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I chiodi nella fronte Racconti

Simone Bedetti

In memoria del caro amico Gabriele Bergonzoni (1962-2004). “We born too late, we died too soon.”

I chiodi nella fronte Copyright © by Simone Bedetti Copyright © 2009 Area51 Publishing Srl All rights reserved. Cover Illustration: Copyright © Royce DeGrie – www.istockphoto.com Cover design by Laura Iacono Published 2009 by Area51 Publishing srl at Smashwords www.area51publishing.com Smashwords Edition 1.0, November 2009 Questo ebook è solo per uso personale. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o memorizzata in sistemi d’archivio, o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo, noto e futuro, senza l’autorizzazione scritta da parte di Area51 Publishing e ad eccezione di brevi passaggi per recensioni. Se intendi condividere questo ebook con un’altra persona, scarica legalmente una copia per ciascuna delle persone a cui lo vuoi fare conoscere. Se stai leggendo questo ebook e non lo hai acquistato, accedi a Smashwords.com e acquista legalmente la tua copia. Grazie per il tuo aiuto e per aver rispettato il duro lavoro dell’autore e dell’editore di questo testo. Questo è un prodotto di finzione. Qualunque riferimento a persone, fatti o cose reali o presunte tali è da ritenersi puramente casuale ~~~~ Nel sogno entro nel negozio e saluto il tizio al banco, il titolare. Quando la porta a vetri si chiude, lo scampanellio fa volare la polvere nel filtro di luce.


Nel sogno parliamo del più e del meno, tanto per stare un po’ insieme, poi iniziamo a fare progetti sul futuro, per sistemarci. ~~~~

Il punto di vista del coniglio Seduto sulla poltrona ottantasei carrozza cinque dell’ES 784 diretto a Milano, Leif guarda fuori. Sono le nove del mattino e i raggi del sole diradano la nebbia, l’alleggeriscono in foschia, Leif osserva un cane lupo correre nei campi e un uccello (un uccello generico, Leif non ha competenza specifica in materia) sdraiarsi nell’aria, come sorretto da fili invisibili. Leif ne ricava un profondo senso di quiete. Dunque lei è un venditore, dice l’uomo pingue alla sua destra; parla a un cellulare; Da quanto tempo è venditore? Si aggiusta la giacca con la mano sinistra e il suo gomito urta quello di Leif; sul Corriere della Sera scrive 8-9 con la penna a sfera; Bene, e in quale settore? Ha un tono di voce freddo e gentile che a Leif suona un po’ irritante; E si considera un buon venditore? Leif lo studia con la coda dell’occhio: ha le gote color porpora e un sottile velo di sudore gli unge la fronte; Può lasciarmi un suo numero di telefono, un cellulare? Segna sul Corriere 347-3727377; Bene, ci invii un suo curriculum, no, domenica prossima a Roma terremo i colloqui individuali; sì, sì, buon lavoro. Seduto accanto all’uomo pingue, Leif sta scomodo. Cerca di cambiare posizione alle gambe ma lo spazio sotto il monoblocco è invaso dalla ventiquattrore di un signore anziano con gli occhiali spessi (a Leif ricorda Donald Pleasence nella Grande Fuga); con il piede Leif schiaccia la valigetta contro la parete del vagone ma dopo alcuni tentativi rinuncia, allunga le gambe ma pesta i piedi a Donald Pleasence, le ruota a destra ma le sbatte contro quelle dell’uomo pingue, che ha già ricevuto un’altra telefonata. Pronto, dice, sì buongiorno, Leif intanto si dimena garbatamente, non riesce a ritrovare una posizione comoda, Lei è un venditore? Leif allora si alza e fa un cenno all’uomo pingue che interrompe la comunicazione e gli chiede Deve uscire? Leif annuisce forzando un sorriso educato, Mi scusi un momento dice l’uomo al cellulare e solleva il Corriere della Sera con la mano sinistra, ripone il tavolino estraibile nell’incavo del monoblocco, spinge i muscoli addominali (lo sforzo gli incendia la faccia, Leif continua a sorridergli), riesce a mettersi in piedi, ansimando si sporge nel corridoio e concede a Leif lo spazio utile per venir via; Leif prende a sinistra, cammina avanti verso il fondo del vagone cercando di mantenere l’equilibrio (il treno affronta una curva e lo sbilancia verso il lato sinistro); la porta automatica si apre e Leif esce dalla carrozza, un passeggero sta dormendo appoggiato a una valigia, Leif con attenzione lo scansa e arriva alla toilette, apre la porta sta per entrare ma all’ultimo momento si ferma, ritorna indietro, richiude la toilette, riscansa il passeggero, si riporta alla carrozza cinque, ricerca il suo posto ma giunto in quei pressi tira dritto, riesce dalla carrozza cinque e si ritrova nella carrozza bar, si avvicina al bancone dove una barista bassa sta mostrando la sua faccia svogliata e servendo un cappuccino a un uomo che a Leif ricorda un dentista, Ci sono brioche?


Chiede il dentista, So-lo-que-ste-con-fe-zio-na-te, risponde sillabando la bassetta mentre indica un sacchetto trasparente che esibisce un croissant dal colore del fango, Leif si è messo vicino al dentista e cerca lo sguardo della barista che lo ignora, Non molto caldo il cappuccino dice il dentista mentre la bassetta mescola latte e caffè con la Segafredo e una lentezza esasperante, Leif arretra di un passo fissando la barista con rabbia ma così facendo apre un varco, gli s’infila tra l’ascella e il fianco un calvo incravattato che con voce ferma ordina Un caffè americano, la bassetta tira severa le sopracciglia e risponde sillabando U-n-at-ti-mo, intanto il dentista ha preso il cappuccino poco caldo la brioche confezionata e si è allontanato, Leif può recuperare la sua posizione, imita il calvo e con voce ferma dice Un tè freddo, gli scappa quasi un grido, la barista non gli concede neppure un’occhiata, ripete solo U-n at-ti-mo, Leif si guarda a destra, a sinistra, cerca una via di fuga poi s’impone di restare fermo, la nanetta li degna finalmente d’attenzione, Leif la fissa lei invece indicando il calvo dice Dunque c’era lei, Ah basta insomma, Leif sbatte i tacchi e se ne va dalla carrozza bar con l’orgoglio della vittima innocente, sente il bisogno di fumare, tira avanti per le carrozze, entra in una toilette, cerca in tasca il pacchetto di sigarette, lo trova, ne accende una, ritorna fuori, gira avanti e indietro fumando in fretta e come di soppiatto, gli sembra di vedere il controllore, butta via la sigaretta si rifugia in un’altra carrozza, non sa più che numero è, dove ha svoltato, se a destra a sinistra e quando, Leif comincia ad agitarsi, cammina per le carrozze sorridendo a tutti, nelle sue orecchie le voci dei passeggeri si amalgamano indistinte, Leif non sa più dov’è il suo posto, si lascia travolgere dal panico, decide di fermarsi, controlla il respiro e stringe i denti e la mascella e gli sembra di calmarsi, si appoggia alla poltrona con la mano sinistra e l’occhio gli cade su una donna che lo guarda e lancia un grido, Leif non capisce cosa stia facendo, vede passeggeri che si alzano e indicano un punto sotto di lui, guarda in basso e solo in quel momento si accorge di tenere stretto nel pugno destro il proprio pene, turgido e solenne come la bandiera francese nel bicentenario della Rivoluzione; Leif emette un suono rauco e sbarrando gli occhi fissa implorante la donna e balbetta Io... Io..., poi si accorge dell’assurdità di tutto quello e allora non riesce più a contenersi, comincia a ridere e a saltare, e mentre l’uccello gli si spegne tra le dita si sente felice come Adamo sopra Eva nel primo coito della Creazione. Leif amava l’odore del legno. Da ragazzo, quando suo padre era ancora vivo, lo raggiungeva nella rimessa; suo padre lavorava il legno e Leif stava seduto su una vecchia sedia impolverata, leggeva un fumetto o lo guardava con il mento appoggiato sulle mani. Erano giorni lunghissimi, restavano in silenzio nella rimessa piena di luce, la polvere del legno danzava nelle sue narici, Leif amava quel silenzio. C’era silenzio e odore di legno nell’ufficio di polizia della stazione ferroviaria, dove Leif attualmente si trovava. Contemplava la nebbia dalla finestra, il sole era stato riassorbito dal grigiofumo, affiorava solo un cerchio ocra, come una boa sotto il pelo dell’acqua, Leif era frastornato e come ancora fuori di sé, non poteva credere a quello che aveva fatto, gli vennero in mente sua moglie, i suoi figli, Mio Dio, pensò Leif, i colleghi, i clienti, scattò in piedi fulminato da una scossa, poi tornò a sedersi. Si accorse che, fuori, una zona di grigio piegava in dentro, e dalla nebbia sbucava


il mantello bruno di un coniglio selvatico; gli usciva il fiato dalla bocca e si sfrangiava nella bruma come vapore. Il coniglio saltò, ricadde giù, saltò ancora una, due volte, si fermò, immerse il muso nell’erba umida. Leif ne ricavò un profondo senso di mistero. Desiderò essere coniglio e saltare e mangiare l’erba umida, desiderò vedere e ascoltare e sentire le cose come coniglio, e stare dritto sulle zampe posteriori e accudire i piccoli e alzare e abbassare le narici e leccare la brina e desiderò che tutto quello accadesse subito, per sempre. Di certo non si aspettava l’Ingrid Bergman nella piena maturità erotica di Io ti salverò, ma qualcosa di più contemporaneo sì. Quando il poliziotto gli aveva detto che doveva incontrare una psicologa “per una valutazione preliminare delle sue condizioni psicofisiche”, l’immaginario di Leif si era messo in moto e aveva preso a modellare fantasmagorie; in effetti si sarebbe accontentato di qualcosa di meno grandioso della Bergman, di più adeguato ai tempi: la Jean Tripplehorn di Basic Istinct, per esempio, o la Lena Olin di Mr. Jones; oppure Sharon Stone (avrà pur interpretato un ruolo da psicologa, pensò Leif, che ricordava qualcosa del genere) o Jodie Foster (era protagonista in un film che aveva a che fare con la psicanalisi, Leif ne era sicuro, ma anche di questo gli restava solo un’impressione), o qualche bionda da b-movie: Erika Eleniak, per esempio. Ecco, Erika Eleniak era perfetta, insomma, se non aveva interpretato una psicologa di sicuro aveva interpretato una dottoressa o un’infermiera, il che rientrava approssimativamente nella medesima categoria professionale. L’ingresso della psicologa era stato un brusco risveglio. Se avesse dovuto azzardare un paragone, Leif avrebbe arrischiato la somiglianza con la Gloria Swanson di Viale del tramonto. O, ancora peggio, con la madre di ~~~~

Le regole dell’interazione Parte prima. Quando si è giovani e si crede di avere un dono. I discorsi dei miei contemporanei si strutturano secondo tre categorie distinte: a) curriculum vitae, b) problemi sentimentali, c) parlare di altri. Facciamo un esempio. Si incontrano due, mettiamo donne, mettiamo si conoscono e da un po’ non si vedono, mettiamo fanno lo stesso lavoro anche se non lavorano nella stessa azienda, o ditta, o società. Mettiamo lavorino per uno studio di architettura, hanno tra i 24 e i 34, si incontrano a una festa all’aperto (è estate, fa caldo ma è sera e rinfresca). Ecco come avviene il dialogo. (le due si riconoscono e hanno un momento di esitazione, poi atteggiano gli occhi e le labbra a una gioia inconsueta) Ciaooooooooooo. Ciaooooooooooo.


Come staaaaaaaaaaaiiiiiiiii? Beeeeeeeeeeeeneeeeeeeeeeeee, eeeeeeeeee tuuuuuuuuuuuuuu? Eeeeeeeeeeeehhhhhhhhhhhh insommaaaaaaaaaaaaaa. Perché insommaaaaaaaaaaaaaaaaa? Noooooo, daiiiiiiiii, stoooooooooo beneeeeeeeeeeeeeeee. Coooooomeeeeeee tiiiiiiiiii vaaaaaaaaaa? (a: curriculum vitae) Be’, bene, molto bene, adesso sto preparando questo esame per la scuola di giornalismo, poi ho finito questo lavoro per quell’architetto, Stazimbene, ho allestito una Galleria per presentare i suoi nuovi studi d’interni a Oslo... (l’altra punta lo sguardo sui suoi occhi e sforza concentrazione e interesse massimi, scandendo i paragrafi del curriculum vitae con fonemi invariabili) Ah, uhùm ...no dai, va bene, ho scritto un articolo per Flash Art, sì, sai, un mese fa ho conosciuto il direttore a una cena gli ho proposto una serie di pezzi e lui ha detto Perché non fai una prova? io l’ho fatta ed è andata bene quindi penso che la collaborazione può diventare continuativa... Ah, uhùm ...poi Stazimbene sta aprendo un nuovo studio sotto i Navigli, una cosa tipo Tadao Ando, e ha bisogno di gente che faccia gli esecutivi, cioè, non sarà un lavoro fisso, insomma lo sai meglio di me che culo bisogna farsi, però insomma... Ah, uhùm ...È così insomma, tu invece cosa mi racconti di bello? (replica a: curriculum vitae) Ah, be’, niente, lavoro sempre per Furgazzi, adesso sta ampliando lo studio perché il suo allestimento a Malacca è andato molto bene, ha ottenuto un grosso contratto a Fukuyama... Ah, uhùm ...poi, ah, questo mi sa tanto che non te l’avevo detto (nota bene: non si vedono da un anno e mezzo) come studio abbiamo vinto il concorso per la nuova Gare du Nord, pensa che Furgazzi ha avuto un’idea strepitosa, far arrivare i treni in salita, così i passeggeri salgono in discesa, abbiamo... Ah, uhùm ...partecipato a questo concorso e l’abbiamo vinto, cioè, mi son pelata le palle che mia mamma non mi ha fatto, tipo dormire due ore in tre giorni, ma alla fine ce


l’abbiam fatta, così insomma, son soddisfazioni... Ah, uhùm ...insomma speriamo che vada tutto bene, che si riesca a crescere. (fine categoria a. Ora c’è un brevissimo, quasi impercettibile istante di pausa, come quando un computer carica un software. Poi riprendono) Ma stai sempre insieme a quel tipo, Marco? (b: problemi sentimentali) No, non più, guarda, è successo un gran casino, faceva lo stronzo, era sempre pieno di lavoro, diceva, non ci vedevamo mai, lo chiamavo e lui mi diceva Ti richiamo io e non richiamava, poi l’ho beccato una sera al ristorante con una stagista del suo studio, pensa che mi aveva detto Sono incasinato stasera, se vuoi ci vediamo dopo mezzanotte... Ah, uhùm ...no, guarda, meglio che lasciamo perdere perché proprio se devo fare una rassegna degli uomini con cui sono stata non se ne salva uno, e insomma va così, che ci vuoi fare. Mi dispiace, forse sei ancora in cerca della persona giusta. Sì, è così, ma non è che si vedano molte alternative in giro. Se però pensano che stia ancora a piangere o a mettermene come ho già fatto si sbagliano, che se ne vadano al diavolo che sto bene anche per i fatti miei. No, certo. No, be’ comunque adesso sto insieme a questo afghano, un tipo un po’ così, ~~~~

Qui, nell’Eden zooterrestre Allora m’infilo da Mac Donald’s a fare quel che devo fare, cioè sgangollarmi un silos di burger da gonfiare la vescica e sciacquare le arterie con cola e chips liquamose per sospengere gl’impulsi adolescenti, quand’ecco in coda tiro fuori la premioscheda con le faccine adesive di signor-mac-pagliaccio-canappia-ketchup, Cazzo, penso, pregustandomi bruciori stomachevoli e succhi gastrici rigurgitati, ancora trentaseimiladuecentododici cenette al macdonello tutto solo solello e vaffinire che saturo il modullo con faccine adesive ovvero c’è caso che se il fortunato estratto sono io, caro mio, ci vinciamo il signor-mac-pagliaccio-canappia-ketchup in formato come mamma l’ha fatto, tutto plastica e cancerogeno pomodoro eiaculatio precox, ci portiamo a casa il dottor mac-orgasmo-ketchup, gli spingi la schiena e il furbetto spruzza dal pippolino schizzi di pummarola napule’ mille culura, ah ah ah. Dunque sono lì che con me stesso ci facciamo, diciamocelo a dirotto, i cazzi nostri, quando incoccio il mio nell’occhio querulo della mac-girl; be’, ooooooh, direte voi, ma questo ha la pupilla grande come le bocce della Marcuzzi – pezzo di figa –, una


pupilla che Padre Dio l’avrà fatta per spiaccicarsi dentro l’orbita se è per Lui perché la pallina iridante della mac-girl s’allarga s’allarga s’allarga tronatuante, la wonder burger s’è impaurata e non a torto, parblanc, come pure a noi sfortunati astanti ci piglia tutt’un colpo dacché quelle pazzerelle di confezioni – decinaia di migliaia di miliononi di confezioni – di Ham, Chees, Cronoburger, di Big, Star, Zio Mac, quelle folleggianti scatolanguide arzille e cromoterapiche si mettono a saltellare liberamente come se nonno Disney le avesse fantasticate a computer graphic e noi paperini a far quak quak per l’esilaramento di bambinelli deiformi al cinema della vita. Ehi, gonorreaci malprodotti dell’epopea transgenica, pensavo io, lucido come un mastrolindo pavimento, mica siam cartuuns, identità noi siam di specie sapiens sapiens, si puòssapere chevviprende, eh? Noi che vi abbiam dato la morte, noi che rotondeggiato vi abbiam e spiaccicato e triturato e spallottolato e impaninato, noi che cuociuto in piastre oliodoranti e tributato il corpo Vostro al Sant’Iddio della Proteina Animale, checcazzo ciavète, eh, dischi volanti di residuati tessuti ormonali, a svolazzare nell’aere come rilucenti rutti di ciclope? Ma quelli mica mi stavan a sentire, macché, quelli contro l’umano inimico, contro il pulpito evolutivo si scagliavano, contro l’eletta razza di degni carnivori che ordine legge libertà hanno pasciuto, altro che rivolta di classe, una Bastille mucchifera con tutti i cristi era quella, e in quattro e quattrocchi i vostri inermi eroi si tramutarono in appiccicollosa macinatura d’organi transmutanti, in mas che si dica il qui presente ex coito ergo sum s’imbeve di carnaia bovina, l’oliozzose fettine s’incarnano nel postumano giovincello dai trascorsi felici e un muccuomo rinasco, se c’intendiamo, il tracollo dello scientismo, miodio, ecco il destino gramo di io stesso, un mucco col sapiens d’homo e il corpus di bove a due zampe, figuratevelo. E piango lacrime amare, come potete immaginare, voi che al cantuccio focolare ruminate il mio dramma. Ma ecco che, non ci crederete mai, cinici auditori, un’anguilla di gioia kundalina ~~~~

Premonizioni Aggiustati la cravatta. Eh? La cravatta, il nodo. Il colletto. Il colletto, il nodo, è storto. Ah già, il colletto. Dunque? Cosa? Stavamo parlando mi pare… E stavamo dicendo… …qualcosa? Non so, però parlavi della tua cravatta. Ne sei sicuro? Credo.


Non di altro? No, della tua cravatta. Ne parlavo proprio io? E chi altri? Mi sembra strano. Perché? No, niente, così… Che ruolo può avere una cravatta in un discorso, forse di questo stavo parlando? Cosa vuoi che ne sappia. Comunque non importa. Cosa pensi di fare? Ho le idee molto chiare. In merito alle strategie? Alle strategie e agli obiettivi. Non pensi. Assolutamente. Ma esporsi così. Tu proprio non capisci, eh? Cosa? Non capisci quello che succede, vero? Cosa, cosa? Cosa vuoi dire? Tu entri qui dentro, tutte le mattine… …tutte le mattine, prima mi sveglio almeno due ore prima… …due ore prima, passi un’ora allo specchio a contemplarti la faccia… …la faccia stanca a ripetermi Dai che ce la fai… …Dai che ce la fai, anche oggi ce la fai, non pensi ad altro… …a nient’altro che a tornare a casa intatto, il cielo mi cammina sulla testa e non ~~~~

Al bar (tragedia in un attimo) “Ho provato a cogliere l’attimo, ma non l’ho preso mi sono solo rotto l’orologio” (Daniil Charms) Un uomo entra in un bar. Indossa un impermeabile scuro, ha in mano una borsa sportiva blu. In sottofondo musica commerciale. UOMO: Buongiorno! BARISTA: Vaffanculo! UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Che magnifica giornata!


BARISTA: Che magnifico cazzone! UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Buongiorno, non vi sembra una magnifica giornata? BARISTA: A me sembra una giornata di merda. UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Buongiorno, può farmi un caffè? BARISTA: No. UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Buongiorno magnifica giornata potrei avere un caffè? BARISTA: Togliti dalle palle. UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Ehi stronzo, fammi un caffè. BARISTA: Certo dottore, il solito dottore? UOMO: E stavolta vediamo di fare lo scontrino, baciaculi. BARISTA: Inteso al volo, dottore. UOMO: Guarda che ti vedo che fai il furbo. BARISTA: Come dottore? UOMO: Riproviamo. Esce e rientra. UOMO: Buongiorno caro. BARISTA: Dottore! un bel caffè? UOMO: Il solito, imbecille. BARISTA: Dottore, il solito? UOMO: Sì caro, un bel caffè. BARISTA: Volo dottore. Ecco qua dottore, un bel caffè. L’uomo estrae dall’impermeabile un fucile a pompa calibro 12 e spara al barista, che viene sbalzato all’indietro e va a sbattere contro la macchina per il caffè facendo volare per l’impatto tazzine, bicchieri, bottiglie, etc. Nel locale ci sono altre dieci persone, che strillano e vengono colte dal panico. L’uomo spara un altro colpo in


aria. Alcuni detriti piovono dal soffitto sulla sua testa, imperlandogli i capelli di bianco cemento, come lo spray che a Natale si spruzza sugli alberi di plastica per simulare la neve. UOMO: Gentilmente, finite pure la vostra colazione poi andate a sistemarvi dietro il bancone. Non spaventatevi, soprattutto, perché non avete nulla da temere. Naturalmente il fatto che questo fucile sia nelle mani di un tale che ha appena fatto secco il barista non vi lascerà del tutto tranquilli. Per quanto fosse una testa di cazzo. D’altra parte non mi sentirei a mio agio neppure io, nella vostra situazione. Vorrei infondervi quel senso di sicurezza che tanto desiderate, ma come potrei? Voglio solo che sappiate che non sono pazzo e che se domandate a qualsiasi psichiatra vi risponderà che nessuno veramente pazzo crederà mai di esserlo. Ora però vorrei bere in pace il mio caffè, se non vi dispiace. L’uomo si toglie l’impermeabile e lo appoggia sullo schienale della sedia. La borsa sportiva la posa invece sul pavimento. Quindi si siede, con le spalle rivolte alla porta a vetri d’ingresso, e beve il suo caffè, mentre gli ostaggi si radunano ordinatamente dietro il bancone. Si sente il suono di una sirena. Lo stridore di gomme sull’asfalto, il rumore di portiere che si aprono e si chiudono con forza. L’interno del bar viene illuminato da luci intermittenti azzurre. Si sente la voce di un poliziotto resa metallica dall’amplificazione di un megafono. POLIZIOTTO: Signor Zanetti, è il sovrintendente Perra che le parla! Zanetti si avvicina all’ingresso, apre la porta a vetri, la ferma con una sedia per ~~~~

E Rutelli prese il fucile a G. Viganò, che a quanto mi risulta i gatti gli sono indifferenti Rutelli inchiodò per i piedi i ragazzetti del vicinato perché gli avevano ammazzato la gatta. Strappò il primo dalla gabbia mentre starnazzava come un’anatra puntellandosi al ferro per opporre resistenza alle mani callose di Rutelli che gli mollò uno scappellotto sul coppino e lo zittì. Il ragazzetto scabro come un coyote si vedeva che gemeva ma il nastro isolante usato da Rutelli per sigillare le casse d’uva gli ricacciava il terrore nelle pupille spalancate fino all’osso oculare. Rutelli sollevò il ragazzetto per i calcagni, arrotolò la corda alle caviglie, tirò la fune sfruttando un ramo come carrucola e la assicurò a un picchetto piantato a terra. Mentre il ragazzetto, le mani legate dietro la schiena, vuotava lacrime e urina scorticandosi la schiena sulla corteccia gibbosa del leccio, Rutelli piantò il tarso sul tronco e affondò i chiodi nel piede e nella corteccia, come gli aveva insegnato zio Arturo, che con un colpo secco


crocifiggeva i maiali squartati al muro bianco del cortile per ammorbidire la pelle e le carcasse dei suini restavano appese tutta la notte come ali di pipistrello. Il secondo era ciccio e quando Rutelli inchiodò al leccio quel suino da ingrasso il lardo gli si srotolò sulla faccia. Rutelli palpò quella pappa e la sentì così umida e fresca che gli sembrò di aver ficcato le mani in una cassa di vongole. Con quella tonnellata di buzza ci si poteva nutrire una generazione di felini valutò Rutelli il quale, dopo aver tirato per i capelli il terzo ragazzetto, una ragazzetta aguzza molesta come la lisca del pesce incastrata in gola, prima di inchiodarla al leccio le spiaccicò il leccalecca sulla fronte mentre intorno le cicale avevano smesso di cantare e dai rami piovevano ghiande. Finito che ebbe col terzo ragazzetto Rutelli parve soddisfatto. Allora se ne andò in soffitta e prese il fucile. Rutelli amava la gatta perché aveva il portamento da contessa e gli occhi tristi. Era lei che comandava gli animali di casa, mucca compresa. Non c’era una motivazione logica, era dovuto a una naturale predisposizione della gatta alla leadership. Sonnecchiava tutto il giorno sulla coperta di lana adagiandosi nella cornice del sole, il pelo rossiccio rilucente, e ogni tanto sollevava la fronte per gettare uno sguardo d’insieme ai sudditi, oppure si stirava, allungava le zampe e con passo pigro e sicuro trotterellava fino alla ciotola. Delle volte giocava con la pallina da tennis o concedeva a Rutelli un gesto d’affetto, strusciandogli la testa sulle ginocchia o saltandogli in grembo e umettandogli le dita con la punta del naso. Rutelli allora la teneva in braccio e si sedeva con lei in giardino sulla sedia di zia Anna a fumarsi una sigaretta. Rutelli l’aveva trovata una sera che tornava sbronzo dalla Chiatta del Pescatore. La gatta sanguinante era accovacciata sotto una macchina e miagolava sommessamente come per timore che qualcuno la sentisse. Per curarla non uscì di casa dei giorni, delle settimane. La portò dal veterinario a Ravenna e seguì con scrupolo le cure del medico: le somministrò gli antibiotici per bocca con la siringa, l’allattò col biberon, la tenne al caldo nelle coperte. La gatta non era più grande di dieci centimetri. Quando la raccolse dall’asfalto, i suoi occhi lo supplicarono di non farle del male. La tecnica dell’antibiotico per siringa gliel’aveva insegnata Comaschi, un tale che viveva in Lombardia e aveva un’impresa di mietitrebbie. Comaschi era l’uomo più peloso che Rutelli avesse mai incontrato, tanto che i peli gli spuntavano perfino tra i denti. A parte questo, Comaschi aveva due levrieri comprati da Trenitalia. La cosa era accaduta laggiù al sud – Comaschi precisava di non aver niente contro i meridionali anche se, dato che viaggiava spesso in treno per lavoro, aveva notato che le carrozze ne erano sempre piene anche i giorni feriali, non solo i week end, quando si presume che i meridionali vadano a trovare i parenti. “Ma dove cazzo vanno in giro tutta la settimana,” diceva Comaschi strabuzzando i peli dei denti con tono sinceramente interrogativo. Si era formato l’idea che quei viandanti bonari ed espansivi bighellonavano per l’Italia con i teneri pacchetti di carta legati dalla cordicella stinta, i telefonini con le chiamate dei parenti preoccupati se avevano


mangiato abbastanza e i panini al prosciutto avvolti nella carta stagnola come da duecent’anni a questa parte, dalla spedizione dei Mille in su: stai sicuro che il primo meridionale salito in vettura sulla Napoli-Portici s’era portato il panino nella carta stagnola e magari non aveva pagato il biglietto. Dunque al sud, disse Comaschi, c’erano ancora le gare, come si dice, i combattimenti non autorizzati di levrieri. Gli organizzatori – c’era di sicuro di mezzo la mafia, la ’ndrangheta o quella che impediva lo sviluppo delle imprese di Napoli, la camorra – raccoglievano le puntate clandestine e un folto pubblico di terroni si assiepava sul ring di terra rossa chiuso da sbarre di ferro in quanto c’era il rischio che i levrieri si avventassero sui meridionali e li addentassero. I levrieri infatti, Comaschi disse che era cosa nota (bastava farsi un giro su Internet con le denunce degli animalisti), erano costretti a digiunare per due o tre giorni e incattiviti, rosi dalla rabbia perché venivano picchiati dai proprietari che li nutrivano a calci nel culo, e prima di farli gareggiare li facevano annusare carne cruda di vitello così l’odore del sangue l’inferociva ancor di più. Le gabbie venivano aperte e i levrieri ciechi dalla fame si sbranavano a vicenda fino a che uno restava immobile in una pozza di sangue, tra le urla dei terroni che si giocavano la pensione (“Sai come sono fatti,” aggiungeva Comaschi), e alla fine al levriero vittorioso il padrone gli dava una scodella di Friskies mentre quello mezzo morto lo prendevano a pedate e se non crepava lo trascinavano su un camion e lo sbattevano in un canile a morire col gas, a meno che nel frattempo qualcuno non se lo fosse comprato. Comaschi disse che c’erano delle liste ai canili di gente che voleva comprare i levrieri, aveva cercato su Internet e si era iscritto. Funzionava che tu davi una somma anche piuttosto ragionevole al canile e quello ti impacchettava il levriero moribondo sull’Eurostar, tu lo aspettavi alla stazione e Trenitalia, che come al solito aveva il suo bel tornaconto, te lo scaricava sulla pensilina dentro la gabbia. Comaschi ne aveva comprati due mezzi morti, avevano le zampe spezzate, ulcere su tutto il corpo e lesioni interne. Ma non si era dato per vinto e li aveva portati dal veterinario, il quale gli aveva dettato un preciso programma di cura, insegnandogli in quel frangente la tecnica della somministrazione dell’antibiotico per siringa. Comaschi per più di un mese li aveva curati con gli antibiotici e allattati col biberon, li aveva tenuti al caldo e cambiato le bende e preso la temperatura infilando il termometro nell’ano e alla fine i due levrieri ce l’avevano fatta e adesso correvano liberi a Carate Brianza. “Cristo di un Dio,” disse a quel punto Comaschi, “quante ne hanno subite ’ste povere bestie,” e siccome hanno la memoria più breve della nostra sembravano aver dimenticato l’inferno passato. “Ah se fosse così anche per i cristiani,” immaginò Comaschi, “sarebbe davvero una gran pacchia.” Comunque da quel giorno restò convinto che per gli animali i miracoli funzionano meglio. Rutelli di cani in casa non ne teneva. Delle volte dava da mangiare ai randagi se gironzolavano intorno, ma ce n’erano sempre meno per via della cronaca locale, che strillava in prima pagina le aggressioni dei pitbull dopo che un’estate tre condomini erano stati morsi al braccio. Uno era morto a causa della rabbia e la stampa aveva sollevato un gran polverone, di conseguenza il Comune si era impegnato


ufficialmente a sopprimere i randagi e ora consentiva di portare a spasso il cane solo se dotati della paletta per raccoglierne gli escrementi, cosa più che giusta dal punto di vista della convivenza civile, perlomeno in linea teorica, ché quando Rutelli andava a farsi un giro nella palude per fumare una sigaretta era sempre pieno di merda di cane. Sta di fatto che con l’urbanizzazione i cani sono diventati una specie di status, sono tutti col pedigree e hanno dei costi elevati, tanto che possedere un cane oggi equivale ad appartenere a un certo rango, tipo possedere un’Audi. Rutelli osservava le biondine a passeggio con la maglietta bianca attillata sul petto per comprimere il seno e farlo apparire più sodo. Al guinzaglio tenevano un terranova o un husky siberiano e parlavano al cellulare mentre incrociavano un condomino con la Lacoste bianca che parlava al cellulare e teneva al guinzaglio un pastore tedesco o un rottweiler. I cani tiravano il guinzaglio e li sballottavano come foglie. I cani piccoli invece sono delle donne depresse coi capelli tinti di amaranto, le rughe sulle guance e gli occhi da pazze. Lasciano senza guinzaglio il loro beagle, il chihuahua o il barboncino e camminano barcollando come se stessero per crollare a terra a piangere e fumano sigarette bianche sottili e dolciastre. Con la voce arrochita dal fumo e dal litio dicono al cucciolo, che ogni tanto accenna alla fuga: “Dài Cìcci vieni qua.” Le depresse si sfogano sul barboncino e infatti anche i barboncini sono depressi, zampettano tremolanti forse perché nella ciotola gli hanno mescolato il Prozac. Sono tutti imbellettati e profumati e le depresse li portano dalle amiche nei giardinetti sotto casa per fumare al buio e darsi delle arie, dicono che a New York hanno aperto un ristorante per cani di recente e sono appena state dall’estetista specializzato in tintura biologica per chihuahua. Ma secondo Rutelli se un cane non puzza non è un cane. Questo perché Rutelli associa il cane alla figura dell’uomo dei cani, zio Arturo, che non ricordava di aver mai visto lavato e senza un cane. Il più vecchio era York, non ~~~~

La promessa del prete “Far fuori il premio Nobel? Tu sei pazzo!” esclamò Beccaria, cercando il consenso degli altri. Nessuno parlò. Don Abbondio sollevò gli occhi dal piatto e lo fissò senza irritazione. “Sì, farlo fuori, e distruggere il laboratorio,” ripeté. “Cazzo, prete, non puoi chiederci questo!” Beccaria si alzò di scatto e cominciò a gesticolare eccitato. “Non adesso, non così. Guardaci: siamo dodici cacasotto senza equipaggiamento, senza armi, senza un cazzo!” Don Abbondio continuava a fissarlo. Beccaria riempì un bicchiere di rosso e lo vuotò d’un fiato. Gli altri sembravano sul punto di decidersi. “Nessun altro?” ruppe l’attesa il prete. “Beccaria ha ragione,” azzardò Bortolo, schiarendosi la voce. “Se si tratta di liberare delle cavie o di dar fuoco a un macello ci sto, ma questo...” “Il nobel è roba grossa, se ci beccano ci ammazzano,” incalzò Orlando. “È troppo rischioso,” disse Federigo. Un brusio disordinato manifestò il dissenso


generale. “Capisco,” assentì Don Abbondio, e ritornò a posare gli occhi sul piatto per finire la cena. I dodici borbottavano tra loro. “Come sta tuo fratello, Beccaria?” chiese Don Abbondio. Beccaria picchiò con rabbia il pugno sul tavolo. Il vino si rovesciò. “Vaffanculo, prete!” gridò. Don Abbondio alzò calmo lo sguardo. “Come sta tuo fratello?” “Non farmi incazzare, prete,” lo sfidò Beccaria. “Rispondi.” “T’ammazzo, prete.” “È morto,” disse Lodovico, “lo sai che è morto”. I due non si staccavano gli occhi di dosso. “E com’è morto?” La domanda era rivolta a tutti. Silenzio. “Com’è morto?” “Di cancro,” ammise Lodovico. Il prete ruttò, si alzò dalla sedia, e prese a passeggiare tra i commensali. Il cigolio della gamba risuonò nell’angusto locale. “È stato ucciso dal Preludin,” spiegò pazientemente, “dal Phenphormin, dal Marzine e dai farmaci che ingoiava tutto il giorno, che Dio lo abbia in gloria.” Beccaria s’incupì e abbassò gli occhi. “Se aveva mal di denti, prendeva il Paracetamol, se aveva dolori reumatici, il Flamanil. Vi siete dimenticati? Ai nuovi clienti la Ciba offre tutto gratis. E allora sotto. Volete dimagrire? C’è il Maxiton. Siete depressi? Il Preludin. Ansia? Metaqualone. Per gli effetti collaterali nessun problema. Le anfetamine danno la pressione alta? Due pasticche di Reserpina. La Reserpina vi butta giù? Trenta gocce di Preludin. Il Preludin vi fa venire il cancro al pancreas? Che peccato, un cliente in meno, la Ciba vi spedisce un telegramma: ‘Sentite condiglianze’.” Bortolo si massaggiava il mento, Lodovico annuiva. Gli altri ascoltavano. Il prete si portò alle spalle di Beccaria, e proseguì: “La Ciba produce quattrocento nuovi farmaci al mese, sevizia tre milioni di animali al giorno, uccide centomila esseri umani all’anno. Per sperimentare i nuovi prodotti, il premio nobel Daniél Heymans pratica la vivisezione umana.” “Questo non è mai stato dimostrato,” protestò il Siciliano. “Non c’è bisogno di dimostrarlo.” “Nessuno l’ha visto,” insisté. “Non c’è bisogno di vedere. Lo sappiamo.” All’improvviso Don Abbondio sembrò stanco. Appoggiò una mano sulla spalla destra di Beccaria, come per sorreggersi, e la strinse con affetto. “Heymans va tolto di mezzo,” sussurrò con uno sforzo che risuonò disperato, “e il suo laboratorio distrutto. E dobbiamo farlo subito, non c’è altra soluzione: tra una settimana il decreto del Ministro renderà obbligatorio il Tribadim, e la Ciba potrà contare su un mercato di quaranta milioni di drogati.” “Don Abbondio ha ragione!” esclamò Tramaglino, e si mise in piedi. “Ma non lo capite? È tutto legale. Apriamo gli occhi, maledizione! Il nuovo vaccino dell’HIV dà dipendenza, lo sappiamo da mesi. Capite cosa vuol dire il prete? La Ciba e il Ministro si dividono i soldi. È un genocidio legale e democratico.” “Ma cosa possiamo fare per impedirlo?” domandò Lodovico. “Il prete ha ragione,


è vero. Ma Heymans studia il vaccino da due anni, e la formula sarà già in mano a tutti gli scienziati della Ciba. Che senso ha ammazzarlo e distruggere il laboratorio? Non faremmo che correre rischi inutili.” “No,” rispose Don Abbondio. “Il Tribadim non è ancora pronto e Heymans non ne divulgherà la formula fino all’ultimo momento. No, se ammazziamo lui è fatta.” “Io sto col prete,” proruppe Tramaglino. “Facciamo fuori quel figlio di puttana!” Don Abbondio aveva trovato un alleato. “Ragiona, Lorenzo...” “No, ragiona tu, Siciliano. Quanti amici hai visto morire di cancro, di infarto, o uccisi dagli psicofarmaci? Quanti si sono consumati il cervello di Nembutal fino a diventare ciechi o epilettici? La Ciba ci ammazza tutti i giorni, il Ministro ci obbliga a consumare i farmaci e s’intasca i soldi. No, ragiona tu! Io sto col prete, e domani ammazzo quello scienziato. Se non vuoi starci, se nessun altro vuole starci, non importa, bastiamo noi due.” Dopo lo sfogo, Tramaglino si sedette. Anche Don Abbondio riprese il suo posto, lanciandogli un’occhiata di assenso. La gamba buona cominciò a fargli male. Attese. “Va bene,” disse Beccaria, fissando il bicchiere vuoto, e quelle parole valsero per tutti. Dopo la preghiera, il prete chiude il breviario e sale in camera. La stanza è piccola, ornata solo di un letto sfatto, di un crocifisso appeso al muro e, nell’angolo, di un lavandino sormontato da uno specchio. Dalla finestra socchiusa penetra la quieta luce dell’imbrunire, mentre fuori un trionfo di colori festeggia l’estate. Il prete si siede sul letto e si sfila di dosso i vestiti. Piega più volte il ginocchio, per controllare le condizioni della tibia di adamianto. “Posso correre,” pensa. Si massaggia il ventre magro per sciogliere la tensione. Si alza, va al lavandino, apre il rubinetto dell’acqua ~~~~

Weekend Al Taze. Cazzo, quello nuovo? Sfavillante. Aperto da poco? Quello. In pieno centro? Quello. Ma dai. Sono venuto giù con la piena? Ne parlano tutti… …ma pochi lo fanno. Aperto da quando? Da sabato sera. Ah quindi…


…ero lì… …all’inaugurazione. Eh. Cazzo. Eh. È lì che è successo? E dove se no? Lì lì? Eh. Ma quella poi? No, no, non dirmi niente. E i biglietti? Giri miei. Certo che sei un vero stronzo. Dunque stavate al Taze. All’inaugurazione. All’inaugurazione del Taze. Una? Una, una e mezza, una e tre quarti. Facciamo una e mezza. Entriamo io e gli altri, lucidi come ovaie. Reso l’idea. Penetriamo nel figaio. Edipico. Dunque all’una e mezza stavate al Taze. All’inaugurazione. Chiaro. Tu e gli altri. Esatto. Una e tre quarti? Più o meno. Non più tardi. No. Ovvio. Prima? Al Tatler. Da che ora a che ora? Prima del Taze. Undici e mezza. Mezzanotte giù di lì. Lì si trinca. Di brutto. Cazzo se si trinca, lì. Tre Cuba Libre. Si drinca. Sette caipirinha. Tre daiquiri. Solo? Una vodka lemon. E? Tequila. Boom.


Boom. Quante? Due, tre. Mi prendi per il culo. Ho gli scontrini in tasca. Mi fido. Tre Boom Boom. Anche quattro. Senza dubbio. Freni inibitori? Liberi come i negri dopo Abramo. Isacco e Giacobbe e tutte le madonne. Fighe? Ancora zero. Sei sincero. Tiriamo all’inaugu. Troppo presto. Mezzanotte. Mica vuoi fare… …figure di merda, chi cazzo… …ci va all’inaugu prima dell’una… …una e mezza… Non più tardi. Mai forzare. Sei un habitué. Eh. Raccontami del Taze. Be’, il locale in sé è una gran merda. L’hanno pompato alla grande. ~~~~

Commemorazione “Il sole sulle labbra, sognando un suono dolce sospeso tra i rami e noi che andiamo pieni dell’aroma forte del mattino.” (Rainer Maria Rilke) Mio nonno stava morendo. Era fragile come cristallo, il lenzuolo avvolgeva il fantasma del suo corpo, come in un vetro guardavo dentro le sue ossa, lui aveva abbandonato ogni resistenza (no, non del tutto, il braccio destro era ancora forte, stringeva lo stipite del letto quando cercavo di sollevarlo, di metterlo a sedere, di dare respiro ai suoi muscoli esausti), accucciato nel dolore implorava un’illusione di quiete, una reliquia di felicità, col pensiero intanto vagava e mi rivolgeva domande strane, mi spingeva addosso un’intera vita di parole, ma io non capivo, non capivo, non facevo che dire Sì, non


preoccuparti, sì nonno, adesso vedrai che passa, lui progettava, progettava, diceva Dopo mi alzo e ti faccio vedere, io rispondevo Sì, nonno, lui diceva Quando ero in marina salivo d’un fiato i pennoni delle navi e l’aria salata mi bruciava i polmoni, io per farlo parlare, per non lasciarlo solo gli sorridevo, Parlami della marina gli chiedevo, lui non aveva più il controllo delle emozioni, piangeva senza lacrime e raccontava qualcos’altro, di un tizio che correva per le strade di campagna e urlava C’at vegna un chéncher, era uno che passava ogni giorno per un sentiero coperto di cocomeri, poi Una volta in tempo di guerra siamo andati in un campo, era due giorni che non mangiavamo, abbiamo cavato tutte le mele dagli alberi, il contadino è uscito col fucile e ci ha sparato, noi siamo scappati come cavallette e ridevamo, ci siamo riempiti di mele che ci veniva il mal di pancia, io lo guardavo, gli dimostravo che ascoltavo. Prima, quando il tempo della vita sembrava infinito, ero sempre io a parlare e lui a restare in silenzio; era la ripetizione delle sue azioni a definirlo: l’andare a letto dopo pranzo, il prendere il cappello, l’uscire e scendere le scale, i suoi passi lenti, calmi, sdraiarsi nel calore del suo corpo all’alba quando avevo otto anni e mio nonno era forte come un albero, era Babbo Natale che tutti i giorni mi comprava le figurine, io dovevo la mia esistenza all’essere il nipote, il figlio della figlia, ero modi di dire, frasi ripetute come Eri alto così, Come passa il tempo, Loro crescono noi invecchiamo; allora, quando i giochi riempivano di beatitudine la giostra dei giorni, mio nonno cavalcava le montagne, era la roccia e l’acqua, era l’eternità monotona dei pomeriggi fatti di bancarelle e fumetti, di guerre di giocattoli, di bagni caldi, di palle di neve. Quasi sempre allora mi caricava sul motorino, mi sedevo sopra un rettangolo di spugna e mi ricordo che lo abbracciavo, non vorrei confondermi ma davvero volevo che non finisse mai, io ero quel motorino, quei fumetti che mi comprava, quel suo giubbotto grigio con la cerniera lampo, quella capacità di aggiustare le cose, di piegare il ferro, quando ero piccolo e il tempo doveva ancora raggiungermi mio nonno schiacciava il ferro nella morsa, io stavo seduto su una vecchia sedia impolverata, leggevo un fumetto o lo guardavo con il mento appoggiato sulle mani, amavo quel silenzio. Poi è successo che l’ultima volta che l’ho visto in piedi l’ho accompagnato in cantina, pensavo Non è possibile che stia davvero così male, forse si è un po’ ripreso, non del tutto va bene, forse poteva scendere dal letto, uscire e io sdraiarmi all’alba accanto a lui, se ci penso non riesco a credere che è tutto già finito, come passa il tempo, prima tutti mi erano vicini, tutti i giorni mi accompagnavano a nuotare, tutti i giorni mi asciugavano i capelli, mi coprivano la testa col berretto di lana, tutti i giorni mi alzo adesso con le gambe che mi tremano, non faccio altro che chiedermi Mio dio che cosa mi succederà. Mio nonno invece era duro come un sasso, aveva fatto la guerra la Resistenza e una mattina era venuto in bicicletta sotto la terrazza per chiedermi se c’era mio padre perché era scoppiata la bomba alla stazione: allora ho alzato gli occhi e ho visto il fumo della bomba, ero sulla bicicletta con mio nonno e Guarda nonno gli dicevo, guarda quanto fumo, guarda i muri sbriciolati, ero con mio nonno quando scavavano le tombe, e anche adesso che lo seppellivano potevo dire C’ero io con lui, c’ero, io, l’ultima volta che è sceso in cantina.


Solo un attimo prima di morire, un anno appena, mi aveva chiesto di accompagnarlo alla serra per comprare dei fiori. Sì, gli avevo risposto con foga, coprendo la fine della domanda per dimostrargli di avere i sensi sempre tesi per lui, pronti a esaudire ogni suo desiderio. Avevo provato l’impulso di scattare in piedi, afferrare la giacca, aprire la porta e dirgli Vedi come mi do da fare? Non preoccuparti di niente, da adesso in poi ci penso a tutto io. Vedi come ti voglio bene? Volevo che mio nonno si aggrappasse a me, volevo caricarlo sulle spalle. Aveva preso il paltò dall’appendiabiti di legno scuro, aveva infilato il braccio destro nella manica sorreggendo il bavero con la sinistra, aveva ripetuto l’operazione con il braccio sinistro, attentamente, misurando i gesti come per timore di strapparsi. Il suo volto si era contratto in una smorfia ambigua, di sofferenza e stanchezza, me n’ero accorto, Sei pronto? gli avevo detto battendogli lievemente il palmo della mano sulla schiena, ostentando naturalezza e complicità. Sì. Avevo sceso le scale a balzi, per allontanare l’eco di quei passi pesanti alle mie spalle, ero precipitato in strada e mi ero lasciato accecare dal sole di gennaio, lo avevo aspettato tenendo il portone aperto e battendo i piedi per terra, spingendo la faccia nell’aria fredda e piena di azzurro, non ricordavo un pomeriggio così limpido, dopo la nevicata dei giorni scorsi la luce del cielo sgombro si rifrangeva sul ghiaccio diffondendo nella periferia una sorprendente nitidezza, spiccando i colori più vivi dall’intonaco dei palazzi, dal legno dei rami, dalle molecole dell’aria. Ci sei? Con la coda dell’occhio avevo scorto la sua ombra sul pavimento dell’atrio. Sì. Sul collo avevo percepito un lieve affanno. Avevo attraversato il vialetto di corsa affondando le gambe nel pantano di neve ~~~~

Di quell’estate Di quell’estate non ho neppure una fotografia. Qui invece Marco è sugli scogli, un agosto all’Argentario. Questa è una delle mie preferite, perché la luce del sole è bassa e calda e si riflette sull’acqua, e Marco ha un sorriso che non si dimentica. Qui Marco è al Louvre, ha diciassette anni. Ricordo quando mi parlò di quella vacanza, della noia a camminare nelle sale dei dipinti, del male alle gambe. Di queste immagini una cosa che ho notato è che Marco sorride spesso, come se volesse comunicarci la sua felicità. Qui aveva i capelli lunghi, a Rosslare, nel sud dell’Irlanda. Era ancora giovane, sui diciotto anni, ma certi viaggi ti restano dentro per sempre. Qui ha già fatto il militare, è con Marisa, in un pub di Londra. Si amano. Lo si capisce perché si stringono mentre sollevano il boccale di birra e hanno gli occhi rossi per il flash. Questa fotografia mi dà come un capogiro: l’accenno di abbronzatura, la camicia a righe bianche e gialle, il fatto che non ci sia, sullo sfondo, alcunché di rilevante da un punto di vista artistico o architettonico ma solo l’azzurro alle sue spalle. E il gesto di Marco, così apparentemente ordinario, quel distendere le braccia al vento simulando


lo spiccare di un volo, in primo piano, tagliato dall’inquadratura. Era prima che si perdesse il controllo delle cose, quando Marco guidava la sua vita come in questa foto, un uccello che sta per spiccare il volo. Qui è al telefono, al cellulare. Sono alle Azzorre, sul traghetto. Laura è dietro, è quella sfocata. Lui ha i capelli corti, al crepuscolo dei vent’anni. È magro come sempre, lievemente più stempiato. Non sorride più, a trent’anni non sorridi più, ci comunica in questa immagine. Fu poco prima che morisse. Di quell’estate le fotografie che mi ricordano me le sono inventate. Si trovano tutte, sfogliando il mio album. E si trovano anche nell’album di Marco. Lo so perché le ho messe io. Nella prima fotografia sullo sfondo c’è il mare. Il mare l’ho estratto da un catalogo di viaggi. Caraibi, se non sbaglio. Mi infondeva un’idea di quiete. Sulla sabbia c’era una coppia che sorrideva, ho lasciato il corpo dell’uomo, ho sostituito la sua con la mia faccia. Non che quel corpo mi riguardi. L’ho fatto più che altro per una questione di proporzioni. Di realismo. Nella seconda fotografia mi sono dato all’attività sportiva, windsurf. L’immagine è tratta da Sports Illustrated. Ho fatto l’abbonamento così non rischiavo che qualcuno ne indovinasse la fonte, non avendo io, purtroppo, conoscenze americane. Questi fotografi riescono a dare un senso di poesia anche alla più comune delle immagini. Non è proprio arte, è ciò che definirei professionalità. Mi viene in mente un’altra parola: funzionalità. L’acqua ha il colore dell’oro, assorbe il giallo del cielo. Io scivolo sulla mia tavola. Il montaggio è così accurato che sembro veramente sorridere nel corpetto salvagente e tenere al vento la vela con destrezza. Se chiudo gli occhi sento ancora le onde scorrere sotto i piedi. Nella terza fotografia sono con Marco, a New York. Si legge un certo stupore nei nostri volti, ai piedi dell’Empire State Building. Marco ha viaggiato, per me è come se fosse la prima volta. Sembra così strano, essere insieme in quell’immagine. In questa foto c’è il suo album azzurro con le macchie bianche. Ha gli angoli rinforzati da rilievi in oro, l’unico elemento che mi infonde un’idea di infanzia. Questo perché, mi comunica la rilegatura dell’album, la morte sfugge all’infanzia. Per Marco l’album delle fotografie era come un diario. Lo so perché l’ho letto e riletto nei lunghi pomeriggi in sua assenza. La vita di Marco per me è un’avventura. Ho incollato la foto di New York sulla pagina della sua ultima estate. L’ho sostituita a una con Laura, perché Marco non è stato più lo stesso, da quando l’ha conosciuta. Anche se personalmente confesso una spiccata inclinazione per Marisa, Laura lo aveva cambiato in peggio. Penso sia stato per il sesso. Ma non è questo il momento di parlarne. In questa fotografia c’è Laura alla veglia funebre di Marco. Mi ha detto che non si


ricordava che Marco le avesse parlato di me, di quel viaggio. Mi ha detto che era stata con lui quasi tutta l’estate, che era partita solo ai primi di settembre, per riprendere il Dottorato, mentre a Marco restavano ancora sei mesi per finire il Master. Mi ha detto che lui non le ha parlato di me né al telefono, né via mail. Mi ha detto che avevano pensato di trasferirsi a New York a vivere insieme, perché c’erano molte più opportunità, nel suo campo, molte più che a Milano o a Parigi. Mi ha detto che lui era voluto tornare per qualche giorno e si erano incontrati, a casa sua, e hanno sfogliato l’album per l’ultima volta. Il tono di voce di Laura mi infonde un senso di aggressiva sicurezza. In questa fotografia ho cercato di fissare la luce negli occhi della madre di Marco. Mi ha detto che Marco era un ragazzo molto chiuso ma era certa che mi volesse bene, ci conoscevamo fin da piccoli. Mi ha detto che mia madre le manca tanto, che è stata una delle poche persone che le abbia voluto veramente bene. Mi ha stretto le mani tra le sue e mi ha chiesto cosa mi ha detto in quegli ultimi giorni, prima della tragedia, fino a quando ero rimasto con lui. Dovevo essere arrivato subito dopo la partenza di Laura, alla fine dell’estate, le sue ultime settimane di vita. Alla parola “vita” è scoppiata in lacrime. Queste fotografie sono dell’appartamento di Marco. Ho cercato di immaginare ciò che avrebbe voluto ricordare, gli angoli di casa che aveva più amato nella sua vita di studente. Ora abbiamo trascorso molto tempo insieme, non solo gli ultimi giorni. Penso a quando eravamo in Guatemala, alla fine dell’Università. Mi ricordo ogni istante. La mia paura di essere lontano da casa. La sua forza d’animo, che all’inizio fraintesi per spacconeria. E la camminata da Milano a Venezia. È stato lì, a Venezia, che ha ~~~~

I chiodi nella fronte “I feel alright” (Steve Earle) Zero Dio compianga i bipedi e maledica le mani. Oppure. Sull’Atlantico un minimo barometrico, le isoterme e le isòtere eccetera, con quel che ne consegue. Oppure. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare, lo giuro. Oppure. Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più noiose di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Oppure.


Un qualsiasi altro inizio. Uno Tipo: Chiodi testa piatta in acciaio “dolce” Specifiche: I più usati per lavori in legno o fissaggi vari. Mi pianto il primo chiodo alle cinque del mattino di un lunedì di giugno. È l’Anno del Signore 2009 e mi trovo nel bagno di un appartamento che sul contratto mi appartiene al cinquanta per cento con mia moglie e di cui ho pagato cinque rate di mutuo su ottantacinque (anno dell’estinzione: 2032). Ma non ho calcolato il dolore. Con la testa tra le mani ficcata nel vano tra il water e la parete di cartongesso laminata in legno lancio grida e conati di vomito. Un’immagine: estate, notte, non so riconoscere la forma delle stelle, il Grande Carro, il Piccolo Carro. Il mare fluorescente per uno strano effetto magnetico. Ho sedici anni. Sono con la testa sotto l’acqua del rubinetto. Un rivolo s’infila nell’orecchio e mi fa sussultare mentre sciacqua il sangue che dalla fronte cola sulla guancia. Sollevo la faccia nello specchio. Il dolore si è attutito, l’acqua gelida lo ha anestetizzato. La mia faccia è viola come una prugna. Sulla zona sinistra della fronte, proprio dove si estingue la radice dei capelli, circondato da una bolla livida, spunta un piccolo chiodo a testa piatta, conficcato per metà. Il resto della faccia è rigido come quella di un sollevatore di pesi al massimo dello sforzo. Le vene gonfie pulsano nel collo. La bocca è aperta, i denti digrignati e sporchi di sangue. Il sangue è nero. Guardo la mano tremante. Stringe tra le dita il martello che ha comprato ieri alla ferramenta. Due La ferramenta l’ho riconosciuta per l’insegna verde “Ferramenta”. La parola luminosa vicino a una chiave inglese e a una lampadina che si accende e si spegne. Entro e il tizio al banco, il titolare, deve chiamarsi Gino, perché un tale che sta uscendo dice “Saluti Gino.” Il tale ha la camicia sporca e la faccia tutta contenta. Ha un pacchetto in mano. “Saluti Gino,” dico a Gino. “Ciao bello,” dice Gino, come se mi conoscesse da sempre. Gino ha la faccia arzilla e due occhietti buffi, piccoli e stretti come quelli di una talpa. È uno che sa metterti a tuo agio. “Di che hai bisogno, bello?” domanda Gino. “Chiodi,” rispondo io. Gino indossa una camicia di jeans, di quelle che non vanno più di moda, con i bottoni dorati sul taschino. È leggermente sudato anche se l’aria condizionata e tutto quel ferro rinfrescano l’ambiente. Il suo volto aguzzo è incorniciato da una selva di capelli irti, precocemente incanutiti, che circondano il perimetro del cranio in una frangia, per poi scendere fino quasi a toccargli le spalle. L’immagine che si forma in testa a chi pensa a un metallaro quarantenne.


“Chiodi?” fa Gino. “Che chiodi?” “Chiodi,” faccio io, cercando di rendere il tutto il più semplice possibile. Gino scoppia a ridere. Sorrido anch’io, lievemente imbarazzato. Entrare in una ferramenta, lo sapevo, implica la conoscenza di un lessico tecnico di cui sono sprovvisto, di parole dalla semantica arcana come “brugola del 12”. “Chiodi, chiodi,” dice, dopo una pausa di qualche secondo. E insiste: “Che tipo di chiodi?” “Che tipo…” mi ritrovo a riflettere a voce alta. “E di quanti tipi potremmo parlare?” “Tanti quanti ne vuoi, bello mio.” Gino estrae da sotto il bancone un grosso volume, e inizia a sfogliarlo. “Vedi questo? Si chiama catalogo. Le vedi tutte queste pagine?” Con le dita mima lo spessore. “Un tot così è tutto di chiodi.” Io resto zitto, per non balbettare nulla di compromettente. “Dunque, vediamo di darci una mano,” mi viene incontro Gino. “Per cosa ti servono?” “Per co…? Per attaccare un quadro.” “Legno, mattone o cemento?” “Eh?” Gino mi fissa attento, come un ragno prima di divorare l’insetto intrappolato nella tela. “Devi piantare questo quadro su una parete di legno, di cemento o di mattoni?” Pausa. “Oppure li devi piantare nel culo di qualcuno?” Scoppia a ridere. Si sta divertendo. “Legno, direi, sì, legno.” Mi sembra il materiale meno resistente di tutti. Gino ci pensa su un momento. “D’accordo, testa piatta,” dice alla fine. Gino si volta e apre un cassetto, tira fuori i chiodi e me li mostra. “Vanno bene così?” La forma lunga dei chiodi mi spaventa. Il riflesso del neon sull’acciaio mi fa venire in mente le armature medievali, poi una camera di tortura. “La forma,” gli dico, “la forma, troppo…” “Troppo come?” Gino sembra incuriosito. “Lunghi.” “Lunghi?” “Sì, lunghi, vedi, la parete dove devo piantare questo quadro, il quadro è un Alex Katz, cioè non un vero Alex Katz, una riproduzione, è una parete sottile, molto sottile. Nel bagno.” “Nel bagno?” “Sì, nel bagno.” “Vuoi dire…” si guarda intorno come per assicurarsi che nessuno ci stia ascoltando, “vuoi dire che caghi guardando un quadro?” “Mi rilassa.” Gino scoppia ancora a ridere, finalmente convinto. “Contento tu, bello. Io di solito mi leggo la Gazzetta, quando cago. Ad ogni modo, visto che ormai io e te non abbiamo più segreti ti farò un favore e ti ridurrò per il tuo quadro e la tua santa cagata questi cinque chiodi della lunghezza di due centimetri.” Senza aggiungere altro


prende cinque chiodi e scompare. Sento un leggero sfrigolio. Gino ritorna dopo qualche minuto. “Et voilà!” e mi mostra i miei chiodi nuovi. “Naturalmente,” aggiunge, “visto l’eccellente servizio del sottoscritto, dovrai acquistare l’intero pacchetto.” Pago e fuggo via. Sto per aprire la porta a vetri quando mi fermo, mi volto e ritorno al bancone di Gino, che mi domanda: “Ciao bello, dimenticato qualcosa?” “Sì,” mormoro. “Dimmi bello.” “Volevo anche un martello.” “Sai una cosa? Sei capitato nel posto giusto.” Tre Ci fu un tempo in cui il computer portatile sembrava poter risolvere tutti i problemi della vita contemporanea. Un aggeggio così compatto e snello da contenere l’intero sapere umano e non umano. Il tuo ufficio portatile, il tuo studio portatile, il tuo mondo portatile. Nel suo libro Essere digitali, Nicholas Negroponte tesse le lodi di questo mondo. Racconta che una volta al check in dell’aeroporto gli chiesero quanto valesse il suo computer e la sua risposta fu, più o meno: “dieci milioni di dollari.” E non per il suo valore commerciale, non per l’hardware, spiegava, ma per quel che c’era dentro, per il software, per il suo essere digitale. Dunque c’è Negroponte al check in con una ventiquattrore e uno zainetto nero con su stampato il logo della mela, si avvicina fresco come il sole dopo la pioggia, il suo zainetto scorre sotto i raggi X e… Negroponte sale sull’aereo, estrae il computer portatile dallo zainetto nero, la mela ammicca sotto le sue agili dita, come un prestigiatore solleva lo schermo pieghevole, strizza l’occhio al suo vicino di poltrona, l’aereo spicca il volo facendo provare un senso di vuoto allo stomaco dei passeggeri, ondeggia come una giostra, il cielo si incolla ai finestrini, Negroponte fa un cenno di assenso a se stesso, al suo portatile, la hostess gli dice Okay, ora può accenderlo, Negroponte col dito indice carezza il pulsante dell’on, e… Negroponte si sistema la cravatta e si rilassa in fase di atterraggio, ha usato per quattro ore il suo computer portatile, ha aperto tutti i programmi, ha controllato i fogli di calcolo di Excel, ha guardato il dvd delle Charlie’s Angels, ha testato il nuovo programma del Mit sul comportamento complesso delle particelle di sodio nell’acqua minerale, ha richiuso tutti i programmi. Ha sorriso più volte all’hostess, ha guardato le gambe di una passeggera bionda che indossa una gonna trasparente, ha riguardato le gambe, ha cercato di attirare la sua attenzione, la bionda dalle gambe trasparenti sorseggia uno scotch e a un certo punto sembra averlo guardato, Negroponte si stira e… Si addormenta. Ma… È stato tutto un sogno. Negroponte non è mai andato al check in, non ha mai posseduto una ventiquattrore o uno zainetto nero con la mela in rilievo, non ha mai visto una bionda con le gambe trasparenti, non ha mai insegnato al Mit, non ha mai


scritto Essere digitali. Non si chiama Negroponte, si chiama Ricucci e lavora come commesso in un noleggio di Dvd e Vhs alla periferia di Bologna. Vorrebbe cambiare cognome e vorrebbe cambiare vita, si è innamorato non ricambiato di una cliente del negozio, una donna sulla cinquantina che noleggia sempre film francesi. Lei ha qualche chilo di troppo, ma a lui appare snella, lui ha trentasei anni e una leggera pancia al basso ventre. Sogna di mettersi a dieta, di mangiare senza ingrassare. Lei lavora come contabile dal commercialista negli uffici del palazzo lì di fronte e adesso che con Ricucci ha un po’ di confidenza gli ha detto che Zitello, il commercialista, una volta lavorava per un grosso studio del centro che fu coinvolto in un’indagine sulla mafia. Ricucci la guarda ma non la ascolta. Gli basta stare lì con lei, nei dintorni del suo corpo. Quattro Ho distrutto a testate il mio computer portatile poco più di un anno fa. Era un Macintosh color bianco avorio con la mela azzurra che si pavoneggiava al centro. Odore di panini al prosciutto deglutiti senza masticare mentre digito i tasti, odore di ascelle, di mouse e di modem. Ora più nessun odore. Otto È un uomo di mezza età. Brizzolato. Canuto. Indossa una camicia Henry Lloyd mezze maniche a righe bianche e azzurre, aperta fino al petto, tiene la pancia in dentro. È abbronzatissimo. Scommetto che è abbronzato tutto l’anno. Ha la faccia tirata, il vecchietto. Le guance scavate di chi fa bicicletta o spinning. I polpacci sodi. Mountain Bike. Sandali Sabu beige ai piedi, Rolex al polso, nell’altro polso una pietra dalla forma singolare. Comprata dove? Comprata a Kathmandu. Occhiali da sole Linea Gucci, il nonno. È insieme a una che avrà trent’anni di meno, dalla pelle nocciola, sole della Sardegna. La ragazza continua a scrivere sms, il naso ficcato nel monitor del cellulare. Si guarda in giro e sorride a tutti, poi ordina un altro mojito. Ha un vestito estivo bianco che ne evidenzia la carnalità del ventre, leggermente prominente. È incinta del nonno. Il re del bar. Arriva un altro e stringe la mano al brizzolato, serissimo. Iniziano a parlare. Il re del bar tira indietro le labbra come quelli che hanno la “esse” sibilante, la “esse” di chi conta balle. Conoscevo un tizio così, quindi deve valere per tutti. Sorride e tira la bocca ai lati, in un sorrisetto da “esse” sibilante. Undici A me piacciono quei film americani dove puoi ricominciare da capo, dove ti viene offerta una seconda chance. Dove il giorno prima sei il boss di New York, giri con la tua Cadillac rosa con i lampadari attaccati ai fari anteriori e la musica rap sparata a mille, vai dalle tue puttane, spacci, spacchi il naso a qualche stronzo, ammazzi un paio di concorrenti, tiri tre etti di coca, dai un festino nella tua casa di mille metri quadri piena di piscine e donne con le tette grosse come jumbo e passi le tue giornate


così, tra soldi e fighe, a fare feste, a fare orge, a fare dollari. Poi una sera non fai l’elemosina a un barbone e fai il più grosso errore della tua vita perché quel barbone in realtà è Dio e lui per punirti ti combina un bello scherzetto. E il giorno dopo ti risvegli nel corpo di un prete presbiteriano del Michigan, con moglie e dodici figli a carico. Tu sei sconvolto, cazzo il giorno prima eri il numero uno e adesso devi tener dietro a una parrocchia sperduta in mezzo alla campagna, con dodici figli e una moglie coi bigodini. E tu maledici quel barbone, maledici Dio e maledici te stesso. Ma poi, piano piano, ti accorgi che non è così male vivere quella vita semplice, quella vita normale. E riscopri le piccole cose. Le frittelle appena sfornate, il tramonto sui campi di grano, l’amore di tua moglie. E la vita ricomincia. Ma ecco che un giorno in chiesa irrompono i tuoi vecchi compari, sono inseguiti dalla polizia, prendono degli ostaggi, la chiesa viene circondata ma tu vai da loro e gli dici “Ragazzi, non vi ricordate? Sono io, sono Mick.” E loro: “Ma, Mick… sei proprio tu?” “Sì, sono proprio io, sono cambiato, e ora ho scoperto il valore delle piccole cose.” Loro si mettono a piangere e vi abbracciate e la polizia li ammazza tutti ma anche loro hanno capito, sì, anche loro hanno capito il valore delle piccole cose. Dodici Vado da Gino alla ferramenta per nuovi chiodi. Tipo: Chiodi testa piccola in acciaio “dolce” Specifiche: Per lavori più accurati in quanto avendo la testa piccola possono essere inseriti completamente nel legno e ottenere quindi una superficie liscia. Dopo la stuccatura, naturalmente. Gino mi sorride. Oltre alla solita camicia di jeans, indossa un cappellino degli Iron ~~~~

Tsunami Eravamo in trattoria e stavo mangiando delle polpette. Le trituravo con la forchetta e pescavo i detriti dall’oceano di pomodoro. Fuori pioveva a dirotto. L’acqua colava dagli infissi sul pavimento e s’infiltrava nelle ossa. “Merda, Bologna è 55 metri sopra il livello del mare,” ha detto Ermanno. Aveva il piatto pieno di brodo e di tortellini. Il brodo stava per tracimare dall’argine di ceramica. “Se arriva l’onda travolge tutto, sicuro. Io credevo di star tranquillo invece se arriva è sicuro che spazza, hai visto che roba gli ombrelloni? E gli alberghi? L’onda anomala è avanzata per un sacco di chilometri anche all’interno delle città. Sóccia c’erano perfino degli autobus sugli alberi.” Ha abbassato la testa e con cautela ha risucchiato il brodo. Io me ne sono stato zitto, ad annusare l’odore dei tortellini che si mescolava a quello delle polpette. Robby invece ne ha approfittato per dire: “A 55 metri lo Tsunami mica ci arriva, figurati, non penso che è quello il problema.” Ha affogato il cucchiaio tra i passatelli. Ermanno ha continuato come se non l’avesse sentito: “Onde di 50 metri là ce


n’erano e se l’onda anomala arriva a Bologna ci travolge perché in centro si è a 55 metri sul livello ma tipo alla Bolognina si va più sotto, si arriva anche ai 40 metri. Pure tutta la zona del Navile viene sommersa.” “Non è mica quello il problema,” ha ripetuto Robby. Come al solito, non guardava Ermanno in faccia, ma teneva gli occhi sul piatto di passatelli. “Il fatto più preoccupante è l’onda d’urto, l’effetto devastante della propulsione, del terremoto subacqueo, una potenza pari a circa 103.000 bombe atomiche.” “103.000 tua sorella,” ha fatto Ermanno con quel tono da presa per il culo che tiene sempre con Robby, dal momento che è il suo capo. “Massimo saranno state circa 53.000.” Robby ci ha pensato su, poi gli ha dato atto: “A me mi sembra di aver letto circa 103.000, però non ci metterei mica la mano sul fuoco. Quello che conta è la potenza devastante dell’onda d’urto.” Ha spostato il piatto di passatelli alla sua sinistra. “Questa fate finta che è l’India e lo Sri Lanka.” Ha preso il cucchiaio gocciolante, l’ha pulito col tovagliolo e l’ha appoggiato sulla tovaglia più a destra. Sopra, un po’ sghembo, ha messo il coltello. “Questo è Sumatra, quest’altro è la Thailandia.” Ha piantato l’unghia sulla tovaglia macchiata di sugo. “Questo è l’epicentro.” Ha tirato il dito come a disegnare delle linee ondulate, fino ai piatti e alle posate. “E questo è l’effetto del maremoto, otto, nove, dodici paesi. Pensate che l’isola di Sumatra si è spostata di trenta metri!” “Seee, trenta metri, adesso sono andati lì a misurarla,” s’è intromesso Ugo, che fino a quel momento era stato zitto come me. Anche lui aveva preso un piatto di polpette. “Comunque le bombe atomiche sono massimo circa 33.000 e poi dimmi che cazzo c’entra l’atomica col terremoto, mica c’è l’effetto radioattivo.” Si è tolto gli occhiali che si stavano appannando per il calore delle polpette e li ha asciugati col tovagliolo. ~~~~

L’altra sera, verso il tramonto Da una lettura di Hubert Selby Jr. L’altra sera, verso il tramonto, ho incontrato Giuliano, un amico che non vedevo da tempo, quindici anni almeno. Oggi lui è come me, un po’ stempiato e sovrappeso. Un bel po’, a dire il vero. Non vi dico lo stupore, nel ritrovarci. Il sole faceva capolino dietro il mare, non sembrava stesse per spegnersi. Noi stavamo sulla spiaggia, a prendere un po’ d’aria. “Che ci fai qui?” gli ho chiesto. “E tu?” mi ha chiesto. “Eh,” gli ho detto. Gli ho detto: “Bevi qualcosa?” “Sì.” Allora ci siamo seduti sulle sdraio, che sono gratis perché non c’è nessuno a quell’ora, solo il bagnino che chiude gli ombrelloni e spazza la sabbia.


Io sono andato a prendere due birre. Erano due Guinnes scure, se non sbaglio. “Buona,” mi ha detto. “Buona, sì. Tu bevi?” gli ho chiesto. “Quasi mai,” mi ha risposto. Poi abbiamo brindato, ricordo i colli delle bottiglie che tintinnano, e la schiuma spumeggiare nel vetro scuro, come il mare sul bagnasciuga. Avevamo un sacco di cose da dirci, da raccontarci, io e Giuliano, perché eravamo stati molto amici, anche se adesso ne ho un vago ricordo. Ma lui mi ha parlato soprattutto della sua auto nuova. “Sai che ho comprato una Renault Scenic?” mi ha detto. Io sono saltato sulla sdraio, perché la Renault Scenic è la mia auto preferita. “Fantastico,” gli ho detto. “Stupendo.” O forse “Non posso crederci.” Qualcosa del genere. “Dovresti vederla,” mi ha detto. “Ho preso il modello Full Optional. I tergicristalli si azionano da soli, quando piove. Non devo nemmeno azionare il pulsante di apertura delle porte, sul portachiavi. Si aprono da sole. Sentono la mia presenza. Il concessionario mi ha detto che non è un auto, ha detto che è un ‘gioiello di tecnologia elettronica’. Io gli credo. Dovresti vederla.” “Verrò,” gli ho detto. Mentre parlavamo sono arrivati dei ragazzi, vicino a riva. Erano dieci, forse dodici, con un pallone. Hanno fatto le porte con le magliette, come facevamo anche noi, e hanno iniziato a giocare. Io sono andato a prendere altre due birre, poi con Giuliano ci siamo messi a guardarli, mentre bevevamo. La partita non era male. “Passa!” ho detto. “Crossa!” Io e Giuliano convenimmo sul fatto che l’attaccante di destra era in gamba.

I chiodi nella fronte  

Anteprima dell'e-book narrativo di Simone Bedetti "I chiodi nella fronte", pubblicato da Area51 Publishing.