavano insufficienti di fronte all’aumento della popolazione e soprattutto di fronte all’invadenza dei vicari e capitani o luogotenenti vescovili. Si procedette quindi nel 1480 ad una prima ricopiatura dei diritti e degli obblighi in latino, lingua cioè del vescovo piuttosto che dei valligiani. Di conseguenza nel 1533 ne fu fatta la traduzione conosciuta con il nome di Quadernollo, contenente i privilegi, l’urbario (inventario dei beni e delle proprietà) e alcune norme che nel complesso non si possono ancora definire uno statuto in senso stretto. La redazione definitiva delle consuetudini è più tarda (1613) ed ebbe il titolo di “Libro delle Consuetudini della Valle di Fiemme”. Si divide in tre parti: Libro de Comun (118 capitoli), Libro de Civil (73 capitoli), Libro de Criminal (18 capitoli), tutti in seguito ampliati e parzialmente modificati.


il significato della Magnifica Comunità che ha saputo venire incontro alle necessità della popolazione di Fiemme, intervenendo con prontezza e lungimiranza nei momenti più difficili dell’economia locale

Tra i numerosi documenti che illustrano i rapporti con il vescovo di Trento vanno almeno citati ancora gli “Ordeni dei Boschi” (1583), con i quali si ribadirono i diritti comunitari e si impostò un loro utilizzo più prudente e razionale, e il Privilegio dello stemma (1588) che sostituì la “povera” croce usata fino allora e soggetta a facili contraffazioni. Ma per il paese di Predazzo rimaneva da acquisire piena parità di diritti con le altre Regole mediante la rappresentanza ufficiale di un Regolano nell’amministrazione comunitaria ordinaria: avvenne finalmente nel 1674, dopo di che la sua influenza andò via via aumentando.

Fine dell’autogoverno

I secoli XVII e XVIII videro un progressivo coinvolgimento della valle nelle vicende militari e politiche degli Stati vicini. L’antico orgoglio per le libertà comunitarie lasciava il posto alle proteste, invero sempre meno convinte, contro ogni sopruso vescovile. Guardato da lontano, questo periodo appare soprattutto segnato dall’invadenza trentina e dalla contemporanea e progressiva presenza asburgica: i Fiamazzi più volte riuscirono a strappare le conferme dei privilegi approfittando dell’apparente protezione imperiale che in tal modo indeboliva politicamente il potere temporale del vescovo. Ma a lungo andare Fiemme riuscì a conservare appena la libertà di caccia, mentre nulla poté fare contro l’introduzione delle imposte imperiali o “steore”, per la sistematica riscossione delle quali venne compilato il primo Catasto ad iniziare dal 1776. L’ultimo forte attrito con Trento riguardò la proposta di statuto voluto dal vescovo Pietro Vigilio Thun (1776-1800), in sostituzione delle vecchie Consuetudini. I valligiani si opposero con ogni mezzo e per difendersi ricorsero alla perizia di Carlo Antonio Pilati le cui “Eccezioni della Comunità di Fiemme contro il nuovo Statuto etc.” (1784) allontanarono momentaneamente il peggio. Ma allora nessuno si accorse che l’abile e appassionata difesa dell’esperto avvocato era ormai solo

un bel testo di storia, come nessuno capì che era stato il governo austriaco a preferire la momentanea vittoria della Comunità per indebolire ancora una volta il vescovo. Poi venne la fine dell’autonomia, che coincise con l’abrogazione del dominio temporale del vescovo di Trento (1803). Nel 1807 scario e regolani dovettero giurare fedeltà al governo bavarese; poi si videro abolire le Consuetudini e annullare la loro rappresentanza. Lo scario proseguì il suo lavoro solo come “cassiere” con il compito di ripartire le rendite boschive. I successivi governi non furono più teneri e infine, nel 1813, l’Austria prese definitivo possesso della valle. La Comunità perdeva così ogni prerogativa politica e amministrativa; conservava unicamente il suo ingente patrimonio. Con il secolo XIX storia di Fiemme e storia della Comunità si separano: la prima si confonde come una minuscola goccia in quella imperiale, la seconda deve ancora affrontare difficoltà estreme per la sua sopravvivenza. Pochi comunque hanno dato il giusto risalto al fatto che la valle continuò a sentirsi ancora “comunità”, legata da vincoli sociali ed economici così forti che la coscienza dei suoi abitanti ha conservato vitali fino ai nostri giorni. E in ciò la Magnifica Comunità di Fiemme si è distinta tra tutte le altre istituzioni simili. Reazione naturale alla perdita dell’autonomia fu la lunghissima questione della spartizione dei beni comunitari che conobbe momenti di forte tensione. Si formarono in valle due posizioni contrapposte: da una parte si affermava che tutti i beni comunitari dovevano passare ai Comuni in proporzione al numero degli abitanti; dall’altra si sosteneva che i beni appartenevano a tutti i “Vicini” e quindi erano indivisibili e inalienabili. È questa la vicenda dello “spartiò” (spartizione), ricca di oscure alleanze e distinzioni incomprensibili anche all’interno dei singoli Comuni. Di certo, il governo austriaco non fece mai precipitare le cose, ma dopo qualche tentennamento fra le due posizioni estreme, riservò alla Comunità l’amministrazione dei beni indivisi (1866).

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Diritti privati e gestione comunitaria. Certezze e interrogativi

Che gli abitanti di Predazzo abbiano da sempre sofferto per la scarsità di terreni agricoli e pascolivi utili a garantire la semplice sopravvivenza è una tesi ricorrente nella storiografia locale: l’assegnazione nel XIV secolo dell’unica montagna ancora in pieno possesso vescovile è stata letta anche come una conferma indiretta di questo stato di cose. I bisogni elementari della insorgente comunità di Predazzo (inizialmente “Costa”) avrebbero, in altre parole, contribuito a concentrare l’attenzione su un bene, per quanto infelice da un punto di vista agricolo, che non era mai appartenuto alla Comunità di Fiemme e che il Principe vescovo, prima del 1447, infeudava, per la parte coltivabile sullo stretto fondovalle a nord-est nella enclave di Vardabe, a pastori-contadini per lo più forestieri. Il subentro nel godimento collettivo di pascoli e boschi da parte degli abitanti di Predazzo (stimati nel 1503 in 150-200) fu graduale e inizialmente molto faticoso, tenuto conto anche della morfologia di questo monte e delle vaste aree impervie quasi del tutto inutilizzabili. Va inoltre sollevata un’ulteriore osservazione: i confini verso Pampeago risultavano delimitati già nel 1269. Forse il governo vescovile volle in questo modo delimitare l’invadenza della Comunità, ma anche quella dei feudatari rivali possessori 92

di praterie, boschi e pascoli verso occidente e settentrione. Quanti godettero a Predazzo delle concessioni collettive non sembra abbiano assunto, almeno fino al Seicento, alcuna particolare posizione all’interno del villaggio, ma di certo beneficiarono di alcune importanti agevolazioni. Fra queste l’accesso riservato all’affittanza di prati di monte e dei campi sul fondovalle, via via acquisiti in numero sempre maggiore dalla Regola Feudale dalla seconda metà del Seicento, e la quota a parte nella suddivisione degli utili netti derivanti dalla gestione patrimoniale. Ci si riferiva in questo caso a un’integrazione di reddito assai significativa, più di quanto non lo sia oggi poiché corrispondente mediamente allo stipendio di tre o quattro giornate lavorative di un comune dipendente. Nei secoli XVIII e XIX i Vicini del Feudo poterono contare anche su un regime di prezzi calmierati e prestiti di favore garantiti da un “fondaco” o magazzino delle farine e del sale, dal quale furono esclusi i cosiddetti “foresti”. Costoro non potevano attingere all’interno del Feudo neppure, ad esempio, alla legna da ardere o all’erba da tagliare tra le pietraie. La Regola Generale e la Regola Feudale, seppur amministrati, talvolta, dalle stesse persone, mantennero, almeno per parte del Seicento e Settecento, nettamente separati i


reciproci interessi e competenze. E proprio per tutelare la propria montagna il Feudo, nonostante le resistenze interne, dovette “aprire” parzialmente i suoi beni al godimento di tutti i predazzani per garantirsene l’appoggio contro le eventuali azioni rivendicative sostenute dalla Comunità di Fiemme e dagli abitanti del Forno in particolare. Nel corso del XVIII secolo si crearono, però, condizioni di rapporto sempre più difficili a causa d’interessi contrastanti favoriti anche dal progressivo affievolimento della distinzione secolare tra “Vicino” e “non Vicino”: si opponevano da un lato la determinazione dei feudatari a salvaguardare il proprio bene e dall’altra il tentativo da parte della Regola Generale di estendere ulteriormente e a tutti i domiciliati il godimento d’uso del Feudo. Dopo l’affrancazione di metà Ottocento dei terreni agricoli il tentativo di trasferire le proprietà del Feudo al Comune di Predazzo, altro organismo sorto dopo la riforma napoleonica dei comuni del 1810, divenne sempre più veemente. Il momento più critico vissuto dalla Regola Feudale si colloca, tuttavia, negli anni tra il 1935 e il 1945, quando il rischio di assorbimento del suo patrimonio da parte dall’ente comunale si fece assai concreto. Tutti questi processi si accompagnarono, nel corso dei secoli, anche al venir meno del senso di appartenenza a un consesso particolare come quello della Regola Feudale. Essere feudatari oggi non corrisponde più a una specifica definizione di status sociale se non nel senso, etnicamente molto sbiadito, di partecipazione alle 19 famiglie più antiche del paese (erano 21), tutte insignite di stemmi, d’invenzione perlopiù recente. Una sorta d’orgoglio familiare per il fatto di appartenere al Feudo fu recuperato semmai nella prima metà del Novecento, dopo gli anni venti, in risposta alla maggiore presenza di forestieri in paese a causa di crescenti flussi immigratori. Già in passato, peraltro, e questo fino agli inizi dell’Ottocento, i tentativi di accedere, attraverso procedimenti legali, al riconoscimento dello status di vicino

del Feudo da parte di forestieri domiciliati da lungo tempo a Predazzo incontrò, ancorché promossi da famiglie benestanti, sempre esito negativo. Va peraltro evidenziato come l’appartenenza feudale non fu mai intesa come diritto familiare, ma strettamente individuale con trasmissione del titolo di vicino solo in linea maschile. I momenti più significativi nel funzionamento della Regola Feudale risiedono, ieri come oggi, nella partecipazione all’assemblea per l’elezione dei Regolani, nell’appuntamento dedicato all’affittanza delle particelle feudali, specialmente delle cosiddette “parti di monte”, e nella spartizione, a San Martino, degli utili in denaro. L’appartenenza o meno al Feudo e la tutela da un punto di vista giuridico delle proprie prerogative contro le pretese della Regola Generale e della Comunità di Fiemme costituirono materia centrale anche nei rapporti con le autorità superiori e con l’autorità vescovile in particolare. Non a caso tra le ragioni che potrebbero spiegare l’origine del Feudo si potrebbe addurre anche una forma di difesa da parte degli “ultimi venuti” nei confronti di poteri ben più strutturati come le Regole di Moena e della media Fiemme, nonché della Comunità. Probabilmente, però, va meglio approfondita la posizione del Principe vescovo di Trento il quale, grazie al Feudo e ai suoi vicini, conservava il possesso diretto di un bene fondiario molto esteso, anche se scarsamente redditizio, e la possibilità d’intromettersi direttamente o indirettamente in diverse questioni della Regola Generale di Predazzo e della Magnifica Comunità di Fiemme. Solo in tempi successivi, nel secolo XIX, la Regola Feudale si trovò nelle condizioni d’influenzare l’azione del Comune intervenendo autonomamente in alcuni campi quali la fornitura dell’acqua potabile a tutto il paese, il possesso e quindi la gestione di molte particelle coltivabili nei pressi della borgata (anche aree fabbricabili molto remunerative), dei pascoli quotidiani, di alcune strade, ecc. Uno degli aspetti sostanziali di questa co-

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munione agricola sta nella sua estensione territoriale posta ai margini delle proprietà della Magnifica Comunità di Fiemme. Ciò evidenzierebbe una volontà non di separazione, ma piuttosto di distinzione determinata, secondo una tesi storiografica mai confutata, dal fatto di trovarsi nella porzione geografica e produttiva più infelice all’interno di un’antica organizzazione economica fondata sulla zootecnia e sulla fornitura di legname pregiato sia verso l’asta dell’Adige che verso quella dell’alto Veneto. Altro aspetto di forte valenza storica sta nel fatto che i settantuno “fondatori” del 1608 (e quindi anche le loro famiglie allargate) si trovavano al centro di un corpo sociale di paese che certamente comprendeva diversi “forestieri” più o meno stabilizzati. È risaputo come l’area alpina a inizio del XVII secolo fosse interessata, almeno da due secoli, da una presenza aperta e mobile. Nel caso di Predazzo si possono ricordare, ad esempio, l’insediamento della famiglia Trevisan, posseditrice della casa civile più bella agli inizi del Cinquecento, e alcuni decenni dopo le famiglie lombarde Calderoni e Baldessari. Tali presenze, in un ambiente contrassegnato da una diffusa povertà, si legavano sicuramente alla redditività del commercio della lana tra la pianura veneta e i territori d’Oltralpe e in contemporanea a quello del legname verso l’Adige e il Piave. I discendenti dei primi avventizi furono successivamente notai e religiosi di buona fama. All’interno della comunità feudale si esercitavano forme di solidarietà sociale motivate dal comune interesse economico e dall’intervento in favore degli individui più bisognosi a causa delle diverse congiunture economiche. A Predazzo non tutto si fondava sul Feudo, ma questo rappresentava un’importante fonte d’integrazione per i redditi familiari grazie al godimento sia dei diritti collettivi sia di quelli legati, più tardi, ai cosiddetti beni allodiali, cioè acquisiti in aggiunta alle investiture vescovili. I diritti vantati di fronte ai nuovi venuti o a quanti perdettero la vicinanza per vari motivi consistevano nel94

la possibilità di poter pascolare, fare legna e in parte legname a uso proprio, falciare, dissodare i terreni ancora liberi, poter godere di qualche orto presso la casa o qualche campo nell’aperta campagna. Nulla era concesso gratuitamente, ma solo in cambio di pagamenti assai modesti, il cui ammontare complessivo era reinvestito in buona parte nell’acquisto di nuovi fondi nelle aree agricole più interessanti e a beneficio di tutti i vicini. Tutto ciò è documentato nella straordinaria raccolta archivistica che il Feudo ha saputo conservare e custodire gelosamente fino ai giorni nostri. Uno dei problemi più dibattuti all’interno della Regola è stato nel secondo dopoguerra quello sulla distinzione fra beni feudali originari e beni allodiali. Si trattava di distinguere i territori montani legati all’infeudazione collettiva del 1447, soggetti al pagamento di un affitto al vescovo, da tutti gli altri fondi acquistati dalla Regola Feudale in tempi successivi alla sua fondazione formale del 1608. Per la verità tale distinzione era già stata perorata nel corso del secolo XVII: lo fu, allora, per motivi fiscali e per la riscossione degli affitti, non certo per imporre vincoli di inalienabilità. La stessa questione posta oggi fa capire come siano cambiati gli interessi economici non solo della comunione agricola ma anche del paese divenuto ormai la più popolosa borgata di Fiemme, con un’economia non più rurale ma piuttosto rivolta alle moderne attività artigianali e turistiche. Già dalla metà dell’Ottocento si era posto il problema della distinzione dei beni e del loro utilizzo a favore dei vicini in presenza di trasformazioni che stavamo modificando sensibilmente la costituzione socio-economica della popolazione. Concretamente si noti che in un elenco di “compere” aggiornato al 1908, ma incompleto, figurano 109 atti di cui oltre una cinquantina riguardano campi, prati e coltivi vari alla destra dell’Avisio e in Vardabe, cioè nei pressi della proprietà feudale originaria. Per riconoscere il formarsi di tutta la proprietà regoliera si deve consultare il “Com-


pendio delle misure e dei quantitativi dei fondi della Regola Feudale fatto nell’anno 1752”, tre decenni prima del catasto teresiano. Ancora più interessante, ma per noi incomprensibile per la perdita o scomparsa dell’atto, è l’acquisizione della Montagna di Pelenzana dalla Regola Generale avvenuta in un anno imprecisato, ma dopo il 1783 e prima del 1830. Ritornando alla delimitazione del territorio feudale, così come indicato nell’atto del 1447, si nota la sua precisione in tre direzioni, ma l’indecifrabilità rispetto alla quarta, e cioè: • sul fondovalle fa da confine l’Avisio; • a monte sono di confine le creste dello spartiacque; • a oriente il Rivo di Valsorda; • a occidente la “sorgente di Fresna”. Qualsiasi tentativo di riconoscere la posizione di questo rivo non ha dato finora esito. S’intuisce che nell’atto è stato riportato un toponimo impreciso già alle origini (a Trento), poi trascritto in pari modo nei documenti di proprietà successivi. Solo nel Settecento compare la diversa formulazione “Fessura”, sostituita più tardi con “Tresca”. L’ipotesi più verosimile rimane quella che individua la quarta direzione nel ripido rivo che attraversa il bosco di Fessura, già ricordato nel 1608. La fondatezza di questo riconoscimento viene da un documento di verifica dei diritti vescovili, compilato nell’estate del 1528, ai tempi del Clesio. Gli incaricati trentini si presentarono a Predazzo e convocarono i tre regolani e altri otto uomini in rappresentanza di tutta la comunità agricola. In quest’occasione si riaffermò che esisteva un privilegio sulla montagna di Vardabe i cui confini incominciavano dal “Riff de Fessura” e si estendevano fino al “Rivo dai Forni” (Valsorda) e nella parte più alta del monte verso Moena al “Riff de le Rosse” (l’odierno Valon da Coi). Quanto alla valutazione dei beni, si può ricordare come nello statuto del 1679 i vicini fecero presente al vescovo la differenza fiscale tra i terreni feudali e quelli allodiali per i quali non scattava l’obbligo della tas-

sazione. Lo statuto redatto nel 1724 e ripreso più volte fino al 1794 è estremamente importante ai fini della riconoscibilità del diritto di vicinanza e della destinazione delle entrate. A questo secondo fine si precisa che ai vicini poteva essere erogato solo 1/15 degli utili ricavati dalla vendita del legname. Il rimanente doveva coprire le spese amministrative più diverse e soprattutto consentire l’acquisto di altri terreni coltivabili. Riferimento principale rimane ancora una volta il catasto teresiano del 1783 che individua la proprietà collettiva non soggetta a tassazione (boschi, pascoli, praterie di monte) e 114 particelle di coltivi e prati che ne sono soggette. Nelle vicende feudali del ventennio fascista va ricordata la ricognizione o perizia condotta da Antonio Zieger, consegnata nel 1943, nonché la verifica archivistica operata da Giacomo Guadagnini nel 1989, entrambi eseguite per aggiornare quanto nel frattempo si era accresciuto o modificato nella proprietà complessiva. Di grande interesse e fondamentali per la ricostruzione della sostanza di questa secolare comunione agricola è la documentazione raccolta in archivio come: • locazioni delle parti di monte (1727-1997): a seguito dei permessi rilasciati ai soci per rendere utilizzabili determinati appezzamenti attraverso la pulitura da rovi, “sondre”, cespugli e sassi (in dialetto “spazzar”) si crearono nuove aree per lo sfalcio nella media e alta montagna, concesse gratuitamente per un determinato numero di anni, oltre il quale divenivano “parte di monte”, inserite nel novero dei beni di godimento comune a ruota quinquennale e poi, dal 1906, ad assegnazione periodica al miglior offerente. Di ogni atto restano i quaderni manoscritti, purtroppo con vistose lacune, individuate come “Elenchi delle parti di monte da assegnare in locazione”. In essi sono molto utili i nomi di luogo e l’indicazione onomastica dei “baiti”; • locazioni delle parti di campo (1709-1967): come per le “parti di monte”, la Regola concedeva, prima per estrazione e poi, dal

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1906, per la miglior offerta anche l’utilizzo dei migliori coltivi e prati nella campagna di Predazzo (poi anche nella Bellamonte). Per l’economia storica locale appare di notevole interesse il primo documento o libretto del 1709 e anni successivi, rilegato in pergamena e quasi sconosciuto ai ricercatori dei secoli XIX e XX. Tale quaderno consentirebbe alcuni approfondimenti di natura economica, su coltivi e prezzi alimentari, piuttosto illuminanti sulla vita di trecento anni fa; • rendicontazioni e bilanci (1634-1986): era dovere dei regolani di annotare tutte le entrate e le uscite in denaro durante il proprio mandato annuale (la verbalizzazione delle assemblee verrà molto più tardi, forse soltanto nel Novecento). Non è insignificante notare che le rendicontazioni venivano trascritte per l’assemblea che, fino a qualche decennio fa, era fatta coincidere con l’inizio della primavera tradizionalmente fissato al 24 febbraio, secondo un antico costume. Una contabilità di tipo più moderno fu iniziata dal Regolano e poi commissario prefettizio Giovanni Dellagiacoma, cui si deve anche una relazione storica di notevole equilibrio. Ancora una volta, assumono importanza particolare i registri dal 1634 al 1755, fondamentali per la ricostruzione economica di un paese che in quei secoli passò da cinquecento a millecinquecento persone. Altro motivo di interesse, assai poco rilevato, è quello costituito dai registri contabili della seconda metà dell’Ottocento: essi si presentano in una veste rilegata e con immagini “miniate” assai piacevoli; dal punto di vista storico hanno il pregio di esporre le qualità e i prezzi del legname venduto sul mercato. Per ragioni sociali, di tutela della riproduzione vegetale, di organizzazione tecnica aziendale il bosco è, nell’area alpina (ma non solo in essa), gestito quasi esclusivamente in forma comunitaria. Ciò non vuoi dire che non esistano boschi sfruttati a livello individuale (spesso pertinenze di masi), o che la gestione sia affittata, per un periodo quasi 96

sempre adeguato alla massimizzazione del ciclo di maturazione del prodotto, a soggetti individuali. Resta sempre, però, il controllo della comunità e la partecipazione ad alcuni prelievi consuetudinari. Per analoghe ragioni, e forse più caratterizzanti, anche il pascolo è strutturalmente concepito sotto forma di gestione comunitaria. Non così il prato che prevede un utilizzo quasi sempre individuale ed esclusivo. È chiaro che la scelta di sistemi di volta in volta differenti per natura giuridica e per obbiettivi economici, risponde alla diversità dei bisogni di tipo ambientale, sociale, culturale ed economico della comunità o di gruppi al suo interno. La vicenda della Regola Feudale di Predazzo, sorta come strumento difensivo di una parte degli abitanti di Predazzo in riposta a poteri ben più strutturati, non costituisce sicuramente un unicum nel variegato mondo istituzionale alpino, ma la sua durata nel tempo, protrattasi dal Quattrocento fino ai nostri giorni mantenendo intatto, pur con trasformazioni e adeguamenti, lo spirito delle origini la rende singolare. Ciò detto, la soluzione adottata dalla Regola Feudale di Predazzo (ma non solo da essa) d’intreccio di diritti privati ereditari e gestione comunitaria delle risorse, lascia irrisolti molte questioni e pone inevitabilmente alcuni quesiti che potrebbero costituire una prima traccia sulla quale la ricerca potrebbe proseguire e fornire quelle risposte che potranno aiutare a meglio comprendere la storia di questa piccola realtà, a compararla con quella di altre analoghe e a comporre quella del più ampio contesto alpino nel quale è inserita. Solo a titolo esemplificativo alcune delle problematiche potrebbero essere: • quali sono stati i bisogni che hanno determinato un clan della comunità a ritagliarsi uno spazio specifico per un uso esclusivo anche se collettivo? • Vi sono state le aspettative sia economiche che sociali che non potevano essere soddisfatte attraverso i canali consueti della Regola Generale e della Magnifica Comunità?


• Le famiglie consorziate nel Feudo quale posizione detenevano nella comunità di Predazzo? • La partecipazione alla Regola Feudale permetteva d’influire maggiormente sulla gestione della Regola generale? • La Regola Feudale utilizzava la Regola Generale di Predazzo per contenere o contrapporsi ai tentativi di generalizzazione del potere della Magnifica Comunità di Fiemme? • Vi fu contrasto, e per che cosa, tra la Regola Feudale e la Regola Generale di Predazzo? • Quale status sociale era ed è associato alla condizione di vicino del Feudo? • La scalata sociale di una famiglia nuova aveva fra i propri obiettivi anche la partecipazione al Feudo? • Le eventuali cooptazioni avvenivano per ragioni economiche o politiche? • In quali altre situazioni si esprimeva eventualmente la natura di clan consorziato delle famiglie del Feudo? • Quale peso ha avuto nel tempo l’integrazione di reddito offerta dalla partecipazione alla Regola Feudale? • Il Feudo possedeva canali propri per rapportarsi con le autorità superiori (Principe vescovo, Contea del Tirolo, Impero)?

• Quali comportamenti diversi od omogenei rispetto a quelli diffusi in val di Fiemme emergono dalla gestione aziendale del Feudo? • Si notano tecniche e tecnologie di sfruttamento delle risorse diverse da quelle utilizzate nei terreni inseriti in altri contesti? • I forestieri apparivano solo come gente da tenere a bada o anche da utilizzare? E se sì, quando e come? • Esistevano strategie familiari all’interno delle famiglie appartenenti alla Regola Feudale? Tante domande alle quali se ne potrebbero aggiungere altre ancora e che evidenziano, se mai ce ne fosse bisogno, come un libro di storia non possa mai chiudersi veramente con la parola fine ma solo aiutare a proiettare lo sguardo più oltre. Il presente intervento prende spunto da una serie di considerazioni e quesiti posta dal professor Gauro Coppola, già docente di storia economica presso l’Università degli studi di Trento, nel corso della presentazione pubblica dell’inventario dell’archivio storico della Regola Feudale di Predazzo, a cura di Rodolfo Taiani, svoltasi nel settembre del 2002.

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CAPITOLO II

L’istituzione: natura giuridica e appartenenza Italo Giordani


La Comunità di Fiemme contro il privilegio di Predazzo

Nella storia della Regola di Predazzo e del suo privilegio del monte Vardabio, che portò nel 1608 alla costituzione della Regola Feudale, merita mettere in rilievo un episodio storico piuttosto importante. Vi fu, infatti, nella prima metà del Quattrocento un vero e proprio attacco della Comunità di Fiemme, che tentò di far suo quel privilegio e quindi di togliere il monte Vardabio all’uso e godimento esclusivi da parte degli abitanti di Predazzo. Il fatto suscita una certa perplessità e, in base alla documentazione pervenutaci, non è chiaro il motivo e soprattutto le ragioni giuridiche addotte per questa ingiustificata pretesa. Tanto più che 50 anni prima era stato ben altro l’atteggiamento della Comunità a questo riguardo.

Dichiarazione dello scario della Comunità nel 1388

Infatti nell’Archivio della Regola Feudale è conservato un importante documento del 1388, il più antico di quell’archivio1, redatto quindi all’epoca del principe vescovo Alberto di Ortenburg (1363-1390). In quell’occasione l’allora scario della Comunità di Fiemme, Giovanni detto Mattarello di Moena, riconobbe per iscritto che la Comunità non poteva vantare alcun diritto nei confronti del monte Vardabio. La Comunità in un primo tempo si era

mossa perché la Regola di Predazzo aveva pignorato alcuni del Forno per indebito pascolo; infatti costoro potevano pascolare sul terreno della Comunità in Valsorda (assieme a quelli di Predazzo e pagando con loro alla Comunità i relativi importi), non certamente sul monte Vardabio, che era di esclusiva investitura di Predazzo. Pertanto, con quella dichiarazione dello scario Giovanni Mattarello, fu confermato alla Regola di Predazzo il legittimo possesso del monte Vardabio, di cui ormai da quasi due secoli era pacificamente investita dal vescovo di Trento.

La Comunità “occupa” il monte Vardabio nel 1434

Ma nella storia a volte accadono episodi quanto meno strani. Fatto sta che negli anni 1434-1435 vi fu un periodo di disordini a Trento, dovuti all’assenza del principe vescovo Alessandro di Mazovia (1423-1444) che si trovava al Concilio di Basilea. Nel Principato erano luogotenenti vescovili il nobile Viciguerra, conte d’Arco, e il nobile Leone Zobele. Fu a costoro che si rivolse la Comunità (difficile pensare che ciò sia accaduto in buona fede), con a capo lo scario, ser Boninsegna fu Francesco Tura di Tesero, con i suoi regolani di Comun, per ottenere l’investitura del monte Vardabio affinché la montagna entrasse a far parte del rotolo

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e così prenderne materialmente possesso. Il pretesto era stato dato da quanto accaduto nel giugno del 1434, quando un certo Antonio Zanetoni di Moena era stato sorpreso a pascolare su quel monte e perciò era stato pignorato dalla Regola di Predazzo. Di fatto la Comunità ottenne l’investitura e fu ufficialmente autorizzata a prendere possesso del monte Vardabio, così che, lunedì 16 agosto 1434, una sessantina di uomini armati della Comunità e alcuni boscaioli forestieri con in testa lo scario, i regolani di Comun ed i saltari di Comun, come denunciarono quelli di Predazzo, “invasero” il monte Vardabio, tagliando alberi, occupando la “casara” e causando molti danni. In Fiemme era vicario vescovile il nobile Federico di Gresta e Castelbarco, il quale invano nel mese di luglio invitò la Comunità ad attendere il ritorno del vescovo, per prendere una decisione in merito al pignoramento del Zanetoni2. Dopo l’“invasione” la protesta di Predazzo fu immediata3, tanto che l’anno seguente la Comunità fu condannata dal vicario ad una forte multa per la sua indebita ingerenza4; multa che venne condonata, poiché si riconobbe, pur nel dubbio, che i due luogotenenti erano stati male informati sulle reali circostanze, cioè dell’esistenza dell’investitura vescovile a favore di Predazzo. Pertanto la Comunità venne assolta come “innocente” per quanto accaduto5. Ma la cosa non finì lì. Infatti, in seguito ad un’ulteriore protesta di Predazzo, il vescovo Alessandro al suo ritorno in città emise una sua sentenza contro la Comunità di Fiemme a salvaguardia dell’investitura vescovile6 ribadendo la condanna di due anni prima. Il protagonista negativo di questa vicenda fu ser Boninsegna fu Francesco Tura di Tesero, personaggio assai importante dell’epoca: non solo fu scario della Comunità nel 1434-35 e nel 1438-39, ma era anche stato vicario vescovile in Fiemme almeno nel 1433. Mancando documentazione è impossibile comprendere le motivazioni di un passo così azzardato; si potrebbe supporre che si 102

sia voluto approfittare di una situazione di debolezza del vassallo (la Regola di Predazzo) in seguito all’assenza del feudatario (il vescovo di Trento) per far proprio (cioè della “grande” Comunità) il privilegio altrui (cioè di un “piccola” comunità come quella di Predazzo nel 1434).

Le altre “ville” di Fiemme (Moena esclusa) contro la “villa” di Predazzo nel 1469-1473

Ma che ci fosse attrito per motivi di pascolo fra le altre “ville” della Comunità (Moena esclusa) e quella di Predazzo lo attesta anche una lunga causa promossa da quest’ultima a sua difesa negli anni 1469-1473, poiché si voleva impedire agli abitanti di Predazzo il pascolo sui prati della Monte del fieno (oggi Bellamonte). All’epoca le “ville” della Comunità erano 9, ma le Regole 8; infatti Cavalese e Varena formavano un’unica Regola, mentre Panchià e Ziano non esistevano ancora. La questione di per sé era semplice: le altre ville (Trodena, Castello, Carano, Daiano, Varena, Cavalese, Tesero) sostenevano che Predazzo (e Moena) non avevano nessun diritto di pascolare sulla Monte del fieno nel periodo da San Bartolomeo (24 agosto) fino al 1° maggio dell’anno seguente, sia perché non l’avevano mai fatto, sia perché mai avevano contribuito alle spese per la viabilità d’accesso (strade e ponti); Predazzo sosteneva esattamente il contrario, cioè che aveva sempre pascolato in quel periodo e che aveva sempre contribuito alle spese per la viabilità. In merito vennero sentiti un’infinità di testimoni, a favore dell’una e dell’altra parte7. In un primo tempo la causa si discusse a Trento8 e si concluse temporaneamente con un ordine del principe vescovo Giovanni Hinderbach (1465-1486) in data 16 novembre 1470, affinché le altre 7 “ville” non molestassero quelli di Predazzo9. Ad esso seguì un prima sentenza del vescovo di Trento il 6 marzo 147110. Poi si continuò a Cavalese, dove, il 21 ottobre 1473, i commissari vescovili incaricati di esaminare la questione,

dopo aver occupato in modo indebito il monte Vardabio, la Comunità di Fiemme venne condannata due volte, a salvaguardia dell’investitura vescovile sullo stesso monte


cioè Georg Nothaft, canonico tridentino, Leonard Weineck, capitano di Trento, Iohannes Mervoort, medico, Anton Schratimperger, capitano di Castelpietra, anche in quell’occasione dettero ragione alla Regola di Predazzo, consentendo il pascolo a determinate condizioni; la richiesta della Comunità di rivedere in parte la sentenza venne immediatamente respinta11. Da allora in poi, per quanto ci dicono i documenti pervenutici, pur essendoci altri motivi di attrito soprattutto per i confini, non ci fu più alcuna ingerenza della Comunità nel privilegio di Predazzo, anzi talvolta vi fu una collaborazione per quanto riguardava il

commercio del legname. Ad esempio il 28 giugno 1783, alla presenza dello scario Giacomo Antonio Gabrielli di Predazzo, la Regola Feudale, tramite i regolani Michele Defrancesco e Valentino Dezulian, diede “in locazione alla Magnifica Comunità i boschi feudali di Scarser, Sforzeletto, Valsorda, Larice e Pezzo alli Mussi per anni 6..., con l’obbligo di usare manodopera di Predazzo”12. Alla presenza del notaio venne versata ai rappresentanti della Regola Feudale una caparra di 600 fiorini, con la prescrizione che la Comunità avrebbe pagato 500 fiorini alla scadenza di ognuno dei 6 anni di locazione.

Note

ratore nella causa con Predazzo in merito ai diritti sul monte Vardabio promossa davanti al principe vescovo Alessandro di Mazovia; Archivio della Regola feudale, Lettera S, n° 12: Riva, sabato 30 giugno 1436 [in copia della seconda metà del Settecento, redatta dal notaio Gasparo Antonio Michele Riccabona]. 7 È veramente di grande interesse l’elenco dei testimoni e la lettura delle loro dichiarazioni. 8 Archivio di Stato di Trento [d’ora in poi ASTn], Archivio Principesco Vescovile [d’ora in poi APV], sez. lat., capsa 12, n° 45, volume di sei fascicoli cartacei. 9 AMCF, capsa M, n° 2.1. 10 Archivio della Regola di Predazzo presso l’Archivio parrocchiale di Predazzo, Lettera S, n° 3; documento in pergamena da Trento in data 6 marzo 1471, redatto dal notaio Pietro fu Giovanni Rauter Malefferati cittadino di Trento. 11 AMCF, capsa M, n° 2.2, una pergamena lunga più di 2 metri. Copia del compromesso e della sentenza arbitrale si trova nell’Archivio della Regola di Predazzo presso l’Archivio parrocchiale di Predazzo, Lettera S, n° 6, in data Cavalese 20 e 21 ottobre 1473. 12 ASTN, Atti dei Notai, Giudizio Distrettuale di Cavalese, Francesco Antonio Rizzoli, vol. I, n° 217.

Archivio della Regola Feudale, Lettera S, n° 1: Cavalese, 28 maggio e 7 giugno 1388; Lettera C, n° 3: Cavalese, 25 giugno 1388, però in copia redatta a Trento il 19 giugno 1435. 2 Archivio della Regola Feudale, Lettera C, n° 1: Cavalese, 5 giugno 1434; Lettera C, n° 2: Cavalese, 22 luglio 1434. 3 Archivio della Regola di Predazzo presso l’Archivio parrocchiale di Predazzo, S, n° 28: Predazzo, 5 agosto 1434, nomina dei procuratori della Regola di Predazzo nella causa contro la Comunità in merito ai diritti sul monte Vardabio; Archivio della Regola Feudale, Lettera C, n° 2: Cavalese 16 agosto 1434; Lettera P, n° 1: Cavalese, 18 agosto 1434. 4 Archivio della Magnifica Comunità di Fiemme [d’ora in poi AMCF], capsa F, n° 1.1: Trento, 23 gennaio 1435. 5 AMCF, capsa F, n° 1.2: stessa data del documento precedente. 6 Archivio della Regola di Predazzo presso l’Archivio parrocchiale di Predazzo, S, n° 28: Cavalese, 12 novembre 1435, la Comunità nomina il proprio procu1

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I documenti più antichi sul Feudo di Predazzo

Il Feudo di Predazzo Il Feudo di Predazzo, oggi Regola Feudale, era in origine un’investitura da parte del vescovo di Trento alla popolazione del paese: si trattava della maggior parte del monte Vardabio (nel corso del tempo con denominazione anche diverse). La motivazione dell’investitura fu economica. Nel momento in cui si insediava un gruppo di persone in un luogo sostanzialmente incolto, come deve esser accaduto per gli abitanti di Predazzo probabilmente nel corso del XII secolo, era consuetudine da parte di chi autorizzava o promuoveva tale insediamento, in questo caso il vescovo di Trento, concedere in uso esclusivo un bene da cui trarre sostentamento. Ne fa fede tra il resto il riconoscimento da parte degli abitanti, i quali grazie a quell’investitura erano divenuti titolari del “dominio utile” del monte, di cui il vescovo di Trento aveva il “dominio diretto”. Questo veniva confermato ogni anno con la consegna al vescovo di una specie di “pagamento” in natura dal valore quasi simbolico.

Il paese di Predazzo Codice Vanghiano (f. 101r.) Anno 1241. Il monte Vardabio paga formaggi per 8 libbre, che ogni terzo anno vanno ai signori di Egna.

Per quanto ci consta dai documenti finora noti, la prima volta in cui si nominerebbe il paese di Predazzo, sarebbe nella memoria del tradizionale anno di consacrazione della chiesa nel 1225 circa1: “Anche nella per-

gamena del frate Blaxius de Tridento intorno alle chiese di Fiemme sta scritto: «Inoltre la chiesa di San Giacomo di Predazzo (venne consacrata) dal vescovo di Trento Gerardo da Cremona il giorno 8 aprile (dell’anno 1225)»”. Maggiormente sicura è la citazione in un documento di pochissimo posteriore, del 12342, quando, alla ridefinizione dei confini di proprietà comunitaria rispetto alle Regole di Montagna, Ora, Egna e Aldino, sono nominati i rappresentanti di tutte le Regole di Fiemme, Moena e Predazzo comprese. Per Predazzo si trattava di “Çanelinus de la Costa de Pradacio, regulanus”, cioè “Il regolano (ma allora forse più propriamente giurato) Zanelino della Costa di Predazzo”. Che la Regola di Predazzo nei suoi primi tempi sia stata dotata di uno scarso territorio agricolo in proprietà ce lo documenta il fatto che la Regola di Tesero (Ziano e Panchià come paesi non esistevano ancora) si estendeva a comprendere le attuali località di Imana e di Magnabosco fino a collegarsi con la vicìnia di Malgola dei Teserani3. In secondo luogo ce lo documenta nel 1318 l’atto di ridefinizione dei quartieri, quando cioè anche Predazzo e Moena, già facenti parte della Pieve di Fiemme, della Comunità di Fiemme e della Giurisdizione vescovile di Fiemme, entrano nel rotolo, cioè nel sistema di godimento a rotazione degli alpeggi

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comunitari. In quell’atto, data la povertà degli abitanti di Predazzo, vengono obbligate le Regole di Cavalese-Varena (a quell’epoca un’unica Regola), di Tesero e di Trodena a versare a quella di Predazzo una non piccola somma di denaro4.

Il monte Vardabio

Prima citazione anteriore al 1241 Troviamo citato per la prima volta il vero e proprio monte Vardabio, come investitura agli abitanti di Predazzo, in un documento redatto prima del 1241, conservato nel Codice Vanghiano5: [trad.] “Il monte Vardabio paga formaggi per 8 libbre, che ogni terzo anno vanno ai signori di Egna”. Il codice prende il nome dal vescovo di Trento Federico Vanga (1207-1218), il quale promosse a partire dal 1215 circa la formazione di un grande volume, poi continuato dai suoi successori per tutto il Duecento, in cui fossero contenuti tutti i documenti più importanti del Vescovado. Quel documento è la “sommatoria” delle imposizioni fiscali che in valle di Fiemme si dovevano pagare al vescovo di Trento, cioè le cosiddette romanìe e gli altri suoi redditi. Per l’appunto tra questi redditi si dichiara quanto si doveva versare ogni anno per l’investitura del monte Vardabio; anzi quanto per due anni al vescovo e nel terzo anno ai signori di Egna. Infatti già nel primo documento in cui nella storia si nomina il monte Vardabio si dice che di un terzo del “pagamento” erano infeudati dal vescovo di Trento i signori di Egna. Questo era avvenuto non moltissimi anni prima, dato che questa famiglia divenne importante con i fratelli Nicolò I ed Enrico II verso il 1190 (morti rispettivamente prima del 1253 e prima del 1231), ma assai attivi proprio all’epoca del vescovo Federico Vanga (1207-1218) e comunque non lontano dalla prima infeudazione a noi non pervenuta. Tra il resto è proprio il signor Nicolò di Egna che, a nome del vescovo, promuove ed approva la ridefinizione dei confini tra Fiemme e le Regole circostanti a nordovest nel 1234, 106

nel documento sopra citato in cui si nomina per la prima volta Predazzo. Inoltre i signori di Egna avevano la Giurisdizione di Forno e per un certo periodo furono anche infeudati dal vescovo della Giurisdizione di Fiemme. Seconda citazione verso il 1250 Abbastanza vicino come tempo è un secondo documento in cui si cita nuovamente il monte Vardabio6. Anche in questo caso si tratta di una “sommatoria” dei redditi ve-

AC Tesero Pampeago 1306. Egna, domenica 20 novembre 1306. Da un lato quelli di Nova (Ponente), dall’altro lato quelli di Predazzo, ossia il monte Vardabio, e il monte Cornon e il monte Santa. AC Tesero Pampeago 1269. Bolzano, venerdì 6 settembre 1269. Da un lato quelli di Nova (Ponente), dall’altro lato quelli di Predazzo, ossia il monte Vardabio, e in alto le montagne di quelli di Fiemme dette Cornon.


scovili in Fiemme, tra cui quello per l’investitura del monte Vardabio: [trad.] “Per il monte Vardabio si pagano 8 forme di formaggio, cioè 30 libbre alla solita misura...”. In esso non si ricorda che il pagamento doveva essere fatto ogni terzo anno ai signori di Egna, perché proprio allora Mainardo II, conte del Tirolo, stava cancellando dalla storia quella nobile famiglia appropriandosi dell’intera infeudazione vescovile in Fiemme, che sarà restituita da suo figlio Enrico al vescovo di Trento Enrico di Metz nel 1314. Terza e quarta citazione nel 1269 e 1306 La terza citazione del monte Vardabio come investitura agli abitanti di Predazzo si trova nel documento riguardante l’investitura dell’alpe Pampeago fatta nel 1269 da Mainardo II, conte del Tirolo, a Giuliano il Giovane fu Boninsegna di Cavalese. In esso si dichiarano i confini di quell’alpe7: [trad.] “Da un lato quelli di Nova (Ponente), dall’altro lato quelli di Predazzo, ossia il monte Vardabio, e in alto le montagne di quelli di Fiemme dette Cornon”. Poco dopo vi è la medesima investitura, questa volta da parte di Ottone, il figlio maggiore del defunto conte Mainardo II, nei confronti di due figli del defunto Giuliano il Giovane di Cavalese, cioè i giudici Giovanni e Bertoldo di Cavalese, personaggi noti da molti altri documenti di quel periodo8: [trad.] “Da un lato quelli di Nova (Ponente), dall’altro lato quelli di Predazzo, ossia il monte Vardabio, e il monte Cornon e il monte Santa”. Quinta citazione nel 1318 La quinta citazione si trova in un documento assai lungo che era conservato nell’Archivio Comunale Predazzo9, in cui si descrive la ridefinizione dei quartieri della Comunità di Fiemme discussa ed approvata con notevoli difficoltà negli anni 1315-1318, quando vennero ammesse nel rotolo anche le Regole di Predazzo e di Moena, fin allora escluse. Parlando di Predazzo si nomina per l’appunto il loro monte Vardabio, che gli abitanti di quella villa potevano godere nello

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stesso modo in cui in Fiemme si godevano le altre montagne, vale a dire falciando erba, pascolando e tagliando legna e legname.

bio. Questo perché, invece di consegnarne 12 ogni terzo anno, si preferì consegnarne 4 tutti gli anni12.

Sesta citazione nel 1335 Oltre a quella vista nel Codex Wangianus, vi sono altre “sommatorie” dei redditi vescovili. Tra esse una del 133510 all’epoca del vescovo di Trento Enrico di Metz (1310-1336). Si tratta di un fascicolo, nel quale sono elencati anche i redditi di Fiemme. Tra essi è citato quello del monte Vardabio: [trad.] “... Ed ancora a San Lorenzo (si consegnano) per il monte Vardabio 8 formaggi al solito peso; inoltre altre 2 forme per l’investitura e altre 2 per ossequio; e questo per due anni. (Tali 12 forme) ogni terzo anno vanno all’avvocato del Tirolo...”.

Ottava citazione nel 1387 Come per il documento del 1335, anche questa è una “sommatoria” dei redditi vescovili. È dell’anno 1387, epoca del principe vescovo Alberto di Ortenburg (1363-1390). Tra quei redditi vi sono quelli di Fiemme, tra cui quelli dovuti per l’investitura del monte Vardabio, con l’annotazione del pagamento da farsi ogni terzo anno al giudice (detto gastaldione) della Giurisdizione tirolese di Egna13:

La contessa del Tirolo Margherita Maultasch (1318-1369) figlia di Enrico fu Mainardo II È opportuno accennare a Margherita, contessa del Tirolo, figlia di Enrico (il figlio più giovane di Mainardo II). Infatti ancor oggi a Predazzo circola la diceria che il monte Vardabio sia stato un suo dono alla Regola di Predazzo, tesi sostenuta anche dal prof. Antonio Vanzetta ad inizio Ottocento11. Con la serietà dello studio storico va però considerato non solo che i conti del Tirolo erano molto noti per il “prendere”, mai per il “dare”, ma anche come vi siano almeno 6 documenti che attestano in modo incontrovertibile l’investitura del monte Vardabio fatta agli abitanti di Predazzo precedentemente alla contessa, anzi alcuni precedenti alla sua nascita. Pertanto si tratta proprio di una diceria, cioè nemmeno di una leggenda. Settima citazione nel 1344 Esiste poi una citazione del monte Vardabio in un elenco di beni in Fiemme dati in investitura da Ludovico di Brandeburgo (conte del Tirolo perché nel 1342 aveva sposato Margherita Maultasch). Nell’elenco si trova l’annotazione del pagamento annuale da parte della comunità di Predazzo di 4 formaggi alla solita misura per il monte Varda108

Margherita. Una leggenda da dimenticare. Per l’investitura del monte Vardabio 1/3 era versato ai signori di Egna. Dopo il 1266 tale importo andò alla Contea del Tirolo. Enrico, conte del Tirolo, figlio minore di Mainardo II, morì nel 1335 lasciando un’unica figlia: Margherita (1318-1369), soprannominata “Maultasch”. Si narra che fu lei ad investire Predazzo del monte Vardabio! Però vi sono ben 6 documenti, precedenti a Margherita come contessa del Tirolo, in cui si certifica l’esistenza dell’investitura del monte Vardabio agli abitanti di Predazzo.


Cavalese, 28 maggio, 7 e 25 giugno 1388. Lo scario Francesco fu Giovanni, detto Mattarello, di Moena e la Comunità di Fiemme riconoscono di non poter vantare alcun diritto riguardo al monte Vardabio, che è un’investitura dei soli abitanti di Predazzo. Documenti in pergamena. Archivio della Regola feudale, Lettera S, n° 1 e Lettera C, n° 3 (copia a Trento il 9 giugno 1435).

Lo scario Boninsegna fu Francesco Tura di Tesero e la Comunità di Fiemme accampano diritti sul monte Vardabio, di cui sono investiti gli abitanti di Predazzo. Cavalese, 5 giugno, 22 luglio, 16 e 18 agosto 1434. Documenti in pergamena, Archivio della Regola Feudale, Lettera C, n° 1 e n° 2 e Lettera P, n° 1.

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Rinnovo dell’investitura del monte Vardabio del vescovo Giorgio Hack, Caldaro, 13 ottobre 1447. Archivio Regola Feudale, Lettera I, n° 1: “... secondo il diritto feudale, con la presente li investiamo del monte Vardabio e delle sue pertinenze...”.

[trad.] “A San Lorenzo gli uomini e la comunità di Predazzo devono consegnare 12 forme di formaggio al solito peso: per due anni al signor vescovo e nel terzo anno al gastaldione di Egna”. Nona citazione nel 1388 La nona citazione è particolarmente importante, perché si trova nel più antico documento in originale conservato nell’Archivio della Regola Feudale di Predazzo. Infatti nel 1388 l’allora scario della Comunità di Fiemme, Giovanni detto Mattarello di Moena, riconobbe che la Comunità non poteva vantare alcun diritto nei confronti del monte Vardabio14: [trad.] “I rappresentanti di Predazzo ribadirono che «il monte Vardabio spetta a noi ed agli abitanti di Predazzo, poiché il signor vescovo lo ha dato e locato a noi...». Lo scario affermò che in alcun modo voleva intromettersi nel monte Vardabio, riconoscendo che [la Comunità] non aveva alcun diritto su tale montagna”. Decima citazione nel 1406 Dopo le precedenti, questa è un’altra “sommatoria” dei redditi vescovili in Fiemme re110

datta nel 1406 all’epoca del principe vescovo Giorgio Lichtenstein (1390-1419). Tale “sommatoria” è tutta in tedesco, eccetto la posta riguardante il monte Vardabio, che è l’unica in latino. Anche in questo documento si ricorda che l’imposizione andava versata ogni terzo anno al conte del Tirolo, o meglio al suo gastaldione, cioè al giudice della Giurisdizione tirolese di Egna15: [trad.] “La comunità di Predazzo deve consegnare a San Lorenzo 12 forme di formaggio per due anni al vescovo e nel terzo anno al gastaldione di Egna”. Undicesima citazione negli anni 1434-1436 Negli anni 1434-1436 vi fu un ingiustificato attacco da parte della Comunità di Fiemme contro il privilegio esclusivo di Predazzo, cioè l’investitura del monte Vardabio. Durante questo travagliato biennio, in assenza da Trento del principe vescovo Alessandro di Mazovia (1423-1444), fu il nobile Federico di Gresta e Castelbarco, vicario vescovile in Fiemme, a non reagire adeguatamente alla pretesa dello scario e dei suoi regolani di Comun che il monte Vardabio venisse a far parte del rotolo16.


il principe vescovo Giorgio Lichtenstein (1390-1419) conferma il privilegio dell’investitura del monte Vardabio agli abitanti di Predazzo

Contro questo sopruso fu lo stesso principe vescovo Alessandro di Mazovia ad emettere una sentenza, ovviamente su ricorso degli abitanti di Predazzo17. Il documento è importante per tre motivi: • prima di tutto perché si riconferma l’esclusiva investitura del monte Vardabio agli abitanti di Predazzo, condannando la Comunità per l’abuso perpetrato; • in secondo luogo perché si aumenta la contribuzione per l’investitura dalle consuete 12 forme di formaggio pecorino a 16 (senza darne motivazione); • in terzo luogo, ed è la cosa storicamente più interessante, perché si fa specifico riferimento alla conferma del privilegio dell’investitura a Predazzo da parte del principe vescovo Giorgio Lichtenstein (1390-1419), che non è a noi pervenuta né in originale né in copia e che non è stata conservata neppure nei Libri feudali dell’Archivio del Principato. Quando venne rilasciata questa conferma? Si potrebbe ragionevolmente supporre nel 1391, anno in cui anche la Comunità ottenne la conferma dei propri privilegi. Oppure nell’anno 1400, quando il vescovo Giorgio Lichtenstein fu a Cavalese, come tra il resto attesta la riproduzione del suo stemma, per quanto sbiadito, sulla facciata orientale della canonica di Cavalese; e come attesta lo stemma dipinto sulla facciata del Palazzo, nel riquadro sottostante al poggiolo a nord. Dodicesima citazione nel 1447 Qui si tratta del documento di conferma dell’investitura del monte Vardabio alla Regola di Predazzo nel 1447 da parte del vescovo Giorgio Hack (1446-1465), che è di somma importanza. Infatti è la prima investitura vescovile in originale a noi pervenuta e conservata nell’Archivio della Regola18. Per questo se ne riporta la traduzione integrale con in nota il testo originale in latino. “Giorgio, per grazia di Dio vescovo di Trento. Rendiamo noto a chiunque ne abbia interesse che volentieri diamo ascolto alle preghiere che, quando esaudite, procurano

onore, fedeltà e bene a noi a alla nostra Chiesa di Trento, così che siano piamente mantenuti ai sudditi nostri e della nostra Chiesa i privilegi ottenuti per i propri meriti dalla nostra Chiesa e dai nostri predecessori. Infatti, grazie a questo, i sudditi ottengono i favori e le grazie dai signori, verso i quali si rafforzano la fedeltà e l’obbedienza19. Si sono presentati davanti a noi i nostri fedeli Franceschino fu Michele e Giacomo de Fanti di Predazzo, sindaci e procuratori degli uomini e della comunità di Predazzo della nostra valle di Fiemme (come attesta il pubblico documento della loro nomina a noi mostrato), chiedendo umilmente in ginocchio che noi ci degniamo, secondo il diritto feudale, di investire loro, a nome della comunità di Predazzo, di un monte detto Vardabio, posto in valle di Fiemme, al quale confinano da una parte il rio di val Sorda, dall’altra l’acqua di Fessura20 e di sotto il torrente Avisio. Gli uomini della comunità di Predazzo sono stati investiti di questo monte dai nostri predecessori vescovi di Trento21 con i patti e le condizioni contenute nelle loro lettere22. Noi dunque, accogliendo le suppliche di Giacomo e Franceschino, secondo il diritto feudale abbiamo investito, come di fatto investiamo con la presente lettera essi come sindaci a nome degli uomini e della comunità di Predazzo, di codesto monte Vardabio e delle sue pertinenze e vantaggi: vale a dire della facoltà di tagliare piante, ridurre a coltura, falciare erba, pascolare, dare in affitto, ecc., secondo il diritto e le usanze specifiche di questo monte. A condizione però che gli uomini della comunità di Predazzo consegnino ogni anno in perpetuo a noi ed ai nostri successori vescovi di Trento i seguenti affitti23. Innanzitutto 12 forme di formaggio a misura di Fiemme. Gli uomini della comunità di Predazzo al tempo del reverendissimo padre e signore, signor Alessandro, nostro predecessore di felice memoria, consegnavano per l’affitto del monte 16 forme di formaggio a misura di Fiemme. Però, come ci è stato a sufficienza testimoniato da molti uomini di

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quella comunità degni di fede, in precedenza erano solitamente tenuti a consegnare per quel monte 12 forme di formaggio e non di più. Noi pertanto, tenendo in considerazione i graditi servizi che gli uomini di quella comunità di Predazzo hanno svolto per noi e per la nostra Chiesa, e che sono disposti a svolgere anche in futuro, abbiamo loro condonato in perpetuo 4 forme di formaggio di quell’affitto, e tramite la presente lettera le condoniamo, così che in futuro debbano e siano tenuti a consegnare ogni anno in perpetuo a noi ed ai nostri successori vescovi di Trento solo 12 forme di formaggio, come sopra detto24. Poi per una parte devono consegnare ogni anno in perpetuo 6 lire in buona moneta oppure 6 pecore; per un’altra parte 6 lire in buona moneta oppure 6 pecore; per un’altra parte altre 7 lire in buona moneta; inoltre 6 spalle di maiale oppure 3 grossi per ogni spalla25; infine per un’ultima parte 24 grossi26. E rilasciamo questa investitura fatti salvi i diritti nostri, della nostra Chiesa di Trento e di qualunque altra persona27 28. Da parte loro Franceschino e Giacomo, come sindaci a nome della comunità di Predazzo, promettono e giurano, toccando materialmente le sacrosante scritture evangeliche, che saranno fedeli vassalli nei confronti nostri e dei nostri successori vescovi di Trento legittimamente subentranti. Essi con tutte le forze conserveranno, manterranno, procureranno, accresceranno, proteggeranno e fedelmente custodiranno nei diritti, nell’onore, nella persona e nei beni noi, i nostri successori e la nostra Chiesa di Trento. In generale essi mostreranno e renderanno effettiva nei confronti nostri, dei nostri successori e della nostra Chiesa di Trento quella pura e totale fedeltà che tutti i sudditi devono mantenere verso i loro signori29. A conferma di tutto questo abbiamo dato ordine che la presente lettera sia munita del nostro sigillo pendente. Dato in Caldaro, il giorno 13 ottobre dell’anno del Signore 1447 30”. 112

Tredicesima citazione nel 1450 circa Ed ecco un’altra “sommatoria” dei redditi vescovili in Fiemme, conservata a Trento nell’Archivio del Principato vescovile31, redatta verso il 1450 all’epoca del principe vescovo Giorgio Hack (1446-1465). Tra quei redditi è registrato il pagamento dovuto per il monte Vardabio, con l’annotazione che ogni terzo anno tale contribuzione andava per metà al duca d’Austria (che era anche conte del Tirolo), e per metà al signor Arnoldo Niederthor, da lui subinfeudato: [trad.] “... Nel paese di Predazzo si consegnano (per due anni al principe vescovo di

Biblioteca Comunale Trento, manoscritto n. 284 (minuta del 1528 proveniente dall’Archivio del Principato Vescovile di Trento, foglio 79r). Per gentile concessione.


Trento) 12 forme di formaggio per l’affitto del monte Vardabio; delle quali 12 forme di formaggio ogni terzo anno se ne consegnano 6 all’illustrissimo signor duca d’Austria e 6 vanno in feudo al signor Arnoldo Niederthor (un funzionario del conte del Tirolo)”.

Archivio vescovile Biblioteca Comunale Trento, manoscritto n. 284 (minuta del 1528 proveniente dall’Archivio del Principato Vescovile di Trento, foglio 79v). Per gentile concessione.

Elenco delle investiture A questo punto è opportuno elencare i documenti di investitura del monte Vardabio rilasciati dai principi vescovi di Trento, a partire da Giorgio Hack a metà Quattrocento fino a Bernardo Clesio ad inizio Cinquecento32:

• Giorgio Hack (1446-1465), Caldaro, 13 ottobre 1447; • Giovanni Hinderbach (1465-1486), Trento, 3 gennaio 1469; • Udalrico Frundsberg (1486-1493), Trento, 6 ottobre 1489; • Udalrico Lichtenstein (1493-1505), Trento, 23 agosto 1494; • Giorgio Neydeck (1505-1514), Trento, 27 agosto 1507; • Bernardo Clesio (1514-1539), Trento, 17 gennaio 1516; ecc. Del rinnovo di quest’ultima investitura vi è anche il documento con cui la Regola di Predazzo in data 11 febbraio 1516 nominò i suoi rappresentanti, Tommaso Dellasega e Michele de Sponte, perché si recassero a Trento a chiedere la conferma del privilegio33. Segue un secondo elenco, quello delle copie degli stessi documenti di investitura registrati nei Libri feudali presso l’Archivio del Principato a Trento (a dir il vero spesso con evidenti errori di datazione e di contenuto): • Giorgio Hack (1446-1465), VI, ff. 77v-78v; • Giovanni Hinderbach (1465-1486), VII, ff. 137r-137v; • Udalrico Frundsberg (1486-1493), VIII, ff. 3r/v; • Udalrico Lichtenstein (1493-1505), IX, ff. 1v-2r; • Giorgio Neydeck (1505-1514), X, ff. 3v-4r; • Bernardo Clesio (1514-1539), XI, ff. 15v-16r; ecc. Documento del 1488 Nell’Archivio vescovile34 vi è inoltre il documento in pergamena, solitamente non citato, di nomina dei rappresentanti della Regola, fatta a Predazzo giovedì 13 novembre 1488, inviati al principe vescovo Udalrico Frundsberg per chiedere la riconferma del privilegio e precisamente: [trad.] “La Regola di Predazzo nomina Gabriele Simoneti e Nicolò della Zana sindici per chiedere al vescovo Udalrico Frundsberg il rinnovo e la conferma dell’investitura di una montagna detta «Monte Vardabio» e per dichiararsi vassalli, giurando fedeltà a lui ed ai suoi successori”.

•• L’istituzione • I documenti più antichi • 113


La richiesta fu presentata personalmente al principe vescovo che si trovava a Cavalese nel maggio-luglio del 1489, anche se l’atto di conferma venne poi redatto a Trento nell’ottobre successivo. Questo vescovo, infatti, veniva frequentemente a Cavalese, nel Palazzo, dove tra il resto morì nel 1493. Documento del 1513 Anche questa è una “sommatoria” dei redditi vescovili in Fiemme, conservata nell’Archivio del Principato35, redatta in tedesco all’epoca del principe vescovo Giorgio Neydeck (15051514). Tra quei redditi è registrato il pagamento dovuto da Predazzo per il monte Vardabio, questa volta anche col valore in denaro di 1 fiorino per ogni forma, con la solita annotazione che ogni terzo anno le forme di formaggio pecorino andavano versate a Egna, sede della Giurisdizione tirolese: [trad.] “La comunità di Predazzo consegna a San Lorenzo 12 forme di formaggio pecorino, o 6 marche [cioè 12 fiorini]. Per due anni al vescovo di Trento, il terzo anno alla Giurisdizione di Egna”. Documento del 1519 Questa, tra quelle conservate nell’Archivio del Principato, è l’ultima “sommatoria” del redditi vescovili in Fiemme a noi pervenuta; venne redatta all’epoca del principe vescovo Bernardo Clesio36. È un documento lungo e articolato, però contiene una descrizione più dettagliata del quantitativo e delle modalità del versamento dovuto per il monte Vardabio: [trad.] “I regolani della villa di Predazzo sono tenuti a versare per l’affitto del suddetto monte Vardabio in perpetuo ogni anno 12 forme di formaggio del peso di 11 / 12 libbre ciascuna: per due anni consecutivi al reverendissimo principe di Trento ed il terzo anno al Castello di Egna della Contea tirolese. E questo ogni anno quando scendono con le pecore dai monti, ossia verso la festività di San Lorenzo [10 agosto]”. Documento del 1528 Questo documento è una minuta assai lunga e complessa, redatta in latino in occasione della visita di Andrea Regio, importante 114

funzionario del principe vescovo e cardinale Bernardo Clesio (1514-1539), mandato in Fiemme nel 1528, dopo la sollevazione del 1525, a verificare la fedeltà degli abitanti e soprattutto l’esattezza dei pagamenti dovuti alla camera vescovile37. Il funzionario ad un certo punto incontra anche i rappresentanti di Predazzo, che rilasciano le seguenti dichiarazioni (si trascrivono in traduzione dal latino) le quattro pagine riguardanti in qualche modo l’investitura del monte Vardabio).

Biblioteca Comunale Trento, manoscritto n. 284 (minuta del 1528 proveniente dall’Archivio del Principato Vescovile di Trento, foglio 80r). Per gentile concessione.


Traduzione

Biblioteca Comunale Trento, manoscritto n. 284 (minuta del 1528 proveniente dall’Archivio del Principato Vescovile di Trento, foglio 80v). Per gentile concessione.

[f. 79r] Nel giorno di martedì 14 luglio 1528, a Predazzo, nella casa dell’oste. I signori commissari (cioè Andrea Regio e gli altri inviati in Fiemme dal principe vescovo e cardinale Bernardo Clesio), assieme al magnifico signor capitano vescovile (Odorico di Sporo) convocarono gli uomini e la comunità di Predazzo e, tra i convocati, interrogarono in particolare i più anziani e lo scario (Wolfango Simoneti di Predazzo abitante a Cavalese) riguardo ai propri dirit-

ti, riguardo alle imposizioni fiscali dovute al principe di Trento, riguardo alle decime, alle investiture di montagne e alla Giurisdizione, nonché riguardo ai loro privilegi, investiture e relativi documenti. Le persone interrogate furono: Bartolomeo di Giovanni Dellantonio, regolano di Regola, Giacomo di Giovanni Dellasega, regolano di Regola, Leonardo del fu Martino Guadagnini, regolano di Regola, Nicolò Demartin, Giovanni della Lena (fu scario nel 1525/26), Simone Cauriol, Michele Piazzi, Valentino Solai, Antonio di Michele della Zanna, Giacomo Corozol (cioè Baldessari) e Antonio Trivisan, tutti di Predazzo, rappresentanti l’intera comunità di Predazzo. Costoro risposero che, prima di tutto, tra i loro diritti era in vigore il loro privilegio del monte Vardabio. Per quanto invece riguardava i pagamenti al principe di Trento, dissero di fare riferimento al libro delle romanìe di Cavalese (5 poste). Esposero che i confini del monte Vardabio cominciavano al Riff de Fessura e proseguivano fino al Rivo dai Forni (Rivo di Valsorda); e che nella parte alta della montagna, verso Moena, arrivavano fino al Riff de le Rosse e comunque entro i confini descritti nel privilegio (cioè nelle riconferme del principe vescovo Giorgio Hack del 1447 e successivi). Interrogati se al di fuori di quei confini in direzione di Moena esistesse qualche altra Giurisdizione (oltre a quella vescovile) o qualcosa che appartenesse alla Contea tirolese di Castello, risposero che ai Forni c’erano tre case sul territorio della Contea e che dal Rivo di Valsorda fino alla chiesa dei Forni compresa, a loro giudizio, era territorio della Contea tirolese; [f. 79v] e presso la chiesa vi era un sentiero, che faceva da confine della Contea. Interrogati ancora, risposero che a Paneveggio, andando verso Primiero, c’era una casa sulla montagna che si diceva fosse soggetta alla Contea tirolese, situata a sinistra percorrendo ed entrando nella valle del Travignolo, e il territorio della Contea si estendeva per circa un miglio.

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Nuovamente interrogati, risposero che un tempo il curato di Predazzo aveva il diritto di raccogliere le decime, diviso per metà con i signori Firmian, nei luoghi indicati come Loze in Mana, territorio della Regola di Tesero; luoghi che però erano sotto la Curazia di Predazzo. E il curato di Predazzo aveva raccolto sempre la metà delle decime fino agli ultimi anni del Capitanato del defunto signor Vigilio Firmian (morto il 29 luglio 1506), il quale di propria autorità volle raccogliere tutta la decima per sé, sotto il pretesto che quei campi erano nella Regola di Tesero e che perciò la decima spettava a lui; però in precedenza tale decima fu sempre raccolta per metà dai Firmian e per metà dal curato. Dissero inoltre che in quei luoghi la decima dei novali era raccolta dai Firmian; mentre la decima degli altri luoghi e dei novali della Regola di Predazzo era raccolta per metà dal curato di Predazzo fino al Rio della Costa e l’altra metà dai signori Fux; e che il signor Giorgio Firmian (nipote di Vigilio), raccoglieva l’intera decima su tutte le località e sui novali del monte Guardabey, che è il monte di cui loro sono investiti dal principe di Trento. Poi precisarono che di una certa località del monte Guardabey, cioè dalla Pontara de Bocha de Val fino a la Bastia, quelli che dovevano versare la decima ai Fux pagavano due rainesi; quindi gli incaricati dai Fux raccoglievano [f. 80r] ogni anno la decima dei terreni e dei novali, benché si trattasse di luoghi situati nel monte di cui loro erano investiti dal principe di Trento. Quindi interrogati in che modo pagavano le poste contenute nel quaderno (delle romanìe di Cavalese), se cioè si trattasse di affitti o di romanìe o altro, risposero di non sapere bene, poiché erano contribuzioni antiche e loro non avevano un proprio quaderno. Tuttavia si era soliti pagare secondo quanto scritto nel quaderno di Cavalese e, ciò che veniva versato, era versato da chi possedeva alcune specifiche proprietà; così che, se uno non aveva proprietà in quei luoghi, ovviamente non pagava nulla, anche se aveva proprietà in altri luoghi però senza investitura. 116

Dichiararono inoltre che il degano di Castello incassava gli affitti per alcune località in Predazzo, ma non ne conoscevano il motivo (nel quaderno del deganato di Castello vi sono 42 poste riguardanti Predazzo, tra cui le più importanti erano quelle sulla Bellamonte, quelle a Carigole e Col e Plan de Cheta, quelle in Imana allora appartenente alla Regola di Tesero). Nicolò Demartin, giurato, interrogato sui diritti e sulle investiture del reverendissimo signore (di Trento), sotto giuramento disse di non saper altro se non quello che si trovava nel quaderno e ciò che era già stato esposto.

Biblioteca Comunale Trento, manoscritto n. 284 (minuta del 1528 proveniente dall’Archivio del Principato Vescovile di Trento, foglio 81r). Per gentile concessione.


Bartolomeo di Giovanni Dellantonio, interrogato sotto giuramento su quei diritti, rispose di non saper nient’altro in più di quanto sopra esposto. Aggiunse di essere Regolano di Regola. Inoltre dichiarò che sul monte Vardabio, del quale hanno l’investitura, si trovano 6 Masi, di tre dei quali egli stesso era colmello38; come tale pagava per ognuno dei tre Masi grossi 29 a San Martino e grossi 12 a San Giorgio39; e che per la loro investitura del monte Vardabio i vicini nominati nell’investitura pagavano a San Lorenzo 12 forme di formaggio40. [f. 80v] Giacomo di Giovanni Dellasega, regolano di Regola, Giovanni della Lena, Michele Piazzi, Simone Cauriol, interrogati sotto giuramento sui diritti del signore di Trento, dichiararono di non sapere altro dell’investitura rispetto a quanto sopra esposto. Molti altri furono interrogati e tutti fecero le medesime dichiarazioni.

Infine i signori commissari presero nota del monte Viesena, che inizia vicino al paese di Predazzo e si estende verso Moena: da una parte il fiume Avisio, dall’altra la monte di Fiemme. Sul quale monte Viesena si trovano miniere di ferro in grande quantità; però affermano gli uomini di Predazzo che il minerale non può essere indurito ossia ridotto in modo tale da poter essere fucinato. In precedenza si lavorava su quel monte, ma solo perché i forni fusori stavano altrove (quindi il minerale veniva “esportato”). Aggiunsero che alcuni Brissinesi ricevettero materiale da queste miniere ed essi riuscirono a fucinarlo. Dalla parte opposta del monte Viesena, presso Predazzo in località al Prosternino, dove c’è un monte nominato Postcamp, ci sono due cave, dove un tale che lavorava nelle miniere e che da pochi giorni è morto, scavava argento su incarico di Giovanni Gedolt, negoziante di Bolzano.

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Note Benedetto Bonelli, Notizie istorico critiche intorno al B. M. Adalpreto vescovo…, Trento 1760-62, vol. II, pp. 125, a-b. 2 AMCF, capsa K, n° 1.1. 3 Cosetta Zanella, “Quaterni” pergamenacei dell’archivio del Capitolo di Trento nell’ultimo ventennio del sec. XIII: edizione e studio introduttivo, tesi di laurea, relatore Gian Maria Varanini, Università degli Studi di Trento, a. acc. 1997-1998. 4 AMCF, Pergamene, n° 1. 5 ASTn, APV, Codici, Codex Wangianus minor, f. 101r. 6 AST, APV, sez. lat., Miscellanea, I, n° 26, 2. Si tratta di una lunga e stretta pergamena che sul retro porta la data 1242 dell’Archivio tirolese, ma che probabilmente è di qualche anno posteriore. 7 Archivio comunale di Tesero, Pergamene, n° 1: Bolzano, venerdì 6 settembre 1269. 8 Archivio comunale di Tesero, Pergamene, n° 2: Egna, domenica 20 novembre 1306. 9 Ora invece in AMCF, Pergamene, n° 1: Cavalese, domenica 30 gennaio 1318. 10 ASTn, APV, sez. lat., capsa 28, n° 15. 11 Storia di Fiemme del prof. Nicolò Vanzetta. Origini – 1815, a cura di Italo Giordani, Ziano di Fiemme, Associazione culturale Ziano Insieme, 2012, p. 198. 12 Monaco di Baviera, Archivio di Stato, Tirol Urkunden, 79: Matrei, 15 agosto 1344. Tegen von Villanders restituisce a Ludovico il Bavaro i redditi di cui era investito in Fiemme. 13 ASTn, APV, capsa 28, n° 22. 14 Archivio della Regola Feudale, Lettera S, n° 1: Cavalese, 28 maggio e 7 giugno 1388; Lettera C, n° 3: Cavalese, 25 giugno 1388, in copia redatta a Trento il 19 giugno 1435, all’epoca del vescovo Alessandro di Mazovia. 15 ASTn, APV, sez. ted., littera “d”. 16 Archivio della Regola Feudale, Lettera C, n° 1: Cavalese, 5 giugno 1434; Lettera C, n° 2: Cavalese, 22 luglio 1434 e 16 agosto 1434; Lettera P, n° 1: Cavalese, 18 agosto 1434. 17 Archivio della Regola Feudale, Lettera S, n° 12: Riva, sabato 30 giugno 1436 [copia della seconda metà del Settecento, redatta dal notaio Gasparo Antonio Michele Riccabona]. 18 Archivio della Regola Feudale, Lettera I, n° 1: Caldaro, venerdì 13 ottobre 1447. Copia in ASTn, APV, Libri feudali, VI, ff. 77v-78v. 19 Georgius, Dei gracia episcopus tridentinus. Notum facimus quibus expedit universis, quod libenter illis precibus annuimus, quarum ex auditione noster et Ecclesie nostre tridentine honor, reverencia et utilitas procuratur; ut subditi nostri et Ecclesie nostre, circa iura ab Ecclesia et predecessoribus nostris suis obtenta meritis pie conservantur. Per hoc enim favores et gratie dominorum ad subditos foventur et subditorum ad dominos fidelitas et obedientia roborantur. 20 Nell’originale è scritto Fresna, ma nel documento del 1528, citato qui di seguito, si indica più correttamente il vero toponimo: riff de Fessura. 21 È quindi chiaro che vi fu una serie di precedenti investiture, allora ancora esistenti dato che vi si fa riferimento. Senza dubbio erano simili a questa: lo testimonia la deformazione del toponimo Fessura, di1

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venuto Fresna nelle copie. Purtroppo tali precedenti investiture non ci sono pervenute, non essendo state conservate né nell’Archivio della Regola Feudale né presso l’Archivio del Principato. 22 Hinc est quod coram nobis comparuerunt fideles nostri Franciscinus quondam Michaelis et Iacobus de Fanti de Predacio, sindici et procuratores hominum et universitatis de villa Predacii vallis nostre Flemmarum, prout nobis de sindicatu huiusmodi per instrumentum publicum plenam fidem fecerunt, petentes humiliter genibus flexis quatenus ipsos, sindicario nomine quo supra, iure feudi investire dignaremur de quodam monte nuncupato de Guardabai, sito in dicta valle Flemmarum, cui ab uno latere discurrit rivus vallis Surde, ab alio latere aqua de Fresna, et de subtus Avisius; de quo homines dicte communitatis a predecessoribus nostris episcopis tridentinis fuerunt investiti, secundum pacta et convenciones in suis litteris contentas et contenta. 23 Nos igitur, supplicacionibus dictorum Iacobi et Francischini inclinati, eosdem sindicos, vice et nomine dictorum hominum et communitatis ville Predacii, de dicto monte de Guardabaii et eius pertinenciis et utilitatibus, puta buscandi, fratandi, segandi, pasculandi, affictandi ac singulis aliis de iure vel consuetudine, dicto monti spectantibus et concernentibus, iure feodali investivimus ac presentibus investimus. Ita tamen, quod homines dicte communitatis de dicto monte solvere debent perpetualiter omni anno nobis et successoribus nostris episcopis tridentinis infrascriptos affictus perpetuales. 24 Primo videlicet duodecim caseos de formis caseorum Flemmarum. Et licet homines communitatis eiusdem tempore reverendissimi patris et domini, domini Alexandri felicis recordacionis nostri predecessoris sibi sedecim caseos de formis Flemmarum pro affictu de predicto monte solverint, tamen, ut nos fide digno testimonio plurium hominum eadem communitas sufficienter docuit, ab antiquitus ad duodecim formas casei et non ultra de dicto monte solvere astricti fuerunt et consueverunt, nos, attendentes ipsorum grata servicia que nobis et Ecclesie nostre impenderunt et in futurum impendere sunt parati, ipsis de tali affictu quatuor formas casei perpetualiter remisimus et per presentes remittimus; sic quod duodecim formas casei dumtaxat ut supra describitur nobis et successoribus nostris episcopis tridentinis perpetualiter omni anno solvere debent et tenentur. 25 Pari a lire 1 1/2. 26 Pari a lire 2. Se pagato tutto in moneta sarebbero state lire 22 1/2, cioè fiorini 4 1/2. 27 Non è un’indicazione peregrina, perché in tutto il documento si omette di ricordare che il versamento per l’investitura del monte andava per due anni alla Camera vescovile e per un anno alla Contea del Tirolo (come subentrante nei diritti feudali dei signori di Egna). 28 Item sex libras monete bone in una parte sive sex pecudes; item sex libras bone monete in alia parte sive sex pecudes; item septem libras bone monete in alia parte; item sex spalas porci, sive tres grossos pro qualibet spalla; item viginti quatuor grossos in alia parte. Et hanc investituram facimus salvo iure nostro ac Ecclesie nostre tridentine et omnium aliarum personarum. 29 Ex adverso vero dicti Francischinus et Iacobus,


tamquam sindici, vice et nomine communitatis predicte, promiserunt et, tactis corporaliter sacrosanctis scripturis eveangelicis, iuraverunt, quod ipsi amodo nobis et successoribus nostris episcopis tridentinis canonice intraturis fideles erunt vasalli; nosque successores nostros ac nostram Ecclesiam tridentinam in iuribus, honore, persona et rebus totis viribus conservabunt, manutenebunt, procurabunt, augebunt, tuebuntur et fideliter observabunt; et generaliter puram et meram fidelitatem, quam quilibet homagiales dominis suis tenentur et debent, nobis, successoribus et Ecclesie tridentine nostre imparcientur, facient et ostendent. 30 In quorum omnium testimonium presentes litteras nostri sigilli appensione iussimus roborari. Datum in Caldario, tredecima die mensis octobris, anno Domini millesimo quadringentesimo quadragesimo septimo. 31 ASTn, APV, sez. lat., capsa 12, n° 20. 32 Archivio della Regola Feudale: Lettera I, rispettiva-

mente n° 1, n° 2, n° 3, n° 4, n° 5; manca il rinnovo dell’investitura da parte di Bernardo Clesio, però vi sono quelli posteriori. 33 ASTn, APV, sez. lat., capsa 12, n° 7. 34 ASTn, APV, sez. lat., capsa 61, n° 76. 35 ASTn, APV, sez. ted., littera “d”. 36 ASTn, APV, sez. lat., capsa 12, n° 16: Cavalese, venerdì 7 gennaio 1519. 37 Documento proveniente da AST, APV, capsa 12, n° 44, ora conservato presso la Biblioteca Comunale di Trento, MS 284, ff. 70r-86v. 38 Era il responsabile di un consorzio per i pagamenti dovuti. 39 In totale 41 grossi all’anno per ciascun maso. 40 Il totale dei 6 masi era quindi 246 grossi, a cui andavano aggiunti altri 24 grossi per un totale di 270 grossi, pari a rainesi 4 grossi 30, che è il totale indicato nel documento di investitura del 1447.

•• L’istituzione • I documenti più antichi • 119


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L’istituzione della Regola Feudale Predazzo, sabato 22 febbraio 1608

La datazione dei capitoli del 1608 Nell’Archivio della Regola Feudale si trova il documento originale istitutivo della Regola, che nell’introduzione così recita: “Capituli et ordeni che si hano da osservar per li regulani che sarano d’anno in anno del Monte di Guardaben principiati l’anno 1608, il giorno di primavera laudati et approbati come seguita”. Poiché è l’atto fondante, è di somma importanza ricavarne tutti i dati storicamente utili, tra cui la datazione. Mentre è chiaro l’anno, il 1608, non vi sono indicati né il giorno né il mese, bensì delle parole finora oscure: il giorno di primavera. Si trova la medesima espressione nelle Consuetudini di Fiemme redatte nel 1613: [trascrizione in italiano moderno] “È stato osservato e si osserva... che le sottoscritte Regole nominano i giurati il mese di maggio, e precisamente: Moena due giurati; Predazzo un giurato; Carano un giurato; Trodena un giurato; Daiano, però il primo giorno di primavera, un giurato; tutti giurati di Consiglio”2. Da questo emerge che, mentre le altre Regole qui nominate eleggevano i loro giurati di Consiglio attorno al primo di maggio di ogni anno, a Daiano questa elezione avveniva il primo giorno di primavera. Poi si trova la medesima espressione in uno scritto del notaio Giovanni Giacomo Giovanelli (Cavalese, 1580 circa - 1656); si tratta del nonno del fondatore dell’ospitale di Fiemme 1

a Tesero, ora Casa di Riposo. Egli scrive: “Il dì de primavera del 1616 fui fatto regolan [di Regola] di Cavales”3. Infine si trova la medesima espressione in un documento del 1619 riguardante la delibera che prese la Regola di Trodena di istituire la rotazione obbligatoria per la nomina annuale dei regolani di Regola, così da ripartire tra tutte le famiglie l’onere della carica. Nel documento ad un certo punto si trovano le parole: “... il giorno de primavera proxima passata, cioè adì vintidoi febraro dell’anno corrente, giorno solito di far la mutatione et nova eletione delli regolani di detta Regola...”4. E questa è stata la soluzione del problema. Infatti nelle Consuetudini di Fiemme si scrive: [trascrizione in italiano moderno]: “Elezione dei regolani nelle Regole di Fiemme. È stato osservato e si osserva che nelle sottoscritte Regole ogni anno, il giorno di San Pietro in Cattedra, cioè il 22 febbraio, ad eccezione delle Regole di Tesero e di Castello che li eleggono il giorno di San Michele (29 settembre), si eleggono i regolani di Regola... Moena elegge 4 regolani, Predazzo 3, Tesero 4, Cavalese 3, Varena 2, Castello 2, Trodena 3, Carano 3, Daiano 2, che in tutto sono 26 regolani di Regola”5. Quindi il Giovanelli sopra ricordato era stato eletto regolano della Regola di Cavalese il 22 febbraio 1616, da lui definito il dì de prima-

•• L’istituzione • Capituli et ordeni • 121


vera. Ma come poteva il 22 di febbraio essere il primo giorno della bella stagione, circa un mese prima di quanto riteniamo noi? Consultati a Trento i calendari medievali, ne risultò che in essi, basandosi su una datazione proposta nel VII secolo da Isidoro di Siviglia (morto nel 639) e riportata nell’VIII secolo dal monaco Beda il Venerabile (morto nel 735), si indica proprio al 22 di febbraio l’inizio della primavera. Come mai in Fiemme si è scelta, chissà quando, quella data laica, come del resto era laica quella del primo maggio per l’elezione dello scario e dei suoi regolani di Comun in occasione degli antichi placiti giudiziari? L’ipotesi è che la data di nomina dei regolani di Regola, il 22 febbraio primo giorno di primavera, costituisca una scelta piuttosto antica, avvenuta in un periodo in cui una religiosità cristiana in espansione e comunque il potere del principe di Trento non avevano ancora condizionato fortemente le istituzioni civili locali. Ma per quanto ci riguarda, ne consegue che l’approvazione dei capitoli che istituirono la Regola Feudale di Predazzo avvenne in occasione dell’assemblea della Regola generale di Predazzo il giorno 22 febbraio 1608, che per curiosità era un sabato.

de regulani che in quel tempo sarano, sotto la pena di lire 5 carantani 06 di solita moneta per ciascheduna volta che contrafarano; la qual pena applicar si habbia per terzo, come neli altri capituli in questo7. [Cap. II] Si statuise et ordina che il boscho di [f. 2r] Fesura li regolani della università8 di Predazzo non possino pignorar9 in detto buoscho, ma solum li saltari di campagna; et li pegni esser debbino delli regolani del Feudo, la pignoratione carantani 18 per terzo come di sopra d’esser applicata.

[f. 1v] Capituli et ordeni che si hano da oservar per li regulani che sarano di anno in anno del monte di Guardaben, principiati l’anno 1608, il giorno di primavera, laudati et approbati come seguita.

[Cap. III] Si statuise et ordina che se si trovarano contrafacienti sul detto Feudo, sianno pignorati dalli regulani et saltari [del Feudo] di carantani 18 ogni volta che cascharano. Item deli leg[n]ami de marcantia, quelli, che tagliarano senza expressa licentia deli regulani, sian pignorati et castigati per ciaschedun legno in lire 5 carantani 0 di dinari usuali et perder li legnami. La qual pena debbi esser applicata, cioè la terza parte alla Regola del Feudo [f. 2v], l’altra terza parte alli regulani [del Feudo] et l’altra terza parte alli saltari [del Feudo]. Item che li regolani della università de Predazzo, insieme con li soi saltari, non possino pignorar in detto Feudo; solamente che detti saltari di campagna siano obligati incurar et procurar che non sia daneggiata la campagna che si ritrova in detto Feudo; et li pegni esser debbino deli regulani del Feudo10. Et in caso che si mettessero saltari che non fussero del Feudo, che quelli non possiano pignorar, né meno haver debbiano alcun premio da esso Feudo.

[Cap. I] Prima si statuise et ordina che quelli che non sono del Feudo de ditto monte non ardischano né presumano in modo alcuno di andar su in detto monte feudale per pascolar, ronchar, boschar, fenezare et in summa de quello usufrutuar, senza esspressa licentia

[Cap. IV] Se statuise et ordina che alli prati de Guardabio siano deputati tre homeni per una volta sola a desegnar li vialli11 per condur le olme12; li qualli debbino [f. 3r] esser condotte: tre giorni avanti San Giacomo del mese de luio13, cioè cominciando tre giorni da

[f. 1r] Capituli et ordeni fatti per li vicini del monte feudali di Guardaben, laudati et approbati in piena regula l’anno 1608 et per la superiorità confirmati.

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opera14; et duoi giorni avanti San Lorenzo15, anco giorni da opera; et tre giorni doppo San Bartholomeo16 istessamente da opera; et per otto giorni avanti San Michele17, senza perhò pascolar nelli pradi. Onde quelle persone, che contrafarano alli detti ordeni, caschino nella pena di carantani 18; deli quali sei vadino a quelli che farano il pegno et sei alla Regula Feudale et sei alli regolani di ditto monte. [Cap. V] Si statuisce et ordina che li saltari di detto monte feudale siano tenuti et obligati, una volta per uno alla settimana, andar a visitar et haver cura delli detti prati et monte, cominciando alli 24 de aprile continuamente [f. 3v] et durando sino a San Michiele. [Cap. VI] Si statuise et ordina che non si puossia menar over condur il fieno deli parti de monte che sono sopra detti prati di Guardabio senza spetial licentia deli padroni di detti prati, cominciando avanti San Michiel con licentia, et di poi San Michiel a suo beneplacito; pagando perhò danni, se se ne darà18. Et li contrafacienti siano castigati con la pena de carantani 18, insieme con il danno, qual debbia esser giudicato dalli terminatori ordinarii19, essendo ricercati, li qualli per il loro viaggio habbino per ciascheduno carantani 8 et per ogni termine carantani 3. [Cap. VII] Si statuise et ordina che quelli, ch’hano [f. 4r] parti de monte sopra il monte de Guardabio, vadino per le strade ordinarie; però in un suo bisogno se gli concede licentia con un paro di giontura20 poter star et albergar una notte sola nella sua parte. Et li contrafacienti cascarano nella pena soprascritta di carantani 18. [Cap. VIII] Pegno dela malga21. Se statuise et ordina che, essendo ritrovato il bestiame di malga nelli prati over parti di monte contra li or-

deni nostri, la pignoratione sia lire cinque. Et quelli che non sono di malga caschino nella pena solita de carantani 1822. Avertendo perhò che niuno altro sacramentale23 possia pignorar se non li regolani et saltari del Feudo. Qual [f. 4v] pena sia applicata la terza parte alla Regula del Feudo, l’altra terza parte alli regulani et l’altra terza parte a chi fa il pegno di detto Feudo. Ma se per sorte li contrafacienti sarano ritrovati a man stagna24, il pegno sia tassato in arbitrio deli instessi sacramentalli. [Cap. IX] Capitolo delle Fosche Se statuisce et ordina che le Fosche si lasciano nelle raggione del monte de Guardabio con la detta pignora de carantani 18 per pegno et che solamente li regolani del Feudo possino pignorar insieme con li loro saltari. Nelli quali prati, fatta la festa di Santa Croce25 over [f. 5r] infra la sua ottava del mese di settembrio, si possia andar a pascolar senza pregiuditio alcuno. [Cap. X] Capitolo del boscho di Fesura Si statuisce et ordina che el boscho et gazo26 di Fesura, con li soi confini, si lascia per far et per accomodar li ponti. Però, se alcuno haverà bisogno di legname, sia obligato a dimandar licentia alli regolani; altramente, contrafacendo, che caschi nella pena di carantani 18. Et che li regolani di villa non possino pignorar, ma sì li saltari di campagna; et che li pegni siano deli regolani del Feudo. [f. 5v] Et in questo capitolo non si possia dar licentia de taiar in detto boscho, se non per li ponti; et per armar le roze tuor licentia nelli boschi della università27. [Cap. XI] Si statuisce et ordina che, essendo deli vicini del Feudo che haverano nelli loro pradi legnami mercantili et di quelli vorano benefitiarsi in tagliargli per venderli, debbiano haver licentia dalli regulani che in quel tempo

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sarano; quella hautta, fare quello a loro gli piacerà28. Contrafaciendo, siano pignorati in carantani 18, applicati come di sopra. [Cap. XII] Si statuisce et ordina che, essendo deli vicini feudali che vorano affitare le sue parti de monte, quelle possino affitare alli vicini di detto Feudo et non ha foresti di esso in conto alcuno, sotto pena de lire cinque da applicarsi come di sopra. Et quando dette parti di monte andrano in rotta, overo di esse si farà mutatione, si debbia presentarle principalmente alli regulani del Feudo avanti ogni un altro [f. 6r]. [Cap. XIII] Si statuisce et ordina che niuno deli vicini del Feudo possi haver licentia di tagliar nelli gazi del monte legnami per frabiche, se prima non haveran consignato li legnami tagliati per il passato in frabicha, sotto pena de lire cinque29, da esser applicata come di sopra et perdita deli legnami. Et parimenti quelli che haveran tagliato siano obligati d’anno in anno a spazzar l’ buoscho sotto ogni Regulanato30. [Cap. XIV] Si statuisce et ordina che, ritrovandosi, al tempo che li parti di monte vano a ruota, vicini over pupilli31 del Feudo di età di anni diece otto, che tenirano casa et luoco et foco, come dir si suole, et che farano le debite urte over incarichi et oblighi di Regula, che alhora et in quel caso se sia obligati a darge la sua condecente parte di monte et di quelli se ne possia prevalere come di sopra et non altrimente. [Cap. XV] Si statuisce et ordina che li sacramentali di esso Feudo, facendo pegni over pignorando, [f. 6v] siano tenuti et obligati denuntiare alle case deli contrafacienti essi pegni fatti et di quelli alli regulani darne notitia et buon conto.

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[Cap. XVI] Si statuisce et ordina che, se alcuno deli vicini di detto monte feudale tagliarano et farano legni per vendere, che alhora et in quel caso siano tenuti et obligati presentare esse legne alli regulani di esso monte, over alli vicini di detto monte et non a persone forestere. Et contrafacendo, siano pignorati et castigati in carantani 18 ogni volta che contrafarano, considerando la gravità del danno; et secondo quella li regulani (con authorità et saputa di essa Regula) posceno far debita condananzza a suo beneplacito. [Cap. XVII] Si statuisce et ordina che liberamente senzza contradition alcuna, fatta l’ottava di San Michiele32, si possia con li bestiami d’ogni sorte pascolare, intendendo sempre li vicini di detto monte e non altri, cioè nelli pradi di detto monte. Sono stati laudati et approbati li soprascritti capituli in piena Regula [f. 7r] dalli infrascritti vicini di esso monte feudale, di uno in uno rechiesti a dar suo laudo et parere. Et cusì siano come di sopra l’ tutto ratificato. [1.] Prima l’ nobile signor Antonio Calderoni33 [2.] Messer Cristofforo Baldessari34 [3.] Ser Bortholomio Felicetto [4.] Ser Nicolò de Martino [5.] Mastro Valentino fauro de Gabrielli [6.] Michiel, [7.] Giacomo, [8.] Giovanni, fratelli di Iacomelli [9.] Michiel, [10.] Tomaso, [11.] Cristofforo, fratelli anco de Iacomelli [12.] Antonio Felicetto [13.] Michiel della Iacoma [f. 7v] [14.] Mastro Zuan Iacomo Sartorello [15.] Valentino Busino, [16.] Giannoto Bosino, fratelli [17.] Antonio di Francesco del Antoni [18.] Agnol de Martino [19.] Mastro Gabriel fauro de Gabrielli [20.] Martino de Piazzo [21.] Nicolò de Somovillla [22.] Mastro Antonio del q.35 mastro Christofforo Gabrielli


[23.] Martino, [24.] Giacomo, [25.] Simonetto, [26.] Antonio, fratelli del q. Valentino de Gabrielli [27.] Giacomo del Antonio [28.] Giacomo, [29.] Matthio, [30.] Battista, [31.] Antonio, fratelli della Iacoma [f. 8r] [32.] Mastro Zuane de Brigadoi [33.] Thomaso, [34.] Christofforo, fratelli de Piazzo [35.] Matthio Bosino [36.] Giacomo de Martini [37.] Giovanni de Piazzo [38.] Bortholomio, [39.] Thomaso, fratelli de Martino [40.] Francesco de Morandino [41.] Antonio de Zuanpizol [42.] Giannoto de Valier [43.] Zanetto de Martino [44.] Antonio della Zana [45.] Zuliano de Busino [46.] Bortholomio de Zulianello [f. 8v] [47.] Zuane de Zulianello [48.] Piero Brigadoi [49.] Mastro Antonio del q. mastro Nicolò fauro [50.] Mastro Giacomo del q. mastro Martin fauro [51.] Giacomo, [52.] Bortholomio de Gaudenzzi, fratelli [53.] Matthio Morandino [54.] Valier de Piazzo [55.] Antonio del q. Bolchano de Francescho [56.] Bortholomio Brigadoi [57.] Zuane de Solaio [58.] Zuane de Zuan de Francescho [59.] Nicolò de Valentino dela Sega [60.] Mastro Matthio Corozollo [61.] Matthio del q. Giacomo Felicetto [f. 9r] [62.] Nicolò dela Zana [63.] Nicolò, [64.] Micheloto, [65.] Zuane, fratelli de Gaudenzzo [66.] Francesco, [67.] Zuliano, fratelli del Mesino [68.] Zuan’Antonio de G[i]ulianello [69.] Simon de Guadagninello [70.] Gianoto de Bernardo [71.] Giovanne de Somovilla [f. 9v]

[Cap. XVIII] Capitulo del’elleger cavedolari, over capi de montagna Si statuisce et ordina che ogni anno, nel tempo del montegare li (salvo honore36) bestiami deli vicini feudali sul monte Guardaben predetto, sian elletti et deputati, per li regulani, cavedolari over capi de montagna sufficienti et idonei, vicini del detto monte. Et detti elletti sian tenuti et obligati de accettar detto offitio et di giurar a dillation deli prenominati regulani37, di far et essercitar il loro offitio fidelmente et realmente. [Cap. XIX] Charico et obligo delli cavedolari Si statuisce et ordina che, doppo elletti et con giuramento confirmati, li cavedolari sonno tenuti et obligati: di proveder di pastori, cassare38, vittovaglie et d’altre cose necessarie per la malga; dar ordini del montegare; di far avisar li vicini che hanno bestiame da montegar; tuor [f. 10r] per conto li bestiami et che sian conduti in montagna; far molzer et pesar il late deli consortali; et in summa tenir buon conto per tutti fidelmente; et a suo logo et tempo far partir smalzzi, formagii et poine; et far che a tutti sua datta la sua parte. Item scodir et accettar dalli consortalli della malga le spese, sal et altre cose necessarie alla malga; et far condur in montagna; et anco scodir le mercedi et salario di pastori et casari. Item far pignorar li disubidienti et contrafacienti soto la solita pena del honoranda Regula; et che li saltari siano obligati dar obedientia alli cavedolari nelle cose pertinenti al offitio del cavedolaro. Perhò il cavedolaro deve nelle cose di importantia participar il conseiio et parere deli regulani et di consortalli; et le differentie loro diffinir col parer del honoranda Regula. La qual pena sia applicata conforme li ordeni della Regola39 [f. 10v]. [Cap. XX] Del pesar il latte dele malge in montagna Si statuisce et ordina che, quando si vol andar a pesar il latte delle malge, che il cave-

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dolar, con il conseiio deli consorti, statuisca un giorno commodo et poi per li saltari faci avisare li consortali a comparer per tempo a veder pesar il latte. Et il cavedolaro, la sera avanti al giorno statuito, si conferisca alla malga; et metter ogni bon ordine di far molgere detti bestiami alla presentia di vicini et consortalli; pesando il latte fidelmente et realmente; segnandolo su l’ la tessera di ciascheduno alla sua presentia; et tenendo sempre le tessere delli consortali ligate insieme appresso di sé, acciò che non sia usata alchuna fraude. [f. 11r] [S. N.] Ego Nicolaus, filius providi viri domini Christophori de Balthesaris Predatii vallis Flemarum, publicus imperiali aucthoritate notarius iudexque ordinarius, suprascripta capitula et ordinationes rogatus fideliter scripsi, exemplavi et in meliorem formam redegi ex quadam policea scripta manu nobilis domini Antonii Calderoni. Et in fidem praemissorum me subscripsi, apposito signo mei tabellionatus consueto. Ad laudem Dei Virginisque Mariae40 [f. 11v].

Conferma del principe vescovo e cardinale Carlo Gaudenzio Madruzzo Trento, 9 aprile 1615

Carolus, miseratione divina Sanctae Romanae Ecclesiae tituli Sancti Caesarei in Urbe presbiter cardinalis Madrutius, episcopus principesque tridentinus41. Notum facimus omnibus quorum interest, quod precibus hominum et vicinorum Feudi de Predatio vallis nostrae Flemarum favorabiliter annuentes, antescriptos ordines authoritate nostra clementer adprobandos et confirmandos esse duximus, quemadmodum hisce adprobamus et confirmamus, mandantes illos ab omnibus et singulis vicinis stricte observari, non solum sub poenis in iis comprehensis, verum etiam aliis arbitrio nostro incurrendis. Salvo tamen semper iure nostro ac aliarum quarumcunque personarum42. Datum Tridenti in Arce nostra Boni Consilii, die IX aprilis MDCXV. 126

[sigillo aderente] Ad mandatum illustrissimi et reverendissimi domini, domini cardinalis, in consilio. Petrus Alexandrinus43 [f. 12r].

Conferma del seguente capitolo da parte del principe vescovo e cardinale Gaudenzio Madruzzo Trento, 25 ottobre 1626

Carolus, miseratione divina Sanctae Romanae Ecclesiae episcopus sabinensis presbiter cardinalis Madrutius, episcopus principesque tridentinus44. Cum pro parte fidelium nobis dilectorum hominum Predatii vallis nostrae Flemarum, qui in Feudum a nobis recognoscunt montem Verdabbi sibi in dicta valle, humillime requisiti fuerimus ad approbandum capitulum seu ordinem infrascriptum, quod cum tendere ad commodum et benefitium praemissorum hominum percepimus et muneris ac mentis nostrae sit praemissis commodis studere eaque pro viribus promovere, propterea dictum capitulum observari volumus et decernemus, mandantes capitaneo et vicario nostris praemissae vallis ac quibuscunque officialibus [f. 12v] nostris ut illud observari curent. Salvo semper iure nostro et Ecclesiae nostrae45.

Tenor nominati capituli est46 [Modalità da seguire per il montegar delle armente] Si ordina e statuisse che ogni volta che uno anderà overo manderà le sue armente a pascolare sopra la erba della detta Regula, cioè al tempo di primavera, tre dì avanti over tre dì doppo Santa Margherita47 (eccetuando però le vedele da latte, che non pagano), sia tenuto et obligato pagar pan e pretio compita, dando le spese compitamente ali pastori. E ritrovandosi contrafacienti, siino pignorati per li regulani, [f. 13r] che si ritroverano a quel tempo, sin tanto che haverano dato compita sodisfatione al predetto pastorezo et detta sorte48, sotto la pena et pegnora de rainesi uno per ciascheduna volta che sarano contrafacienti, da esser applicata per terzo, cioè un terzo ala Regula e gli altri dui terzi ali regulani.


E se alcuno de questi contrafacienti volessero far per sorte resistenza a detti regulani, non volendo pagar, possino et vagliano, quelli, usar et adoperar l’authorità della Regula loro e farsi ubidire. In oltre che li soprastanti di detto bestiame habbino il charico di eleger e ritrovare li pastori di quele, quali habbino buona custodia a tener [f. 13v] conto delli istessi bestiami. E ciò sempre con parere della detta sorte [= Regula]. E se per caso, ritrovandosi avanti San Mar-

tino49 a non poter andar a pasto detti pastori per li tempi contrarii che fossero occorsi, si ha limitato carantani 1 per ciaschedun capo de bestiame, come anticamente se ha oservato50. Di più. Se per sorte si vendesse un’armenta da un pastorezo al altro, al hora si pagherà la mittà del pretio per sorte. Datum Tridenti, in Arce nostra Boni Consilii, die XXV mensis octobris MDCXXVI. [Sigillo aderente] Alexander discipulus51.

Note

gare la multa stabilita. Anche allora c’era la possibilità di ricorso con tutte le questioni legali conseguenti come accade oggi. 10 È quindi chiarissima la distinzione tra la Regola di Predazzo (associata alla Comunità di Fiemme) e la Regola Feudale, ambedue con i rispettivi regolani e saltari. Si annota che i saltari di campagna della Regola di Predazzo potevano, anzi dovevano solamente provvedere ad evitare danni alla campagna del Feudo, ma senza poter in essa pretender pegni da chi causava il danno, cosa riservata ai “sacramentali” del Feudo. 11 Non si tratta quindi di strade, ma di tratturi, passaggi, per poter abbassare i carichi di fieno. 12 Così chiamati nel dialetto locale i mucchi di fieno nel prato, pronti per il carico. 13 San Giacomo, patrono di Predazzo, si festeggia il 25 luglio. 14 “Giorni da opera” significa “giornate di lavoro”. 15 San Lorenzo si festeggia il 10 agosto. 16 San Bartolomeo si festeggia il 24 agosto. 17 San Michele si festeggia il 29 settembre. 18 Giusta prescrizione, perché si passava per le proprietà altrui. 19 Cioè dai “termoladori”, che erano funzionari della Regola di Predazzo, eletti in numero di 2 ogni anno, col compito di far rispettare i confini del terreno comunale e di risolvere, su richiesta, eventuali questioni tra vicini riguardo ai rispettivi confini. Come si vede, i “termoladori” della Regola di Predazzo potevano essere chiamati a dirimere simili questioni anche nell’ambito della Regola Feudale. 20 Con un paio di animali aggiogati. 21 Anche se è ovvio ritenere che le malghe siano esistite da secoli, non sono frequenti le loro citazioni nei documenti; quindi va rilevata questa del 1608. 22 Sono considerati maggiormente responsabili gli addetti alla custodia del bestiame della malga (che avevano un proprio pascolo), rispetto ad altri vicini che pascolavano occasionalmente. 23 Erano detti “sacramentali” tutti i funzionari della Regola di Predazzo e rispettivamente della Regola Feu-

Archivio della Regola Feudale, Statuti, n° 1: Predazzo, 22 febbraio 1608. 2 Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro II, del Civil, a cura di Italo Giordani, in “Tullio Sartori Montecroce, La Comunità di Fiemme e il suo diritto statutario, Cavalese, Magnifica Comunità di Fiemme, 2002”, cap. 14, pp. 249-250. 3 Biblioteca Muratori a Cavalese, Archivio Giovanelli, 1, 54. 4 Biblioteca Muratori, Archivio Giovanelli, Protocolli, n° 1, pp. 184v-185r/v. 5 Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro I, del Comun, a cura di Italo Giordani, in “Tullio Sartori Montecroce, La Comunità di Fiemme e il suo diritto statutario, Cavalese, Magnifica Comunità di Fiemme, 2002”, cap. 17, p. 213. 6 All’epoca 1 fiorino era diviso in 5 lire; ed ogni lira in 12 carantani. Le multe considerate in questi capitoli sono per l’appunto quella “maggiore”, di lire 5 pari ad 1 fiorino, e quella “solita” o minore di carantani 18, cioè 1 lira e 1/2. 7 Sotto infatti si spiega che la ripartizione dell’incasso del valore del “pegno” (oggi diremmo “multa”) era di 1/3 da versare alla Regola Feudale, 1/3 ai regolani del Feudo, 1/3 ai saltari del Feudo o a chi applicava il pegno. Anche questa ripartizione è una concreta prova che la Regola Feudale di Predazzo era un’istituzione privata; infatti, diversamente vi sarebbe stata una parte da versare al fisco vescovile, come accadeva per le multe della Comunità. 8 Di frequente si usava questo termine per indicare l’insieme dei vicini, cioè la Regola vera e propria (quella facente parte della Comunità di Fiemme). 9 Molto usato questo termine, che significa “applicare un pegno”. In altre parole in caso di contravvenzione non si comminava subito una multa in denaro, con l’obbligo del trasgressore di pagarla in contanti, ma si confiscava un bene del trasgressore, di valore superiore alla multa, e per il suo riscatto si doveva pa1

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dale eletti di anno in anno: i regolani, i vari saltari, gli addetti ad altre funzioni come i “termoladori” visti in precedenza, etc., questo perché prima di prendere servizio prestavano un “sacro” giuramento. 24 Sfugge il significato di questa espressione dialettale. Il prof. Arturo Boninsegna suppone che possa significare “dalla parte giusta”; in questo caso però, a parere dello scrivente, non si comprende perché i “contravventori” vengano comunque multati. Un’altra interpretazione potrebbe essere che si tratti di una recidiva; e in questo caso avrebbe senso che la multa venisse arbitrariamente fissata di volta in volta dai regolani. 25 Celebrata il 14 settembre. 26 Bosco riservato a specifici usi. 27 Per i ponti nell’ambito del Feudo ci si serviva quindi di legname del bosco di Fesura, mentre si ordinava di servirsi di legname dei boschi della Regola di Predazzo per la costruzione e riparazione delle rogge. 28 La motivazione ovvia era che il trasporto del legname poteva causare molti danni alle proprietà altrui, quindi doveva essere fatto possibilmente assieme e con le dovute precauzioni. 29 Come nella Comunità di Fiemme, chi era autorizzato a tagliare legname per proprio uso di casa, dopo che gli era stata assegnata una parte in un determinato luogo del bosco, doveva poi mostrare al regolano l’effettivo taglio, trasporto ed utilizzo dello stesso (consegna). Solo allora, se aveva ancora bisogno di legname, poteva presentare un’ulteriore domanda. Questo per evitare che, chi chiedeva del legname ad uso di casa, non lo mettesse poi in vendita. 30 Cioè la parte dove si era tagliato il legname andava ripulita ancora durante il tempo di servizio dei regolani che avevano concesso la licenza. 31 All’epoca erano considerati pupilli di per sé i minori di anni 24, che fino a quell’età erano sotto tutela, a meno per l’appunto che non si sposassero e facessero fuoco a sé stante. 32 Cioè terminata l’ottava della festa di San Michele, vale a dire giunti al giorno 6 ottobre. 33 La famiglia Calderoni era giunta a Predazzo, proveniente da Bormio, a metà del Cinquecento col padre di Antonio, Bartolomeo, commerciante. Questi si era indirettamente imparentato con una delle più importanti famiglie dell’epoca a Predazzo, i “Simoneti”, in quanto aveva sposato Giuliana Defrancesco figlia di Lisa, figlia del defunto Simoneto Simoneti, come risulta da un documento dell’Archivio comunale di Castello Molina di Fiemme, Rogiti del notaio Lazzaro Bozzetta, f. 274v: Predazzo, 27 marzo 1559. 34 Cristoforo fu Giacomo Baldessari, padre dello scrivente notaio Nicolò, fu scario della Comunità negli anni 1595/96, 1605/06 e 1609/10. Suo fratello Bartolomeo fu Giacomo fu scario nel 1597/98 e nel 1606 con suo testamento fondò la cappella Baldessari nella chiesa di Santa Maria, pieve di Fiemme. 35 Sta per “quondam”, cioè il nostro “fu”. 36 All’epoca si usava di frequente attutire l’impatto che poteva suscitare nel lettore l’uso di parole considerate sconvenienti (bestiame, vacca, toro, porco, stalla etc.), premettendo alle stesse “salvo honore”, “salva venia”, etc. 37 Tempo e luogo erano scelti (“a dillation”) dai regolani stessi, di fronte ai quali veniva pronunciato il giuramento.

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Di per sé “casare”. Le parole “conforme li ordini della Regola” sono scritte in margine destro, dopo la cancellazione delle parole: “per terzo, cioè un terzzo alla Regula et l’altri doi terzzi a regulani, cavedolari et a quelli che faranno il pegno”. 40 Segno di tabellionato del notaio: “Io Nicolò, figlio dell’illustre signor Cristoforo Baldessari di Predazzo della valle di Fiemme, per autorità imperiale notaio pubblico e giudice ordinario, su richiesta ho scritto fedelmente tutti i capitoli e tutti gli ordini sopra esposti e li ho copiati, redigendoli in forma migliore, da una minuta scritta dal nobile signor Antonio Calderoni. E in fede di questo mi sono sottoscritto dopo aver apposto il mio consueto segno di tabellionato. A lode di Dio e della Vergine Maria”. 41 “Carlo, per misericordia divina sacerdote cardinale di Santa Romana Chiesa col titolo di San Cesareo in Urbe, vescovo e principe di Trento”. 42 “Rendiamo noto a tutti quelli a cui interessa, che, mostrandoci favorevoli alle suppliche degli uomini e vicini del Feudo di Predazzo della nostra valle di Fiemme, abbiamo ritenuto benevolmente che siano da approvare e confermare per nostra autorità i soprascritti ordini, così come di fatto con questa lettera li approviamo e confermiamo; comandando che essi siano esattamente osservati da tutti e singoli i vicini, non solo sotto le pene in essi contemplate, ma anche in altre da comminarsi a nostro arbitrio. Salvo sempre ogni diritto nostro e di altre persone”. 43 “Dato in Trento nel nostro Castello del Buon Consiglio il 9 aprile 1615. Per ordine dell’illustrissimo e reverendissimo signore, signor cardinale, in consiglio. Pietro Alessandrini”. 44 “Carlo, per misericordia divina vescovo di Santa Sabina, prete cardinale Madruzzo di Santa Romana Chiesa, vescovo e principe di Trento”. 45 “Poiché i nostri fedeli e a noi diletti uomini di Predazzo della nostra valle di Fiemme, che riconoscono di aver ricevuto in Feudo da noi in quella valle il monte Vardabio, umilmente ci supplicano di approvare l’infrascritto capitolo o ordine, poiché comprendiamo come esso miri all’utilità e al bene di quegli uomini, e dato che la generosità e la mente nostra sono favorevoli ai quei benefici così da promuoverli secondo le nostre forze, di conseguenza ordiniamo e decretiamo che venga osservato tale capitolo, comandando al capitano ed al vicario nostri ed a ogni officiale di procurare che esso venga rispettato. Salvo sempre il diritto nostro e della nostra Chiesa”. 46 “Il contenuto di tale capitolo è il seguente”. 47 L’indicazione di “tempo di primavera” per il periodo dell’anno in cui si festeggiava Santa Margherita, il 20 luglio, fa ritenere che si tratti di un lapsus del redattore. 48 Nel testo si usa la parola “sorte” con due significati: il primo come sinonimo di “caso” (cioè “per sorte” = “per caso”); il secondo come sostitutivo di “consorzio”, “consortela”, o per l’appunto “pastorezo” come in questa frase. E comunque non si può certo dire che sia un articolo chiaro nelle sue prescrizioni! 49 Festeggiato l’11 novembre. Qui non si è ovviamente più in montagna. 50 In merito ad ordini anteriori ed al conseguente costo non si hanno precisi riferimenti. 51 “Dato in Trento nel nostro Castello del Buon Consiglio, il 25 ottobre 1624. Alessandro, discepolo”. 38 39


La posizione giuridica della Regola Feudale nella legislazione austriaca e italiana (fino al 1927)

Un tema importante quello richiamato nel titolo, approfondito da uno studio storico-giuridico dell’avvocato Giuseppe Manfridi di Roma. Esperto di demani comunali, domini collettivi ed usi civici, il 6 settembre 1930 gli era stato assegnato l’incarico di approfondire la natura dei beni e l’origine della Regola Feudale di Predazzo, oltre che il modo di trasformarla sulla base delle allora vigenti disposizioni legislative italiane. Si tratta della pubblicazione: Giuseppe Manfridi, La Regola Feudale di Predazzo (Trento) (studio storico-giuridico), Regola Feudale di Predazzo, Società Editrice Tipografica Bari, 1931. Sono cinque capitoli, nei quali l’argomento viene approfondito a partire da una valutazione iniziale che richiama le Osservazioni preliminari del Vanzetta1, in base alle quali si afferma (a torto, come viene dimostrato in questo stesso volume al capitolo “I documenti più antichi sul Feudo di Predazzo”), che “questo Feudo è stato conferito da una donna”, identificata nella figura di Margherita Maultasch, la quale “col marito [Ludovico] di Brandeburgo ebbe in dominio feudale parte della valle di Fiemme dal 1347 al 1359”2. “La origine [della Regola Feudale]” scrive sempre il Manfridi, “sembra che sia stata una ricognizione di diritti preesistenti o una donazione da parte di una contessa del Tirolo ad alcuni de-

terminati Vicini di Predazzo, come risulta da un atto del 1347, che richiama un altro anteriore”3. “Non si è rinvenuta”, continua Manfridi, “la prima scrittura di concessione, ma nell’Archivio della Regola è custodita l’investitura del vescovo di Trento Giorgio [Hack] del 13 ottobre 1447”. Al termine di una serie articolata di richiami ed approfondimenti storici, Manfridi arriva ad una serie di conclusioni (pp. 143-148 della pubblicazione). Poiché nel frattempo gli studi storici hanno conseguito ulteriori risultati, per cui è stato necessario rivedere determinate valutazioni, si riportano in scrittura normale le conclusioni dell’avvocato Manfridi, che non era uno storico, e subito sotto ciascuna, in carattere corsivo, si correggono i dati storici ormai superati. Tra il resto il Manfridi, sulla base di un’errata interpretazione di un documento del 1100 circa non più condivisibile4, accoglie la tesi che in antico le Regole di Predazzo e di Moena abbiano fatto parte della Diocesi di Bressanone. Si lasciano invece inalterate le sue valutazioni di carattere giuridico, benché risentano fortemente dell’epoca della loro stesura, sul superamento delle quali si parla in altra parte di questo volume.

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Conclusioni

1. “La Regola di Predazzo (ora Comune di Predazzo) [dal 1318] faceva parte del primo quartiere della Comunità di Fiemme. L’agro collettivo, cioè il demanio concesso, era costituito dai beni comuni “indivisi”, che si estendevano dalla “Chiusa di Trodena fino al Ponte della Costa”, di cui “tutti e singoli uomini” fiemmesi viventi avevano il godimento sin da prima del 1000, come risulta dai Patti Gebardini, conchiusi a Bolzano il 14 luglio 1110 e 3 luglio 1112, e dal diploma [del vescovo di Trento] Enrico di Metz del 2 aprile 1313”. Si conferma che la Regola di Predazzo, assieme alla Regola di Moena, entrarono a far parte del rotolo e quindi dei quartieri in cui erano raggruppate le Regole della Comunità col laudo del 30 gennaio 13185, mentre fin allora esse ne erano escluse. È ormai assodato che i Patti Gebardini ebbero luogo a Bolzano giovedì 13 e venerdì 14 luglio 1111 e che per “Ponte della Costa” non è da intendersi l’antico paese di Predazzo. Il cosiddetto privilegio enriciano è del 2 aprile 1314. 2. “La Regola di Predazzo [nell’ambito della Comunità di Fiemme] sorse verso il Mille e, come risulta dai conchiusi del 1285 e del 1303, e specialmente da quello del 30 gennaio 1318 tenuto a Cavalese per il conguaglio dei quartieri, intervennero molti vicini di Predazzo.” Che il paese di Predazzo sia sorto verso il Mille è un’opinione non dimostrabile. Non risulta presente alcun vicino di Predazzo al laudo approvato a Cavalese il 28 maggio 12856. Non si sa a cosa si riferisca il Manfridi col documento del 1303. L’unico noto è l’imposizione in quell’anno di una colletta da parte del vescovo Filippo Bonacolsi (1289-1303) a tutti i fuochi della Diocesi, compresa la valle di Fiemme7, ma non si nomina Predazzo. Va invece evidenziato un documento ignoto al Manfridi, quando per la prima volta si nomina Predazzo ed il suo regolano (o meglio giurato), presente in occasione della revisione dei confini tra la Comunità di Fiemme e le Regole di Mon130

tagna, Egna e Aldino il 25 giugno 12348. È vero che al laudo del 30 gennaio 1318 è presente il rappresentante della Regola di Predazzo, ma va precisato che alla riunione preparatoria del 9 marzo 1315 sono presenti ben 17 vicini di Predazzo. 3. “Invece la Regola Feudale di Predazzo sorse in epoca posteriore, a seguito di una ricognizione di diritti preesistenti da parte dei conti del Tirolo e del principe vescovo di Trento, gran feudatario, a 6 vicini, come risulta dal diploma del 18 ottobre 1347, che richiama un altro più antico. E la concessione fu limitata al monte Vardabe facente parte dei beni burgensatici9 del feudatario [il vescovo di Trento], previo pagamento di un canone in natura poi convertito in denaro, avente tutti i caratteri del contratto “livellario” (enfiteusi): e ciò risulta da un documento del 1188, da un altro del 1196, dall’arbitrato del 30 gennaio 1318 ed altri”. La regola Feudale di Predazzo nasce ufficialmente nel 1608. Non si comprende a quale documento di riferisca il Manfridi col diploma del 18 ottobre 1347. Esaminate tutte le possibili alternative, ritengo che il Manfridi abbia sbagliato a scrivere la data, e che in realtà abbia voluto riferirsi al diploma del principe vescovo di Trento Giorgio Hack, del 13 ottobre 1447, “che richiama un altro più antico”, cioè quello del principe vescovo Alessandro di Mazovia. Nel documento del 22 febbraio 118810 è vero che si nomina il toponimo Costa, ma non lo si può identificare con l’antico paese di Predazzo. Nel documento dell’8 ottobre 1193 (e non 1196) è vero che si nomina l’investitura a Liabardo di Giovo della decima di 6 masi in Fiemme (oltre al resto), ma è veramente azzardato ritenere che si tratti dei 6 masi sul monte Vardabio11. 4. “Dunque la Regola di Predazzo preesisteva a quella Feudale; la concessione da parte del feudatario [cioè l’investitura del vescovo di Trento] non fu fatta a tutti gli originari, ma solo a 6 di essi (di cui ora sono seicento); e questi enti [cioè la Regola di Predazzo da una parte e la Regola


Feudale dall’altra] sia per origine, natura e fini sono sempre stati distinti ed autonomi: l’una pubblica e l’altra privata, come risulta dai laudi del 1318 e dell’11 novembre 1661, dalla ordinanza del 15 marzo [1814] dell’imperial regia Prefettura di Trento, etc”. Si conferma che la Regola di Predazzo venne istituita prima del 1234, mentre la Regola Feudale venne istituita circa quattro secoli dopo, il 22 febbraio 1608. Che l’investitura vescovile originaria sia stata fatta solamente a 6 persone è un’illazione. Nel documento di rinnovo dell’investitura del 13 ottobre 1447 da parte del principe vescovo di Trento Giorgio Hack, quando si elencano il tipo ed il numero di versamenti da fare in date precise, si parla effettivamente di 6 (6 pecore o 6 lire, 6 spalle di maiale o 1 1/2 lira, etc.), numero riferito ai 6 masi, ma d’altra parte si parla anche delle 12 forme di formaggio pecorino da versare per il monte Vardabio, e questo senza alcun riferimento ai masi o alle persone. Il laudo dell’11 novembre 1667 (e non 1661) è un accordo tra la Regola Feudale e la Comunità di Fiemme riguardante i confini del monte Vardabio12. 5. “È indiscusso essere la Regola Feudale una società privata, sia per vecchia consuetudine, che per lo statuto vigente [1931] e si fonda su diritti di carattere esclusivamente privati. Dopo l’allodificazione del 6 marzo 1875 non esistono più una famiglia vassalla, né nomi feudali da tutelare a norma del § 3 della Legge 17 dicembre 1862, e devonsi applicare le norme sulla comunione e scioglimento dei beni (actio comune dividundo) giusta i §§ 830-832 e 841 e seguenti del Codice Civile. I beni di detta Regola si componevano primieramente del monte feudale Vardabe e poi di molti altri [beni] allodiali acquistati in varie epoche con pubblici istrumenti [ve ne è un elenco nella pubblicazione del Manfridi alle pp. 68-75]. E ciò è in modo irretrattabile dimostrato da vari documenti e giudicati: decisione del 30 giugno 1436 del vescovo [di Trento]

Alessandro [di Mazovia]; sentenza del 30 gennaio 1611 del principe infeudante cardinale Cristoforo Madruzzo; laudo dell’11 novembre 1667; ordinanza del 15 marzo 1814 dell’imperial regia Prefettura di Trento; rescritto del 23 luglio 1832 dell’imperial regio Giudizio [Distrettuale] di Cavalese; ordinanza del 1859 di reluizione del livello verso il conte Albrizzi; nozione di allodificazione del 22 novembre 1875; decisione del 16 aprile 1895 dell’imperial regio Ministero dell’Interno; decisione del 6 aprile 1906 del Capitanato di Cavalese; decisione del 13 novembre 1906 della Luogotenenza; sentenza del 13 aprile 1911 del Tribunale Circolare di Trento; sentenza del 12 luglio 1911 dell’imperial regia Suprema Corte di Giustizia di Vienna; sentenza del 31 maggio 1923 del Tribunale di Trento e del 24 novembre 1923 della Corte d’Appello di Trento; ed altri”. Per allodificazione si intende l’esito del procedimento per cui un bene in precedenza soggetto al diritto feudale diviene di libera e totale proprietà di chi ne era investito. Il monte Vardabio, soggetto all’investitura da parte dell’imperatore d’Austria, venne “liberato” dalla “nozione di allodificazione del 22 novembre 1875” sopra citata, per cui divenne una libera proprietà della Regola Feudale senza più alcun vincolo. La “decisione del 30 gennaio [errore per giugno] 1436 del vescovo [di Trento] Alessandro [di Mazovia]” è la sentenza da questi emessa contro l’indebita ingerenza della Comunità di Fiemme13. La “sentenza del 30 gennaio 1611 del principe infeudante cardinale Cristoforo Madruzzo [errore per cardinale Carlo Gaudenzio Madruzzo [1600-1629)]” è quella conclusiva al termine di vari atti processuali relativi e vertenze tra vicini originari e non originari per il godimento del monte Vardabio14. Il laudo dell’11 novembre 1667 è quello già visto al n° 415. L’ “ordinanza del 1859 di reluizione del livello verso il conte Albrizzi” è il pagamento fatto dalla Regola Feudale a quella nobile famiglia di

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fiorini 109 carantani 34 per liberarsi dal vincolo feudale “economico”. 6. “Il monte Vardabe, non è di natura demaniale, ma burgensatica16 ed allodiale; su di esso non v’erano né potevano esserci veri e propri usi civici, ma si costituirono, invece, solo delle limitate servitù di pascolo su determinate particelle previo compenso a favore del Comune di Predazzo, come risulta dall’atto di convenzione del 4 agosto 1875 stipulato tra il Comune di Predazzo e la Regola Feudale (trascritto alle pp. 51-58 della pubblicazione del Manfridi). Altre servitù convenzionali di pascolo, di percepimento di fuoco etc. risultano dalla partita tavolare 310 di proprietà della Regola Feudale a favore della famiglia Facchinetti [errore per Facchini] di Forno e del maso di Valsorda. Contro di questi si potrebbe eccepire la prescrizione trentennale a norma degli art. 631, 667, e 2135 del Codice Civile; oppure, se si ritiene che dette servitù rivestano il carattere di usi civici, si è verificata la decadenza per desuetudine o per mancata dichiarazione a norma dell’art. 3 della Legge 16 giugno 1927 n. 1766”. 7. “Riconosciuto da giudicati e transazioni debitamente approvate essere la Regola Feudale una società privata (una consorteria, una comunione di beni), ne consegue che sarebbe incompetente a giudicare il Commissario Regionale per la Liquidazione degli Usi Civici; e che non sia ad essa applicabile la Legge 16 giugno 1927 n. 1766. Si rientrerebbe, invece, nelle ipotesi previste dagli art. 26 e 41 della citata Legge e dovrebbe essere regolata dagli art. 673 e seguenti del Titolo IV sulla Comunione dei Beni del vigente Codice Civile”. 8. “Ammesso che la Regola Feudale sia una società privata e dai condomini si volesse procedere allo scioglimento della comunione, bisogna esaminare se i beni sono divisibili e se, procedendosi a tale divisione, cesserebbe in tutto o in parte l’uso cui essi sono destinati. Se invece si volesse la conservazione del132

la comunione, necessita stilare un nuovo contratto sociale e regolamento da sottoporre all’approvazione dei condomini. In tutti e due i casi bisognerebbe tener presente le norme sopra tracciate e plasmare l’uno o l’altro alle nuove disposizioni, per quanto siano applicabili al caso in ispecie: del Regio Decreto legislativo 30 dicembre 1923 n. 3267 circa il riordinamento e la riforma della legislazione in materia di boschi e terreni montani; del Regolamento 16 maggio 1926 n. 1126; Regio Decreto legislativo 17 febbraio 1927 n. 324; Legge 13 dicembre 1928 n. 3141; Regi Decreti legislativi 28 agosto 1924 n. 1484 e 16 maggio 1926 n. 895; Regio Decreto 3 ottobre 1929 n. 1997; Legge 24 dicembre 1928 n. 3134 sulla bonifica integrale; Regio Decreto 26 luglio 1929 n. 1530; Legge 31 marzo 1930 n. 279; Regio Decreto legislativo 24 luglio 1930 n. 1146; Legge 16 marzo 1931 n. 377, etc. A ciò la Regola [Feudale] potrebbe provvedere sino a quando il Commissario regionale od il Ministero dell’Agricoltura e Foreste non emetta un qualsiasi provvedimento sia amministrativo che contenzioso circa la natura giuridica della Regola (art. 29c Legge 1927); perché, se dovesse ritenere che è una Associazione Agraria, i cui beni sono soggetti agli usi civici, non potrebbe più procedersi a tali riforme convenzionali e bisognerebbe attendere il giudicato dell’organo speciale del Commissariato e Corte di Appello di Roma (Usi Civici); e così cesserebbe anche ogni competenza a giudicare da parte del magistrato ordinario, cioè del Tribunale, Corte di Appello di Trento”. Roma, luglio 1931 Avv. Giuseppe Manfridi Un dato è certo. La Regola Feudale di Predazzo è stata sempre considerata una società privata, una comunione di Vicini comproprietari, come sarà poi confermato in via definitiva dalla recente storica sentenza del 24 dicembre 1988.


Note Nicolò Vanzetta, Osservazioni preliminari inservienti alla storia della valle e Comunità di Fiemme fino all’anno 1110, manoscritto in AMCF, scatola 461, n° 4. 2 Storia di Fiemme del prof. Nicolò Vanzetta. Origini 1815, a cura di Italo Giordani, Ziano di Fiemme, Associazione culturale Ziano Insieme, 2012, pp. 79-80. 3 Errore molto probabile dell’avvocato Manfridi per “1447”, anno del documento di infeudazione del vescovo Giorgio Hack che “richiama un altro più antico”, cioè quello del vescovo Alessandro di Mazovia, a noi non pervenuto. 4 Vedi in proposito Frumenzio Ghetta, Il confine fra le diocesi di Trento e Bressanone nella valle dell’Avisio, “Studi Trentini di Scienze Storiche”, Sez. I, 69 (1990), pp. 149-210. 1

Bibliografia • Bonelli Benedetto, Notizie istorico critiche intorno al B. M. Adalpreto vescovo..., Trento 1760-62, vol. II, pp. 125, a-b. • Ghetta Frumenzio, Il confine fra le diocesi di Trento e Bressanone nella valle dell’Avisio, “Studi Trentini di Scienze Storiche”, Sez. I, 69 (1990), pp. 149-210. • Giordani Italo, Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro I, del Comun [1613], in “Tullio Sartori Montecroce, La Comunità di Fiemme e il suo diritto statutario, Cavalese, Magnifica Comunità di Fiemme, 2002”, pp. 201-244. • Giordani Italo, Storia di Fiemme del prof. Nicolò Vanzetta, Origini 1815, Ziano di Fiemme, Associazione culturale Ziano Insieme, 2012. • Manfridi Giuseppe, La Regola Feudale di Predazzo (Trento) (studio storico-giuridico), Regola Feudale di Predazzo, Società Editrice Tipografica - Bari, 1931.

AMCF, Pergamene, n° 1. Archivio parrocchiale di Castello di Fiemme, Pergamene: Cavalese, 28 maggio 1285. 7 ASTn, APV, sez. lat., capsa 26, n° 52. 8 AMCF, capsa K, n° 1. 9 Cioè relativi a beni privati di cui si è acquisita la proprietà. 10 ASTn, APV, Codex Vangianus, n° 156. 11 ASTn, APV, capsa 59, n° 3. 12 Archivio della Regola Feudale, Lettera T, n° 1. 13 Archivio della Regola Feudale, Lettera S, n° 12 [copia della seconda metà del Settecento, redatta dal notaio Gasparo Antonio Michele Riccabona]. 14 Archivio della Regola Feudale, Lettera P, n° 4. 15 Archivio della Regola Feudale, Lettera T, n° 1. 16 Cioè relativo ad un bene privato di cui si è acquisita la proprietà. 5 6

• Morandini Giuseppe, Il feudo di Vardabio, Predazzo, Tipografie editrici Bosin e Dell’Antonio, [1941]. • Taiani Rodolfo, Regola Feudale di Predazzo. Inventario dell’archivio (1388-1997), Trento, Provincia Autonoma di Trento, Servizio beni librari e archivistici, Predazzo, Regola Feudale di Predazzo, 2002 (Archivi del Trentino, 6). • Taiani Rodolfo, Una regola della storia. Il Feudo di Predazzo si racconta a quattro secoli dal suo primo Statuto 1608-2008, Predazzo, Regola Feudale di Predazzo, 2008. • Vanzetta Nicolò, Osservazioni preliminari inservienti alla storia della valle e Comunità di Fiemme fino all’anno 1110, manoscritto nell’Archivio della Magnifica Comunità di Fiemme, scatola 461, n° 4. • Zanella Cosetta, “Quaterni” pergamenacei dell’archivio del Capitolo di Trento nell’ultimo ventennio del sec. XIII: edizione e studio introduttivo, tesi di laurea, relatore Gian Maria Varanini, Università degli Studi di Trento, a. acc. 1997-1998.

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CAPITOLO III

Vincoli feudali e successione Giuseppe Morandini “Clausa”


L’affrancazione del Feudo di Predazzo dai vincoli feudali

Premessa La valle di Fiemme tra fine Settecento ed inizio Ottocento subì, come tutto il nostro territorio regionale, grandi sconvolgimenti politici, militari, giuridici e sociali. Dopo lo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, si ebbe in valle la penetrazione di truppe napoleoniche nel marzo del 1797 e nel gennaio-marzo del 1801. Dopo la pace di Luneville nel 1802, seguirono in breve tempo la secolarizzazione dei Principati vescovili di Trento e di Bressanone e quindi la dominazione diretta dell’Austria anche in valle di Fiemme. Dopo la pace di Presburgo nel 1805, il Tirolo (con la valle di Fiemme) venne assegnato al Regno di Baviera. Cessò il secolare Sacro Romano Impero Germanico e nel 1806 l’imperatore Francesco II assunse il titolo di Francesco I imperatore d’Austria. Durante il dominio bavarese furono abolite le antiche Regole, trasformate in Comuni, e in Fiemme venne abolito lo Scariato, in attesa di sciogliere la Comunità stessa. Nel 1809 il Tirolo (e la valle di Fiemme) sotto la guida di Andreas Hofer si sollevò contro i Bavaresi, ma nel 1810 la regione venne aggregata al Regno d’Italia napoleonico (Dipartimento dell’Alto Adige). Dopo la sconfitta di Napoleone, nel 1814 il Tirolo ritornò sotto l’Impero austriaco (poi divenuto Impero austro-ungarico) e vi rimase fino al 1918.

La Regola Feudale contro il suo scioglimento

Dopo questa necessaria premessa veniamo alle vicende che in questo travagliato periodo e negli anni successivi interessarono la Regola Feudale di Predazzo. Il Codice Civile austriaco distingueva tre forme di proprietà “divisa”: i beni feudali da un lato, le locazioni ereditarie e le enfiteusi dall’altro. I feudi poi erano regolati dal diritto particolare feudale, mentre le locazioni ereditarie e le enfiteusi traevano norma dallo stesso Codice Civile. Per proprietà “divisa” in ambito feudale si intendeva che chi era investito di un bene immobile, il vassallo, ne aveva il “dominio utile”, cioè lo usava a suo beneficio, a condizione di versare un tot annuale a chi lo aveva investito, cioè al titolare del Feudo, il quale pertanto ne aveva il “dominio diretto”. Quindi si trattava di bene feudale (cioè soggetto ad investitura, non ad affitto), “diviso”, quanto alla proprietà, tra chi ne ricavava l’utile (vassallo) e chi ne ricavava una rendita annuale (feudatario). Nel 1817 una legge austriaca prescrisse a tutti i possessori di feudi di assegnazione sovrana di farne denuncia e di chiedere entro un certo termine una nuova investitura (era cessato il Sacro Romano Impero Germanico ed era subentrato l’Impero Austriaco); inol-

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tre si dovevano versare le contribuzioni arretrate, sospese per le varie vicende belliche, pena la decadenza dal possesso feudale. La Regola Feudale di Predazzo presentò la denuncia, pagò gli arretrati, anche se aveva già eseguito i dovuti pagamenti al cessato Governo Bavarese e pertanto ottenne dall’imperatore d’Austria Francesco I in data 19 ottobre 1818 il rinnovo formale dell’investitura del monte Vardabio, la prima delle quali risaliva alla fine del XII secolo. Tale investitura venne rinnovata anche dai successori: dall’imperatore d’Austria Ferdinando il 12 agosto 1836 e, per l’ultima volta, dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe in data 7 novembre 1850. Nel frattempo però lo stesso imperatore, in seguito agli avvenimenti del 1848, aveva emanato nuove importantissime disposizioni riguardanti i vincoli feudali. Tali disposizioni avevano un precedente. Infatti già nel 1806 il Regno d’Italia napoleonico (il Tirolo era soggetto al Regno di Baviera) si era occupato di questo con lo scopo “di determinare le questioni da tanto tempo vertenti fra gli antichi e nuovi originari dei Comuni veneti” per “combinare tali norme con le massime generali del nuovo sistema” giuridico imposto dalla Francia. Successivamente, quando anche il Tirolo venne annesso al Regno d’Italia napoleonico, Cirillo Lochmann, a nome proprio e quale rappresentante di “molti membri domiciliati della Comune di Predazzo”, presentò domanda formale al prefetto del Dipartimento dell’Alto Adige affinché “il Monte Feudale detto Guardaboi, a dettame del Sovrano Reale Decreto del 25 novembre 1806, art. 1, sia applicato a beneficio della Cassa comunale di Predazzo” (domanda dell’11 settembre 1812). In altre parole si chiedeva che fosse abolita la Regola Feudale e che i suoi beni venissero assegnati sic et simpliciter al Comune di Predazzo, a godimento di tutti i censiti. La difesa della Regola Feudale osservò: “Il nostro caso non è simile (a quello degli antichi originari) e quindi non può essere giudicato a norma del detto decreto... Nel nostro caso si trat138

ta di un Feudo tuttora sussistente, cioè di beni effetti di un vincolo soggetto a leggi del tutto particolari, il cui godimento, in forza di queste leggi (particolari) e della natura del Feudo, è riservato esclusivamente ai feudatari del medesimo investiti”. In tale difesa vi era un chiaro riferimento ad una legge precedente “emanata appositamente per le materie che formano l’oggetto della presente questione”, il cui art. 3 recitava: “I beni e le rendite feudali indipendenti dall’esercizio di un diritto regale rimarranno presso i proprietari attuali”. La questione sollevata con la domanda del Lochmann portò alla sentenza del 15 marzo 1814, con cui venne per l’appunto applicata quest’ultima disposizione: “Siccome il godimento di questa rendita (il Monte Feudale) è indipendente dall’esercizio di un diritto regale, in conformità del vicereale decreto 14 agosto 1810 questo Consiglio dichiara che il Feudo in contesa rimaner debba presso gli attuali possessori del medesimo”. Pertanto la Regola Feudale evitò il suo scioglimento e conseguente incameramento nel Comune di Predazzo.

Le leggi del 1848-1849 che sciolsero i vincoli feudali

Visto l’interessante precedente della sentenza Lochmann, veniamo all’importantissima disposizione emanata dal giovane imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Si tratta della “Patente imperiale del 7 settembre 1848, n. 1180”, a cui seguì la “Patente sovrana del 4 marzo 1849”, che ne regolamentò l’esecuzione. Questa legge, chiamata anche con termine inusuale “legge della reluizione dei vincoli feudali”, dispose l’abolizione di tutti i rapporti dominicali, l’abrogazione di tutte le leggi (particolari) che li regolavano, la liberazione del suolo da ogni vincolo ereditario (sotto forma di decime o di “dominio diretto”), l’abolizione di ogni prestazione personale radicata al suolo (servitù della gleba). Nella sua applicazione vennero fissate le norme di procedura per realizzare tali importantissime disposizioni, di fatto una vera


con le nuove disposizioni degli anni 1848 e 1849 vennero sciolti i vincoli feudali. Per agevolarne l’applicazione, fu costituita anche in Fiemme una commissione permanente

rivoluzione sociale, tra cui il tenue indennizzo da pagare per ottenere lo scioglimento effettivo da tutti i vincoli feudali (ne furono esclusi, ovviamente, gli usi civici, per i quali non era dovuta alcuna indennità). Per agevolare l’esecuzione delle nuove disposizioni, che a volte dovevano decidere su situazioni complicate per i vincoli venutisi a creare nei secoli, fu costituita in ogni territorio una Commissione permanente (anche in valle di Fiemme), che stabiliva caso per caso le condizioni per ottenere lo scioglimento del vincolo feudale e l’ammontare dell’indennizzo.

La Regola Feudale si libera dai vincoli feudali

Anche per la Regola Feudale di Predazzo ebbero naturalmente valore ed importanti conseguenze queste due leggi. Infatti la Regola doveva “liberarsi” prima di tutto dal vincolo feudale “economico” con i Zenobio Albrizzi; e questo venne eseguito nel 1859 col pagamento di fiorini 109, carantani 34. E poi la Regola doveva liberarsi dal vincolo feudale “giuridico”, cioè dell’investitura con l’imperatore d’Austria. Ma la procedura per l’abolizione di questo secondo vincolo andò per le lunghe, poiché il vero e proprio scioglimento di tutti i rapporti tra i signori feudali (l’imperatore d’Austria) ed i loro vassalli (tra cui la Regola Feudale di Predazzo) si ebbe con la legge del 17 dicembre 1863 n. 103, che trasformò i feudi in proprietà libere da qualsiasi vincolo in esclusivo possesso degli antichi vassalli: “Dal giorno in cui entra in vigore lo scioglimento del vincolo feudale tra signore e vassallo si consolida la proprietà diretta con la proprietà utile” (cioè viene eliminata l’antica proprietà “divisa”). Per la Regola Feudale questo venne formalmente sancito nel 1875 in seguito al pagamento di fiorini 269 soldi 63.

Un contrasto per i diritti di pascolo sul monte Vardabio

Nel 1875, infine, tra la Regola Feudale ed il Comune di Predazzo si discusse la questione per il diritto di pascolo sul monte Vardabio. Questo venne regolamentato ricorrendo alla “Patente sovrana del 5 luglio 1853 n. 130”, in base al suo disposto che recitava: “Soggiaciono alle disposizioni di questa patente i diritti di pascolo sopra i fondi e i terreni altrui”. Nell’udienza del 4 agosto 1875, la Commissione locale di Cavalese determinò i confini del terreno sul quale, in via di massima, veniva riconosciuto l’esercizio di pascolo comune: a mattina l’Avisio ed i fondi di particolari, a mezzodì il Tovo del Giaccio, a sera le malghe di Sacina e di Gardoné ed i prati di Pedenzana, a settentrione il rivo delle Fosch. Rimasero per il momento in sospeso sia la precisa definizione giuridica dei rispettivi diritti, sia il quantitativo di bestiame ammesso all’esercizio di pascolo, limitandosi al consiglio che “sussistendo la servitù, essa debba essere regolata col maggior possibile esonero del suolo”. Il successivo 23 agosto fu raggiunto l’accordo sia sul numero di capi di bestiame ammessi al pascolo, sia sulla valutazione giuridica del diritto, che venne considerato come una “servitù prediale” e non come “uso civico”. In conclusione il 22 novembre 1875 la Commissione provinciale ratificò l’accordo del 23 agosto, così che il successivo 10 dicembre l’uso civico di pascolo a favore degli abitanti di Predazzo, entro i confini sopra designati, venne intavolato nei libri catastali del Giudizio Distrettuale di Cavalese a titolo di “servitù prediale”. Anche il Libro Fondiario del 1912, partita tavolare 310 di Predazzo, trascrisse nei “vecchi aggravi” il diritto di pascolo del Comune di Predazzo con riferimento alla data 14 luglio 1853, cioè alla data di pubblicazione della legge n. 130 applicata nella transazione del 23 agosto 1875.

•• Vincoli feudali e successione • L’affrancazione del Feudo • 139


La successione feudale1

Particolarità dell’investitura del 1494 Del periodo che va dalla metà del secolo XV alla fine del secolo XVI possediamo pochi documenti. Nel repertorio delle scritture della Regola Feudale, compilato nel 16342, è elencata la serie ininterrotta delle investiture successive a quella dell’anno 1447, tutte uguali nella loro forma e nel contenuto, tranne quella del vescovo Udalrico IV Lichtenstein (1493-1505) dell’anno 14943. Ivi è detto che i rappresentanti dei feudatari di Predazzo si presentarono al vescovo il giorno 23 agosto 1494 per prestare l’omaggio ed il giuramento di fedeltà e per ricevere l’investitura secondo il rito feudale; ma poiché il vescovo in quel giorno non poteva eseguire la cerimonia, né d’altronde egli voleva dimettere i suoi vassalli a mani vuote, per intanto fece redigere un atto provvisorio, col quale veniva dato licenza e autorità di godere il monte Vardabio nella estensione prevista dalle investiture precedenti, riservandosi di provvedere a tempo più opportuno all’investitura nella solenne forma feudale. Ciò avvenne nel 1497.

Acquisti di beni allodiali, cioè non feudali

Nel citato repertorio del 1634 sono elencati pochi altri documenti relativi a controversie di pascolo con gli abitanti del Maso Valsor140

da (Forno) e con le famiglie Facchin (anno 1599). Altri documenti riguardano vertenze di polizia pastorizia o compere di beni allodiali. Dalla prima metà del secolo XVI la Regola Feudale di Vardabio cominciò ad acquistare quel vasto possesso di fondi divisi e dispersi in tutto l’attuale territorio catastale di Predazzo, che fin dal loro sorgere si chiamarono beni allodiali, per distinguerli dai beni di investitura feudale, e che lo stesso vescovo volle escludere esplicitamente dal proprio dominio feudale, come risulta dal documento del 16794.

Necessità di aumentare la superficie a prato

Dei diritti feudali acquistati sul monte Vardabio, quello di disboscare il suolo per ulteriori dissodamenti assunse grande importanza e divenne presto il principale godimento. Le riduzioni a prato, iniziate prima del 1318, furono continuate più intensamente dopo il 1447. La ricchezza delle popolazioni consisteva nel possesso di bestiame, ma la loro povertà derivava dalla scarsità di fieno per lo svernamento, specialmente dopo che ebbe incremento il bestiame bovino. Quindi il problema era di aumentare la superficie a prato. A noi non sono pervenuti documenti dei secoli XV e XVI relativi a vasti dissodamenti,


•• Vincoli feudali e successione • La successione • 141


ma li possediamo dal secolo XVII in poi; il che ci lascia presumere che le riduzioni a prato non abbiano mai avuto sosta. Per aumentare i disboscamenti la Regola usava accordare ai membri determinati appezzamenti perché li spazzassero dai rovi, di mughi, dai sassi; perché ne livellassero la superficie e, con la spazzatura, con la semina, con la ripetizione della segagione per vari anni, vi creassero la zolla erbosa. Si conveniva che il prato così ricavato rimanesse in godimento gratuito del dissodatore per un determinato numero di anni, per lo più dieci, trascorso il quale termine il nuovo prato, detto parte di monte da segare, rientrava nel godimento comune.

Assegnazione delle parti di monte a rotazione

Cresciuto il numero di tali fondi, si andò formando la consuetudine di assegnarne uno in godimento quinquennale a ciascun feudatario. L’assegnazione avveniva per estrazione a sorte; l’elenco delle parti da sorteggiare si diceva rotulo e l’avvicendamento quinquennale si diceva ruota. Un capitolo dello statuto del 1608 porta il titolo “Che le parte de monte vanno in ruota in capo d’anni cinque”5. Oltre ai nuovi dissodamenti, la Regola si dedicò assai presto all’acquisto di fondi che erano stati ridotti a cultura all’epoca delle investiture particolari e a questo scopo ottenne dal vescovo di Trento, nell’anno 1667, la concessione del diritto di prelazione e quello di retratto6 per tutti i fondi entro i confini del monte Vardabio. Ed anche i prati di nuovo acquisto entro i detti confini (i campi erano già scomparsi da secoli e trasformati in prati) entravano a far parte del rotulo e concorrevano all’incremento delle parti di monte da sorteggiare, man mano che il numero dei membri andava aumentando. Infatti i feudatari del monte Vardabio da alcune unità del secolo XIV raggiunsero in pochi secoli la cifra di qualche centinaio, in grazia del sistema feudale di successione 142

che la Regola assunse, applicò e applica tuttora rigorosamente.

Il vari antichi sistemi di successione in Fiemme

I beni del Feudo di Vardabio, quale feudo retto antico, erano e sono soggetti alla successione per sole linee mascoline, non per stirpi, bensì per capita: cioè ogni discendente di sesso maschile acquista iure proprio (non quindi iure hereditatis) un’intera quota di partecipazione ai beni della Regola, considerandosi la sostanza feudale non come una comproprietà fra i soli vassalli presenti, bensì come una comunione di beni spettante pro indiviso a tutti i componenti maschi delle famiglia vassalle [originarie], nati e nascituri all’infinito7. Agli effetti della controversia in corso8, acquista particolare importanza l’esame di questa successione feudale in confronto degli altri sistemi di successione ab intestato9, che erano in vigore nella valle di Fiemme all’epoca comunale e all’epoca statutaria. Sono pervenuti a noi quattro distinti statuti fiemmazzi che disciplinavano variamente le trasmissioni dei beni immobili per causa di morte: • Il Libro delle Consuetudini di Fiemme [1613]; • Lo statuto del Vicariato di Castello [1605]; • Lo statuto della Vicinia di Rucadin (Castello) [1615]; • Lo statuto della Regola Feudale di Predazzo [1608]. Essi sono quasi contemporanei, essendo stati introdotti durante il decennio 1605-1615, e riguardano un territorio assai limitato in estensione, geograficamente unito. Tuttavia contengono differenti norme di successione dei due sessi, a seconda della schiatta diversa degli abitanti, a seconda della natura giuridica originaria delle terre, e a seconda dell’influenza politica esercitata dal signore territoriale. Ciò sia detto soprattutto riguardo alla successione nel godimento delle terre demaniali.


La successione nella Comunità di Fiemme e nel Vicariato di Castello

Il cap. 114 del secondo libro delle “Consuetudini di Fiemme”10 stabiliva che tutti i fratelli e le sorelle succedessero nell’eredità paterna e materna “non facendo differenza dalle femmine alli maschi”. E analogamente il cap. 76 dello statuto per il Vicariato di Castello11 disponeva che i discendenti di ambedue i sessi succedessero nell’eredità dei loro ascendenti in “stirpe et non in capita”.

La riforma del 1584

Ma nel 1584, per evidenti pressioni esercitate dal governo vescovile di Trento12, la Comunità adottò il sistema trentino (longobardo) della successione agnatizia per linee mascoline, dapprima riguardo al solo diritto di godimento dei beni demaniali13, poi per tutte le successioni ab intestato. Quindi la successione nei beni di diritto demaniale venne disciplinata dal cap. 117 delle Consuetudini, secondo libro14, che nega alle femmine il diritto di succedere ai genitori, eccettuato il caso di mancanza di eredi maschi; ma anche allora era ammessa al godimento una sola delle figlie e con lei anche il marito che fosse stato forestiero. Pure lo statuto del Vicariato di Castello modificò la propria norma di successione in modo analogo e sostituì al cap. 76 il cap. 8115, che esplicitamente si richiama al cap. 117 delle Consuetudini della Comunità. Quindi al cap. 82 ne trascrive letteralmente il contenuto16.

La successione a Trodena, a Stramentizzo e nella Vicinia di Rucadin

Diversamente era disciplinata la successione ab intestato a Trodena, ad Anterivo e a Stramentizzo, villaggi di origine baiuvara17, abitati da popolazioni tedesche che regolarono il loro sistema di successione secondo la reson del maso, con lo scopo di conservare e di trasmettere l’azienda agricola nella sua integrità; perciò il cap. 115 delle Consuetudini di Fiemme18, il cap. 79 ed il cap. 80 dello statuto del Vicariato di Castello19 dettarono norme di successione particolari e diverse da quelle

vigenti negli altri villaggi di Fiemme. La limitata successione cognatizia, cioè la possibilità per una figlia e per il rispettivo marito di succedere ab intestato nei beni demaniali della Comunità di Fiemme e in quelli della Regola di Castello (anche dopo l’anno 1584), purché il padre defunto non avesse lasciato figli maschi, venne accolta anche nello statuto della Vicinia di Rucadin a Castello, come appare dal cap. 16 delle statuto del 161520; ciò che rende fondata l’ipotesi essere state le terre della Vicinia di Rucadin, almeno nel secolo XVII, beni demaniali.

La successione nella Regola Feudale di Predazzo

Non avvenne invece lo stesso fatto a proposito della norma di successione adottata dalla Regola Feudale di Predazzo. In nessun caso, neppure in mancanza di discendenza mascolina, venne ammessa la successione delle femmine nel godimento dei beni feudali. Un’eccezione avrebbe dovuto sopportare la norma: anche le donne avrebbero dovuto aver diritto al godimenti del pascolo sul monte Vardabio non iure feudali, cioè non come discendenti del vassallo defunto, bensì iure originis o iure incolatus, cioè quali cittadine di Predazzo. Ma, i feudatari di Vardabio divennero custodi tanto gelosi dell’integrità e della totalità della successione feudale, che dal Seicento in poi negarono alle donne anche il diritto di succedere nel pascolo demaniale in Vardabio.

Le fondamentali differenze tra i quattro Enti

La differente disciplina della successione ab intestato tra gli statuti della Comunità, del Vicariato di Castello e della Vicinia di Rucadin da una parte, e quello della Regola Feudale di Predazzo dall’altra, sono prova evidente che i beni del monte Vardabio non erano demaniali e che persino la natura demaniale del pascolo era, dal Seicento, controversa.

•• Vincoli feudali e successione • La successione • 143


Si è detto e scritto ripetutamente che le due cause aperte sulla natura giuridica dei beni rispettivi (della Vicinia di Rucadin e della Regola Feudale di Predazzo) hanno tanta affinità da doversi ritenere che la sorte dell’una sarebbe anche la sorte dell’altra. Ma chi affermò tale apprezzamento non aveva di certo presente le due diverse forme di successione ab intestato introdotte nei due statuti. E se si riflette che i sistemi di successione ereditaria sono i più radicati nelle coscienze, nella volontà e nei costumi delle popolazioni rurali, le differenti norme di successione ab intestato fra la Regola Feudale di Predazzo e la Vicinia di Rucadin conducono a conclusioni opposte: lo statuto di Rucadin disciplinava godimenti di natura demaniale, mentre quello della Regola Feudale di Predazzo riguardava beni di natura particolare e precisamente beni regolati dal diritto feudale.

Come e quando nella Regola Feudale sarebbe possibile abolire il sistema in uso

Anche la durata del sistema agnatizio di successione presso il Feudo di Vardabio è indice

144

della lontana origine di esso e della intima, profonda convinzione che esso risponda alla giustizia e all’equità. Il principio agnatizio fu combattuto dalla Rivoluzione francese, che cercò di ripristinare l’uguaglianza dei sessi secondo la parentela naturale anche nei feudi e nei fedecommessi21 di famiglia. Ma nel Feudo di Predazzo la successione feudale per sole linee mascoline dura tuttora e avrà termine solo allorché si avvererà la condizione risolutiva prevista dalla Legge austriaca 17 dicembre 1861 n. 103, vale a dire: • allorché, in base al suo § 3, avranno cessato di vivere tutti i vassalli nati o concepiti prima della promulgazione della legge; • oppure dal momento in cui, in base al suo § 2, tutti i feudatari viventi e tutti i nascituri maschi legittimi da loro discendenti (mediante i loro curatori speciali da nominarsi d’ufficio) avranno deliberato con voto unanime di voler sciogliere il residuo vincolo feudale e di voler ripartire la sostanza comune in quote di proprietà divisa o in quote di compartecipazione sociale, secondo l’attuale diritto privato.


Note Il feudo di Vardabio. Memoriale all’illustrissimo signor commissario liquidatore degli usi civici di Trento e di Bolzano, presentato dal dottor Giuseppe Morandini per sé e per gli altri vicini della Regola Feudale di Predazzo, Predazzo, Tipografie editrici Bosin e Dell’Antonio, [1941], cap. V, pp. 40-44. 2 Archivio della Regola Feudale, n° 171, p. 221: Repertorio dell’archivio della Regola Feudale di Predazzo, 1634. 3 Archivio della Regola Feudale, Lettera I, 2. 4 Archivio della Regola Feudale, Lettera I, 13. 5 Il Morandini non si riferisce alla versione originale, perché nessun capitolo del 1608 riporta tale frase. 6 Il “retratto” era previsto negli statuti di Fiemme (Consuetudini, Libro II, del Civil, cap. n° 125, cap. n° 126, cap. n° 127), ma in uso anche altrove. Con questo atto un parente del venditore, entro un anno ed un giorno dal contratto di compravendita di un immobile, poteva subentrare al compratore per appropriarsi del bene, a condizione di pagarne lo stesso prezzo più le spese occorse. 7 Per capire ancor meglio: se una famiglia originariamente vassalla della Regola Feudale si estingue per mancanza di discendenza mascolina, non è che “per eredità” subentri qualcun altro. Infatti, essendo la successione per capita, cioè per singolo individuo maschile, quella linea di successione si esaurisce definitivamente. 8 Storicamente si riferisce alla messa in discussione della procedura di successione fin allora (ed anche oggi) seguita. 9 Cioè senza testamento da parte del defunto. 10 Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro II, del Civil [1613], a cura di Italo Giordani, in “Tullio Sar1

Bibliografia • Corradini Tarcisio, La Comunione Familiare Montana Vicinia “Feudo Rucadin” di Castello di Fiemme, Trento, Cromopress, 2006. • Giordani Italo - Corradini Tarcisio, La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, Trento [Castello di Fiemme], [Comune di Castello-Molina di Fiemme], 2006. • Giordani Italo, Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro I, del Comun [1613], Libro II, del Civil [1613]; Libro III, del Crimi-

tori Montecroce, La Comunità di Fiemme e il suo diritto statutario, Cavalese, Magnifica Comunità di Fiemme, 2002”, cap. 114, p. 278. 11 Italo Giordani, Tarcisio Corradini, La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, Trento [Castello di Fiemme], [Comune di Castello Molina di Fiemme], 2006, cap. 76, p. 96. 12 In realtà la restrizione nel sistema di successione era fortemente desiderata anche in valle, per porre argine all’eccessivo aumento del numero dei vicini di Regola e della Comunità a causa dei molti matrimoni di forestieri con donne di Fiemme. 13 Cioè nella successione di vicinanza di Comun e di vicinanza di Regola. 14 Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro II, del Civil, cap. 117, pp. 279-280. 15 La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, cap. 81, p. 100. 16 La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, cap. 82, pp. 102-106. 17 Questa del Morandini è un’indicazione semplicistica. La colonizzazione tedesca è stata assai più complessa e diluita nel tempo. Anterivo poi è stato fondato con 12 masi nel 1321. 18 Le Consuetudini della Comunità di Fiemme: Libro II, del Civil, cap. 115, pp. 278-279. 19 La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, cap. 79 e cap. 80, pp. 98-100. 20 Se ne accenna in Tarcisio Corradini, La Comunione Familiare Montana Vicinia “Feudo Rucadin” di Castello di Fiemme, Trento, Cromopress, 2006, pp. 42-43. 21 Il fedecommesso è una disposizione di ultima volontà per cui chi è istituito erede ha l’obbligo di conservare o trasmettere, in tutto o in parte, l’eredità ad un’altra persona.

nal [1613]; Libro IV, Capitoli del fontego [1598]; Libro V, Ordeni dei boschi [1592], in “Tullio Sartori Montecroce, La Comunità di Fiemme e il suo diritto statutario, Cavalese, Magnifica Comunità di Fiemme, 2002”, pp. 201-334. • Morandini Giuseppe, Il feudo di Vardabio, Predazzo, Tipografie editrici Bosin e Dell’Antonio, [1941]. • Taiani Rodolfo, Regola Feudale di Predazzo. Inventario dell’archivio (1388-1997), Trento, Provincia Autonoma di Trento, Servizio beni librari e archivistici, Predazzo, Regola Feudale di Predazzo, 2002 (Archivi del Trentino, 6).

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CAPITOLO IV

La natura giuridica della Regola Il valore dell’autonomia Cesare Trebeschi


Autogoverno nella solidarietà

Il valore di un patrimonio antico, inalienabile, indivisibile, imprescrittibile, vincolato in perpetuo alla destinazione regoliera Giustamente questo volume risale alla notte dei tempi per individuare l’origine della Regola feudale di Predazzo; il mio compito è più modesto: perché rispetto alle antiche, nobilissime origini non possiamo ignorare la netta cesura costituita dalla legge austriaca 17 dicembre 1862 n. 103 e dall’atto 6 marzo 1874 n. 13443 col quale su insinuazione obbligatoriamente proposta dal Regolano del tempo la Commissione per il Tirolo e il Vorarlberg procedette all’allodificazione dei beni regolieri: quella legge e quell’atto sembravano in qualche misura vanificare con la tradizionale rigidità dell’ordinamento regoliero tutta la storia precedente, fondata sull’unità ed indivisibilità, facendo rientrare anche Predazzo in una normalità fondata sul dogma della proprietà privata. Fosse tuttavia consapevolezza, o mera convinzione che liberi non sarem se non siam uni1 (se è lecito usare quello che pare conosciuto come il più brutto verso della letteratura italiana) serpeggiò qualche sporadica tentazione, ma le popolazioni montanare non si convertirono facilmente a quel dogma, non riuscirono a metabolizzarlo nella quotidianità dei nostri paesi e, malgrado il sistematico impegno liquidatorio della legislazione

austriaca e italiana sugli usi civici e dei suoi volonterosi Commissari, i più validi tra questi organismi, soprattutto nel Trentino e nel Bellunese2, riuscirono a sopravvivere, talora sotto il benevolo travestimento delle Parrocchie3. La divisibilità tuttavia rispondeva a troppe attese, a troppi interessi, e non tutte le protezioni - parrocchiali o comunali - risultarono disinteressate. Storia, la cesura, non è circoscritta a Predazzo: reliquie, curiose e preziose, ma pur sempre reliquie, oggetto tutt’al più marginale nella trattatistica civile e amministrativa e nella stessa storia del diritto quando pur si azzardavano ad accennarne quasi con sufficienza o non senza benevola condiscendenza i giuristi potevano scorgervi, con Francesco Schupfer, l’eredità, barbarica, dei popoli germanici, o con GianGastone Bolla l’intuizione se non futuribile forse più sociologica che dogmatica, ma, se è lecito il paragone con le scienze naturali, per le proprietà collettive più che di patologia pareva quasi si dovesse, rispetto ai supremi principi di libertà dell’economia, parlare di teratologia, cioè diciamo pure di innocue anomalie, se non di vere e proprie mostruosità giuridiche. Fu un ancor giovane, ma già acuto giurista, Paolo Grossi, ad avventurarsi nell’impresa pionieristica di una sistematica ridefinizione

•• La natura giuridica della Regola. IL VALORE DELL’AUTONOMIA • Autogoverno nella solidarietà • 149


dell’istituto per affermare sulla scia di Carlo Cattaneo che non si tratta di abusi, di privilegi e tanto meno di usurpazioni, ma più semplicemente di un altro modo di possedere, anzi, sembra che il coordinarsi di quanti tradizionalmente esercitano quest’altro modo di possedere - diciamo pure le Assemblee dei Vicini - disveli un altro ordine sociale che con il conferimento del premio Nobel ad Elinor Ostrom sarà riconosciuto a livello internazionale, e forse in qualche misura considerato tassello significativo nel patrimonio dell’umanità con l’iscrizione UNESCO delle Dolomiti non circoscritta al momento panoramico. Toccherà poi ad un giurista empirico, l’economista Pietro Nervi, chiamare a raccolta nel Centro studi usi civici e proprietà collettive dell’Università di Trento e nell’Archivio Scialoja Bolla gli interessati, per disegnare una mappatura sorprendentemente sopravvissuta a legislazioni che non si rassegnavano ad un pluralismo istituzionale considerato innaturale; non mancherà da ultimo, per i cristiani, una sorta di battesimo nella enciclica francescana Laudato si, che pare proporsi come un vero e proprio inno sacro alla ricchezza delle molteplicità. Si indulgerebbe forse alla poesia parlando di principi etici della gente montanara: ma se il codice civile prevede e sancisce il libero rispetto di obbligazioni naturali fondate sul riconoscimento di valori etici non vincolanti, in montagna si guarda con disprezzo ad un inadempiere considerato come vero e proprio tradimento. Ci sono cioè valori etici che traggono forza non dalla legge civile positiva ma da un libero consenso forse più sensibile qui che altrove. Ne abbiamo una riprova nella “storia statutaria” della Regola perché più volte, nelle sue vicende plurisecolari, la Regola ha modificato la propria disciplina: abbiamo così gli statuti del 1717, 1855-1858, 1904, 1929, 1974, 1983, …, ma sempre i Vicini di Predazzo si sono preoccupati di rispettare scrupolosamente quelli che ritenevano i capisaldi dell’investitura: il bene della proprietà a salvaguardia dell’unità familiare. 150

Quando poi, liberi dalla volontà feudale, si trovarono ad affrontare la spinosa questione femminile, non esitarono a porre le singole famiglie di fronte alle conseguenze, invitando i singoli Vicini a precisare se avessero o meno figli maschi perché, escludendo le donne dalla successione regoliera, le loro famiglie avrebbero rinunciato ad ogni diritto. Vero è che gli istituti della famiglia e della proprietà ed il loro variegato intrecciarsi hanno sempre offerto rigogliosi pascoli a generazioni di storici, giuristi, letterati, fitogeografi, naturalisti (e, perché no, ricamatori), ma sempre all’interno di un ordinamento rigorosamente unitario, insofferente di valori originari privi del timbro legittimante del potere, o comunque estranei alle consuete classificazioni. Certo, nessun giurista che si rispetti è disposto a non inchinarsi di fronte all’autorità, e all’autorevolezza, di Santi Romano quando parla di pluralità degli ordinamenti giuridici, ma quando ne parla a casa sua o sui libri da biblioteca: nell’amministrazione e nel processo è altra cosa, quando non altro affare. Il problema poteva esser lasciato appunto a disquisizioni accademiche, o studiato e discusso a lume di candela, con le finestre sulla strada accuratamente oscurate; ma, come ai tempi delle invasioni che nei libri di scuola i nostri bimbi leggono come barbariche (salvo accompagnarli ad ammirare i tesori di antiche civiltà), irrompono turbe che proprio in tema di famiglia, di proprietà, di lavoro, hanno altri costumi, altre esigenze, altro modo di vivere. Chiudiamo gli occhi, e con i nostri quelli dei Beni culturali, sulle follie miliardarie per un Nu couché, mentre pretendiamo di spalancare cento finestre sui veli o non veli di povere donne fuggiasche dai Paesi che li prescrivono. Ma stiamo al tema: dev’essere proprio tutto scritto e descritto nelle illeggibili milioni di pagine delle gazzette ufficiali della Repubblica, della Regione, della Provincia, del Comune, per tacere gli atti CEE e le convenzioni e trattati internazionali (che nessuno ha diritto di ignorare anche se non è facile tro-


nella sua storia plurisecolare, la Regola ha modificato la propria disciplina sempre mantenendo i capisaldi dell’investitura: il bene della proprietà e la salvaguardia dell’unità familiare

vare chi sappia leggere la pagina che tu dovresti rispettare), o una qualche cittadinanza può esser concessa, e magari riconosciuta, alle tradizioni locali senza dover chiedere soccorso alla Corte dei diritti umani? Il Legislatore italiano ha escogitato un rimedio all’anarchia enfatizzando col pubblico sigillo le funzioni di autogoverno locale nello statuto elargito all’alba del terzo millennio4 a tutti i Comuni, grandi e piccoli, costretti per tempestivamente sfornare uno statuto sedicente locale a ricorrere a più o meno esperti consulenti, atti all’arido compito di reciproci copincolla. Ma storici (e collezionisti di vecchie carte) ben conoscono la natura sostanzialmente tralaticia degli antichi statuti delle Comunità locali, quasi sempre affidati ad una commissione composta da vecchi presunti saggi del paese, la quale tuttavia a sua volta ricorreva ad un consulente, magari ufficializzato nella Serenissima Repubblica di Venezia come Consiglio di Savio. La reale volontà degli abitanti del Comune, o dei membri della Comunità, può allora nascondersi anziché nel primo statuto, solennemente redatto, forse più che dai vecchi saggi, dai loro occasionali consulenti, nelle modifiche, magari banali, ma realmente volute dagli interessati e adottate soltanto successivamente ad un primo impianto troppo spesso octroyé dall’alto del trono principesco. In questo senso, forse più del sacro testo di venerande pergamene è importante cercare e ricostruire la volontà non solo nei punti e nelle virgole di un singolo documento, ma possibilmente in una serie di documenti, nel nostro caso di statuti, di verbali e di sentenze, cioè nella storia, che è prima di tutto storia dell’economia perché se è vero, come diceva Calamandrei5, che “il processo segue il diritto come l’ombra segue il corpo, e nonostante la sua autonomia scientifica il diritto processuale, come strumento pratico del diritto sostanziale si conforma e si plasma sulle sue esigenze”, così il diritto si conforma sull’economia, ed oggi si viene plasmando, forse più che sulle esperienze del passato, sulle future esigenze del sacro e venerato PIL.

Pare che gli storici dell’economia di Roma repubblicana, nella delicata stagione del superamento della proprietà pubblica col delinearsi delle diverse forme di proprietà - pubblica, patriziale, collettiva - non siano riusciti a trovare il testo delle Leges Liciniae Sextiae de modo agrorum invocate dai Gracchi per legittimare e magari in qualche modo nobilitare la riforma fondiaria introdotta dalle loro Leges agrariae superando, o quanto meno temperando con il limite di 500 jugeri (125 ettari) la proprietà fondiaria patriziale6: pare quindi non si sappia se il Console Licinio nel 367 a.C. avesse realmente prescritto o comunque scritto quanto Tiberio Gracco gli attribuiva un paio di secoli dopo, nel 150 a.C.; non manca chi ipotizza si trattasse già allora di disinvolto uso politico della storia7, per ancorare appunto storicamente la volontà del Legislatore di turno. Quasi analogamente, chi radicalizza il principio di proprietà privata è portato a ritenere che Carlo Cattaneo - e sulla sua scia il rigore scientifico di uno storico come Paolo Grossi - facesse suggestivamente riferimento se non scoperto uso politico alle costumanze collettive della pianura di Magadino per contrabbandare il valore oggettivo di utopie collettivistiche velleitarie, non fondate sulla reale volontà degli interessati. Ma quale volontà interessa? Certo, quella di una coscienza correttamente informata, ma per un ente territoriale - Comune, Provincia, Regione, Stato, Comunità europea - la risposta pare ovvia: gli abitanti di quel determinato ambito, nella rispettiva circoscrizione; ma quali abitanti? Indipendentemente dall’età, dal sesso, dal censo, dal cognome, dal certificato penale, dalla religione? Chi determina questi requisiti? Chi, in un organismo d’origine feudale? Possiamo attribuire al Vescovo di Trento, ad Enrico o al Giorgio donatore del Feudo, una precisa, categorica intenzione condizionante in perpetuo la validità della donazione, o un’attenta lettura della serie dei documenti statutari consente di individuare una cesura che non soltanto legittimi la situazione at-

•• La natura giuridica della Regola. IL VALORE DELL’AUTONOMIA • Autogoverno nella solidarietà • 151


tuale ma consenta di individuare la capacità delle Regole - concretamente, in ultima analisi, dei Vicini di oggi per lo statuto di oggi, ma altresì, ed occorrendo invece, dei Vicini di domani per uno statuto che risponda alla concreta situazione, ed occorrendo alle non sempre prevedibili circostanze ed esigenze dei Vicini di domani - di adeguare autonomamente la disposizione, la norma e la conseguente disciplina alla realtà? Nell’introdurre il primo Commentario sistematico della Costituzione italiana, Calamandrei si interrogava8 sulla caduta del fascismo come cesura, e quindi soluzione di continuità nel nostro ordinamento costituzionale: si parva licet componere magnis, è proprio l’interrogativo che mezzo secolo fa un’attenta lettura della legge austriaca 17 dicembre 1862 b.l.i. n. 103 pose ai reggitori della Regola feudale; il problema era invero pregiudiziale, e non si poteva non sottoporlo con assoluta trasparenza ai Vicini: secondo la norma austriaca il vincolo feudale di indivisibilità del patrimonio comune avrebbe potuto sussistere dopo il 1862 in virtù delle precedenti norme e tradizioni soltanto fino alla morte di tutti gli aventi diritto a partecipare alla comunione, in altri termini soltanto fino alla sopravvivenza di tutti i potenziali Vicini nati, o anche concepiti, prima della promulgazione di tale legge, appunto cioè entro il 1862: dopo tale data (in difetto di sopravvissuti), il patrimonio, pur intestato alla Regola sarebbe stato divisibile, non solo, ma la coincidenza dei Vicini con gli abitanti avrebbe forse potuto legittimare il Comune a pretenderne la rappresentanza, e con la rappresentanza l’effettiva titolarità e piena disponibilità dell’intero patrimonio: con la possibilità pertanto di alienarlo, o comunque di modificarne la destinazione: senza tanti giri di parole cioè, leggiamo la profonda trasformazione, anche nelle nostre Alpi, della destinazione forestale in urbanistica. Ma venivano maturando nuovi orientamenti, o meglio, gli occhiali del giurista, ed in particolare del Legislatore, ricominciavano 152

a leggere la realtà delle cose senza i deformanti pregiudizi di Procuste. La materia era stata oggetto di interventi dello Stato (artt. 34 L. 25.7.1952 n. 991 e 10-11 L. 3.12.1971 n. 1102), della Provincia autonoma di Trento (L.P. 16.9.1952 n. 1, sull‘amministrazione separata dei beni frazionali di uso civico; L.P. 28.10.1960 n. 12, sull’ordinamento delle Regole di Spinale e Manez), e soprattutto della stessa Regola con molteplici revisioni parziali o totali dello statuto feudale. Ma, scomparsi ormai tutti i Vicini nati nel secolo successivo alla legge austrica del 1862, si doveva dare a tutti i Vicini certezza e consapevolezza che la ipotesi, tentazione della divisibilità, andasse affrontata alla luce del sole. Nella primavera del 1974 i Vicini che all’epoca amministravano la Regola, allo scopo di superare incertezze e contestazioni, ritennero perciò necessario e doveroso convocare un’Assemblea straordinaria pubblica per verificare ed accertare in modo inequivocabile sia la composizione umana della Regola, sia il suo patrimonio economico, sia il regime giuridico procedendo ad una radicale ricognizione dei diritti e dei doveri dei singoli Vicini, ed ovviamente dello stato dei beni. A tale scopo, venne tempestivamente distribuita a tutti i Vicini copia integrale della sentenza 10 ottobre 1967, con la quale la Corte d’Appello di Roma, a conclusione di una lunga e laboriosa (e, non occorre aggiungere, onerosa) vicenda giudiziaria, definiva la natura giuridica della Regola, affermando che la stessa non è un’associazione agraria ma una vera comunione privata, i cui partecipanti hanno in comune la proprietà delle terre, ed in particolare che i terreni ad essa appartenenti di Monte Vardabio, e quelli denominati “allodiali”, siti anche fuori del Monte Vardabio non sono soggetti ad uso civico e non rientrano nel campo d’applicazione della legge 16 giugno 1927 n. 1746.2. Ma qual è il valore di questa sentenza? Tutti i giudici possono sbagliare! Certamente, ma proprio contro il pericolo di errori sono previsti più gradi di giudizio, e contro il non


la Regola, per la legge, è una comunione di natura privata e le sue scelte operative, le sue decisioni non sono soggette a controlli pubblici diversi da quelli previsti per i privati

Pagine seguenti: gli articoli 14 e 15 degli statuti settecenteschi.

meno grave pericolo di incertezze, è previsto che, decorso il termine per l’impugnazione, qualunque sentenza, fosse pur di un modesto Giudice conciliatore, diventi irreformabile, si definisca cosa giudicata, e la cosa giudicata rende giuridicamente nero quello che nella realtà risulta bianco e viceversa. Ebbene, la sentenza 10.10.1967 della Corte d’appello di Roma non essendo stata impugnata, è diventata definitiva, cosa giudicata; piaccia o no a storici e professori, ha praticamente valore, efficacia di legge. In forza di quella sentenza la Regola è dunque, per l’ordinamento, una comunione di natura privata, e come il suo patrimonio per legge non è soggetto ad uso civico, le sue scelte operative, le sue decisioni concrete non sono soggette a controlli pubblici diversi da quelli previsti per tutti i privati cittadini. Non si potevano tuttavia ignorare la legge austriaca del 1862 ed i suoi effetti. Perciò il Regolano Martino Gabrielli convocò per il 29 giugno 1974 una Assemblea che ben può essere considerata costituente, intesa a fare chiarezza sulla titolarità dei beni, sulla loro natura giuridica pubblica o privata, e sulla loro consistenza. Per garantirne la certezza anche formale, i lavori assembleari furono verbalizzati non dal segretario ma da pubblico notaio9. Risultarono regolarmente iscritti nel libro matricola della Regola 771 Vicini: il libro matricola fu approvato con 395 voti (2 astenuti e 2 contrari), mentre i criteri per la formazione del patrimonio antico e di quello disponibile furono approvati con 391 voti favorevoli, 4 contrari e 4 astenuti. Dopo l’attenta revisione del libro matricola e degli inventari patrimoniali, risulta quindi accertato e formalmente definito che i beni pervenuti in proprietà in base all’atto di investitura del Principe Vescovo Giorgio di Trento, dato in Caldaro il 13 ottobre 1447, o per usucapione, nella loro intera consistenza e descrizione quali apparenti dal libro fondiario di Cavalese sotto la denominazione Regola Feudale, nonchè con i dati catastali quali risultano presso l’Ufficio del Catasto Fondiario di Cavalese, costituiscono il pa-

trimonio antico, inalienabile, indivisibile, imprescrittibile, vincolato in perpetuo alla destinazione regoliera; accertato inoltre che invece i beni pervenuti mediante contratti di compravendita, di permuta o comunque acquistati, costituiscono il patrimonio in libera disponibilità. L’Amministrazione regoliera invitò quindi i Vicini ad approvare uno statuto provvisorio in attesa che un’apposita Commissione, assistita da quei consulenti che la stessa avesse ritenuto di nominare, redigesse uno statuto definitivo, e si fece scrupolo di precisare che la novità della situazione sorta dall’allodificazione rendeva necessario disciplinare con assoluta chiarezza: a) l’acquisto, la perdita e la sospensione dello stato di Vicino; b) l’organizzazione interna e la rappresentanza (cioè gli organi amministrativi) della Regola Feudale; c) l’acquisto, il godimento, l’amministrazione e gli atti di disposizione del patrimonio, ivi compresa la concessione di garanzie sui beni regolieri; d) le finalità della Regola, e le sue eventuali attività in settori diversi da quello agrosilvo-pastorale; e) la raccolta e la conservazione delle consuetudini e delle tradizioni10; f) i rapporti con altre Regole, con la Magnifica Comunità generale di FIEMME, con il Comune di Predazzo, e con Enti e società che perseguono scopi analoghi; g) l’approvazione dei piani economici forestali, dei programmi pluriennali e dei bilanci annuali; h) la risoluzione delle controversie interne della Regola; i) le procedure per la modifica dello statuto. Dopo averlo esaminato analiticamente articolo per articolo, l’assemblea generale approvò quindi lo statuto provvisorio ed affidò, con voto unanime, la redazione dello statuto definitivo ad una Commissione composta dal Regolano Gabrielli Martino Finco e da altri 26 Vicini, indicati nominati-

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vamente: e proprio nominativamente11 pare giusto ricordarli attesa la rilevanza storica, per la Regola, dell’indirizzo che doveva esser adottato dopo la legge austriaca del 1862 e la sentenza romana del 1967. A riprova della vivacità della partecipazione a quell’assemblea straordinaria, più articolata e sofferta fu l’approvazione di un pur provvisorio statuto, illustrato e discusso articolo per articolo: 269 voti favorevoli, 63 contrari, 7 schede bianche, 2 nulle, 58 Vicini non hanno partecipato al voto. Voti contrari e astenuti evidenziano una vita di Regola non fondata su unanimismi populistici. Venne da ultimo nominato all’unanimità un Collegio Arbitrale, composto da Gabrielli Giuseppe Posin, Gabrielli Guido Finco, Dellagiacoma Michelangelo, supplenti Dellagiacoma Giuseppe Nones, Gabrielli Giacomo Beniamino. Il nuovo Statuto fu proposto all’Assemblea nel 1983: opportunamente, doverosamente con la proposta venne prospettata a ciascun Vicino con assoluta trasparenza l’intera problematica, ed in tale occasione non si mancò di ricordare come anche il giudicato definitivo della sentenza romana del 1967 avesse pur incidentalmente accennato il problema affermando nelle conclusioni che “la Regola Feudale di Predazzo ha conservato il suo carattere di ristretta comunione privata tra i discendenti degli antichi Regolieri. E che questa conservazione dell’originaria natura della Regola vi sia stata, è dimostrato dall’avvenuta allodificazione nel 1862 e dallo statuto del 1856 che ha confermato la tradizionale struttura della Regola, continuando nell’amministrazione secondo le regole tradizionali”. Si trattava quindi, ed ancor oggi, poiché la peculiarità dell’istituto esige particolare attenzione in ogni pur modesto aggiornamento, si tratta di accertare anche la reale portata della legge austriaca, ma altresì, pregiudizialmente: a) se la sentenza del 1967, nella parte che riconosce l’esistenza della Regola Feudale, la sua autonomia, e la sua particolare natura, in virtù del passaggio in giudica156

to avesse avuto efficacia vincolante, non soltanto nei confronti del Comune e più generalmente di tutte le parti allora in causa, ma di tutti i Vicini, e soprattutto di tutti gli eredi o comunque aventi causa dai Vicini che nel 1862 risultavano iscritti nei libri di Regola; b) se la posizione giuridica della Regola e del suo patrimonio non si sia consolidata comunque, sia nei confronti della pubblica Amministrazione, sia quanto meno per usucapione in relazione alla Regola, sia per prescrizione estintiva in relazione ad eventuali aventi o pretendenti diritto; c) quale efficacia infine potessero e possano avere le deliberazioni assembleari del 1974, del 1983, ed in genere tutte quelle di natura statutaria, nei confronti rispettivamente dei Vicini partecipanti al voto, di quelli assenti, ma regolarmente notificati, ed altresì di quelli che per errore o per qualsiasi causa non fossero stati convocati alle Assemblee che hanno deliberato in materia statutaria, ma soprattutto nei confronti degli eredi o comunque successori dei Vicini che negli anni settanta-ottanta del secolo scorso hanno liberamente ritenuto e formalmente deciso non soltanto di non procedere alla divisione del patrimonio del Feudo, ma di ritenerlo, confermarlo, e comunque dichiararlo tuttora indivisibile. In concreto, già dopo pochi decenni il problema venne posto da un Vicino che si era rivolto alla Regola per ottenere il corrispettivo della sua quota (all’epoca, un settecentonovesimo), chiedendo di subastare giudizialmente i beni indivisi: con sentenza 31 maggio 1923 confermata il 24 novembre 1923 dalla Corte di Appello di Trento il Tribunale di Trento ritenne legittima la risposta negativa delle Regola: non dobbiamo, mi pare, guardar male quel Vicino che ha fin da allora consentito di fare chiarezza. I Vicini di oggi, e la stessa Regola Feudale, possiedono dunque pro indiviso ed avrebbero in ogni caso acquisito quanto meno il patrimonio antico con quelle caratteristiche


di indivisibilità e inalienabilità che l’articolo 34 della legge 25 luglio 1952 n. 991 avrebbe poi riaffermato come peculiari delle comunioni familiari montane. Ed invero la divisibilità era stato introdotta formalmente nel 1862 come un elemento nuovo ed anomalo in quell’ordinamento delle comunioni familiari montane che le leggi del 1952 e del 1971 avrebbero ripristinato nella sua lineare coerenza alle tradizioni, garanzia di quella salvaguardia ambientale che è reclamata a gran voce da molte convenzioni internazionali, ed invocata a chiare lettere anche dalla recente enciclica francescana. Le proprietà collettive, che nella Val di Fiemme, come appunto a Predazzo e come tutte quelle della Magnifica Comunità, sono definite Regole, in altre vallate alpine, per esempio in Val Camonica, sono da secoli conosciute come Società di antichi originari. Troviamo nella carta costituzionale un riferimento alla originarietà nell’art. 4312. Sia lecito a questo proposito segnalare una singolare aporia nella disciplina giuridica della proprietà nella Provincia di Trento: il collettivismo agrario conosce vari istituti privati e pubblici, disciplinati da leggi statali (Regole, cooperative, consorzi, trust), e/o provinciali (Regole, Comunità, Consortele, ASUC). Ai fini del riconoscimento del loro ruolo e della loro valorizzazione nel contesto del territorio provinciale, le ASUC, le Regole di Spinale e Manez, e la Magnifica Comunità di Fiemme sono equiparate agli enti locali, considerate cioè di natura pubblica e, come tali, ammesse ai benefici previsti dalle leggi provinciali nel rispetto dei requisiti stabiliti dalle stesse, anche per l’assunzione di spese in conto capitale13. Orbene, in cosa si distinguono questi organismi della Val di Fiemme dagli altri, pur analoghi, della stessa Valle, e più generalmente del Trentino? Come mai, dovendosi escludere il degrado della funzione legislativa a strumento di personale o comunque privato lustro o interesse, soltanto le Regole di Rucadin, Spinale e Manez vennero disciplinate da apposita legge provinciale, quasi sostituen-

do all’artificiosa uniformità denunciata dalla famosa sentenza Cassandro14 una non meno artificiosa peculiarità; e come mai quella di Rucadin, pur dichiarata pubblica con legge provinciale, venne poi dimenticata? Quanto a Predazzo, il Legislatore trentino non ha affatto dimenticato la sua Regola: vero è piuttosto che dopo un pluridecennale contenzioso la Regola Feudale si è attestata sulla sentenza della Corte d’appello di Roma che riconoscendone (e sancendone in via definitiva) la natura privata l’ha sottratta ai controlli amministrativi. Predazzo dunque non ha avuto un formale, esplicito riconoscimento legislativo perché non l’ha voluto, e non l’ha voluto perché la sua natura, privata, è riconosciuta e consacrata da sentenza passata in giudicato15 con valore ed efficacia di legge, sentenza che, come vedremo, ha giocato un ruolo determinante non soltanto per Predazzo e per le istituzioni tipiche delle vallate trentine, ma altresì nella genesi della stessa disciplina nazionale. Non si può certo pensare che un generico richiamo ai principi di libertà e solidarietà potesse invero fronteggiare e risolvere il diffidente pessimismo della burocrazia ministeriale, mentre contraddittorio e controproducente sarebbe stato ricorrere a nuove Leggi ad personam; proprio risalendo le strade della Val di Fiemme, su qualche muro, forse a Moena, è scritto un efficace proverbio ladino: empea en lumin e non maledir el scur. Contro i rischi di cattiva gestione o malgoverno, più che moltiplicare controlli e interventi della Corte dei Conti e dei giudici penali, inevitabilmente seguiti da liti interminabili e dispendiose, può ben servire en lumin: giova - ha giovato! - mettere in luce, esemplificare, la concretezza di risultati positivi. Forse, chi volesse ricostruire la storia della disciplina giuridica del collettivismo agrario in Italia, e della sua rinascita nella seconda metà del secolo scorso non potrebbe non far memoria dell’effetto trainante (come appunto en lumin che fa pur modesta luce su un non facile cammino) della sentenza del 1967 e dell’appassionato contenzioso che l’ha preceduta

•• La natura giuridica della Regola. IL VALORE DELL’AUTONOMIA • Autogoverno nella solidarietà • 157


ed ovviamente, nel contempo e soprattutto, dei buoni risultati dell’autonoma gestione dei patrimoni silvopastorali da parte della Regola Feudale e di altre importanti Regole soprattutto trentine e bellunesi. Non è soltanto per la sentenza 196716 che nell’universo regoliero la Regola Feudale di Predazzo merita particolare menzione: tutta quella vicenda giudiziaria va ricordata e studiata per l’appassionato impegno di chi l’ha promossa e gestita, e soprattutto per il coinvolgimento di Vicini che ne sono stati stimolati ad approfondire la disciplina statutaria prendendo parte attiva nelle apposite Commissioni e nelle Assemblee ai molteplici aggiornamenti dello statuto e dei regolamenti. Confidiamo a questo proposito non risulti inutile o fuorviante un cenno proprio anche alla sentenza di primo grado, che pur escludendone la natura di comunione, riconosce quanto meno la natura privata dei beni della Regola considerata Associazione agraria, sentenza redatta dal Commissario per la liquidazione degli usi civici di Trento e Bolzano17: dal suo archivio personale quella sentenza risulta ripetutamente corretta e rielaborata, così come risulta che più tardi egli collaborò efficacemente alla difesa del collettivismo agrario nella sua Val Camonica. Sulla proposta definitiva venne convocata l’assemblea generale straordinaria dei Vicini che il 22.5.1983 approvò il testo in vigore18, con la partecipazione di 457 Vicini (su 790 iscritti nel libro matricola) che discussero e deliberarono analiticamente articolo per articolo. Sia lecito concludere ricordando come Alessandro Manzoni, probabilmente scottato dagli esiti infausti di un suo personale contenzioso, invitasse a diffidare del latinorum degli azzeccagarbugli: meglio affidarsi al chiaro linguaggio di Dante, il quale sembra leggere, ed invita a leggere la sentenza romana come un certificato anagrafico: posto t’ho innanzi, ormai per te ti ciba, non sei più minorenne, sotto tutela di autorità diverse da quelle che tu stessa eleggi. È bello, simpatico, onesto segno di gratitudine conservare 158

nel nome della Regola la distinzione feudale, come i Vicini non rinunciano ad aggiungere il tradizionale soprannome al cognome familiare, ma la sentenza conferma che hai diritto di decidere la tua strada senza il sigillo, appunto feudale, di un’Autorità, amministrativa o giudiziaria, che non avendo alcun potere non può in alcun modo ingerirsi nel libero modo di esercizio di un diritto sancito dalla legge. Ciò non significa certo che la disciplina sia scritta su una pergamena incartapecorita: i tempi cambiano, ed è ovvio che anche la Regola adegui nella sua disciplina le tradizioni alle nuove circostanze ed alle nuove esigenze: ma ferma nella sua autonomia, cibandosi da sola, ammonisce Dante19. Perché le sentenze, e più generalmente i procedimenti giudiziari, cioè il ricorso alla giustizia civile, dello Stato, sono certamente importanti per rivestire di pubblica, formale certezza la verità delle cose, ma riconoscono e denunciano l’incapacità della famiglia di comporre una divergenza tra fratelli, di superare una lite all’interno di una comunione, mentre dalla tradizione risulta preferita la composizione arbitrale delle divergenze non soltanto di singoli Vicini con l’Amministrazione regoliera, ma anche dei Vicini tra loro. Così, per quanto concerne la composizione, l’iscrizione cioè nel registro matricola, si è molto discusso sui requisiti del diritto di vicinanza, richiamando di volta in volta il c.d. jus sanguinis (la discendenza legittima20 da antica famiglia viciniale), temperato dallo jus nomini (la semplice appartenenza indicata dal cognome, a qualunque titolo, ad antica famiglia), o anche soltanto fondato sullo jus soli (non, almeno finora, a Predazzo, ma alcune Regole ritengono sufficiente una non precaria residenza, e magari, come in Carnia, il solo possesso non temporaneo di beni vicinali). Autonomo non è il fotografo che si limita ad identificare, pur con alta precisione, soggetti ed oggetti, quasi registrando gli effetti di eventi dannosi di calamità naturali come frane e incendi boschivi: autonomo è il proprietario impegnato non soltanto nella corretta

sull’iscrizione nel registro matricola si è molto discusso sui requisiti del diritto di vicinanza, richiamando di volta in volta, il cosiddetto jus sanguinis, temperato dallo jus nomini o anche soltanto fondato sullo jus soli


conservazione del patrimonio, ma nel programmarne la valorizzazione ed il corretto godimento da parte di tutti i comproprietari

scegliendo liberamente gli strumenti operativi, tra i quali si potrebbero ipotizzare soluzioni societarie o consortili.

Note

si accontentò frettolosamente dei lavori preparatori intesi a salvaguardare soltanto le attività essenziali con particolare riguardo all’acqua e all’energia, senza approfondire la più generale valenza del principio di originarietà. 13 Cfr L.P. 14.4.2005 n. 6. 14 C.cost. 1963 n. 87. Giovanni Cassandro, storico del diritto all’Università di Roma, fu eletto dal Parlamento a comporre la prima Corte costituzionale. Si richiama qui la sentenza della Corte d’appello di Roma del 1967, perché successiva alla cesura del 1862, ma lo studio storico giuridico di Giuseppe Manfridi fa stato di una copiosa, conforme giurisprudenza. Abbiamo comunque ricostruito un prospetto delle decisioni quale risulta oltre che dall’inventario dell’archivio 1388-1997, redatto da Rodolfo Taiani, Trento 2002, e dalle memorie processuali di Giuseppe Morandini (il Feudo di Vardabio, s.d. Predazzo) e Giuseppe Manfridi, la Regola Feudale di Predazzo, Trento, studio storico giuridico, Bari 1931) e dal Bollettino usi civici del Ministero … Se ne riporta in appendice un prospetto, distinto secondo l’organo e secondo la data, pur consapevoli, come ammoniva Guido Astuti, dell’inevitabile incompletezza di ogni ricostruzione bibliografica. 16 Giustamente, la sentenza 10.10.1967 della Sezione speciale Usi civici della Corte d’appello di Roma è considerata un testo fondamentale, di valore normativo essendo passata in giudicato; ma merita qualche attenzione anche la sentenza 16.9.1941 di primo grado, riformata appunto in appello, del Commissario per la liquidazione degli usi civici di Trento e Bolzano Giovanni Raffaglio che aveva iniziato la carriera giudiziaria proprio in Valle Camonica, pubblicando e commentando una sentenza in tema di vicinie: nel 1923 fu incaricato da Arrigo Serpieri a predisporre con Romualdo Trifone e Nunzio De Renzis una proposta di Legge forestale; proprio l’esperienza giudiziaria camuna, l’intensa attività di ricerca storica sugli su civici e le proprietà collettive lo portò ad assumere le funzioni di Commissario per la liquidazione degli usi civici della Lombardia, Trentino e Veneto. 17 Giovanni Raffaglio, collaboratore assiduo della rivista il diritto dei beni pubblici; il suo volume sugli usi civici giunse alla terza edizione. 18 Atto 22.5.1983 n. 8767 racc. not. Giovanni Rizzi, registrato a Cavalese 7.6.1983 n. 109. 19 Dante, Paradiso, X, 25 messo t’ho innanzi, ormai per te ti ciba: ecco, davanti a te, la sentenza che mette in chiaro, afferma, decide il principio, tocca all’interessato avvalersene! 20 Nella discussione sull’ammissibilità, tra i Vicini, dei figli non legittimi, ma soltanto legittimati, riconosciuti, adottivi, l’importante è che la decisione non sia imposta dall’Autorità amministrativa o giudiziaria, ma liberamente adottata dai competenti organi della Regola. Altrettanto dicasi per l’annosa questione femminile.

A. Manzoni, proclama di Rimini, 1815. Quelle di Predazzo, di Spinale e Manez, di Cortina d’Ampezzo sono forse tra le più note, anche per la cospicua dotazione patrimoniale, ma non si possono ignorare le moltissime diffuse, con varia denominazione anche in Carnia, Lombardia, Emilia, ecc.; ne abbiamo tentato una panoramica nei due volumi dell’Istituto di diritto agrario internazionale e comparato a c. di E. Romagnoli, C. ed A. Trebeschi, A. Germanò, Comunioni familiari montane, Brescia 1975 e 1992; M. Guidetti e P.H. Stahl Comunità di villaggio e familiari nell’Europa dell’ottocento, 3 voll. Milano 1977 ss. 3 Qualche cenno nella prefazione a Giancarlo Maculotti, Le vicinie di Rogno, 2015. 4 Nell’ordinamento degli Enti locali, art. 5 T.U 18.8.2000 n. 267. 5 Diritto agrario e processo civile, in Atti del primo Congresso nazionale di diritto agrario, (Cagliari) Firenze 1936, 353. 6 Ancor oggi le proprietà collettive in vari paesi del Canton Ticino si definiscono Patriziati. 7 Disinvolto uso politico della storia può sembrare parola troppo forte, ma in termini fors’anche più crudi R. Taiani introduce la sua preziosa catalogazione dell’intero fondo archivistico della Regola di Predazzo con un titolo scrupolosamente pesante (Una storia necessariamente di parte), peraltro ancorato ad espliciti riconoscimenti dell’avv. Giuseppe Morandini, tenace propugnatore dell’autonomia regoliere. V. Provincia autonoma di Trento - Servizio beni librari e archivistici, TAIANI Rodolfo, Regola Feudale di Predazzo - inventario dell’archivio (1388-1997), Trento 2002. 8 AA.VV., c.d. Commentario Barbera diretto da Piero Calamandrei e Alessandro Levi, Firenze 1950. 9 Atto 29.6.1974 n. 28593 rep., 5703 racc., Notaio Giovanni Rizzi, registrato a Cavalese 11.7.1974 n. 461. 10 L’odierno volume risponde dunque a questa finalità statutaria. 11 Bosin Giovanni Zaluna, Demartin Giovanni Spazzacamino, Defrancesco Giuseppe Martinol, Dellasega Domenico Avaro, Felicetti Marino Marson, Dellantonio Guido Cimach, Dellagiacoma Mario Morat, Dellagiacoma Romano Rossat, Giacomelli Giuseppe Canefun, Felicetti Giuliano Piera, Dezulian Giuseppe Forestale, Guadagnini Michele Galoppa, Brigadoi Francesco Checata, Brigadoi Enrico Zanata, Brigadoi Francesco Caretina, Brigadoi Antonio Pinter, Dezulian Raffaele Cialdo, Dezulian Simone Cialdo, Gabrielli Giuseppe Hotel, Guadagnini Emilio Trinel, Morandini Giovanni Desgala, Gabrielli Marino Seler, Dellagiacoma Camillo, Morandini Mario Zamela, Dezulian Cesare. 12 Corrisponde all’art. 40 del progetto della Commissione dei 75: ebbe la disavventura di giungere in concomitanza con la caduta del primo Governo de Gasperi alla definitiva approvazione dell’Assemblea costituente che pertanto, senza affrontare direttamente il problema, che qui rileva, delle proprietà originarie, 1 2

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CAPITOLO V

Un archivio, tante storie, un’identità Rodolfo Taiani


Conservato nella sostanza lo spirito originario

Introduzione1 È davvero singolare la vicenda della Regola Feudale di Predazzo: non perché rappresenta un’esperienza rara nel variegato mondo istituzionale montano, che, anzi, ha molto spesso utilizzato forme simili o per molti versi assimilabili, ma per la sua durata nel tempo, tanto da giungere, con le necessarie trasformazioni, a oltrepassare la soglia del secondo millennio, conservando nella sostanza lo spirito originario che l’aveva fatta sorgere. Se poi si tenta di valutarne il significato, è possibile estrarre, tra i tanti, alcuni aspetti sostanziali che illustrano meglio le ragioni di un’operazione (la costituzione di un peculiare istituto come la Regola Feudale), che altrimenti sembrerebbe pleonastica nel contesto della già variegata realtà comunitaria della valle di Fiemme. E la prima ragione sta proprio nell’esistenza della Magnifica Comunità, con la sua articolazione interna di varie rappresentanze e con il suo potere rafforzato da un secolare conflitto giurisdizionale che ne ha esaltato il ruolo primario. Il rischio di una relativa emarginazione, o comunque di una perdita di significato degli interessi particolari dei predazzani all’interno della più complessa politica della valle, deve aver motivato il bisogno di un riequilibrio, risolto con la formazione di un’istituzione altra rispetto a quella generale di cui, comunque, restavano soggetti attivi. Non è quindi una separazio-

ne né un’alternativa, ma l’esigenza di distinguere momenti e compiti ritenuti, a torto o a ragione, specifici di quella realtà. E questa diversificazione aumentava, di fatto, il peso e il ruolo della comunità di Predazzo nelle scelte d’indirizzo sia politico sia economico. Un altro elemento di riflessione è offerto dal fatto che le 71 famiglie «originarie» si ergono a ceto all’interno del corpo sociale del paese. È un bisogno di distinzione, sottolineata dall’autodefinizione di «feudatari» dei membri: ma per distinguersi da chi? Sicuramente dai «forestieri», presenza importante e nello stesso tempo ingombrante in tutta l’area alpina, così aperta e mobile; il bisogno di un sostanziale rispetto delle regole del gioco qui è ottenuto con la concreta differenziazione della posizione degli antichi residenti, piuttosto che con una normativa di contrasto, spesso inefficace o eludibile. A questa soluzione si affianca, sul piano sociale, una coesione che è sottolineata dal comune interesse economico, dalla solidarietà che si traduce in azioni assistenziali a sostegno della parte più debole del gruppo, dalla ritualità civile e religiosa che rende visibile il valore unitario. È pensabile che la distinzione valga anche nei confronti del ceto emergente in valle e in particolare del centro più eminente, Cavalese, con il pericolo di un ruolo egemonico forte anche di contenuti

•• un archivio, tante storie, un’identità • Conservato lo spirito originario • 163


economici. Infine il significato economico: l’integrazione delle attività e dei redditi sono, per una comunità montanara, un’esigenza fondamentale e i domini collettivi hanno da sempre svolto questa funzione. Il Feudo accresce queste possibilità e consente di articolare meglio la soluzione di problemi particolari, non risolvibili completamente con la partecipazione agli usi della più ampia comunità di valle. I comportamenti economici, è vero, non differiscono molto da quelli adottati negli altri beni comunitari, e, tuttavia, affiorano, talvolta, strategie che proprio la duttilità dello strumento adottato suggerisce e consente di praticare. L’archivio della Regola Feudale di Predazzo2, a ben guardare, rispecchia con notevole fedeltà tutte queste ragioni e molto probabilmente è soprattutto a esse che si deve la sua conservazione nel tempo.

164

Vicende

La ricognizione sull’archivio della Regola Feudale di Predazzo, condotta nel 1995 in preparazione dell’intervento di riordino, non aveva riscontrato una situazione diversa da quella rilevata nel 1956 da Albino Casetti3. L’archivio era depositato per lo più presso gli uffici centrali della Regola e solo una parte, non inventariata e con documentazione del secolo XX, era custodita in un locale del sottotetto4. La documentazione era ordinata secondo quanto previsto da un «Repertorio» del 19115. Tale ordinamento consisteva nella ripartizione della documentazione secondo un indice alfabetico. In altri termini gli atti erano conservati in buste o faldoni contrassegnate da una lettera dell’alfabeto che non corrispondeva però, così come accade per l’archivio della Magnifica Comunità di Fiemme, a una semplice

Il primo statuto del 1608.


divisione fisica del materiale per cosiddetti cassetti, ma bensì a una sequenza di tipologie secondo il seguente prospetto:

Registro dei Voti di Regola (verbali) dal 1862 al 1872.

• Lettera A: accordi, aggiustamenti, attestati, affrancazioni, arbitramenti, atti, avvisi • Lettera C: compere, confessioni, commissioni, condanne, consulti, comandi, copie, convenzioni, compendii, crediti, cessioni, contratti • Lettera D: dichiarazioni, decreti, disegni, descrizioni, documenti • Lettera E: esame, evasioni, estratti, eccessi forestali, elezioni • Lettera F: fondazioni, fabbriche, fogli di possesso, fassioni • Lettera I: investiture, informazioni, indulgenza • Lettera L: licenze, lettere, laudi, livelli, libri • Lettera M: memoriali, misure, mandati,

mappe • Lettera N: nozione di allodificazione • Lettera O: [non specificato] • Lettera P: procure patti, processi, proteste, permute, progetti, pareri, protocolli • Lettera Q: quietanze • Lettera R: ragioni, risposte, ricevute, rinunzie, reversali, revisioni • Lettera S: sentenze, suppliche, sindicati, scomparti, servitù, scritture, statuti • Lettera T: transazioni, terminazioni, translati, transazioni • Lettera V: vendite Si tratta di un sistema precedente al 1911 e testimoniato nell’«Indice delle scritture principali appartenenti all’Onoranda Regola Feudale di Predazzo» predisposto nel 1873. L’uso della suddivisione in lettere, la concordanza fra le posizioni di molti documen-

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ti, nonché un’identica sequenza fanno supporre che il repertorio del 1911 costituisca semplicemente un aggiornamento di questo precedente strumento. Molto probabilmente nel 1911 s’intervenne solo per rinumerare i documenti ed eliminare le posizioni lasciate vuote dalla scomparsa o dalla distruzione di alcuni originali. Nel repertorio del 1873 così come in quello del 1911 compare talvolta a fianco della descrizione del documento un asterisco; serve a segnalare quei documenti dei quali è disponibile la trascrizione in un «Libro maestro ouero sia raccolta di tutte le più rilevanti e necessarie scritture antiche e recenti dell’archivio dell’Onoranda Regola Feudale di Predazzo» compilato a partire dal 1793, ma con successive aggiunte ottocentesche. Si tratta della trascrizione integrale di diversi documenti compresi fra il 1388 e il 1836 voluta e realizzata per fronteggiare il rischio di eventuali distruzioni degli originali, per richiamare l’attenzione sullo stato di degrado in cui versava in quel momento l’archivio e per rendere immediatamente disponibili nella traduzione volgare molti documenti di complessa lettura poiché stilati in lingua latina, tedesca e persino, se si dà retta a quanto scritto nella nota introduttiva, in «lettere greche». Il confronto del «Libro mastro» del 1793 con i due repertori del 1873 e del 1911 potrebbe consentire, quindi, l’individuazione dei documenti oggi mancanti e d’ipotizzare la consistenza storica dell’archivio stesso6. Va peraltro segnalato che nel repertorio del 1911, predisposto dal Regolano Martino Morandini e dal suo attuario Valentino Morandini per ordine assunto nella riunione del 29 maggio 1910 e dal quale fu poi ottenuta la copia del 1924, si disponeva a norma dei futuri Regolani che i contratti di locazione (C 136), le fassioni (F 4), i protocolli d’incanto (P 39) e gli atti di elezione della Deputazione feudale (E 6), dovevano di volta in volta essere sostituiti con i nuovi documenti, procedendo allo scarto di quelli vecchi. Resta il dubbio se l’ordinamento attuale 166

sia stato predisposto e adottato nel 1873 o se esso non sia a sua volta riflesso di un ordinamento preesistente. L’unico altro strumento di corredo, un elenco dei privilegi rilasciati alla Regola Feudale di Predazzo, compilato nel 1634 con aggiunte fino al 1727 non tradisce l’esistenza di alcun metodo di ordinamento particolare, mentre la terminologia utilizzata nell’indice tipologico dei documenti suggerisce piuttosto un impianto ottecentesco. È assai probabile, pertanto, che l’ordinamento testimoniato nel repertorio del 1911 sia stato impostato e adottato proprio nel 1873, alla vigilia dell’affrancazione del Feudo del 6 marzo 1874 e in concomitanza con il trasferimento dell’archivio deciso con deliberazione del 30 marzo 1873. In quest’occasione si autorizzava il «Regolano e l’attuario a levare tutte le carte situate nell’archivio in Chiesa e trasportarle [nella] cancelleria e formare un nuovo repertorio». In precedenza nella seduta del 13 ottobre 1872 era già stato incaricato il Regolano stesso di «provvedere al recupero di un armadio di ferro nel quale poter custodire le carte feudali»7. Con l’adozione nel 1929 del nuovo statuto s’introdusse anche un diverso sistema archivistico. Da questo momento e fino al 1994 sia la corrispondenza che la documentazione contabile furono protocollate e ordinate in fascicoli annuali come testimoniano i due registri di protocollo della corrispondenza per gli anni fra il 1929 e il 1985. Dall’1 gennaio 1994 è stato quindi adottato un nuovo titolario. In fase di riordinamento, pur rispettando nel complesso la situazione esistente si è ritenuto opportuno ricorrere ad alcuni aggiustamenti. Constatato, infatti, che le aggiunte al registro del 1924 hanno in un certo senso intaccato l’ordine preesistente e verificata soprattutto la mancanza di alcuni documenti si è ritenuto di riordinare i contenuti delle singole lettere sulla base di un semplice criterio cronologico abbandonando ogni distinzione interna per voce d’indice. La scelta si è resa necessaria anche in considerazione


gli archivi costituiscono un tassello importante dell’architettura identitaria delle comunità di riferimento

dell’obiettiva difficoltà di cogliere una continuità nell’uso di termini in alcuni casi desueti. In altri casi la scelta si è resa necessaria anche in considerazione della tipologia del materiale. La lettera L, ad esempio, fra le voci d’indice comprendeva anche il termine «libri» che di fatto si riferiva a tutti i registri senza distinzione alcuna fra statuti, libri contabili o altri forme di registrazione. È parso pertanto quanto mai opportuno creare delle nuove serie con cui dare maggiore risalto ai diversi tipi di registro, così come trattare separatamente quel materiale d’archivio che per la sua natura non era assimilabile alla documentazione di produzione interna. Quanto alla corrispondenza e alla documentazione contabile novecentesca è stata invece mantenuta l’articolazione originale in fascicoli annuali, descritti complessivamente, con l’indicazione dei mittenti o dei produttori di atti, dei destinatari e degli oggetti oltre al numero delle carte. Tale descrizione si basa sull’elencazione analitica degli oggetti rilevati per ciascun documento o per ciascun fascicolo nel caso della documentazione contabile. In coda all’archivio dell’ente, hanno infine trovato collocazione due piccoli fondi prodotti dal Consorzio per la conservazione delle fosse d’Imana e dal Comprensorio d’irrigazione Colleri e Straie. Si tratta di due organismi, cui partecipava anche la Regola Feudale di Predazzo, incaricati nel primo caso di provvedere alla manutenzione delle fosse scavate per consentire il deflusso delle acque dalle cosiddette campagne di Imana, sottraendole così ai rischi d’impaludamento, e nel secondo di provvedere invece alla fornitura d’acqua per l’irrigazione delle campagne di Colleri e Straie.

Cause

Gli archivi costituiscono un tassello importante dell’architettura identitaria delle comunità di riferimento e questo non solo per il valore storico-documentario di quanto conservato, ma anche per la speciale funzione loro riconosciuta dal soggetto produttore

stesso. Quali sarebbero altrimenti le ragioni in grado di spiegare il fatto che, in talune situazioni, il patrimonio documentario si è preservato pressoché integro? La risposta non può certo risiedere solo in una serie di eventi fortuiti, ma nella volontarietà dell’azione di tutela rinnovata in secoli e secoli di storia. Anche nel caso della Regola Feudale di Predazzo l’esistenza di un archivio ha offerto argomenti alla costruzione di un’identità che può essere ripercorsa attraverso la ripartizione ideale di tutta la documentazione conservata in tre nuclei principali: un primo, il più evidente, costituito dagli strumenti di riconferma dei privilegi ottenuti nei secoli; un secondo formato dagli atti utili a fissare i requisiti soggettivi e territoriali di appartenenza; infine un terzo composto da quei documenti in grado di sostenere il fondamento della rivendicazione a decidere autonomamente circa le modalità di gestione dei patrimoni terrieri riconosciuti in godimento. Quanto al primo nucleo, la documentazione si riferisce per lo più ai cosiddetti privilegi vescovili che chiariscono le prerogative della Regola: dal 1447, con il principe vescovo Giorgio Hack e fino a Pietro Vigilio Thun nel 1776. Con il secolo XIX, mutando il quadro istituzionale di riferimento, la natura giuridica della Regola e i fondamenti della sua esistenza saranno oggetto di argomentate sentenze giudiziarie. Evidentemente la difesa di prerogative e privilegi riconosciuti ufficialmente alla Regola dalle autorità superiori, introduce alla necessità di definire i contorni fra ciò che è interno e ciò che è esterno; si tratta di una distinzione fatta valere sia in termini quantitativi nei confronti delle comunità confinanti sia qualitativi nei confronti dei residenti all’interno del territorio feudale. È questo il secondo nucleo di documenti che riguarda le infinite ed estenuanti vertenze insorte con le comunità esterne per stabilire i rispettivi limiti territoriali e con gli aspiranti vicini per l’accertamento dei requisiti richiesti per il riconoscimento del titolo.

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Il diritto fondamentale all’esistenza traeva costante e nuova linfa non solo dalla continuità di un diritto riconosciuto, ma anche dalla rivendicazione di una maggiore competenza e conoscenza nella vigilanza e nello sfruttamento delle risorse territoriali assegnate. Un’ampia casistica di documenti amministrativi e atti notarili – ecco il terzo nucleo –, oltre ad attestare storicamente le modalità e l’organizzazione delle diverse attività economiche – dal pascolo al taglio del legname, dalla raccolta dei diversi prodotti del bosco all’esercizio di caccia e pesca – evidenziano questo costante legame fra rispetto, almeno teorico, di quanto previsto dagli statuti e dalla consuetudine, sfruttamento compatibile e salvaguardia di un equilibrio ambientale oltremodo delicato. Nelle situazioni e nei contenuti ricordati le carte d’archivio testimoniano, dunque, un rapporto virtuoso con il processo di autoriconoscimento, che prosegue idealmente

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nella contemporaneità anche nel loro utilizzo in mostre temporanee, pubblicazioni storiche, rievocazioni e che conforta la volontà di salvaguardare una tradizione. Soprattutto quest’ultimo passaggio, al di là di valutazioni di tipo storiografico, è segno evidente della vitalità di un processo che, ribadendo la centralità della storia raccolta e raccontata negli archivi, guarda all’avvenire con l’attenzione, però, costantemente rivolta al passato e alla ricerca di una continuità. Archivi insomma come altrettante carte d’identità nei quali registrare indelebilmente i caratteri e i segni particolari della comunità, altrettanti ponti gettati fra epoche e generazioni diverse.

Effetti

Proprio ciò cui si è fatto riferimento fa sì che l’archivio non sia mai il risultato passivo di azioni casuali, ma il frutto di una consapevole e attenta azione di conservazione. Ov-

Una raccolta di antichi volumi.


L’archivio della Regola Feudale.

viamente le diverse contingenze storiche influenzano le motivazioni e le modalità di quest’azione. La pratica dello scarto è sempre esistita, ma se oggi viene eseguita sulla base di criteri uniformi, o almeno esistono gli strumenti che lo consentirebbero, ecco che nel corso della storia di un’istituzione questi criteri di volta in volta, a seconda del contesto, si adattano alle esigenze del momento e diventano a loro volta testimonianza indiretta delle valutazioni applicate in un certo periodo. Tutti elementi che danno origine a una sorta di archivio su misura nel quale ciò che sopravvive documenta gli interessi precipui stratificatisi nel corso dell’evoluzione storica. Un archivio come quello della Regola Feudale, ma questo vale per qualsiasi altro archivio, non offre una fotografia oggettiva e distaccata di quanto un ente è stato, ma assai più la fotografia di come questo ente ha voluto rappresentarsi. Una ricostruzione più

ampia e oggettiva è possibile solo attingendo ad altre fonti, comparando e ampliando l’analisi all’esterno, per esercitare uno «sguardo» diverso da quello che dall’interno appare inevitabilmente «distorto». Che l’archivio e la sua costruzione sia, nel caso della Regola, il risultato di un’azione volontaria di selezione lo racconta peraltro l’archivio stesso. Sappiamo che il primo cosiddetto statuto e quindi la data ufficiale di costituzione della Regola Feudale, così come la conosciamo oggi, è il 1608, ma il documento più antico conservato nell’archivio è del 1388. Come è possibile questa apparente incongruenza? La risposta è tutto sommato semplice. Il documento citato è relativo alla vertenza insorta fra gli abitanti di Forno e la Regola Generale di Predazzo. Gli abitanti di Forno si rivolgono allo scario di Fiemme per protestare contro un sequestro di animali che sarebbe stato esercitato illecitamente nei loro

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confronti da parte degli abitanti della Regola di Predazzo sui pascoli del monte Vardabe. La Regola Feudale non esiste ancora, ma la pergamena attesta una sorta di diritto degli abitanti di Predazzo sul monte Vardabe rispetto a quelli di Forno, confermato peraltro dall’investitura vescovile di tre anni prima. Questo documento di fatto attesta anticamente quel diritto che la Regola Feudale reclamerà poi successivamente in tante altre occasioni fissandolo nel primo statuto del 1608. Quello del 1388 sarebbe un documento dell’Archivio della Regola Generale, ma il suo oggetto, il monte Vardabe, giustifica la scelta di inglobarlo successivamente in quello della Regola Feudale. Identica considerazione vale per un altro documento del 1434, una pergamena, che documenta l’affidamento a don Paolo Scopoli da parte della Regola Generale dell’incarico di seguire la vertenza insorta con la Comunità di Fiemme per il godimento del monte Vardabe. Insomma il materiale precedente al 1608 di fatto costituisce una raccolta documentaria affluita in quello della Regola Feudale per dimostrare la legittima rivendicazione da parte delle famiglie «originarie» dei propri diritti sul monte Vardabe secondo quanto affermato nello statuto del 1608. Fra questi ovviamente tutti gli strumenti d’investitura vescovile del monte Vardabe, a partire da quello del 1447 rilasciato dal principe vescovo di Trento Giorgio Hack e via via fino a quello del 1776 (Pietro Vigilio Thun). Secondo il repertorio del 1924 l’archivio avrebbe custodito anche l’investitura del principe vescovo Alberto di Ortenburg del 1385, oggi (2016) dispersa. Queste osservazioni suggeriscono come nei primi anni di vita della Regola Feudale di Predazzo sia esistita una certa contiguità fra il suo archivio e quello della Regola Generale, forse testimonianza indiretta di altre aderenze. A questo punto insorge inevitabilmente un’altra domanda cui non è facile rispondere: chi potrebbe essersi occupato nei primi periodi di costruire, custodire e gestire l’ar170

chivio della Regola Feudale? È evidente che data la funzione fondamentalmente difensiva dell’archivio, ossia difesa di prerogative, la tutela della documentazione in grado di dimostrare di fronte a qualsiasi autorità il diritto inviolabile a godere del monte Vardabe, fosse di competenza degli organi di governo della Regola stessa e in primis dei suoi Regolani, ma è altrettanto palese che a garantire una funzione così delicata fosse chiamato una persona competente, quale ad esempio un notaio. Se poi la raccolta dei documenti precedenti al 1608 si sia prodotta contestualmente alla costituzione della Regola Feudale o per tappe successive è difficile accertarlo in quanto il primo repertorio dei documenti dell’archivio della Regola di cui si dispone, quello del 1873, è in realtà solo un elenco selezionato di documenti ritenuti più rilevanti di altri senza alcun indizio che possa indicare date e modalità di acquisizione, così come peraltro non consentono i successivi strumenti repertoriali.

Aspetti

Chiunque sia stato personalmente responsabile della gestione dell’archivio appare evidente che la sua azione fosse improntata a documentare erga omnes il diritto fondamentale all’esistenza e al rispetto di un’esperienza sia pure atipica. Quelle carte «pericolosissime» che il Morandini, nel 1934, temeva potessero costituire un appiglio controproducente alla causa della Regola Feudale (ma che non gli impedirono di argomentare, con le stesse fonti, il diritto di esistenza dell’istituto), proprio quelle carte erano tornate utili nei ricorrenti conflitti con la Magnifica Comunità, con le altre regole, con i Principi vescovi, con il Re di Baviera, con gli imperatori austriaci. Contestualmente l’archivio della Regola Feudale è fondamentale anche per la storia sociale di Predazzo e più in generale di una comunità montana. La possibilità d’individuare un’élite all’interno di quella società, di ricostruirne l’articolazione, le relazioni, le funzioni, le dinamiche, le strategie rende

l’archivio della Regola è uno strumento fondamentale anche per la storia sociale di Predazzo e più in generale, di una comunità montana


la documentazione particolarmente interessante non soltanto per una contenuta storia locale, ma anche per accrescere le conoscenze sulla natura e il ruolo dei ceti nelle popolazioni alpine. Infine questo archivio ha anche una valenza «aziendale». Le risorse economiche offerte dal patrimonio feudale non consentono un loro uso generico; la loro gestione rappresenta una preoccupazione e una responsabilità dei Regolani, fortemente controllati da una base attiva e interessata. Le soluzioni, come già ricordato, seguono modelli ricorrenti nell’economia montana e non sembrano, a prima vista, denotare un atteggiamento dissimile da tanti altri adottati anche all’interno della stessa valle. Eppure il gioco delle affittanze, dei livelli, dei contratti di soccida e di altre soluzioni gestionali, fanno percepire un atteggiamento flessibile sul piano organizzativo e una sottesa attenzione ai flussi finanziari. Così pure è dato cogliere nelle scelte anche un’anima privatistica, attenta ai mutamenti e alle nuove occasioni. Comportamenti questi, che hanno consentito di trasformare gradualmente gli obiettivi e i mezzi di produzione, ma di conservare una consapevolezza delle compatibilità socio-economiche e un senso della continuità che è riduttivo chiamare tradizione.

Identità

Alcuni episodi, a partire dalla seconda metà del Settecento, segnano il progressivo consolidamento intorno all’archivio della Regola Feudale di Predazzo di una diversa coscienza che da mero strumento di difesa di prerogative e privilegi lo declina in qualcosa di più legato alla riconoscibilità e all’affermazione di specifici tratti identitari comunitari. Il primo episodio è senz’altro l’avvio della compilazione dal 1793 di un grande repertorio. Si tratta di un’attenta trascrizione dei documenti più antichi e talvolta anche della loro traduzione da altre lingue in volgare suggerite sicuramente da valutazioni contingenti circa la necessità di disporre di

uno strumento di agile uso per argomentare qualsiasi rivendicazione da parte della Regola Feudale di fronte alle autorità superiori, ma anche dal desiderio, come si diceva, di preservare memoria della documentazione originale. Il secondo episodio è relativo alla Grande Guerra: la vicinanza del fronte di guerra e la paura che le carte potessero essere distrutte consigliò di nasconderle. Fu scelto così di sotterrarle. Purtroppo se l’intervento salvò le carte dalla furia dei militari non le preservò dall’umidità del terreno. Nonostante le precauzioni adottate molte delle carte dell’archivio mostrano evidenti tracce di contatto con l’acqua. Il terzo episodio è del primo dopoguerra e si collega alla nuova legge sugli usi civici del 1927. A seguito di questa normativa si aprì, infatti, un lungo contenzioso fra la Regola Feudale e lo Stato che si esaurì solo nel 1967. Questa vertenza fu portata avanti proprio in punta d’archivio se così si può dire, e ciò fin dal 1927, quando l’avvocato Giuseppe Morandini, produsse il suo primo studio sulla storia della Regola Feudale di Predazzo. Alla base vi era proprio la documentazione archivistica custodita dalla Regola anche se strumentalmente selezionata per convalidare quelle argomentazioni giuridiche in base alle quali sostenere l’inapplicabilità della nuova legge anche alla Regola Feudale di Predazzo. Il quarto episodio è l’intervento di riordino iniziato nel 1999 e concluso nel 2002 con la pubblicazione dell’inventario. In questo caso, emerge, rispetto agli episodi precedenti, un elemento del tutto nuovo. Non si trattava più di salvare la fonte in grado di testimoniare o meno l’esistenza di un diritto o la preservazione di privilegi acquisiti in passato, ma di tutelare un bene giudicato di valenza culturale. L’archivio come registrazione di una storia grazie alla quale costruire e condividere una rappresentazione. È un cambio di prospettiva radicale cui si riallaccia anche, nel 2008, la mostra Una regola della storia, che nel celebrare il quarto

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centenario della fondazione della Regola, ha contribuito probabilmente a consolidare fra i vicini, ma in primis fra chi ha la responsabilità di guidare la Regola, la coscienza che quanto nei secoli è stato conservato non solo va patrimonializzato a beneficio delle generazioni future, ma va continuamente rivitalizzato nell’esperienza quotidiana. Parlando di passato non si può non parlare di cosa la Regola potrebbe ancora realizzare intorno al proprio archivio. La storia che questa risorsa storico-culturale può ancora svelare è rilevantissima e in gran parte sconosciuta. Una storia non solo politico-istituzionale o amministrativa, ma anche sociale,

culturale, economica, perfino religiosa. Non si tratta solo d’impostare nuovi studi e altrettante pubblicazioni, ma di predisporre un percorso di scoperta che con minime risorse sappia offrire momenti di condivisione a giovamento dei vicini, ma anche della comunità più ampia. La Regola Feudale gestisce da secoli un territorio e in questo ha saputo mettere in campo competenze, capacità di scelta e strategie che costituiscono un patrimonio da non disperdere. E questo patrimonio è custodito nell’esperienza e nella memoria delle persone, ma anche fra le carte dell’archivio.

GLI STATUTI 1608 Statuto della Regola Feudale, approvato dal principe vescovo Carlo Gaudenzio Madruzzo. Più che uno statuto esso appare come un regolamento di utilizzo consortile. 1608-1723 Lo Statuto iniziale subisce alcune integrazioni e modifiche fino al 1723, con le singolari approvazioni dei Principi vescovi di Trento. 1608-1794 Ulteriore documento con il testo primitivo e le modifiche fino al 1794: «da osservarsi tanto dai suoi regolani, che saranno di tempo in tempo, quanto da tutti li vicini feudali per buon regolamento delli interessi sì pubblici che privati. Il tutto ad onore e gloria di Dio e di Maria». 1856 Statuto della Regola Feudale di Predazzo riformato nell’anno 1855. Vi compare il termine giuridico di «bastardi», cioè gli illegittimi esclusi dai diritti di vicinia.

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1894 Statuto a stampa approvato in quest’anno dai Vicini i quali vi compaiono nominativamente anche con il loro soprannome, purtroppo non privo di svarioni di stampa. L’approvazione avvenne dieci anni dopo. 1929 Statuto rivisto per la temperie del nuovo regime italiano: «anno VII E.F.» di notevole interesse sono i «Cenni Storici» in premessa, per la loro puntualità documentaria e le corrette valutazioni storiche sull’ente. 1983 Statuto discusso e deliberato articolo per articolo nell’assemblea straordinaria del 22 maggio 1983. Notaio dottor Giovanni Rizzi.


Note La parte introduttiva del seguente intervento ripropone la premessa di Gauro Coppola al volume Regola Feudale di Predazzo: inventario dell’archivio (1388-1997). A cura di Rodolfo Taiani, Trento, Provincia autonoma di Trento-Servizio per i beni librari e archivistici, 2002. 2 L’Archivio della Regola Feudale di Predazzo, composto da documentazione datata a partire dal 1344 fino al 1997, è custodito in 177 contenitori e conservato presso la sede dell’Ente a Predazzo, provincia di Trento, in via Roma, 1. La sua consultazione è possibile contattando anticipatamente gli uffici della Regola. 3 Albino Casetti, Guida storico-archivistica del Trentino, Trento, Temi, 1961, pp. 583-584. 4 In quell’occasione la consistenza dell’archivio fu così quantificata: descrizione Cartelle di documenti segnate con lettera dalla A alla Z «Libri protocolli delle Amministrazioni feudali» «Libri protocolli delle sessioni feudali» «Libro contenente la trascrizione e traduzione di tutti gli atti antichi e più importanti della Regola Feudale di Predazzo» «Libri vecchi dei sequestri delle regalie feudali» «Libro delle regalie feudali comperate dalla Regola» «Libro usato per l’amministrazione del Magazzino granaglie» «Libri usati per la locazione delle parti di monte» «Libro per le affittanze dei campi» «Libro debitori verso la Regola» «Libro vendita legname» «Libro repertorio dell’archivio della Regola» «Libro matricola dei vicini della Regola Feudale di Predazzo» «Giornale di cassa» «Registro bilanci» «Registro partitario, affittanze e regalie» «Registro affittanze fittarecie» «Registro con elenco degli operai ammessi alla cassa circondariale di malattia» «Libro cassa» «Registro con la mappa delli fondi prativi del maso o sia fittarezza della Regola Feudale di Predazzo, esistente sopra Bellamonte in luogo detto Tegoden» «Quinternetti regalie ordinarie e straordinarie» «Partitari arretrati regalie» «Registro deposito e svincolo cauzioni» «Protocollo delle sessioni del Consorzio d’irrigazione campagna Colleri e Straie» «Registro affittanze beni feudali» «Estrazione delle parti di monte e di campi per il ruotolo 1901» «Riscossione affitti terreni» «Elenco vicini del Feudo» «Protocolli corrispondenza» Cartelle corrispondenza ed atti amministrativi 1

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Si rilevò semmai il cattivo stato di conservazione di diverse carte, dovuto ai danni subiti durante il periodo della prima guerra mondiale: «Sicome poi durante la guerra Europea - è ricordato nella premessa del repertorio del 1924 - correva pericolo che [l’]archivio venisse manomesso e disperso fu deciso di sotterrarlo, e quantunque ben riparato, al termine della guerra molti atti e libri causa l’umidità tramandata dal terreno vennero trovati in uno stato di avanzato deterioramento in modo, da dover nettarli e ripararli in nuove buste». A tal fine sarebbe quanto mai opportuno allargare l’indagine anche ai principali archivi della zona (archivio parrocchiale ed archivio comunale), con qualche estensione anche all’Archivio di Stato di Trento e

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n. pezzi 18 10 9

estremi data 1388-1983 1634-1929 1724-1976

1 5 1 1 3 3 2 5 3 1 8 1 26 1 1 2

1793 1867-1956 1879-1926 1865-1898 1877-1992 1800-1967 1853-1866 1879-1969 1873, 1911, 1924 1850-1937 1930-1969 1914-1986 1931-1961 1877-1962 1930 e sgg. 1899-1904, 1919;

1 7 5 1 1 1 2 1 2 2 46

s.d. ma fine sec. XVIII; 1899-1908 1873-1958 1922-1961 1884-1938 1919 1901 1930 s.d., ma inizio sec. XX 1929-1985 1929-1981

alla sezione manoscritti della Biblioteca comunale di Trento. Giuseppe Morandini, Il Feudo di Vardabio, Predazzo, Bosin e Dell’Antonio, 1941, p. 69 ricorda che l’archivio della Regola, consistente per lo più nelle investiture feudali e in altre pergamene sociali fu conservato a lungo in un armadio presso la sede mistica della Regola stessa, costituita dalla cappella dedicata alla Santa Croce, posta sul fianco destro della chiesa di San Filippo e Giacomo. Ne erano diretti responsabili i regolani, che, come risulta dal libro delle amministrazioni, alla fine del loro mandato consegnavano nelle mani dei successori tutti gli strumenti fra i quali l’archivio.

•• un archivio, tante storie, un’identità • Conservato lo spirito originario • 173


CAPITOLO VI

Beni feudali ed allodiali Un importante patrimonio Luigi Morandini

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Introduzione

L’individuazione del patrimonio antico o originario o feudale, come alcuni sostengono, risulta essere importante all’interno della Regola Feudale in quanto tale differenziazione implica, oltre ad un contesto storico importante, un diverso uso e disponibilità del bene. La ricerca qui svolta intende individuare fin dalla investitura del Vescovo Hack del 1447 la definizione di bene originale (come lo chiameremo) anche in virtù dei diversi modi di approcciarsi alla proprietà terriera nel corso dei secoli fino all’ultimo Statuto approvato dall’assemblea della Regola di data 25 febbraio 2007.

Beni antichi ed allodiali

Tirolo storico. Prima forma cartografica.

a) Beni antichi (originari-feudali) definizione La Regola Feudale è una comunione di diritto privato denominata “chiusa” in quanto sono ammessi a godere dell’uso delle risorse naturali i residenti in una certa zona, che però siano anche discendenti dagli antichi originari (rapporto agnatizio). La proprietà antica è la proprietà inalienabile e indivisibile che una determinata collettività ha su beni fondiari che le spettano a titolo originario. La proprietà antica non si può né vendere, né acquistare. Costituisce un modello originale di produzione e distribuzione sociale di ricchezza, oltre che un mezzo efficacissimo

di tutela ambientale. La Regola Feudale si caratterizza nell’ordinamento italiano per una serie di vincoli nella utilizzabilità del suo patrimonio che si possono riassumere nelle cosiddette “quattro i”: inalienabilità, inusucapibilità, inespropiabilità e immutabilità della loro destinazione agrosilvopastorale. Tutte sono autonome e disciplinate da antichi Statuti che codificano sempre tradizioni ancora più antiche, nate dalla libera scelta dei titolari (ed aventi diritto al godimento) di tali beni di imporsi dei limiti nel loro godimento, al fine di perpetuarli alle generazioni future. Questo vincolo auto-imposto, che limita innanzi tutto la piena disponibilità e fa del dominio dei legittimati una situazione tutt’altro che assoluta, pone la realtà delle proprietà collettive in una prospettiva irriducibile al rigido binomio tra proprietà privata e proprietà pubblica. Le proprietà collettive costituiscono pertanto una situazione giuridica antitetica rispetto a quella della proprietà privata individuale e non sono riducibili allo schema della comproprietà. La proprietà collettiva implica nel singolo partecipante solo il diritto di usare della cosa, secondo i termini consuetudinari che caratterizzano quella singola situazione. Al contrario della comproprietà,

•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 177


essa è una situazione permanente e duratura: i partecipanti non possono, neanche per accordo b) beni allodiali - definizione Il termine allodiale deriva dal tedesco “allod” che significa “libero da vincoli”. In antitesi con i beni originari sono tutti

quei terreni acquisiti dalla Regola Feudale successivamente a quelli pervenuti in base all’atto di investitura dato in Caldaro il 13.10.1447 dal principe Vescovo Giorgio di Trento che sono liberi di essere commercializzati o permutati.

monte feudale

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Tirolo storico. Prima forma cartografica. Val di Fiemme.


Eventi storici che descrivono il territorio della Regola

1436 Prima definizione del territorio della regola feudale

Nella sentenza del Vescovo duca di Mazovia fra la Magnifica Comunità di Fiemme e i feudatari di Predazzo che si rivolsero al Vescovo per rivendicare i loro diritti in quanto la Comunità invadeva le terre del Monte Vardabio vi fu la prima descrizione dei confini del patrimonio originale. “Dalla Valsorda fino all’Avisio e fino alle acque di Trezzena”, questa era la descrizione del territorio.

1447 Investitura collettiva

Nell’investitura collettiva del vescovo di Trento Giorgio Hack del 13 ottobre 1447 si definì ancora una volta i territori del monte Feudo e precisamente “del monte chiamato Vardaboi, situato nella Valle di Fiemme, dal

quale monte scorre, da un lato il rivo Valsorda e dall’altra l’acqua di Trezzena e al di sotto l’Avisio”.

1667 Lite con la Magnifica Comunità e ulteriore definizione dei confini

Il giorno 11 novembre 1667 in Cavalese venivano ulteriormente definiti i confini della Regola Feudale e precisamente “che i Vicini della Regola Feudale di Predazzo siano liberi possessori, e padroni del monte di Vardabe fra i suoi confini, cioè dalla Valle della Valsorda in fuori ratifilando per la sommità del monte fuori sino alla montagna di Pedenzana..... sino al fiume Avisio”. Sul documento vi sono molti altri cippi ed elementi naturali a cui fare riferimento per definire il confine che sostanzialmente non si discosta dalla definizione di quelli già descritti in precedenza.

•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 179


1773 Il catasto Teresiano

Il catasto è uno strumento per la descrizione, la misura e la stima dei beni immobili - dunque, sostanzialmente, terreni e fabbricati - appartenenti a singoli individui oppure a enti e istituzioni. Scopo primario, e per lungo tempo esclusivo, della descrizione è l’assegnazione di una rendita catastale in base alla quale calcolare il reddito imponibile e l’onere fiscale a carico del proprietario.

Come tale, dunque, il catasto rappresenta il dispositivo necessario alla determinazione dell’imposta diretta fondiaria. Il catasto Teresiano, così chiamato perché concluso sotto l’Imperatrice d’Austria Maria Teresa, era solo descrittivo ed elencava degli immobili la proprietà, l’estensione, la destinazione d’uso con la qualità delle colture e il valore. Catasto Teresiano: totale valori dei terreni. Le fotografie individuano la prima e l’ultima pagina delle proprietà della Regola Feodale (Feudale) con il numero progressivo, la descrizione del bene e il valore.

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•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 181


1750 circa Prima mappa del territorio

Mappa con i confini del territorio della Regola

La mappa è di proprietà della Magnifica Comunità di Fiemme ed non è datata. Si presume sia della seconda metà del Settecento. Ha un titolo “Carta topografica della Val di Fiemme descritta coi confini dei comuni e delle rispettive Frazioni e Malghe circoscritte coi loro confini ciascheduna”.

In essa si può definire compiutamente il territorio della Regola Feudale ricordando le prime indicazioni fin dal 1436. La Valsorda a est, il torrente Avisio a Sud, a ovest confina con Ziano, Pedenzana-Valbonetta e Stava, a nord non è indicato perché è il confine anche della allora val di Fiemme e non sono indicati i confinanti della Valle.

Mappa in scala della Val di Fiemme dell’epoca con i confini del territorio della Regola.

Ingrandimento del territorio della Regola.

Particolare del titolo della mappa.

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1858 Il catasto con evidenziate le particelle del Monte Feudale

Quadro d’unione delle mappe. Primo catasto con mappe del 1858. Dalle mappe del catasto si evidenziano ancora con maggior precisione i confini. Su quasi tutte è evidenziata la scritta Monte Feudale.

Pagina seguente: Particolare significativo della mappa catastale. 184


•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 187


Mappa del dott. Zieger con i confini della Regola

Dopo l’infausta sentenza del Commissario per la liquidazione degli usi civici dott. Giovanni Raffaglio che apriva “il territorio della Regola agli usi di tutti i cittadini abitanti nel Comune di Predazzo” per la prima volta si è tentato di differenziare i beni originari con quelli acquisito dopo (allodiali). Il dott. Zieger

188

era stato incaricato dal Commissario di verificare tale ipotesi e redigere una apposita perizia in merito. Allegata alla perizia vi è una mappa che definisce ancora meglio, perché utilizza le mappe del primo catasto, il territorio della Regola.

Estratto dall’Archivio Trentino “Ponte de la Costa” p. G. Del Vaj, edizioni Giovanni Zippel 1903.


Mappa Zieger.

•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 189


1950 circa Evoluzione delle particelle catastali

Catasto anni 50. Viene evidenziato il passaggio dal primo catasto del 1858 a questo ancora supportato da mappe cartacee. Quadro d’unione.

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•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 191


Assemblea 2007, definizione planimetrica del territorio antico

L’assemblea della regola Feudale di data 25 febbraio 2007, oltre che effettuare numerose modifiche allo statuto, ha introdotto un nuovo modo di definire il territorio antico della Regola depositando al Libro Fondiario di Cavalese una cartografia in cui,

con una precisa evidenziazione, vengono definiti i confini antichi e all’interno di questi quelle proprietà non possedute al 2007 dalla Regola.

Assemblea 2007: estratto del verbale.

Pagine seguenti: Assemblea 2007, planimetria in formato digitale. 192


Regola Feudale di Predazzo estratto mappa - scala 1:10.000 Legenda

194

Perimetro del patrimonio antico

Altre proprietà al’interno del patrimonio antico

Patrimonio antico della Regola Feudale


•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 195


Territorio della Regola rispetto al contesto geografico

Inquadramento geografico proprietĂ della Regola Feudale

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Superficie ComunitĂ Territoriale della Val di Fiemme

415,03 km2

Superficie Comune di Predazzo

109,84 km2

26,45% della Val di Fiemme

Superficie Regola Feudale (Beni Antichi)

27,20 km2

24,76% del Comune di Predazzo


Mappa della Val di Fiemme con i confini del territorio del Comune di Predazzo e della Regola. Territorio della Regola.

•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 197


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Forma cartografica-descrittiva particolareggiata. Visuale del territorio.

Fonti • Archivio della Magnifica Comunità di Fiemme. • Provincia Autonoma di Trento, mappe catastali e archivio storico.

•• Beni feudali ed allodiali • Un importante patrimonio • 199


CAPITOLO VII

La questione femminile Mario Felicetti


Confermata la norma statutaria

Come prevede lo statuto della Regola Feudale il diritto di iscrizione nel Libro Matricola viene attribuito solamente a cittadini maschi che, si afferma, “alla morte di propri ascendenti legittimi risultino legittimi discendenti di un Vicino”. È un assunto di grande significato storico, legato alla peculiarità di questo ente ed alle sue secolari consuetudini feudali, che hanno escluso gli eredi femmine dalla comproprietà dei beni comunitari. Una particolarità importante, mantenuta anche oggi e che comunque è stata oggetto, specialmente negli anni Ottanta del secolo scorso, di una serie di tentativi di modifica da parte di chi avrebbe voluto cambiare la norma ed eliminare quella che giudicava una vera e propria anomalia, oltre che una grave discriminazione tra i rappresentanti dei due sessi.

Contestazioni alla delibera assembleare del 22 maggio 1983

Un momento difficile ha fatto seguito all’assemblea che, il 22 maggio 1983, ha approvato il nuovo statuto, confermando i diritti di successione riservati solamente ai maschi. Il 20 giugno dello stesso anno, un Vicino di Predazzo, assistito dall’avvocato Alberto Paoletto, presentava ricorso contro la delibera assembleare chiedendone l’annullamento. La difesa della Regola Feudale veniva affidata all’avvocato Eugenio Pensini. Il

Vicino dichiarava di essere iscritto alla Regola Feudale e che tale Regola, considerata una comunione di diritto privato alla quale partecipavano 737 persone, era disciplinata dallo statuto del 17 febbraio 1929, il quale determinava tra l’altro le modalità d’uso dei beni comuni e i diritti dei partecipanti denominati Vicini. Due le sue contestazioni. Con la prima si sottolineava come la deliberazione di modifica dello statuto fosse stata presa con un quorum inferiore a quello previsto. La seconda evidenziava che il contenuto di alcune clausole approvate ledeva gli interessi del ricorrente, in quanto contrarie a norme imperative, che pertanto egli aveva deciso di impugnare. In definitiva lo statuto escludeva gli eredi femmine dalla comproprietà dei beni comunitari ed escludeva in perpetuo la divisibilità dei beni della Regola, in violazione, secondo il Vicino, dell’art. 111 del Codice Civile, il quale prevede che il limite massimo della indivisibilità non può superare i dieci anni. All’epoca era Regolano pro tempore Giorgio Dellantonio.

Processo di primo grado nel 1985-1987

La Regola Feudale il 30 gennaio 1985 si costituì in giudizio, eccependo in primo luogo il difetto di legittimazione attiva del Vicino, in

•• La questione femminile • Confermata la norma statutaria • 203


quanto dichiarato “inabilitato” con sentenza del Tribunale di Trento, chiedendo quindi in via preliminare “la declaratoria di sospensione del giudizio, onde provvedere all’integrazione delle capacità processuali” dell’attore, e, nel merito, “la reiezione della domanda, con vittoria di spese di causa”. Il 29 gennaio 1987 il Tribunale, con i magistrati Rocco Latorre (presidente), Laura Paolucci e Alberto Pallucchini (giudici), emetteva la sentenza. Innanzitutto si faceva presente che la richiesta di interruzione del giudizio per carenza di capacità processuale dell’attore, dopo che era intervenuta la pronuncia di inabilitazione del Vicino emessa dallo stesso Tribunale, non poteva essere accolta, in quanto “il verificarsi di una delle cause previste dall’art. 300 del Codice di Procedura Civile, interruttiva del processo, può essere validamente addotta esclusivamente dal procuratore della parte interessata, al quale la legge espressamente demanda tale onere”. Il procuratore dell’attore aveva invece affermato di non voler fare la dichiarazione, né tanto meno il Tribunale poteva intervenire d’ufficio. Entrando invece nel merito, il Vicino precisava che alcune delle cause di nullità addotte, in particolare quella relativa alla validità della costituzione dell’assemblea, erano infondate per cui aveva deciso di ritirare la rispettiva denuncia. Rimanevano invece da esaminare le asserite nullità inerenti il contenuto di altre clausole presenti nel nuovo statuto. La Regola Feudale, si sottolineava, “è una comunione di diritto privato costituita dai vicini, come ebbe a pronunciarsi la Corte d’Appello di Roma, Sezione Usi Civici, con sentenza del 10 ottobre 1967”, anche se si tratta “di una comunione sui generis, alla quale non possono applicarsi sic et simpliciter le norme sulla comunione previste dall’attuale Codice Civile”. E si precisava: “Se sono sicuramente inapplicabili le norme di diritto antico, pur tuttavia è innegabile che non si può non tener conto della finalità originaria per la quale la Regola fu costituita e che determina la peculiarità della sua natura giuridica”. Comunione dunque, ma sui generis, 204

in quanto “ai Vicini non può riconoscersi un vero e proprio diritto di proprietà pro quota sul patrimonio, inteso nei suoi connotati più pieni di dominio assoluto sulla cosa, ma piuttosto un diritto assimilabile, come contenuto, all’uso (e forse anche all’usufrutto) nel quale il permanere in comunione e la stessa gestione comune è svolta e va a vantaggio dell’intera comunità locale costituente la Regola”. In sostanza venne confermata la natura giuridica della Regola, la validità della suddivisione dei beni in patrimonio antico inalienabile ed indivisibile ed in patrimonio in libera disponibilità, ribadendo come “rientri nei poteri dei vicini determinare le modalità dello stare in comunione”.

La sentenza negativa nel processo di primo grado

Diverso il ragionamento sulla questione femminile. Infatti la sentenza recita: “Deve essere accolta la domanda di declaratoria di nullità della norma statutaria che esclude della comunione i discendenti donna del vicino deceduto. Sia l’art. 1 che l’art. 5 del nuovo statuto (dove si parla di successione solo per linee mascoline) sono indubbiamente in contrasto non solo con i principi generali relativi alla normativa sulle successioni, ma ancor più gravemente contraddicono il principio generale di parità tra sessi sancito dalla Corte Costituzionale. Tali clausole, che attuano una vera e propria discriminazione tra cittadini residenti nella comunità locale, oltre a violare norme imperative, non trovano giustificazione alcuna nella peculiarità della natura giuridica attribuita alla Regola. Negare ai discendenti donna l’iscrizione nel Libro Matricola dei Vicini significa escludere tali soggetti dalla comunione intesa quale godimento dei diritti, il cui contenuto è stato in precedenza precisato”. Conclusione perentoria: “Va dichiarata la nullità della deliberazione di data 22 maggio 1983, con la quale veniva approvato l’art. 1 dello statuto della Regola Feudale di Predazzo, nella parte in cui prevede che la successione avvenga per linea mascolina, e l’art. 5, nella parte in cui ugualmente prevede la successione dei soli di-


confermata nel 1988, con sentenza passata in giudicato della Corte d’Appello di Trento, la norma statutaria che rispetta le secolari consuetudini feudali

scendenti maschi”. Di qui l’annullamento di parte della delibera assembleare del 22 maggio 1983 e la condanna della Regola a rifondere all’attore complessivamente 1.987.500 lire per spese, diritti ed onorari.

Ricorso e processo d’appello nel 1987-1988

Ma la Regola non ci sta ed il 7 agosto 1987 incarica l’avvocato Cesare Trebeschi di presentare contro la sentenza ricorso in appello, iscritto a ruolo il 21 ottobre. Intanto il legale, con lettera del 24 agosto, aveva suggerito al Regolano di sondare concretamente la volontà dei Vicini attraverso un referendum, pur dichiarandosi convinto che “la indivisibilità del patrimonio, laddove è dichiarata legittima, pur contrastando con le norme privatistiche sulla comunione dei beni, dovrebbe indurre il giudice a ripensare obiettivamente le sue scelte”. L’11 marzo 1988 il Consiglio della Regola accoglie la proposta dell’avvocato Trebeschi e delibera l’indizione del sondaggio per verificare se i Vicini siano favorevoli oppure contrari alla revisione dello statuto con l’eliminazione della norma che prescrive la successione solamente per linee mascoline. Il sondaggio si svolge il 2 maggio ed ha un esito che non ammette discussioni: 446 contrari (84%) e solo 79 favorevoli (16%). Il 24 dicembre 1988 la Corte d’Appello di Trento (presidente della Camera di Consiglio Fabio Deluca, consiglieri Carlo Alberto Agnoli e Stefano Diez) accoglie il ricorso, ponendo a carico del Vicino tutte le spese di

giudizio: 1.153.000 lire per il primo grado e 1.940.500 lire per il secondo.

La sentenza di secondo grado

Nel merito, dice la sentenza, l’appello è pienamente fondato perché, essendo la Regola Feudale stata riconosciuta una “comunione di diritto privato”, non si vede come si possa invocare l’art. 3 della Costituzione che pone il principio dell’uguaglianza dei cittadini, senza distinzione di sesso, razza, lingua e religione, davanti alla legge e non già davanti a disposizioni di carattere privatistico. La Corte d’Appello ricorda che l’art. 699 del Codice Civile “espressamente prevede la validità di disposizioni testamentarie aventi ad oggetto l’erogazione periodica, in perpetuo o a tempo, di sussidi a favore di persone da scegliersi entro una determinata categoria”; così come l’art. 631 comma 2 “prevede disposizioni a favore di categorie di persone determinate dal testatore”. La Corte d’Appello, quindi, “respinge in toto la domanda del Vicino diretta ad ottenere l’annullamento della delibera di data 22 maggio 1983 della Regola Feudale di Predazzo, relativa all’approvazione del nuovo statuto - regolamento, o di parte di essa, e pone a carico dell’attore le spese di entrambi i gradi di giudizio”. La sentenza, della quale hanno parlato anche la grande stampa e le televisioni nazionali, a distanza di un anno dal suo deposito in cancelleria è passata in giudicato senza essere impugnata presso la Suprema Corte di Cassazione. Rimane quindi pienamente confermata la norma statutaria, nel pieno rispetto delle secolari consuetudini feudali.

Fonti • Archivio della Regola Feudale di Predazzo.

•• La questione femminile • Confermata la norma statutaria • 205


CAPITOLO VIII

Geologia, minerali e fossili Elio Dellantonio


P R

“Calcare”

E

Monzonite

D

A

Z

Z

I

T

E


Geologia, minerali e fossili

Duecento anni fa

Fig. 1: Canzoccoli di Predazzo. Si osservi la “monzonite” (a destra e in alto) sovrapposta alle rocce sedimentarie (a sinistra e in basso). Nella fascia di contatto il calcare dolomitizzato è stato trasformato in predazzite (marmo a brucite). Foto archivio Museo Geologico delle Dolomiti, Predazzo (MGDP).

Da quasi duecento anni confluiscono nelle Valli di Fiemme e Fassa studiosi e appassionati di geologia e di mineralogia provenienti da tutto il mondo. Già all’inizio del 1800 questo territorio era noto, anche all’estero, per la sua straordinaria varietà di minerali e rocce, ma a renderlo celebre fu il conte vicentino Giuseppe Marzari Pencati, consigliere delle miniere dell’Imperial Regio Governo delle Province Venete, che aveva studiato la geologia del TrentinoAlto Adige sin dal 1806. Nell’autunno del 1820, pubblicò sul supplemento al giornale Nuovo Osservatore Veneziano, quanto aveva scoperto l’anno precedente: ai Canzoccoli di Predazzo, un “granito”, definito più tardi monzonite, stava sopra il “calcare” e pertanto doveva essere più recente di quest’ultimo (fig. 1). La scoperta, se confermata, era straordinaria! A quei tempi, infatti, la teoria più accreditata e diffusa sull’origine delle rocce era nota con il nome di nettunismo (da Nettuno, dio del mare) per il ruolo fondamentale che assegnava all’acqua. In base ad essa tutte le rocce si sarebbero originate in un oceano primordiale, che avrebbe avvolto tutta la Terra. Sui fondali si sarebbero depositati in un primo momento le rocce intrusive, allora chiamate graniti, gli scisti e gli gneiss, che quindi costituirebbero le rocce più antiche

e in seguito i basalti e le rocce sedimentarie come i calcari. Questo schema di deposizioni successive era applicabile ovunque e non ammetteva modificazioni posteriori della sequenza di deposizione. Lo scritto di Pencati, che minava alla radice la teoria nettunista, destò enorme scalpore anche al di fuori dell’ambito accademico: fra le persone colte infatti, c’era un diffuso interesse per la geologia, tanto che la si sarebbe potuta considerare la scienza di moda. Se le osservazioni dello studioso vicentino si fossero rivelate esatte, avrebbero avuto ragione i sostenitori della teoria rivale, il plutonismo (da Plutone, dio degli Inferi), per la quale i “graniti” non costituivano lo strato di rocce più antico depositatosi nell’oceano primordiale, ma il prodotto della solidificazione di masse fuse provenienti dalle viscere della Terra e iniettatesi nelle rocce sovrastanti. Entro il 1822 Leopold von Buch, il più importante geologo del tempo, era già venuto in carrozza due volte, dalla Sassonia a Predazzo, nel tentativo di trovare una spiegazione alternativa a quella di Pencati. Ben presto fu evidente che il “granito” aveva cotto il “calcare” sottostante trasformandolo in un marmo bianco (predazzite): il “calcare” doveva pertanto già esistere al momento della messa in posto del “granito”. I Canzoccoli contribuirono così, in modo determinante,

•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Duecento anni fa • 209


al superamento del nettunismo. Molti dei più noti studiosi dell’epoca quali Humboldt, Cordier, Murchison, Studer, Maraschini e altri ancora visitarono i Canzoccoli. Ben presto i dintorni di Predazzo furono scandagliati palmo a palmo e le ricerche furono estese alla Valle di Fassa. Furono scoperti minerali e rocce sino ad allora sconosciuti, cui spesso fu dato il nome di toponimi locali (predazzite, monzonite, fassaite, ecc.) e sorsero aspri dibattiti sull’origine e la successione cronologica di queste rocce (Vardabasso, 1922). La varietà di minerali, di rocce e di fenomeni geologici concentrati in questa ristretta area divenne ben presto celebre e richiamò - cosa che avviene tuttora - un gran numero di studiosi e appassionati. Ben pochi luoghi al mondo sono presenti nella letteratura geologica come questo territorio che ha ospitato escursioni organizzate in concomitanza di congressi a carattere internazionale sin dal 1903. Una traccia singolare della presenza in loco della maggior parte dei più celebri geologi dell’Ottocento è rintracciabile nei volumi del Memoriale dei visitatori dell’albergo Nave d’oro di Predazzo. Compilato per iniziativa del proprietario Michele Giacomelli, a incominciare dal 30 settembre 1822 con la visita del celebre geografo e naturalista Alexander von Humboldt, riporta le firme e talora anche osservazioni e qualche schizzo tracciato dagli illustri ospiti che si occuparono del centro eruttivo di Predazzo (fig. 2). Col tempo per i geologi divenne quasi un obbligo soggiornare in quest’albergo, dove puntualmente gli eredi di Michele Giacomelli continuarono ad invitarli ad apporre le loro firme sino al 1966, anno in cui la Nave d’oro venne demolita. Fu un continuo via vai di studiosi e appassionati di geologia, mineralogia e paleontologia, tanto che in esso molti individuano l’inizio del fenomeno turistico in queste valli. Alla luce di questi eventi è comprensibile l’iniziativa della Società Magistrale di Fiemme e Fassa di creare a Predazzo, già nel 1899, un Museo Sociale, allo scopo di valorizzare il pa210

trimonio geologico e naturalistico locale e di promuoverne la conoscenza in particolare nell’ambito scolastico. Operativo sin dal novembre di quell’anno, aveva sede nel centro del paese, al secondo piano del magazzino della Regola Feudale. L’edificio, in seguito, fu trasformato nell’attuale Casa della Regola Feudale.

Datazione delle rocce

Ai singoli avvenimenti della storia della Terra registrati nelle rocce oggi è possibile attribuire, con una certa precisione, un’età espressa in milioni d’anni (cronologia assoluta). I metodi di datazione assoluta più utilizzati sfruttano il decadimento radioattivo, ovvero la trasformazione spontanea, con contemporanea emissione di energia, degli elementi chimici radioattivi (elementi originari) in atomi di elementi diversi (elementi derivati). Se è nota la velocità di trasformazione e si misurano le quantità dell’elemento originario e di quello derivato presenti in un minerale, si può determinare il tempo trascorso, ovvero la sua età.

Fig. 2: schizzo dell’area dei Canzoccoli eseguito il 21 agosto 1849 da un geologo tedesco. Tratto dal Memoriale dei visitatori dell’albergo Nave d’oro di Predazzo.


Nelle determinazioni di tempo ci si può anche limitare a stabilire se un certo evento è avvenuto prima o dopo rispetto ad un altro, senza misurarne l’età in anni. In tal caso si parla di cronologia relativa. Essa si fonda sul principio di sovrapposizione (in condizioni indisturbate la roccia che sta sotto è più vecchia di quella che sta sopra) e sull’evoluzione biologica. Sin dal 1800 i geologi incominciarono a ricostruire le associazioni di fossili presenti nelle rocce e a correlarle in tutto il mondo. Si giunse così ad elaborare la cronologia relativa, ossia una scala cronologica limitata al Fanerozoico (etimologicamente: “della vita evidente”; ultimi 541 milioni di anni), in cui il tempo è scandito dall’evoluzione degli organismi che lasciarono i loro resti nelle rocce. Suoi intervalli di tempo sono le ere, i periodi e le età. La risoluzione temporale che si può ottenere è direttamente proporzionale all’intervallo

di tempo in cui gli organismi presi in considerazione popolarono la Terra. Si utilizzano pertanto specie fossili, animali o vegetali, che furono ampiamente diffuse e si estinsero rapidamente (fossili guida) (fig.3). Se rocce diverse, anche di territori molto lontani, contengono gli stessi fossili guida, si deve concludere che si sono formate tutte nel breve periodo di tempo in cui tali specie vissero. In relazione all’età delle rocce da determinare si utilizzano fossili guida che appartengono a gruppi diversi di organismi. Per la datazione del Mesozoico, in cui si sono formate la maggior parte delle rocce delle Dolomiti, si utilizzano principalmente gli ammonoidi (figg. 31, 33). L’era mesozoica è suddivisa in tre periodi: Triassico, Giurassico e Cretaceo. La maggior parte delle rocce della Val di Fiemme si sono formate nel Triassico, che a sua volta è suddiviso in Triassico inferiore (età: Induano e Olenekiano), medio (età: Anisico e Ladinico)

Fig. 3: mollusco bivalve Claraia clarai, fossile guida del Triassico inferiore, comune nella Formazione di Werfen. Coll. e foto Museo Geologico delle Dolomiti, Predazzo (MGDP).

•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Geologia • 211


Fig. 4: Planisfero di 240 milioni di anni fa. L’area in cui si formarono le rocce delle Dolomiti (bollo rosso) era più a sud della posizione attuale, tra i tropici a l’equatore.

e superiore (età: Carnico, Norico e Retico). Affermare che un gruppo di strati di roccia risale all’Anisico significa pertanto dire che, in base alle associazioni di fossili in essa presenti, è più recente di quelli di età olenekiana e più antico di quelli di età ladinica. La scala dei tempi geologici nasce dall’integrazione fra questi due sistemi cronologici, che si integrano e completano a vicenda e viene aggiornata periodicamente dalla Com-

missione Internazionale di Stratigrafia. Quella utilizzata in questo testo è la prima versione del 2015.

Il racconto delle rocce

La storia del pianeta Terra inizia quasi 4.600 milioni di anni fa (abbreviato in Ma). Le innumerevoli vicende geologiche e biologiche, avvenute dalla sua origine ad oggi, sono annotate nella successione verticale Fig. 5: Dolomie vacuolari della Formazione a Bellerophon. Particolare dell’affioramento in località Pausa (Val Gardoné). La scala è lunga 10 cm. Foto dell’Autore.

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delle rocce come in un gigantesco libro, le cui innumerevoli pagine sono costituite dai singoli livelli di roccia. Quelle presenti nel territorio della Regola Feudale di Predazzo documentano un intervallo di tempo relativamente breve, ma denso di avvenimenti, che si estende da circa 254 Ma (Permiano superiore) a circa 238 Ma (Triassico medio). L’assetto geografico della Terra di quei tempi era molto diverso dall’attuale: tutti i continenti erano saldati insieme e formavano un unico supercontinente, detto oggi Pangea, all’interno del quale si incuneava un profondo e ampio “golfo” oceanico, la Tetide. L’antico continente europeo era situato più a sud dell’attuale e sconfinava nell’area intertropicale (fig. 4).

andriformi. In questo ambiente tropicale si sedimentarono nel Permiano superiore le sabbie e i limi da cui derivano le rocce rossastre o grigie oggi denominate Arenarie di Val Gardena. La vita era concentrata nelle aree più umide, dove prosperavano piante arboree e cespugliose e vivevano rettili e anfibi che hanno impresso le loro orme sul suolo fangoso, poi trasformato in dura roccia. Una piccola parte si è conservata sino ad oggi; l’area di ritrovamento più importante è la gola del Bletterbach nei pressi di Redagno. Le rocce del Gruppo Vulcanico Atesino e le Arenarie di Val Gardena non affiorano nel territorio della Regola Feudale; si possono osservare agevolmente, a lato della strada, nell’area di Passo Valles e di Passo Rolle.

Le rocce più antiche della Valle di Fiemme

Tra terra e mare: la fine del Permiano

Le rocce più antiche che affiorano in Val di Fiemme sono costituite dal cosiddetto “porfido quarzifero”, la diffusa pietra da costruzione e da pavimentazione stradale estratta in numerose cave, che forma la Catena di Lagorai e di Bocche, la Pala di Santa e le pareti della gola di Sottosassa. In realtà con questo termine non si identifica un solo litotipo, ma un complesso di rocce di origine vulcanica, diverse sia per la composizione chimico-mineralogica sia per la genesi, che costituiscono il Gruppo Vulcanico Atesino. Esse rappresentano il prodotto di un’intensa attività vulcanica che si è protratta per circa 10 milioni d’anni ed è avvenuta sulla Pangea nel Permiano inferiore, intorno a 280 milioni di anni fa. Cessata l’attività vulcanica, i rilievi vulcanici vennero a poco a poco smantellati e la Val di Fiemme divenne parte di un’estesa pianura alluvionale che si estendeva su gran parte delle Alpi Meridionali. La nostra area si trovava relativamente vicina al mare, era punteggiata da numerosi specchi d’acqua dolce temporanei e percorsa da fiumi me-

Verso la fine del Permiano il mare iniziò ad invadere la regione dolomitica, da oriente, dove esisteva l’oceano aperto, verso occidente. In un primo momento sulle pianure costiere si formarono specchi d’acqua salata poco profondi, quali lagune e laghi costieri, periodicamente invasi dalle maree. Il clima era caldo e secco, per cui erano soggetti a una forte evaporazione che faceva precipitare sui fondali, come in grandi saline naturali, i sali disciolti nell’acqua marina sotto forma di salgemma, gesso e dolomia. Si originarono così le dolomie pulverulente e vacuolari, di colore grigio o giallastro (fig. 5) e i depositi di gesso oggi denominati Formazione a Bellerophon1. Sono le rocce più antiche presenti in superficie nel territorio della Regola Feudale, in cui affiorano, per un breve tratto, nella bassa Val Gardoné in località Pausa e in Val delle Fosch (fig. 6). Con la Formazione a Bellerophon termina nelle Dolomiti il Paleozoico (etimologicamente: “vita antica”). Il limite dell’era (252 Ma) è posto in corrispondenza di una grande estinzione di massa, cioè di un evento

Bellerophon è un genere di molluschi che si estinse nel Triassico inferiore, dotato di una piccola conchiglia globosa, a spirale piana, involuta. Si rinviene nei calcari bituminosi, di ambiente marino, che in Val di Fiemme si sono sedimentati solo in alcune aree ristrette e con spessori ridotti.

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•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Geologia • 213


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Fig. 6: schizzo geologico del territorio della Regola Feudale di Predazzo [compilato sulla base di S. Vardabasso (1930), Gramigna et alii (2012) e dati dell’Autore]. Spiegazione della legenda: 1. Depositi detritici, alluvionali e glaciali (Quaternario). 2a. Fm. (Formazione) dello Sciliar (Anisico sup. - Ladinico inf.). 2b. Fm. di Buchenstein (Anisico sup. - Ladinico inf.). 3. Fm. di Contrin e Fm. di Moena (Anisico sup.). 4. Fm. di Werfen (Triassico inf.). 5. Fm. a Bellerophon (Permiamo sup.). Complesso eruttivo di Predazzo (Ladinico sup.): 6. Vulcaniti e vulcanoclastiti; 7. Complesso intrusivo “granitico”; 8. Complesso intrusivo “monzonitico”; 9. Metamorfiti di contatto; 10. Filoni: a. connessi ai corpi intrusivi; b. lavici. 11. Faglie principali. 12. Giacimenti di minerali di contatto. 13. Stol del Coston de Valorca. 14. Confini del territorio della Regola Feudale.

catastrofico in cui scomparvero in modo relativamente improvviso, in ogni parte della Terra, un gran numero di organismi. Negli ultimi 540 milioni di anni si sono verificate 5 grandi estinzioni di massa, ma questa fu senza dubbio la più devastante. In un intervallo di tempo assai breve, molto meno di 1 milione d’anni, si estinse circa il 90% delle specie terrestri e il 96% di quelle viventi nel mare. Molti scienziati hanno studiato questo evento, ma anche con il supporto dalle più moderne tecnologie d’indagine, le cause non sono tuttora chiare. Le ipotesi più recenti l’attribuiscono a fenomeni connessi con le gigantesche eruzioni vulcaniche che si verificarono in quei tempi nella Siberia occidentale, le più imponenti sinora conosciute nella storia della Terra e/o con il peculiare assetto geografico che si era venuto a creare (chiusura della Paleotetide ad oriente) (fig. 4).

Il mare invade la terraferma L’emersione dell’Anisico

Con l’inizio del Triassico, il primo periodo dell’era successiva, la mesozoica, il mare

avanzò rapidamente ancora più a occidente e l’area dolomitica divenne parte di un vastissimo mare tropicale poco profondo, meno di 50 metri. A sud, nell’area attualmente occupata dalla pianura padano-veneta, vi era la terraferma. L’ingressione marina non avvenne con continuità, ma con una serie di oscillazioni avanti e indietro della linea di costa. Quando era vicina, nei sedimenti prevalevano le componenti provenienti dalla terra emersa (sabbia, limi e argilla), quando era lontana quelle caratteristiche di mare aperto, precipitate dall’acqua marina (calcari e dolomie). Nei periodi in cui la linea di costa arretrava verso oriente, si ricreavano ambienti analoghi a quelli della fine del Permiano, con deposizione di dolomie e gessi. In questo scenario si generarono una moltitudine di rocce assai diverse (calcari, marne, siltiti e arenarie), ben stratificate, per lo più grigie o rossastre (fig. 7), oggi note come Formazione di Werfen, dal nome di una cittadina austriaca posta a sud di Salisburgo, dove essa venne studiata per la prima volta. Le ricerche effettuate negli ultimi cinquant’an-

Fig. 7: un caratteristico affioramento di calcari rossastri della parte alta e quindi più recente, della Formazione di Werfen (Sentiero geologico del Dos Capèl, stop 10). Foto dell’Autore.

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ni hanno permesso di suddividerla in nove unità o gruppi di strati, denominati membri o orizzonti, ciascuno dei quali è caratterizzato da propri caratteri litologici e faunistici. Il contenuto fossilifero della formazione riflette la crisi biologica che si verificò alla fine del Permiano. Infatti nella parte bassa e quindi più antica, sono presenti pochi gruppi di organismi (Lingula, Claraia (fig. 3), Unionites, ecc.), anche se con elevato numero di individui ed è solo nella parte più alta e quindi più recente, che si rinviene una varietà di fossili che si avvicina a quella delle associazioni marine del Permiano. La Formazione di Werfen affiora in un’area relativamente estesa (Pian Grant-Vardabe, Passo Feudo) ma, dal momento che è costituita da rocce facilmente erodibili, in genere è coperta da suoli e da vegetazione (fig. 6). Qualche milione di anni più tardi, nell’Anisico medio, si verificò un inarcamento della crosta terrestre che interessò tutte le Dolomiti occidentali. Dal mare emersero le rocce che si erano formate nell’Anisico inferiore e rimasero esposte all’azione smantellante dell’acqua e degli agenti atmosferici. Nella Valle di Fiemme il sollevamento non fu molto pronunciato e oltre a queste rocce venne erosa solo la parte sommitale della sottostante Formazione di Werfen; nell’area di Corvara-Colfosco, invece, questa unità stratigrafica fu asportata totalmente, cosicché affiorò la Formazione a Bellerophon. A testimonianza di questo evento è rimasto un livello alquanto discontinuo di ciottoli, ghiaia e sabbia cementati di origine torrentizia, oggi noto come Conglomerato di Richthofen. Una località dove lo si può osservare agevolmente è il Sentiero geologico del Dos Capèl (fig. 8). Lo smantellamento subaereo cancellò naturalmente anche la parte di storia della Terra documentata in quelle rocce.

Ritorna il mare: le prime piattaforme carbonatiche

Dopo il sollevamento tutta l’area riprese a sprofondare e ritornò sotto il livello del mare. Sui fondali marini più depressi, comunque 216

poco profondi, si depositarono fanghi calcarei inquinati da argille e limi provenienti dalla terraferma e da sostanza organica. Da essi derivano i calcari marnosi di colore grigio scuro, ricchi di frustoli carboniosi, noti come Calcare di Morbiac. Nelle aree meno profonde, corrispondenti ai bassi rilievi della precedente fase di emersione, con acque calde, limpide e ben illuminate, si creò invece l’ambiente ideale per la crescita e la diffusione delle alghe calcaree e di altri organismi capaci di estrarre il carbonato di calcio dall’acqua marina e quindi di produrre sedimento calcareo. Da qui si diffusero rapidamente in tutta la regione e formarono quel bancone dolomitico o calcareo, spesso un centinaio di metri, che costituisce la base del Latemar e di tutti i gruppi dolomitici, oggi denominato Formazione di Contrin. I geologi chiamano questi rilievi sottomarini, caratterizzati da un’elevata produzione in loco di carbonato di calcio, piattaforme carbonatiche. Il carbonato di calcio è di origine organica, ad esempio strutture scheletriche, o deriva dall’attività di organismi viventi.

Fig. 8: particolare di un affioramento di Conglomerato di Richthofen (Sentiero geologico del Dos Capèl). Foto archivio MGDP.


Fig. 9: affioramento di calcari bituminosi, di color grigio scuro, della Formazione di Moena lungo il tracciato del Sentiero geologico del Dos Capèl. Sullo sfondo, a destra, si scorgono le propaggini settentrionali del Gruppo del Latemar. Foto dell’Autore.

Lo sprofondamento che aveva provocato l’avanzata del mare fu più rapido e accentuato in una ristretta fascia che si estende dal Dos Capèl a Canazei, circa parallela all’asse della Valle di Fassa. Qui si formò uno stretto braccio di mare relativamente profondo, con scarso ricambio d’acqua e quindi poco ossigenato, dove la vita era possibile solo in prossimità della superficie; sui fondali con acque stagnanti e putrescenti l’ossigeno era insufficiente anche per decomporre completamente la materia organica. Si sedimentarono pertanto fanghi nerastri, ricchi di sostanze carboniose, da cui derivano i calcari scuri, bituminosi e fetidi della Formazione di Moena (fig. 9).

Latemar: un “atollo”

In seguito lo sprofondamento che aveva portato tutta l’area sotto il livello del mare accelerò notevolmente, quasi 1000 m in

meno di un milione d’anni. Il rapido abbassamento dei fondali marini provocò la morte delle comunità biologiche che avevano prodotto la Formazione di Contrin, il cui sviluppo richiedeva acque calde e ben illuminate e quindi poco profonde. Le alghe calcaree (fig. 10) e gli altri organismi costruttori riuscirono a sopravvivere solo su qualche fondale che era rimasto più rilevato, dove si realizzarono le condizioni ideali per il loro sviluppo. La quantità di sedimento calcareo prodotta da queste comunità biologiche, ma anche da microrganismi e da processi chimici, fu tanto elevata che riuscì a compensare con il suo accumulo non solo il continuo, rapido abbassamento dei fondali ma si espanse anche lateralmente. In meno di un milione d’anni crebbero quindi nei bacini rilievi sottomarini alti quasi 1000 m, con una cima piatta a pelo d’acqua (si tratta pertanto di piattaforme carbonatiche ad alto rilievo). Lo

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scenario doveva assomigliare a quello delle scogliere coralline degli attuali mari tropicali, come ad esempio le Maldive. Dai sedimenti di queste antiche piattaforme derivano le rocce che oggi costituiscono alcune delle più belle montagne dolomitiche, quali il Gruppo del Latemar, le Pale di San Martino, la Costabella, la Marmolada, il Catinaccio e lo Sciliar. Quasi tutte queste montagne sono costituite di dolomia; infatti, qualche milione d’anni dopo la loro formazione, furono dolomitizzate. Questa trasformazione, in cui una parte del calcio del calcare è sostituita da magnesio, comporta una riduzione del volume della roccia di circa il 16% (le dolomie sono spesso porose se non addirittura cariate) e quindi anche la distruzione, più o meno completa, dei fossili e delle strutture presenti nel sedimento. Le testimonianze che permettono di ricostruire questi eventi si sono pertanto conservate soltanto in quelle montagne, come il Latemar, la Viezzena e la Marmolada, che furono dolomitizzate solo in parte. La piattaforma carbonatica del Latemar ha la forma di un atollo e in essa solo il 26% circa del volume della roccia è stato trasformato in dolomia. Osservandola ad esempio dal Dos Capèl si possono distinguere le aree morfologiche principali che ne caratterizzano la geometria (De Zanche et alii, 1995): un’area di piattaforma interna costituita da calcari ben stratificati, suborizzontali, relativamente ricchi di fossili (alghe dasycladacee (fig. 10), gasteropodi (figg. 27, 29), bivalvi, foraminiferi, crinoidi, ecc.) e un’area di scarpata, che costituiva il raccordo con i fondali circostanti, in cui i calcari presentano stratificazione grossolana, già in origine inclinata di circa 35 gradi (fig. 11). Fra di esse è interposta una fascia di margine, di estensione ridotta e di più difficile riconoscimento, costituita da calcari massicci con rari resti di coralli e di spugne che conservano la posizione di vita. La fitta successione di strati orizzontali documenta l’accrescimento verticale della piattaforma, mentre le spesse bancate di roccia mal stratificate e inclinate 218

verso il bacino ne testimoniano l’espansione laterale (fig. 12). L’analogia di origine fra questi rilievi carbonatici e le scogliere coralline degli attuali mari tropicali venne evidenziata già nel 1860 dal giovane, geniale scienziato tedesco Ferdinand von Richthofen, che per primo descrisse i grandi massicci montuosi delle Dolomiti come antiche scogliere coralline trasformate in pietra. Da allora le piattaforme carbonatiche delle Dolomiti sono sempre state interpretate come costruzioni organogene, prodotte cioè dall’accumulo di resti scheletrici di organismi costruttori (coralli coloniali, alghe calcaree, spugne incrostanti, ecc.). Col procedere degli studi si è modificato il ruolo dei vari gruppi biologici, in

Fig. 10: Diplopore, le alghe verdi calcaree relativamente diffuse nella piattaforma interna. Provenienza: Lastei di Valsorda. Foto archivio MGDP.


Paiòn

Cima di Valsorda Cavignon

Cima Feudo

Passo Feudo Zischgalm

Piattaforma interna

Margine Formazione di Buchenstein Formazione di Moena

Fig. 11: Gruppo del Latemar. Nella fotografia sono evidenziate le diverse aree di accrescimento dell’antica piattaforma; sono ben visibili gli strati orizzontali dell’area interna. Foto archivio MGDP. Fig. 12: Schema interpretativo dello sviluppo di una piattaforma carbonatica isolata ad alto rilievo.

Formazione di Contrin

particolare dei coralli coloniali e delle alghe dasycladacee, nella produzione dei frammenti scheletrici, i quali comunque, fino a tempi relativamente recenti, sono sempre stati considerati il componente dominante della roccia. Ricerche effettuate soprattutto nell’ultimo ventennio hanno progressivamente evidenziato che molte piattaforme sono in realtà composte da enormi quantità di fanghi calcarei (micriti) e di cementi (precipitati chimici) e che i resti scheletrici sono presenti in quantità nettamente subordinate. Si ritiene che queste micriti siano state

Scarpata

prodotte in loco da colonie di cianobatteri, microscopici organismi unicellulari, chiamati un tempo alghe azzurre o verdi-azzurre, che proliferavano sul fondo marino. I cianobatteri non possiedono parti scheletriche calcaree, ma con la loro attività fotosintetica inducono la precipitazione di carbonato di calcio dall’acqua e quindi la formazione di fanghi calcarei denominati microbialiti. Essi litificano durante o poco dopo la loro formazione e quindi le scarpate delle piattaforme erano stabili anche con inclinazioni relativamente elevate. Uno studio recente di petro-

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grafia quantitativa (Marangon et alii, 2011), effettuato su alcune centinaia di campioni di calcare raccolti in vari punti del Latemar, ha evidenziano che questa piattaforma è composta per oltre il 70% da microbialiti e da cementi. I granuli scheletrici costituiscono infatti meno del 15% dei calcari della piattaforma interna e solo il 7-8% dei sedimenti che compongono il margine e le scarpate. Il Latemar era pertanto un’alta, ripida montagna sottomarina con la cima piatta, composta da enormi quantità di microbialiti e di cementi calcarei. La morfologia è paragonabile a quella di un atollo corallino degli odierni mari tropicali, ma l’origine è assai diversa. Alcuni studi effettuati sulla Marmolada e su altre antiche piattaforme carbonatiche delle Dolomiti attestano anche per questi monti una genesi similare. Il Latemar è una delle piattaforme carbonatiche più studiate al mondo, anche perché splendidamente esposta e di accesso relativamente facile. Numerosi specialisti (sedimentologi, stratigrafi, paleontologi, petrografi, ecc.) italiani e stranieri hanno lavorato su questa montagna e i risultati delle loro ricerche sono riportati in un cospicuo numero di pubblicazioni edite in prestigiose riviste scientifiche internazionali. Negli ultimi anni i lavori di ricerca si sono intensificati poiché allo studio di quest’antica piattaforma sono interessate anche le compagnie petrolifere. Infatti, le conoscenze apprese con lo studio del Latemar possono essere estrapolate a piattaforme carbonatiche analoghe, sepolte nel sottosuolo, in cui sono contenuti giacimenti di petrolio e di gas naturale. Circa il 40% delle riserve di idrocarburi accertate sono contenute in rocce serbatoio derivate da sedimenti calcarei di piattaforma. Questi calcari e dolomie di età anisica, costituiscono la Formazione dello Sciliar. Nella letteratura geologica meno recente i calcari stratificati venivano denominati Calcare del Latemar e quelli massicci Calcare delle Marmolada; le rocce equivalenti dolomitizzate: Dolomia della Rosetta e Dolomia dello Sciliar. Nello stesso tempo in cui si innalzavano le 220


Fig. 13: formazione di Buchenstein (Sentiero geologico del Dos Capèl). Foto dell’Autore.

piattaforme carbonatiche, nei bacini circostanti si accumulavano i sedimenti di mare profondo che oggi costituiscono la Formazione di Buchenstein (Livinallongo). Si tratta di calcari scuri, suddivisi in strati sottili, con superfici nodulari o piane (fig. 13), talora ricchi di selce diffusa o in noduli di probabile origine organica. Lo spessore di questa formazione varia da oltre un centinaio di metri nelle parti centrali dei bacini a zero in corrispondenza dei nuclei delle piattaforme, come ad esempio alla testata della Valsorda. Nella roccia sono presenti fossili tipici di mare aperto quali ammonoidi, bivalvi pelagici e radiolari. Un’altra caratteristica di questa formazione è la presenza diffusa di strati di rocce verdastre costituite da ceneri vulcaniche conosciuti come “pietra verde”. Essi testimoniano un’attività vulcanica esplosiva coeva alla deposizione delle piattaforme carbonatiche, ma verosimilmente posta lontano dalle Dolomiti, a sud, dove ora è la Pianura Padana. Una sequenza particolarmente ben esposta della Formazione di Buchenstein e della sottostante Formazione di Moena si può osservare lungo il tracciato del Sentiero geologico del Dos Capèl.

Un vulcano a Predazzo

Circa 240 milioni di anni fa la regione dolomitica divenne instabile. Nell’area di Predazzo-Monzoni si intruse in profondità una grande quantità di magma che inarcò le rocce sovrastanti, cosicché la parte sommitale delle piattaforme carbonatiche emerse dal mare formando isole calcaree. Quando il magma riuscì a perforare la spessa coltre di rocce che lo ricopriva e ad aprirsi un varco sino in superficie, furono emesse imponenti quantità di prodotti vulcanici che si riversarono a più riprese sulle piattaforme e nei bacini circostanti. A Predazzo, su un’area di 10-15 km di diametro, si formò un cono vulcanico alto circa 3000 m, costituito da colate laviche intercalate a livelli di ceneri e lapilli (fig. 14). Durante l’attività eruttiva, l’edificio vulcanico collassò (il magma espulso aveva infatti lasciato la camera magmatica parzialmente vuota) e la sua parte sommitale, corrispondente al versante occidentale del M. Mulàt, sprofondò, a più riprese, all’interno dell’edificio stesso. Il fenomeno provocò la risalita di magmi entro le fratture che si erano formate durante lo sprofondamento (fig. 15). Qui si raffreddarono molto lentamente sino

Monte Mulat Fig. 14: affioramento di rocce vulcaniche all’inizio della Val Gardoné. Foto dell’Autore.

Linee di frattura (faglie)

Fig. 15: ipotesi interpretativa del meccanismo che ha prodotto le intrusioni di “monzonite” e di “granito” (da Castellarin et alii 1982, modificato).

Intrusione della monzonite

Intrusione del granito

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Fig. 16: fronda di conifera del genere Volzia. Provenienza: Monte Agnello. Coll. e foto MGDP. Fig. 17: filoni magmatici di varia natura presenti lungo il tracciato del Sentiero geologico del Dos Capèl. Foto archivio MGDP.

a solidificarsi, originando le “monzoniti” e i “graniti” che oggi affiorano nei dintorni di Predazzo (fig. 6). Il lento raffreddamento dei magmi all’interno della crosta terrestre produsse un’intensa, lunghissima cottura delle rocce incassanti, che le trasformò in rocce nuove (questo processo è denominato metamorfismo termico o di contatto e le rocce metamorfiti di contatto o contattiti). Le rocce sedimentarie triassiche mutarono in marmi bianchi con aspetto zuccherino (predazziti) o di colore grigio più o meno scuro (pencatiti) e in una varietà di rocce policrome e tenaci (calcefiri e cornubianiti) costituite in parte o totalmente da minerali

nuovi, detti di contatto. La successione di rocce vulcaniche che copriva il Latemar venne in seguito asportata. Solo sul Monte Agnello (fig. 19) e in parte in Valsorda è ancora osservabile la successione stratigrafica originaria con i prodotti vulcanici che ricoprono la piattaforma carbonatica. Un prova evidente che a Predazzo l’attività eruttiva avvenne su un’area emersa è costituita dal ritrovamento sul Monte Agnello di livelli di ceneri ricchi di resti di piante terrestri. I frammenti di vegetali, più o meno spezzettati, talora contorti, vennero accumulati nelle aree depresse, comunque poco lontano dall’area in cui vivevano, dalle violente eruzioni esplosive che caratterizzarono le prime fasi di vita del vulcano di Predazzo. La flora era composta da conifere (fig. 16), il gruppo di vegetali più abbondante, felci, felci con seme, equiseti e cicadofite. I reperti fossili sono in corso di pubblicazione; lo studio delle felci ha già evidenziato la presenza di specie nuove a cui sono stati dati nomi derivati da toponimi locali (Chiropteris monteagnellii, Phlebopteris fiemmensis) o che richiamano l’età in cui vissero (Cladophlebis ladinica) (Kustatscher et alii, 2014). I resti di piante fossili, pur danneggiati dall’attività eruttiva, sono sorprendentemente ben conservati, tanto che gli specialisti hanno riconosciuto su di essi una ventina di tipi diversi di danni da insetti erbivori (foglie rosicchiate, perforazioni, punture, gallerie, ecc.) subiti dai vegetali quand’erano in vita (Torsten et alii, 2015). La scoperta sta suscitando notevole interesse a livello internazionale, poiché le faune ad insetti e i danni da insetti su piante di età ladinica sono rari in tutto il mondo. Una testimonianza diffusa sul territorio dell’attività vulcanica è rintracciabile nei numerosi filoni che tagliano a vario angolo le successioni sedimentarie (fig. 17). Essi rappresentano il riempimento da parte della lava di fratture prodotte nelle rocce preesistenti dall’attività vulcanica esplosiva e in qualche caso veri e propri condotti di

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alimentazione del vulcano. Sono particolarmente evidenti nei calcari e nelle dolomie, poiché la lava nerastra che li compone risalta nella roccia incassante di colore chiaro. è il caso del Latemar in cui costituiscono circa il 7% del volume totale della roccia (Jacquemyn et alii, 2013). I filoni sono composti da rocce più dure di quelle sedimentarie incassanti, ma acqua e gelo li demoliscono più rapidamente di queste ultime. Al loro interno è infatti presente un fitto reticolo di fratture generato dal brusco raffreddamento subito dalla massa fusa quando si è messa in posto. L’erosione meteorica scava pertanto in corrispondenza dei filoni profonde e strette gole, che isolano, quando sono vicine, guglie e campanili (fig. 18).

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La genesi e il modellamento delle montagne

Alla fine del Triassico la Pangea incominciò a lacerarsi e a scomporsi in vari blocchi e si avviarono quei complessi movimenti fra le placche dai quali nacque gradualmente l’attuale assetto geografico. Circa 80 milioni di anni fa il promontorio africano della grande placca africana, di cui faceva parte anche l’Italia continentale, entrò in collisione con la zolla europea dando origine alla formazione delle Alpi. La nostra area incominciò ad essere interessata dalle prime deformazioni compressive solo più tardi, circa 40 milioni di anni fa. Durante la fase principale del sollevamento, che culminò alcuni milioni di anni fa (Miocene superiore-Pliocene), i sedimenti che si erano deposti nella prima parte dell’era cenozoica emersero gradualmente

Fig. 18: la peculiare morfologia del Latemar, ricca di guglie e campanili, deriva dalla presenza di filoni lavici: l’erosione meteorica li smantella più rapidamente del calcare incassante. Il fenomeno è ben visibile nella cima a sinistra. Foto dell’Autore.


dal mare, che aveva ricoperto permanentemente la nostra area sin dal Triassico e si formarono le prime montagne. I processi erosivi le intaccarono profondamente e col procedere del sollevamento vennero progressivamente portate a giorno e smantellate rocce via via più antiche, finché affiorarono le formazioni triassiche e permiane. Il periodo più recente della storia della Terra, il Quaternario (2,58 Ma-presente), fu caratterizzato da oscillazioni climatiche estreme, che generarono ripetute fasi di glaciazione alternate a fasi più temperate. L’ultima grande glaciazione terminò circa 10.000 anni fa. Il modellamento del paesaggio attuale è in larga parte frutto di processi erosivi avvenuti in quest’intervallo di tempo; essi hanno demolito le varie rocce in maniera diversa a seconda della loro natura, giacitura e grado di fratturazione. Il logorio incessante operato da ghiaccio, neve, acqua, vento e fenomeni franosi prosegue tuttora senza sosta e quindi anche il paesaggio attuale è transitorio. Se non interverranno nuovi sollevamenti (la collisione fra Africa ed Europa è tuttora in atto), in un intervallo di tempo assai breve dal punto di vista geologico, le inconfondibili, ardite vette dolomitiche saranno smantellate e infine ridotte a blande colline.

Il Sentiero geologico del Dos Capèl

Nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso nasceva il Sentiero geologico del Dos Capèl, il prototipo dei sentieri geologici italiani. Esso rappresentava, allora come oggi, un arricchimento sul territorio del Museo geologico di Predazzo. L’opera di notevole interesse didattico e divulgativo, ma anche turistico, si doveva alle conoscenze e alla lungimiranza del prof. Elio Sommavilla, allora docente dell’Università di Ferrara e di quanti collaborarono alla sua realizzazione. L’itinerario si articolava su dodici punti di osservazione contrassegnati sul percorso da tabelle in legno, con partenza in quota sul Dos Capèl, presso la costruzione che allora costituiva la stazione di arrivo degli impianti di risalita. Un libretto guida illustrava la

geologia dei vari stop del percorso e anche le caratteristiche dell’ambiente vegetale e animale (Sommavilla, 1979). All’inizio degli anni 2000, sulla base dell’esperienza maturata in un ventennio di escursioni guidate, l’itinerario è stato rivisto in ogni sua parte, esteso come tracciato sino a prevedere punto di partenza anche all’Alpe di Pampeago, aggiornato nei contenuti scientifici e allestito con tabelle esplicative. Il percorso attuale si snoda su sentiero e strada di montagna per 7,5 km, dai 1775 m dell’Alpe di Pampeago ai 2235 m del Dos Capèl. È possibile svolgere un percorso parziale iniziando l’escursione al Passo di Pampeago oppure a Passo Feudo. Quest’ultimo punto di accesso, raggiungibile anche con gli impianti a fune da Predazzo, permette di percorrere solo l’anello intorno al Dos Capèl, la parte più spettacolare dell’itinerario sia dal punto paesaggistico che geologico (fig. 19). Lungo il percorso sono presenti 32 punti di osservazione attrezzati con pannelli esplicativi. I testi delle tabelle sono in italiano, ma è disponibile un libretto guida bilingue italiano/tedesco (Dellantonio, Roghi, 2001). L’itinerario permette di percorrere in perfetto ordine cronologico, cosa rara, le numerose tappe della storia geologica delle Dolomiti occidentali, partendo dai porfidi quarziferi sino alle piattaforme carbonatiche medio-triassiche e alle lave e ai tufi del vulcano di Predazzo. Seguendo i testi delle tabelle, con un po’ di spirito di osservazione, si impara a leggere nelle rocce gli eventi che le hanno prodotte e a ricostruire gli antichi ambienti in cui si sono formate. Prescindendo dall’interesse per la stratigrafia dolomitica, il percorso presenta un’elevata valenza didattica anche per gli argomenti di carattere generale, in quanto si presta a trasmettere efficacemente, tradotto in realtà tangibile, quanto scritto nelle pagine talvolta lontane di un libro di testo. Lungo l’itinerario si incontrano infatti una gran varietà di rocce e fenomeni geologici, quali pieghe, faglie, filoni magmatici di diversa composizione e genesi, morfologie glaciali, di erosione selet-

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monte agnello

tresca Dos Capèl

passo feudo

tiva e carsiche, metamorfismo di contatto di varia intensità, invertebrati e alghe fossili, strutture sedimentarie e molti altri. Una sorta di museo all’aperto, che offre opportunità di apprendimento o di approfondimento a escursionisti, studenti e geologi.

Minerali famosi

I minerali di Predazzo sono riportati nella letteratura scientifica da circa due secoli. Senger, autore della prima monografia sui minerali del Tirolo storico, descrisse già nel 1821 i caratteristici “soli” di schörlite (tormalina) nera, fibroso-raggiata, che “macchiano” il granito rosa. Col procedere degli studi, il numero di minerali segnalati in questa roccia è progressivamente aumentato, tanto che oggi sono note quasi 90 specie diverse (Vecchi et alii, 2013). Gran parte di questi minerali sono comunque piuttosto rari e sono

stati trovati solo in cristalli millimetrici, o microscopici, durante i lavori estrattivi svolti nelle cave dell’area Clocia-Sacàc. Da queste cave provengono anche alcuni dei campioni più apprezzati dai collezionisti, quali cavità tappezzate da cristalli di quarzo ialino (fig. 20) e ortoclasio, anche centimetrici, spesso associati a schörlite fibrosa-raggiata o in cristalli prismatici; talora sono presenti anche cristalli cubici di fluorite verde o viola, lamine argentee di lepidolite, solfuri, soprattutto calcopirite ma anche arsenopirite e molibdenite, cristalli bipiramidali di scheelite, scalenoedri di calcite limpida o bianca e molti altri. Se i minerali del granito rosa hanno un interesse prevalentemente scientifico o di nicchia (collezioni tematiche regionali e di micromounts2), ben più ambiti e noti a livello internazionale sono quelli presenti nelle me-

I micromounts sono campioni di minerali di piccole dimensioni, generalmente 1-2 cm, montati in scatolette di plastica con coperchio trasparente, che si osservano con il microscopio o una lente.

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Fig. 19: panoramica sull’area Passo Feudo-Monte Agnello, in cui si sviluppa l’anello del Sentiero geologico del Dos Capèl. Si osservi in alto, a sinistra, il circo glaciale della Tresca. Foto dell’Autore. Fig. 20: cristallo di quarzo (5 cm). Provenienza: cava di granito Al Fol. Coll. e foto MGDP.


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Dall’alto in ordine antiorario: Fig. 21: particolare di un blocco di predazzite della cava dei Canzoccoli. Il taglio di frattura fresca evidenzia che si tratta un marmo bianco, candido. L’esposizione agli agenti atmosferici infatti ricopre la roccia di una patina d’alterazione grigia, anche scura. Le laminette lucenti, che riflettono la luce, sono di brucite incolore. Foto dell’Autore. Fig. 22: cristallo prismatico di vesuvianite (6 cm). Provenienza: Tof de Vena. Coll. L. e M. Grisotto, foto R. Appiani. Fig. 23: cristallo bipiramidale di vesuvianite. Provenienza: area di Tof de Vena. Coll. L. e M. Grisotto, foto R. Appiani.

tamorfiti di contatto. Essi di norma costituiscono microscopici cristalli all’interno della roccia, ma in alcuni punti, dove il riscaldamento fu più intenso e si ebbero maggiori interazioni con i fluidi contenuti nei magmi, possono raggiungere dimensioni centimetriche. Generalmente inglobati nella caratterista calcite grigio-azzurra, talora rari, formano spesso campioni di notevole valenza estetica. La ricerca procede senza sosta dalla prima metà del 1800, per cui i giacimenti storici sono ormai impoveriti, ma la speranza di trovare qualche specie rara e di individuare nuovi affioramenti continua ad attirare appassionati e collezionisti. Già nel maggio del 1886, riguardo alla vesuvianite, uno dei minerali di contatto più belli e diffusi, Giuseppe d’Anna scriveva: “Ai Canzoccoli se ne rinvengono magnifici esemplari … Pur troppo, però, va ogni giorno diminuendo, tantoché chi volesse proprio procurarsi un bel campione, deve adoperare per qualche tempo, e con molta energia il martello.” I giacimenti sono ubicati in una ristretta fascia di rocce metamorfiche posta all’immediato contatto con le “monzoniti” che nei testi geologici e mineralogici viene indicata con il toponimo improprio “Canzoccoli”. Essa si estende dall’area di Canzoccoli propriamente detta, sita a valle della cava di marmo visibile dall’abitato di Predazzo, sino a Tof de Vena, a circa 1700 m di quota. Nella fascia di contatto le rocce più comuni sono i marmi a brucite o predazziti3 che derivano dal metamorfismo termico della dolomia, le cui componenti magnesiache hanno prodotto la brucite (fig. 21). Questo minerale è presente nella roccia sotto forma di microscopici aggregati sferoidali di microcristalli (Morandi 1969), ma nella cava summenzionata e in altre località più a monte si rinviene anche in grossi cristalli lamellari che riempiono vene

di esiguo spessore. Il colore varia da verdeazzurro pallido a quasi incolore. Negli stessi affioramenti sono stati ritrovati anche aragonite coralloide e in ciuffi di cristalli aciculari, sferule di idromagnesite di color bianco latte e di artinite fibroso-raggiata e cristalli di minerali più comuni come la dolomite e la calcite. I minerali di contatto più ambiti, quali ad esempio la gehlenite e la vesuvianite, sono ubicati più in alto, fra 1350 e 1700 m di quota. I siti classici sono pressoché esauriti, ma ne esistono altri, individuati di recente, in cui è tuttora possibile estrarre esemplari di qualità (Demartin et alii, 2006). La vesuvianite si rinviene in cristalli di color bruno più o meno scuro o verde, lunghi anche parecchi cm (figg. 22, 23); la gehlenite, un raro e ricercato silicato di calcio e magnesio segnalato per la prima volta nel 1815 da Fuchs sui Monzoni, forma invece cristalli prismatici opachi, di colore grigiastro, di dimensioni raramente superiori a 2 cm. Quest’ultimo minerale, di cui i Canzoccoli rappresentano un luogo di ritrovamento classico, è in genere sostituito, almeno in parte, da una miscela di grossularia e minori quantità di lizardite o vesuviana, anche se mantiene la forma dei cristalli originari (Demartin, 1998) (fig. 24). In quest’area è possibile trovare anche grossularia e andradite di vari colori, wollastonite, aggregati di cristalli lamellari grigio-verdi di clintonite, xonotlite bianca e molti altri. Interessanti mineralizzazioni di contatto affiorano anche presso il bordo di un gigantesco blocco di marmo inglobato nella monzonite affiorante in località Pale de Fesura. Il giacimento, segnalato già da Silvio Vardabasso nel 1925, è noto da decenni ai collezionisti che vi estraggono campioni ricchi di ematite lamellare, anche di notevole effetto estetico e più di rado cristalli con sviluppo

Il termine predazzite fu coniato da Petzholdt (1843) che ritenne di aver scoperto un minerale nuovo. Studi successivi dimostrarono che non si trattava di una specie mineralogica a sè stante, ma di un’associazione di calcite e brucite (Hauenschild, 1869). Il termine rimase ed è tuttora in uso per indicare i marmi a brucite. Il marmo bianco dei Canzoccoli era già stato analizzato in precedenza dal farmacista di Cavalese Demetrio Leonardi (1831), bisnonno del noto geologo Piero Leonardi.

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•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Minerali • 229


di alcuni millimetri di quarzo ialino e di solfuri, principalmente pirite. Negli ultimi anni sono stati reperiti anche campioni ragguardevoli di granato di color verde e di varie tonalità del marrone. Si segnala infine che nel territorio delle Regola Feudale sono presenti minerali di pregio anche nelle “monzoniti” e nelle lave: fessure tappezzate da cristalli neri lucenti di melanite, aggregati a ventaglio verdi di epidoto (pistacite), piccoli ottaedri lucenti di magnetite, cristalli aghiformi di magnesio-orneblenda, zeoliti, solfuri e altri ancora, fra cui il quarzo trovato anche in cristalli viola di ametista.

Attività mineraria

Nel territorio di Predazzo l’attività mineraria è documentata sin dal 1188 attraverso i tributi (ferri da cavallo) che gli abitanti del luogo dovevano pagare al Principe vescovo di Trento. Pur con lunghi periodi d’interruzione, essa proseguì sino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando fu chiusa la miniera Bedovina. Anche l’origine di Predazzo e Forno, i paesi sorti per ultimi in valle, va verosimilmente ricondotta a insediamenti di maestranze collegate all’attività mineraria. Fino alla metà del 1700 i lavori furono svolti in gran parte da minatori forestieri, spesso di lingua tedesca, tanto che il dialetto locale ha derivato da questa lingua la parola canop (“minatore” da Knappe) e stol (“galleria” da Stollen). Le miniere principali sono ubicate sul M. Mulàt (miniere di ferro della Val di Viezzena e di rame e tungsteno della Bedovina), ma anche sugli altri monti che attorniano il paese sono state scavate trincee e gallerie, anche se più con finalità esplorative che di estrazione vera e propria. Fra esse ricordiamo gli stoi della Malgola e in particolare lo Stol del Tof de le buse, che risale ai primi decenni del 1500, in cui si è in parte preservata la via carreggio più antica - i “binari” sono in legno - documentata in Italia (Dellantonio, 2014). Lavori di prospezione mineraria di modesta estensione sono stati individuati anche nel territorio della Regola Feudale, in località 230


Fig. 24: pseudomorfosi di grossularia su gehlenite; il campione, raccolto all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, proviene dal giacimento classico, che è ubicato presso il sentiero che conduce alla Forcella di Pelenzana. Foto archivio MGDP. Fig. 25: entrata dello Stol del Coston de Valorca. Foto dell’Autore.

Fig. 26: rilievo dello Stol del Coston de Valorca. La planimetria è stata realizzata in corrispondenza della suola della galleria mediante flessometro, rotella metrica, distanziometro digitale e bussola prismatica a bagno d’olio. Per l’esecuzione delle sezioni ci si è avvalsi anche di una livella laser e di filo a piombo.

Coston de Valorca, fra quota m 1350 e m 1400 circa. Consistono in una corta galleria di ricerca, qui denominata Stol del Coston de Valorca e in una trincea esplorativa in cui sono presenti tracce di minerali di ferro e molto in subordine di rame. Lo Stol del Coston de Valorca è impostato nelle vulcaniti medio-triassiche, a circa 1350 m di quota (fig. 25) ed è stato realizzato per la ricerca del ferro. La mineralizzazione metallica è infatti composta da ematite lamellare, un ossido di ferro nerastro con aspetto scaglioso e lucentezza metallica, ampiamente diffuso e sfruttato sin dall’antichità e da piccole quantità di magnetite. I minerali accompagnatori privi di valore estrattivo (ganga) sono costituiti da abbondante epidoto ricco di ferro (pistacite) di colore verde chiaro,

andradite e scarso epidoto ricco di elementi delle terre rare. Localmente si osservano arricchimenti di feldspato potassico rosa. La galleria ha uno sviluppo orizzontale di 10,5 m ed è in buona parte riempita da detrito. Nel suo settore mediano, dove la roccia è fratturata e molto alterata, infatti è collassato un tratto della volta (fig. 26). La porzione terminale, scavata in roccia sana, è rimasta integra e presenta un‘altezza media di circa 2 m. Il rilievo archeologico minerario del fronte di avanzamento e delle limitate porzioni di galleria originarie non ha evidenziato la presenza né di tracce di lavorazione antiche prodotte dall’uso di utensili manuali (punte, scalpelli, picconi) né di fori di trapanazione della roccia mediante fioretti connessi all’utilizzo di esplosivo.

•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Attività mineraria • 231


Allo stato attuale delle ricerche non è possibile datare con precisione questi lavori minerari, che non sono menzionati nelle fonti bibliografiche e d’archivio sinora consultate. L’assenza di fori prodotti da fioretti, in particolare sul fronte di avanzamento, indica che la galleria è stata scavata a mano, senza l’ausilio di esplosivo e quindi all’inizio del 1700 o più verosimilmente nei secoli precedenti. Nell’area di Predazzo, infatti, l’utilizzo di polvere nera è documentato nell’attività estrattiva a partire dalla prima metà del XVIII secolo (miniera Vecchia Bedovina sul M. Mulàt). Suggeriscono una realizzazione antica anche l’assenza di documentazione scritta e la constatazione che il ricordo di questi lavori minerari è svanito da parecchio tempo dalla memoria collettiva dei Predazzani (si è conservato invece quello delle corte gallerie di ricerca scavate poco dopo la metà 1700 sulla Malgola). L’ipotesi è avvalorata anche dalla natura del minerale ricercato: si tratta di ematite, un minerale meno ricco di ferro

rispetto alla magnetite estratta nell’area M. Mulàt-Costa di Viezzena, per di più presente in quantità esigua e quindi ben poco appetibile nei secoli più recenti in cui la tecnologia consentiva di sfruttare a costi ridotti anche giacimenti profondi.

Fossili ambiti

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento il mondo accademico incominciò a interessarsi anche ai fossili delle valli di Fiemme e Fassa, in particolare a quelli delle montagne calcaree. Benché rari, di difficile estrazione dalla roccia e spesso ubicati in affioramenti distanti dal fondovalle nonché poco accessibili, furono oggetto di corpose monografie edite alla fine del 1800 e nei primi decenni del 1900. La prima segnalazione di fossili nel territorio della Regola risale a Ferdinand von Richthofen che li rinvenne nei Lastei di Valsorda intorno a quota 2300 m. Nella sua celebre monografia del 1860 egli riporta la presen-

Fig. 27: mollusco gasteropode Trachynerita nodifera, specie relativamente frequente nell’area di Cima Valsorda. Coll. e foto MGDP.

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za di molluschi, fra cui specie oggi classificate nei generi Neritaria e Trachynerita (fig. 27) e di alghe. In seguito anche il viennese Edmund von Mojsisovics (1882), uno dei massimi studiosi delle Dolomiti e altri autori pubblicarono studi su fossili raccolti in detrito in questa località. Sempre in quegli anni Edmund Reyer scoprì sul Dos Capèl, a poca distanza dalla cima, un affioramento ricco di bivalvi del genere Daonella e di brachiopodi e raccolse gasteropodi nei calcari metamorfosati del M. Forcella (Mojsisovics 1879, Reyer 1881). Si trovarono brachiopodi fossili persino ai Canzoccoli (secondo Häberle nell’area di Tof de Vena); li pubblicò nel 1890 Alexander Bittner, stratigrafo e paleontologo dell’Istituto Geologico Imperiale di Vienna, celebre per le sue ricerche sul Triassico delle Alpi, al quale si deve anche l’introduzione del termine Ladinico. Da questa località proviene anche un esemplare trasformato in marmo trovato in detrito da un escursionista di

Predazzo che poi lo donò al Museo locale. Il reperto, una porzione di un grosso gasteropode mal conservato di cui è comunque ben riconoscibile la foggia turricolata (fig. 28), è eccezionale non tanto per il fossile in se stesso, ma proprio perché è trasformato in marmo. Il metamorfismo termico che ha generato la roccia comporta infatti la ricristallizzazione del calcare originario e di conseguenza la distruzione dei fossili inglobati in esso. In questo caso si è conservata una sembianza del gasteropode poiché era provvisto di un guscio grande e spesso e non era posizionato nelle immediate vicinanze del contatto intrusivo. Lo studioso che probabilmente dedicò maggiori energie alla ricerca di fossili nell’area di Predazzo fu Hans Philipp dell’Università di Heidelberg. Nei mesi estivi del 1902 e 1903 egli raccolse una gran quantità di fossili sia in località già conosciute (Forcella di Pelenzana, Dos Capèl, Lastei di Valsorda, Forno, ecc.) sia nuove (Valaverta, Viezzena

Fig. 28: porzione di grande gasteropode in marmo. Provenienza: Tof de Vena. Coll. e foto MGDP.

•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Fossili • 233


e Cornon del Latemar). Il materiale raccolto fu trasportato nell’Istituto di geologia di Heidelberg dove tuttora è conservato. Parte di questi fossili, fra cui quelli raccolti nella Formazione di Werfen a Vardabe e a Passo Feudo, furono pubblicati da Philipp stesso nella sua monografia su Predazzo del 1904; la parte restante da Häberle (1908), Wilkens (1909) e Bubnoff (1921). Si deve in ogni caso precisare che buona parte di questi studiosi si avvaleva nelle ricerche in loco, almeno occasionalmente, della collaborazione di collezionisti locali, da cui acquistava anche gli esemplari migliori. Daniel Häberle ad esempio riporta nella prefazione del suo trattato sui gasteropodi di Predazzo del 1908 (385 pagine!), che una parte del materiale studiato (“una serie completa di fossili molto belli”) l’aveva acquistata nell’agosto del 1905 dalla “nota guida alpina e collezionista di Predazzo Valentino Morandini”. Particolarmente significativa fu la scoperta effettuata da Hans Philipp del piccolo giacimento del Cornon del Latemar in cui furono descritte più di 130 specie di invertebrati fossili perfettamente conservati. Un problema che affligge chi cerca fossili nella Formazio-

ne dello Sciliar, oltre alla loro rarità, è infatti rappresentato dallo stato di conservazione. Molti degli esemplari che si rinvengono sono cementati tanto tenacemente nella roccia inglobante che non si riesce ad estrarli nemmeno con sofisticate tecniche di laboratorio. è il caso ad esempio dei grandi gasteropodi presenti a Cima Valsorda. Talora inoltre sono stati dolomitizzati e questo fenomeno comporta, a seconda della sua intensità, una distruzione più o meno accentuata della conchiglia, sino a renderla inclassificabile. Dal Latemar provengono anche fossili eccezionalmente ben conservati come alcuni, rari esemplari di gasteropodi che preservano persino il disegno della colorazione originaria della conchiglia (fig. 29). Un altro sito del Latemar ricco di molluschi fossili ben conservati, forse il più noto ai collezionisti locali che lo hanno scavato anche in anni recenti, è localizzato sotto la Cima Feudo in località Zugadoi (fig. 30). Il giacimento fu individuato nell’autunno del 1908, durante un’escursione ai Lastei di Valsorda, da Ernst Koken, stratigrafo e paleontologo dell’Università di Tübingen noto per i suoi studi sulla Val Badia. Lo accompagnava JuFig. 29: Marmolatella sp. Si osservi l’eccezionale stato di conservazione della conchiglia di questo gasteropode fossile, che presenta ancora tracce della colorazione originale. Provenienza: Lastei di Valsorda. Coll. e foto MGDP.

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lius Romberg, che all’epoca era uno dei massimi conoscitori della geologia di Predazzo. Il toponimo con cui venne identificato il luogo, Isugadoi (trascrizione errata di “i Zugadoi”), gli fu riferito dal già ricordato Valentino Morandini (Koken, 1911), che in quegli anni collaborò con molti geologi.

La fauna fossile di Forno

Merita una trattazione a parte la località fossilifera da cui proveniva la maggior parte degli esemplari e delle specie fossili conosciute del Latemar prima della scoperta del giacimento del Cornon del Latemar. La prima notizia su di essa risale a Mojsisovics, il quale scrisse nella sua celebre opera sulle scogliere dolomitiche del 1879, che il noto petrografo e mineralogista austriaco Cornelius Doelter aveva individuato sul fondovalle, nei pressi dell’abitato di Forno, blocchi di calcare del Latemar molto ricchi di fossili. La località divenne ben presto celebre, sia per la sua facile accessibilità, sia perché consentiva di reperire fossili splendidamente conservati che si isolavano facilmente dalla roccia. I fossili reperiti a Forno, noti nella letteratura scientifica come fauna di Forno, furono

pubblicati da numerosi studiosi: Mojsisovics (1879, 1882), Kittl (1894, 1899), Salomon (1895), Böhm (1895), Tommasi (1895), Philipp (1904), Häberle (1908) e infine Bubnoff (1921) che descrisse 117 specie, alcune ancora nuove, in un’opera monografica di 379 pagine. L’associazione faunistica di Forno, nonostante sia stata raccolta da più persone, in tempi diversi e in blocchi sparsi su un’area, è sorprendentemente omogenea: prevalgono gli ammonoidi - la specie di gran lunga più frequente è Aplococeras avisianum, qui rinvenuta per la prima volta - ma sono presenti anche gasteropodi, bivalvi, alghe e più di rado altri organismi (fig. 31). Ricche collezioni di questi fossili sono oggi conservate nell’Istituto di geologia di Heidelberg e nei musei di Vienna e di Monaco di Baviera. Dal momento che la fauna di Forno era contenuta in detrito e quindi aveva subito un trasporto, gli studiosi cercarono di individuarne il luogo di provenienza nel Latemar, così da poterlo correlare con altre località in cui fossero presenti le stesse specie. Hans Philipp (1904) al riguardo scrisse: “Da molto tempo sono noti i fossili del Latemar tra

Fig. 30: schizzo dell’area fossilifera di Isugadoi eseguito da Ernst Koken nel 1911.

•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Fossili • 235


Forno e Mezzavalle. Purtroppo qui esistono solo blocchi isolati che contengono la fauna a cefalopodi. Io mi sono affaticato inutilmente a cercare il luogo di origine. Le caratteristiche petrografiche della roccia sono molto simili a quelle dei calcari del M. Cavignon, nei quali c’è qualche fossile, ma mai purtroppo come quelli di Forno”. L’autore rilevava in seguito che il giacimento probabilmente derivava da pochi, grandi blocchi di calcare trasportati da un ghiacciaio lungo la Valsorda, poi deposti a Forno come morena o franati direttamente lì dal M. Cavignon. Dopo la pubblicazione del lavoro di Bubnoff, sui fossili del Gruppo del Latemar e su quelli coevi della Viezzena e della Marmolada cala il silenzio. 236

A riaccendere l’interesse per la fauna di Forno e in genere per gli ammonoidi del Latemar fu Riccardo Assereto, uno stratigrafo dell’Università di Milano, che nel 1969 pubblicò quanto aveva appreso in un viaggio di studio negli Stati Uniti: l’ammonoide del Nevada Lecanites vodgesi era del tutto simile all’Aplococeras avisianum di Forno, anzi, era la stessa specie. La scoperta non era certo di poca importanza: la presenza del medesimo fossile guida, permetteva infatti non solo di correlare le successioni faunistiche e quindi le rocce alpine con quelle del Nord America, ma anche di rivedere, dal momento che queste ultime sono molto ben documentate, la datazione stessa delle faune fossili alpine.

Fig. 31: calcare ricco di ammonoidi raccolto a Forno. Si osservano alcuni esemplari di Aplococeras avisianum, uno di Parakellnerites rothpletzi (al centro, in basso) e uno di Longobardites sp. (in alto, a sinistra). Coll. Muse, Trento; foto: gentile cortesia di Paolo Mietto. Fig. 32: particolare di uno strato del giacimento fossilifero dei Lastei di Valsorda. Si osservi l’accumulo di conchiglie di cefalopodi. Foto archivio MGDP.


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La fauna di Forno ritornò così al centro dell’interesse degli studiosi e riemerse, ancora più evidente, la necessità di scoprirne il luogo di origine, cercato invano agli inizi del secolo dai paleontologi tedeschi. Si ritornò pertanto a Forno. Gli studiosi di Heidelberg avevano descritto l’ubicazione geografica dei blocchi calcarei con grande precisione (fra Mezzavalle e Forno nei pressi del palo del telegrafo 90/92), ma da quelle ricerche era trascorso oltre mezzo secolo e nel frattempo il fondovalle era stato modificato. Non si riuscì a trovare nessun fossile, era difficile trovare persino il caratteristico calcare bianco che li conteneva. L’obiettivo rimaneva comunque di individuare sul Latemar l’area di provenienza dei fossili, al fine di rilevarne la posizione stratigrafica. Nell’estate del 1989 ci riprovarono due studiosi svizzeri di Zurigo, Hans Riber e Peter Brack, che nel corso di una campagna di ricerca scoprirono il sito che oggi è conosciuto come “giacimento dei Lastei di Valsorda”: un affioramento di calcari stratificati, esteso lateralmente per alcune decine di metri, in cui sono presenti almeno una dozzina di livelli fossiliferi, in cui gli esemplari, in prevalenza cefalopodi, ma anche gasteropodi, bivalvi e più di rado altri invertebrati, sono sovente accumulati gli uni sugli altri (fig. 32). La specie più frequente è l’ammonoide Latemarites bavaricus, su cui venne istituito il genere Latemarites (fig. 33). Lo stato di conservazione non è sempre ottimale, poiché la roccia è leggermente ricristallizzata o dolomitizzata, ma le specie presenti sono in genere ben riconoscibili. Considerata l’eccezionalità del giacimento a livello internazionale, per proteggerlo da saccheggi indiscriminati, gli scopritori non ne pubblicarono l’ubicazione geografica (Brach & Rieber, 1993). Una ricca collezione di fossili raccolta in questo sito è conservata nel Museo geologico delle Dolomiti di Predazzo (oltre 1500 esemplari). L’eccezionale giacimento dei Lastei di Valsorda non è comunque il luogo di provenienza della fauna di Forno. Le caratteristiche della roccia e lo stato di conservazione 238

dei fossili sono differenti e anche l’associazione faunistica, sebbene assai simile, non è la stessa; ad esempio il genere Latemarites, il più diffuso nei livelli fossiliferi dei Lastei, è assente nei blocchi di Forno. Ne deriva che le faune hanno età leggermente diverse. Le ricerche stratigrafiche sul Latemar proseguirono e furono individuati numerosi, nuovi orizzonti fossiliferi ad ammonoidi che, insieme a quelli già noti, permisero a un gruppo di ricerca dell’Università di Padova coordinato dal professor Paolo Mietto di correlare la piattaforma medio-triassica del Latemar con le rocce del Nevada e del Canada e quindi di stabilire una correlazione fra le Alpi meridionali e il Nord America (Manfrin et alii, 2005). Il luogo di provenienza dei blocchi calcarei di Forno è tuttora sconosciuto.

Fig. 33: calcare a cefalopodi. Sono visibili un esemplare di Latemarites bavaricus (al centro), uno di Proarcestes sp. (a lato, di forma globosa) e uno di Michelinoceras sp. (in alto, di forma conica). Provenienza: Lastei di Valsorda. Coll. e foto MGDP.


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•• GEOLOGIA, MINERALI E FOSSILI • Bibliografia • 239


CAPITOLO IX

Il Feudo e lo sviluppo urbanistico di Predazzo Giacomo Guadagnini


Una evoluzione naturale vincolata

Pag. 241: Predazzo nella prima metà del Novecento. Predazzo nel 2016.

Il fatto determinante nella configurazione del nucleo originario di Predazzo è uno sviluppo naturale vincolato dai torrenti Avisio e Travignolo. L’analisi storica dell’insediamento conferma che la prima zona abitata (nel 1100 circa), fu il luogo chiamato Costa (l’attuale Fol) relativamente al riparo dalle continue inondazioni dei due corsi d’acqua. Da qui, attraverso un primo ponte in località Costa, nel punto più stretto dell’alveo del torrente Avisio, l’insediamento si spinse a sud a ridosso delle prime pendici del Monte Mulat. Il paese è menzionato per la prima volta in un documento del 1100 circa come “pratum magnum quod dicitur Pradassis”. Nel 1300, il paese era formato da pochi masi, disposti lungo una mulattiera che dal ponte della Costa, saliva verso la località detta ora “il bersaglio”, poi discendeva per via Bedovina, attraversava Ischia, saliva per la Crosera fino al maso Brigadoi, costeggiava le falde del Mulat e proseguiva verso Orfena (Bellamonte) [Sac. Giuseppe Gabrielli, “Predazzo ieri e oggi”, Predazzo 1960]. Nel 1500 iniziano a formarsi due nuclei abitativi: il principale attorno alla attuale piazza Calderoni e l’altro nei dintorni della chiesa intitolata a San Giacomo eretta nel 1223 in località detta “Crosera”. Il tessuto edilizio è costituito prevalentemente da edifici rurali, costituiti da volumi

residenziali in solida muratura, a due piani, talvolta decorati con affreschi e rustici per l’attività agricola, attività prevalente nella maggior parte della popolazione. Tale situazione durò per i due secoli a seguire. è in questo periodo che la Regola Feudale reinveste parte degli utili che derivano dalla gestione del bosco e del territorio per ampliare la proprietà, costituendo così il patrimonio di beni allodiali, acquisendo beni immobili, prati, campi in paese e successivamente a Bellamonte. L’anno 1619 la Regola Feudale compera “Casa con Chiesura et Orto, detta Chiesura grande col Stabio, Campo in Pramajor di staia 14 circa, Campo in Saronco di staia 16, campo e prà a Poz, e prati con stabio in Paosadoi, in tutto per la suma di fiorini 5150”. Nell’Ottocento il paese subisce una trasformazione fondamentale spostando il centro dell’abitato nell’attuale posizione. All’inizio del secolo, dall’ampliamento di fabbricati rurali di fronte e attorno alla chiesa, sorgono l’albergo Nave d’Oro, la casa Morandini e alla metà del secolo l’edificio sede comunale e scuola femminile. Ma fu la decisione di costruire una nuova chiesa attorno alla quale si polarizzarono nuovi edifici che diede il via allo stravolgimento urbano territoriale che riscontriamo oggi. Storicamente, il primo documento che com-

•• Il feudo e lo sviluppo urbanistico • Una evoluzione naturale vincolata • 243


prova la volontà di destinare l’area chiamata “Cesura Feudale” alla costruzione della nuova chiesa risale al congresso del 20 marzo del 1864 e precisamente al punto 9 dell’ordine del giorno: Alla supplica del Capo Comune per ottenere quel suolo in Chiusura grande necessario per fabbricare la nuova Chiesa e per i fabbricati per i Marini fu accordato il fondo necessario a f 2: Austriaci il passo di Fiem-

me. per i Marini che venga preso a rimpetto della casa Bernard. Nell’autunno del 1865 il Comune inizia i lavori di scavo e il Congresso Feudale del 27 dicembre 1865 al punto autorizzava e incaricava la stipula del documento di compravendita col Comune del suolo accordato in Chiesura grande per fabbricare la nuova chiesa di Predazzo. Condizioni: il prezzo di Predazzo nel 1200.

244


1762 fiorini austriaci, 60 soldi. Questa decisione dà inizio di fatto alla lottizzazione della Chiesura grande, ovvero ad una zona di prati e campi i cui confini si estendevano dalla chiesa intitolata a San Giacomo, lungo la strada postale fino all’albergo Rosa, seguivano i limiti del rione Piè di Predazzo e salivano la via Antersièf in direzione Sommavilla.

Fino ad allora i terreni venivano concessi a rotazione agli aventi diritto quali parti di campo. La p.f. 573 (ca. 4000 klafter) 14.440 mq venne frammentata al fine di ricavarne porzioni individuali per singoli richiedenti. Il 31 dicembre 1873 viene ceduto al costruttore Antonio Dezulian al prezzo di 456,65 fiorini/A il terreno per la costruzione dell’albergo Ancora. Nel 1875 su iniziativa

Predazzo nel 1500.

•• Il feudo e lo sviluppo urbanistico • Una evoluzione naturale vincolata • 245


privata viene costruita via Roma che di fatto tagliava la Chiesura grande. Con 1/5 ciascuno parteciparono la Regola Feudale che costruì in origine il magazzino granaglie, ora casa Sede della Regola Feudale, Antonio Dezulian (albergo Ancora), Giuseppe Facchini (casa March), Francesco di Nicolò Morandi-

ni (casa Garneleti) e Battista Dellagiacoma (casa Mama). Nel 1878 sono Antonio Brigadoi e Tommaso Bosin ad acquistare un lotto della Chiesura grande a fianco dell’albergo Ancora e a seguire Nicolò Dellagiacoma, Battista Giacomelli e Giacomo Gabrielli. L’anno dopo un

Predazzo nel 1858.

Delibera del 1864.

La Chiesura a metà 1800.

246


•• Il feudo e lo sviluppo urbanistico • Una evoluzione naturale vincolata • 247


altro terreno viene richiesto e venduto al Comune per la creazione della piazza. La casa ad est del magazzino feudale, la Via Orsola Gabrielli e la scuola Materna vengono costruite più tardi, agli inizi del 1900. La fiducia e il notevole progresso legato alle possibilità di lavoro e alle attività della popolazione in continua crescita obbligano l’amministrazione alla programmazione di diverse opere pubbliche. Nuove strade, acquedotti e argini ai torrenti permettono nuovi spazi di espansione per lo sviluppo artigianale, agricolo, turistico e residenziale. Nel 1860 la Regola Feudale era proprietaria delle seguenti superfici agricole diven-

248

tate successivamente tessuto urbano: Paese (Chiesura) 4000 klafter, Pramaor 3000 k., Roggie 2900 k., Fol 3000 k., Poz 4000 k., Sarronco 1900 k., Bedovei 1700 k. Ischion e Portela 40000 k. per un totale di 24.500,00 klafter. Nel corso del XX secolo questi circa 88.000 mq di terreno vengono ceduti o per richieste pubbliche o per iniziative private. Nelle delibere dei congressi di Regola veniva precisato lo scopo della vendita con la precisazione “tenuto conto che lo stesso serve per lo sviluppo edilizio”. In particolare a scopo pubblico nel 1926 vengono frazionate ed espropriate diverse particelle per la costruzione della nuova strada di collegamento con Mo-

Lottizzazione della Chiesura grande verso la fine del 1800. Misure 1873 iugero = 2.520 mq klafter (pertica) = 1,89 m = 3,59 mq.


ena, l’attuale via Dolomiti. Nel 1951 e 1955, per le nuove case I.N.A. in località Saronch, vengono venduti sempre al Comune rispettivamente 1500 mq e 1896 mq di terreno da fabbrica. Nella seduta del Consiglio di Regola del 3 marzo 1951 alla richiesta di terreno da fabbrica da parte del Comune di Predazzo per la costruzione delle nuove scuole ele-

mentari, viene risposto: “in via di massima che si accorderà la vendita”. Per cui dal Comune, visto lo scopo, viene concordato un prezzo di favore di £ 350 al mq. (ca. 4200 mq). Operazione di notevole rilevanza economica per la Regola Feudale è la ristrutturazione della Casa sede della Regola e del magazzino in corso Dolomiti.

Località a Predazzo con proprietà della Regola Feudale nel 1800.

•• Il feudo e lo sviluppo urbanistico • Una evoluzione naturale vincolata • 249


L’assemblea straordinaria del 16 dicembre 1984 approvava lo studio tecnico economico per la valorizzazione della casa sede della regola in via Roma, del magazzino in corso Dolomiti e la vendita delle p.f. 11301/1 e 11299/10, terreni a Poz. L’assemblea straordinaria del 10 ottobre 1986 approvava il piano di lottizzazione dei terreni a Poz, impegnava il Consiglio a presentare all’assemblea i criteri e il prezzo per la cessione dei terreni e la destinazione del ricavato alla ristrutturazione della casa sede della Regola. In seguito, altre assemblee hanno deliberato la ristrutturazione del magazzino in corso Dolomiti, lavori eseguiti nell’autunno 1988 e primavera 1989. Negli anni 1990 e 1991 sono stati venduti gli 11 lotti fabbricabili a Poz per un ammontare complessivo lordo di £ 2.626.200.000. I lavori di ristrutturazione della casa sede della Regola, eseguiti dalla ditta Dellasega Rolando, sono stati iniziati nell’autunno 1990 e ultimati nella primavera del 1994, con un costo ad opera finita di £ 1.900.000.000. A Bellamonte, la proprietà della Regola Feudale nel 1860 era di ca. 75.000 mq. di terreni destinati al solo scopo di fienagione. Tale situazione è durata fino alla metà del secolo scorso quando ha avuto inizio il passaggio da insediamento rurale, composto da baite al solo scopo di deposito temporaneo del fieno, a ville di modeste dimensioni prima, e a veri condomini poi. Edifici abitati non di continuo da residenti e non residenti, per brevi periodi di vacanza. Le prime cessioni fatte dall’Ente per scopo edilizio iniziano con un atto di compravendita datato 1935 a favore delle sorelle Agraiter. È comunque nel dopo guerra, per la costruzione delle seconde case e la creazione del campeggio, che la Regola aliena a Bellamonte gran parte dei terreni di proprietà. I verbali dei Consigli di Regola degli anni 1950-1960 riportano un susseguirsi di richieste e concessioni di vendita di lotti di terreno per edificare. Fra le ultime la vendita di 15.000 mq in un unica compravendita al 250

prezzo di £ 20.000.000. La proprietà attuale di terreno agricolo a Bellamonte consiste in circa 25.000 mq. Pur considerando che ogni decisione di alienazione è frutto del momento storico, è possibile ritenere che la Regola Feudale in quegli anni ha effettuato con relativa facilità, tutte queste vendite per il particolare momento che stava attraversando. Erano infatti gli anni in cui si attendeva la sentenza della Corte di Appello di Roma. Sentenza decisa nella Camera di Consiglio della Sezione Speciale Usi Civici della Corte di Appello di Roma, il 4 maggio 1967. La Sentenza dichiarava che la Regola di Predazzo era una “comunione di diritto privato” e che i terreni ad essa appartenenti di Monte

Località Poz. Bellamonte.


•• Il feudo e lo sviluppo urbanistico • Una evoluzione naturale vincolata • 251


Vardabio e quelli denominati “allodiali”, siti anche fuori del Monte Vardabio, non erano soggetti ad uso civico e non rientravano nel campo d’applicazione della legge 16 giugno 1927 n. 1766. Successivamente la Regola ha interpretato la Sentenza in modi contrastanti, per cui si è arrivati al blocco delle vendite. Tale situazione è stata superata con l’adozione dello Sta-

252

tuto Provvisorio, approvato da una assemblea straordinaria nel 1974, e dagli Statuti successivi, che hanno resa libera la vendita del patrimonio disponibile. La vendita dei terreni soprattutto a Bellamonte non è sempre stata effettuata per promuovere occasioni di lavoro per le famiglie dei vicini o per attività di interesse sociale, ma essenzialmente per fare cassa.

Località a Bellamonte con proprietà della Regola Feudale nel 1860.


CAPITOLO X

Territorio, ambiente e foreste Giovanni Martinelli


Il prestigio di una evidente vocazione forestale

La proprietà

Distribuzione della proprietà alpestre e forestale della Regola Feudale di Predazzo.

La proprietà della Regola Feudale di Predazzo sviluppa il suo ampio territorio di oltre 2.600 ettari sulle pendici poste in destra orografica dell’Avisio, a monte di Predazzo. La proprietà è compresa tra una quota minima di 900 m slm, sul fondovalle di Fiemme e la quota massima di 2.500 m sui più alti contrafforti del Latemar. L’espo-

sizione prevalente è a est, con qualche tratto rivolto a nord-est e a sud-est. Verso est il cui confine scende lungo la Valsorda, si appoggia alla proprietà della Magnifica Comunità di Fiemme sul comune di Moena, mentre sul versante ad ovest verso il comune di Ziano di Fiemme. Rientrano nella proprietà forestale altre modeste porzioni di bosco staccate dal

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 257


comparto principale in località Bellamonte. Il Feudo, un territorio di montagna, che esprime i suoi forti caratteri di ambiente difficile in un contesto di versanti ripidi, talvolta rocciosi, profonde incisioni di torrenti ma che il bosco e l’uomo ha saputo conservare e mantenere per assicurare una sempre maggior stabilità e contrastare in tal modo il dissesto idrogeologico. La vocazione forestale è evidente nell’ampia copertura del manto boschivo, che interessa tutto il versante della montagna e ricopre più della metà del suo territorio. Ripartizione della superficie ettari % Bosco 1.365,65 52,20 Pascolo 710,46 27,16 Strade, rivi, piste da sci 33,15 1,26 Rocce e ghiaioni 506,52 19,36 Totale 2.615,78 La superficie della Regola e i suoi paesaggi 1% 20% 27%

della malga di Valsorda. Il sistema idrografico è rappresentato da alcuni rivi a portata variabile, che confluiscono nell’Avisio e precisamente il rio di Gardoné, il rio di Valsorda e il rio di Vardabe, torrenti all’apparenza tranquilli, ma che talvolta possono riservare sorprese non gradite, infatti in periodi di forte afflusso idrico, tali rivi possono presentare nella loro asta terminale problemi di portata solida in grado di impensierire il fondovalle, come è avvenuto nel 2013 lungo il rio di Gardoné e nel 2014 lungo l’asta del rio di Valsorda. La forte permeabilità del substrato roccioso, specie ove dominano le formazioni calcaree rende i versanti generalmente asciutti, con periodi anche di secca nei mesi invernali ed autunnali. Nel complesso il terreno è abbastanza fertile grazie alla componente argillosa, alla buona profondità e alla freschezza dei versanti. Solo le zone più ripide con rocciosità affiorante presentano una certa aridità a causa del suolo superficiale e ghiaioso, in tali condizioni fa la sua comparsa il pino silvestre, che diventa specie dominante nelle esposizioni più assolate. Il clima della zona di Predazzo è limitatamente temperatoumido alle quote inferiori, mentre a salire ha caratteristiche più continentali. La piovosità della zona, più elevata rispetto alla bassa val di Fiemme, è attorno ai 1.000 mm annui, con temporali forti nei mesi estivi.

Il paesaggio forestale 52% Bosco

Strade, rivi, piste da sci

Pascolo

Rocce e ghiaioni

La morfologia del territorio è assai varia, in ogni caso prevalgono spesso le situazioni di forte accidentalità non solo alle alte quote oltre il limite degli alberi, ma anche all’interno del bosco. I valori di pendenza risultano sempre sostenuti con terrazzamenti e pianori collocati solo nella zona medio-alta dei pascoli a Vardabe, a Gardoné e al campigolo 258

Affidato alla foresta il compito di ricoprire gran parte della montagna del Feudo, il paesaggio è di conseguenza fortemente condizionato da tale vegetazione. Il manto verde è una caratteristica fondamentale e primaria nella visione della montagna, osservandola da Predazzo, pur presentando variazioni cromatiche a seconda delle specie presenti e delle stagioni, un paesaggio vario nelle sue tante sfumature, che rende la visione d’insieme di rilevante interesse paesaggistico e di contorno al fondovalle. La foresta si classifica a livello mondiale in grandi macroregioni con diversità di clima;


predominante è il bosco di abete rosso che, salendo di quota, viene sostituito da larice, pino cembro, pino mugo e ontano verde

la proprietà della Regola Feudale si colloca entro la zona alpina, caratterizzata da forti e frequenti gelate primaverili che sono letali per la maggior parte delle latifoglie e di conseguenza la natura fa si che prevalgono sempre le conifere, ecco spiegata l’assenza di boschi di latifoglie in val di Fiemme. Se il bosco all’apparenza è tutto uguale, ad una lettura più attenta si possono distinguere, salendo lungo il versante del Feudo, vari tipi di bosco. Predominante, come d’altronde in tutta Fiemme è quello detto della pecceta (bosco di abete rosso), che al salire di quota viene sostituito dalla larici-cembreta e, nelle peggiori condizioni microclimatiche e di fertilità del terreno, da mughete (boschi di pino mugo) o da alnete (boschi di ontano verde). Ma se il clima diviene troppo caldo, se il terreno ripido è troppo asciutto ecco comparire la Pineta di pino silvestre, che si pone verso il fondovalle e poi prosegue lungo le pendici del Cornòn verso Ziano e Panchià. Specie forestali nei boschi della Regola Feudale 1% 2% 3% 17%

77%

Abete rosso Larice

Pino silvestre Pino cembro

Abete bianco

In generale si può affermare che l’abete rosso è la specie dominante nella proprietà e costituisce popolamenti con diversa partecipazione di specie accessorie a seconda della zona interessata. Su suoli maggiormente drenanti ed asciutti troviamo il pino silvestre e in presenza di condizioni di maggior fertilità e freschezza del suolo compare sporadicamente

l’abete bianco, che però trova numerosi ostacoli al suo sviluppo a causa del clima non ottimale e del facile morso degli ungulati. Nella fascia centrale del Feudo l’abete rosso si presenta generalmente puro, mentre salendo di quota accanto ad esso compaiono frequentemente il larice e in percentuale minore il pino cembro. Latifoglie quali, betulla, acero e sorbo si trovano sparse nelle aperture, lungo le strade, le sponde dei rivi e nelle radure causate da schianti o prelievi, generalmente allo stato arbustivo e come fase di prima copertura per poi essere sopraffatte dalle resinose. Generalmente le piante si presentano in ampi comparti tutte con la medesima età con ampi gruppi di adulto e maturo in cui si aprono ampie discontinuità date da gruppi di piante giovani di nuovo insediamento su aree interessate da schianti. Al salire di quota sia per le minor utilizzazioni sia per i ritmi più lenti di sviluppo le piante si dispongono in modo molto più casuale, spesso a piccoli gruppi intercalati da radure erbate. Anche il portamento cambia, più si sale e più l’altezza diminuisce, quasi a voler rimanere più attaccati al terreno e nel contempo la pianta aumenta il suo vestito con una chioma che avvolge sempre più il tronco fino a terra. Vediamo ora nello specifico quali tipi di bosco si possono incontrare salendo la montagna del Feudo. Bosco di abete rosso posto su terreni calcarei Caratterizzano tutta la fascia boscata inferiore, a monte di Predazzo, con formazioni a prevalenza di abete rosso, misto talora a larice e a pino silvestre nelle zone più esposte ed asciutte. La densità è assai varia con nuclei giovanili più densi e formazioni infraperte nei comparti di maturo con piante a portamento spesso ramoso. La loro funzione più che di produzione di legname è legata a trattenere il terreno, ad ostacolare la caduta di massi e di conseguenza ad assicurare una forte stabilità al versante. Bosco di abete rosso con pino silvestre Caratterizzano le porzioni di bosco basali a

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 259


monte di Mezzavalle e Forno e derivano in parte dalla sostituzione di originari boschi di solo pino silvestre, un tempo sfruttati per la raccolta della legna da ardere e del pascolo. La caratteristica principale è la presenza di erica nel sottobosco. Oggi che il pascolo è cessato, l’abete rosso sta riprendendo il suo ruolo, eliminando in una lenta lotta per la sopravvivenza il pino silvestre. Bosco puro di abete rosso è la foresta classica di Fiemme, alberi diritti, slanciati, in un ordine dettato dalla natura e regolato dalla mano dell’uomo. Nella Regola si trovano in stazioni fresche e con poco sole (vedi la Valsorda), presentano ampi nuclei tutti della stessa età (in prevalenza adulti e maturi) che però accanto ad una elevata statura e ad un ottimo portamento (fusti dritti e poco ramosi) hanno anche una notevole fragilità strutturale che si manifesta con frequenti schianti da vento o da neve. Questi fenomeni danno origine ad ampie “fratte” che in parte sono poi invase da lamponi e successivamente sono rimboschite naturalmente o con impianti per lo più di larice. Sporadicamente entra nella composizione anche l’abete bianco, ma più spesso sono larice e cembro ad accompagnare l’abete rosso ed a migliorare le caratteristiche di stabilità del popolamento. Bosco in quota di abete rosso e larice Esempi pregevoli si rilevano nella zona superiore di Valsorda, ove le piante non hanno più una rilevante altezza ma sono vestite con i loro rami sino a terra. In tal modo resistono meglio al vento e alla neve ma non alle valanghe. I popolamenti presentano una struttura più varia perché su uno spazio ristretto convivono piante di ogni età dalle più piccole, nate qualche decennio fa sino alle più vetuste di oltre due secoli. Non si presentano con fusti uno vicino all’altro, ma il popolamento assume un aspetto “trasparente” per i numerosi corridoi di scorrimento della neve. La forte ramosità, unita ad una crescita contenuta, condiziona fortemente 260


Bosco puro di abete rosso. Bosco in quota di abete rosso e larice. Lariceto con pascolo.

le capacità produttive di questi boschi, che assumono invece un importante significato dal punto di vista ecologico, naturalistico e paesaggistico per la presenza di specie pregiate quali il larice e il cembro. Lariceto su ex pascolo Caratterizzano parte dei boschi collocati verso Vardabe. La diffusione del larice in questa zona è dovuta all’azione dell’uomo, che lo ha sempre apprezzato (e quindi favorito) per la leggerezza della sua chioma, che non impedisce la penetrazione della luce e consente dunque una duplice produzione: l’erba per il pascolo e il legno per la costruzione delle case, delle baite oltre a fornire materiale combustibile di alto valore. La situazione attuale dei lariceti, non più pascolati e interessati da copertura giovanile naturale di abete rosso, rappresenta il primo stadio di una lenta evoluzione verso formazioni più naturali, ma con una perdita del paesaggio e della testimonianza culturale

degli usi passati. Pertanto ove possibile, si cerca di mantenere il lariceto valorizzandone gli aspetti rivolti all’ambito turisticoricreativo, paesaggistico e naturale specie nella zona di Gardoné.

La fauna

La Regola Feudale di Predazzo è caratterizzata da una grande varietà e complessità di ecosistemi condizionati dall’esposizione, dall’orografia e dalla forte escursione altimetrica del suo territorio, che si riflette anche sulla grande varietà di specie animali, che trova rifugio entro i suoi confini. Dal punto di vista faunistico i boschi della Regola rappresentano un vero e proprio scrigno di eccellenze, che peraltro troviamo ben rappresentate anche in altre zone della Val di Fiemme ma che qui sono racchiuse in un territorio più ristretto. Alcune di queste specie sono particolarmente esigenti in termini di qualità dell’ambiente in cui vivono. Estremamente importanti, sotto questo aspet-

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 261


to, sono i quattro tetraonidi alpini e la coturnice, veri e propri indicatori ambientali, la cui presenza certifica che il territorio si trova in buone condizioni di equilibrio ambientale. Nelle aree forestali ben rappresentato è il gallo cedrone, specie particolarmente esigente ed elusiva che nella Regola trova tutti gli ambienti che caratterizzano il suo ciclo vitale: le arene di canto, le aree di cova e le zone utilizzate in periodo invernale; ciascuno di questi habitat deve rispondere a particolari requisiti e caratteristiche che in alcuni casi, aree di cova ed allevamento della prole, sono favorite dalla presenza delle attività umane come il pascolo e lo sfalcio, mentre le arene di canto e le zone di sverno necessitano di estrema tranquillità. Gli ambienti forestali della Regola sono la dimora anche del francolino di monte, certo molto meno imponente e conosciuto del gallo cedrone ma altrettanto importante ed esigente in fatto di habitat e tranquillità. Salendo di quota, verso il limite della vegetazione arborea, nelle zone di transizione tra bosco e pascolo tra gli ontaneti e le mughete troviamo buone consistenze di gallo forcello. Nella zona di Pelenzana, il forcello, condivide le aree vitali con la coturnice che a sua volta convive con la pernice bianca le cui maggiori consistenze troviamo nella zona dei Lastei di Valsorda ma che è presente con alcuni esemplari, anche sul passo Feudo e sul crinale di Dos Capèl. L’aquila reale domina i pascoli di alta quota, agevolata dalla presenza di alcune colonie di marmotte, sue principali prede; la sua attività di caccia è infastidita solo dai corvi imperiali e dai numerosi gracchi alpini, predatori opportunisti che si alimentano anche con il cibo abbandonato disponibile presso i rifugi e le strutture di alta quota, spesso inopportunamente offerto loro dai turisti. Le scoscese pareti dell’anfiteatro della Valsorda sono un habitat unico per numerose specie di uccelli che qui vivono e si riproducono, il picchio muraiolo trova qui un ambiente esclusivo e prezioso. 262

Nella foresta sottostante risuona spesso il martellare del picchio rosso: nei boschi della Regola troviamo sia il picchio rosso maggiore che il picchio rosso minore, il tridattilo e il cenerino; più raro ma comunque presente è l’imponente picchio nero. La civetta capogrosso altra specie di pregio, utilizza spesso le cavità scavate negli alberi da questo inconfondibile picide. Tra i rapaci notturni è presente anche il gufo reale , l’allocco e la civetta nana. Sul territorio della Regola Feudale oltre all’aquila che (fatto estremamente raro) nidifica anche in pianta, è presente e nidificante l’astore, il falco pecchiaiolo, lo sparviere e il gheppio. Nei lariceti della zona di Gardoné e Vardabe vive abitualmente il picchio verde. Tra i principali mammiferi, in costante aumento è la presenza del cervo che, grazie alla favorevole esposizione di gran parte del territorio della Regola trova qui i quartieri ideali per lo sverno. Diffusa su tutto il territorio è la presenza del capriolo che in parte risente della sempre maggiore diffusione del cervo, specie più rustica e più adatta all’ambiente delle conifere mentre, sui ripidi versanti della parte alta della proprietà e in Valsorda, troviamo buone consistenze di camoscio, dominatore incontrastato delle alte quote, ma che sempre più spesso frequenta anche le aree boscate condividendo gli spazi vitali con il cervo e il capriolo. Tra i mammiferi predatori c’è la martora, negli ambienti forestali, mentre la faina frequenta volentieri le aree abitate e le baite. Diffusa ad ogni quota è la volpe, predatore opportunista per eccellenza, infastidita solo dalla presenza di qualche tasso che ne condivide gli spazi vitali nelle zone periurbane di bassa quota. Una ricchezza faunistica di tutto rispetto che spesso conosciamo poco e vediamo solo per caso in modo fugace, ma che dobbiamo rispettare e conoscere, perché la scomparsa o la difficoltà di sopravvivenza di alcune specie faunistiche è sintomo, ormai ineludibile, di difficoltà e sofferenza di ecosistemi complessi nei quali noi stessi viviamo.


Altezza delle piante (m) 1-2 2-5 5-15 15-25 25-35

Immagine LIDAR dei boschi della Regola Feudale, dove a ciascun colore è associato un dato di altezze delle piante, indice dello stadio evolutivo del bosco e della sua fertilità. Le piante più alte si hanno nella zona centrale di Valsorda (colore rosso). In sintesi il colore rosso indica le zone più fertili, il colore giallo quelle più magre e di conseguenza meno produttive.

La risorsa foresta e la sua gestione

Da secoli i boschi della Regola sono coltivati dall’uomo per trarre vantaggi economici all’ente e nel contempo per salvaguardare e tramandare un patrimonio forestale, che assicura un reddito costante e nel contempo una forte sicurezza al territorio di Predazzo. Una coltivazione però attenta ai lenti ritmi della natura e che ha in ogni caso bisogno di cure e di manutenzione costante.

I boschi della Regola, caratterizzati da piante di conifere e intervallati da radure pascolive verso Gardoné, ispirano un grande senso di naturalità. Tuttavia, questo paesaggio percepito come naturale, rappresenta in realtà un esempio di “paesaggio colturale” che è stato profondamente modificato dall’uomo per adeguarlo alle proprie esigenze vitali senza comunque intaccarne l’efficienza ecologica e la preservazione. Il panorama di cui oggi godiamo è quindi il risultato di secoli di coltivazione del bosco e di impegno umano che ancor oggi viene profuso attraverso interventi boschivi che complessivamente prendono il nome di “selvicoltura”. Ciascun intervento, anche quello apparentemente più insignificante, viene eseguito in conformità alle prescrizioni-guida contenute in uno strumento di pianificazione chiamato “Piano di Gestione Aziendale Forestale” che è sottoposto a periodica revisione. Questo strumento, è il frutto di un accurato e capillare monitoraggio del bosco che prevede l’esecuzione di descrizioni e di rilievi inventariali finalizzati al calcolo dei parametri di volume delle piante essenziali per la definizione del prelievo legnoso annuo (ripresa) da prevedere nel periodo di validità del Piano. Il bosco della Regola è assestato, ovvero gestito sulla base di Piani di Gestione già a partire dal 1948, ma comunque anche agli inizi del 900 si era in possesso di dati di consistenza tali da definire dei prelievi sempre attenti a non danneggiare la proprietà, di cui però si è persa traccia. Nel 2016 inizierà la settima revisione sulla base della nuova metodologia messa a punto dal Servizio Foreste e Fauna della Provincia Autonoma di Trento, in cui il cavallettamento totale (misura dei diametri di tutte le piante con oltre 17,5 cm) delle piante nell’ambito delle particelle forestali è stato sostituito da un rilievo inventariale su base statistica condotto a partire da immagini aeree LIDAR (Laser Imaging Detection And Ranging) riprese tra l’ottobre del 2006 e il marzo del 2007. Le immagini telerilevate, fornendo un dato molto preciso dell’altezza di ciascuna pianta, consentono

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di identificare zone omogenee per densità, struttura verticale e stadio di sviluppo dei popolamenti, consentendo la riduzione dell’inventario che può essere svolto su un limitato numero di aree di saggio e non più sull’intera particella, limitando così i costi per la realizzazione del Piano e consentendo una maggior precisione nella descrizione dei popolamenti. Il traguardo finale della pianificazione è quello di avere un bosco polifunzionale in grado di svolgere contemporaneamente più ruoli: la produzione legnosa, la difesa idrogeologica, la protezione del ciclo dell’aria e dell’acqua, la conservazione degli habitat faunistici, la funzione ricreativa.

tabella seguente: Superficie produttiva del bosco Massa totale in piedi (piante con diametro oltre i 17,5 cm a 130 cm dal terreno) Crescita annua del bosco Prelievo legnoso annuo previsto

1.170 ha

378.509 mc 4.505 mc 3.600 mc

Distinzione delle forme di uso del suolo nel territorio della Regola Feudale di Predazzo.

La superficie del bosco della Regola coltivato per produrre legname da opera, detto fustaia di produzione, è pari a 1.170 ettari che corrispondono all’81% della superficie totale di bosco presente mentre la parte di bosco restante, detto a sviluppo naturale è pari a 274 ettari e corrisponde al 19%. 19% Bosco coltivato Bosco non coltivato in evoluzione naturale Improduttivo Pascolo 81%

Bosco a funzione produttiva Bosco a funzione protettiva e naturalistica Il bosco coltivato Il bosco “coltivato” ove pertanto si prevedono non solo utilizzazioni, ma anche interventi di miglioramento (impianti in zone oggetto di schianti, diradamenti, nuova viabilità o miglioramento dell’esistente), rappresentato nella carta in colore verde, si presenta con i suoi dati riassuntivi nella 264

Non tutto il bosco coltivato però è uguale. Infatti nei boschi della Regola si possono distinguere due grandi categorie, che si assomigliano tra loro per presenza di specie forestali, fertilità, massa legnosa presente e crescita. Queste due categorie in termine forestale vengono chiamate “comprese” e suddivise nella compresa A e B. La compresa A, la più estesa, occupa complessivamente 736 ettari, pari al 63% dei boschi a funzione produttiva e riunisce i boschi ove l’abete rosso domina incontrastato sulle


La Classe di fertilità è un parametro dendrometrico calcolato sulla base dell’altezza delle piante più alte del popolamento e che permette di calcolare il volume della pianta. compresa B compresa A

433,73

736,6

0 100 200 300 400 500 600 700 800

ha

compresa B improduttivo

strade, rivi, piste da sci

8,43

compresa A

18,6

12,9 3,35

433

produttivo

736 ha 0 100 200 300 400 500 600 700 800

altre specie e solo a tratti si mescola con il larice, con l’abete bianco nelle zone fresche o con il pino silvestre nelle esposizioni più calde. In questa compresa si concentrano la maggior massa di legname e la funzione produttiva dei boschi della Regola Feudale, come indicano i dati riferiti al decennio 2007-2016:

La compresa B interessa complessivamente 433 ettari, pari al 37% dei boschi a funzione produttiva, e riunisce le formazioni in quota caratterizzate da prevalenza di abete rosso che però si accompagna in misura maggiore con il larice, a tratti anche dominante come a Vardabe e il pino cembro.

Superficie produttiva del bosco Classe di fertilità da buono a ottimo Massa totale in piedi (piante con diametro oltre i 17,5 cm a 130 cm dal terreno) Crescita annua del bosco Prelievo legnoso annuo previsto

Superficie produttiva del bosco Classe di fertilità buono Massa totale in piedi (piante con diametro oltre i 17,5 cm a 130 cm dal terreno) Crescita annua del bosco Prelievo legnoso annuo previsto

736 ha V

250.582 mc 3.269 mc 2.600 mc

433 ha VI

127.927 mc 1.235 mc 1.000 mc

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 265


All’interno delle comprese di produzione sono comunque presenti superfici non produttive, quali salti di roccia e versanti franosi che sono classificati come improduttivo, oppure possono essere occupate da vegetazione erbacea o arbustiva con però una forte funzione di protezione e di difesa dalle valanghe. Il bosco non coltivato I boschi non coltivati e lasciati alla libera evoluzione naturale sono inseriti nella compresa H - Fustaia di protezione. Si tratta di formazioni localizzate su pendici molto ripide e prive di viabilità dove l’esecuzione di tagli di utilizzazione boschiva non è conveniente, di formazioni di alta quota dove gli alberi crescono lentamente e non hanno caratteristiche tecnologiche di pregio, oppure sono boschi che vanno preservati in virtù della funzione protettiva che esercitano rispetto al pericolo di rotolamento di massi o allo scivolamento di masse nevose quando a valle si trovano infrastrutture quali strade comunali o provinciali, impianti di risalita e piste da sci, edifici. Queste formazioni occupano complessivamente 274 ettari, che rappresentano circa il 19% dei boschi della proprietà.

La cura del bosco

Coltivazione e prelievi Da secoli il bosco della Regola viene utilizzato con tagli di piante per ricavare legname da opera ma anche legna da ardere, a beneficio economico degli aventi diritto. Una gestione attenta alla crescita del bosco ha permesso non solo di mantenere intatte le possibilità di produzione, ma anche di aumentarle nel tempo grazie ad una continua opera di risparmio. La possibilità di avere dati sicuri a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso conferma senza ombra di dubbio tale miglioramento, come si ricava facilmente dalla lettura della tabella seguente: Anno

Massa legnosa Crescita totale in piedi annuale

Prelievo previsto

1958 1972 1982 1997 2007 2015

240.105 mc 263.345 mc 307.054 mc 346.859 mc 366.948 mc 377.000 mc

2.750 mc 2.900 mc 3.200 mc 3.600 mc 3.600 mc

4.000 mc 4.900 mc 6.658 mc 6.546 mc 7.000 mc 7.300 mc

Il dato di previsione di prelievo è sempre stato rispettato, anche se talvolta gli schianti da vento e da neve hanno abbattuto per

mc Prelievo in mc per singola annualità.

6000 5000

5.012

4000 3000

3.582 2.951

3.692

3.594

3.453

3.319

3.552

3.290

2000 1000 0

266

anno 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015


qualche annualità più di quanto previsto, ma gli anni seguenti si è operato un risparmio in modo da poter pareggiare i conti. Infatti si deve tener presente che ogni anno circa il 15-20% del legname tagliato deriva da alberi abbattuti da avverse condizioni meteo, che costringono ad una raccolta capillare sull’intero territorio, con un dispendio di energia e di conseguenza meno ricavi. Ma tale azione va considerata in un ottica di mantenere sempre in ordine, pulito e sano i boschi e tale opera va sicuramente a compensare il sacrificio economico. I dati confortanti del bosco della Regola ci dicono che negli ultimi 60 anni il volume di piante in piedi è aumentato di oltre il 50%, come pure la crescita e di pari, anche se non in modo proporzionale il prelievo. La coltivazione del bosco, seguita dal Distretto Forestale di Cavalese, con il personale della stazione di Predazzo e il custode Piergiorgio Felicetti viene attuata secondo criteri di prelievo ben precisi e che nulla lasciano alla casualità. La martellata, cioè la segnatura sul tronco e ceppaia delle piante da tagliare segue dei principi ben precisi, che si reggono su uno studio attento non solo rivolto alla scelta delle piante mature da tagliare, ma soprattutto sull’accortezza di dare sempre continuità al bosco promovendo e favorendo le piante giovani nate in 5% 20%

75%

Tagli colturali ordinari Sfolli, diradamenti

loco da seme. I prelievi effettuati, sono diversi uno dall’altro e si possono distinguere: Tagli colturali ordinari: essi comprendono i tagli delle piante mature, al fine di incentivare l’affermazione della rinnovazione naturale consentendo sia il prelievo del capitale legnoso sia il mantenimento della risorsa boschiva e i tagli di preparazione, realizzati in boschi adulti o maturi privi di rinnovazione, per creare le condizioni affinché il bosco possa rinnovarsi naturalmente. I tagli ordinari costituiscono il 75% del prelievo (ripresa) nei boschi della Regola. Tagli colturali intercalari: comprendono i diradamenti e gli sfolli. I primi, sono interventi realizzati in boschi giovani, che mirano a regolare la densità dei popolamenti selezionando al contempo le piante con le migliori caratteristiche tecnologiche. I secondi sono interventi realizzati in boschi ancor più giovani, volti a compiere una prima regolazione della densità del bosco favorendo un migliore sviluppo delle piante rilasciate che possono avvantaggiarsi della minor concorrenza per le risorse vitali, luce e acqua. Gli interventi colturali interessano circa il 5% della ripresa prescritta nei boschi della Regola. Il restante 20% dei prelievi prescritti, si concentrano in: Tagli accidentali: sono così indicati i tagli necessari a seguito di eventi meteorici (neve e vento) o attacchi parassitari (bostrico) che accidentalmente hanno portato a morte gruppi o singole piante che devono quindi essere utilizzate. Tagli condizionati: legati alla costruzione di nuove infrastrutture, strade, piste da sci, alla sicurezza lungo i corsi d’acqua, come nel 2015 lungo parte dell’alveo del rio di Valsorda e negli anni prima lungo il rio di Gardoné.

Lavori in foresta Tagli accidentali

I sistemi di coltivazione e le tecniche di utilizzazione si sono molto evoluti negli ultimi decenni con lo sviluppo della meccanizzazione forestale che ha reso economicamente

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 267


sostenibile la realizzazione di interventi su piccole superfici, limitando l’impatto visivo delle utilizzazioni forestali e consentendo alla rinnovazione naturale di poter da sola ricostituire i popolamenti senza più dover ricorrere massicciamente agli impianti artificiali come nel passato. Fino ai primi anni del 1950 i comparti boscati giunti a maturità venivano tagliati nei boschi della Regola, come anche in Fiemme sul Lagorai, a raso con la creazione di vaste aperture chiamate “fratte”. I tronchi erano abbattuti con le scuri e con i segoni, venivano sezionati in toppi da sega, detti “bore”, scortecciati per favorire lo scivolamento a valle e rifiniti smussando le testate con l’accetta, “corone”. Il concentramento delle bore sulle vie d’esbosco avveniva grazie al lavoro dei cavalli, quindi i tronchi venivano fatti scivolare a valle, sfruttando le giornate più fredde in inverno, lungo percorsi di scorrimento preferenziale, le “cave delle bore” che generalmente coincidevano

con vallette naturali. Nel bosco della Regola è ancor oggi presente la cava delle bore in Valsorda dotata di poste e invertitori, di cui nel presente libro è dedicato un apposito capitolo. Oggi, la disponibilità di attrezzature meccaniche, dalla motosega, ai trattori con verricello, alle teleferiche, ha completamente rivoluzionato i lavori in foresta. Negli ultimi venti anni, ha preso sempre più piede l’impiego di teleferiche a stazione motrice mobile, che consentono di minimizzare i danni ai suoli forestali rispetto all’impiego dei trattori con verricello. Attualmente nei boschi della Regola circa il 60% del legname tagliato annualmente viene esboscato con teleferica. In associazione alle teleferiche sono impiegate, da circa 10 anni, delle nuove macchine dette “processori” che consentono di eseguire la sramatura e la depezzatura dei tronchi all’imposto. Tali machine hanno però necessità di una rete viaria di buone dimensioni, dato il loro inLegname allestito nel piazzale di Mezzavalle e pronto per la vendita.

268


gli scarti di lavorazione, ramaglie e cimali, possono essere trasformati in cippato, assortimento sempre più richiesto dal mercato

La nuova strada forestale Col dei Tori in Valsorda.

gombro e nei boschi della Regola tale fatto non sempre è possibile e pertanto il loro utilizzo è limitato solo ad alcuni lotti eseguiti verso il fondovalle. Gli scarti di lavorazione, ramaglie e cimali, anche derivanti dalle operazioni di diradamento, possono poi essere trasformati in cippato, assortimento sempre più richiesto dal mercato, ed utilizzato in parte nella centrale di teleriscaldamento di Cavalese e di Fiera di Primiero. Il legname tagliato e portato a valle da ditte locali viene venduto, come d’altronde in tutta la valle di Fiemme a strada, cioè in catasta, tramite aste annuali. I piazzali di concentrazione del legname, a Mezzavalle e al Foll si riempiono di cataste nel mese di dicembre e sono pronte per la vendita. Negli ultimi anni il prezzo medio di vendita è stato pari ad € 100 per le bore e di € 70 per l’imballo, per quanto riguarda l’abete rosso, mentre per il larice si può considerare un 20-30% di valore aggiunto. Ogni anno vengono eseguiti interventi di di-

radamento in popolamenti giovani, che interessano circa 3-4 ettari di bosco, per aumentare la crescita e nel contempo selezionare le migliori piante future. I rimboschimenti non sono stati completamente abbandonati, ma in ogni caso ogni anno si provvede all’impianto di piantine, in preferenza di larice, ma anche di pino cembro per ricucire zone interessate da schianti o dove la rinnovazione naturale non riesce ad entrare causa condizioni di microclima sfavorevoli (vedi elevata insolazione, sviluppo rigoglioso di erbe, ecc.). Alla rete viaria forestale, indispensabile per attuare tutti gli interventi visti sopra, è dedicata una particolare attenzione, sia in operazioni di normale manutenzione, come la pulizia delle canalette, la posa di ghiaia, la pulizia dei tombini e dei fossi di drenaggio sia in interventi più costosi di costruzione e di adeguamento di strade forestali esistenti. In tal senso si ricorda la costruzione della nuova strada Col dei Tori in Valsorda realizzata nel 2011 con una lunghezza di circa 1700 m, la pista forestale “Sora i Prà de Forno”, costruita nel 2013 con una lunghezza di 200 ml, interventi di manutenzione straordinaria delle strade Coste, Campigol Vecie, Sacina, Valsorda. Infine nel 2016 è in programma il completo rifacimento della strada Tof de Vena, per accedere alla zona di bosco impervia posta a monte di Predazzo, sino a giungere alla excava di monzonite. La rete viaria forestale all’interno dei boschi della Regola presenta uno sviluppo attorno ai 40 km. Anche ai sentieri forestali è rivolta una particolare attenzione, da un lato perché costituiscono un importante via di accesso in zone non servite da strade per un attenta opera di sorveglianza sia forestale, che venatoria ed inoltre rivestono una importante funzione escursionistica nei mesi estivi, specie per tutta la zona di Gardoné-Valsorda.

L’alpeggio

I pascoli nell’ambito della proprietà della Regola assumono una rilevanza notevole sia

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 269


in termini di superficie con oltre 770 ettari, che in termini economici. Nell’ambito della superficie totale solo una parte sono dati da superfici di pascolo regolarmente utilizzate (pascoli attorno a Gardoné, piste da sci e località Valbona-Prese), mentre al contrario le ampie superfici aperte poste sia entro il bosco (Malga Sacina Bassa e Malga Valsorda), che al limite degli alberi sono oramai scomparse per la progressiva invasione da parte degli alberi o degli arbusti. Nell’ultimo decennio una particolare attenzione è stata rivolta dall’Amministrazione a migliorare il pascolo con una ristrutturazione della malga di Gardoné e con il miglioramento dei pascoli in Valsorda, attorno alla casera, eseguito nel 2012 su una superficie di 2,5 ettari. La presenza di superfici aperte, anche se non più pascolate è comunque fondamentale per assicurare una varietà paesaggistica, vegetazionale e faunistica e come tale va possibilmente perseguita, anche all’interno delle zone interessate dall’area protetta del Latemar.

270

Aspetti di protezione della natura

All’interno della proprietà della Regola di Predazzo si inserisce un’ampia zona protetta riconosciuta di importanza Comunitaria, indicata come ZSC IT3120106 - Nodo del Latemar. La parte compresa nella Regola Feudale interessa una superficie pari a quasi 800 ettari che comprendono tutto il bacino della Valsorda sino ai contrafforti rocciosi del Latemar. Dal punto di vista gestionale, la ZSC interessa una consistente superficie di fustaia di bosco di produzione, ma anche bosco non coltivato oltre a pascoli e improduttivi: Le peculiarità che hanno portato alla definizione dell’area protetta sono le seguenti: “Il Latemar e le zone limitrofe risultano di interesse floristico e vegetazionali in quanto punti di contatto tra la dolomia e i basalti, dove si rinviene un certo numero di entità rare. Si tratta di un significativo esempio di massiccio dolomitico. Il sito è di rilevante interesse nazionale e/o provinciale per la presenza e la riproduzione di specie animali in via di estinzione, importanti relitti


Albero monumentale “Regina del Feudo” ZSC “Nodo del Latemar”

essere sottoposti ad una particolare procedura di autorizzazione detta Valutazione di Incidenza Ambientale, e che va autorizzata dai competenti organi provinciali. In caso di violazione si va incontro non solo a sanzioni sancite dalla Provincia ma anche dall’Autorità di Vigilanza Europea. In ogni caso tali limiti posti non vanno contro gli aspetti di coltivazione del bosco e del pascolo e pertanto non sono da considerarsi dei fattori di reddito negativi per la Regola, ma anzi possono essere un’opportunità per ottenere altri benefici, anche economici in termini di valorizzazione del suo territorio in ambito di protezione della natura e salvaguardia delle sue peculiarità storiche e culturali (vedi cava di Valsorda, incisioni rupestri, interventi per migliorare gli habitat faunistici, recupero di baite, ecc.). In tal senso negli ultimi anni sono nate iniziative di grande respiro per valorizzare tali aspetti, come la nascita della Rete delle Riserve di Fiemme e Fassa di cui la Regola fa parte, essendo il suo territorio posto a cavallo delle due realtà.

Feudo e risorsa turismo

Confini della ZSC (Zona Speciale di Conservazione) “Nodo del Latemar” nel territorio della Regola Feudale di Predazzo.

glaciali, esclusive e/o tipiche delle Alpi. La regolamentazione della ZSC è dettata da norme europee e prevede la possibilità di attuare una gestione attiva che si rifà alle attività tradizionali (taglio delle piante, sfalcio dell’erba, pascolo, caccia, raccolta funghi) mentre regole di protezione più severe sono dettate per l’esecuzione di interventi più incisivi (vedi apertura nuove strade forestali, ripristino pascoli, costruzione baite, impianti e piste da sci, ecc.) progetti che devono

All’interno delle proprietà della Regola Feudale si trovano piste da sci e impianti di risalita gestiti dalla società “Latemar 2200 spa” che fanno parte del più ampio carosello sciistico di Pampeago-Obereggen. Negli ultimi decenni si sono succeduti annualmente interventi di miglioramenti alle piste da sci con progressivi ampliamenti, livellamenti e realizzazione di strutture, ma soprattutto interventi di rinverdimento per asicurare stabilità al territorio e ottenere anche pascoli. La frequentazione turistica non si limita all’inverno ma è sempre maggiore anche in estate grazie all’apertura degli impianti che consentono di giungere rapidamente in quota, e alla presenza di una rete sentieristica che consente di far avvicinare alla montagna sia gli escursionisti più esperti che le famiglie. In particolare nell’area di Gardoné, sono stati allestiti percorsi per famiglie con attività dedicate ai bambini, per esempio il

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sentiero dei Draghi, il pastore distratto. Salendo fino al Passo Feudo è possibile invece percorrere sentieri di diversa difficoltà, tra i più visitati si citano il sentiero geologico del Dos Capèl e il sentiero per il Rifugio Torre di Pisa posizionato sulla vetta del Latemar. Oltre ai sentieri legati agli impianti, che si

diramano nella fascia di alta montagna, ve ne sono altri che partono dal fondovalle e attraversano i boschi della Regola consentendo agli escursionisti di raggiungere zone in cui sono presenti particolarità naturalistiche o storico-culturali, come; la Regina del Feudo, un abete rosso monumentale; le baite e i La “Regina del Feudo”. Malga sacina in due prospettive. Casera della malga di Valsorda.

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prati del monte Vardabe, un tempo così importanti dal punto di vista economico da essere oggetto di contenzioso con la Magnifica Comunità di Fiemme; i ruderi della Malga Valsorda, posti all’apice dell’omonima valle, di cui oggi rimane solo la baita ricovero.

Piacevoli scoperte nel bosco del Feudo

La Regina del Feudo Uscendo da Predazzo in direzione val di Fassa si imbocca una strada forestale e dopo circa 2 km si giunge ad un grande abete rosso, indicato da un cartello come “la Regina del Feudo”, posto a circa 20 metri da un tornante. Mai nome è più indicato per questo albero monumentale, con caratteri diversi dai suoi consimili. Prima di tutto il suo vestito, i suoi rami ricoprono il fusto dalla cima sino al terra, con la sua altezza di oltre 30 metri domina il fondovalle, controllando da circa 2 secoli quello che succede. Anche il tronco è da regina, infatti ha una circonferenza di oltre 5 metri e un volume di 17 mc. Un albero inserito nelle specie da tutelare e preservare, la cui vita è legata ai ritmi della natura e pertanto oggi la possiamo ammirare nella sua bellezza, ma un domani non si sa.

Le malghe del Feudo

Malga Sacina Situata in località Pelenzana alla quota di 1851 m slm, non è più monticata a partire dal 1970. La stalla è stata in parte distrutta da una valanga nel 1985. Veniva un tempo monticata con mucche in lattazione, vacche e capre da giugno a settembre. Malga Valsorda Situata in località Valsorda alla quota di 1650 m, non è più monticata regolarmente dal 1970 Dei fabbricati originali della stalla, è ancora presente la casera. Veniva un tempo monticata con mucche in lattazione, vacche e tori da metà giugno a metà settembre. Oggi viene monticata da pochi capi asciutti nei mesi estivi.

•• Territorio, ambiente e foreste • Una evidente vocazione forestale • 273


CAPITOLO XI

La fauna Riccardo Demartin


Un mondo di emozioni

Aquila reale.

Il territorio della Regola Feudale nonostante non sia particolarmente grande (2720 ettari) preserva un patrimonio faunistico vario ed importante. La sua esposizione (prevalentemente a sud e quindi soleggiata) e la varietà ambientale che si incontra lo rendono un piccolo Parco Naturale di grande valore naturalistico. Dai prati a sfalcio ai boschi misti con latifoglie, dalle peccete di abete rosso ai lariceti, fino a raggiungere quote più elevate, i pascoli montani e gli ambienti rocciosi fanno da perfetto habitat per numerosi animali. Molto importanti per alcune specie sono le radure che nascono dal taglio del bosco da parte delle Regola. Tali radure, oltre ad agevolare il naturale ciclo degli abeti o dei larici, sono il terreno ideale per lo sviluppo di numerose specie di piante, fiori e arbusti del sottobosco importanti per l’ecosistema del territorio. Altro fattore importante è la scarsa frequentazione dell’ambiente da parte dell’uomo soprattutto nei periodi turistici. I ripidi pendii, la necessità di avere l’autorizzazione al transito (che però viene rilasciata solo ai vicini e ai residenti) e di arrivare in quota prima di poter godere di grandi paesaggi, scoraggiano le grandi masse e rendono il territorio della Regola più selvaggio e quindi più favorevole all’insediamento di alcune specie.

Fra gli animali più comuni (anche se negli ultimi anni in forte calo) e di facile avvistamento, soprattutto nel periodo primaverile c’è sicuramente il capriolo, presente su tutto il territorio, come pure il cervo, cresciuto come numero negli ultimi quindici anni e presente anch’esso un po’ dappertutto, con particolare concentrazione in Valsorda. Nei pascoli montani dove vive anche un nutrito branco di camosci (Pelenzana, i Mus) trovano il loro habitat ideale le marmotte. Quest’ultime, in forte espansione, raggiungono quote sempre più basse (Pian dal Camp). L’aumento di numero delle marmotte ha sicuramente contribuito ad affermare sul territorio la presenza della regina dei cieli: l’aquila reale. Da sempre presente ma non nidificante, negli ultimi anni ha fatto del territorio della Regola il proprio habitat ideale e, cosa non comune per i territori montani, ha costruito il proprio nido su una grossa pianta di abete rosso e non su parete rocciosa come di solito avviene. In altra zona del Feudo ha nidificato anche in parete rocciosa ma trattasi di una coppia diversa. I pascoli montani e gli ambienti rocciosi offrono da vivere ad altre innumerevoli specie di animali. La pernice bianca, un tempo presente anche al Dos Capèl ed ora in forte calo, la si può trovare per lo più nell’anfiteatro del

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Latemar. Vari uccelli, come il fringuello alpino, il gracchio alpino, il culbianco o il sordone, sono di facile avvistamento nei pressi del rifugio Torre di Pisa, come pure i voli a “spirito santo” del gheppio (rapace di piccole dimensioni che nidifica ad alte quote). Se vi imbattete in un uccello dal volo a farfalla, con dei bellissimi colori grigio-rosso-nero, siete nel territorio del picchio muraiolo o come viene anche chiamato “una perla delle Dolomiti”. Un uccello che nidifica a quote elevate e su pareti rocciose, preferibilmente in prossimità di acqua, ma che in inverno scende a quote molto basse. Ci si può imbattere nel suo fantastico volo, transitando a piedi lungo la strada che dalla “Val del Pis auta” porta in direzione di Gardoné, sulle pareti rocciose in località “Saut Grant” o addirittura, con un po’ di fortuna, a “Crépa” sopra il Fol. Frequentava volentieri la vecchia casa del Frolo lungo il corso del rio Gar-

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doné, prima della rimozione. La coturnice, come pure la lepre alpina variabile, ama le scoscese pendici del Monte Cavignon e i sottostanti pianori, dividendo l’areale con un importante tetraonide: il gallo forcello. Famoso per le parate nunziali primaverili, è presente in più areali e da qualche anno in leggero aumento. Normalmente l’inizio delle parate corrisponde all’arrivo di un altro uccello facilmente udibile e riconoscibile per il suo caratteristico canto: il cuculo. Altro tetraonide che all’interno del territorio feudale ha trovato il suo habitat ideale è il gallo cedrone. Occupa gran parte del territorio della Regola e, soprattutto in primavera, lo si può incontrare al mattino presto lungo le strade sterrate che portano a “Praconé” o a “Campigol Vece”. L’esistenza di una popolazione ben strutturata e vitale è indice di salute ambientale.

Picchio Muraiolo.


tra gli abitanti del sottobosco se ne segnala uno raro e di difficile avvistamento, il Driomio Tirolese che arriva fino ai 1650 metri di malga Gardoné

Civetta nana.

Sul Feudo gode di buona salute anche il “Francolino di Monte”. Questo piccolo uccello appartenente alla famiglia del più noto gallo cedrone, molto elusivo e di difficile avvistamento predilige le piccole radure o i marginali del bosco. Presente in molte zone da quelle più basse (Piai, Costa de Piai) fino a quote più elevate (1.650/1.700 mt “Tof delle Casere”). Molto più elusivi, ma non per questo meno importanti, sono i rapaci notturni. Dal raro gufo reale (areale di caccia Pesedac, Vardabe e nidificante Mezzavalle) alla civetta capogrosso, dall’allocco alla piccola civetta nana, presente in più zone e udibile soprattutto in primavera (marzo) quando nei boschi si sente echeggiare il suo inconfondibile canto territoriale. Sia la civetta capogrosso che la nana utilizzano per la loro nidificazione le cavità sugli alberi effettuate da tre lavoratori del legno:

il picchio Nero, il picchio rosso maggiore e il picchio tridattilo. Quest’ultimo è un picchio di piccole dimensioni (come un merlo), presente nella zona orientale delle Alpi a presenza ristretta. Anche in Trentino non è molto comune. Altri picchi presenti sono il picchio cenerino, udibile in primavera attraversando il lariceto di Pesedac o il picchio verde che predilige areali più a bassa quota. La grande presenza di rapaci notturni è dovuta anche alla quantità di piccoli roditori che amano le ampie radure coperte di piccoli frutti di bosco (fragole e lamponi in primis). Il moscardino, il topo quercino, il campagnolo rossastro o il ghiro (salendo dal Fol verso la Pausa, specialmente lungo il rio Gardoné, capita di vedere delle giovani piante di abete o larice con la parte terminale secca causata da questo piccolo roditore che rosicchia la corteccia portando la parte

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Astore. Poiana. Driomio tirolese.

finale all’essicazione) sono solo alcuni degli abitanti del sottobosco. Fra queste specie, ne spicca una, rara e di difficile avvistamento, il driomio tirolese, che frequenta le fasce basse del territorio, arrivando però a quote più elevate fino ai 1.650 mt di malga Gardoné. La zona della malga Gardoné è anche uno degli areali di caccia preferito dell’astore (“aocel delle galine”) un rapace di medie dimensioni che ama i boschi d’abete e le piccole radure e che sul Feudo è stanziale e comune, come pure lo sparviere (“gambinel”). Salendo per la strada di Val de Ota, all’altezza del tornante con vista su Medil, c’è una zona che viene chiamata “bosch del aocel“. Con molta probabilità, tale nome è stato dato in tempi remoti dagli abitanti di Medil vedendo spesso un uccello di medie/grandi dimensioni volare e andare in termica, sfruttando le correnti ascensionali provenienti dalla sottostante parte iniziale di Valsorda

(“El Fornel”, “Pont dela Ciata”). Si tratta della poiana, da molti anni nidificante in quelle zone. Comune e ben presente sul Feudo, è di facile avvistamento e spesso udibile (un lamentoso e prolungato “chiuu”) soprattutto nelle zone di Vardabe, Val de Ota, le Vie, Campigol Vece. Grande come la poiana ma molto più elusivo, il falco pecchiaiolo nidifica ai margini dei boschi cibandosi in prevalenza di larve di vespa che scova scavando nel terreno, di rettili o di piccoli anfibi. Da qualche anno, ha fatto la sua comparsa un altro splendido rapace, il falco più veloce al mondo. Predilige la caccia in volo sfruttando appieno le sue caratteristiche: il falco pellegrino. Fra le sue prede preferite, il colombaccio (in forte aumento su tutto il territorio è visibile nella zona di “Sacac” o al “Maso Coste”), la gazza (presente al Fol) la ghiandaia, la nocciolaia, il tordo bottaccio o la cesena (molto

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comune, come pure il merlo dal collare, anche a quote alte). Particolarmente attivo lungo il rio Gardoné il merlo acquaiolo come pure la ballerina gialla. Nei prati che fanno da argine destro al rio, in primavera è possibile incontrare sul terreno, intento alla ricerca di cibo, un uccello di passo di particolare bellezza soprattutto in volo: l’upupa. Molto comune la presenza della volpe come pure quella della lepre. Anche la famiglia dei mustelidi è ben rappresentata. Martore, faine, donnole ed ermellini trovano spazio a quote differenti e sono ben rappresentati. Un discorso a parte meritano gli uccelli di medie e piccole dimensioni. La morfologia dell’ambiente per una gran quantità di specie è perfetta sia per la nidificazione che per lo svernamento. Molti uccelli migratori nidificano a tutte le quote come pure molte specie stanziali trascorrono il lungo periodo invernale approfittando dell’esposizione

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particolarmente favorevole al sole. In una piccola pozza d’acqua nelle vicinanze di Gardoné si abbeveravano e facevano il bagno più di 25 specie di uccelli diversi fra i quali il rampichino alpestre, la capinera, il pigliamosche, il prispolone, il raro (per la quota) beccafico, la passera scopaiola, il picchio muratore, il regolo, il crociere, il cardellino, il lucherino, la peppola, il ciuffolotto, l’organetto e molti altri, fra cui anche tutte le specie di cince, ed un simpatico scoiattolo. Anche i rettili sono importanti e presenti sul territorio. Dalla vipera comune (Aspis) al marasso (Berus) alla coronella austriaca (simile alla vipera ma non velenosa, presente in più zone, ma di facile avvistamento nella zona Sacina Bassa). Da sempre disprezzati ed uccisi, sono di fondamentale importanza per l’equilibrio dell’ecosistema. In primavera, quando i Marassi maschi lottano per le femmine, si può assistere a delle spettacolari danze. Si alzano per quasi la

Gallo cedrone. Crociere.


metà della loro lunghezza, intrecciandosi con movimenti armoniosi. La lotta, mai cruenta ma di una bellezza ed eleganza uniche, termina quando il più leggero (il più giovane di norma), sopraffatto dal peso dell’avversario, si lascia cadere al suolo. Oltre ai piccoli roditori, fanno parte dell’alimentazione dei rettili anche ramarri e lucertole. Salendo per la strada che porta al Maso Coste, dopo alcuni giorni di pioggia, non è difficile imbattersi nei forti colori nero e giallo della salamandra. Da segnalare, fra il variegato mondo dei lepidotteri (farfalle) presenti a tutte le quote, oltre alle comuni Vanessa del Cardo, Vanessa Io, Melitaea Didyma, la rara ed affascinante Parnassius Apollo. Si tratta di una farfalla montana di medie dimensioni, particolarmente bella, distinguibile anche in volo non solo per il colore bianco candido con punteggiatura rossa bordata di nero sul-

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le ali ma per il particolare modo di calare di quota molto spesso senza muovere le ali ma veleggiando. Presente in più zone del Feudo, questo lepidottero è legato alla distribuzione del “Sedum” e del “Semprevivum”, particolari fiori che nascono su roccia. Una particolarità che si riscontra frequentando il territorio della Regola è l’assenza di laghi e la mancanza di corsi d’acqua anche piccoli, da Ortai (Vardabe) fino a Valsorda. Da qui nacque l’esigenza, da parte di chi ci ha preceduto e frequentava la montagna per lavoro, di costruire dei pozzi per l’approvvigionamento di questo preziosissimo bene (Giavarele, Cansech, Forca, Mandrona, Valbona, le Rois). Nonostante ciò, proprio in quelle zone è presente una nutrita colonia di tritone alpino (anfibio tipico dei laghi alpini) ed è presente anche la rana rossa di montagna. Per confer-

Parnassius Apollo.


aspetto importante per la salvaguardia di questo patrimonio è la consapevolezza di chi è preposto alla sua gestione ed al suo mantenimento

Prato fiorito.

mare la particolarità della zona, nei pendii limitrofi è presente una raro ciuffo di erica bianca, immersa fra una miriade di eriche del proprio colore naturale: fucsia. Sotto la corteccia di vecchi alberi tagliati o caduti, è possibile trovare anche lo scorpione germanico presente in Italia solo al nord, soprattutto in Alto Adige (Scarser, Valataia). Questo prezioso territorio racchiude in se un variegato mondo animale che qui abbiamo descritto solo in parte. Si pensi solo all’immenso mondo degli insetti. Aspetto molto importante per la salvaguardia e la durata per le generazioni future di questo patrimonio è la consapevolezza di chi è e sarà preposto alla gestione ed al mantenimento di tutto ciò. Cinque anni fa, mentre i boscaioli procedevano ad un taglio boschivo, il custode forestale accortosi che in una pianta c’era la presenza di alcuni fori adibiti a nido, ha fatto in

modo che la pianta venisse lasciata in piedi (se forata la perdita economica per quella pianta sarebbe stata irrisoria in quanto non era sicuramente sana). Nei quattro anni successivi, su quella pianta hanno nidificato nell’ordine: picchio rosso, picchio muratore, civetta nana. Un piccolo gesto ma di grande importanza ambientale che per fortuna sul Feudo rientra nella normalità della gestione, anche grazie alla sensibilità del custode forestale Piergiorgio Felicetti. Concludendo, si può tranquillamente affermare che il territorio della Regola Feudale, se visitato con grande rispetto e attenzione, può riservare innumerevoli sorprese, una grande ricchezza di vita animale, spesso invisibile agli occhi dei più, e una continua meravigliosa scoperta. Sapersi emozionare aiuta a vivere meglio le proprie origini ed il proprio territorio.

•• La FAUNA • Un mondo di emozioni • 285


CAPITOLO XII

Toponimi e cartografia Guido Dezulian


Latemar

valsorda sagrà dei ebrèi fràta dele oberine

poz de cansech giavarele

ropÓri gardoné

pesedàc le rois

sacina

vardabe

cogÓl

pelenzàna

canzoccoli


Denominazioni particolari ispirate al territorio

Toponimi nord.

In un’economia essenzialmente agro-silvo-pastorale l’attenzione per il territorio abitato e per quelli limitrofi è stata un’esigenza primaria per chi ci ha preceduto. Il legame con la terra, quale sostentamento vitale, e quindi la sua utilizzazione comportarono da sempre la denominazione dei singoli luoghi, anche di piccola estensione, per un loro rapido e preciso riconoscimento. La flora, la fauna, la morfologia del territorio abitato e coltivato, noti per l’assidua frequentazione e quindi entrati anche nell’immaginario collettivo, hanno dato impulso a tali particolari denominazioni: dal basso all’alto, dal produttivo all’incolto, dal fertile allo sterile. Ultimamente anche l’alta montagna, frequentata da qualche cacciatore e, verso i primi dell’Ottocento, dai primi ricercatori di minerali o botanici trasformati in scalatori puri, ricevette i suoi toponimi. Ad accrescere queste indicazioni sul territorio contribuirono col tempo le necessità di volta in volta militari (i punti strategici per gli eserciti), commerciali (i luoghi di compravendita dei mercanti di lana, di agnelli, di derrate), religiose (l’identificazione di chiese, capitelli, sacre edicole e croci) e lavorative (pastori, boscaioli, minatori). Da qui la moderna necessità di una cartografia sempre più precisa e quindi di mappe su cui inserire con cura i vari toponimi indispensabili a leggere globalmente il territorio. E tali

denominazioni si sono fatte via via sempre più precise, sia nella scrittura sia nella collocazione, a seguito della trasformazione che ha subito la società nel tempo e quindi delle esigenze da questo derivate: pensiamo al turismo e quindi all’importanza odierna della viabilità anche di alta montagna, con i suoi percorsi, i suoi sentieri numerati, gli impianti e le costruzioni ad essi connesse. Per quanto riguarda il territorio della Regola Feudale di Predazzo, una delle prime carte dove appare col suo nome il monte Vardabio è l’Atlas Tyrolensis edito nel 1774 da Peter Anich e Blasius Hüber. Da allora seguirono altre numerose pubblicazioni, sempre più dettagliate, fino alla realizzazione della Carta Topografica numerica alla scala 1:10.000 della Provincia Autonoma di Trento. In essa, per quanto ci riguarda, sono stati riversati, ove possibile, i dati nel frattempo raccolti riguardanti le varie ricerche toponomastiche effettuate sul territorio, in ottemperanza dell’apposito progetto provinciale del 1980, confluito nel Dizionario Toponomastico Trentino (DTT), le cui pubblicazioni sono tuttora in corso1. Per il territorio di Predazzo la ricerca, effettuata a suo tempo dal prof. Arturo Boninsegna, non è stata ancora pubblicata. Un’altra ricerca, avente però per oggetto solo i toponimi conosciuti sul territorio della Regola

•• TOPONIMI E CARTOGRAFIA • Denominazioni ispirate al territorio • 289


Feudale, è stata effettuata da Lorenzo Gabrielli (Mezaval), vicino del Feudo, e pubblicata dalla Regola Feudale nel 20042. In essa, oltre ai nomi delle località, sono riportati anche i concessionari che per la fienagione e il pascolo hanno utilizzato a rotazione le 109 baite (antiche e moderne) sparse sulla montagna.

Tipologie di toponimi

La maggior parte dei circa 300 toponimi presenti sul territorio della Regola Feudale si ispirano e descrivono le caratteristiche morfologiche del terreno. Così Costa e derivati per indicare terreni in costa; Cima, Còl, Dòs, Piz, Pala nominano i rilievi; Piàn, col derivato Pianàc indicano aree pianeggianti; Campìgol individua aree erbose delimitate; Toàl, Tóf, Val, Van, Cavignón segnalano delle incisioni sul terreno in pendenza.

Altri toponimi si ispirano alla forma di determinati oggetti: Pala de cérce per indicare un cerchio, el Fornèl, Dòs Capèl, ecc. Poi vi sono alcuni toponimi ispirati alla forma alla persona umana: Crèpa dal nas, Òci de San San, Val dela vècia, ecc. Altri toponimi descrivono l’esposizione sul territorio: Mezdì, Revèrs, Reversón, mentre con Sopra e Sóte sono composti molti nomi indicanti luoghi situati a monte o a valle di altri. E ancora prim, secondo, terzo, ecc. Vi sono degli identificativi per la tipologia del terreno. Ad esempio per indicare zone genericamente umide: Póze, Póza, Fontanón, Canacéi, i Mùs-ci, ecc.; per indicare la presenza di grossi macigni: Balotón, Sas canalìn; oppure di dirupi e strapiombi: Sàut Grant, Góla de l’órc’; oppure di rocce affioranti: Lastéi; o di zone franose: Slavìn; o ancora di terreni sabbiosi o ghiaiosi: Sabión, Giarón.

Toponimi sud.

Carta Anich 1774.

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cogÓl

canzoccoli

lizàta

pausadòi zaluna roncàc treméz

Sono numerosi i toponimi che si riferiscono alle piante (fitotoponimi): Bósch dele bréghe, Pian dal péc, Pian dele nosèle, Còsta dei làresi, i Mughèri, Mandrìc’ dele ortìghe, ecc.; e quelli che si riferiscono agli animali: Val dei cavài, Bùsa dei agnèi, i Mus, Mandrìc’ dele féde, Mandrìc’ dei bói, Val Gatón, Forcèla dei Camósci, la Bìsa. C’è da dire che generalmente questi toponimi si ritrovano identici o molto simili in altre zone del Trentino, in particolare nelle zone confinanti alla nostra. Quindi l’origine linguistica di alcuni toponimi è comune e gli studiosi parlano di volta in volta di derivazione latina, germanica, lombardo-veneta e, temporalmente più vicino a noi, ladina e tedesca. Anche sul territorio della Regola Feudale vi sono dei toponimi curiosi. Di alcuni, qualcuno prova a suggerire il significato, che è sempre da prendersi con estrema prudenza; di altri, che sono la maggior parte, essendo troppo lontano il tempo in cui sono stati creati, oppure essendo stati troppo deformati nel corso delle vicende umane, ci si ferma a riaffermarne la presenza col loro nome così com’è: Latemàr o Laitemàr, Sàgra dei Ebrèi, Fràta dele Oberìne, Ropóri, Gardoné, Vardabe (dal longobardo - luogo recintato, dove si guarda il bestiame), Pesedàc, le Roìs, Sacìna (da sagina Ingrassamento, pascolo per i porci), Cogól (dal germanico Kögol, dosso) Pelenzàna (in antico era scritto Pedenzàna), Gac’ (dal longobardo Gahagi, bosco riservato), Fól (follone, gualchiera, sacco), Canzòccoli, Imàna, Zalùna (da luna, nel probabile significato di ansa, curvatura), Pausadói (riferito a pausa, luogo di sosta), Lizàta (diminutivo di liza, palo, staccionata, luogo cintato), Treméz, Tegodèn, Sugadói.

Note

tegodèn

Per Fiemme finora non è stato pubblicato nulla, ma per il 2016 è in cantiere il volume sui toponimi di Tesero, Panchià e Ziano. 2 Regola Feudale di Predazzo, Carta topografica e storica, scala 1:10.000, Predazzo, Graphic Studio Deflorian, 2004. 1

•• TOPONIMI E CARTOGRAFIA • Denominazioni ispirate al territorio • 291


CAPITOLO XIII

I segni della presenza dell’uomo Mario Felicetti


Latemar e Regola Feudale: una lunga storia per il turismo del paese

La prima Latemar

Pagine precedenti: Il primo impianto della Latemar e la telecabina oggi.

Un capitolo importante della storia recente della Regola Feudale di Predazzo riguarda la società Latemar e la Latemar 2200, protagoniste di due progetti legati agli impianti di risalita che hanno consentito a Predazzo, in sinergia con le società Itap di Tesero/Pampeago e Obereggen, di fare un salto di qualità dal punto di vista dell’offerta turistica sia estiva che soprattutto invernale, anche se divisi tra loro da un momento di crisi fortunatamente superato. La prima Latemar venne costituita nel 1969 con tre impianti: il primo, un’ovovia, saliva da Predazzo, dove c’era la stazione di partenza, subito dopo il ponte sull’Avisio della “Birreria”, e raggiungeva la stazione intermedia in località “Le Rois”, da dove una prima seggiovia arrivava a “Gardoné” e da qui, con una seconda seggiovia, si veniva trasportati a “Doss Cappello”. L’iniziativa fu promossa da un gruppo di imprenditori locali, guidati dal compianto Ugo Sala, che ne fu il principale ispiratore e coordinatore. Gli impianti sarebbero entrati in funzione all’inizio della stagione invernale 1970/71, allora con la ghiotta opportunità per gli sciatori di scendere con gli sci ai piedi fino all’abitato del “Fol”, alla periferia nord del paese. Aspetto questo di non secondaria importanza. Già nel febbraio del 1970, il Consiglio della Regola (allora era Regolano

Giovanni Bosin) aveva venduto all’Itap di Pampeago 1.000 metri quadrati di terreno in località “Tresca”, al prezzo di 500 lire al metro, cedendone altri 300 alla fine di marzo a 250 lire al metro. Il 27 giugno dello stesso anno, venne approvata una delibera di vendita alla neo costituita Latemar di 4.000 metri quadrati destinati ad ospitare la stazione di partenza dell’ovovia, oltre ad altri 30.000 per le piste, al prezzo di 30 lire al metro quadrato. Fasi queste accompagnate anche da qualche difficoltà interna. Tra l’altro, era stato chiesto un voto all’assemblea, alla fine favorevole, ma con l’impegno che i terreni, in caso di chiusura della società, avrebbero dovuto ritornare alla Regola allo stesso prezzo. In luglio va ricordata una lettera del “Vicino” dottor Marino Felicetti, contrario alla cessione dei terreni, anche se il Consiglio confermava la piena legittimità della propria delibera, autorizzando i lavori di sistemazione delle piste, con le operazioni di esbosco effettuate dagli operai dell’Ente. Una scelta confermata anche in agosto, dopo che nel mese precedente la società aveva già iniziato i lavori di costruzione degli impianti, dei servizi e delle piste, con movimenti di terra ed abbattimento di alberi, e sottoposta quinti, il 5 settembre, al parere di un’assem-

•• I segni della presenza dell’uomo • La prima Latemar • 295


blea straordinaria, favorevole all’operato del Consiglio. L’8 ottobre, vennero quindi approvate nuove autorizzazioni di modesta entità ed il 15 novembre si diede il via libera al passaggio dell’elettrodotto Fol - Gardoné. Porta la data del 13 novembre 1970 il documento di un comitato di “Vicini”, costituito già il 29 giugno del medesimo anno (primo firmatario ancora il dott. Felicetti), con il quale si contestava l’operato dell’Amministrazione Regoliera e si metteva in discussione il risultato dell’assemblea straordinaria, parlando di cinque voti ”dubbi” che avevano determinato la maggioranza. Si chiedeva inoltre un incontro per chiarire determinate cose nell’interesse di tutti i “Vicini”, proponendo quindi di attendere il nuovo Statuto prima di cedere i terreni richiesti dalla società. Non se ne fece nulla, la Latemar chiese l’intavolazione dei terreni, il 296

comitato presentò ricorso ma, nel gennaio del 1971, lo stesso venne respinto. Il 13 febbraio, la società comunicava l’intenzione di procedere mediante esproprio ed il Consiglio della Regola incaricava il dottor Giuseppe Dezulian di predisporre gli elaborati relativi alle stime dei danni, agli affitti, alle concessioni, alle servitù e quant’altro, chiedendo inoltre alla Latemar di predisporre le planimetrie ed i tipi di frazionamento per i terreni richiesti. In marzo, arrivò in sede una lettera dei “Vicini” Marino Felicetti, Martino Gabrielli e Domenico Dellasega, con la quale si invitava il Consiglio ad opporsi all’esproprio. Ma l’invito non venne accolto. Uguale sorte ebbe un esposto degli stessi “Vicini” al presidente della Giunta Provinciale, dove si contestava tra l’altro la violazione del Programma di Fabbricazione. Il 7 settembre 1971, dopo un primo anno di

Stazione di partenza dell’ovovia costruita nel 1969.


Stazione di arrivo della seconda seggiovia in località Doss Cappello.

attività, la Latemar veniva autorizzata alla costruzione del self service di Gardoné e del rifugio Dos Capèl. Lavori controllati dalla Regola, che ne verificava la positiva esecuzione. Il 21 ottobre dello stesso anno, la società (Presidente Cesare Ciralli) ribadiva alla Provincia di Trento la richiesta di esproprio dei terreni occupati, sulla quale si esprimeva favorevolmente l’Ispettorato Generale dei Trasporti. Il 6 novembre, veniva concesso il prelievo di acqua a Gardoné, previa la costruzione di due vasche, la prima al servizio della malga, la seconda per il self service. Il 22 aprile 1972, la società chiedeva di poter allargare la pista “Cinque Nazioni”, diventata un punto di riferimento quasi obbligato per le competizioni agonistiche e per tutti gli appassionati dello sci, mentre si pensava anche ad una sciovia al servizio del campo

scuola. Sarebbe stata realizzata nel 1974. Nell’agosto del 1973, venivano avviate le pratiche di esproprio di 14.200 metri quadrati, compresa l’area del self service. Un momento delicato per la Regola, il cui consiglio (Regolano era Martino Gabrielli) non era per niente convinto della opportunità di tale operazione. Nonostante tutto, il 25 settembre 1974, il presidente della Giunta Provinciale Giorgio Grigolli firmava, in favore della Latemar, il decreto di esproprio relativo a 15.465 metri quadrati di terreno, oltre ad altri 3.875 metri lineari asserviti ai tre impianti di risalita, fissando una indennità complessiva di 8.590.000 lire. Contro il Decreto, la Regola presentava ricorso al Tar di Trento il 6 dicembre successivo, con una serie di motivazioni, tra le quali la presunta illegittimità della disciplina dell’esproprio, la violazione e la falsa applicazione della legge, eccesso di

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potere. Sarebbe stato giudicato inammissibile nel 1987, tredici anni dopo. Il Decreto venne notificato dal Giudice Tavolare del Mandamento di Cavalese Giovanni Luchini alla Regola, alla Latemar, all’Ufficio del Registro ed all’Ufficio del Catasto Fondiario il 10 gennaio del 1975. Insoddisfatto il Consiglio della Regola, anche per una indennità ritenuta molto inferiore al valore reale dei fondi espropriati. Continuava intanto il confronto tra l’Ente storico del paese e la società di impianti, anche in vista della costruzione di uno skilift in località “Pian Toronc” (anche questo oggetto di accese discussioni), ma soprattutto con la volontà, espressa da entrambe le parti, di arrivare ad una auspicata normalizzazione dei loro rapporti. Soprattutto attraverso la soluzione dei problemi ancora in sospeso: in particolare la quantificazione del valore del legname abbattuto lungo i tracciati degli impianti, in parte utilizzato dalla Latemar, in parte venduto dalla Regola, per il quale bisognava definire i costi e compilare una chiara situazione contabile, ed il versamento dell’affitto di 150.000 lire all’anno per il passaggio dello skilift/scuola a Gardoné, mai effettuato. Il 12 maggio 1976, dopo l’ennesima riunione tra i due Consigli di Amministrazione (Regolano Michele Guadagnini, presidente della Latemar Cesare Ciralli), si decideva di sollecitare il dottor Giuseppe Dezulian perché portasse a termine i conteggi relativi ai danni che il Feudo aveva dovuto subire per la costruzione degli impianti. La perizia di stima dei danni venne presentata dal dottor Dezulian l’11 febbraio 1977. Il 14 luglio dell’anno seguente, in un incontro tra le due delegazioni, si stabilirono gli indennizzi, fissati in 3 milioni di lire per gli arretrati e 800.000 lire all’anno. Il 2 agosto 1979, la Regola Feudale accolse positivamente la domanda di allargamento delle piste, chiedendo una cauzione di 2 milioni di lire. Il 15 gennaio del 1982, vennero autorizzati la nuova pista alle “Rois” (utilizzata in estate come strada forestale) ed il nuovo ski298

lift a “Pian Toronc”, per un canone annuale di 1.500.000 lire. Le cose comunque per la società non andavano come ci si poteva attendere e la situazione economica patrimoniale registrava problemi e difficoltà crescenti. Già nel settembre del 1983, in un incontro con l’Itap, si cominciò a parlare di chiusura degli impianti. Il 2 giugno 1984, il Collegio Sindacale della Latemar, in una serie di osservazioni, evidenziava una perdita superiore al capitale sociale, facendo presente che “contestualmente alla delibera di azzeramento del capitale sociale, deve essere ricostituito lo stesso capitale fino ad un limite minimo fissato dalla legge e devono essere coperte, mediante versamento, le perdite residue. Diversamente” si sottolineava

La vecchia seggiovia da “Le Rois” a Gardoné.


Nuova cabinovia messa in funzione a dicembre 1995.

“si avrebbe una causa di scioglimento, prevista dall’articolo 2448 del Codice Civile”. L’inadeguatezza delle strutture della società (specialmente relativa ad una bidonvia “Predazzo-Le Rois” non più all’altezza dei tempi e delle mutate esigenze sciistiche), la necessità di nuovi interventi su impianti e piste, al fine di rendere l’area sciistica più appetibile, e l’aumento dei costi di gestione, per quanto ci si impegnasse a contenerli, vennero confermati anche dall’assemblea straordinaria dei soci, convocata il 29 giugno. La perdita dell’ultimo esercizio ammontava a 331.802.491 lire, coperta parzialmente con l’azzeramento dei 300 milioni del capitale sociale. Una importante decisione riguardò la trasformazione della società da SpA a Srl e la ricostituzione del capitale sociale entro i

termini previsti dalla legge, in modo da evitare lo scioglimento. In ogni caso si pensava già (e ne erano convinti anche l’Amministrazione comunale e l’Azienda di Soggiorno Alta Val di Fiemme) ad un impianto ad agganciamento automatico che partisse dal fondovalle per arrivare in quota in tempi molto rapidi. Ma intanto le preoccupazioni crescevano e si andava verso una stagione invernale decisiva, alla fine della quale la Latemar chiuse la propria attività.

La nuova Latemar 2200

La prospettiva che Predazzo rimanesse priva di un impianto di risalita verso il monte Feudo, con un grave handicap soprattutto per il turismo invernale, ovviamente preoccupava gli enti e gli operatori locali. Fin dal 1986 nacque in paese un nuovo comitato, coordinato dall’allora assessore comunale al turismo Carlo Morandini, che subito coinvolse l’Itap di Pampeago e la società Obereggen. Entrambe si dichiararono pronte e disponibili a valutare nuove proposte per rilanciare la società, specialmente nella prospettiva di realizzare un nuovo impianto di arroccamento. Nel 1987, arriva da Trento una notizia importante, quando il Tribunale di Giustizia Amministrativa dichiara inammissibile il ricorso presentato ancora il 27 dicembre 1974 dall’allora Regolano Martino Gabrielli per l’annullamento del decreto di esproprio del 25 settembre dello stesso anno, firmato dal presidente della Giunta Provinciale Grigolli. Il ricorso, recita la sentenza, era stato presentato al Tar prima del suo insediamento e quindi non aveva alcun valore processuale. Nel mese di ottobre, la nuova società Latemar chiede alla Regola Feudale di poter picchettare la zona di sua proprietà interessata dai futuri impianti di risalita, al fine di predisporre i necessari preventivi di spesa. Il Consiglio (Regolano Giorgio Dellantonio) si dichiara d’accordo, pur senza assumersi alcun impegno futuro. Il 12 agosto 1988, la Regola incontra il presidente della Latemar 2200 Vitale Brigadoi,

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accompagnato da Carlo Morandini e Vigilio Mich, i quali evidenziano che, per i nuovi impianti, non occorre più avere la proprietà dei terreni sui quali sorgono, ma basta solamente la concessione da parte del proprietario. Si anticipa la volontà di realizzare un impianto ad agganciamento automatico, con cabine della portata di 12 persone, partenza da località “Stalimen” ed arrivo a “Gardoné”, ed una seggiovia sempre ad agganciamento automatico (portata quattro persone) da “Gardoné” al Passo Feudo. C’è bisogno di realizzare una traccia della larghezza di dieci/dodici metri, che andrebbe ad interessare la parte boschiva per circa un ettaro e mezzo e per una lunghezza di circa un chilometro. Per il campo scuola a “Gardoné”, previsto interamente su terreni della Regola, si richiede la servitù di linea per l’impianto e la servitù di pista per l’omonimo tracciato, oltre all’allargamento della pista ”Cinque Nazioni”, a valle del “Pian Toronc”, con l’abbattimento di alcune piante. Si chiede inoltre la servitù di pista ed il diritto di sottosuolo, per l’innevamento artificiale. Il Consiglio si dichiara disponibile, anche se intende consultare il tecnico di fiducia dottor Romano Baldessari, al fine di quantificare il lucro cessante. Si cerca inoltre una soluzione per rientrare in possesso dei vecchi terreni espropriati, contattando in particolare la società Dermo Agrar e la società Alimco Srl, amministrata da Robert Pichler, imprenditore di Nova Levante, che aveva acquistato i terreni al momento del fallimento della vecchia Latemar. Continuano gli incontri mentre passano gli anni. Il 7 gennaio 1992, in una riunione convocata a Predazzo in Municipio, Erich Kostner, prestigioso rappresentante dell’impiantistica italiana ed internazionale, uno dei promotori del comprensorio sciistico Dolomiti Superski, già presidente dell’Anef (Associazione Nazionale Esercizi Funiviari), presenta la soluzione più significativa per rilanciare il discorso di Predazzo, dopo anni di discussioni per lo più infruttuose, ponen300

do le basi di un progetto orientato finalmente in una direzione precisa e convincente. Prevede un collegamento rapido e funzionale in quota, tra il versante di Predazzo e quello di Pampeago/Obereggen. Unanime la condivisione da parte dei convenuti, tecnici, amministratori pubblici, anche della Provincia di Trento, e politici. Il 9 agosto 1992, il Consiglio della Regola Feudale incarica il consigliere dottor Mario Felicetti di rappresentarla in seno al comitato della nuova “Latemar 2200”. Lo stesso, nella seduta del 20 agosto, comunica la disponibilità del fondo di 8.590.000 lire (con le dovute rivalutazioni) quale indennizzo stabilito, in base al decreto di esproprio del 1974, per i terreni occupati dalle stazioni e dal self service e relativi alle concessioni, e conferma che i terreni della “traccia” sono ritornati alla Regola quale nucleo cessante. Dai colloqui intercorsi nel frattempo con Robert Pichler, quest’ultimo chiede di poter mantenere la proprietà del terreno sul quale si trova l’edificio della vecchia stazione di partenza e si dichiara non disponibile alla vendita delle aree occupate dalla stazione e dal self service di Gardoné, pur dichiarandosi pronto a discutere nel merito della cessione della superficie non occupata dal manufatto. Per quanto riguarda la stazione intermedia delle “Rois”, i nuovi proprietari sono disposti, dietro pagamento, a cedere l’area e l’immobile, così come si cerca un accomodamento per la stazione a monte del “Dos Capèl”. Nella riunione del 25 settembre, il presidente della Latemar 2200 ingegner Nicolò Tonini illustra al Consiglio della Regola, a grandi linee, il nuovo progetto funiviario: una cabinovia da “Stalimen”, zona trampolini, fino a Gardoné, e un secondo impianto di risalita fino al Passo Feudo. La Regola conferma la disponibilità ad accordare solamente la concessione del diritto di superficie per la durata della società. Il provvedimento viene approvato dal Consiglio nella seduta del 15 gennaio 1993, salvo ratifica da parte dell’as-

dopo la chiusura della prima Latemar si susseguono le riunioni per rilanciare la società, coinvolgendo l’Itap di Pampeago e l’Obereggen


semblea dei “Vicini”, programmata per il 28 febbraio. Si ribadisce in ogni caso la assoluta contrarietà alla vendita delle aree ed a qualsiasi, nemmeno ipotizzabile, azione espropriativa, diffidando nel contempo la Latemar 2200 ad effettuare qualsiasi tipo di intervento sulle proprietà dell’ente storico del paese, fino al definitivo pronunciamento assembleare. All’assemblea di fine febbraio interviene l’ingegner Tonini, che illustra in dettaglio le richieste della società e la impegna a trasferire alla Regola, in proprietà assoluta, una superficie adeguata e concordata dalle parti, in permuta con la superficie di proprietà di Robert Pichler a Gardoné. Al termine di un lungo dibattito, i favorevoli sono 186, con 165 contrari e 14 astenuti. La delibera prevede l’istituzione del diritto di superficie a favore della Latemar 2200, relativamente ai soli terreni interessati dalle stazioni, respingendo qualsiasi ipotesi di vendita o esproprio, oltre a definire la permuta di terreni di proprietà di Pichler a Gardoné con altre superfici del monte Feudo di proprietà regoliera ed a chiedere la cancellazione di tutte le servitù riguardanti i vecchi impianti. Nel marzo del 1993, viene costituita ufficialmente la nuova Latemar 2200 Spa, con un capitale di 8 miliardi di lire, successivamente aumentato a 13 miliardi nel dicembre del 1994, Il numero dei soci supera le 200 unità. Un’assemblea straordinaria della Regola, molto tesa e spesso polemica sul problema Latemar, si tiene il 5 dicembre 1993, alla presenza di ben 239 “Vicini”, con 124 deleghe. Al termine di un lungo dibattito, che registra l’intervento di una quindicina di “Vicini”, con 196 voti favorevoli, 144 contrari, 7 schede nulle e 6 bianche, si delibera di concedere alla società le richieste autorizzazioni, alle seguenti condizioni, contenute in un documento predisposto dal Regolano geom. Tullio Boninsegna: cessione di 26.849 metri quadrati di terreni a “Vardabe”, in cambio di 5.014 metri quadrati a Gardoné; 69.750.000 lire per i terreni non restituiti; 92.500.000 lire per diritti di superficie ed occupazioni tem-

poranee; 44.910.000 lire all’anno, indicizzati sulla base dei parametri Istat, per tutti i terreni asserviti agli impianti, alle piste, ad acquedotti ed elettrodotti; concessione alla Latemar 2200 dei diritti di superficie per impianti, piste e strutture di servizio; far carico alla società richiedente della demolizione dei plinti degli impianti dismessi, oltre alla rinuncia e cancellazione delle servitù e dei diritti preesistenti; pagamento di tutte le spese e delle imposte da parte della società. Alla stessa, a garanzia degli adempimenti, si chiede una fidejussione bancaria di 150 milioni di lire. Il Consiglio di Amministrazione della Regola viene impegnato inoltre a fare tutto il necessario per rientrare in possesso del suolo a Gardoné sul quale è eretto il self service. Infine l’assemblea esprime la propria assoluta contrarietà alla partecipazione al capitale sociale della società. Va avanti l’iter burocratico che viene ultimato nel maggio del 1994, mentre anche in paese emerge un nuova voglia di rilancio turistico, attraverso il fascino dello Ski Center Latemar (Predazzo-Pampeago-Obereggen). Per Predazzo una scelta decisiva, alla quale si legano nuove, stimolanti opportunità di sviluppo sotto ogni profilo. Il lavoro di preparazione è stato lungo e complesso, gli ostacoli da superare molti e non facili, la ricerca di finanziamenti laboriosa ed impegnativa, anche se la Provincia ha dato alla fine le necessarie garanzie, con lo stanziamento di un miliardo e 450 milioni di lire all’anno per dieci anni ed ulteriori 200 milioni all’anno, sempre per dieci anni, con i quali far fronte alle spese di sistemazione delle piste, di innevamento programmato e delle opere paravalanghe. Le società Itap e Obereggen sottoscrivono ciascuna 500 milioni di lire di capitale sociale, mentre 200 arrivano dalla Sitc di Canazei, società leader in Trentino. I risultati quindi sono alla fine soddisfacenti, pur di fronte ad un investimento complessivo pari a quasi 26 miliardi di lire. Il piano finanziario, oltre alla disponibilità di un capitale sociale di 8 miliardi, prevede un mutuo agevolato con

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il Credito Sportivo di 5 miliardi, un mutuo ordinario a medio termine di 12 miliardi e finanziamenti dai fornitori per 895 milioni. Purtroppo non aveva potuto avere seguito invece la volontà dell’Amministrazione comunale, il cui consiglio, con delibera del 13 aprile 1994, aveva deciso, a maggioranza, di sostenere la Latemar, partecipando al capitale sociale con una quota di 500 milioni di lire. Contro la delibera, e con richiesta del suo annullamento, c’era stato infatti un ricorso al Tar di Trento, da parte di un consigliere di minoranza, e la conseguente “sospensiva” del Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa che aveva costretto il sindaco Franco Dellagiacoma a sospendere i lavori e bloccare l’autorizzazione edilizia, rilasciata ancora l’anno prima. Momenti di panico nel consiglio di amministrazione della società, vivaci polemiche sia in consiglio comunale che in paese e la tentazione della Latemar di presentare ricorso al Consiglio di Stato contro la sospensiva, con la prospettiva di un considerevole ritardo nei lavori e di un costoso risarcimento a favore della impresa che aveva dovuto forzatamente interromperli. A questo punto, la società, con lettera del 19 luglio, a firma de presidente Tonini, dichiarava di rinunciare alla sottoscrizione “per non incorrere in danni gravi e non compromettere l’iniziativa così ben avviata”.

Gli impianti e le piste

In programma una nuovissima cabinovia Predazzo-Gardoné ad agganciamento automatico, dodici posti, portata massima 2.400 persone/ora, con partenza dall’area del Centro del Salto e la disponibilità di un ampio parcheggio, e la seggiovia quadriposto ad ammorsamento automatico GardonéPasso Feudo, anche questa con una portata di 2.400 persone/ora. Oltre alla sciovia a fune bassa “Campo scuola” a Gardoné. L’Itap si impegna a costruire la seggiovia che collega la “Residenza” al Passo Feudo ed a realizzare la pista di collegamento con Pampeago. Allargata e sistemata anche la favolosa pista “Cinque 302

Nazioni”. I lavori iniziano nel giugno del 1994 e vengono portati a termine nel novembre dell’anno successivo. Durante tutto questo periodo, indispensabile è la presenza costante e preziosa dell’amministratore delegato Sigfried Pichler, uno dei principali artefici di questa impresa. I nuovi impianti entrano in funzione nel dicembre del 1995, mentre l’inaugurazione ufficiale si svolge il 20 gennaio 1996, alla presenza delle massime autorità provinciali e locali: il presidente della Giunta Provinciale Carlo Andreotti, il dott. Gianni Marzola, presidente del Dolomiti Superski, il presidente della Fisi trentina Nino Barnaba, il presidente della Latemar 2200 ing. Nicolò Tonini, i colleghi delle società Itap e Obereggen Raffaello Deflorian e Georg Weissensteiner, i rappresentanti della Sit Bellamonte, i sindaci di Predazzo Renato Tonet, di Tesero Gianni Delladio e di Nova Ponente Hans Zelger. A fare da contorno alla cerimonia, la banda civica “Ettore Bernardi” ed il locale Gruppo Folk. La benedizione dei nuovi impianti viene impartita dal parroco don Guido Corradini. Un ringraziamento particolare il presidente Tonini rivolge proprio alla Regola Feudale, che ha messo a disposizione i terreni interessati.

Un momento della cerimonia inaugurale della nuova Latemar (20 gennaio 1996), con il taglio del nastro.


Luci e ombre sulla montagna feudale

Guardando oggi il monte Feudo da Predazzo, sembra che questa storica montagna sia rimasta intatta nel tempo, conservando pienamente le sue caratteristiche ed il suo fascino antico, quando era un punto di riferimento sostanziale per l’economia soprattutto agricola, zootecnica e legata alla coltivazione del bosco ed alla lavorazione del legname. Non sono molti i decenni trascorsi dall’epoca in cui la neve, ammantando i suoi pendii, manteneva in inverno la sua immagine immacolata, spezzata ogni tanto solamente dal passaggio di qualche esemplare della fauna selvatica che trovava in questo ambiente straordinario il suo habitat naturale, impregnato di silenzi e di poesia. Tutto intorno, dall’area di Gardoné al passo Feudo, località che si raggiungevano unicamente a piedi, dominava la suggestione di terre consegnate al pensiero ed alla meditazione. Poi, invece, in estate, il monte Feudo si trasformava in un brulicare di contadini, che qui, tra decine di baiti, raccoglievano il fieno per foraggiare il bestiame nelle lunghe giornate invernali, o diventava un immenso pascolo per il bestiame bovino e caprino. Scelta irrinunciabile per gli allevatori del paese, che nel fondovalle non trovavano la risorsa sufficiente a garantirsi per intero la stagione più fredda. Il trasferimento in quota diventava quasi un rito, con il carro e gli

attrezzi che si arrampicavano lungo la strada di montagna per raggiungere le zone di riferimento e quindi cominciare il duro lavoro della fienagione. Lavoro pensante. Giornate lavorative interminabili, che iniziavano ben prima del sorgere del sole per concludersi a tarda sera. Era la vita di ogni giorno, tranne la domenica, rigorosamente riservata al riposo, nel pieno rispetto dei principi cristiani che ricordavano come le feste andassero comunque santificate, anche quando, nei giorni precedenti, il tempo era stato magari inclemente e la pioggia aveva ritardato la raccolta del foraggio. Un mondo che rispecchiava usanze dettate dallo stato di necessità di tempi lontani, quando si lottava spesso per la sopravvivenza ed era difficile mettere d’accordo il pranzo con la cena. La fienagione in alta montagna era spesso fatica improba e pesantissima, ma raccogliere l’erba e portarla a valle si configurava come impegno indispensabile, in una comunità che dei prodotti della terra e dell’allevamento del bestiame viveva in forma pressoché esclusiva. Il fieno veniva recuperato fino nei posti più impervi, raccolto in grandi lenzuoli ed ammassato su robusti carri “da palànc”, con lunghi pali che, dall’avantreno, si allungavano fino a toccare terra, per essere quindi trasportato a

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valle, a strascico, lungo strade ripide e malmesse, fino alla periferia del paese, dove il carro veniva completato con la sistemazione delle due ruote posteriori per essere infine condotto nei fienili delle vecchie case di una volta. Nel suo libro “Dialetto e mestieri a Predazzo”, lo storico prof. Arturo Boninsegna ricorda che c’erano famiglie che riuscivano a portare a valle da undici a quindici di questi carri in una quarantina di giorni. Il che rappresentava una grossa impresa di abilità e fatica. L’ultimo carro “da palànc” scese a Predazzo dal monte Feudo nel 1967, con il fieno di Valbòna di Giuseppe Dellagiacoma “Nones”. I prati di questa montagna, di proprietà della Regola Feudale, venivano dati in affitto per dieci e poi cinque anni ai “Vicini” che vincevano l’asta di marzo. La Regola si impegnava quindi a fornire ai contadini i palànc necessari ad ogni carro o consentiva che fossero ricavati nei suoi boschi. Una tradizione che è andata spegnendosi dopo gli anni Sessanta del secolo scorso, sia per il venir meno della fienagione in quota che per la costruzione di strade percorribili con i

moderni automezzi, in grado di collegare al meglio anche le aree montane più alte. Nonostante le fatiche, si trovava anche il tempo, nelle lunghe serate estive o nelle giornate domenicali, di vivere dei bei momenti in compagnia, con la gente che si ritrovava insieme a respirare la sana atmosfera di una vita semplice, condita di quei rapporti umani che poi, con il passare del tempo, sono andati purtroppo a scomparire, sacrificati sull’altare di un turismo economicamente importante ma che ha in gran parte demolito sentimenti e valori. Un turismo nato a Predazzo ancora nel secolo XIX, quando gli aspetti scientifici legati alla geologia, alla mineralogia ed alla paleontologia, richiamarono in questo paese i maggiori scienziati e ricercatori del mondo accademico internazionale, che trovarono nell’albergo Nave d’Oro il loro punto di riferimento logistico sostanziale, osservando da qui anche i contenuti di vita, di storia, di cultura e di tradizione della gente locale. Con un occhio di riguardo ed una particolare attenzione proprio nei confronti della Regola Feudale, istituzione plurisecolare che vantava un patrimonio silvo-pastorale di circa Un’immagine di Gardoné.

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2.700 ettari, quasi la metà dei quali occupati da boschi, un terzo da pascoli e una buona parte da terreno improduttivo, mentre appena un ventesimo di territorio interessava prati e campi. Immagini consegnate alla storia, profondamente mutate dall’incedere impietoso del mondo moderno, da una società che ha drasticamente cambiato le abitudini ed i modi di vivere e da un turismo che ha trovato anche sul monte Feudo una valvola di sfogo determinante per il proprio futuro. Oggi basta salire su questa montagna, fermarsi a “Gardoné” o proseguire fino al Passo Feudo per incontrare una realtà che ne ha mutato, in modo sensibile, contenuti e caratteristiche. Un’evoluzione iniziata nei primi anni Settanta, con l’avvento della società Latemar, che, attraverso la prima ovovia, collegava il paese a “Gardoné” dalla periferia nord, portando in poche decine di minuti gli sciatori in alta quota, pronti a raggiungere quindi il passo Feudo e da qui spiccare il volo per magnifiche discese che allora si concludevano nei pressi dell’abitato. Poi l’ovovia ha fatto il suo tempo, anche e soprattutto dal punto di vista della funzionalità e della sicurezza, la società di impianti predazzana è riuscita a superare momenti difficili che ne avevano addirittura messo in dubbio la sopravvivenza, il meteo, con l’innalzamento delle temperature, ha impedito il mantenimento di una pista di rientro in paese e, infine, la partenza di un nuovo, più moderno e più veloce impianto è stata spostata nella zona di “Stalimen”, dove è sorto il Centro del Salto “Giuseppe Dal Ben”, che ha ospitato tre edizioni dei Mondiali di Fiemme ed una innumerevole serie di gare di Coppa del Mondo di salto e combinata nordica. Lungo le pendici del Monte Feudo sono nate nuove piste e nuovi tracciati per tutti i gusti e per ogni tipo di esigenza, con servizi di prima qualità ad accompagnare l’esperienza di migliaia di appassionati dello sci. Ma la zona si è ulteriormente sviluppata anche in estate, con novità a raffica che, specialmente

negli ultimi anni, hanno notevolmente incrementato l’attenzione dei turisti, catturando la curiosità di grandi e bambini. Basti ricordare l’”Alpine Coaster”, con la possibilità di vivere emozionanti esperienze in velocità, tra paraboliche, dossi e discese adrenaliniche, la pista per gommoni “Tubby”, con due paraboliche ed il nastro trasportatore per le risalite, gli spettacoli ed i laboratori in quota. Ed ancora i percorsi tematici nella natura, come “La Foresta dei draghi”, con le splendide opere degli artisti Marco Nones ed Elio Vanzo, aperta anche durante l’inverno, il “Pastore distratto” ed il sentiero geologico del “Dos Capèl”, a ricordare la storia di un grande mare che sorgeva laddove oggi si stagliano le Dolomiti. Senza dimenticare le opere di “land art” progettate dagli studenti dell’Istituto d’Arte di Pozza di Fassa durante l’anno scolastico 2010/2011 (premiate tra l’altro da Confindustria e dalla Provincia di Trento) e le innumerevoli iniziative di intrattenimento, di spettacolo ed anche di cultura che vengono organizzate soprattutto in estate ma anche nel corso della stagione della neve. Il movimento turistico è decollato. Lo confermano le decine di migliaia di visite registrate nelle ultime stagioni. Ma, ci si chiede: tutto questo ha fatto bene alla montagna, intesa nel suo significato più tradizionale e più classico? Oppure c’è il rischio che un ambiente diventato, assieme alle Dolomiti, “Patrimonio dell’Unesco”, veda trasformata nel profondo la propria essenza, combattuta tra le legittime aspettative dell’economia e della crescita turistica e le preoccupazioni di quanti temono che gli antichi valori della montagna più amata possano essere trasformati e destinati solamente ai ricordi? Non spetta a noi formulare giudizi. Importante è che ogni aspetto ed ogni spunto diventi oggetto di sana, responsabile, opportuna riflessione. Mario Felicetti

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CAPITOLO XIV

ReligiositĂ e arte Bruno Bosin


Un patrimonio conservato e valorizzato

Religiosità e arte sono due aspetti che si intrecciano e si fondono nella storia della Regola Feudale fin dalle sue origini. Non ci sono notizie precise che attestino l’epoca alla quale far risalire l’affermazione della religione cristiana nella Val di Fiemme; di certo questa è avvenuta prima dell’anno 1000, visto che il Principe Vescovo di Trento nel 1111, con la firma dei Patti Gebardini, nel concedere l’autonomia amministrativa, confermava nel contempo la dipendenza delle popolazioni della valle dal potere ecclesiale sia per quanto riguardava l’aspetto giuridico che quello religioso. Per quanto concerne Predazzo, il paese era soggetto, come tutta la valle, alla Pieve di Fiemme che aveva sede a Cavalese e il cui edificio sacro fu consacrato dal vescovo di Trento Altemanno domenica 13 maggio 1134. Predazzo divenne nel 1382 una Curazia con un proprio sacerdote, sempre in dipendenza della Pieve, così come già lo erano i paesi di Trodena (1315) e Moena (1344), tutti per la loro lontananza da Cavalese. Il legame con la cristianità delle genti di Fiemme, e quindi anche quelle di Predazzo, si è consolidato nel tempo, attraverso le normali pratiche devozionali, con la costruzione di importanti edifici sacri nei centri abitati, la realizzazione di più modeste edicole votive o “capitelli” e nella posa di

croci sparse sul territorio in luoghi particolarmente significativi, molto spesso legati a tradizioni e riti antichi. Inoltre l’adesione alla religione cristiana, nel corso dei secoli, si è manifestata anche attraverso le arti nelle sue varie forme: la pittura, la scultura e la decorazione. I principali atti amministrativi e legislativi della Regola Feudale, costituiti da registri, verbali e rendicontazioni, fino all’inizio del 1900, iniziavano sempre con delle invocazioni che chiedevano l’aiuto di Dio o della Vergine Maria, impreziosite da disegni con immagini sacre che spesso avevano come soggetto la scena della crocifissione. Alla croce, intesa come simbolo cristiano, la Regola Feudale risulta particolarmente legata: infatti quella che potremmo definire la sua “festa patronale” viene celebrata il 14 settembre e coincide con la festività che nel calendario liturgico è indicata come “L’esaltazione della Croce”. Considerata l’importanza che la Regola Feudale ha sempre rivestito nel tessuto sociale del paese, non poteva certo mancare la sua presenza nel contesto delle celebrazioni religiose, che trovavano nelle imponenti processioni il loro momento devozionale più alto. Queste venivano svolte in concomitanza con specifiche festività (Corpus Domini, Festa dell’Assunta...), da qui la necessità di

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dotarsi di uno o più gonfaloni o stendardi a testimoniare la presenza dell’Ente anche in questo contesto. Nel corso dei secoli questo patrimonio artistico - religioso si è andato progressivamente arricchendo e negli ultimi anni la Regola si è molto adoperata per la sua conservazione e valorizzazione. Il nostro percorso fra religiosità e arte inizia con le croci poste sulla cima delle montagne. Da sempre segnare dei luoghi con una croce, una bandiera, degli ometti è una pratica diffusa in molte culture: la montagna è sempre stata vista come luogo sacro dove regnano gli dei. Nella Bibbia il monte sacro è il Sinai o Oreb dove Mosè ricevette le tavole della Legge, per i greci sul monte Olimpo abitava Zeus, per le popolazioni dell’Asia l’Himalaya rappresenta tuttora il luogo degli Dei, che dall’alto della loro dimora proteggono i mortali. Per i vicini della Regola Feudale le montagne più significative risultano essere Pelenzana, a quota 2163 mslm, quasi sul limitare sud della proprietà regoliera e il Feudo o Cavignon a ovest, posto a quota 2672 mslm. L’idea di posizionare su queste due cime un segno devozionale rappresentato da una croce, si fa strada all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, forse anche come atto di ringraziamento per la fine della guerra che, per fortuna, aveva solo marginalmente interessato il paese di Predazzo. Dagli atti amministrativi della Regola non risulta vi sia stato alcun diretto coinvolgimento dell’Ente in queste iniziative; sappiamo però che i promotori erano dei vicini o figli di vicini e tra questi anche qualche amministratore dell’Ente medesimo. Una prima croce sulla cima di Pelenzana è stata collocata il 24 maggio 1953 per volontà appunto di una quindicina di vicini e la fattiva collaborazione di una squadra di allievi della Scuola Alpina della Guardia di Finanza accompagnati dal tenente Mario Defrancesco (Bisegol) e dal brigadiere Renzo Brigadoi (Passerino) tutti due vicini della Regola. Molto più numeroso il gruppo di volontari 310

che il 17 settembre 1988 hanno sostituito la prima croce, ormai deteriorata, con un altro manufatto. Sulla cima del Feudo la croce è stata eretta la prima volta il 27 agosto 1954, ad opera di otto vicini coordinati da Enrico Brigadoi “Rico dal Fol”; anche questa rovinata dalle intemperie, dopo circa 30 anni è stata rimossa e sostituita da una nuova croce che è stata alzata il giorno 3 ottobre 1987 da un più numeroso gruppo di volontari, circa 25, guidati anche in questa occasione da Enrico Brigadoi. Sul territorio di proprietà della Regola Feudale vi sono altri simboli religiosi che segnano e contraddistinguono il territorio medesimo: la presenza di un “capitello” votivo, di una modesta cappelletta o un semplice crocefisso va collegata alla profonda religiosità delle genti di montagna che si rivolgevano al divino per chiedere la protezione nel lavoro, per i loro viaggi o spostamenti, e la benedizione sulla semina e il raccolto. Fino ad oltre la metà del secolo scorso la maggior parte delle famiglie di Predazzo possedeva una o più mucche o in assenza di queste almeno delle capre per garantirsi un minimo di sostentamento con prodotti lattiero-caseari. La campagna fra Predazzo e Ziano era perlopiù coltivata a campi di patate e cereali, mentre il foraggio per gli animali veniva per quanto possibile raccolto in montagna. Da Predazzo in estate erano in molti quindi a salire il monte Feudo, per falciare il fieno necessario al mantenimento dei bovini e caprini. Altri invece lo salivano per raggiungere attraverso il passo omonimo i masi nell’area tedesca dove venivano impiegati come pastori o come “famei” (oggi si direbbe operai agricoli). Edicole, “capitelli” e crocefissi li troviamo quindi quasi sempre in prossimità di aree coltivate oppure lungo le vie di collegamento. Il “Capitello del Fol” si trova appunto lungo quella che fino agli inizi del ‘900 era la strada di collegamento fra Predazzo e la Val di Fassa. La località è indicata anche come

in estate, molti abitanti salivano sul monte Feudo per falciare il fieno, mentre altri raggiungevano, attraverso il passo omonimo, i masi nell’area tedesca

24 maggio 1953: collocazione della croce sulla cima di Pelenzana.


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“Pian de Scarpin” e in questo luogo nel 1683 venne edificato il capitello. Da un documento indirizzato al Vicario Generale di Trento Francesco Antonio Begnudelli, conservato presso l’Archivio della Regola Feudale, risulta che il 5 maggio 1683 “… questa onoranda Regola Feudale desidererebbe per singolar devozione piantare un Cristo crocefisso grande nel monte del Feudo vicino alla strada in luogo di un piccolino che è andato a male…”1. Di seguito il 20 settembre dello stesso anno in un altro documento conservato presso l’Archivio Parrocchiale si legge “Giovanni Morandino e Filippo dell’Antonio, che agiscono in nome e per conto della moderna regola feudale di Predazzo, in presenza di testimoni, precedente autorizzazione di < Francesco Alberti Poia > principe vescovo di Trento, dell’11 corrente mese ed anno, assumono formale impegno con Geronimo Abrami curato di Tesero, suddelegato di Giovanni

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Geronimo Sluchi decano, arciprete di Cembra, di erigere una edicola devozionale, del Cristo in località Pian de Srepino, con l’obbligo in perpetuo di provvedere al suo ornamento e ad ogni opera di manutenzione e di restauro”2. Si tratta di una costruzione in muratura a pianta trapezoidale con tetto a capanna delle dimensioni interne di ml 4,00x3,30 e un’altezza al centro della volta di ml 3,80. La facciata verso strada è caratterizzata da un’ampia apertura con arco a tutto sesto chiusa da un graticcio in legno e una porta centrale che dà accesso al vano dove è collocato l’altare. Per la sua posizione ritirata rispetto alla sede stradale, con un ampio prato che lo separa da questa, contornato da aceri campestri che fanno da quinta, l’edificio sacro assume un fascino tutto particolare. Da qui si domina tutta la piana su cui si stende il paese e lo sguardo arriva ad abbracciare le

Il Capitello del Fol.


Un particolare dell’interno del Capitello del Fol.

vette della catena del Lagorai, dalla cima di Moregna fino alla cima Litegosa e oltre. Fin da subito il “capitello” deve aver suscitato interesse ed essere stato meta di un percorso devozionale: questo è confermato dalla supplica inviata nel marzo del 1748, da parte del conte Carlo Khuen, all’epoca dimorante a Predazzo, al cugino Domenico Antonio Thun principe vescovo di Trento, perché abbia a concedere l’indulgenza perpetua di quaranta giorni a tutti coloro che, sostando in quel luogo davanti al Crocefisso, avessero recitato cinque Padre nostro e cinque Ave Maria. È del 17 maggio dello stesso anno la risposta affermativa a tale richiesta; il documento è conservato nell’archivio della Regola Feudale3. La devozione verso il “Capitello del Fol” si è consolidata e rafforzata nel tempo e fino ad alcuni decenni fa il medesimo era meta di

due processioni, la prima nel mese di luglio per la festività della Visitazione e la seconda a metà settembre per la festa della Esaltazione della Croce. All’interno del “capitello”, che potremmo definire più propriamente cappella, viste le sue dimensioni, si trova un altare con soprastante un crocefisso di buona fattura. Le pareti risultano imbiancate a calce, in alcuni punti traspaiono deboli tracce delle presumibili pitture e decorazioni originarie eseguite da Martino Gabrielli figlio di Nicolò (Moena 1681-1742) allievo di Giuseppe Alberti. Il soffitto è a volta, con lunette, tinteggiato di azzurro con piccole stelle dorate a significare la volta celeste. Il bordo delle lunette è evidenziato da una decorazione a stucco composta da una treccia che termina in una figura che rappresenta un piccolo angelo. Al centro del soffitto vi è un dipinto ad affresco in cui sono rappresentati i simboli della crocifissione: ovvero una croce, la corona di spine, il cartiglio con la scritta INRI, la lancia e la canna con la spugna. L’altare è in legno e ha la predella decorata con motivi floreali e al centro, racchiusa in un cerchio, è dipinta la scena di S. Elena che abbraccia la croce. Gli arredi dell’altare comprendono cinque coppie di candelabri di cui tre in legno decorati e due in ottone e due stampe a soggetto religioso. Recentemente l’edificio è stato oggetto di un restauro delle murature: in particolare è stata eseguita una idonea isolazione esterna per eliminare la risalita dell’umidità dal terreno. Di seguito si è provveduto alla tinteggiatura esterna, mentre internamente l’intervento si è limitato a marginali ritocchi nelle zone maggiormente ammalorate. Il “Capitello del Fol” dall’estate 1996 è meta di una Via Crucis, realizzata dal gruppo volontari “Rico dal Fol”, che partendo dalla località “Stalimen”, vicino ai trampolini, con le sue quattordici stazioni, termina appunto in prossimità del medesimo. Risalendo la valle del rio Gardoné la strada attraversa il pregevole lariceto “delle Rois” e sfiora l’ampia area prativa di “Vardabe”.

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Qui sul limitare verso valle si trova il “Capitello delle Rois”. Si tratta di una piccola costruzione in muratura con una nicchia dove è posta una immagine sacra che rappresenta la Crocifissione. Di questo manufatto che misura ml 1,45x0,80 con altezza di ml 2,35, non vi sono notizie precise circa l’anno di costruzione e la sua originaria dedicazione. Collocato a circa due terzi della salita verso Gardoné, si potrebbe pensare che sia stato eretto per offrire al viaggiatore una opportunità di sosta e nel medesimo tempo un “luogo” dove poter chiedere la protezione del divino contro i pericoli del viaggio o probabili incidenti che potevano accadere durante i lavori di taglio e trasporto a valle del legname o del foraggio, proveniente dai prati di “Vardabe” o dalle ripide “pezze” sotto il Passo Feudo. Superata la conca di Gardoné, luogo da sempre dedicato all’alpeggio del bestiame, la strada risale verso il passo Feudo a quota 2121 mslm, in tedesco detto “Satteljock” (tradotto significa: la Sella), che segna il confine con il Comune di Tesero e un po’ più in alto anche con il comune di Nova Ponente. Era consuetudine fino agli anni ‘60-70 del secolo scorso, per le persone impegnate nei lavori di fienagione, la domenica, superare il passo per recarsi a Pampeago o più in là, fino alla malga “La Menz”, dove passare un pomeriggio in allegria, ad ascoltare musica e ballare, oppure per giocare ai birilli o alla morra. L’iniziativa di realizzare un “capitello” al Passo Feudo vede come promotori un gruppo di vicini che coltivavano i prati a Vardabe o “le pezze segabili” sopra Gardoné i quali con questo atto devozionale, intendevano anzitutto chiedere la protezione divina sul lavoro e sul raccolto; inoltre, transitando poi la domenica per recarsi a Pampeago o alla “Menz”, avevano modo di sostare per riposare e recitare una preghiera di ringraziamento. Dal verbale del Consiglio della Regola del 20 giugno 1953 si rileva infatti che “... alcuni volonterosi intendono erigere un capitello al Passo Feudo come quello delle Rois e chiedono 314

che la Regola metta a disposizione il cemento necessario per la realizzazione dell’opera”4. Alla costruzione dell’edicola sacra, realizzata nel mese di agosto di quello stesso anno, hanno collaborato 19 persone, perlopiù vicini della Regola. Il manufatto in muratura è di piccole dimensioni: ml 0,90x0,75 con altezza ml 1,90; nella nicchia è collocata una immagine della Madonna con sottostante una targa recante una breve preghiera. L’inaugurazione è avvenuta il 16 agosto 1953 con una S. Messa celebrata sul posto dal cappellano don Giovanni Verones. Per l’occasione è stata scritta anche una poesia, da parte di un autore rimasto ignoto. Nel testo, oltre a descrivere in modo scherzoso alcuni dei protagonisti della costruzione, ci si sofferma anche sugli aspetti simbolici e devozionali riguardanti il capitello; il ma-

Il Capitello al Passo Feudo.


16 agosto 1953, inaugurazione del Capitello al Passo Feudo. Da sinistra: Francesco Dellagiacoma “Gorio”, Giacomo Gabrielli “Beniamino”, Giovanni Bosin “Meza”, Giovanni Dellagiacoma “Matiaza”, Giacomo Dezulian “Cialdo” e Matteo Felicetti “Checolin”.

La partecipazione della Banda alla cerimonia.

noscritto è conservato presso l’archivio della Regola. Dal verbale del Consiglio del 12 settembre 1953 si viene a conoscenza che la Regola, apprezzando il lavoro svolto per la costruzione dell’edicola sacra, ha elargito ai volonterosi che l’ hanno realizzata, 30 litri di vino e 12 kg di farina da polenta. Il tempo e le intemperie hanno messo a dura

prova anche questo manufatto, tanto da risultare necessario un intervento di restauro portato a termine il giorno 24 luglio 1993 per iniziativa del sempre presente “Rico dal Fol”, aiutato da 12 volontari tutti vicini o figli di vicini della Regola. È della primavera 2015 la messa a dimora di un crocefisso all’imbocco del vialetto che

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porta al “Maso Coste”; la cerimonia di benedizione da parte dal parroco don Giorgio Broilo è avvenuta il 2 maggio 2015 in occasione della giornata di lavori che da qualche anno i vicini dedicano alla manutenzione e ripristino dell’area circostante il maso stesso. La struttura in legno è stata realizzata dal vicino Silvio Dellagiacoma “Lena” mentre la figura del Cristo è opera dello scultore e vicino Giorgio Gabrielli “Dal pont”. Va segnalata la presenza di altri segni religiosi sparsi in vari luoghi della nostra montagna riconducibili però all’iniziativa privata: un croce priva di immagine sacra è posta all’inizio della strada che sale verso la località delle “Fosch” e una piccola figura sacra che rappresenta la “Madonna Addolorata” si trova all’inizio della strada che sale verso la località di “Praconè”. Un’altra effige della Madonna, opera di Francesco Degregorio “Checo Zambri” (Predazzo 1898-1981), la troviamo in una nicchia naturale alla Forcella dei Campanili di Valsorda. La stessa è stata collocata nel 1948 per mano dallo stesso autore, coadiuvato da alcuni volontari. Da questo luogo si gode una splendida vista verso il Catinaccio e più sotto sul Lago di Carezza. Della presenza di una immagine sacra in località “Sompra”, che corrisponde a quella attualmente conosciuta come “Al Cristo”, si ha notizia dai registri della Sessione Feudale del 22 marzo 1896, quando su “Istanza di molti vicini…”5 viene deliberata la costruzione di una nuova edicola sacra per meglio custodire il crocefisso già esistente: il “Capitel del Cristo”. La Regola Feudale all’epoca aveva già acquisito molte proprietà anche nella parte orientale del territorio di Predazzo che tuttora detiene: il “Maso Lizata”, il “Maso Roncac”, posti sul limitare della piana all’imbocco della stretta valle del Travignolo, e più sopra a Zaluna altri masi e baite con relativi terreni e poi ancora a Bellamonte fino a “Cheta” al confine con il Parco di Paneveggio. Anche in questo caso, la collocazione del capitello, all’uscita del paese, fa pensare alla volontà da parte della Regola di 316

dare l’opportunità, prima di intraprendere il cammino verso i masi, oppure il viaggio per motivi di lavoro verso le valli limitrofe, di recitare una preghiera per chiedere la protezione divina. Nella sessione feudale del 12 aprile del 1896 venne approvato il disegno del “capitello” e la relativa spesa per la sua costruzione che ammontava a 178,72 fiorini. Il 14 giugno dello stesso anno viene affidato il lavoro a Felicetti Giorgio detto “Giorgiat” che si impegna a praticare uno sconto del 15 per cento sulla spesa prevista. L’edicola o “capitello”, di pianta quasi quadrata, presenta delle dimensioni assai significative ml 2,40x1,70

Francesco Degregorio “Checo Zambri” e la sua opera.


Il crocefisso custodito nella sacrestia della Chiesa Parrocchiale (Cristo della Lizata).

con altezza al colmo di ml 4,00. Il fronte verso strada ha una impostazione stilistica neoclassica, con un’ampia apertura ad arco a tutto sesto chiusa da un cancello in ferro; fanno da cornice e fondale al capitello dei grossi tigli secolari. All’interno è collocato un piccolo altare con un crocefisso in legno di buona qualità artistica la cui datazione potrebbe risalire all’inizio dell’800; non si esclude possa trattarsi di quello già presente nello stesso luogo. Il “Capitello del Cristo”, a differenza di quello del “Fol”, non era meta di una particolare processione ma era incluso nel percorso di una delle “rogazioni” che si svol-

gevano al mattino presto del 25 aprile (S. Marco), e nei tre giorni che precedevano l’Ascensione. Le “rogazioni”, espressioni devozionali - religiose in uso fino agli anni ’70 del 1900, erano processioni caratterizzate dalla recita del Santo Rosario e il canto delle Litanie, che si svolgevano nel periodo dedicato alla semina, volte a propiziare il buon esito del raccolto. Nella sacrestia della Chiesa Parrocchiale è custodito un crocefisso, che appartiene alla Regola Feudale; questo, fino a qualche decennio fa era collocato all’imbocco della proprietà feudale del “Maso Lizata”, da qui il nome “Cristo della Lizata”. Non si hanno notizie certe sulla sua provenienza: l’opera lignea di autore ignoto è stata restaurata nel 2004 da Tommaso Ceol e presenta caratteristiche stilistiche e iconografiche che Federico Corradini di Cavalese (tesi di laurea nel 2003 sugli altari lignei della valle di Fiemme) attribuisce agli scultori Morandini di Predazzo che operarono verso la fine del 1600. Altra ipotesi sulla sua provenienza originaria è quella formulata da Arturo Boninsegna che, riprendendo quanto scrive il sacerdote Giuseppe Gabrielli nelle “Memorie Ecclesiastiche di Predazzo”, vede quest’opera collocata originariamente nella “Cappella del Feudo” annessa alla antica Chiesa Curaziale. Nel libro protocollo della Regola, relativo agli anni 1706-1708, sono registrate varie spese per gli arredi della Cappella fra cui anche quella versata ad un non meglio identificato intagliatore di Gardena per il Crocefisso della Cappella. Queste notizie riguardanti il “Cristo della Lizata” forniscono l’occasione per aprire una parentesi e parlare della “Cappella del Feudo” annessa alla vecchia Chiesa Curaziale, dedicata a S. Giacomo, che sorgeva dove c’è adesso il Municipio. La Cappella, costruita nel 1705 come risulta dalle spese annotate nel registro protocollo di quell’anno e demolita contemporaneamente alla Chiesa negli anni 1875-1876, è ben documentata da alcuni disegni redatti nel 1861 da Antonio Morandini detto “Tone Pegnata”, valido allievo della Scuola Industriale di Predazzo, diretta

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dal Maestro Gabriele Guadagnini “Nicoleta”. Attraverso cinque tavole che rappresentano la pianta, due sezioni e due prospetti della Chiesa con la Cappella, è possibile risalire alle dimensioni e alle caratteristiche architettoniche dell’intero edificio sacro. La documentazione fotografica è invece carente e limitata ad una veduta panoramica del paese datata 1875, dove accanto alla nuova chiesa in costruzione si intravede il fronte di quella vecchia. In un’altra fotografia del 1881 sul retro del Municipio si vede ancora il campanile della vecchia chiesa che evidentemente non era stato ancora demolito. Quasi sicuramente quindi i disegni eseguiti da Antonio Morandini sono in seguito serviti a Mario Bernardi per corredare con delle immagini quanto scritto, a proposito della vecchia chiesa, dal sacerdote Giuseppe Gabrielli nel libro “Memorie ecclesiastiche di Predazzo” pubblicato nel 1966. La “Cappella del Feudo” così come appare in questi disegni risulta essere a pianta quadrata sormontata da una piccola cupola con tetto a mezza cipolla, addossata sul lato sud della chiesa. Nel testo sopracitato a proposito della Cappella del Feudo, il Gabrielli così scrive: “Nel 1707 venne aggiunta una cappella a spese della Regola Feudale, sul lato sud della chiesa, dedicata alla S. Croce. Si volle fare un’opera di un certo valore artistico, quindi si chiamarono muratori da Gardena, pittori da Moena, un intagliatore da Caldaro il che significa che l’artigianato in paese era ancora da svilupparsi. La cappella misurava all’interno ml 6,30x5,70, ed era alta ml 11, e aveva una forma tendente al barocco tedesco, con una cuspide aguzza a forma di cipolla, che finiva con una boccia portante la croce e raggiungeva l’altezza della chiesa. La volta venne decorata dal pittore Martino Gabrielli. L’altare era solenne, di pietra ben lavorata, con una bella pala rappresentante il Crocefisso opera del pittore Giovanni Felicetti di Moena, in una cornice di legno dorato, intagliata dallo scultore Giacomo Poder di Caldaro. Le opere murarie costarono fiorini 390, il coperto fiorini 354 oltre al legname, la pala fiorini 40 al pittore e 100 all’intagliatore, un croce318

fisso fatto in Gardena fiorini 100”. Dai documenti conservati nell’archivio della Regola, riguardanti la Cappella, ve ne è uno del 25 maggio 1712 che riporta l’autorizzazione del Provicario Generale di Trento Bartolomeo Alberti a collocare un banco per due o tre persone all’interno della Cappella. Solamente nel 1718 avvenne la dedicazione alla S. Croce attraverso la collocazione della reliquia sulla mensa dell’altare, reliquia ottenuta, come risulta dalla documentazione di archivio, grazie all’interessamento di Giacomo Sighel, presumibilmente un religioso, che per il suo servizio doveva all’epoca risiedere a Roma, reliquia poi arrivata

Prospetto principale dell’antica Chiesa Curaziale dedicata a S. Giacomo (disegno di Antonio Morandini).


a Predazzo attraverso don Alessandro Giovannelli pievano a Montagna. Fra le varie spese per abbellire la Cappella vi è quella registrata nel libro protocollo del 1807 riguardante l’acquisto di due pregevoli statue raffiguranti i Santi Pietro e Paolo. A seguito della sua demolizione avvenuta fra il 1875 e 1876 gli arredi della chiesa e quelli della “Cappella del Feudo” sono stati variamente ricollocati in altri edifici sacri (Chiesa Parrocchiale e Chiesa di S. Nicolò) mentre il dipinto che costituiva la pala d’altare della cappella, opera del pittore Giovanni Felicetti di Moena (1677-1719), con delibera dell’8 gennaio 1927 è stato donato al Casa di Riposo S. Gaetano “… per essere collocato nella Cappella dello stesso Ricovero.”6, dove è tutt’ora conservato. Si tratta di un dipinto di pregevole fattura che Nicolò Rasmo nel suo libro “Storia dell’Arte del Trentino” giudica essere indubbiamente l’opera migliore di questo pittore della Scuola di Fiemme, che si era formato a Bologna, importando poi in valle motivi iconografici emiliani. La scena rappresenta al centro il Cristo in croce con alla sua destra l’apostolo Giovanni, alla sinistra la Madonna e ai piedi della croce la Maddalena. L’opera (olio su tela cm 333x169) è tuttora racchiusa nella sua pregevole cornice originale, realizzata da Johann Jacob Poder senior (Clusio 1663 - Caldaro 1727) e successivamente indorata da Michele Costanzi nel 1709-1710. Un’ultima annotazione a riguardo della Cappella: fino al 1812 in un armadio posto all’interno della medesima, erano conservate le “carte”, ovvero le investiture, i libri contabili e ogni altra sorta di documenti che riguardavano l’ente regoliero. Questa collocazione non era ritenuta del tutto idonea e il 4 ottobre di quell’anno se ne discusse nel corso di una Sessione Feudale e a questo proposito l’attuario Michel DeZulian trascrive nel libro protocollo “Fu proposto che sicome sembrava non essere al sicuro l’Archivio dove che errano statto, e che si sa di certo che erreno statte levate e di nuovo riposte delle scritture fu

riportato in casa del Ond:° Regolano Francesco Gabrielli, e se volessero trovarli qualche altro posto. Fu risposto che per ora lo tratenga in buona custodia il Sud:° Ond:° Regolano”7. Di questo si trova conferma anche nel Libro Protocollo delle Amministrazioni Feudali dove risulta registrata una spesa di fiorini 1,36 “Speso per trasportare larchivio dalla Chiesa in casa di me Amministratore a motivo che li vicini esclamarono che detto archivio non si trova al sicuro ....”8. Con la costruzione della nuova chiesa e la demolizione di quella vecchia sorse il problema di come la Regola Feudale potesse disporre di uno spazio o un preciso riferimento all’interno della stessa. Il nuovo edificio, disposto su tre navate, non prevedeva delle cappelle. Dai documenti e Sessioni Feudali si legge di un primo contatto, o proposta congiunta, fra il Municipio nella persona del podestà in carica e il parroco dell’epoca don Luigi Degasperi, i quali presentano alla Regola il disegno relativo alla costruzione di un altare laterale che dovrebbe essere realizzato a spese della Regola stessa. Con 11 voti favorevoli e 4 voti contrari il 14 giugno 1903 viene approvato il progetto e assunta a carico della Regola la spesa di costruzione. L’incarico di svolgere il lavoro viene affidato a tre scalpellini: Pietro Demartin che era anche il sacrestano, Nicolò Morandini e Francesco Dellagiacoma, per la somma di 800 fiorini e con l’impegno di consegna entro il 20 luglio 1904. L’altare doveva essere completato con una croce che non appariva nei disegni proposti. La delibera riporta la condizione che dopo la messa in opera dell’altare, tutte le spese per la pulizia e gli addobbi sarebbero stati a carico della chiesa. Successivamente a questa delibera l’ente regoliero è chiamato più volte ad occuparsi di problemi inerenti la realizzazione dell’altare, a causa di proposte di modifica, pareri critici rispetto alle scelte operate, prese d’atto della non corrispondenza dell’opera rispetto al progetto commissionato. Tutto questo risulta ben documentato nei verbali delle sessioni feudali.

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Nel settembre del 1903 nascono i primi contrasti con il sacrestano Pietro Demartin che insiste affinché le spese di pulizia vengano sostenute dalla Regola Feudale, minacciando di ritirare la propria disponibilità ad eseguire il lavoro commissionato. Il 6 maggio del 1904 lo scultore Nicolò Morandini propone di sostituire la croce sopra l’altare con una statua di S. Elena: la proposta viene accettata e gli viene commissionata l’opera il cui costo non dovrà superare l’importo di 600 corone. Il 28 maggio 1904 il sacrestano Pietro Demartin, con una nota sottoscritta anche dal Parroco, presenta le sue rimostranze per la decisione di collocare sull’altare della Regola la statua di S. Elena, ma la Regola conferma quanto già deciso. Dalla lettura delle Sessioni Feudali risulta che il lavoro fatto da Pietro Demartin non era conforme al progetto, quindi la Regola chiede che l’altare venga eseguito come da contratto. Il giorno 5 aprile 1908 la Sessione Feudale si occupa nuovamente del problema riguardante l’abbellimento e la cura dell’altare e decide di assegnare alla Parrocchia la somma di 300 corone “… per l’abbellimento del nuovo altare (…) e ciò s’intende per una volta tanto e senza verun obbligo pel futuro mantenimento…”. Il 27 settembre 1908 viene incaricato il Regolano perché provveda a far incidere nella predella dell’altare la memoria che il medesimo è stato eretto dalla Regola Feudale e così ora appare la dicitura “Eretto dalla Regola Feudale l’anno 1909”. L’altare è stato realizzato in marmo “Predazzite” proveniente dalle cave in località Canzoccoli situate sul territorio della Regola. La predella presenta degli inserti in marmo colorato e un medaglione al centro. Sopra la mensa, al centro del gradino è posto il tabernacolo con ai lati una serie di lunette intervallate da delle lesene che riproducono le caratteristiche esterne dell’edificio. Sopra il tabernacolo, su un piedistallo ottagonale, è collocata la statua di S. Elena che abbraccia la Croce a sottolineare il legame che corre fra i Vicini della Regola Feudale e il simbolo cristiano per eccellenza. 320

Per la Regola Feudale l’arte e la religiosità trovano ulteriore espressione nei gonfaloni che venivano portati nelle processioni religiose, una fra tutte quella del Corpus Domini. È sempre stato un motivo di orgoglio per i vicini della Regola poter disporre di un gonfalone riccamente confezionato e corredato di un pregevole dipinto. Un primo gonfalone, di cui ora si conserva la sola parte dipinta, è esposto nella sede della Regola ed è stato restaurato grazie all’intervento della Soprintendenza dei beni storico artistici della Provincia di Trento. Su un lato è rappresentata la scena di “Gesù fra i dottori”, sul retro abbiamo “La resurrezione di

Altare di S. Elena. S. Lucia, opera pittorica di don Antonio Longo.


Lazzaro”. Il dipinto (olio su tela cm 112x143) è stato finora attribuito al pittore Giuseppe Alberti (Tesero 1640 - Cavalese 1716) o alla sua scuola: di sicuro proviene dalla sua bottega in quanto nell’anno 1715 è registrata una spesa di fiorini 24 per provvedere al pagamento del gonfalone allo stesso Alberti. Nella sede della Regola è conservato il gonfalone che viene ancora adesso utilizzato (e questo ormai solo in qualche rara occasione); il medesimo è stato confezionato nel 1891 su sollecitazione dei vicini che avevano notato quanto fosse rovinato quello preesistente. Dai verbali della Sessione Feudale risulta che a Predazzo a quell’epoca operava un damascaio che avrebbe potuto tessere la tela necessaria nel caso non si fosse trovato il materiale di gradimento sul mercato. Nella sessione del 18 maggio 1891 venne deciso di affidare al pittore Giovanni Battista Chiocchetti di Moena (Moena 1843 - Trento 1917), per un importo di 90 fiorini, l’incarico di predisporre il dipinto per il gonfalone. L’opera (olio su tela cm 106x138) rappresenta su un lato “Il miracolo della vera croce” e sul verso “La deposizione di Gesù dalla croce”. Il Chiocchetti era pittore assai conosciuto a Predazzo avendo in quegli stessi anni decorato la volta dell’abside e dipinto la Via Crucis per la Chiesa Parrocchiale, nonchè il gonfalone per la Confraternita del S. Rosario. Nella sede sono custodite altre opere pittoriche: la più importante è sicuramente quella che in origine poteva essere una pala d’altare e rappresenta “S. Lucia”, realizzata nel 1807 dal pittore don Antonio Longo (Varena 1742-1820) e donata dallo stesso, nel 1819, alla Regola Feudale. Il dipinto, (olio su tela di cm 86x189,5) per la sua forma rettangolare con la parte superiore chiusa da un arco a tutto sesto, si presume possa trattarsi di una pala d’altare destinata per una qualche chiesa della valle e mai consegnata. Che alla Regola sia pervenuto nel 1819, quale dono dell’autore, è documentato nel libro protocollo di quell’anno per esservi registrata una spesa di 36 carantani (traduzione in italiano del termine Kreuzer) “…per portare

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dentro il quadro donato dal signor curato di Varena”9. Dipinti di questo importante artista della “Scuola di Fiemme”, che annovera fra gli altri l’Alberti, gli Unterperger ed altri, si trovano sparsi in molte chiese di Fiemme e del Trentino. Anche quest’opera è stata di recente restaurata grazie all’intervento della Soprintendenza per i Beni Storico-artistici della Provincia di Trento. Vi è poi una serie di 10 quadri (olio su tavola cm 50x40) realizzati da Giacomo Brigadoi “Giochele dal Pont” (Predazzo 1902-1984) che ritraggono alcuni edifici di proprietà dell’Ente regoliero ovvero le “Fitarece” e i “Masi”. L’acquisto di queste opere, per la somma di lire centomila, risale al settembre del 1952 (verbale del 6 settembre 1952) non senza qualche critica e riserva da parte di un consigliere, che riteneva il quadro “Maso Lizata” non corrispondente alla realtà. Alle pareti degli uffici della Regola ci sono poi quattro quadri di Nicolino Gabrielli “Brocheton”, pittore autodidatta, per mol-

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ti anni consigliere ed attuario dell’Ente. Le opere riproducono rispettivamente il “Capitel del Fol”, il “Capitel del Cristo” il “Capitel delle Rois” e il “Capitel del Feudo”. Ultimo, ma non per importanza, un interessante quadro la cui collocazione originaria potrebbe essere stata presso il “Capitel del Cristo”. Si tratta di un ex voto che racconta la vicenda di Luigi Felicetti “Checolin” di anni 15, che caduto in località “Tof dalle Buse” il 1° ottobre 1895, dopo 5 mesi risanò perfettamente. Il piccolo dipinto (olio su tela cm 36x70) è opera di un pittore ignoto ed è stato restaurato nel 2012. Da segnalare inoltre la presenza di un bel crocefisso in legno che per la sua qualità artistica e impostazione stilistica è databile verso la fine del ‘700 e gli inizi dell’‘800. Di questo non si hanno riscontri circa la provenienza e l’autore. E per finire alcune annotazioni che riguardano riti sacri e profani che hanno come palcoscenico la proprietà della Regola.

Il Capitello del Cristo.


Villa Feudale (a destra) e Maso Lizata (sotto), olio su tavola: due dei 10 quadri realizzati da Giacomo Brigadoi “Giochele dal Pont”.

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In occasione del Venerdì Santo, ormai da molti anni, viene realizzata una croce di fuoco, ottenuta disponendo sul terreno un certo numero di contenitori in lamiera riempiti di pece; a questi, prima delle celebrazioni liturgiche serali, viene appiccato il fuoco creando così una imponente croce luminosa. I luoghi prescelti per esprimere questo atto devozionale sono di volta in volta i prati di “Valena” a ridosso della piazza principale o i pascoli in località “Pian dele Nosele” sopra l’abitato del “Fol”. Come per altre iniziative in particolare quelle di natura religiosa, il promotore e ideatore era stato a suo tempo il “Rico dal Fol”. Questa consuetudine viene tutt’ora riproposta da un gruppo di volontari che ne hanno raccolto l’eredità. L’altro rito, in questo caso profano, riguarda i fuochi di S. Martino, il giorno 11 di novembre. Questi sono ormai entrati nella tradizione popolare di Predazzo, al punto da richiamare per l’occasione un numero significativo di persone provenienti dai paesi vicini. I fuochi, realizzati con cataste di legna incendiate, vengono allestiti nei prati posti in alto intorno al paese in modo da essere ben visibili. Prendono origine dagli

antichi lavori di pulizia dei prati e pascoli, con il successivo rito di attizzare il fuoco alle sterpaglie raccolte. Questa “festa” nasce dalla spontaneità dei predazzani senza che vi sia alcun coinvolgimento diretto da parte della Regola Feudale, se non quello di autorizzare sui propri terreni la realizzazione delle cosidette “ase”, ovvero cataste di legna alle quali, dopo il suono dell’Ave Maria, viene appiccato il fuoco. Ne segue un rumoroso corteo lungo le strade del paese, la cui composizione è molto eterogenea: l’imperativo è far rumore e quindi vengono suonati campanacci e corni, percosse lamiere e seghe circolari. L’11 novembre, festa di San Martino, per il mondo contadino, coincide con la scadenza dei contratti agricoli; è in questo giorno che la Regola incassa dai numerosi affittuari di terreni agricoli ed edifici rurali, il corrispettivo pattuito. Ma per i vicini questa data significa anche, cosa più importante, la riscossione delle “regalie” che vengono quantificate con una somma di denaro che può variare di anno in anno, in base agli utili conseguiti attraverso la vendita del legname e dalle affittanze di terreni e fabbricati.

Preparazione dell’“asa” del rione Sommavilla per la festa di San Martino dell’11 novembre.

Documento delle entrate e delle uscite del 1810/11. Disegno del frontespizio eseguito da Tommaso Rasmo (1785-1863), padre del pittore Bartolomeo Rasmo (1810-1846).

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Note

BIBLIOGRAFIA

3 4 5 6 7 8 9

• Del Vaj Giorgio, parroco - Notizie Storiche della Valle di Fiemme - edizione anastatica, 1984 • Gabrielli Giuseppe, sac. - Memorie Ecclesiastiche di Predazzo Eurographik Trento, 1966 • Gabrielli Giuseppe, sac. - Predazzo ieri e oggi - Tipografia Seiser Trento, 1968 • Gabrielli Giuseppe, sac. - Notizie Storiche di Predazzo - Scuole Grafiche Artigianelli Trento, 1973 • Guadagnini Vincenzo “Vincent”. I discepoli di Michelangelo Arti Grafiche Cadrobbi Baselga di Pinè-Predazzo, 1999 • Rasmo Nicolò - Storia dell’Arte nel Trentino - Dolomia Editrice d’Arte - Trento, 1988 • Taiani Rodolfo - Regola Feudale di Predazzo. Inventario dell’archivio (1388-1997) - Tipografia Temi - Trento, 2002 • Vanzetta Nicolò, prof. - Storia di Fiemme a cura di Italo Giordani - Tipografia “la Reclame” Trento, 2012

1 2

Archivio RF: scatola 109.1 Archivio Parrocchiale: segnatura A 1 56 b4 Archivio RF: scatola 112.26 Archivio RF: volume 16 Archivio RF: volume 12 Archivio RF: volume 14 Archivio RF: volume 9 Archivio RF: volume 23 Archivio RF: volume 24

Ringraziamenti a: Boninsegna Romiro Bosin Maria Luigia Brigadoi Alberto Corradini Federico

Defrancesco Clemente Faldi Manuela Felicetti Piergiorgio Giordani prof. Italo Gabrielli Giuseppe (Pino)

Guadagnini Francesco Guadagnini Vincenzo March Francesco Mich dott. Elvio Piccolin dott. Maria

per la collaborazione offertami alla stesura del testo attraverso informazioni, revisioni e messa a disposizione di materiale iconografico.

Disegno eseguito da Tommaso Rasmo a corredo di una raccolta documentale conservata presso l’archivio della Regola. 326


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CAPITOLO XV

Cultura, lavoro e patrimonio Guido Dezulian, Giacomo Boninsegna, Nicolino Gabrielli, Mario Felicetti


Il grande geologo incompreso Marzari Pencati (1779 - 1836)

Pagine seguenti: Una foto di fine anni Cinquanta con studenti e insegnanti davanti al Municipio ed alla lapide di Marzari Pencati.

La fama internazionale di Predazzo in campo geologico è dovuta soprattutto alla grande figura di Giuseppe Marzari Pencati. A lui è dedicata la lapide in predazzite situata all’entrata del Municipio del Comune (si vedano la foto ed il testo in questa stessa pagina) e a lui è intitolata la Scuola secondaria di primo grado che si trova in Via Vardabasso. Giuseppe Marzari Pencati nacque a Vicenza il 22 luglio 1779, dal conte Francesco Antonio e da Margherita Teresa dei conti Zorzi. Fu alunno del Seminario di Padova, dopodiché si dedicò alle ricerche naturalistiche e botaniche, ampliando le proprie conoscenze a Parigi, a contatto con i massimi naturalisti dell’epoca, per frequentare quindi anche dei corsi di mineralogia, geologia, chimica e zoologia degli invertebrati. Svolse inoltre significative ricerche nel settore della botanica, per dedicarsi quindi soprattutto alla geologia. Nel 1818, il Governo LombardoVeneto, costituito dopo il Congresso di Vienna, lo nominò consigliere per gli affari montani ed ispettore generale delle miniere, incarico che conferì nuovo impulso alle sue ricerche. Per svolgere al meglio le proprie mansioni, così importanti in uno Stato che voleva verificare le ricchezze minerarie inesplorate delle nuove province, alla luce dei nuovi studi scientifici, nel corso di tre lunghe escursioni

nell’area dolomitica (dal settembre 1818 al novembre 1819) visitò anche i dintorni di Predazzo, arrivando ad elaborare una tesi che andava a contrastare clamorosamente con le convinzioni scientifiche di allora: ai “Canzoccoli” (le Coste) c’era la dimostrazione che il granito (un magma raffreddato all’interno della crosta terrestre) poteva essere anche più recente dei depositi marini presenti nei dintorni sotto forma di bianco calcare, quindi si presentava sovrapposto alle rocce calcaree stratificate. Questo fatto poteva provare che tale roccia non era esclusiva delle età più antiche, ma poteva essersi generata anche dopo la sedimentazione marina che aveva dato origine ai calcari, minando così la teoria secondo la quale la genesi delle formazioni rocciose era avvenuta per cristallizzazione acquea. La pubblicazione delle sue scoperte ebbe un effetto dirompente, dal momento che andava a sconvolgere le convinzioni più radicate del tempo. Accettare le sue osservazioni infatti voleva dire dar torto ai più illustri scienziati dell’epoca, specialmente quelli del mondo germanico. Ovviamente, alla sua scoperta fecero seguito innumerevoli visite, controlli, discussioni e controversie, con i luminari del tempo che studiarono da tutti i punti di vista le rocce di Predazzo e della valle di Fassa, i fenomeni vulcanici, i mine-

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rali ed i fossili, al punto che gli anni 1821-23 sono considerati ancora oggi tra i più importanti per lo sviluppo della geologia. Innumerevoli le pubblicazioni di Marzari Pencati, anche se le sue scoperte non ebbero i riconoscimenti che avrebbero meritato e che sarebbero stati riconosciuti soltanto dopo la sua morte, avvenuta a Vicenza il 30 giugno 1836. Dopo 180 anni, la fama di Predazzo ed i suoi segreti geologici sembrano conservare il sapore delle cose più genuine, rimanendo comunque un punto di riferimento di asso-

luto valore per qualsiasi studio sulla geologia della terra. Dovette comunque passare un secolo quando Predazzo, divenuta italiana, ne volle ricordare i grandi meriti, con una lapide affissa sull’entrata delle Scuole Elementari di allora. In essa, richiamati i tempi duri delle controversie geologiche (“incompreso avversato da maestri stranieri”) Predazzo ricordava che “l’ebbe ospite caro negli anni della lotta tenace e solitaria coi misteri delle Alpi”.

La lapide in Municipio (settembre 1922).

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La cava de le bore

A fianco del rio Valsorda, lungo il confine delle foreste della Regola Feudale e della Magnifica Comunità di Fiemme, si snoda un manufatto di straordinario valore storico, utilizzato nel passato per condurre a valle il legname abbattuto. Difficile dire la data esatta di quando fu iniziata la costruzione. Certo è che nel 1877 un tratto di cava esisteva già. Nella sessione

Feudale del 1° luglio 1877 il punto 1 riporta la delibera di provvedere alla manutenzione della cava e quindi la nomina di Giovanni Gabrielli a direttore lavori e che prenda i lavoratori necessari per eseguire i lavori che occorrono. Nell’agosto del 1911 la Regola Feudale chiede alla Magnifica Comunità Generale di Fiemme di concorrere alla spesa per il

La Valsorda.

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prolungamento della cava. Quest’ultima risponde con lettera del 21 gennaio 1913 di contribuire alla spesa con 750 Corone per l’ampliamento della risina, salvo il diritto di utilizzo, riconoscendo alla Regola, nel caso di taglio contemporaneo, la facoltà di servirsi per prima della cava. Ogni qualvolta i tagli di legname interessavano la zona, il canale, nella stagione fredda, veniva dapprima riempito di neve per poi essere bagnato e quindi gelato. Tale procedura consentiva l’ottenimento di un condotto molto scivoloso e la forte pendenza garantiva la possibilità di far scivolare i tronchi dalle alte quote fino al fondovalle con relativa facilità. Questo fu il solo modo di recupero del legname dalla Valsorda fino al 1985/86. Nel 1987, l’attuale funzionario forestale della provincia di Trento Bruno Crosignani scrisse sulla rivista Monti e Boschi n. 3-1987, un interessante articolo sulla tecnica di avvallamento invernale del legname nelle cave e in particolare sull’unica ancora in funzione di Valsorda. Descriveva in sequenza le operazioni dell’avvallamento invernale del legname eseguito nell’inverno 1985/86 mediante tecniche che prevedevano l’uso di vie d’esbosco artificiali come le risine in pietra o “cave” e i menadori. Concludeva con un’analisi economica in cui evidenziava il limite di convenienza dell’utilizzazione e la difficoltà di trovare ancora boscaioli che eseguano tale tipo di lavoro. Quindi, evidenziava che queste difficoltà potevano condurre in futuro all’abbandono della cava come mezzo ordinario d’esbosco, sostituito da strade forestali, e auspicava la conservazione del manufatto quale testimonianza di un’ingegnosa tecnica di lavoro del passato. L’anno seguente, il Consiglio di Regola incaricò il dott. Romano Baldessari della progettazione del prolungamento della strada dalla località Praconè alla malga Valsorda. Nel 1989 fu realizzato il progetto che rese carrabile una zona fino allora accessibile alle sole motociclette. Nel gennaio 1990, il Vicino Vittorio Gabrielli, per l’avvallamento di

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legname tagliato nelle sezioni basse usò la cava per l’ultima volta. Nell’estate del 2002, la Provincia di Trento intervenne con la spesa di £ 12.720.000 e cinque operai stagionali al ripristino della parte alta del manufatto, al rifacimento dei ponti e alla collocazione di segnaletica lungo il percorso. Simili canali artificiali compaiono anche altrove in Fiemme, ma questo, in considerazione delle buone condizioni in quasi tutta la sua ragguardevole lunghezza di oltre 4 km, dai 1700 m della Malga di Valsorda ai 1200 m del piazzale di raccolta al Forno, insieme alla cava di Cece recentemente risanata, è un’opera d’ingegno che rappresenta esemplarmente un’epoca. Numerose soluzioni tecniche stupiscono ancora per la precisione dei calcoli e il rispet-

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to dell’ambiente. Scavato parzialmente nel terreno, il canale ha le sponde rivestite di pietre tondeggianti in modo da garantire la massima scorrevolezza. Larghezza e profondità nei tratti più impegnativi sono di 70 cm; strappi assai più ripidi si alternano a tratti quasi pianeggianti, adeguandosi alla morfologia glaciale della valletta. Di grande interesse è il profilo delle curve, che tiene conto della lunghezza tradizionale di 4,40 m e del diametro dei tronchi lanciati ad alte velocità (anche 90 km/h), su un velo di ghiaccio, senza sbandare né saltare né incastrarsi tra l’arco esterno e quello interno. Un particolare accorgimento serviva per rallentarne la corsa: lo “sburf” o contropendenza, nella quale il tronco perdeva la sua velocità e rotolava docile nel tragitto successivo. Nei punti critici lungo la “cava”, i bosca-

La conferma del contributo della Magnifica Comunità di Fiemme per la cava di Valsorda.


20 marzo 1888 Nel bosco di Valsorda rimane vittima sul lavoro d’anni 42 Dellagiacoma Martino (non esiste una foto ricordo)

21 giugno 1924 Nel bosco di Valsorda rimane vittima sul lavoro d’anni 50 Giacomelli Francesco

17 luglio 1934 Nel bosco di Valsorda rimane vittima sul lavoro d’anni 36 Dellantonio Valentino

13 dicembre 1967 Nel bosco di Valsorda rimane vittima sul lavoro d’anni 55 Dellantonio Simone

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ioli attendevano con l’uncino apposito o “sapìn”, pronti ad intervenire e in collegamento tra loro con particolari grida: abaufè! segnale equivalente a “fermate!” (dal tedesco: Heb auf); siòi! segnale di ricevimento dell’“abaufè” da parte del boscaiolo al carico, che confermava di aver interrotto l’avvallamento; flèo! segnale di pericolo usato se, per qualche motivo, dei tronchi si mettevano in moto dopo che era stato segnalato l’”abaufè”; carga! segnale di via libera da chi aveva fatto interrompere il lavoro. Ma non sempre la comunicazione era chiara e si corsero spesso pericoli paurosi.

A testimonianza di questo, le lapidi dei poveri boscaioli che nell’esercizio del loro lavoro persero la vita. La particolare situazione idrografica del gruppo del Latemar che scarica tutta l’acqua nella Valsorda non aiuta alla salvagurdia del manufatto. Per ultimo il nubifragio del 1° agosto 2014 ha provocato notevoli danni nel tratto basso, dove la valle diventa una forra, interrompendo la risina in diversi punti. Sarà, per l’ennesima volta, cura dell’amministrazione il doveroso ripristino della cava affinché non vada tutto dimenticato. La cava de le bore all’altezza del rio Valsorda.

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Le cave sul territorio della Regola

L’estrazione e la lavorazione della pietra accompagnano la nostra storia e sono espressione di manualità, cultura e religiosità, come dimostrano le numerose opere eseguite nei secoli. Muri a secco di contenimento, costruzioni in genere o opere monumentali testimoniano questa importante e insostituibile attività svolta nel corso dei secoli e parte integrante della vita sociale del tempo. Inoltre, la particolare struttura geologica del nostro territorio e la presenza di tanto e vario materiale fa si che dopo la metà dell’800 e fino agli anni Sessanta del

‘900 l’estrazione e la specializzazione nella lavorazione della pietra concorrano alla crescita economica e sociale del paese. Nel libretto “Analisi del marmo bianco di Predazzo” stampato nel 1831, il farmacista Demetrio Leonardi scrive: “quantunque questo marmo sia stato conosciuto dai più solamente nell’anno 1828, perché in quell’anno ne parlò la Gazzetta Milanese, ai popolani della Valle era conosciuto da almeno 200 anni. Alcune lavorazioni ne testimoniano l’uso prima di quell’epoca (l’architrave della chiesa di S. Nicolò, soglie e Il diritto di investitura sui marmi nella zona dei Canzoccoli.

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Schizzo relativo al trasporto del materiale di risulta dalla cava di monzonite.

architravi di varie case a Predazzo, lapidi e statue in tutta la valle di Fiemme)”. La Gazzetta Piemontese nel settembre 1828 riporta; “è stata ultimamente scoperta nel luogo detto i Canzoccoli delle Coste nella valle di Fiemme situata nel Tirolo meridionale, una cava di marmo statuario il quale è stato dal sig. Zandomeneghi, professore di scoltura in Venezia colà mandato d’ufficio, riconosciuto più candido e compatto di quello di Carrara, e del tutto simile a quello di Paro. Questa scoperta deve considerarsi come importantissima, se, come viene annunziato, si possono estrarre massi colossali di questo marmo e se oltre che essere abbondante, le circostanze dei luoghi o le difficoltà delle strade non s’oppongono al loro trasporto”. Non fu proprio così ma si intensificarono le attività estrattive della cave in località Canzoccoli e di conseguenza, furono registrati i primi documenti relativi alle concessioni per attività estrattive dalla Regola Feudale. Va ricordato che fino al 1820 la zona non era

di proprietà della Regola Feudale. Infatti nel Congresso Feudale del 25 marzo 1820 al punto 2 sulla proposizione concernente la compra di “Pedenzana” (montagna che comprende i Canzoccoli) non viene presa alcuna definitiva risoluzione. Di questa acquisizione, ora inclusa fra i beni originari ma in realtà appartenente alla Regola Generale (cioè al Comune di allora), si sono persi i documenti di passaggio o compravendita. Nel 1847, in occasione della revisione dell’archivio, l’attuario asseriva d’essere in Giudizio a Cavalese. Di certo il Congresso Feudale del 19 marzo 1825, chiamato di casa in casa, al punto 1 verbalizza in merito alla custodia dei saltari e diritto di godimento: “considerando che la montagna di Pedenzana fu recentemente acquistata dalla Regola del Feudo in via di compra per vendita fatta dal Comune di Predazzo”. Inoltre il documento che più di altri conferma lo sfruttamento di quella parte di mon-

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tagna per scopi estrattivi a cura della Regola Feudale è il punto 1 del verbale del Congresso Feudale del giorno 29 giugno 1828 in cui: “fu letto il rescritto dell’Imp. Reg. Giudizio distretto di Cavalese del 21 giugno, con cui fa conoscere aspettare alla Regola Feudale il diritto di accordare l’investitura sui marmi ai Canzoccoli coll’ordine di esternarsi in che modo da questa Regola attivare il commercio coi marmi ed in caso a quali condizioni sarebbe propensa di dare l’investitura ad una compagnia che fosse disposta ad assumere lo scavo ed il commercio coi marmi”. Oltre a questo, le cave erano importanti per la Regola Feudale poiché consentivano entrate e possibilità di occupazione per i Vicini e fornivano il materiale necessario per pavimentazioni tradizionali come l’acciottolato, il selciato, il lastricato, la massicciata, il battuto di terra. Inoltre frequentemente veniva accordato a privati di scavar sassi per 346

costruzione, verso il pagamento di alcune corone per il materiale e per tutti i danni arrecati. Nella seconda metà dell’Ottocento, molte risorse furono usate per la costruzione della nuova chiesa. Oltre che i sassi per le murature strutturali, fu usata la Predazzite per la costruzione degli altari e la monzonite per le colonne e la pavimentazione del presbiterio. All’inizio del secolo XX, l’amministrazione comunale pianificò diverse opere importanti, il che diede impulso all’economia locale e di conseguenza anche all’estrazione. Nel 1911, con il nulla osta del Capitanato distrettuale di Cavalese, la Regola Feudale concede di estrarre granito rosso da due cave in località Clocia. Il verbale della Sessione Feudale del 17 dicembre 1911 al punto 4. recita “si accorda a Giovanni Brigadoi Maestro Muratore il permesso di scavare a Clocia dietro la pescicoltura nella cava fuori in cima verso

Trasporto con carro da “palanc” trainato da manzi. Il blocco di monzonite misura 5.00x0.80.080 m. e pesa 80 q.li. Da dx con mantello l’impresario Croce Giacomo (de Micel), addetti al trasporto: carrettiere Longo Gregorio (Gargöre) in piedi Longo Emilio (Margiana), seduto sulla colonna Boninsegna Ernesto (Volpin) a fianco Croce Sigifredo (Cavalier) e Felicetti Giovanni (Marson). Gli altri due sono curiosi Demartin Pietro (monech) e Croce Remo (Tomasoni).


La tragedia del 1938.

il Fol, a condizione che paghi Cor. 20 in ragione di metro cubo di sassi scavati”. La seconda fu locata alla ditta Giovanni Defrancesco. “L’atto del 24 aprile 1923 concede in locazione ai Vicini Piazzi Tommaso e Giacomelli Virginio le seguenti cave: granito rosso a Clocia a £ 160 più la tassa sul materiale scavato di £ 0,50/metro stero per sassi da muro per fabbrica, di £ 5/mc per la pietra sbozzata e di £ 6/mc per pietra lavorata (gradini, porte finestre, ecc.) e £ 10/mc per pietra finemente lavorata (monumenti e simili). Le cave di marmo bianco alle Coste e cava Raffaetà (dirigente della scuola speciale nella lavorazione delle pietre istituita nel 1876 a Predazzo dal governo dell’impero Austro Ungarico) a £ 150/anno più tassa di £ 10/mc scavato. Durata del contratto 10 anni che fu rinnovata per altri 10 fino al 1943”. Nella Sessione Feudale dei dicembre 1926 al punto 5 “vengono approvate le proposte e condizioni di contratto da stipulare colla ditta Mario Groppo e Agostini Agostino di Verona

13 giugno 1938 Alla cava di marmo sopra i Canzoccoli rimaneva vittima sul lavoro d’anni 49 Rigoni Giovanni Battista

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Pelenzana (Pedenzana); al centro la cava bianca dei Canzoccoli. Mappa delle cave sul territorio della Regola Feudale.

riguardo alla concessione delle cave di materie prime coloranti in Valsorda”. Il contratto di concessione di sfruttamento di suolo che ne consegue è un esempio di impegno e tutela preteso dall’allora amministrazione in difesa dell’Ente. Inoltre al punto 7 viene chiesto

“l’impiego di preferenza lavoratori vicini del Feudo e loro Figli i quali non potranno essere licenziati senza aver previamente informato la Regola dei giusti motivi”. Nel 1932 il canone d’affitto fu ridotto alla metà per la povertà e insufficienza del materiale e alcuni anni

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dopo la cava fu chiusa. Nell’estate del 1941 la ditta Croce Giacomo e Compagni di Predazzo chiede l’autorizzazione allo sfruttamento di cava di pietra (monzonite) nel fondo Coste-Baloton. Nel 1942 alla società Anonima Pietre Antiche Similari con sede in Roma, delegato Sig. Blarasin Silvio, viene rilasciata la concessione per lo sfruttamento delle seguenti cave: Granito rosso in località detta Pescheria, varie in località Via Nuova, varie in località Coste e breccia verde in località Tresca Cadinon. Il rinnovo della locazione delle cave in scadenza nel 1943 a Clocia e Coste ai Tovi o cava Raffaetà fu concesso ancora al Piazzi Tommaso ed eventuali compagni. Furono 350

proprio i soci Fratelli Redi di Trento che firmarono il contratto con scadenza decennale. Il contratto prevedeva un canone unico di £ 1500 e i massi di risulta, il “pedaglio”, convenuto £ 15/mc. Nel settembre del 1949, su richiesta della ditta F.lli Redi, il Consiglio di Regola prolunga il contratto fino al 1963. Furono loro a commercializzare il materiale estratto fuori valle e la monzonite ad esempio trovò utilizzo nelle lavorazioni eseguite alla stazione Termini e al mausoleo delle Fosse Ardeatine di Roma. Il Vicino Romiro Boninsegna ricorda con grande considerazione e rispetto i lavori di estrazione di quel periodo: “oltre alla pericolosità di cavare, difficoltoso era anche il trasporto a valle del materiale. I massi venivano traspor-

La cava di monzonite.


La cava di predazzite.

tati dalla cava di Monzonite con i carri da “palanc” fino alla trucia (ripido canale artificiale in tronchi che consentiva di superare forti dislivelli) e quindi ancora con i carri trainati dai manzi, portati vicino all’alveo dell’Avisio, dove venivano caricati su autocarri”. Le fatiche, i disagi e la pericolosità sono dimostrati da diversi incidenti successi e dalla morte nel 1938 di Govanni Battista Rigoni che rimase schiacciato da un masso staccato in cava (vedi foto pagina 347). Nel dopoguerra, lo sviluppo di grandi opere trova nella pietra naturale o negli aggregati l’elemento più naturale. La costruzione della nuova strada di collegamento con Moena ha richiesto l’utilizzo di pietre nella costruzione del rilevato stra-

dale e con pietra frantumata sotto forma di conglomerato bituminoso. è per questo che il 12 maggio del 1950 il sig. Zorzi Vittorino da Panchià, “chiede alla Regola Feudale l’autorizzazione per l’apertura di una cava di pietrisco, in località ”Giare delle Fusine” (dove i “Bireri” fanno il fuoco a S. Martino) allo scopo di fornire materiale ghiaioso necessario per l’asfaltatura della strada Predazzo-Moena”. Nel mese di settembre dello stesso anno la Geotecnica Impresa Castelli chiede e ottiene l’autorizzazione per l’apertura di una cava per l’estrazione di materiale adatto alla frantumazione in modo da ricavare pietrisco necessario al rivestimento della galleria di derivazione del costruendo impianto idroelettrico di Predazzo in corrispondenza della

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finestra 5, in località Vallataia. Nel 1961 è al Vicino Romano Morandini che viene concessa l’apertura di una cava in località Coste per lo sfruttamento di calcare colorato. Alla scadenza nel 1963 del contratto con i F.lli Redi, vista la domanda dei F.lli Boninsegna Giovanni e Romiro “Volpin” per avere in affitto la cava delle Coste, lo sfruttamento fu concesso ai richiedenti. Nel 1967, la ditta Bellamoli Cav. Cesare e F. di Verona chiede di aprire una cava in località Canzoccoli per l’estrazione della Predazzite, marmo bianco cristallino impiegato nella lavorazione di marmette in graniglia, e la Regola Feudale concede il nulla osta. In questa fase viene costruita anche la strada d’accesso che parte in prossimità del ponte del Gazzo e attraversa nel suo primo tratto la proprietà comunale. Dagli anni Sessanta in poi le cave sul territorio della Regola andarono esaurendo la convenienza di sfruttamento e chiusero le attività, lasciando in molti casi (come in località Birreria e Coste) la prova della loro esistenza. Purtroppo, l’importanza che hanno svolto l’attività estrattiva e la lavorazione dei materiali di risulta e il solido comparto economico derivante, evidenziato da molte lavorazioni eseguite, sono stati superati dalla possibilità di reperire in tempi brevi materiali simili a prezzi minori o dalla frequente utilizzazione di cartongessi, polistirene o pietra ricostruita ecologica. Probabilmente non saranno realizzazioni durevoli nel tempo che rispecchieranno la natura del suolo e delle vegetazione a cui sono soggette, caratterizzando un luogo, un paese o una valle, ma sarà difficile fermare la standardizzazione in atto per merito o a causa delle nuove tecnologie. Ad oggi, le concessioni estrattive in essere sul territorio della Regola Feudale riguardano la cava Canzoccoli (contratto aperto con la ditta Bellamoli di Verona) e parte della cava di granito rosa in località “Col de la Lasta”(convenzione con ditta Porfidi e Gra352

niti di Predazzo). La prima, per scarso profitto, è inutilizzata da circa 30 anni, la seconda ha subito un arresto a causa della crisi e della concorrenza di materiale simile proveniente da altri paesi, ma ha ancora margine di sfruttamento.

La cava in località Birreria. Contratto del 1927 per l’utilizzazione di materiali ossido coloranti.


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Il Maso alle Coste

Del Maso alle Coste si parla per la prima volta nel 1801, come risulta dal libro delle rendicontazioni contabili dei Regolani di quell’anno, dove appare il versamento di 25 fiorini da parte di Valentin Dell’Antonio per l’affitto del maso. Le altre “fitarece” pagavano “Pausadoi” 46 fiorini, “Tremes” 34 e “Tegodèn” 50. L’architrave sopra la porta del fienile riporta appunto questa data, nella scritta in parte abbreviata “ONDA. REG. FEUD. F.F. D.NO F. D.ANTO L1801” che tradotta significa “Onoranda Regola Feudale fecero fare Domino Francesco Domino Antonio l’anno 1801”, mentre le scritte che noi abbiamo rinnovato con il colore “il bol di Valsorda”, a fianco della porta della cucina, potrebbero essere state fatte da pastori o conduttori di quel periodo. Non è dato di sapere se il maso sia stato acquistato o costruito. Certo è che in quell’epoca la Regola disponeva di cospicue somme di denaro. Infatti proprio nel 1802 vennero acquistati il Maso Valena ed il Maso Imana. Un altro dato: proprio in quell’anno la Regola, attraverso i suoi due Regolani, si reca a San Martino di Castrozza per fare l’offerta scritta relativa all’acquisto all’asta delle malghe di Iuribello e Iuribrutto. Si parla ancora del maso nelle sessioni plenarie degli anni 1807, 1814, 1816 e 1818. I conduttori purtroppo non rispettarono le condizioni delle locazioni o non riuscirono 354

a pagare l’affitto. Il 3 marzo 1824 si decise di nominare due esperti, Nicolò Gabrielli ed il perito Michele Giacomelli, per esaminare le condizioni del maso lasciate dai conduttori. Poi viene cambiata la locazione. Il verbale del 7 febbraio 1836 così recita: “Fu proposto e risolto che il maso alle Coste sia nuovamente affittato all’incanto, fissando per prezzo di prima grida fiorini 45 annui coll’aggiunta al detto maso dei “sassi” alle Coste, a condizione di non poterli sublocare e che il conduttore debba solo collocare in quello bestiame di Predazzo, pernottando nel medesimo”. Nel 1860 vennero eseguiti alcuni lavori di sistemazione. Così riporta il verbale del 7 ottobre: “Venne letta un’istanza dei conduttori del maso alle Coste Antonio Dellagiacoma e Nicolò Nicolao, che vengano eseguiti i lavori necessari progettati in data 5 aprile 1860 dal perito Giacomo Giacomelli per 69,30 fiorini austriaci; dopo varie discussioni fu risolto di affidare tali riparazioni ai locatari, a condizione però che il pagamento sarà effettuato quanto sarà rilevato da un intendente deputato dalla Regola e che i lavori eseguiti siano consegnati nello stesso modo alla fine della locazione”. Nel 1874 venne costruito l’acquedotto. Il verbale del 27 settembre così recita: “Fu risolto di prendere l’acqua da Valorca e condurla al maso Coste in base al progetto, fatto da Mar-


Il Maso alle Coste dopo la ristrutturazione.

tino Morandini e il custode forestale, di fiorini 120,20, da mettere il lavoro in concorrenza e sempre prima il locatore si obblighi di pagare l’interesse della Regola annuo del 5% dell’importo che verrà pagato per questo lavoro e che esso locatore di più si obblighi di mantenere i canali e condotti dell’acqua a sue spese durante tutta la locazione e di pagare tutti i danni che l’acqua raccoglierà nelle realità altrui per mala cura”. Nel 1876 la “lavina” delle Coste distrusse le condutture dell’acqua e la vasca di raccolta; i lavori di riparazione vennero eseguiti dal conduttore e pagati dalla Regola. Dal verbale del 12 maggio 1878: “Fu accordato a Bortolo Brigadoi di farsi il brenzo al maso alle Coste, a condizione che paghi l’interesse della spesa”. Dal verbale del 5 marzo 1893: “A domanda

di Michele Dellagiacoma, conduttore al maso alle Coste, venne accordato che venga, a spesa della Regola, restaurata la stalla e l’aia dello stabbio, anzi fu incaricato Andrea fu Giacomo Gabrielli di recarsi sopralluogo ad ispezionare il da farsi ed estendere il relativo progetto”. Dal verbale del 13 marzo 1893: “Sull’istanza di Michele Dellagiacoma, conduttore del maso alle Coste, diretta ad ottenere che venga rimesso a nuovo il pavimento dell’abitazione ivi, venne incaricato il Regolano di recarsi sul luogo, in compagnia di un perito in arte, per rilevare il rispettivo fabbisogno ed indi di fare eseguire il lavoro in via di economia”. Dal verbale del 26 marzo 1899: “Sull’istanza di Michele Dellagiacoma, conduttore del maso alle Coste, diretta ad ottenere che venga restaurato ed eventualmente rinnovato il bacino della

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fontana di quel maso, fu deliberato che la suddetta fontana venga rimessa dalla Regola, coll’osservazione che le scandole depositate sulla soffitta debbano essere impiegate per il restauro di quel coperto, senza che il conduttore possa pretendere nessuna retribuzione per averle anteriormente pagate dalla Regola in ragione di fiorini 100”. Dal verbale del 24 febbraio 1913: “A richiesta di Giorgio Dellagiacoma, nuovo conduttore del maso alle Coste, si accorda che, a spese della Regola, venga costruita una cameretta nel sottotetto della parte di casa abitabile e quindi viene incaricato il Regolano di ordinare la rispettiva esecuzione ed anzi viene delegato il deputato Giovanni Defrancesco di esaminare, se occorressero, altri lavori e anche di prendere in consegna

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dal vecchio conduttore quei beni per riconsegnarli al nuovo locatario. Si intende che per la nuova cameretta il locatario si obbliga a corrispondere l’interesse del 5% sulla spesa”. Dal verbale del 24 marzo 1913: “Dietro domanda del nuovo conduttore al maso alle Coste, si accorda che il vecchio fornello a muro venga sostituito con uno a ole, a spese della Regola, e così pure si accorda il colore ad olio per colorire le pareti interne di quella abitazione”. Il 28 marzo 1923 viene deliberato l’acquisto di 50 piantine da frutto da mettere nei prati sottostanti. Dal verbale del 23 settembre 1923: “Viene esaudita la domanda del nuovo conduttore F.lli Giacomelli tendente che la Regola voglia far met-

Il Maso alle Coste com’era.


Il Maso alle Coste oggi.

tere un pavimento in tavole in quella cucina, il cui lavoro verrà eseguito al più tardi la primavera ventura, osservando che il trasporto delle tavole fino al maso dovrà essere fatto a cura dei conduttori”. Dal verbale del 14 agosto 1926: “Dovendo rimettere lan conduttura d’acqua potabile al maso alle Coste, si conclude di fornire ai conduttori le canne di ferro a spese della Regola, restando per ora incaricato il Regolano di far assumere un progetto preventivo, differendone la ultima decisione in una prossima sessione. Per intanto si accorda a quei conduttori metà della spesa occorsa per fare il selciato sulla strada presso il letamaio e davanti alla porta che mette nei locali del maso. Si incarica ancora il Regolano di far assumere un

progetto per tutte le necessarie riparazioni del maso stesso”. Dal verbale del 25 settembre 1926: “Si delibera di riattare il condotto dell’acqua al maso alle Coste con tubi in portlantico, la cui mano d’opera dovrà essere eseguita a spese dei conduttori del maso, sotto la direzione di un uomo pratico pagato dalla Regola. Così pure si conclude di far rimettere a nuovo con tavole in larice il pavimento del fienile, essendo il vecchio pericolante, specialmente a causa dei sostegni guasti”. Dal verbale del 25 febbraio 1955: “Si delibera la costruzione della strada: lunghezza 1820 metri. Opera eseguita dall’impresa Dellantonio Attilio, poi proseguita nel 1956 e completata nel 1957”.

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Altre delibere riguardano, il 19 aprile 1958, l’acquisto di una fontana in cemento, con una spesa di 7.000 lire, ed il 20 dicembre 1958 la riparazione del tetto scoperchiato da un uragano. Il resto è storia recente.

La ristrutturazione

Nel gennaio e nell’aprile del 2008, il Consiglio della Regola prima discute ed approfondisce, quindi delibera di progettare i lavori di ristrutturazione dell’edificio. Del progetto viene incaricato lo Studio dell’architetto Annalisa Guadagnini, che presenta le varie soluzioni tecniche ed ottiene la relativa licenza edilizia il 3 luglio dello stesso anno. Subito dopo viene presentata la domanda di contributo alla Provincia Autonoma di Trento sul Piano di Sviluppo Rurale 2007/2013. In data 20 novembre 2008, l’opera viene ammessa a contributo per 90.000 euro, pari al 60% della spesa ammessa di 150.000 euro. Si procede quindi all’appalto delle varie opere alle ditte seguenti: Edilmartinol opere edili Diego Bonelli opere di carpentiere e lattoniere Sistemi Idrotermici opere di idraulico Elettrolight sas di Zanon Luca & C opere di elettricista Südtirol Fenster serramenti F.lli Brigadoi pittore F.lli Dellantonio pavimenti in legno Dellantonio Lorenzo e Boninsegna Raffaele mobili Franco Betta movimenti terra e strada di accesso Marco Emilio Barcatta di Valfloriana pavimentazioni esterne L’architetto Antonio Dellagiacoma viene incaricato come coordinatore dellan sicurezza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un grazie 358

particolare va ai membri della Commissione Lavori, Giancarlo Morandini, Ottavio Bosin e Silvio Dellagiacoma, che hanno seguito quasi giornalmente l’andamento dell’opera con proposte, suggerimenti ed appunti, mentre il Regolano Giacomo Boninsegna si è occupato di tutta la parte burocratica. Costo finale dell’intervento circa 190.000 euro, oltre alle spese per la sistemazione esterna e l’arredamento.

La fruibilità della struttura

Importante ovviamente l’utilizzo di Maso alle Coste, oggetto subito delle discussioni all’interno del Consiglio, dove la maggioranza dei consiglieri proponeva di metterlo a disposizione dei “Vicini” e dei loro famigliari per incontri, feste e ritrovi. Nell’ottobre del 2009, è stato approvato un Regolamento d’uso che prevede la valorizzazione del maso per attività sociali, didattico-ricreative e forestali, senza scopo di lucro. Nel maggio del 2009, il Consiglio ha deliberato una convenzione con il locale CTG Gruppo “Lusia”. L’art. 4 della stessa così recitava: “L’uso della cucina e del soggiorno è riservato in via prioritaria ai Vicini, figli di Vicini ed associazioni locali. La domanda per avere la disponibilità dei locali dovrà essere inoltrata alla Regola Feudale che rilascerà l’autorizzazione, con contestuale sottoscrizione di impegno di rispetto dei locali e dell’attrezzatura, con eventuale deposito di cauzione”. Ovviamente questa struttura non ha più un utilizzo agricolo (d’altronde la moderna meccanizzazione non rende appetibile questa fitareccia) ma un uso sociale per la comunità dei Vicini e dei Predazzani. Nel 2014, il CTG ha rinunciato alla convenzione, pur mantenendo la propria disponibilità a dare una mano per la gestione di determinati eventi. Il Maso alle Coste continua ad essere disponibile (versando un rimborso spese di 20 euro) di coloro che lo vogliono utilizzare per le più diverse occasioni. L’autorizzazione va chiesta agli uffici della Regola e firmata dal Regolano in carica.

approvato nel 2009 un regolamento d’uso che prevede la valorizzazione del maso per attività sociali, didatticoricreative e forestali, senza scopo di lucro


La casa della Regola Feudale

L’antica istituzione regoliera è stata per secoli priva di una sede amministrativa. Lo storico Giuseppe Morandini (Zia Nana) nel suo studio giuridico “Il Feudo di Vardabio” su questo argomento ha messo in evidenza l’accordo stipulato nell’anno 1647 tra la Regola Feudale e la Regola Generale di Predazzo (ossia l’amministrazione comunale del paese di allora) con il quale prendeva in locazione la “Stuva della Lozza” per tenervi le proprie adunanze, dietro compenso di 15 ragnesi. Prima di tale data gli affari sociali venivano trattati sulla piazza del villaggio, di domenica, davanti alla vecchia Chiesa dei SS. Filippo e Giacomo (l’attuale municipio). Nella stessa Chiesa, e precisamente nella cappella Feudale di S. Croce, venivano conservate le investiture, le pergamene e tutti gli atti del Feudo che avessero una qualche rilevanza. Nel 1796 la Regola Feudale costruiva una “lozza” con posto per i regolani. Era un piccolo caseggiato confinante con la vecchia canonica, a nord-ovest dell’attuale piazza. A quel tempo rimaneva ancora intatta una vasta zona di campi e orti a sud del rione Sommavilla, che spaziava dalle case intorno all’antica piazza fino alla stradina di Antersief (Via IX Novembre), alle case della Naghelina (Via Marzari Pencati) e all’odierno albergo Rosa che era disposto lungo la strada postale. Questa realità era denominata “Cesura Feu-

dale” o “Sezura Granda” e comprendeva anche un edificio, un orto uno “Stabbio”, presso le case del “Marin” che furono abbattute per aprire la piazza davanti alla nuova Chiesa. Proprio al centro della Cesura Feudale venne progettato nell’anno 1870 l’edificio che divenne la Casa della Regola Feudale e che fu terminato nel 1875. La costruzione fu studiata su una pianta rettangolare e a 4 piani (seminterrato, 2 piani, soffitta). Questi ultimi erano privi di tramezze in quanto non se ne prevedeva l’uso abitativo o amministrativo, ma costituivano i volumi del “fontego” o magazzino per le riserve di derrate destinate ai Vicini al prezzo di costo. L’entrata era prevista dal progetto verso il monte Feudo (nord) ma molti anni fa i più vecchi ricordavano che verso le Pale di San Martino si alzava un robusto ponte di carico per le derrate ai piani superiori. Tutt’intorno sorsero ben presto le costruzioni che delimitano oggi le pertinenze della piazza e di Via Roma, per cui si può dire che la costruzione feudale promosse l’edificazione ottocentesca dell’area a sud della chiesa con la costruzione della nuova strada che oggi comprende Via Roma e Via Trento. Nel 1901 nuove e sicuramente impellenti necessità fecero sì che la Regola Feudale chie-

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desse al comune di aggiungere ad oriente il blocco in muratura del giroscale e di dividere in stanze ed altri ambienti di abitazione, nonché in uffici il primo e il secondo piano. Fu questo il momento di passaggio da magazzino a casa civile. Infine nel 1933 la Regola Feudale chiese l’aggiunta (poco rispettosa della compatta e composta architettura originaria) del volume che sarebbe stato adibito a negozio per conto delle “Sorelle Dellantonio” (Monche360

re) di Predazzo. Le trasformazioni successive sono degli ultimi anni, dopo varie proposte di ristrutturazione (1962 Morandi, 1969 G. Guadagnini, 1970 C. Gabrielli) che al di là delle soluzioni proposte, tendevano comunque sempre ad un recupero sia delle strutture che del valore intrinseco della Casa del Feudo. La ristrutturazione di oggi è partita con le prime proposte progettuali nel 1985 e si è conclusa nell’anno 1993.

Il progetto del 1898. Il progetto del 1875. Pag. 362: I progetti del 1933. Pag. 363: Il progetto Gabrielli (sopra) e il progetto Morandi (sotto).


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Ultime opere di tinteggiatura e la riproduzione degli stemmi dei cognomi degli attuali Vicini

Nel 2008, in occasione della necessità di ritinteggiare i muri esterni della Casa della Regola, il vice regolano Guido Dezulian evidenziava che il palazzo dell’Ente era anonimo, privo di qualsiasi identità e riconosciuto, dai più, esclusivamente come farmacia. Proponeva quindi un progetto di valorizzazione che prevedeva l’inserimento di cartigli all’interno delle fasce del sottogronda, la riproduzione dello stemma della Regola sull’ingresso e la creazione degli stemmi cittadini dei 19 cognomi storici aventi diritto all’iscrizione al libro matricola, sul prospetto di Via Roma. La proposta venne accolta all’unanimità dal Consiglio di Regola e successivamente, sia pur con vari distinguo, dall’assemblea del 27 aprile 2008 (135 i favorevoli, 1 contrario, 0 astenuti). Tuttavia, furono molte le perplessità e le prese di distanza da un’iniziativa ritenuta carente di verità storica. In realtà non vi fu mai l’intenzione di creare falsi o la volontà di cercare l’introvabile, data la tenue convinzione di partenza che l’araldica nobiliare non centri nulla coi cognomi dei Vicini della Regola. L’unico scopo dell’iniziativa è stato la ricerca di caratteristiche e simboli più o meno datati per riprodurre un riconoscimento di cittadinanza da evidenziare insieme al cognome di appartenenza. Nei mesi precedenti lo svolgimento dei lavori, alle varie famiglie di Vicini venne chiesto quale stemma associare al cognome, mentre l’idea di Dezulian era di abbinare lo stemma più vecchio. Per questo egli si recò al Ferdinandeum Museo di Innsbruck alla ricerca di eventuali testimonianze storiche. Nella biblioteca dello stesso trovò interessanti bozzetti e scritti di richieste di concessioni di stemmi risalenti al 1500. Interessanti i ritrovamenti dello stemma dei Giacomelli, simile alla bozza proveniente da Trento, dei Felicetti, con la richiesta di concessione al Capitano del Tirolo e dei Zanna, inserito in una tomba di un prelato a Stams in Tirolo. In particola364

re, quanto eseguito nel 2008 dal pittore Loris Paluselli di Ziano, fu fornito in scala 1:1 e fu il frutto dei seguenti accordi e volontà.


Bozzetto Giacomelli. Bozzetto Felicetti. Bozzetto Zanna. Bozzetto Gabrielli.

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Consegnato da Giacomo Boninsegna

Provenienza Rina Bonora

Consegnato da Giuseppe Bosin (Susana)

Provenienza famiglia Brigadoi

Provenienza Carlo Defrancesco (Cantinier)

Elaborato da Dezulian nel 2008 su richiesta famiglia Giovanni Degaudenz (Caorer)

Riproduzione dello stemma esistente su edificio in Via Marzari Pencati

Provenienza famiglia Dellantonio

Consegnato dallâ&#x20AC;&#x2122;avvocato Giacomo Dellasega

Elaborato da Dezulian nel 2008 su richiesta famiglia Demartin. Un minerale scoperto dal prof. Franco Demartin e registrato con il nome di demartinite a lui dedicato, è stato specchiato due volte con lo scopo di ottenere una forma a croce

Elaborato da Dezulian sulla base di schizzi trovati a Innsbruck datati 1474

Elaborato dalla famiglia Marino Felicetti da bozzetti trovati a Innsbruck datati 1477

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Consegnato da Dario Gabrielli. Bozzetti diversi a Innsbruck datati 1765

Consegnato da famiglia Giacomelli. Ritrovati al Museo gli stessi bozzetti

Riprodotto dallo stemma esistente sulla “casa del Rachele” in Via Mazzini

Elaborato da Dezulian su indicazioni avute dal Vicino Umberto Nicolao, ultimo rimasto con questo cognome

Consegnato dalla famiglia Piazzi

Bozzetti trovati al Museo di Innsbruck e datati 1458

Lo stemma dell’Ente

Pagina seguente: Lo stemma del 1715, gli schizzi di Padre Frumenzio Ghetta e lo stemma attuale dell’Ente.

Storicamente, anche se di rado, un piccolo logo figurava su alcune documentazioni, ma gradualmente, fu dimenticato. Alla fine del Novecento, la Regola Feudale, istituzione territoriale e, storicamente, l’Ente che maggiormente possiede nei suoi archivi la storia del nostro paese, non usava alcun simbolo di riconoscimento. Lo stemma è un simbolo che comunica con immediatezza e precisione una persona, un gruppo sociale, un territorio, ecc. In un piccolo scudo, è raccolto un affascinante mondo di storia, di arte e di cultura. Nonostante ciò, ai tempi nostri l’Araldica Civica è snob-

Riproduzione dallo stemma esistente sulla vetrata della chiesa parrocchiale al lato dell’altare di S. Giuseppe donata nel 1875 dalla famiglia Morandini

bata dai più in quanto ritenuta un retaggio del passato. In questo caso si è voluto dare un adeguato emblema alla Regola Feudale, recuperando, attraverso ricerche svolte dal Vicino Nicolino Gabrielli con la consulenza dello storico padre Frumenzio Ghetta, prezioso collaboratore con suggerimenti e pregevoli schizzi, alcuni elementi simbolici che caratterizzino e interpretino il fondamento stesso dell’Ente storico di Predazzo. Quanto elaborato dall’allora attuario e appassionato storico è stato presentato al Consiglio di Regola in carica nel 1991 ma non c’è mai stato né un riconoscimento del lavoro svolto

•• CULTURA, lavoro e patrimonio • La casa della Regola Feudale • 367


né una delibera sull’adozione dello stemma. In seguito, il Regolano Giorgio Dellantonio iniziò ad usarlo ufficialmente sulla carta intestata in forma monocromatica e da allora è riconosciuto da tutti come stemma della Regola Feudale. Nel 2002, il Regolano di allora Tullio Boninsegna aggiunse i colori e adottò lo stemma così com’è oggi. All’interno di uno scudo italiano del XIV secolo, con merli ghibellini, troviamo una partizione in tre settori eseguita con la Croce di Sant’Elena ripresa dal Gonfalone e uno scaglione con punta in alto. A sinistra è rappresentata la metà di un’albero di colore verde, elemento di ricchezza, di vigore e di vita. Al centro la Croce in giallo, colore della fede, da sempre venerata e dove la gente si stringeva nei momenti difficili della loro vita. A destra sono riprodotte le iniziali della Regola Feudale in rosso, colore dai molti significati. Simbolo del fuoco, ne mantiene il calore e la vivacità, simbolo di virtù spirituali, audacia e coraggio. Il settore in basso formato dallo scaglione che in questo caso simboleggia la montagna è stato colorato di azzurro, cromatura dal significato di fedeltà e giustizia.

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Malghe

L’alpeggio è una pratica tradizionale, unica risorsa dei primi abitanti e fondamentale anche oggi per il sostentamento delle imprese agricole. I primi documenti sul monte Vardabe evidenziano l’uso del territorio unicamente per la pastorizia e la raccolta di legna. In origine le greggi erano formate in prevalenza da pecore che servivano, oltre che per sostentamento, per pagare i tributi al Vescovo di Trento. A

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seguire si ebbe un mutamento di tendenza nella scelta degli animali da allevamento e si passò al più redditizio bestiame grosso. L’allevamento di ovini e caprini non cessò ma si sposto ai pascoli più magri o alti. Fino a pochi decenni fa, la pratica dell’alpeggio veniva effettivamente svolta con metodi tradizionali svolgendo tutte le attività legate alla vita di malga, compresa la lavorazione

Schizzi di malga Sacina.


del latte. Oggigiorno, il pascolo consente ancora al bestiame di cibarsi di erbe aromatiche proprie del pascolo di montagna che migliorano la qualità del latte, e permette la produzione di foraggio nel fondovalle. Ma la vita in malga è cambiata notevolmente da quando il latte viene trasportato a valle e non più lavorato sul posto. Fino ad alcuni decenni fa, in tutte e tre le malghe della Regola la produzione del formaggio veniva svolta sul posto. Il latte munto veniva trasportato nel locale del latte in appositi contenitori “mastèle”: si procedeva quindi alla filtratura e scrematura. La panna veniva travasata nella zangola “pègna” e dava il burro che veniva confezionato in stampi a volte bellissimi, con marchio. A seguire passava alla caldaia per la lavorazione e la produzione del formaggio. La caldera era composta da un grande paiolo di rame “paòl” sospeso con una corda ”segòsta” ad un braccio di legno girevole. Questa produzione, contava sulla grande sapienza del malgaro e del suo aiutante per l’ottenimento di un prodotto finale di qualità. Infine, nelle forme volute, passava alla salatura e alla sta-

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Malga Sacina. Malga Gardoné.

gionatura sui giacigli nella parte più isolata della malga. Delle tre malghe di proprietà dell’Ente una sola è ancora in attività mentre le altre sono state dismesse. Malga Sacina: a 1860 m. di quota, nella parte sud-ovest del territorio è stata costruita probabilmente nel ‘700 ma i primi documenti riscontrati nell’archivio risalgono ai primi dell’800 e riguardano richieste di riduzione sul prezzo dell’affitto. Nel 1955 veniva ancora lavorato il latte poi funzionò solamente come stalla. Dal 1980 circa non è più interessata alla monticazione e funziona esclusivamente quale rifugio per escursionisti. è costituita dalle tre unità tipiche delle malghe della Regola: la stalla, il locale dal

latte o scrematura e la malga di produzione e di deposito-stagionatura del formaggio. La Casèra è sita in posizione dominante con buona esposizione: lo stallone è posto in un avvallamento in posizione riparata, ma per due terzi è privo del tetto e i soli muri testimoniano le dimensioni originarie. Il locale di scrematura è diventato una legnaia. A questa malga erano legati anche i pascoli della zona di Tresca dove esisteva una baita a servizio del pastore. Malga Gardoné: posizionata nel cuore della montagna è sempre stata la malga di riferimento ed è anche l’unica ancora in funzione. Difficile dire quando fu costruita ma di sicuro ha sempre concorso al sostentamento e all’economia della categoria degli allevatori di bestiame a Predazzo. Nel 1963 il geom. Anton Sailer di Silandro presentò un primo progetto che spostava il manufatto dalla zona originale a “Pian dal Camp”. Seguirono altri studi tutti orientati allo spostamento della malga, considerata in posizione irrazionale, bassa di quota (1637 contro 1826 della posizione scelta) e oramai fatiscente nei fabbricati. Inoltre si valutava la convenienza economica di dare ai nuovi caseggiati anche una ricettività turistica. Nel 1969 il Consiglio in carica deliberava la costruzione della nuova stalla, dal costo preventivo di 46.000.000 di lire e di una nuova strada di collegamento che dal “Fol”, passando per Vardabe e Gardoné, arrivava a “Pian del Camp”. I successivi verbali indicano che ci fu un ripensamento, i progetti non furono eseguiti e la malga rimase a Gardoné, anche se non mancarono negli anni a seguire discussioni e contrapposizioni in Consiglio e in Assemblea. Nel 1997 il Regolano Giacomo Boninsegna chiese un parere preventivo per il risanamento dell’abitazione del malgaro. Seguirono progetti di risanamento e ristrutturazione della struttura esistente a cura dello studio dell’architetto Gino Morandini. I lavori furono assegnati alla ditta Edil Martinol, costarono 350.000 lire e si conclusero nel 2007. La composizione costruttiva presenta le tre unità nello stesso modo descritto per la

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Ubicazione malghe della Regola Feudale. Pagina seguente: Malga Valsorda 1950. Malga Valsorda 2015.

malga Sacina, in zona riparata e lontana da eventi valanghivi. La casèra e la stalla si presentano in perfetto stato di manutenzione, frutto della ristrutturazione operata mentre il locale scrematura, che mantiene la struttura originaria, è diventato un ripostiglio generico. La malga è adibita esclusivamente all’attività di alpeggio (dal 1980 non viene svolta la lavorazione del latte che viene trasportato a valle) e non ha subito il cambio di trasformazione ad uso turistico proprio di altre realtà simili della zona. Malga Valsorda: si trova nella parte a nord della proprietà, luogo questo che offri spesso motivo di contrasto con gli abitanti di

Forno. Ancora prima dell’investitura collettiva del 1447 ad opera del Vescovo Giorgio Hack a favore degli abitanti di Predazzo, le liti e i pignoramenti di bestiame sorpresi a pascolare sul monte Vardabio e in particolare in Valsorda si susseguirono. Il primo documento in tal senso è datato primavera del 1338. Seguirono continue liti e vertenze, di cui furono investiti direttamente i Vescovi di Trento, con le famiglie Degiampietro e Facchini o generalmente con gli abitanti del maso Valsorda. Nel 1959 il Consiglio di Regola, stufo di queste continue liti, deliberò ed eseguì la demolizione della stalla per la parte lignea, lasciando solo i muri contro terra tutt’oggi visibili, mentre la casèra fu distrutta da un incendio. Dell’impianto costruttivo simile alle malghe di Sacina e Gardoné rimane solamente il locale dal latte che attualmente funziona da rifugio per escursionisti che transitano occasionalmente. Dal 1960, anno in cui si è smessa la fienagione, è consentito alla Società Malghe e Pascoli di Predazzo di pascolare le vacche non da latte nella zona “delle Prese” dove esiste una baita a servizio del pastore. I numeri dei capi portati all’alpeggio sul monte Feudale non varia di molto rispetto ad alcuni secoli fa. è cambiata la proprietà dei capi: al contrario di una volta in cui erano tanti i possessori di mucche, oggi gli animali sono dei pochi allevatori rimasti. Nel 1800 venivano portate al pascolo quasi le stesse vacche di oggi. Nel 2015 la Regola Feudale ha concesso la monticazione di 70 vacche da latte e 160 asciutte. Inoltre nei pascoli alti di Pelenzana, Cavignon e Lastei di Valsorda è stato concesso il pascolo a circa 300 tra ovini e caprini. L’alpeggio nel tempo si è modificato in maniera sostanziale e il potenziamento della viabilità ha consentito condizioni e tempi di lavoro migliori. Da sempre i pascoli hanno sostanzialmente una funzione produttiva ma di fatto concorrono alla tutela e al controllo del territorio. Bisogna sviluppare una sensibilità di rispetto del territorio che si converta in salvaguardia e valorizzazione concreta, in equilibrio con le risorse.

•• CULTURA, lavoro e patrimonio • Malghe • 375


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CONFINI VACCHE DA LATTE VACCHE SENZA LATTE

LATEMAR

OVINI/CAPRINI

LASTEI

VALSORDA

CAVIGNON

LE PRESE

GARDONé

TRESCA

SACINA

PELENZANA

VARDABE


Vardabe

Chiunque intraprenda una passeggiata sul monte Feudale, non può evitare la visita al tranquillo terrazzamento naturale, coltivato a prato, di Vardabe e alle sue baite. L’etimologia popolare racchiude in sé quello che un visitatore è portato a fare da questo osservatorio sulla catena del Lagorai e sul monte Mulat. Il Magugliani nel suo libro “La montagna che scompare” ipotizza il luogo (in partico-

lare Col d’Arcion) come un castelliere preistorico, di genti che stagionalmente esercitavano la pastorizia, e descrive attentamente le forme, non naturali ma probabilmente opera dell’uomo, degli avvallamenti e irregolarità del terreno, anche se puntualizza che la sua tesi non trova riscontro in quanto non sono mai stati eseguiti scavi archeologici in tal senso. Col d’Arcion. Lavorazione e trasporto del fieno sul monte Feudo.

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R.F. lotto 17 roda R.F. pascolo/bosco

Molto probabilmente allora il sito si presentava come un rado bosco di larici, abbattuto in seguito per lasciare il posto ai prati e ai tabiài a supporto delle attività agricole intermedie tra gli insediamenti del fondovalle e gli alpeggi delle malghe. Verso la fine del 1300, come testimoniano alcuni documenti, quest’area fu concessa con investiture individuali dai Principi Vescovi 380

e quindi rimase anche successivamente in mano ai privati, formando un’enclave nel cuore della successiva investitura collettiva del monte alla Regola Feudale. Dal 1600 in poi si susseguirono costanti acquisti, da parte dell’Ente, di porzioni private di fondi e tabiài, con il risultato che oggi più della metà della proprietà è di possesso dell’Ente storico. Questo ha concorso in parte alla


tutela ed al mantenimento della proprietà locale, anche per la parte privata delle singole famiglie originarie. Inoltre ha consentito a Vardabe di sfuggire all’interesse turistico (toccato in sorte a Bellamonte o Stava) e alla svendita di territorio, caratteristica degli ultimi 50 anni. Il patrimonio edilizio esistente si è formato a partire dal 1700 e ogni singolo tabià concorre a testimoniare, insieme agli altri, la ricchezza del processo tipologico realizzato. La prima mappa catastale (1860) testimonia la presenza dei sei tabiai originali rimasti e ne riporta un settimo, di cui, causa incendio, è rimasto solamente il sedime e il “casèl” rifatto.

La tipologia architettonica adottata è una sola: muro contro terra in sassi a secco, fienile - stalla con la struttura lignea e il “casèl” in muratura (aggiunto in un secondo tempo). Tutte le costruzioni sono orientate secondo il pendio in modo che gli ingressi della stalla e del fienile rimangano a livello del terreno naturale. La pianta è quasi quadrata con lato di circa ml 10 e il materiale che si usa per la costruzione è il legno di larice ad incastro poggiato su base in pietra. Lo Stabio (da stabulum, dimora, stalla), come veniva indicato negli atti della Regola Feudale fino alla fine del 1800, non può che affascinare per tecnica di costruzione, per ingegno, per scelte dell’orientamento, della direzione del vento e delle necessità per uomini e animali. E nonostante il rispetto di tante priorità, sono ancora oggi le costruzioni che più di altre vivono architettonicamente e strutturalmente equilibri autentici e delicati. è quanto mai bizzarro sapere che queste strutture, mediamente soggette a 300 anni di continue sfide con il tempo, in base alle attuali normative di calcolo andrebbero demolite perché staticamente fuori norma e in ogni caso non più realizzabili. In realtà chiunque osservi un tabià non può che meravigliarsi delll’abilità dei costruttori e riflettere sulla vita e sul tempo che passa. Le stesse travi in larice con l’alterazione del colore che hanno subito, raccontano la loro età e il loro orientamento geografico. Questo è dovuto, in particolare alla luce solare e all’acqua piovana che provocano processi di ossidazione e la reazione di funghi cromogeni. A seconda dell’esposizione e della quota, il legno prende tonalità dal bruno rossastro del lato sud al grigio del lato nord. Questo insediamento ha seguito il suo destino agricolo e mantenuto lo scopo secolare di montagna del fieno. Le condizioni di affidamento per le parti della Regola Feudale obbligava i concessionari al rispetto di alcune regole: il taglio dell’erba non poteva essere fatto prima del 25 luglio e il pascolo era consentito dopo la ottava di S. Michele (29 settembre). Ancor oggi le sole

•• CULTURA, lavoro e patrimonio • Vardabe • 381


Est

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Nord

Ovest

Sud


attività che si svolgono sono legate allo sfalcio o al taglio della legna. Fino agli anni Settanta, nel mese di agosto, Vardabe ospitava una nutrita comunità di persone che svolgevano i lavori di fienagione. Con la scomparsa, nel 2014, di Gino Dellagiacoma “Gorio”, ultimo insieme alla moglie a vivere l’estate in baita, Vardabe di fatto ha subito un svuotamento. Inoltre, anche gli equilibri e la bellezza di un tempo sono stati stravolti dal continuo divenire delle esigenze, dei periodi di crisi e di benessere. Dopo la prima guerra mondiale ebbe inizio lo stravolgimento dell’impianto costruttivo dell’insediamento di Vardabe. Alla fine della grande guerra, il presidio telefonico austriaco eretto su fondi privati all’altezza dell’immissione del rio Gardoné nell’Avisio fu abbandonato. Di seguito, i due fratelli proprietari dei terreni pensarono di spostare le baracche austriache rimaste proprio a Vardabe dove possedevano delle parti di monte e sarebbero servite ad uso “casèl” per ospitare gli addetti ai lavori agricoli, evitando così a molti di dormire sul fieno. Alcuni anni dopo, ne furono costruite altre due simili per tipologia e dimensioni (5x3 m circa) nel rispetto delle prime tre e di fatto l’impianto costruttivo di Vardabe fu compromesso. Nel tempo sorsero altre costruzioni, alcune sono state sostituite e forse

Tipologia unica. Vardabe, 1900. Pagina a fianco dall’alto: Mappa 1860. Travi di tabià a Vardabe con esposizione da est a sud. Domina il grigio a nord e il color bruno a sud. Due pagine seguenti: Immagini di famiglie in estate a Gardoné.

•• CULTURA, lavoro e patrimonio • Vardabe • 383


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•• CULTURA, lavoro e patrimonio • Vardabe • 385


ampliate, sfruttando anche i vari condoni edilizi che si sono succeduti e sono oggi utilizzate come abitative non permanenti. Il risultato purtroppo, non è certamente un esempio di rispetto e tutela del patrimonio esistente e del paesaggio. Oltre che, dall’inesorabile succedersi degli eventi, tutto ciò è stato permesso da una miopia culturale e legislativa. Fino al 1972 la legge fondamentale in materia è stata la n. 1089 del giugno 1939, i cui limiti hanno permesso la perdita di valori ambientali, purtroppo in maniera irreparabile. Con l’attribuzione nel 1972 delle competenze in campo di tutela e conservazione del patrimonio storico, artistico e popolare alla Regione Trentino-Alto Adige e la se-

guente legge provinciale del dicembre 1975, si sono poste le prime regole per mettere freno a quanto successo prima. Con l’entrata in vigore nel giugno 2012 del piano baite, si spera venga salvaguardato il contesto ambientale rimasto e rispettati i modelli architettonici tradizionali locali. Però, fondamentale sarà un’autocritica severa sulle singole colpe civiche, nella speranza che la prima attenzione per il nostro patrimonio venga da ogni singolo cittadino. Il viaggiatore britannico Walter White scriveva nel 1875: “a Predazzo regna un ammirevole disordine” (da Holiday in Tirol 1876 trad. A. Orsingher). Le foto che seguono, delle varie tipologie di comignoli sulle baite e caselli di Vardabe, ne sono l’emblema.

Vardabe con le baite austriache.

1920 ortai

successive

VARDABE

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•• CULTURA, lavoro e patrimonio • Vardabe • 387


CAPITOLO XVI

Il godimento in rotazione dei beni comuni Guido Dezulian


Le assegnazioni decise per estrazione a sorte

Escluse alcune zone, il monte Feudale è sempre stato montagna impervia e difficilmente lavorabile. Per questo, in origine venivano concessi a titolo gratuito degli appezzamenti di terra ai Vicini che si impegnavano per alcuni anni, in genere 10, al dissodamento e al recupero a prato del terreno. Alla scadenza della concessione il nuovo terreno detto “prato di monte da segare”, rientrava nel godimento dei Vicini. Questa pratica creò con il tempo una notevole quantità di fondi che vennero destinati in godimento ogni cinque anni (“ruota”) a ciascun Vicino. L’amministrazione faceva l’elenco delle parti in concessione (”rotulo”), decideva il prezzo e l’assegnazione avveniva per estrazione a sorte. Dopo il 1906 l’assegnazione fu decisa in base alla miglior offerta. Se nel 1960, i lotti delle parti di monte segabili erano oltre 300, diventarono poco più di 100 nel 1970. Questo fu il risultato della trasformazione della nostra Comunità da società rurale a società di servizio. Nel 1982, il Consiglio di Regola deliberò di adeguare e accorpare alla ruota anche la concessione delle malghe GardonéSacina-Le Prese. I lotti diventarono sempre meno e molti fondi vennero accorpati, per cui nel protocollo d’asta del 2002 il rotulo contava solo 28 lotti. Inoltre, lo stesso anno venne deliberato di

assegnare i beni con offerte in busta chiusa. Questo provocò una ribellione degli agricoltori che disertarono l’asta, la quale venne ripetuta l’anno successivo, ritornando alla consuetudine dell’offerta orale in una riunione appositamente indetta. Nell’ultimo decennio altre baite sono entrate in godimento a rotazione e all’asta del 2013/2018 i lotti erano diventati circa 40.

Concessioni delle parti di monte

Il seguente elenco di baite (studio di Lorenzo Gabrielli - Mezaval) testimonia il lavoro svolto in passato e l’importanza del monte Feudale nell’economia agricola di una volta. Queste venivano costruite sulle parti di monte concesse dalla Regola e servivano quale ricovero attrezzi da utilizzare da parte degli addetti ai lavori di fienagione. In caso di avvicendamento di altro Vicino, la baita veniva ceduta con accordo privato a chi subentrava e in caso contrario demolita o portata in altro posto. Alcune rimasero e con il tempo divennero di proprietà della Regola, vennero rifatte e sono a disposizione dei Vicini. Nel 1800 venivano assegnate 325 parti di monte. Col tempo le parti alte di monte vennero abbandonate lasciando posto al pascolo.

•• Il godimento dei beni comuni • Parti di monte • 391


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legendA 1 Col d’Arcion, Gigi Zanata 2 Alle Roìs, Rico dal Föch e Brustola 3 Alle Roìs, Giovanni Marson 4 Alle Roìs o sotto le Rive di Vardabe, Rico Zanata (esist.) 5 Piergiorgio Felicetti guardiaboschi (privato), (esist.) 6 Alle Vie, Gigio Pila 7 Costa de Pessedàc’, Beppino Desgala e Lino Gorio (esist.) 8 Ai Cam Bepi Marson, Naini e prima i Giorgiati (Giorgio Brustola) - (esist.) 9 All’inizio della Val delle Tessare, Menegoto Zanata 10 All’inizio dei Campediei, Giorgiat (esist.) 11 Val de le Tessare, Desgala e Nonesi 12 Ai Campediei, Michele Gabatelon 13 Ai Campediei, Foleti 14 Tessare, Giovanni Bincio 15 Campediei, Giovanni Frolo 16 Val dal Camp di sotto, Gigi Roncassi 17 Val dal Camp e sotto Pian dal Camp, Coloto Ficat 18 Pian dal Camp, Baita dei pastori (esist.) 19 Pian dal Camp, Angelo Cimech 20 Pian dal Camp, Nicolò Roncassi (Ezio Finco) (esist.) 21 Pian dal Camp, Bepi Mosca 22 Val dal Camp de sora, Matiazza 23 Val dal Camp de sora, Camillo Finco 24 Val dal Camp de sora, Giovanni Desgala 25 Val dei Ropori, Arcangelo Nain 26 Malgari, Giastra e Avari 27 Busa de Toval Gatton, Gigioti Zanata 28 Pian Toronch in fondo (Bissa), Tone Fola 29 La Codèra, Avari 30 Toval Gatton, Gigi Zanata 31 I Tovalign di sotto, Simonin de Brigadoi 31A Giovanni S-ciopèt 32 I Tovalign di sopra, Tonin de Brigadoi, Giovanni Lena 33 Part de la Crepa in Valbona, Nonesi (esist.) 34 Valbona, Macia, poi Michele Gabatelon 35 Valbona (Busa de Valbona?), Bepi Cialdo 36 La busa de Sarlonga di Valbona, Bepi Cica 37 I Cavignogn, Pinzan 38 Le Sotaie, Tomasele 39 Le Sotaie, Marsona 40 Mandrona de le Sotaie, Giovanni Marson 41 Legnarece, Genio Marson 42 Pian de Paura, Soni e Toninat 43 Pian de Paura de sora, Baita dei pastori (esist.) 44 Ai Sachi, Maria del a Malga - Gigioti Zanata 45 Ai Sachi, Angelo Pinzan 46 Saline, Mansueto Mosca 47 Saline, Franz Picioci 47A Busa de Zugadoi, Franz Picioci 48 Zugadoi de Mèz, Mèze 49 Zugadoi, Bepi Fosine (esist., ricostruita nel 2001) 50 A le Père, Foleti 51 Costa de Pezzedac’, Tita Bafo 52 Sora le Rive de Vardabe, Franz Picioci 53 Sora le Rive de Vardabe, Gigi Cica 54 Ota de Bul, Valente - privato Giulio Marine

55 Ota de Bul (o sorgenti de Bul), Giochelin de le Fosine 56 Pianac’, Albino Cucagna (su suolo privato, non della Reg. Feud.) 57 Costa dei Böi - Valataia, Matteo Zampaol 58 Costa dei Böi - Valataia, Foleti 59 Valataia, Minica Maitola 60 Pian de Valataia, Bassoti 61 Scarser, Capeleta 62 Valataia, Enzo Cica (esist.) 63 A Campé, Le Fole 64 A Campé, Albino Cucagna 65 Col de le Prese (sotto), Gigio Pila e Zanela 66 A le Prese - Baita dei Pastori, (esist.) 67 A le Prese - Pra de la Gésa, Naini 68 Sora le Prese, Gino Moro 69 Tof de Somaval (a destra), Giovanni Cica 70 La Formigona, Mario Lugan 71 Pian delle Prese, Faghera 72 Sora Pian delle Prese, Carlo Salin 73 Poz de Canséch, Tone Fiera, Mario Cica 74 Pale Seche - Poz de Canséch, Checo Cica 75 Pale Seche - Poz de Canséch, Beniamino 76 Coi dei Salesi, Marino Finco 77 Sora le Prese, Rico dal Föch 78 Coi dei Salesi, Zanela 79 Coi dei Salesi, la stessa baita di Giovanni Fincat era stata spostata 80 Alle Forche, Bepi Fosine 81 Poz de la Forca, Menegoto Fosine 82 Sotto il Pian de la Forca, Spizzol 83 Pian de la Forca, Adriano Tonat 84 Pian de la Forca, Cimech 85 Pian del Cason, Nanon 86 Part del Cason o Coi dei Salesi, Giovanni Fincat 87 Pale Secche, Brich 88 Pra de Pos-ciavin, Giochele Pila 89 Tovi de Campac’, .......... 90 Pian dei Mus, Matteo Nain 91 I Transiti - Val dei Mus, Guido Moro 92 Val dei Mus - Reverson (verso Valsorda), Narciso Caranola 93 Val dei Mus - Reverson, Ernesto del Tito 94 Campigol de Mez (verso Valsorda) - Tita Toninat 95 Sagrà dei Ebrei (verso Valsorda), Pierin Cucagna e Simonin Mezzaval 96 Campigol de Mez, Virginio Mezaval 97 Praconé, Coloto Finco 98 Praconé, Serafino Mezaval 99 Sforcelet, Meto Susana e Guido Moro 100 Poz da l’Èra (Pozzadalera?), Pierin Cucagna 101 Praconé, Regola Feudale (esist.) 102 Costa de la Paussa, Carlo Picioci 103 Vompogn, Cimech 104 Costa de la Paussa, Bepi Maitola 104A (Dos Capel?), Fabio Cassela (esist.) 105 Busa granda de Tresca, Gabatele 106 Pelenzana, Baita dei pastori 107 Pelenzana, “Baitel” ristrutturato nel 2002 (esist.) 108 Campigol Vèce, Regola Feudale (esist.) 109 Costonel, Fernando Dellantonio (esist.)

•• Il godimento dei beni comuni • Parti di monte • 393


Concessioni delle parti di campo

Le parti di campo si differenziavano dalle parti di monte in quanto erano terreni coltivabili nell’attuale zona urbana del paese. La stessa chiusura feudale (centro attuale del paese) fino al 1865, anno in cui si diede inizio alla costruzione della nuova chiesa e ai successivi edifici, era assegnata a ruota ai Vicini. Altri fondi, nelle zone di Poz, Saronco, Prà maggiore, Roggie, Molini, Bedovei, Ischion e Portela, costituivano queste parti di campo che venivano concesse e seguivano le stesse modalità delle parti di monte. Nell’affidamento del 1800 le parti concesse erano 303. Con lo sviluppo urbanistico del 1900 la maggior parte di questi terreni fu svenduta o permutata con altri beni.

394

Concessioni delle fitarece

Nel tempo, la Regola ha utilizzato parte dei benefici derivanti da queste concessioni e dal taglio del legname per ampliare la proprietà, acquistando immobili rustici e realizzando così il suddetto patrimonio dei “beni allodiali”, libero da censi, che oggi concorre alla composizione del patrimonio disponibile. Anche questi beni seguirono gli stessi meccanismi di affidamento delle parti di monte e delle parti di campo. Fino agli anni Sessanta, furono utilizzati anche come case d’abitazione oltre che per uso agricolo. Oggi, sono utilizzati allo scopo agricolo e solo in alcuni casi la parte di casello viene concessa ad uso abitativo non continuativo. L’archivio, ci consente di fare una ricostruzione precisa degli acquisti di questi masi dal 1600 in poi: • Il maso Pausadoi nel 1619 dagli eredi di

Mappa delle parti di campo.


tremez coste

valena

zaluna pausadoi

roncac

tegoden

lizata

imana

Mappa delle parti di monte.

Adam Lefelholz che vendono diversi beni tra cui un tabià, stalla e casello in località Pausadoi. • Il maso Tegoden nel 1650 con 7 parti di prato da Baldassarre Baldessari, capitano della Val di Fassa per 562 ragnesi. • Il maso Valena e il maso Imana compresi i terreni furono acquistati nel 1801 dalle signore Marianna e Eleonora Mazza, figlie di Carlo, per la cifra di 5.692 fiorini e 30 carantani. • Il maso Imana fu colpito da alluvione nel 1846 e non fu più ricostruito. • La fitarecia “del Liz” a Vardabe fu acquisita nel 1860. • Il maso Roncac nel 1862 dai figli di Antonio Lochman per 2.150 fiorini austriaci. • Il maso Lizata nel 1881/1882 da acquisizione per asta fallimentare da Giacomo Giacomelli.

• Il maso Zaluna di acquisizione ignota. • Il maso Tremez con 11 porzioni di terra da Giorgio Betta di Castello di Fiemme per 610 ragnesi. • Circa metà del maso Tremez Vitale (la p.m. 2) e alcune particelle pertinenziali sono state acquistate nel 2011 da Mauro Chenetti e Francesco Giacomuzzi per 200.000 euro.

Concessioni per la raccolta della trementina

Fino al 1933 l’estrazione della trementina era regolata e concessa a rotazione quale bene comune. Il largà, termine dialettale, veniva estratto dalle piante di larice presenti in gran numero nelle zone Le Rois e Pesedac per le sue virtù curative, antisettiche, cicatrizzanti e nei secoli ha ricoperto un ruolo economico marginale.

•• Il godimento dei beni comuni • Parti di campo • 395


In senso orario: Rilievo del maso Imana con superfici. Particolare del maso Imana. Fitarecia Tremez Vitali. Maso Roncac. 1. Maso Lizata; 2. Fitarecia Pausadoi; 3. Fitarecia Tegoden; 4. Fitarecia Tremez; 5. Maso Valena/Villa Feudale; 6. Fitarecia Zaluna. 396


1

2

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•• Il godimento dei beni comuni • Fitarece • 397


Questa attività dalle origini remote raggiunse il suo massimo sviluppo alla metà dell’Ottocento e seguiva le regole di affidamento delle fitarece. L’ultimo che si aggiudicò per il quadriennio 1933/1937 l’estrazione del “largà” per il corrispettivo di 130 £ (della fitarecia Tremez si pagavano 850 £) fu Morandini Giuseppe “Zanata”. L’art. 6 del protocollo d’asta dettava i modi di prelievo: “se il deliberatorio vorrà praticare nuove perforazioni di piante nelle parti di monte, dovrà osservare che ad 1 metro da terra presentino un diametro > 35 cm e se le piante situate in bosco chiuso del diametro > 40 cm. Osservando che tali perforazioni dovranno venir praticate a rasoterra o al massimo 9 cm, 1 solo foro per pianta del diametro massimo di 3 cm. Ad ogni estrazione dovrà subito otturarne bene i rispettivi forami, onde impedire la penetrazione di acqua e aria”. Dopo il 1937 non si riscontrano altre delibere di assegnazione e il lavoro di estrazione fu continuato da Enrico Brigadoi Mechez (Rico dal Fol) istruito e iniziato dallo zio Giuseppe. Con la scomparsa del popolare Rico dal Fol si interruppe anche l’attività di prelievo del “largà”. Riprese alcuni anni

fa a cura del Vicino Gabrielli Simone senza alcuna assegnazione al corrispettivo simbolico di 25 €/anno, adeguato al misero guadagno che produce.

Tappo che chiude il foro di raccolta della trementina.

La “Roda” oggi

L’assegnazione a ruota dei beni oggi non è cambiata molto, nel rispetto degli equilibri interni e delle consuetudini. In passato le assegnazioni avevano valore in termini di sussistenza e quindi le ostilità e scontri che generavano erano giustificabili. Oggi, i conflitti riguardano situazioni di lavoro, imposizioni, rivalse, risentimenti. Inoltre, delle parti di monte, sono rimasti solamente i prati di Vardabe riuniti in singolo lotto e gli interessati alle assegnazioni sono diminuiti. L’asta è quinquennale e unificata: vengono assegnati circa 25 lotti a scopo agricolo e 15 a scopo ricreativo. L’unica malga rimasta viene concessa, con diritto di prelazione ai Vicini, alla società Malghe e Pascoli. Nel 2014, il ricavato annuale di queste locazioni di circa 53.000 euro ha concorso per metà all’importo totale diviso sotto forma di regalia agli aventi diritto. I numeri della “Roda” utilizzati un tempo per l’estrazione delle proprietà della Regola.

Pagina seguente: La mappa dei lotti relativi alla “Roda”.

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•• Il godimento dei beni comuni • Parti di monte • 399


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•• Il godimento dei beni comuni • Parti di monte • 403


CAPITOLO XVII

Feste, tradizioni e folclore Mario Felicetti


L’attaccamento del paese alle sue tradizioni

Pagina precedente: Alcuni storici protagonisti della manifestazione “Chi che ara”. La Banda Civica “Ettore Bernardi” in piazza.

Sono numerosi le iniziative che a Predazzo fanno riferimento anche alla plurisecolare storia della Regola Feudale, proposte in passato e spesso ripresentate ai nostri giorni, magari con contenuti e tonalità diverse ma pur sempre in grado di confermare l’attaccamento del paese alle sue tradizioni, nonostante debba fare i conti con un cambiamento epocale che, negli ultimi decenni, ha cambiato gli stili di vita ed i rapporti con la società. Molti elementi hanno concorso a spingere anche la nostra comunità verso il brusco passaggio da una società alpina rurale ad un’altra completamente diversa e globalmente di servizio. I fattori più significativi sono stati l’arrivo dell’industria, l’influenza della televisione, un turismo di massa che ha drasticamente mutato l’economia dei paesi, la facile possibilità di spostamento fisico e virtuale. È venuto così progressivamente a mancare il tradizionale spirito di adattamento alla realtà locale, di cui è propriamente fatta una cultura, e con questo anche le tradizioni hanno subito un evidente mutamento, con una perdita di valori che, in qualche caso, sono stati accantonati o addirittura dimenticati, con certi giochi o certe rappresentazioni riscoperte, reinventate, a volte teatralizzate esclusivamente a scopo turistico, magari artefatte o copiate, quindi non più legate alla voglia di una vera partecipazione sociale o da un’emozione spontanea.

Rimangono comunque alcuni appuntamenti che confermano delle usanze di origine antica, alcune delle quali hanno mantenuto un sicuro interesse, anche culturale.

Tradizioni scomparse

Ci sono tradizioni singolari che rimangono anche oggi, mentre altre sono praticamente scomparse, come per esempio le processioni religiose che si svolgevano fino a pochi decenni fa. Tra esse c’era quella particolarmente suggestiva del Venerdì Santo, con l’allestimento di stazioni “viventi”, rappresentate in diversi posti del paese da giovani attori ed in grado di accompagnare e rendere stimolante la cerimonia. Al di là di questo, rimane comunque l’impegno di un gruppo di volontari (il gruppo ”Rico dal Fol”) che realizzano tre croci sopra l’abitato, preparando per tempo dei barattoli riempiti di resina, ramaglie e sostanze infiammabili, poi conficcati nel terreno in modo da disegnare le croci e quindi accesi la sera del Venerdì Santo. Fino al 1976, alla fine del Carnevale, si svolgeva in paese anche la “mascherata degli aratori”, denominata “Chi che ara”, unica nelle valli dell’Avisio. Un gruppo di giovani, vestiti in diverse fogge e con il volto nascosto da un velo, girava per le strade della borgata tirando nella neve e nel fango un aratro, un carro da letame o qualche altro veicolo

•• Feste, tradizioni e folclore • Manifestazioni di ieri e di oggi • 407


contadino. Avanzavano tra la folla che fingeva di bastonarli. Poi, all’improvviso, piantavano tutto e, impauriti dalla notizia che c’era un orso nelle vicinanze, si rifugiavano in qualche casa a bere e a riposarsi. Ogni tanto, compariva anche un orso (un uomo mascherato con pelle e testa di plantigrado), che metteva scompiglio tra le maschere e poi si dava alla fuga inseguito dai cacciatori. All’improvviso, si faceva viva anche una vecchia (la “mata dal sac”) che, con un sacco inzuppato d’acqua nelle fontane, o più spesso nelle pozzanghere, rincorreva i ragazzi e tutti coloro che la deridevano. La mascherata terminava dopo qualche ora in piazza, dove entravano in scena gli “agrimensori”, i quali, sempre in disaccordo tra di loro, tentavano invano di segnare confini precisi tra campi, orti e prati. Erano i tempi in cui la gente viveva soprattutto di agricoltura e di allevamento del be-

stiame e quindi anche un piccolo pezzetto di terra o di prato era considerato dalle famiglie risorsa preziosa. Ma ci sono altre manifestazioni che sono ancora vive e che meritano di essere citate.

I fuochi di ferragosto

Come ricorda il prof. Arturo Boninsegna “la transumanza degli ovini tra pianura e valli avveniva ancora in epoche antiche, con riti pastorali documentati dal Medioevo. Il declino dell’estate, in agosto, magari qualche nevicata precoce, il rinsecchirsi e l’impoverirsi dell’erba, ogni cosa invitava a scendere verso le zone di pianura. Una consuetudine poi collegata alla festa dell’Assunzione cristiana e mariana, tramandata con il rito del fuoco di metà agosto per dare il segnale della partenza e concordare tra i pastori il rientro in sedi più basse e più comode. Nella civiltà agricola di Fiemme, va ricordato che, in quello scorcio di stagione estiva, si conLa croce del Venerdì Santo sul Monte Feudo e, in primo piano, alcuni componenti del gruppo “Rico dal Fol”.

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alla fine dell’estate, con i primi freddi, ritornano dal pascolo le mucche da latte, con manze, vitelli, capre e cavalli. E in paese è festa grande

cludeva la fienagione sui monti e, da tempo immemorabile, i contadini, qui come in ogni parte d’Europa, accendevano quelli che definivano “fuochi di gioia”. Fuochi di memoria più che di gioia vengono ancora accesi sul Monte Feudale, sulla Pelenzana e su alcune cime del Lagorai. La sera, dopo l’Ave Maria, questi fuochi si possono ancora ammirare, a ricordare una tradizione rurale molto antica, porgere un augurio per l’autunno imminente e quindi per la fredda stagione invernale, ed esprimere la devozione nei confronti di Maria Assunta. Nel giorno dell’Assunta, i pastori misuravano per la seconda volta (la prima era l’8 luglio, giorno di S. Elisabetta) la produzione di latte di ogni singola mucca”.

La desmontegada

È anche questa una tradizione antica, che in passato si svolgeva verso metà settembre e che poi è stata spostata in ottobre, in

concomitanza con l’Oktoberfest. Con i primi freddi, le mandrie bovine da latte, manze, vitelli, capre e cavalli rientrano in paese dopo l’alpeggio estivo presso le malghe in alta montagna e sfilano davanti ad una folla immensa di spettatori, residenti e ospiti che vengono da tutta l’alta Italia. Sono agghindate con corone di fiori e portano al collo campanacci finemente decorati, accompagnate da grandi e bambini nei classici costumi della tradizione contadina dei tempi andati. Una manifestazione colorata e spettacolare, in un clima di festa reso ancora più interessante dalla presenza in piazza SS. Apostoli di stand gastronomici e dal ritrovo finale nel grande tendone allestito vicino al campo sportivo. Qui c’è la musica, si consuma il pranzo tipico in compagnia e vengono premiati gli allevatori ed i protagonisti della sfilata.

La sfilata delle mucche durante la desmontegada.

•• Feste, tradizioni e folclore • Manifestazioni di ieri e di oggi • 409


La festa di San Martino

Viene celebrata l’11 novembre e corrispondeva un tempo alla conclusione dei lavori agricoli ed alla distribuzione delle “Regàlie” (le quote derivanti dagli utili realizzati durante l’ultimo anno) da parte della Regola Feudale. Nel passato era una risorsa straordinariamente importante per la maggior parte delle famiglie dei “Vicini”, quando i denari distribuiti servivano per risolvere qualche problema di bilancio, che era sempre difficile da far quadrare. Protagonista il fuoco, acceso una volta forse anche per scacciare gli spiriti maligni, oggi diventato invece una componente solo spettacolare della serata. In passato, dopo l’accensione dei falò sui fianchi delle

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montagne intorno al paese, si roteavano le scope accese per spegnerle quindi nelle prime fontane dell’abitato, sotto l’occhio vigile e severo degli anziani, accompagnando la manifestazione con il canto di vecchi ritornelli e originali filastrocche, come questa: “San Martin / pan e vin / pan e lat / süle piaghe del müssat”. Seguiva una seconda strofa che così recitava: “Santa Marta / dal paöl / i ghe lo das / a chi che vol / chi che vol / i se ‘nfrosina / Santa Marta / i se la ‘ngrigna”. Oggi la festa è ancora tra le più sentite e partecipate, con la presenza di migliaia di persone di Fiemme e Fassa ed anche di fuori valle, che assistono all’esplosione dei grandi fuochi, preparati dai rappresentanti dei cin-

Lo spettacolare falò di San Martino del rione Sommavilla.


que rioni, e quindi all’assordante corteo per le vie del paese, dove i gruppi sfilano con campanacci, bidoni, seghe circolari, trombe, campanelli, corni ed ogni altro oggetto in grado di fare rumore, in un frastuono infernale. Poi il gran finale in piazza SS. Apostoli, gremita di spettatori che qui si raccolgono per l’ultimo atto, il concerto conclusivo, degustando le castagne, il vin brulè e le altre bevande distribuite dai volontari, assieme ad alcuni prodotti tipici preparati per l’occasione.

San Nicolò La festa di San Nicolò.

Era la festa dei bambini che, la sera della vigilia, mettevano alla finestra un piatto con

del sale o della crusca per l’asino di San Nicolò, il quale, durante la notte, sarebbe passato con i doni. L’usanza veniva ripetuta per le bambine la vigilia di Santa Lucia. Poi, per tutti, c’era la vigilia di Natale, con l’arrivo di Gesù Bambino. Appuntamenti particolarmente sentiti ed attesi, anche se i doni erano solitamente molto poveri, qualche giocattolo, per lo più fatto in casa, qualcosa da mangiare (frutta secca e poco altro) o qualcosa da vestire. Ma allora ci si accontentava e la ricorrenza era ugualmente e, forse, più sentita di oggi, quando prevalgono regali costosi e logiche commerciali che nulla hanno a che vedere con i veri valori della festa.

•• Feste, tradizioni e folclore • Manifestazioni di ieri e di oggi • 411


Il canto della stella

È anche questa una manifestazione rimasta ancora ai nostri giorni, con il coro parrocchiale, diretto dal maestro Fiorenzo Brigadoi, che la sera della vigilia dell’Epifania, seguendo la stella, illuminata e sostenuta da un lungo bastone, intona sotto il grande albero di Natale allestito in piazza il canto dei Re Magi, in viaggio per raggiungere ed onorare il Bambino appena nato.

La festa del Vicino

È stata riproposta nel 2004, su indicazione del “Vicino”, e allora consigliere della Regola Feudale, Bruno Bosin, accolta dal Regolano geometra Tullio Boninsegna. Si svolge la seconda domenica di settembre, con la celebrazione della Santa Messa davanti al “Capitello del Feudo”, presso la frazione del “Fol”, seguita dal pranzo offerto a tutti i “Vicini” che vogliono partecipare e quindi da un significativo momento di festa e di socialità. 412

Da alcuni anni, la giornata è preceduta da una importante conferenza storica ospitata presso “Maso Coste”, con la partecipazione di prestigiosi personaggi del mondo della storia e della cultura.

Per la festa dell’Epifania il coro parrocchiale si esibisce in piazza con il “Canto della Stella” (in alto fine anni Novanta e sopra nel 1982). Due immagini della festa del Vicino di settembre presso il Capitello del Fol.


•• Feste, tradizioni e folclore • Manifestazioni di ieri e di oggi • 413


CAPITOLO XVIII

Le regalie Guido Dezulian


Il diritto dei “Vicini” di partecipare agli utili

La definizione di regalia può essere sintetizzata nel diritto di ogni Vicino di partecipare al dividendo che il bilancio annuale, presentato dal Consiglio di Regola, permette. Per molti anni questa partecipazione consisteva nel beneficio di utilizzo del territorio. Dalla metà dell’Ottocento in poi, la mancanza di terreni e il passaggio ad altre attività degli aventi diritto, obbligò la comunità di soci a riconoscere una compensazione in denaro a chi non aveva benefici diretti. Il primo registro di distribuzione regalie ordinarie (rubrica alfabetica) riscontrabile in archivio è datato 1866. Nella pagina di riepilogo riporta l’assegnazione in fiorini per le parti di monte e di campo, nonché una spartizione a conguaglio in denaro. Inoltre sono riportati i “prorati” dei nuovi entrati e dei decessi. Se la situazione di cassa lo permetteva venivano distribuite anche delle regalie straordinarie. Le prime si pagavano nel giorno di S. Martino, l’11 novembre, le seconde dopo il 24 febbraio. Nei 150 anni seguenti tante cose (in primis il potere d’acquisto del dividendo) sono cambiate ma il concetto di ripartizione dell’utile d’esercizio è rimasto invariato. Bisogna considerare che se oggi la regalia è più importante per motivi estrinsechi, fino a non molti anni fa sosteneva concretamente i bilanci familiari. Le 22.000 lire di dividendo (10.000 lire ordinarie + 12.000 lire straordi-

narie) nel 1947 e le 65.000 lire (40.000 lire ordinarie + 25.000 lire straordinarie) nel 1957, se consideriamo la paga media mensile rispettivamente di 15.000 lire nel 1947 e 35.000 lire nel 1957, equivalevano effettivamente a tredicesima e quattordicesima. La lettera a pagina 419 spiega in maniera chiara cosa significava in tempi non lontani appartenere al vincolo feudale. Tutte queste operazioni in conto impegnarono notevolmente l’amministrazione nella contabilizzazione. Va tenuto conto che di riflesso a queste spartizioni annuali e alle relative registrazioni di riscossione si svilupparono tante altre situazioni collaterali. Da qui altrettanti partitari di registrazione di numerose condizioni di cessione, rinuncia o sequestro del diritto di incasso. L’archivio custodisce tanta documentazione che dimostra, l’uso a garanzia che gli aventi diritto esercitavano con la regalia, la cessione per migrazione o in alcuni casi la perdita al gioco. Nel 1868 il vicino Simone Dellantonio vende a Martino Morandini il suo diritto per se ed eredi di riscuotere ed incassare dalla Regola Feudale l’affitto annuo del suo biglietto bianco della sua parte di monte per 10 anni. Molti furono nel Novecento gli atti notarili di cessione, le ordinanze del pretore, i pignoramenti, i sequestri e le liberatorie. Queste cessioni

•• Le regalie • Il diritto di partecipare agli utili • 417


evidenziano il periodo di povertà, in quanto, la maggioranza degli impegni sono contratti con negozi di generi alimentari. Di frequente la cessione riguardava istituti di credito, in prevalenza la Cassa Rurale di Predazzo, allo scopo di garantire il buon fine delle cambiali. Alcuni atti riguardano anche l’amministrazione del Comune per pagamenti di degenze ospedaliere e pagamenti di debiti con l’INAIL. Tutto questo durò fino alla fine degli

anni ‘80 quando il regolano in carica Giorgio Dellantonio pose fine a questo mercato delle regalie decidendo di permetterne l’incasso solamente agli iscritti al libro matricola o loro delegati. Altre registrazioni riguardavano la tutela dei diritti degli assenti di ignota dimora. Allo scopo l’amministrazione teneva un partitario nel quale registrava a credito dei vicini assenti le regalie maturate di anno in anno e non ritirate per trent’anni. Anche Estratto del registro delle regalie a credito dei Vicini assenti. Lettera di ringraziamento del Vicino Giuseppe Gabrielli per l’aiuto dato alla sua famiglia molti anni fa e che fa capire cosa significava appartenere al vincolo feudale.

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questa modalità, dopo il 1970 ha subito una revisione. Le regalie oggi sono solamente ordinarie e vengono distribuite il giorno di S. Martino sulla base di una previsione di rendiconto dell’esercizio corrente e della situazione economica della Regola e il ritiro riguarda solamente l’anno in corso e quello precedente. Nel 2015, il Consiglio ha deliberato di: 1. distribuire ai “Vicini” aventi diritto come regalia per l’anno 2015 l’importo di € 140

ciascuno e per 216 Vicini presenti all’assemblea del 26 aprile 2015 la regalia maggiorata di € 30 per un totale di € 6.480; 2. incaricare la Cassa Rurale di Fiemme, filiale di Predazzo, per la distribuzione; 3. consentire la procedura per il ritiro con le seguenti modalità: a) la firma sull’elenco del “vicino” avente diritto (presenza); b) per i Vicini, impossibilitati al ritiro, la delega ai familiari su carta libera; c) per i Vicini fuori Comune, la delega scritta ai familiari, con regolare certificato di esistenza in vita (posteriore all’11/11/2015) del “vicino” avente diritto; d) su modulo di autocertificazione da ritirarsi presso l’ufficio, delegando un altro vicino al ritiro. Per quanto previsto dall’art. 9 dello Statuto - elargizione caritativa si decide di mantenere l’importo di € 300. = la somma da versare a suffragio e ricordo di ogni vicino deceduto senza eredi. Nel 2015, i vicini deceduti senza eredi sono stati sei, per cui la somma totale era di € 1.800. Tale somma, suddivisa in tre parti, è stata liquidata alle seguenti associazioni: Parrocchia di Predazzo, Anffas di Cavalese, Ospitalità Tridentina sezione di Predazzo. La regalia, che tutt’oggi l’Ente riesce a produrre, è un dividendo legittimo di ogni Vicino e se in passato è stato sostentamento personale, oggi in parte è di aiuto al prossimo.

•• Le regalie • Il diritto di partecipare agli utili • 419


CAPITOLO XIX

Radici profonde Marco Felicetti


La comune identità feudale

Quassù ritrovo l’aria, l’aspiro così forte che finalmente so cos’è l’ispirazione. È aria venuta da lontano, respirata prima da alberi e da generazioni. [Erri De Luca]

Breve introduzione al tema (... che all’occorrenza si può anche saltare) Il termine “identità” dal latino idem, lo stesso, è stato introdotto solo di recente nelle scienze sociali. Dalla sua apparizione negli anni cinquanta esso ha conosciuto una crescente fortuna, in particolare tra quegli studiosi che si sono confrontati con le rapide trasformazioni in atto nella società contemporanea e con quei fenomeni di migrazione, integrazione e sradicamento culturale che ne erano diventati un campo d’indagine strategico. In conseguenza di ciò, il termine identità ha cominciato a trovare un legame sempre più ricorrente con i sostantivi: “crisi” da un lato e “difesa” o più blandamente “conservazione” dall’altro, con tutte le implicazioni sociali e politiche del caso. Da questi primi elementi si può già intuire come il campo semantico del termine sia tutt’altro che stabile e condiviso. Fin da subito, ad esempio, potremmo argomentare come il termine afferisca a più piani che si intersecano variamente, da quelli che sottendono un’identità religiosa o politica e che afferi-

scono a grandi ed eterogenei gruppi, ad altri più specifici che rimandano ad esempio al campo linguistico e culturale, per giungere a quelli propri di piccoli gruppi, magari preservatisi in condizioni d’isolamento. In ragione di ciò, quindi, possiamo facilmente cogliere come nello stesso gruppo sociale, caratterizzato ad esempio da una comune matrice linguistica, si possono individuare differenti identità religiose, politiche, e di altra natura. Il concetto di identità ha trovato un fiorente campo di analisi per coloro che hanno inteso affrontare il problema classico, originato dal rapporto tra individuo e società e tra personalità individuale e struttura sociale. Da qui una affascinante quanto inconcludente riflessione in merito all’osmosi effettiva tra l’identità costitutiva un gruppo e quella dei suoi singoli componenti. Quindi se l’identità di un gruppo altro non sia che la sommatoria delle singole identità dei suoi appartenenti o se invece tale identità non rappresenti piuttosto che una sorta di minimo comune denominatore per quel gruppo, ossia l’insieme di valori, comportamenti che caratterizzano quella specifica struttura sociale, ma che non esauriscono necessariamente l’identità dei suoi singoli componenti. Questo piano analitico introduce quel carattere storico e culturale che è maggiormente

•• Radici profonde • La comune identità feudale • 423


funzionale alla trattazione del tema in oggetto. Tutte le società stabiliscono diversi livelli di identificazione/contrapposizione tra “noi” e “gli altri” anche se ciò si presenta con differenti livelli di intensità. Basti pensare ad esempio all’ambito religioso in cui vi sono fedi per le quali l’adesione è un fatto estremamente semplice e simbolico, ed altre che la precludono facendola derivare da un privilegio di nascita. Altrettanto dicasi tra i differenti Stati per quanto concerne l’acquisizione del diritto di cittadinanza, oppure più banalmente con l’adesione ad associazioni o movimenti che richiedono una condivisione ideologica, come avviene ad esempio per i partiti e i movimenti politici, o per i club e i circoli che legano l’ammissione al ceto sociale o meno prosaicamente al reddito del candidato. Agli inizi del Novecento Charles H. Cooley introdusse il concetto di “Se specchio”, secondo cui ogni individuo non può pienamente concepire se stesso se non attraverso un confronto con gli altri, da qui l’immagine simbolica dello specchio. Da ciò si origina, se vogliamo, la predisposizione a modulare la nostra identità attraverso questo meccani-

smo di confronto e riposizionamento rispetto ai gruppi di appartenenza. Il passaggio al concetto di identità collettiva è però, come detto, molto più recente. In esso potremmo dire in forma euristica, confluiscono sia il nostro bisogno di ritrovare nella struttura sociale alla quale apparteniamo, per nascita o per vocazione, gli elementi fondanti la nostra identità di singoli individui, così come la ricerca di ragioni se vogliamo più opportunistiche in quanto, dall’appartenenza ad una struttura sociale, possono derivarci vantaggi specifici. Condividere l’identità di un gruppo significa quindi riconoscersi nella sua storia, nelle sue tradizioni ed ancora di più nelle regole, prescrittive o meno, che lo disciplinano. Farne parte implica di per se stesso, più semplicemente, un livello utilitaristico per il quale io faccio discendere dalla mia semplice appartenenza ad una organizzazione una serie di benefici di carattere sociale, economico, di visibilità, senza che ciò produca necessariamente implicazioni di carattere identitario. Assai spesso anzi, con il passare del tempo, l’appartenenza ad un gruppo cessa di produrre un’effettiva partecipazione attiva e, venendo meno progressivamente il contributo della maggioranza al

condividere l’identità di un gruppo significa riconoscersi nella sua storia, nelle sue tradizioni ed ancora di più nelle regole, prescrittive o meno, che lo disciplinano

Uno scorcio di Predazzo antica.

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l’identità di un gruppo trae alimento dalla memoria che questo costituisce di sé, sia come processo collettivo che come il precipitato dell’opera di una ristretta élite, chiamata a codificarla ed a trasmetterla

mantenimento e allo sviluppo della comune identità, la struttura si trasforma in una costruzione elitaria percepita come obsoleta e oggetto di un costante smottamento di senso. Questo rischio appare particolarmente evidente per tutti quei gruppi nei quali la nostra affiliazione ci deriva non tanto da una scelta vocazionale quanto da un diritto ereditato, del quale non cogliamo più oltre ai potenziali benefici, nemmeno le ragioni d’essere, ed in ciò si fonda il rischio non solo di un depauperamento identitario ma, in maniera ancora più definitiva, della trasformazione di quel gruppo in una sovrastruttura inutile o a vantaggio di pochi, nella quale le sue antiche regole appaiono come sterili liturgie. Alcune strutture sociali hanno bisogno per preservarsi di una forte dimensione locativa. La definizione dei confini, infatti, rappresenta una componente fondamentale per caratterizzare l’identità collettiva di nazioni e gruppi etnici. In questo caso il “noi” e “gli altri”, trovano un’identificazione plastica in un limes facilmente individuabile. Una montagna ad esempio rappresenta da questo punto di vista una perfetta linea divisoria. Pensiamo al ruolo che nella storia hanno avuto le principali catene montuose, le Alpi in particolare, come divisione tra il mondo latino e germanico, o più genericamente, tra quello mediterraneo e mitteleuropeo. Altro elemento cruciale nella costruzione di un’identità collettiva è dato dalla permanenza nel tempo della struttura sociale che l’origina. L’elemento della continuità, infatti, è imprescindibile perché un’identità collettiva possa sedimentare. La durata produce memoria storica e questa contribuisce all’elaborazione di miti e simboli comuni, che si esprimono attraverso riti celebrativi e commemorativi. L’identità di un gruppo quindi, trae alimento dalla memoria che questo costituisce di sé, sia come processo collettivo che come il precipitato dell’opera di una ristretta élite, chiamata a codificarla ed a trasmetterla. La storia ci ha consegnato uno straordinario

e prezioso patrimonio di esperienze nate da gruppi che si sono costituiti nel corso del tempo, al fine di amministrare la propria comunità ed i suoi beni in forma collettiva. Esperienze nate dalla necessità, dai bisogni più profondi di auto-conservazione propri in particolare dei contesti più marginali e deprivati, quali quelli vallivi di alta montagna. Qui, nel corso della storia, dove le condizioni di vita si sono rivelate più proibitive, l’occhio del potente di turno si è posato più distrattamente, permettendo la nascita di straordinarie esperienze di autogoverno che hanno finito per produrre un forte senso di appartenenza e di partecipazione. La nascita di queste organizzazioni sociali in età medioevale ha prodotto un forte spirito identitario, fondato su principi solidaristici e sull’anteporre gli interessi della comunità a quelli dei suoi singoli componenti. Valori la cui conservazione oggi appare quanto meno in pericolo, alla luce del pensiero dominante impregnato di un forte individualismo e dalla perdita degli ideali e dei valori comunitari. A ciò si aggiunge infine il tema fondamentale dei “diritti d’uso civico”, della loro conservazione e trasmissione e della minaccia costante di vederli usurpati. In questo ambito, infatti, ci confrontiamo non tanto con il nostro semplice diritto di accesso ad un bene, ma soprattutto con il tema della sua conservazione e della sua integra trasmissione alle generazioni future, ed in ciò ritroviamo l’identità più profonda e spesso culturalmente scomoda che ci proviene come lascito dai nostri avi.

Dove si tratta del nostro territorio secondo differenti prospettive

Nella costruzione della nostra identità vi sono quindi parole, immagini, suoni che con particolare tenacia si fissano nella memoria diventando, con lo scorrere del tempo, parametri di giudizio estetico, di gusto o più semplicemente: di identità specifica. Non si può nascere infatti ai piedi di una montagna o sulle rive di un fiume senza che questo luogo diventi elemento per noi generatore

•• Radici profonde • La comune identità feudale • 425


di identità, genius loci al quale fare riferimento e ritorno, anche solo per brevi lampi di memoria. Potrei a questo punto farmi tentare da frasi suadenti per ingraziarmi alcuni lettori, ad esempio affermando che la terra in cui siamo nati sia, per definizione, mutterland: la più bella, la più cara, magari richiamando il folklore popolare che spesso canta o rappresenta questi luoghi come patinate cartoline. Preferisco però rischiare l’impopolarità affermando come la nostra terra natale spesso rappresenti, mano a mano che si cresce, il luogo dal quale affrancarci, da cui fuggire per intraprendere le strade del mondo, alla ricerca di fortuna quando non di una nuova identità. Eppure, anche il luogo più riarso, più ostile ma nel quale affondiamo le nostre radici, non cesserà mai di suscitare in noi un richiamo profondo, avendone colto la divina essenza anche solo in un raggio di sole o in una fredda alba primaverile.

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Nascere ai piedi del monte Feudo, a Predazzo, nella Valle dell’Avisio, Trentino orientale, Italia settentrionale, Europa subalpina e così via non sembrerebbe, di per conto suo, una circostanza così straordinaria. Altri sono i luoghi evocativi che suggestionano l’immaginario collettivo. Potremmo partire ad esempio dal monte Feudo il cui nome è sconosciuto anche ad una certa parte dei nostri stessi convalligiani, per non parlare poi di coloro che, transitando per ragioni turistiche alle sue falde, non sentono il bisogno ne di ammirarlo o ancor meno di fotografarlo per serbarne la memoria. In effetti, essere montagna in un paese montuoso equivale ad essere volto in una piazza gremita, devi avere qualcosa di particolare per attirare l’attenzione o devi contemplarlo a lungo per coglierne una qualche bellezza. Tutto ciò però è materia di punti di vista, già perché una montagna come un edificio o un volto è in primo luogo questione di punti di vista

Predazzo nel 1900.


o anche solamente di punti di osservazione. Per coloro che sono nati nella parte antica del paese, quindi Ischia e a maggior ragione il Fól, il monte Feudo si offre nella sua verticalità e asprezza. Anche la toponomastica ti richiama alla mente la durezza dei luoghi che si possono riconoscere: Gola dall’Órc, Valorca, Val del Pis, a definirne i limiti ad Ovest mentre a Nord si ripropone l’altra Gola dall’Órc che tra una crépa, un tóf e una fesuracia sale verso Valataia e Vardabe, la cui vista ci viene però preclusa nel nostro punto di osservazione. Per chi vive ai suoi piedi, il monte Feudo potrebbe apparire come erto ed inospitale. Infatti solo un occhio consapevole, è in grado di coglierne piani e campigoi celati tra le fitte picee. Anche la parte più spettacolare, quella dolomitica del Làtemar ci viene in buona misura preclusa. Dal nostro punto di visuale, solo la cima e il Cavingnón ci restano visibili. Risulta sufficiente però allontanarsi anche di

poco verso i più dolci pendii del Lóze, per riconoscere una montagna differente nella quale il Làtemar e il Feudo si abbracciano dando origine ad un anfiteatro che recupera le sue pianure alpestri: dalla Mandrona su verso i Zugadoi e le Pale Secche o più a valle tra i lariceti che coronano i piani più ambiti tra Le Róis e Vardabe. Questo però è un punto di vista che non apparteneva ai nostri avi, per capirlo e per meglio comprendere il valore della verticalità del Feudo, dobbiamo compiere però uno sforzo di immaginazione, ritornando per qualche istante indietro nel tempo, magari prendendo posto come in una naturale platea al Campac’. Da questa differente prospettiva ci sentiremo quasi abbracciare dalle monumentali forme del Lagorai che, proprio da questa altura, si rivelano appieno nella loro possanza e faremmo fatica a riconoscere anche solo i profili del nostro paese, almeno per come attualmente lo co-

•• Radici profonde • La comune identità feudale • 427


nosciamo. Le sue poche case ci apparirebbero affastellate sulle pendici del Bosco Fontana e attorno a noi: al Fòl e alla Bedovina. A valle campi, poche case tra Ischia e le Fósine e su un leggero rilievo del quale si è perso traccia, a seguito dell’urbanizzazione degli ultimi cinquant’anni, la piazza che piegava bordeggiando i prati di Rizolaj e stendendo le sue gambe verso Pè de Pardac’. Giù quasi isolata la chiesa di San Nicolò, bagnata alternativamente dal Travignolo o dall’Avisio che, privi di argini, mutavano il loro tracciato con l’estro differente che la natura, la pioggia o anche solo il cambio delle stagioni gli concedevano. Già, San Nicolò, chiesa all’epoca buona per i vivi ma non per i morti, per i quali necessitava terreno asciutto, come quello tra la cappella feudale e Valena, vuoi per tenerli più vicini, ma soprattutto per evitare di vederli trascinati via alla prima alluvione. Oltre a questo pugno di case gli ampi alvei ghiaiosi di Avisio e Travignolo, che confluivano in un ampio cono alluvionale tra il Gac’ e Imàna, rendendo la campagna un area infida e palustre dalla quale era opportuno tenersi lontani. Il Lóze, dal quale siamo partiti con la nostra panoramica, ci sarebbe allora apparso come estraneo all’abitato, ornato da campi, come per altro alla nostra destra i terrazzamenti sulle rive delle Coste, con le loro povere culture di orzo, segale e in rare annate lino. Proprio da questo punto di osservazione alla sommità del Fól, potremmo cominciare a capire meglio la genesi e l’evoluzione del nostro paese, tra gli ultimi a nascere assieme alle altre ville di Tesero sotto la spinta demografica del XII/ XIII secolo, nascita riconducibile ad individui alla ricerca di metalli, di nuove terre da roncare e convertire all’agricoltura o anche soltanto in fuga dalle terribili epidemie che periodicamente falcidiavano la popolazione della valle. Ciò che i nostri avi popolarono e che aveva dato origine al toponimo, era si un grande prato, ma infido, per cui erano le rive scoscese che lo coronavano a rappresentare l’unica sede abitativa appetibile e sulla quale edificare il nuovo abitato. 428

Quello che oggi ci appare come un valore aggiunto per la nostra comunità, quasi un elemento di vanto rispetto agli altri paesi a noi prossimi, ossia la natura pianeggiante del nostro abitato, per secoli è risultato ostativo all’espandersi del paese; solo la costruzione degli argini nel corso dell’800 ha consentito a Predazzo di acquisire la presente configurazione urbana e una vocazione economica volta all’industria e all’agricoltura. Per i nostri avi, gente avvezza alla montagna e capace di interpretare il territorio, il fondovalle era allora un luogo troppo a rischio per abitarvi, più rassicurante era il richiamo dei pendii montuosi dove costruire le proprie case, consegnando al lavoro dei campi i pochi metri pianeggianti, spesso strappati con fatica alla montagna. Ma i nostri vecchi avevano garretti buoni, tali da far si che anche le rampe del Feudo apparissero come un giustificabile prezzo da pagare per raggiungerne i buoni pascoli in quota. Leggendo il territorio di Fiemme possiamo inoltre capire come fosse in genere la destra Avisio, rivolta a mezzogiorno, quella più adatta ad edificare un nuovo centro abitato, sfruttando la protezione offerta nel nostro caso dal Cól de la Làsta e dalla Bedovina, sfruttando il sole più prezioso, quello del mattino, quello che rende il risveglio a uomini e bestie meno difficile e non quello del meriggio che predispone all’ozio. Ecco quindi che per questa combinazione di fattori il Fól, anche in un recente passato, ha conservato l’appellativo di “stua de Pardac’”, sollevando lo stupore di chi, osservando il sole tramontarvi precocemente, non ha inteso il senso profondo del suo essere. In questo modo, anche per un semplice dato prossemico, possiamo comprendere come il legame tra il paese antico di Predazzo e il monte Feudo nasca da ragioni oggettive. Un altro elemento di riflessione ci deriva infine da una semplice analisi sulla toponomastica, fissando ad esempio il legame strutturale tra il Fól ed il Rio di Gardoné. Per secoli fu la potenza del torrente a garantire non solo la forza motrice ai più recenti mulini, alle se-

leggendo il territorio di Fiemme possiamo capire come fosse in genere la destra Avisio, rivolta a mezzogiorno, quella più adatta ad edificare un nuovo centro abitato


tra i talenti riconosciuti ai nostri avi c’era la capacità di affrontare condizioni di vita estreme. Il che comportava una severa selezione e una ridotta prospettiva di vita

ghe veneziane o ai magli delle officine, ma ai martelli che incessantemente follavano la lana, in una società dedita alla pastorizia ed all’allevamento di ovini. Necessita rammentare infatti, come questa sia stata per millenni una società, come in genere tutte quelle sorte in contesti montuosi, legata inscindibilmente alla pastorizia, alla transumanza e quindi al commercio della lana la cui ricchezza risiedeva nella facoltà di darle la prima e fondamentale lavorazione, rendendola fruibile per l’autoconsumo e in forma residuale per il commercio. Tra i talenti che riconosciamo ai nostri avi vi era la capacità di affrontare condizioni di vita estreme, ciò però comportava una severa selezione che concedeva una prospettiva di vita media di nemmeno trent’anni, stando almeno alle stime riferibili al periodo e valevoli per l’Europa intera. La fame, il freddo, le malattie: non soltanto quelle epidemiche, la malnutrizione rappresentavano elementi endemici ai quali si tentava di porre rimedio, ricavando dal territorio ogni possibile risorsa. Per le poche famiglie che agli inizi del passato millennio si trasferirono sulle prime pendici ai piedi del monte Feudo o nelle sue prossimità, questo territorio doveva essere in grado di garantire non solo l’energia alla quale si è accennato, ma i materiali da costruzione, e soprattutto il nutrimento per se stessi e per gli armenti. Tutto ciò però non ti veniva concesso in quantità, andava ricavato con pazienza, fatica e serbato con parsimonia e quindi saggiamente amministrato, per far si che coloro che fossero venuti dopo ne avessero comunque a ricevere a sufficienza. Ma questa, come vedremo, è un’altra storia.

Il bene comune e l’identità collettiva

Per facilitare al lettore il compito di districasi nel presente capitolo ritengo opportuno partire dall’assunto finale, ossia dall’affermazione per cui il principio di tutela del bene comune abbia rappresentato un elemento fondante l’identità collettiva nelle nostre genti, ben prima che questo venisse

inserito negli statuti della Comunità e, per quanto nello specifico, della Regola. A questa fase ulteriore, semmai, va riconosciuto il merito di aver codificato e preservato questo principio, divenuto con il passare del tempo sempre più eretico agli occhi dei nuovi poteri dominanti. Una diffusa suggestione ci porterebbe a considerare il concetto di proprietà privata antico quanto l’uomo o almeno quanto lo sviluppo delle sue prime forme di civiltà. Ora, non è questa la sede per confutare queste suggestioni, ci basti ricordare come, con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. al diritto romano, che aveva rigorosamente declinato i principi della proprietà e della sua conservazione, si sostituisca progressivamente quello germano-barbarico, per il quale l’idea stessa di possesso, almeno in riferimento alla terra o ad altri individui (schiavitù), era sostanzialmente priva di senso pratico. Per i popoli nomadi che a partire dal V secolo giunsero a valicare le frontiere imperiali e che provenivano da un ampio territorio compreso tra la Pannonia e le pianure uraloaltaiche, un uomo poteva possedere soltanto ciò che era in grado di caricare sul proprio carro. Pensiamo ad esempio ai longobardi che tanto influsso anche culturale e linguistico hanno esercitato sulla nostra società. Essi, come ci ricorda Paolo Diacono, avevano lasciato le proprie terre natali in Scania nel sud della Svezia e, nell’arco di mezzo millennio, si erano insediati prima sul Baltico, quindi in Boemia, poi in Pannonia e solo con la crisi che travolse l’Italia a seguito delle guerre Goto-bizantine, erano giunti ad occupare militarmente le aree della Pianura Padana e da qui l’intero arco alpino meridionale, poi giù fino a Spoleto ed ancora più a sud fino a Benevento. Ora è fondamentale comprendere come questi popoli non andassero ad occupare territori spopolati ma a sovrapporsi ad una pluralità di altre etnie e culture, per cui anche se era l’ultima a risultare temporaneamente dominante, le precedenti finivano comunque per influen-

•• Radici profonde • La comune identità feudale • 429


zarla. Pensiamo ad esempio a come il cristianesimo condizionò sotto il profilo culturale ed etico i popoli che a Nord ed a Sud avevano colonizzato l’arco alpino: Longobardi, Burgundi, Baiuvari, Franchi ed altri. Ora fu proprio la chiesa, consolidatasi nel corso del VI secolo, ad essere l’ultima depositaria non solo della lingua ma anche della cultura e delle leggi del mondo latino, patrimonio che essa progressivamente plasmerà a proprio uso ed immagine. Al confronto cruento tra queste differenti identità se ne sovrappose un’altro, quello cioè con i popoli autoctoni che, pur se in maniera residuale, popolavano ancora il territorio alpino. Bisogna rammentare come la colonizzazione romana avesse privilegiato gli ambiti vallivi più ricchi e strategici, garantendo lo sviluppo di un’efficace rete viaria. Pensiamo ad esempio per le terre dell’Adige e dell’Inn, all’importanza che ebbe nei secoli la via Claudia Augusta Altinate. Nelle valli laterali ed in particolare in quelle più periferiche erano sopravvissute comunità che narravano di un passato molto più remoto e che si richiamavano alle prime colonizzazioni da parte di popolazioni venete, retiche, celtiche, galliche ed altre. Queste, avevano attinto alle nuove culture dominanti, finendo spesso per seguire un processo di assimilazione, a volte imposto altre volte scelto per opportunismo. In altre circostanze questo processo di assimilazione era avvenuto solo parzialmente, in ragione soprattutto del fatto che alcuni gruppi familiari avevano preferito ritirarsi negli ambiti territoriali più periferici e deprivati, salvaguardando in conseguenza di ciò un proprio patrimonio di cultura e tradizioni. Questi popoli che una natura spietata aveva allenato ad un estrema resilienza, avevano saputo preservare propri spazi di autonomia, garantita quindi dalla circostanza di aver trasformato le proprie condizioni di isolamento in una estrema difesa della propria identità. La penetrazione ad esempio del cristianesimo in questi territori alpini più isolati, risulterà estremamente complessa e lenta; senza 430

citare infatti episodi come quelli dei martiri dell’Anaunia che hanno caratterizzato nella tradizione popolare l’evangelizzazione del nostro territorio, bisogna riconoscere come ancora ben oltre l’anno mille la diffusione del cristianesimo fosse tutt’altro che acquisita. Ancora a ridosso del concilio di Trento si potevano registrare forme di sincretismo per le quali ai riti cristiani se ne aggiungevano altri di tradizione pagana, ed in questi si potrebbero ricercare le tracce di quelle presunte forme di stregoneria che, come ben documentato dal Giordani, tanto impatto ebbero sulla storia della nostra valle e del nostro paese. Appare fondato affermare quindi come la cultura latina, nonostante i cinque secoli di governo sui territori alpini fosse si diventata prevalente, ma non necessariamente dominante, tollerando questa all’occorrenza la sopravvivenza di relitti linguistici, religiosi, culturali e perché no amministrativi. Non dimentichiamoci mai, infatti, del pragmatismo che caratterizzava la cultura espansionistica romana e che spingeva questi colonizzatori ad impossessarsi spietatamente dei territori che avevano un proprio rilievo economico, garantendosi negli altri semplicemente condizioni di pace e libero commercio. Per cui, contestualizzando queste considerazioni sul nostro territorio, abbiamo si consapevolezza della presenza romana in valle a presidio delle attività commerciali e forse estrattive, senza che ciò abbia però significato necessariamente, e comunque non avendone evidenza, un processo di piena assimilazione nei confronti delle popolazioni autoctone. A conferma di ciò potremmo sicuramente citare la sostanziale mancanza in Fiemme di insediamenti romani riconoscibili, se non in alcuni toponimi di epoca più recente; insediamenti romani, invece, evidenti in altre vallate e nei principali centri del nostro territorio regionale. Differente invece appare l’analisi circa l’età della dominazione longobarda, franca (Venosta) e baiuvara (Pusteria) sul territorio regionale. Di questa nuova fase storica ab-


coloro che appartenevano alla comunità godevano del medesimo diritto di sfruttamento sulle risorse offerte dal territorio, sempre però in forma collettiva

biamo una maggior evidenza considerando come il ducato di Trento rivestisse un importante ruolo strategico per la difesa dell’intero regno longobardo. In valle e con ogni probabilità anche sul monte Vardabio, ritroviamo la presenza di arimannie longobarde a partire dal VII secolo. Come già anticipato, i longobardi erano un popolo di guerrieri che vivevano di razzie, allevamento e commerci, abituati a spostarsi vuoi alla ricerca di nuovi pascoli o per vendere i propri servizi militari. Nella cultura longobarda e più in generale in quella dei popoli con tradizioni nomadiche, il rapporto con la terra veniva concepito attraverso un suo utilizzo in forma di usufrutto. Questo principio di gestione comunitaria era proprio della maggioranza dei popoli nomadi questi, quando occupavano un territorio, vi realizzavano quelle strutture minime a garantire condizioni di vita accettabili in terre tanto ostili. Coloro che appartenevano alla comunità godevano del medesimo diritto di sfruttamento sulle risorse offerte dal territorio, sempre però in forma collettiva. Certo non si trattava di una dimensione pacifica ne di una condizione idilliaca, ma funzionale al fatto per cui una volta sfruttato quel terreno esso andava abbandonato per concedergli il tempo di rigenerarsi ma, sino a quel momento, esso veniva difeso da qualsiasi minaccia esterna in quanto il suo possesso se non era riconosciuto ai singoli, era comunque di esclusiva pertinenza di quel popolo. Il fatto che un intero territorio fosse patrimonio comune di un gruppo, rendeva inefficace quindi ogni forma soggettiva di titolo successorio: il figlio non ereditava in forza di un diritto prescritto e derivante dalla condizione di erede del proprio padre, ma in ragione della propria appartenenza alla comunità, ed era sempre in ragione di ciò che godeva del privilegio di portare armi e, alla morte del genitore, della possibilità di accendere un proprio fuoco nel villaggio, con tutte le implicazioni simboliche e politiche che ne conseguivano. Per meglio comprendere il significato fondante di questa identità col-

lettiva e della natura essenziale che derivava al singolo dall’appartenenza a questa organizzazione sociale, basti considerare come la più pesante condanna che poteva essere inflitta ai sensi della Lex salica fosse quella all’esilio, in quanto rappresentava non solo la perdita di ogni privilegio, ma la morte civile del reo per l’intera comunità e quindi anche per la propria stessa famiglia. Nel momento in cui queste popolazioni si convertirono progressivamente da uno stile di vita nomadico ad uno stanziale, anche il rapporto con l’idea di possesso cominciò a mutare, senza per altro che ciò comportasse, sic et simpliciter, il passaggio ad una differente concezione di proprietà. La terra nel suo insieme continuava ad appartenere collettivamente al popolo riassunto nella persona del re, questi nella sua qualifica di primus inter pares, infatti, non godeva di benefici particolari rispetto agli altri duchi. Costui simboleggiava però l’unità dell’intera nazione, ed era lui a concedere in forma di beneficium parti di territorio ai propri duchi nella loro qualifica di capi clan e quindi in forza del ruolo militare che erano chiamati all’occorrenza ad esercitare. Il beneficiarius si impegnava, in cambio dell’usufrutto di cui diventava titolare, a garantire al sovrano assistenza militare e una condivisione dei proventi che derivavano dallo sfruttamento della terra. In tal modo si ponevano le basi del sistema fiscale-amministrativo feudale. Queste forme di fiscalità avevano un elemento di sostenibilità rispetto a quelle che caratterizzarono il tardo Impero romano a partire dall’introduzione della “iugatio capitatio”, dove il pagamento delle imposte era slegato dalla ricchezza prodotta e posto ad onere di ogni singolo individuo. A dare legittimità e diffusione al sistema del beneficium vi era comunque il suo ancoraggio ai fondamenti giuridici del diritto romano, in cui esso si definiva come uno speciale privilegio o favore accordato ad una persona per meriti o ragioni specifiche, la cui efficacia però era circoscritta nel tempo. Questa circostanza contribuì a favorirne la diffusio-

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ne anche nei monasteri e, attraverso questi, in tutto il continente. Il beneficium veniva a sua volta riprodotto all’interno di ogni ducato per garantire il sostentamento di ogni singolo clan familiare e quindi ad ogni arimanno. Era costui infatti alla base della struttura sociale alto-feudale, egli deteneva il privilegio di indossare armi e da qui il vincolo di poter essere in ogni momento chiamato alla difesa del duca e, più in generale, dell’intera nazione longobarda: ciò almeno in linea di principio. Appare importante precisare come il concetto di arimannia sopravviverà di molti secoli alla caduta del regno longobardo, al punto che esso ricorre frequentemente nei documenti del X-XII secolo, con precise declinazioni circa i privilegi e i doveri posti in capo a questo elemento cruciale della struttura feudale. Il vincolo arimanniale in definitiva, identificava un preciso legame tra un individuo ed un appezzamento fondiario, senza per altro che da ciò ne derivasse in forma esplicita un diritto di proprietà. Per comprendere fino in fondo l’importanza storico-sociale delle arimannie, basti ricordare come ancora nel XVIII secolo vi fossero regole in Friuli nelle quali gli arimanni, tali venivano ancora definiti, dovevano soggiacere a precisi vincoli: in primis al pagamento regolare di imposte di possesso a favore della comunità e, in caso di alienazione del fondo, questo doveva essere offerto preliminarmente agli altri componenti della Regola. Un ulteriore elemento che qualificava questo sistema di gestione del territorio era quello di prevenirne il frazionamento. In un’età caratterizzata da livelli estremamente bassi di resa dei fondi agricoli, il rischio di vederli frazionati attraverso i tradizionali meccanismi successori era particolarmente grave. In definitiva quindi questa gestione del territorio introdotta nell’Alto Medioevo aveva in nuce un triplice obiettivo: 1. garantirne il pieno godimento a favore dell’intera comunità; 2. prevenirne l’eccessivo frazionamento; 3. rendere solidi e stabili i legami tra i com432

ponenti dell’intero gruppo sociale, garantendone la struttura di governo attraverso l’istituto del beneficium e favorendo lo sviluppo di rapporti incrociati di natura pattizia. Questo sistema di gestione collettiva della terra aveva però anche numerosi limiti. In primo luogo era a vantaggio di un gruppo chiuso ed escludeva gli altri dalla partecipazione al beneficium. In secondo luogo si apriva la strada alla rinascita della servitù e di conseguenza alla conflittualità sociale in quanto, se l’élite dominante seguiva la propria vocazione militare, altri avevano il compito di lavorarne le terre in forma coatta. Inoltre il beneficium, riconfermato nel tempo, creava le premesse in coloro che lo detenevano, di ritenere quel bene progressivamente ed in ragione di interventi di miglioria, come un privilegio non più negoziabile. Quest’ultimo elemento andò acquisendo sempre maggior forza, mano a mano che il potere regio cominciò progressivamente ad indebolirsi, in un fenomeno che acquisirà dimensioni continentali dopo la morte di Carlo Magno. Questo lungo passaggio introduttivo ha avuto la funzione di creare una premessa ragionevole per articolare quello che è l’assunto espresso in premessa, e cioè che nello sviluppo di un’identità collettiva il contesto storico ed i caratteri di natura geografica rivestano un importanza determinante. Sotto questo profilo possiamo anticipare come il nostro territorio regionale abbia a lungo rappresentato in età medioevale ed oltre, uno straordinario crogiolo di differenti esperienze di governo del territorio, la cui natura necessità però di una contestualizzazione nell’alveo della straordinaria esperienza del Principato Vescovile di Trento. La crisi del Sacro Romano Impero carolingio risulta di fatto contestuale alla morte del suo stesso fondatore la cui principale responsabilità fu quella, beneficiato come fu di una lunga vita, di essere sopravvissuto ai propri figli. Non è questa la sede per dare evidenza


Nelle pagine seguenti: Un gruppo di emigrati predazzani.

dello straordinario ruolo innovatore avuto da Carlo Magno, basti ricordare che dopo aver eliminato uno dopo l’altro i suoi diretti avversari, partendo dal suo stesso fratello Carlomanno e passando poi a longobardi, bavaresi, burgundi, sassoni e altri, egli cercò di portare a rinascita un’esperienza di governo universale, benedetto dalla fede cristiana ed in grado di ripristinare i fasti di ciò che era stato l’Impero Romano. Il vuoto di potere che fece seguito al trattato di Verdun (843 d.C.) tra i suoi nipoti e che portò alla frantumazione della creazione imperiale carolingia, precipitò l’Europa in un secolo di caos, invasioni e scorrerie. Gli unici poteri che si preservarono, sebbene a patto di pesanti compromessi, furono quelli connessi alle gerarchie religiose, dove vescovi ed abati si assunsero il compito di governare porzioni di territorio sempre più estese. Conseguenza di ciò fu la consacrazione di questi ruoli della gerarchia ecclesiastica, partendo dallo stesso pontefice, al potere temporale e alla sua gestione, dando inizio ad una fase che ad oggi non risulta ancora del tutto superata. Nello stesso arco cronologico anche il sistema del beneficium finì per esaurirsi sostituito dal feodum, nel quale prevaleva la concezione di un possesso diretto sulla terra e di un forte dato di autonomia rispetto ad ogni autorità. Con la rinascita imperiale avvenuta nel 962 d.C. ad opera della dinastia di Sassonia, l’Europa appare frazionata, almeno nelle sue parti più significative, tra i potenti vescovadi nelle aree urbane, i grandi monasteri e la nobiltà feudale nel contado. Anche nei territori compresi tra le valli dell’Adige, dell’Isarco e dell’Inn questi tre poteri entrano in conflitto tra loro con gravi rischi per la stessa rinascita imperiale. Queste valli fin dai tempi della Claudia Augusta rappresentavano la via maestra attraverso le Alpi e, per un potere imperiale che cercava di imporre la propria legittimità dal Mare del Nord al Mediterraneo, la perdita del controllo sui passi alpini avrebbe rappresentato un ostacolo insormontabile.

In questo contesto l’Arcidiocesi di Trento altro non era che la trasposizione secolare di ciò che era stato il ducato longobardo. Un entità chiusa a Nord dal ducato di Baviera e a Sud dalla marca di Verona. Il potere dei vescovi aveva nella feudalità locale in apparenza un potenziale alleato, in realtà un mortale nemico, costantemente pronto a contendergli legittimità e porzioni di territorio. Questa nascente nobiltà, priva com’era di altra legittimazione, ricercava nella spada la consacrazione del proprio potere attraverso l’occupazione sistematica di porzioni di territorio, l’usurpazione dei diritti delle popolazioni locali, e le continue guerre intestine, volte a definirne una gerarchia di forze al proprio interno. Testimonianza di ciò gli innumerevoli fortilizi che a partire dal X secolo cominciarono a sorgere nei luoghi strategici, in particolare allo sbocco delle valli. Queste strutture militari ci testimoniano una stagione di ferocia e di sopraffazione e portano con se i nomi ancor oggi evocativi delle famiglie che li fecero edificare: Flavon, Eppan, Greifestein, Tirol, Enn, Spaur, Vanga, Welsperg, Castelbarco, Cles e altri i quali dopo essersi impossessati spesso con sanguinose guerre dei territori più appetibili, cominciarono a rivolgere la propria attenzione anche agli ambiti più periferici, comprendendo tra questi la Valle di Fiemme. Il nuovo potere imperiale si trovava quindi a dover contendere la propria legittimazione ad una nobiltà feudale recalcitrante e non più disposta a riconsiderare la legittimità nel possesso delle terre, ed un potere religioso che non di rado si identificava nei figli cadetti delle stesse famiglie. Alla fine la soluzione fu brillantemente trovata nel 1027 da Corrado II di Franconia che investendo il vescovo di Trento del rango di principe imperiale (lo stesso avverrà l’anno successivo per quello di Bressanone), gli conferiva l’autorità per ripristinare il proprio dominio sulle terre della diocesi e garantendosene attraverso la diretta investitura la futura fedeltà, impossibilitato il presule a vantare legittimamente una propria successione. Questa

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diretta investitura sui vescovi dei principati e delle contee imperiali, poneva però le premesse di un prossimo conflitto con il papato avendone usurpato l’imperatore le prerogative nelle investiture vescovili. A Corrado II, vero rifondatore del Sacro Romano Impero, va inoltre ricondotto il merito di aver tentato anche di disciplinare il rapporto con la feudalità, negoziando il possesso del feudo con il riconoscimento della Lex salica come limite nella trasmissione dello stesso per via ereditaria. Anche in questo caso il Diritto salico esprimeva una chiara derivazione dal diritto germanico e contribuirà a quello sviluppo indentitario comune a molte comunità alpine, partendo dall’istituto del maso chiuso. La Lex Salica infatti non solo conteneva un vero e proprio codice di diritto penale dai caratteri fortemente innovatori, ma soprattutto stabiliva il principio per il quale le figlie non potevano ereditare ne gestire le terre saliche, ossia quelle concesse dai sovrani. Quindi il feudo sarebbe tornato nella disponibilità del sovrano in caso di mancanza di legittimi eredi maschi. Il fatto che molte Regole abbiano all’origine del proprio statuto una rigida previsione delle modalità successorie e di governo escludenti la componente femminile, poggia quindi su una disciplina giuridica particolarmente radicata nel Medioevo e non semplicemente su forme di pregiudizio. Il nuovo potere vescovile, creando le premesse storiche per una forte autonomia e specialità trentina, divenne a sua volta prodromico alla nascita di ulteriori esperienze di governo del territorio, caratterizzate da forti margini di autonomia. Nella loro plurisecolare contesa volta a conservare le proprie prerogative ed i propri possedimenti, i principi vescovi furono costretti ad accettare mediazioni con i poteri feudali ed anche con le popolazioni più periferiche, le quali barattarono in cambio di una regolare fiscalità e di alcune prerogative di carattere giudiziario, il mantenimento di una significativa autonomia amministrativa e di una propria specifica identità. Questo tema però, per quan436

to affascinante, rischierebbe di trasportarci verso altri lidi suggestivi, ma troppo remoti rispetto al tema ed alla pazienza dei lettori della quale ritengo di aver già abusato.

Una storia comune di diritti, doveri e tanta fatica

In queste prime pagine ho provato a tracciare un sommario perimetro che mi permettesse di collocare i successivi elementi narrativi in un contesto meno friabile. In primo luogo ho cercato di fornire un quadro teorico minimo, attorno al tema dello sviluppo di un’identità collettiva tra i componenti di un determinato gruppo sociale. Quindi mi è parso doveroso creare un dato di contesto che mi concedesse di argomentare su come il monte Feudo o Vardabio che dir si voglia, non rappresentasse una realtà territoriale particolarmente appetibile, ne da un punto di vista paesaggistico ne economico. Ho cercato inoltre di evidenziare come i principi che hanno retto la stesura della Regola, ispirati alla tutela di un bene come patrimonio comune ad un gruppo non abbiano in se, rapportandoli al periodo, elementi di eccezionalità, ma rientrino in una tipologia di accordi di natura pattizia piuttosto frequenti nella tradizione medioevale. Al fine di procedere in maniera più efficace, ritengo però opportuno tornare per poche righe al contesto geografico, contestualizzandolo ad un arco cronologico compreso tra il XII secolo, ossia la nascita della Comunità di Fiemme e il XIII, quindi il momento nel quale si ha evidenza documentale della presenza continuativa di abitanti nelle pertinenze del monte Vardabio. La natura geo politica di Predazzo all’epoca era caratterizzata dall’essere crocevia di tre forti poteri territoriali ecclesiastici: i principati vescovili di Trento, Bressanone e Feltre, quest’ultima contea vescovile fino agli inizi del ‘400 e poi terra di San Marco. Proprio questa natura di crocevia esponeva i primi abitanti della nostra comunità a continui contenziosi. Il Làtemar segnava la linea di confine non solo con il vescovado di Bressanone, ma con

la Lex Salica stabiliva il principio per il quale le figlie non potevano ereditare né amministrare le terre concesse con beneficium


Il Latemar crocevia tra i principati di Trento e Bressanone.

quel mondo germanico la cui feudalità aveva cercato di usurpare in quegli anni le prerogative dei nostri avi sulle terre dell’Avisio. Gli Enn, gli Eppan ed infine i Tirol avevano approfittato della ciclica debolezza vescovile ed esorbitando nei poteri che gli derivavano dalla funzione avvocatizia, avevano cercato a più riprese di infeudare la valle tra l’XI e il XIV secolo, obbligando le autorità comunitarie a lunghe trattative quando non a dolore concessioni. Anche la Val di Fassa si poneva sotto l’autorità di Bressanone ma, in questo caso, la linea di demarcazione era meno decifrabile ed i contrasti, per quanto ci consta, non così evidenti. Non va dimenticata inoltre la piccola enclave del Forno, estranea a dispetto delle istanze dei suoi abitanti alla Comunità di Fiemme, popolata come ci ricorda il toponimo da Canopi, dediti forse all’estrazione del ferro dalla Val de Tóac’, come ipotizzerebbero alcuni labili residui di memoria popolare, o piuttosto del prezioso rame della Bedovina. Tutto ciò resta però avvolto nelle ombre della storia, reputo quindi

opportuno rinviare l’approfondimento del tema alla maggior autorità del dott. Elio Dellantonio. Resta però evidenza documentale della conflittualità latente nel tempo con i “fornati” da parte dei vicini della Regola, nella loro costante difesa del patrimonio feudale. La valle del Travignolo presentava poi ulteriori elementi di complessità; in quest’area di pregio sia sotto il profilo silvo pastorale che minerario e con insediamenti al Fiampelan risalenti all’età preistorica, si erano concentrate le mire dei poteri comitali i cui privilegi si estendevano sulle Carigole e Fortebuso, del vescovo di Feltre a supporto delle rivendicazioni degli abitanti del Primiero, e dei diversi quartieri della Comunità che invocavano a rotazione titolo allo sfalcio del Monte del fieno (Bellamonte). Infine, a restringere ancora di più lo spazio vitale ai nostri primi avi, il fatto che lo sfruttamento di Imàna e della Malgola fosse ad appannaggio della regola di Tesero. In ragione di quanto sin qui esposto, ed

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esprimendo in questa sede un ringraziamento al prezioso lavoro di ricerca documentale del dott. Rodolfo Taiani e del prof. Italo Giordani, possiamo convenire su come agli abitanti di Predazzo non restasse altro che difendere strenuamente i pochi beni nella loro disponibilità, cercando allo stesso tempo di percorrere le vie del diritto per vedersi riconosciuto qualche privilegio accessorio. Per meglio comprendere le condizioni di estrema difficoltà a cui questi primi nuclei familiari erano sottoposti vi è da registrare come nel 1318, quando Predazzo assieme a Moena e Daiano divennero il quarto quartiere della Comunità, l’intervento finanziario dei primi tre al fine di salvare dall’indigenza la comunità predazzana. A darci ulteriore traccia di questa marginalità vi è il Vanzetta il quale ci rammenta di come Predazzo, fino al XVII secolo, non abbia potuto esprimere un proprio “Regolano di comun”, e di come a lungo abbia dovuto dipendere nella cura delle anime dalla curazia di Moena. La comunità di Predazzo si collocava inoltre in una condizione di particolare isolamento geografico, pensiamo infatti come nel XIII secolo, fatta esclusione probabilmente per alcuni masi sparsi, le poche case del paese fossero distanti oltre una mezza giornata dagli abitati di Moena e di Tesero, in quanto le ville di Panchià e Ziano ancora non esistevano. A rendere dette condizioni di isolamento ancora più evidenti, il fatto che questi sentieri, affrontabili al più su un carro, procedevano attraverso zone buie ed impervie, percorsi che la neve o la prima “brentana” potevano rendere insidiosi quando non a lungo intransitabili. Strade che ti esponevano a cattivi incontri coni uomini e bestie e che solo di giorno, e con la buona stagione, potevano essere affrontate con una certa serenità. Eppure, questi tratturi erano stati tradizionalmente percorsi per secoli per il lavoro dei campi o per la transumanza. Non dimentichiamoci infatti come le greggi di Fiemme svernassero in Valle dell’Adige, raggiungendo la Bassa Tesina attraverso Trodena e le sue impervie vallate. Il tracciato poi 438

verso la piana di Pradassis non era nuovo per gli abitanti di Tesero, che certamente un ruolo assieme a quelli di Moena ebbero nella fondazione del nuovo abitato. La via verso Nord, ossia verso i prati di Imàna e della Malgola, si può ipotizzare che scendesse dalla chiesa di San Eliseo a Tesero verso il Sorasass e da qui procedesse verso i piani del Saltogio, dove numerose sono le tracce che testimoniano di un intensa ed antica attività agricola. Da qui e tenendo alla propria destra l’Avisio, si risaliva verso il col di Valaverta o com’era detto del “Roco”, tenendosi sempre in leggera quota rispetto al letto del fiume e poi a declinare fino al bosco del Gac’, dove immagino la via si biforcasse. A questo punto questa procedeva, con ogni evidenza, verso sinistra lungo i fianchi delle Coste, verso il Fól e quel tracciato che ancor oggi porta le denominazione di “strada vècia”; mentre piegando a destra dopo un guado prima e un ponte di legno poi, si inoltrava attraverso i prati acquitrinosi di Imàna, e da qui su verso i piani del Lóze e i prati della Malgola. Un tracciato che procedeva bordeggiando prati, campi e boschi, ma sempre a rispettosa distanza dal fiume. Un ulteriore elemento di indagine per meglio comprendere le dinamiche interne alla comunità di Predazzo è quella concernente la provenienza delle prime famiglie di coloni. Anche in questo caso però ci si può muovere unicamente sul suggestivo terreno delle supposizioni. Dando atto che i cognomi nel libro matricola della Regola siano quelli di coloro che materialmente hanno fondato la comunità, si tratterebbe ora di supporne la provenienza e le motivazioni che li spinsero ad abbandonare la propria comunità in questa migrazione attraverso la valle. Come già espresso in precedenza, l’arco cronologico in oggetto ed in particolare il XII/XIII secolo, rappresentano un momento di diffusa espansione demografica. In un territorio avaro di risorse agricole ciò comportava la ricerca di nuove aree da aprire alle attività produttive. Questi processi di gemmazione a partire dalle comunità principali, sono un

agli abitanti di Predazzo non restava altro che difendere strenuamente i pochi beni nella loro disponibilità, cercando allo stesso tempo di percorrere le vie del diritto per vedersi riconosciuto qualche privilegio accessorio


negli undici anni del regno di Federico Vanga, Trento e tutto il territorio provinciale vennero coinvolti in una stagione di profonde trasformazioni

fenomeno tradizionale che in Valle di Fiemme, come in tanti altri contesti, ha portato alla nascita delle “ville” che, nel volgare medioevale comune, identificavano un piccolo centro abitato in prossimità di uno più grande e dal quale avevano tratto origine. In quest’arco cronologico sono in atto però anche altre spinte demografiche che si caratterizzano attraverso massicci spostamenti, anche a livello transalpino, e che meritano almeno una rapida citazione. Nel 1207 viene eletto Principe vescovo in Trento Friedrich von Wangen, o se lo si preferisce Federico Vanga. Negli undici anni del suo regno, Trento e tutto il territorio provinciale, verranno coinvolti in una stagione di profonda trasformazione che ha lasciato traccia di se in numerosi contesti, al punto da farlo stimare come uno dei più celebrati presuli a reggere la diocesi tridentina. Tra gli elementi di maggior rilevanza nel suo governo, va annoverato l’inizio dello sfruttamento sistematico delle miniere d’argento del Calisio. Oltre a normare le attività estrattive, egli fece giungere canopi da tutto l’arco alpino e prevalentemente dal mondo germanico. A questo proposito e seguendone le tracce come fatto da Fiorenzo De Gasperi, ritroviamo il nucleo centrale di questa migrazione nella valle che ancora oggi porta il nomignolo attribuito a queste genti: “Mocheni”. Costoro però, alla costante ricerca di metalli, giunsero ad attraversare tutta la catena del Lagorai, spingendosi sino in Caoria e nel Primiero. Mi risulta difficile quindi immaginare come non vi siano stati contatti anche con la Comunità di Fiemme dove, come detto in precedenza per il Forno ma vorrei ipotizzarlo anche per Predazzo, proprio nel periodo a cavallo tra il XIII e il XIV secolo dovevano esserci necessariamente attività di carattere estrattivo di una certa importanza, altrimenti come potremmo concepire che il quartiere di Predazzo e Moena fosse chiamato a conferire parte delle imposte in buoni ferri da cavallo. Voglio ribadirlo, in questo momento mi sto muovendo nel campo delle ipotesi, o per meglio dire delle suggestioni,

ma in tutto questo percorso analitico ritengo che possano essere individuati elementi di verosimiglianza. Non possiamo inoltre ignorare come gli spostamenti per quanto difficoltosi da e per la valle, fossero tutt’altro che episodici e legati non solo alla transumanza, ma alle visite periodiche dei vicari vescovili o a quelle dei mercanti in occasione delle fiere, di “clomeri”, guaritori, e all’occorrenza lestofanti. Ciò che mi piace immaginare è come questa terra povera ma libera, potesse attrarre anche coloro che più non tolleravano la propria condizione servile. In conclusione vorrei riconoscere di non essere mai stato particolarmente suggestionato dall’araldica e nemmeno dalla ricostruzione, spesso improbabile, di genealogie che frequentemente si concludono con la scoperta di ascendenti con quarti di nobiltà. Per cui, pur avendo avuto contatti con chi ricercava le origini del cognome Felicetti a Venezia o nei Felitzeter dell’Algovia non ho purtroppo approfondito il tema. Quindi non intendo nemmeno pormi l’interrogativo se di Felicetti ve ne siano stati prima a Predazzo o a Moena, così come si potrebbe argomentare anche per molti altri cognomi ascrivibili ai primi Vicini. Di questo stato di cose potrebbe essermi a sua volta testimone anche il Regolano Guido Dezulian, il quale, con pazienza ha cercato di ricostruire con ricerca archivistica, gli emblemi delle famiglie originarie. Dobbiamo quindi ammettere come anche l’analisi dei cognomi non possa aiutarci più di tanto a fare chiarezza definitiva sulla provenienza delle famiglie primigenie, non sono cognomi di nobili facili da tracciare, non portano con se scudi araldici rintracciabili nelle cappelle gentilizie ne sui cenotafi; sono cognomi di povera gente dalla quale con fierezza e gratitudine ci sentiamo comunque di discendere. Quello che ragionevolmente possiamo quindi affermare è che le prime famiglie che mossero verso il monte Vardabio sapevano di trovarvi masi o altre strutture abitative e che queste erano già in uso probabilmente nei mesi estivi per le attività agricole, quindi

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non è improbabile ipotizzare che si sia trattato di una trasformazione progressiva da insediamenti stagionali a permanenti. D’altro canto, come abbiamo detto, insediamenti sul Vardabio ve ne erano stati anche con ogni probabilità in età longobarda. Possiamo inoltre aggiungere che la maggioranza di questi primi coloni non potevano provenire che dagli altri quartieri della comunità, altrimenti non avrebbero avuto diritto di insediarsi in quest’area e soprattutto di ottenere di li a poco, il riconoscimento di quartiere della Comunità. Quindi coloro che giunsero a popolare stabilmente il Vardabio erano figli, fratelli, familiari di altri Vicini della Comunità di Fiemme alla ricerca di una propria opportunità, se non addirittura sollecitati ad abbandonare i propri fuochi d’origine in conseguenza della eccessiva pressione demografica. Allo stesso tempo, però, non vi sono evidenze che questa sia stata l’origine comune a tutte le prime famiglie ma, come detto, ciò è destinato a rimanere materia di supposizioni.

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Essenziali note economiche

Le attività silvo-pastorali restano, per utilizzare un ricorrente inglesismo, il core business della Regola Feudale, anche se va detto come in questi anni lo sfruttamento turistico e commerciale dell’area ne abbiano parzialmente alterato la vocazione. L’assunto conclusivo di queste pagine muove proprio dalla centralità che queste attività economiche hanno avuto nel corso dei secoli sul monte Vardabio. Le attività silvo-pastorali sono tra quelle che maggiormente si prestano a sviluppare particolari forme di collaborazione che, con l’andare del tempo, finiscono per originare propri elementi identitari e simbolici. Anche in questo caso mi necessità però preliminarmente una breve memoria storica. Tra il 1524 ed il 1526 l’intero territorio compreso tra il Danubio e l’arco alpino fu coinvolto in una delle più formidabili e tragiche esperienze di insurrezioni contadine della storia. Questo episodio, che va sotto il nome di Bauernkrieg, coinvolse appieno le terre del Tirolo che ne furono addirittu-

coloro che giunsero a popolare stabilmente il Vardabio erano figli, fratelli, familiari di altri Vicini della Comunità di Fiemme alla ricerca di una propria opportunità

Un’immagine delle “Guerre rustiche”, insurrezioni che si concentravano in Tirolo nelle aree a più alta presenza feudale.


ra l’epicentro, grazie in particolare all’opera del brissinense Michael Gaismair, il quale teorizzava la creazione di una Repubblica tirolese le cui forme di rappresentanza e di gestione dei beni comuni, avrebbero dovuto essere assai simili a quelle codificate dagli statuti della Magnifica Comunità. Orbene, questa insurrezione conobbe ampia diffusione anche nel Principato di Trento, costringendo il Principe Bernardo Clesio a fuggire precipitosamente dalla città. Queste insurrezioni che in Trentino hanno preso il nome di “Guerre rustiche” ebbero il proprio epicentro nella Valsugana, nel Primiero, nell’Anaunia e più in generale nelle aree a più alta presenza feudale. I territori di Fiemme, invece, vennero solo marginalmente toccati dall’insurrezione, con il Gaismair che, in fuga dalla Valle dell’Inn con ciò che restava dell’esercito ribelle, per raggiungere le terre di Venezia nell’Agordino, giunse a valicare i passi dell’alta Valle di Fassa. Le ragioni che avevano prodotto una sollevazione così drammatica che, secondo le stime, costò la vita ad oltre centomila contadini, erano da ricercarsi non solo nella crescente pressione fiscale esercitata dai nuovi soggetti statali, ma soprattutto dalla progressiva soppressione dei secolari diritti d’uso civico, eredità come già detto della tradizione giuridico amministrativa medioevale. I diritti sulle foreste, sui corsi d’acqua, la pesca e la caccia di piccole prede, il pascolo sopra una determinata quota, le piccole attività estrattive a livello familiare, avevano rappresentato nel loro insieme la salvezza per i popoli delle montagne, ora la loro soppressione rappresentava la fine di un mondo intero che era sopravvissuto in questo precario equilibrio per numerosi secoli. Il fenomeno fu particolarmente cruento e subitaneo nelle terre del Tirolo nelle quali, l’imperatore Massimiliano prima e quindi i suoi nipoti Ferdinando e Carlo, al fine di finanziare le loro continue guerre, cedettero ai grandi banchieri bavaresi il diritto di sfruttamento su miniere, boschi, pascoli; trasformando gli uomini liberi che qui vivevano da

generazioni in servi. La perdita dei diritti di sfruttamento su boschi e pascoli rappresentò per molte comunità un colpo mortale, non si trattava soltanto della soppressione di un diritto che garantiva fonti di sussistenza insostituibili, ma con la revoca a godere dei frutti di quella terra veniva meno il rapporto stesso con un territorio che era stato curato e gestito con parsimonia e che ora diventava oggetto di uno sfruttamento brutale. Quindi al danno economico si andò ad aggiungere la perdita di un patrimonio culturale e sociale che determinò la cancellazione dell’identità di intere comunità nella valle dell’Inn e, più in generale, su gran parte dell’arco alpino centrale. Per esemplificare il fenomeno basti pensare che il bisogno d’argento da conio degli Asburgo, spinse gli imprenditori bavaresi a deforestare ampie aree del Tirolo, per rifornire con enormi quantità di carbone le miniere di Schwatz. Possiamo ora in una certa misura comprendere la rabbia disperata di coloro che si ritrovarono usurpati di ciò che per secoli avevano considerato come un sacro ed inalienabile diritto e, cosa altrettanto drammatica, di veder distrutto in pochi anni ciò che per generazioni era stato oggetto di meticolosa cura e costante difesa. Questo excursus vuole non solo permetterci di comprendere lo stravolgimento che colpì tra il XVI e il XVII secolo il mondo rurale ed in particolare le genti di montagna ma, al contempo, di inquadrare meglio il tema delle Regole e delle libere Comunità. Queste mentre nel medioevo erano state una costante e diffusa presenza, ora nel mondo moderno apparivano come relitti amministrativi circoscritti alle aree più periferiche, comprese in prevalenza tra Carnia, Cadore e Trentino orientale. La valle di Fiemme era destinata quindi a rappresentare un’eccezione nel panorama del cinquecento in funzione dell’aver saputo preservare una propria autonomia gestionale e di governo forse, come si disse all’epoca, in ragione della propria fedeltà al

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Principe. In questo contesto straordinario, quindi, acquista storicamente un significato ancora più rilevante la nascita della Regola Feudale in una stagione in cui queste organizzazioni sociali erano guardate con sospetto e contrastate. Questa nascita, perfettamente descritta in altri contributi, portava con se in termini identitari si una tradizione plurisecolare ma quasi anacronistica oramai in quel contesto storico. Un processo d’istituzionalizzazione che non si prestava soltanto ad incontrare potenzialmente l’avversione dei poteri costituiti, ma come abbiamo detto, a doversi confrontare con il pregiudizio della stessa Comunità di Fiemme che rivendicava i propri diritti sul Vardabio, e con l’ostilità di una certa parte della stessa comunità predazzana, nel frattempo sensibilmente cresciuta, che si sentiva esclusa dal godimento di un bene così prezioso. Il diritto di sfruttamento collettivo su boschi e territori di montagna ha trovato origine da una dimensione antropica ancora oggi di assoluta evidenza, quella volta ad evitare lo spopolamento delle aree più periferiche ed in particolare quelle in alta montagna. Dai boschi si ricavavano legna e fascine da ardere, materiali da costruzione, carbone per le miniere, pece per le imbarcazioni, resina, miele, carne e pellicce, insomma una quantità di prodotti che potevano garantire la sopravvivenza di intere comunità. Lo sfruttamento dei boschi richiedeva un elevato contributo in termini di capitale umano, i lavori di abbattimento, esbosco, per essere efficaci, necessitavano del supporto dell’intera comunità. Pensiamo alla realizzazione di infrastrutture al servizio di queste attività come le “cave de le bóre”, le quali richiedevano un enorme sforzo lavorativo di costruzione che proseguiva nelle opere di costante manutenzione. Il bosco poi, se diviso in piccoli appezzamenti, avrebbe infine cessato di esistere laddove ognuno avesse avuto la pretesa di abbattere le piante di propria spettanza, mentre lo stesso bene, se gestito collettiva442

mente e con parsimonia, poteva e potremmo dire può, a tutt’oggi, rappresentare un bene inesauribile. Considerazioni analoghe possono valere per la pastorizia, in una comunità di piccoli proprietari. Una gestione individuale del pascolo avrebbe comportato la sua parcellizzazione e progressivo depauperamento, oltre ad una diseconomia nella gestione delle risorse lavorative, laddove ciascuno avrebbe finito per pascolare i propri pochi capi. Questa attività si rivelerebbe invece virtuosa applicando i principi che già sono stati introdotti trattando dei popoli nomadi, con una gestione comune dei pascoli, della stagionale transumanza e nella specializzazione di pochi a svolgere un’attività lavorativa a vantaggio dell’intera comunità. Il ragionamento potrebbe essere infine esteso ad altre forme di economia connesse all’ambito boschivo, ad esempio per la produzione di carbone come anche alle stesse attività estrattive. L’alternativa a queste forme di gestione tradizionale che garantivano il sostentamento ad ampi gruppi sociali, venne imposta in maniera massiva invece a partire dal cinquecento, trasferendo lo sfruttamento delle risorse della montagna a banchieri imprenditori i quali si avvalevano come manodopera di coloro che fino a quel momento erano stati padroni e che ora, per sopravvivere, dovevano accettare la condizione di salariati. Questo sfruttamento brutale inoltre, creava le premesse per il progressivo abbandono di intere aree che, sfruttate fino all’ultima stilla, erano lasciate distrutte ed oramai improduttive. Molte “regole” presenti nel territorio tirolese vennero quindi all’epoca cancellate o pesantemente ridefinite in un fenomeno destinato a protrarsi nel tempo, perché non solo i potenti di turno non tollerano in genere di vedersi sfuggire alcuna ricchezza da destinare alle proprie imprese o comunque al proprio vantaggio, ma ancora più forte è la loro repulsione nei confronti di liberi individui che vivono con le proprie leggi sulla libera terra.

lo sfruttamento dei boschi richiedeva un elevato contributo in termini di capitale umano, i lavori di abbattimento, esbosco, per essere efficaci, necessitavano del supporto dell’intera comunità


confrontarsi con la Regola Feudale è una sfida culturale con una organizzazione più volte modificata nel corso dei secoli

Un’eredità straordinaria

Nella natura delle organizzazioni sociali vi è l’esigenza di adeguarsi ai cambiamenti in atto nella società nella quale si collocano, detto processo acquista carattere di necessità nel caso in cui l’ambito operativo dell’organizzazione venga meno o quando i suoi scopi non vengono più percepiti come funzionali dalle sue componenti. Quindi un’organizzazione sociale continua ad esistere, almeno in forma operativa, sin tanto che la sua attività viene giudicata dai suoi partecipanti come utile, oppure sino a che organizzazioni sociali gerarchicamente superiori non intervengano a limitarne o a addirittura a precluderne l’azione. Confrontarci con la Regola Feudale, così come stiamo facendo, rappresenta una sfida culturale dovendo rapportarci con un organizzazione che nel corso dei secoli si è più volte modificata, dovendosi confrontare con poteri gerarchicamente superiori che ne hanno messo spesso in discussione la stessa sopravvivenza e come solo in conseguenza della strenua lotta operata da alcuni vicini particolarmente tenaci, essa possa ancora, a oltre settecento anni dalla nascita, rappresentare un modello di longevità e salute. Al fine di comprendere i punti di forza e gli inevitabili elementi di debolezza che hanno caratterizzato la storia della Regola e che potrebbero condizionarne il futuro, risulta necessario produrre alcune considerazioni. In queste pagine ho cercato di argomentare come la comunità di Predazzo si sia sviluppata ed a lungo identificata nel monte Vardabio, dalla cui gestione nacquero quelle forme organizzative che permisero a quelle poche decine di famiglie di sopravvivere a quegli anni così bui che comprendiamo tra il XIII e il XIV secolo. L’equivalenza quindi tra comunità di Vardabe e di Pradassis mi appare di tutta evidenza. Mentre però la prima era caratterizzata da una struttura sociale chiusa ed autoconservativa, la seconda mantenne un profilo aperto a nuovi ingressi. Il dato antropico ci dice di come la comunità di Predazzo si sia evoluta demograficamen-

te nel tempo, rendendo i vicini una componente della sua popolazione oramai minoritaria, e di come questa tendenza, in ragione proprio dei caratteristici meccanismi inclusivi alla Regola, sia destinata nel corso del tempo ad accentuarsi. In questa prospettiva possiamo cogliere elementi tra loro distonici, in quanto, all’interno di una stessa comunità vi è un organizzazione che suscita in una sua componente un significativo elemento identitario, mentre risulta estranea alla restante parte. A questo proposito ricordo un anziano vicino che dialogando con mio padre soleva ripetere di come egli si sentisse due volte predazzano, in ragione della specialità che gli derivava dal proprio diritto di vicinia. Questo elemento necessita ancora di un’ulteriore declinazione in quanto, a mio giudizio, è proprio su questo terreno che si gioca con maggior forza, la stabilità e il futuro della Regola. Il diritto di vicinia, come ben sappiamo e come scaturisce dalla tradizione medioevale e dalla Lex Salica, si acquisisce in conseguenza di un evento tragico quale la morte del proprio padre, da questo punto di vista non c’è nessuno che abbia fretta di acquisirlo ma, allo stesso tempo, quando ciò inevitabilmente avviene, questo rapporto genera un legame profondo, quasi organico. Quando pensavo a come avrei organizzato questo contributo, ho in primo luogo voluto riflettere sul mio rapporto con il ruolo di vicino, da poco acquisito, e questo se da un lato ha rinnovato in me il dolore per la perdita del Papà mi ha anche fatto percepire come da questo rapporto sociale nascessero forti legami ed un rapporto identiario che intimamente mi legava alla Regola, traendo origine proprio da un vincolo familiare. Il fatto di appartenere ad una delle famiglie fondatrici la Regola e più in generale della nostra comunità rappresenta, che lo si voglia o meno, un legame formidabile con questo territorio, con la sua storia e con le sue tradizioni. A questo proposito mi scopro a sorridere pensando a come i lord inglesi in-

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dichino, in riferimento alla propria magione o castello, il fatto di aver acquisito un diritto su quella terra, in ragione del fatto di avervi risieduto rispettivamente da prima o dopo la Guerra delle due Rose, quindi da poco più di cinque secoli. Ebbene anche noi, guardando il Feudo, potremmo sentirci al bisogno come altrettanti lord, in quanto i nostri diritti su questa terra li possiamo retrodatare ad oltre sette secoli. Al di la di queste facezie, ritengo che proprio nella consapevolezza di questo plurisecolare legame che ci riconduce ai nostri padri, nonni, avi dei quali magari non abbiamo consapevolezza ne del nome o del volto, risieda il nostro straordinario elemento identitario che, a nostra volta, trasmetteremo ai nostri figli. In seconda istanza abbiamo a fianco alla nostra identità familiare, quella che ci deriva dalla natura stessa della vicinia, quindi di sentirci eredi di un capitolo tanto straordinario della storia, non solo di quella della nostra comunità ma, in una prospettiva glocalistica, di una dimensione

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culturale alpina ed europea. Muovendo ora proprio verso una prospettiva culturale possiamo affermare, come già esplicitato in precedenza, come la Regola porti con se un patrimonio profondo di simboli, tradizioni ma soprattutto azioni concrete. In linea di principio potremmo affermare come un’organizzazione sociale non possa vivere solo di riti e tradizioni, ma anche di come allo stesso tempo non possa prescinderne. Ebbene, al di la dei miti che hanno accompagnato la nascita della Regola e per i quali rinvio ad altri contributi, essa ha nel proprio genoma alcune prerogative che la rendono ancora di stretta attualità. In primo luogo muoverei dalla cultura del territorio, dai principi legati alla sua tutela ed al rispetto dell’ambiente come valore assoluto. Mi duole dire come su questo frangente non sempre il comportamento di coloro che sono stati chiamati al governo di questo Regola sia stato in sintonia con questo principio, ma è in particolare su que-

L’identità della famiglia legata alla natura della vicinìa.


la cultura della partecipazione, come elemento fondante la nostra comune identità, nella consapevolezza di dover contribuire al progresso della comunità nel suo insieme

sto tema che ci si giocherà nei confronti, in particolare delle prossime generazioni, una buona fetta di credibilità. La cultura della partecipazione rappresenta un altro elemento fondante la nostra comune identità; in ciò ritengo non vi sia semplicemente la disponibilità a ricoprire cariche istituzionali ma, in maniera più ampia, la consapevolezza di dover contribuire nel limite delle capacità di ciascuno, al progresso della comunità nel suo insieme, alla qualità della vita, al rispetto delle tradizioni e soprattutto a preservare questo capitale sociale a vantaggio delle future generazioni. A ciò si connette anche l’aspetto della tutela dei diritti, un elemento sul quale i vicini si sono duramente spesi, anche e soprattutto in un recente passato. Ora bisogna riconoscere come in ciò sia presente un forte elemento di rischio, quello cioè di ritenere tutto come un personale privilegio, un diritto acquisito del quale beneficiare ad ogni San Martino. Ebbene se questa idea dovesse diffondersi, allora gli sforzi di coloro che ci hanno preceduto risulterebbero inutili così come la sopravvivenza della Regola stessa. Ciò non implica necessariamente dover tornare a difendere i nostri diritti con le forche sui pendii del Vardabio e nemmeno forse nelle aule dei tribunali, ciò significa operare costantemente al fine di difenderne e tramandarne correttamente i valori. In terza istanza mi soffermerei su un dato di carattere economico che come detto, non può ridursi alla mera questione delle regalie. Il vero lascito in questo caso della Regola, è quello di aver garantito un meccanismo di sostentamento alla popolazione incentrato sul lavoro e sullo sfruttamento del territorio secondo criteri di piena sostenibilità e solidarietà. Questi valori vanno ricercati inoltre nella natura di un gruppo isolato, destinato per sopravvivere all’autosufficienza, ed in cui la collaborazione da parte di ciascuno era cruciale alla sopravvivenza di tutti. In questa sede vorrei ricordare come anche dallo

sviluppo di questo straordinario capitale sociale, sarebbero nate oltre un secolo fa quelle esperienze di tipo cooperativistico che hanno connotano l’economia del Trentino e con esso del nostro paese, esperienze che rappresentano ancora oggi un valido ed ineguagliato esempio. Il lavoro dei boschi come premesso, si prestava assai a creare una predisposizione alla collaborazione su base paritaria, in particolare in una società vincolata ad uno stile di vita autarchico, nella quale ciascuno era chiamato all’occorrenza a farsi contadino, pastore, carpentiere, boscaiolo e altro. Una cultura del lavoro votata al reciproco sostegno ed al mutuo aiuto, valori che ritroviamo poi come fondanti proprio il principio delle regalie per le quali gli eventuali residui, venivano socializzati senza alcuna distinzione o privilegio di ruolo. Non è lontano il tempo in cui numerose famiglie attendevano proprio San Martino per poter saldare i debiti o per realizzare qualche piccola spesa. In una società improntata all’autosostentamento anche quei pochi soldi rappresentavano una risorsa spesso vitale, la sottile linea tra una dignitosa povertà e una cupa indigenza. In conclusione mi resta un elemento di suggestione che lega in me l’immagine paterna a quella del Feudo. Immagine simbolica di un padre Feudo fatto all’antica, dal profilo severo, dalle mani ruvide e dal volto segnato dalla fatica. Un padre che consapevole della durezza della vita non ha inteso crescerti nell’abbondanza, perché non poteva dartene; non ti ha donato ricchezze perché non ne possedeva. Un padre che ti ha educato ai valori della vita e ad affrontare le difficoltà, rendendoti consapevole che per raggiungere ciò che vale, ossia ciò che desideriamo veramente, bisogna affrontare prima ripide salite e di come solo in cima troveremo l’acqua buona per dissetarci. Un padre il cui messaggio simbolico continua a rinnovare un sentimento di affetto e di gratitudine per quanto nei suoi lunghi anni esso ci ha saputo dare.

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CAPITOLO XX

La Regola Feudale oggi Guido Dezulian


Amministrazione e programmi

La Regola Feudale oggi La Regola Feudale gestisce oggi circa 2.750 ettari di territorio, diviso in patrimonio antico indisponibile e patrimonio disponibile come indicato nella cartografia allegata allo statuto in vigore, adottato dall’assemblea straordinaria del 2007. Se nel passato la proprietà e l’uso collettivo delle risorse forestali e pascolive hanno rappresentato fonte essenziale di sopravvivenza per gli aventi diritto, oggi rappresentano sostanzialmente un diritto di appartenenza, di partecipazione al bene comune e libertà di autogoverno conservativo e produttivo da trasmettere ai figli. Le antiche attività primarie quali il taglio e vendita del legname e la selvicoltura naturalistica del patrimonio forestale del bosco, l’affitto del patrimonio agricolo, delle malghe e dei pascoli e le nuove attività tra cui le locazioni del patrimonio immobiliare e la concessione impianti e piste da sci alla società Latemar 2200, concorrono all’avanzo annuale di gestione che consente oltre alla distribuzione di una regalia (€ 140 a Vicino nel 2014), di realizzare un utile di esercizio di circa € 100.000. In ragione di quanto sopra descritto le entrate del bilancio della Regola sono costituite per il 45% dalla vendita di legname, il 20% dalla locazione d’immobili e per il 22% tra “Roda”, rifugio e Impianti sciistici.

Completano il bilancio un 13% di entrate varie. Le uscite maggiori sono da riscontrare nei costi per la gestione boschiva, spese personale e benefici ai Vicini. Gli aventi diritto iscritti al libro matricola alla fine del 2015 sono 766 (409 residenti a Predazzo, 309 in Italia e 48 all’estero).

Le attività economiche: BILANCIO Principali entrate Vendita legname Affitto fabbricati Affitto terreni “Roda” Affitto azienda “Rifugio Passo Feudo” Affitto “Latemar 2200” Altre entrate

€ 320.000 € 140.000 € 51.000 € 53.000 € 60.000 € 90.000

Principali uscite Costi gestione boschiva Manutenzione immobili Spese personale Spese amministratori Regalie ai Vicini Imposte e tasse Altre spese

€ 220.000 € 50.000 € 90.000 € 26.000 € 120.000 € 40.000 € 60.000

•• La regola feudale oggi • Amministrazione e programmi • 451


Affitto fabbricati Affitto terreni Roda Affitto Rifugio Passo Feudo Affitto Latemar 2000

20% 7% 7%

45%

8%

Altre entrate

Manutenzione immobili

13%

8% 36%

Spese personale

Spese amministratori Regalie

L’amministrazione

Costi gestione boschiva

15% 10%

4% 20%

L’organizzazione amministrativa nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche. Lo statuto del 1929 adottò principi, intesi a regolare il consiglio, simili a quelli attuali. Unica differenza il mandato del Regolano: la revisione dello statuto nel 1983, ne cambiò la durata da due a tre anni. L’organo sovrano è da sempre l’assemblea dei Vicini, convocata l’ultima domenica di aprile. Fino al 2007, nel rispetto dei lavori agricoli, era l’ultima domenica di febbraio. L’assemblea è chiamata in seduta ordinaria a deliberare regolamenti d’attuazione dello statuto, deleghe al Consiglio e approvare il rendiconto economico e la relazione sullo stato della Regola, in seduta straordinaria in ordine a modifiche dello statuto o concessioni d’uso del patrimonio antico di durata superiore ai vent’anni. L’organo 452

Vendita legname

7%

Altre spese Imposte e tasse

operativo, il Consiglio di Regola, è formato da nove componenti e al suo interno nomina il Regolano e Vice. Completano le cariche amministrative tre membri del Collegio dei Revisori dei conti e tre probiviri. Questi organi durano in carica anni e anni e il Regolano può essere rieletto consecutivamente solo una volta. Il mandato breve, da alcuni messo in discussione in quanto non permetterebbe di pianificare il lavori nel tempo, e l’elezione a lista unica, priva di partiti o correnti, hanno probabilmente tutelato l’Ente da possibili interessi privati. Il Consiglio predispone il rendiconto annuale di gestione e lo sottopone a verifica del Collegio dei Revisori. Inoltre riassume in una relazione l’operato svolto durante l’anno. A seguire la relazione 2014 del Regolano sottoposta ai Vicini nell’assemblea del 2015.


Lo stato della Regola L’assemblea è un momento di straordinaria importanza in cui ogni Vicino può discutere e votare in maniera assolutamente autonoma sui nostri interessi comuni. Questo appuntamento annuale, non deve essere una consuetudine ma un’occasione in cui l’organo di rappresentanza dell’Ente con funzione sovrana e di controllo dell’operato del Consiglio di Regola esercita il suo compito istituzionale. Bisogna non dimenticare che questo è stato fatto per secoli dai nostri predecessori e che per noi è un obbligo migliorare e consegnare ai futuri Vicini, lo straordinario patrimonio ereditato. L’esercizio terminato il 31/12/2014 chiude con un andamento economico in sintonia con gli ultimi esercizi anche se le difficoltà non sono mancate. Di quanto affrontato, deciso e conseguito nell’esercizio 2014 dall’amministrazione, supportata dalle commissioni consultive nei vari settori economici, sono di seguito sinteticamente a rendere conto.

Patrimonio forestali e gestione del bosco Nonostante le difficoltà riscontrate durante l’anno la gestione del bosco può essere considerata positivamente. Il 2014 è stato un anno caratterizzato da numerosi schianti, prima da neve e poi da vento, che hanno colpito l’intera Valle di Fiemme soprattutto i boschi dei Comuni da Ziano fino a Molina e quelli della Magnifica Comunità. Rispetto a questo, i nostri boschi hanno subito relativamente pochi danni, circa 700 mc dovuti esclusivamente alle nevicate dell’inverno. Inevitabilmente il prezzo del legname è sceso a causa dei grossi quantitativi di legname presente sul mercato e di conseguenza si è deciso di tagliare di meno in modo da recuperare il supero di utilizzazioni, effettuati negli anni scorsi, in prossimità della scadenza del nostro piano di assestamento (2016). Oltre a questo, sono state scelte zone con presenza di schianti e zone disagiate con piante di scarso valore, prevalentemente in classe economica B dove vi era un credito di utilizzazioni (circa 2000 mc e soli 900 mc in classe A). Questo ha consentito di portare il piano di assestamento forestale perfettamente in linea con la pianificazione boschiva. Le scelte fatte e quindi il risparmio sulle utilizzazioni

di circa 700 mc già martellati e che saranno fatturati quest’anno (anno in cui, in teoria ci sarà meno legname sul mercato), dovrebbero portare dei benefici economici sul rendiconto 2015. Il condizionale è d’obbligo in quanto ormai si dovrà fare i conti con gli eventi atmosferici anormali e imprevedibili sempre più frequenti che potrebbero stravolgere le utilizzazioni negli anni futuri. In sintesi, Il consuntivo 2014 riporta che sono stati fatturati e poi venduti 2.889 mc di legname provenienti dalle zone “Zaluna, Le Rois, Le Pere, Sacina Bassa, Cheta”, Valsorda-Mezzavalle, Gardoné-Vardabe e Campigol Vece. • II ricavato dalla vendita è stato di € 263.221. • Il costo di fatturazione e stato pari a € 120.684. • Il ricavo di € 142.537. • La media del ricavato è stata di € 87,69 a mc (€ 101,16 nel 2013). • La media del costo di fatturazione è stata di € 42,73 a mc (€ 37,93 nel 2013). Un primo raffronto con il 2013 indica che la media ricavata di € 87,69 ha subito una contrazione dei prezzi nell’ordine di circa € 13 mc. Questa media è comunque da considerarsi buona, considerato il legname di scarso valore e il confronto con il prezzo medio di mercato 2014, inferiore a quanto ottenuto dalla Regola. Questo dovuto ai primi tagli di primavera che hanno dato ottimi risultati, non eseguendo utilizzazioni in estate, quando il prezzo del legname ha raggiunto il valore più basso e eseguendo il taglio del rimanente legname in autunno quando c’è stata una ripresa delle contrattazioni. Purtroppo, rispetto al 2013, sono aumentati anche i costi di fatturazione a seguito della lontananza dei lotti, della raccolta di accidentali sparsi e per lavori di intercalare con piante di diametro ridotto e di scarsa qualità. Altro dato importante che ha concorso al risultato finale del conto gestione boschiva è la scarsa percentuale di bore (32% rispetto al 47% del 2013), l’alta percentuale di imballo (58% rispetto al 41% del 2013), mentre il legname da carta (10%) è rimasto invariato rispetto al 9% del 2013.

•• La regola feudale oggi • Amministrazione e programmi • 453


Strade forestali è questo il settore che ha sofferto di più il maltempo del 2014. In ordine cronologico siamo intervenuti alla costruzione di due nuove scogliere a ripristino della viabilità interrotta da frane causate dal disgelo primaverile. La prima, in prossimità del rif de Cianacei sulla strada per Campigol Vece. La seconda all’altezza dell’arrivo in Valsorda. A seguire sono stati eseguiti i lavori di manutenzione ordinaria, a cura dell’operaio della Regola di tutte le strade. I nubifragi dei primi giorni di agosto hanno fatto parecchi danni e ci hanno costretto ad intervenire con opere di manutenzione straordinaria lungo la strada de Val de Ota al bivio per Scarser e Valsorda, per ripristinare la viabilità interrotta da circa 500 mc di materiale franato. Inoltre, nel tratto da Le Rois a Gardoné, si è dovuto ripristinare la pavimentazione stradale con l’inghiaiatura parziale. Anche nella zona di Valsorda il nubifragio del 1° agosto ha provocato diversi danni. A cura dei Bacini Montani, è stata ripristinata subito la viabilità nella parte alta, dalla presa dell’acquedotto di Moena fino alla malga mentre, nella parte bassa, l’esondazione del “rif” ha fatto i danni maggiori e ha interrotto “la cava de le bore” e di fatto l’accesso pedonale alla valle. Stiamo cercando in sinergia con la Magnifica Comunità di Fiemme e i Bacini Montani di intervenire e ripristinare la viabilità mentre per il recupero della cava saranno messi a disposizione fondi della rete delle Riserve destra Avisio. Altro intervento eseguito è stato la sistemazione e la pavimentazione di 100 ml della strada di accesso ai prati, in località Valena. Sono state sostituite le canalette in legno delle strade di “Cogol bassa - Scalota” e le “Vie” con posa di 40 canalette in ferro. è stata eseguita la normale manutenzione ordinaria delle strade e dei sentieri con falciatura con decespugliatore dove necessario a cura dell’operaio della Regola, che purtroppo ricordo ha subito due seri infortuni che ne hanno, di conseguenza, condizionato il lavoro. Come programmato si è provveduto alla progettazione per l’allargamento della strada di “Tof de Vena”, ormai intransitabile per i mezzi pesanti, per la lunghezza di 950 ml; strada importante, sia come tagliafuoco, inserita nei piani provinciali antincendio, 454

sia per il recupero del legname proveniente dalle particelle forestali servite. La Concessione Edilizia in possesso ci permetterà non appena si apriranno i termini, di presentare domanda di contributo. Purtroppo il Piano di Sviluppo Rurale (PSR) 2014-2020 entrerà in vigore in ritardo sul previsto e quindi l’intervento slitterà per forza al 2016. Da segnalare un intervento di recupero di alcuni sentieri con funzione antincendio eseguiti dal Servizio Foreste della PAT, sempre nella zona “Tof de Vena - Gac”.

Interventi di miglioramento forestale e ambientale Sono stati eseguiti numerosi interventi sul territorio con valenza paesaggistica-ambientale, e colturale. Tra questi, i rimboschimenti in località Praconè, con posa a dimora di circa 400 larici a cura dell’operaio della Regola. Su una superficie di circa 4 ettari sono stati eseguiti in estate i diserbi nelle fratte rimboschite negli anni 2012 e 2013 eseguite in collaborazione con la ditta di Aldo Guadagnini. Un intervento di miglioria paesaggistica è stato il taglio delle piante di abete rosso, con mantenimento dei larici e il miglioramento del pascolo dei “Campigoi di Gardoné”. Altro lavoro eseguito, questo a cura dei Bacini Montani, il taglio delle piante lungo il Rio Gardoné e relativa cippatura del materiale a cura della ditta Riccardo Vinante. Oltre a lavori di manutenzione ordinaria a recinzioni e palizzate varie cedute a causa delle forti nevicate dell’inverno scorso. Ricordo le due giornate ecologiche in cui, con la collaborazione di numerosi volontari, si è provveduto alla pulizia e al disboscamento del nocciolo al Maso Coste ed alla pulizia dei sentieri circostanti. I lavori saranno riproposti, magari con l’utilizzo di mezzi meccanici, per il recupero delle superfici a “prato”, con l’aiuto di apposite misure sul nuovo PSR.

Caccia In occasione della sessione forestale sono stati esposti i dati della stagione venatoria 2014 in merito ai prelievi di animali avvenuti sul monte Feudo: • Caprioli maschi, femmine e piccoli: 19 capi • Cervo maschi, femmine e piccoli: 15 capi


• Camoscio Valsorda: 4 capi • Camoscio Pelenzana: 11 capi Totale: 49 capi abbattuti Ricordo inoltre che il riparto dei proventi dalla raccolta funghi della stagione 2014 assegna alla Regola un introito di € 4.170 (2.169 nel 2013).

Investimenti nel settore agricolo - edilizio Sulle strutture agricole sono state eseguite alcune opere di manutenzione ordinaria e miglioria. In particolare è stata eseguita l’opera di drenaggio a completamento dei lavori per la fossa liquami realizzata a cura e spese del concessionario della stalla della Villa Feudale. Sono stati sistemati i tetti della malga e della stalla a Gardoné, danneggiati dalle nevicate del 2014. Inoltre è stata rifatta parte del tetto della casetta “dei bosceri” a Forno e riparati alcuni buchi sul tetto della ex stazione di partenza seggiovia alle “Rois”. Siamo in possesso di C.E. per poter intervenire sulla fitarecia Pausadoi. A breve decideremo chi eseguirà i lavori. È stata prorogata per un anno la concessione di bonifica in località Lizata. Alla fine di quest’anno i lavori dovranno essere terminati senza possibilità di deroga. Ricordo che la ditta S.E.V.I.S. oltre che pagare € 15.000 per la concessione ha svolto anche le opere di drenaggio convogliando le acque di superficie nel Travignolo.

Settore commerciale edilizio In occasione del cambiamento del locatario al secondo piano della Villa Feudale sono stati eseguiti alcuni lavori necessari. In particolare sono stati rifatti parte dei soffitti e dei pavimenti, adeguato l’impianto elettrico e sostituiti i serramenti di tutta la parte residenziale. Altri lavori hanno riguardano il “Capitel de Le Rois” e la casa sede di via Roma per opere di manutenzione ordinaria e sugli impianti. Si è deciso anche di eseguire il secondo lotto dei lavori di riqualificazione della veranda di ingresso al rifugio passo Feudo. A breve verranno indette le gare per l’aggiudicazione delle varie lavorazioni. Preciso che detti lavori, dal costo di circa € 80.000, saranno sostanzialmente pagati dal conduttore, nel rispetto di un accordo che prevede il rinnovo del contratto per altri 8 anni quindi fino al 2023 e la riduzione del

canone di affitto annuo di € 6.000. Il risparmio per l’Ente sugli 8 anni sarà di circa € 70.000. Inoltre, le opere verranno eseguite sotto la diretta supervisione della Regola Feudale, e le stesse diverranno di immediata proprietà del Ente, senza diritto a compenso alcuno, a qualsiasi titolo, da parte della Società Passo Feudo, neppure al termine degli otto anni. Dalla signora Antonia Zorzi è stata acquistata l’intera proprietà delle pp.ff. 10732/8 - 10732/6 - 10732/22 - 9328/1 - 9332 - 9331 in C.C. Predazzo località Zaluna per un totale di mq 3519 al prezzo complessivo di € 4.600. Dal signor Federico Felicetti è stato acquisito 1/3 delle pp.ff. 1800 - 1801 - 1913 - 1925 - 1951 1954 - 1957 - 2028 e 1/30 della p.ed. 1563 in C.C. Predazzo località Vardabe al prezzo complessivo di € 5.834,40. è stata concessa la costituzione del diritto di servitù a favore della società Dolomiti Reti S.p.A. per la posa, il mantenimento e l’esercizio di cabina di riduzione Gas MP/Bp e tubazioni connesse sulla p.f. 11766 in C.C. di Predazzo località Fol. Il corrispettivo quale indennizzo “una tantum” per la Regola è stato di € 2.000.

Maso Coste Nel 2014 la gestione del maso Coste è stata condotta direttamente dalla Regola con la collaborazione dei volontari. è un’occasione di partecipazione e socialità che si spera prosegua negli anni futuri. L’utilizzo della struttura si è assestato a circa 40 richieste annue. Per quanto riguarda il regolamento di utilizzo il Consiglio di Regola ha deciso di mantenere le stesse condizioni del 2014.

Rapporti con le società Latemar e Itap Nel 2014 è stato concesso alla società Latemar di intervenire al ripristino dei pali di sostegno e al rifacimento dei paravalanghe a protezione della seggiovia “Gardoné-Passo Feudo”. Per la parte di competenza è stata data anche l’autorizzazione ai lavori di sistemazione del sentiero “Passo Feudo-Torre di Pisa”. Per quanto riguarda la gestione dell’impianto di pompaggio per l’innevamento artificiale alla zona Latemar-Pampeago, la relazione tecnica redatta da tecnici incaricati da noi, garantisce la potabilità dell’acqua e la corretta funzionalità dell’impianto.

•• La regola feudale oggi • Amministrazione e programmi • 455


456


•• La regola feudale oggi • Amministrazione e programmi • 457


Mi preme sottolineare che con la società Latemar, oltre al rispetto delle convenzioni c’è collaborazione e correttezza nella consapevolezza dei relativi ruoli.

Statuto e Cultura Da anni si parla di un libro sul nostro Ente e finalmente si è dato inizio al lavoro di stesura al quale seguirà la pubblicazione. L’impegno è che per la prossima assemblea ordinaria il libro sia a disposizione dei Vicini. Oltre che un nostro dovere scrivere, memorizzare e catalogare lo straordinario patrimonio che è la Regola Feudale, sentiamo l’esigenza di fissare il nostro bene collettivo in un libro con la volontà che diventi un prezioso veicolo di conservazione e di trasmissione della cultura e del sapere del nostro Ente, ma anche un interessante strumento di svago e di intrattenimento. La segretaria Mariella e Il Vice Giorgio Brigadoi aggiornano costantemente il nostro sito Internet. Tra l’altro potrete trovare il filmato dell’incontro con il professor Italo Giordani, tenuto lo scorso settembre 458

al Maso Coste. Di questo incontro e dell’incontro di fine novembre con il prof. Paolo Grossi e il comitato scientifico del centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università degli Studi di Trento, troverete la trascrizione integrale in una pubblicazione al bancone d’ingresso e presso l’ufficio della Regola. Ricordo l’incontro su tematiche legate al nostro Ente, anche quest’anno il giorno prima la Festa del Vicino. Siete tutti invitati. Il 2 o a seguire, in caso di maltempo, il 9 maggio sarà organizzata la giornata del Vicino (giornata rivolta al recupero/intervento sul territorio della Regola aperto ai Vicini, loro famigliari e amici) che lo scorso anno ha avuto un positivo riscontro.

Eredità Romano Gabrielli “Fuga” Lo scorso 24 ottobre è morto il Vicino Romano Gabrielli (Fuga), il quale ha lasciato un testamento olografo con cui ha disposto che alla sua morte “i due terreni in Predazzo, la mia casa di Predazzo con la


pertinenza e il resto dei miei beni diventino di proprietà del feudo Regola Feudale di Predazzo”. A seguire il Consiglio di Regola ha accettato con beneficio d’inventario l’eredità ma, dopo gli approfondimenti del caso, ha dovuto riconoscere alla moglie separata il diritto di erede legittima e quindi la quota del 50% del lascito. Sono in corso le trattative per la divisione. Questa la parte giuridica, ma a me preme la parte umana dell’atto compiuto, unico a memoria nostra nella storia del Feudo e per il quale ci impegneremo a dare il giusto ringraziamento. Una possibilità sarà di impiegare la rendita del bene lasciato in opere di bene o la creazione di un premio annuale che ricordi nel tempo il Vicino Romano “Fuga”.

L’avanzo d’esercizio è pari a € 107.636. Il Consiglio propone la seguente destinazione: • € 50.000 al fondo di riserva di utili; • € 57.636 al fondo manutenzioni immobili.

Investimenti in corso e futuri Quest’anno e nei prossimi i lavori in previsione saranno: • Sistemazioni esterne e casello della “fitarecia Paosadoi”. • Sistemazioni della veranda d’ingresso del Rifugio Passo Feudo. • Allargamento e sistemazione strada “Tof de Vena”. • Sistemazioni esterne Villa Feudale. • Sistemazione sala Consiglio nella sede di via Roma.

Vertenze Anche quest’anno non abbiamo alcuna vertenza e speriamo di continuare a non averne.

Rendiconto d’esercizio Il Rendiconto generale della gestione 2013 verrà di seguito illustrato nelle singole voci dal Collegio dei Revisori. è bene ricordare che il rendiconto è preciso per quanto riguarda la cassa dell’esercizio ma inesatto nella risultanza annuale per via di pagamenti o contributi di competenza di esercizi precedenti e incassati in questo. Inoltre l’utile d’esercizio è legato al tipo di operazioni svolte (in conto economico o patrimoniale). Un primo aspetto da sottolineare è che il bilancio economico in sostanza ricalca l’andamento degli scorsi anni. Quindi mi limito ad evidenziare le voci che hanno subito sostanziose differenze rispetto al 2013: l’utile del conto gestione boschiva è stato di circa € 63.667 (€ 132.000 nel 2013) dovuto al minor taglio e a maggiori spese di manutenzione di strade e territorio, come ampiamente detto prima. L’utile sulla gestione immobili di € 230.000 (€ 210.867,05 nel 2013) aumenta di € 20.000 in considerazione di risparmi e aumento di incassi da concessioni. Ricordo anche che sono state distribuite, come in passato, regalie ai Vicini per € 140 cadauno, più gettone di presenza di € 30 ai 210 Vicini partecipanti all’assemblea dello scorso anno, per una spesa complessiva di € 115.625,15.

Conclusioni Prima di chiudere la presente relazione, il Consiglio di Regola, vuole ringraziare il personale della Regola, il custode Piergiorgio, la segretaria Mariella e il dipendente stagionale Riccardo, le autorità provinciali, comunali, forestali, il Vicino Mario Felicetti per la divulgazione mezzo stampa e radio che puntualmente fa del nostro operato, nonché tutte quelle persone, che, anche occasionalmente, hanno collaborato in questo anno di intensa attività, che ha visto l’Ente impegnato in diverse iniziative. E grazie ancora ai Vicini per la fiducia accordata a me ed a questa amministrazione. La credibilità e l’affidabilità del nostro operato vanno ribadite con efficaci azioni ordinarie oltre che con adeguata programmazione, nella convinzione che aiuteranno la Regola Feudale, nella crescita economica e del suo territorio. Il rendiconto sarà analiticamente presentato dai revisori. Rimango a vostra disposizione per osservazioni, chiarimenti e proposte nella speranza di un confronto costruttivo e moderato.

Ad oggi il nostro Ente gode di buona salute, economica e sociale ma è necessario il coinvolgimento di tutti i Vicini nei processi decisionali che riguardano il loro territorio a salvaguardia di una comunità secolare e speriamo duratura.

•• La regola feudale oggi • Amministrazione e programmi • 459


CAPITOLO XXI

Lo sfruttamento idroelettrico dellâ&#x20AC;&#x2122;acqua Guido Dezulian


VALSORDA

casettadei “boscéri”

gardonÉ fontanon

centrale oss mazzurana

centrale “crèpa”

centrale “fòl”

coste

centrale predazzo-moena


Le centrali idroelettriche

Pag. 461: Cartografia di riferimento. Mappa catastale 1860. A nord del paese l’opera di presa che incanalava l’acqua e attraverso “le rogge” la distribuiva agli edifici produttivi. Abitato di Mezzavalle.

La particolare morfologia del territorio di Predazzo e la confluenza di due torrenti dalla portata costante d’acqua hanno permesso, nell’800 e gran parte del ‘900, alla comunità di progredire sfruttando l’energia meccanica generata da semplici manufatti, studiati per far funzionare singoli edifici produttivi quali segherie, fucine, molini, ecc. Il punto di partenza dello sfruttamento idroelettrico dell’acqua nel nostro ambiente va posto in quella ripresa economica che caratterizzò la fine dell’800 e dalla conseguente crescita della domanda di elettricità per for-

nire energia alle nuove attività artigianali che si svilupparono nell’ambito predazzano. Il punto 2 della sessione Feudale del 26 maggio 1895 riporta: “Dietro avviso Capitanale dei 29 p.p. marzo N. 1908 riguardante l’invito di comparire sul luogo a Mezzavalle per osservare il suolo da occuparsi colle nuove fabbriche ideate dal sig. Felice Oss Mazzurana di Trento impresa delle miniere dal rame alla Bedovina, la Deputazione delegò il Regolano e Lorenzo Demartin perito di comparirvi il giorno indetto 23 corr. mese, di stabilire a tal modo il prezzo degli stabili

•• Lo sfruttamento dell’acqua • Le centrali idroelettriche • 463


Quadro elettrico Collettore Turbina 1

Cinghia di trasmissione del movimento al generatore Turbina 2


La centrale idroelettrica di Mezzavalle.

La turbina della centrale idroelettrica di Mezzavalle.

richiesti, e venendo al caso di stipulare anche il contratto per la vendita della casa della Regola, ivi a Mezaval”. A seguito di questa prima concessione venne costruito un impianto formato da 3 sezioni: 1. pulitura, cernita e concentrazione materiale; 2. officina lavorazione prodotti; 3. centrale elettrica con 3 turbine: una per le macchine, una per l’impianto luce, una per la luce di Predazzo. A monte di Mezzavalle, in corrispondenza delle attuali curve del “Giòle”, veniva prelevata l’acqua dall’Avisio e incanalata in una condotta a cielo aperto che attraversava le falde del Monte Feudale fino a sud dell’abitato. Il dislivello tra la quota di presa e quella del generatore consentiva la produzione della elettricità necessaria. A seguire il punto 3 della sessione Feudale del settembre 1895 recita: “dalla domanda del sig. Felice Oss Mazzurana diretta ad ottenere il permesso dalla Regola Feudale di poter mediante analoghi scavi adunare le diverse fontane nascenti di acqua potabile a Mezaval, venne deliberato di accordare il suddetto permesso a tenore della sua domanda la quale verrà messa

a repertorio dalla Regola a perpetua memoria”. Da considerare che all’interno dell’impero il diritto asburgico concedeva competenze e prelazioni ai proprietari del terreno per le derivazioni idriche. Il 7 dicembre del 1895 le strade di Predazzo, fra le prime in Trentino, furono illuminate con l’elettricità prodotta dalla prima centrale idroelettrica sull’asta del torrente Avisio. Dopo la prima guerra mondiale, ci fu il passaggio al Regno d’Italia e, dal punto di vista idroelettrico, il Trentino entrò nello stato italiano e di conseguenza fu esposto alla colonizzazione elettrica delle grandi società sostenute dagli aiuti di stato con l’intento di rimettere in corsa l’economia nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale la Società di elettricità Trentina costruisce la centrale a Predazzo in località Coste. L’Avisio venne bloccato tra Soraga e Moena e si realizzarono in galleria le condotte che portano l’acqua fino al generatore elettrico, attraversando le parti basse del territorio dell’Ente. Diversi furono gli atti di vendita di terreni o l’intavolazione di servitù prediali, a seguito della costruzione di locali e tubazioni di raccolta acqua, e le concessioni per l’accesso

Dati tecnici centrale Enel a Predazzo Potenza elettrica = 15.000 kW Energia annua = 50.000.000 kWh Portata = 12.000 l/s Dislivello = 140 m Lunghezza galleria = 10 km Lunghezza condotta = 140 m

Bacino di Soraga Galleria di derivazione 1=10 km Capacità = 350.000 m3

H=140 m Condotta forzata Linea elettrica

Centrale idroelettrica ENEL a Predazzo

•• Lo sfruttamento dell’acqua • Le centrali idroelettriche • 465


a manufatti accessori o finestre d’ispezione. Alla fine degli anni Cinquanta la nuova centrale Predazzo-Moena entrò in funzione e di conseguenza venne chiusa la centralina di Mezzavalle. Dopo alcuni anni la costruzione fu completamente demolita lasciando solo il canale di raccolta, a testimonianza dell’esistenza del manufatto storico. Nel 1977, venne emanata la norma d’attuazione dello statuto di autonomia con cui si regolamentava l’ingresso delle due Province Autonome alle reti Enel ed alla proprietà degli impianti idroelettrici. La stessa norma fece venir meno il monopolio elettrico del servizio nazionale. Nel 1982, il Comune di Predazzo chiede alla Regola Feudale l’autorizzazione per la costruzione di una centralina elettrica in località Fol. Nella seduta del 25 ottobre 1982 il Consiglio di Regola esprime parere favorevole concedendo il passaggio, la costruzione della presa d’acqua sul rio Gardoné a quota 1363 m e

relative condotte fino in località Fol. Successivamente il comune chiede la cessione del suolo necessario per la costruzione della centrale, con occupazione d’urgenza e pratica di esproprio. Nel 1984 il Presidente della Giunta provinciale decreta i lavori di costruzione, dichiarando la pubblica utilità dell’opera. Alla metà degli anni Novanta, in località “Crépa” venne costruita un nuova centralina, sfruttando la caduta della condotta dell’acquedotto potabile proveniente dal Fontanon Alto e Basso. L’azienda elettrica comunale venne ceduta nel 2007 a ACSM S.p.a. ma le centraline idroelettriche “Crépa” e “Gardoné”, rimasero di proprietà del Comune. La vicenda di sfruttamento del rio Gardoné spinse l’amministrazione dell’Ente ad attivarsi in forma diretta per una eventuale concessione per piccola derivazione d’acqua. Allo scopo l’ing. Paolo Palmieri venne incaricato di redigere il progetto di massima

Interni della centrale idroelettrica al Fol.

Turbina Condotta forzata in ingresso

Regolatore di portata Generatore

466


per la costruzione di una centralina elettrica sul rio Valsorda, prendendo a quota 1.500 m. parte dell’acqua, trasferendola in condotta forzata interrata lungo tutto lo sviluppo della ristretta incisione valliva, fino alla centrale prevista nella casetta dei “boscéri”, sita a quota 1.150 m. a monte dell’abitato di Forno. Il 12 giugno 1997 venne presentata richiesta alla Provincia Autonoma di Trento Servizio Acque Pubbliche e Opere Idrauliche per la derivazione d’acqua ad uso elettrico dal torrente Valsorda. La pratica, tra normative e criteri di legge, incontrò diversi ostacoli che costrinsero il Consiglio di Regola a desistere. Nel settembre del 2007, il progettista informava la Regola che vista la rinuncia a proseguire l’iter burocratico, la domanda di concessione era da considerarsi decaduta specificando che una nuova domanda non sarebbe stata più presentabile da soggetto privato o da società che non fosse di proprietà comunale.

Nel 2015, considerando lo scenario energetico di raggio europeo e di libero mercato, i riferimenti normativi subirono un cambio di direzione e diedero a soggetti privati le stesse possibilità riconosciute ai Comuni. Alla fine dell’anno, la società EWAC con sede in Trento presentava una nuova richiesta di derivazione dell’acqua dal torrente Valsorda alla quale il comune di Moena rispondeva con una progetto preliminare di contrasto. Si sono riaperti i termini ed entro i 90 giorni previsti il Comune di Predazzo ha deciso di presentare un suo progetto, invitando la Regola Feudale a considerare l’opportunità di prender parte all’iniziativa. Si auspica che la partecipazione dell’Ente si realizzi e che diventi, dopo anni di esclusione, l’occasione di partecipazione della Regola Feudale ad una piccola parte delle reti e della produzione di energia.

Casetta dei “boscèri”.

•• Lo sfruttamento dell’acqua • Le centrali idroelettriche • 467


â&#x20AC;&#x153;Abbiate coscienza dei valori di questa ricchezza storicaâ&#x20AC;? Paolo Grossi


Quelle riportate sono le parole che il prof. Paolo Grossi, già Giudice della Corte Costituzionale, della quale è stato nominato presidente il 24 febbraio 2016, e professore di Storia del Diritto Italiano nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Firenze, ha pronunciato sabato 22 novembre 2014, nel corso di un incontro del Comitato Scientifico con gli amministratori della Regola Feudale nella sala del Consiglio. All’incontro hanno partecipato il prof. Pietro Nervi, docente di Economia e Politica montana e forestale presso l’Università di Trento, che lo ha introdotto, il prof. Italo Giordani ed il prof. Arturo Boninsegna, storici della valle di Fiemme, il prof. Raffaele Volante, docente di Storia del Diritto Medievale e Moderno nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, l’architetto Rita Micarelli del Politecnico di Firenze, il prof. Giorgio Pizziolo, docente di Analisi e Pianificazione Territoriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, il prof. Alberto Merler dell’Università di Sassari, il prof. Francesco Nuvoli, professore di Estimo Rurale presso l’Università degli Studi di Sassari, il prof. Giuliano Delitto dell’Università di Salento-Lecce e l’ingegner Chiasena dell’Università di Trento. Dopo il saluto ed il caloroso benvenuto del Regolano Guido Dezulian e le relazioni, molto apprezzate, del prof. Giordani e del

prof. Boninsegna su alcuni importanti aspetti storici e giurisprudenziali della Regola, il prof. Grossi si è soffermato sul tema degli assetti fondiari collettivi, sottolineando il valore dell’Ente storico di Predazzo come “comunione di diritto privato” riconosciuta dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza del 1967 “all’insegna di un principio di solidarietà. Una storia vivente, una continuità ininterrotta, ottocento anni e più di lavoro su questa terra, con questo paesaggio da voi conservato, per voi certo ma anche per figli e nipoti. Ecco perché sono amico degli assetti fondiari collettivi e mi avrete sempre al vostro fianco nella difesa di questa ricchezza che voi rappresentate. Un’amicizia che nasce dal fatto di aver avuto il privilegio di conoscervi bene, oggettivamente per quel che siete”. Poi la conclusione e l’auspicio finale dell’illustre ospite: “Abbiate coscienza che siete questa ricchezza storica, quindi abbiate coscienza dei valori di cui siete portatori. Dovete essere portatori di questa carica interiore. In ciascuno di voi, accanto al modello, per carità rispettabilissimo, che nessuno può toccare, imperante nella proprietà privata individuale, c’è il vostro modello alternativo, che ha una legittimazione sotto vari profili, destinato a resistere e magari anche ad incrementarsi soprattutto in zone montane. Quindi avete tutto il mio entusiasmo, vi ringrazio per questa accoglienza calorosa e sono felice di essere qui”.

22 novembre 2014: la visita del Comitato Scientifico con gli amministratori della Regola Feudale presso la sede. L’intervento del prof. Paolo Grossi.

•• Paolo grossi • Abbiate coscienza dei valori di questa ricchezza storica • 469


CAPITOLO XXII

Personaggi da ricordare


Un omaggio a chi ha fatto la storia

Bartolomeo Rasmo 1810-1846 Riscontri documentari consentono di precisare alcuni elementi della breve vita (appena 36 anni) di questo artista. Nato a Predazzo nel 1810, figlio del pittore, e “Vicino” del Feudo, Tommaso, operò principalmente nella propria regione e coltivò anche gli studi musicali. Negli anni Venti, frequentò l’Accademia di Venezia, diffondendo poi in patria i modi del tardo Classicismo, talora frammisti a reminescenze settecentesche, ed applicandoli sia alla ritrattistica che ai soggetti religiosi. Realizzò numerosi dipinti per le chiese trentine, in particolare nelle valli dell’Avisio, del Primiero e dell’Anaunia, a Prade (gonfalone del 1839 nella chiesa della Madonna di Caravaggio), a Tesero, Caoria, Taio (gonfalone del 1838 nella Parrocchiale), a Tassullo (Via Crucis del 1839 nella Parrocchiale), a Crescino e Predazzo. Fra tutti, segnaliamo l’Ultima Cena della Parrocchiale di Ziano (1834), a cui va accostata la tela di medesimo soggetto (1837) conservata nella chiesa di Cornaiano, presso Bolzano.

•• PERSONAGGI • Un omaggio a chi ha fatto la storia • 473


Don Lorenzo Felicetti

Giovanni Dellagiacoma Rossat

1864-1937

1883-1957

Nato il 10 settembre 1864, venne ordinato sacerdote il 10 luglio 1887, dopo aver già dimostrato, durante gli studi liceali e di teologia, una straordinaria passione per la letteratura, la scienza e la storia. Fu cappellano a Cles, quindi a Vigo Darè, anche come parroco, poi a Predazzo come aggregato alla Parrocchia, internato in Austria all’inizio della prima guerra mondiale, infine ancora nel suo paese nel ruolo di “promissario”. Figura poliedrica, venne definito “personaggio interessante, letterato enciclopedico, amante della storia e della musica, poeta e traduttore dalla lingua tedesca che conosce alla perfezione”. Instancabile promotore del movimento cooperativo, generoso, solidale, si distinse sempre per la sua passione nei confronti della cultura e soprattutto della letteratura classica. La sua fu un’opera instancabile, come collaboratore di riviste e difensore accanito del pensiero tradizionale cattolico. Nel 1919 fu anche fondatore della Cassa Rurale di Predazzo. (Note tratte dal testo del prof. Giuseppe Fusi, scritto per il periodico comunale “PredazzoNotizie” del dicembre 2014)

Nato nel 1883, è scomparso all’età di 74 anni nel 1957. Un personaggio importante nella storia della Regola Feudale. “Una delle figure di quelli amministratori vecchio stampo, dalla tempra adamantina” lo definì alla sua morte il quotidiano “Adige” di Trento. “Scrupoloso, lavoratore instancabile, moderato ed oculato, si può dire che non vi sia stato ente economico ed amministrativo della borgata nel quale non abbia portato il suo lavoro, l’esperienza e la capacità di cui era ricco. Scevro da ogni interesse personale, era volto solo al bene e all’interesse pubblico”. Ha ricoperto la carica di commissario prefettizio del Comune dal 1929 al 1945. Dopo la fine della guerra, fu per qualche tempo anche consigliere comunale e quindi Regolano fino al 31 marzo 1957, dimostrando sempre doti di onestà, dedizione, prudenza e saggezza. Dal 1949, per otto anni, è stato anche Regolano di Predazzo della Magnifica Comunità di Fiemme, oltre che, per alcuni anni, presidente della Casa di Riposo e della Famiglia Cooperativa e consigliere di amministrazione della Cassa Rurale. A lui va il ricordo commosso e riconoscente di tutta la comunità di Predazzo.

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Enrico Brigadoi Mèchez

Romano Gabrielli Fuga

1912-2000

1940-2014

è ricordato e conosciuto dai suoi concittadini come ”Rico dal Fol”. Un uomo di grande fede, amante della natura e agricoltore. Con regolare permesso, raccoglieva la trementina, in dialetto denominata “largà”, che si trova nei larici e che soprattutto un tempo era utilizzata come sostanza in grado di medicare e guarire determinate ferite. Nel suo ricordo, e per sottolineare la straordinaria personalità di questo “Vicino”, l’associazione “Gruppo Volontari Rico dal Fol”, guidata e coordinata da Francesco Guadagnini “Pavèla”, gli ha intitolato lo stesso gruppo, offrendo la propria disponibilità ed il proprio impegno per interventi di tutela e di manutenzione del territorio sia comunale che della Regola Feudale.

Un altro personaggio al quale la Regola Feudale è particolarmente grata. Nato nel 1940, è scomparso nel 2014. Uomo di libero pensiero, grande lavoratore, moderatamente testardo era un grande amante della natura e dell’ambiente, come testimoniano i numerosi attrezzi che conservava presso la sua abitazione, utilizzati per lavori boschivi e sul territorio, oltre a canne da pesca e a diverse gabbie nelle quali custodire gli uccelli. Romano è stato protagonista di un atto di generosità destinato a rimanere nella storia della Regola, quando, nel proprio testamento, ha deciso di destinare tutti i suoi beni all’Ente storico del paese. In sua memoria, sono allo studio delle particolari iniziative con le quali mantenere vivo nel tempo il suo ricordo.

•• PERSONAGGI • Un omaggio a chi ha fatto la storia • 475


Giuseppe Morandini Clausa

Mons. Giuseppe Gabrielli Selèr

1885-1958

1892-1988

È stato tra i protagonisti della Regola Feudale nel momento più critico della sua storia. Il regime fascista infatti o i suoi rappresentanti locali riprovarono ad annullare i sei secoli di possesso comunitario agricolo, riconosciuto dai vescovi prima e dall’Impero dopo, allo scopo di assegnare tutto al demanio comunale. Fu un importante contributo quello che l’avv. Morandini tenne con la Regola Feudale tra il 1932 e il 1953 con una corrispondenza sempre precisa sui temi principali dell’ente, soprattutto dal punto di vista giuridico. Ma a suo principale onore va senza alcun dubbio l’opera “Il Feudo di Vardabio”, preparata da almeno due decenni e pubblicata in una tipografia locale nel 1941. Un lavoro storico e giuridico fondamentale per chi affronta questa materia. Da ricordare anche la trascrizione della contabilità per l’edificazione del “Capitel del Feudo”, stampata negli anni Cinquanta in Cultura Atesina. Sua è, inoltre, la fortunatissima commedia “la Pardaciana”. A Predazzo di lui si ricorda ancora il soprannome, forse spregiativo, di “Zia Nana”. All’anagrafe feudale risulta comunque registrato come “Clausa”.

Discendente della storica famiglia dei Gabrielli, scompariva in silenzio il 14 dicembre 1988, ormai oltre i novantasei anni. Il suo servizio intellettuale e religioso è stata riconosciuto da quanti lo conobbero da vicino nel Collegio Arcivescovile di Trento, dove fu direttore dal 1934 al 1948 e quindi amministratore fino al 1960. Era nato a Predazzo nel 1892 e fu ordinato sacerdote nel 1915. Dal 1915 al 1919 fu diretto testimone della tristissima storia della gente del luogo che aveva visto quasi seicento dei suoi uomini portati via per il fronte russo (ne vennero a mancare quasi un centinaio). Per la storia della Regola Feudale, di cui conosceva a fondo le problematiche più discusse nel ventennio fascista, ha lasciato cenni e anche testi di una semplicità e correttezza ancora oggi encomiabili. La Regola Feudale ne ricorda con riconoscenza le operette che volle pubblicare a spese sue: • Memorie Ecclesiastiche di Predazzo (1966) • Predazzo ieri e oggi (1968) • Notizie storiche di Predazzo (1973) • La Casa di Riposo “San Gaetano” di Predazzo (1982)

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La Regola Feudale di Predazzo ringrazia: Gli autori dei testi Arturo Boninsegna Italo Giordani Cesare Trebeschi Rodolfo Taiani Luigi Morandini Mario Felicetti Elio Dellantonio Giacomo Guadagnini Giovanni Martinelli Riccardo Demartin Guido Dezulian Bruno Bosin Giacomo Boninsegna Marco Felicetti

Per la documentazione fotografica Riccardo Demartin Vincenzo Guadagnini Livio Morandini Gruppo Fotoamatori Predazzo Alessio Bernard Giacomo Guadagnini Mauro Morandini Elio Dellantonio Archivio Museo Geologico di Predazzo Guido Dezulian Foto Polo Foto Boninsegna Fiorenzo Brigadoi Photo Elvis Luigi Morandini Giovanni Martinelli Arturo Boninsegna Italo Giordani Mario Felicetti Alexa Felicetti Albert Ceolan Le persone intervistate Imelda Debacco in Dellagiacoma “Gorio” Romiro Boninsegna “Volpin” Giorgio Dellantonio “Brustola” Tullio Boninsegna “Nen” Alessandro Demartin “Laica” Daniela Stoffie Mauro Dellantonio “Picioci” Bruno Crosignani Francesco Guadagnini “Pavela” Croce Franco


Finito di stampare nel mese di aprile 2016 presso la Litotipografia Alcione - Lavis


La Regola Feudale di Predazzo  
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