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Collana IMPRONTE DIGITALI

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Paolo Stefi

ALLARME AL LARIANO Romanzo

area51 Publishing

www.area51publishing.com


Allarme al Lariano Copyright © Paolo Stefi Copyright © 2010 Area51 Publishing Srl All rights reserved. Collana: Impronte digitali Cover design by Lorenzo Di Marco Foto di copertina: Elena Flamini

Published 2010 by Area51 Publishing srl www.area51publishing.com EBPDF.ID.01/2010

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SOMMARIO

Nota introduttiva di Lucio Trevisan Giudizi critici Capitolo Uno Capitolo Due Capitolo Tre Capitolo Quattro Capitolo Cinque Capitolo Sei Capitolo Sette Capitolo Otto Capitolo Nove Ringraziamenti

pag. 7 pag. 9 pag. 11 pag. 37 pag. 71 pag. 95 pag. 125 pag. 155 pag. 179 pag. 201 pag. 237 pag. 263


NOTA INTRODUTTIVA

n commissario capo imbranato e pantofolaio. Il suo consulente psicologico fancazzista. Un poliziotto negoziatore che non sa negoziare. Una rapina in banca. Un sequestro molto anomalo. Ostaggi. Amorazzi di provincia (Erba e dintorni). Vecchi saggi o bisbetici. Ricettatori e usurai. Mandanti oscuri. Scambi di persone. Documenti falsi. Cadaveri veri e finti. Shakerate il tutto, ed ecco servito al banco il giallo rosa di Paolo Stefi. Il tono è scanzonato, godereccio, strizza l’occhio al lettore. Ricordate La Pantera rosa e l’ispettore Clouseau con quell’impagabile Peter Sellers? Si legge, e ci si diverte. Gli amanti della musica rock e pop troveranno pane per i loro denti. Cosa potete volere di più?

U

Lucio Trevisan


GIUDIZI CRITICI

“Una rapina con il morto dal sapore nostrano, con spunti di fantasia, per conoscere una Erba spesso sottovalutata, fedele ricostruzione di un abito cucito a perfezione, almeno agli occhi di chiunque la conosca bene.” La Provincia “Un periodo piacevole, coinvolgente, senza cadute di ritmo. La scelta di puntare sull’efficacia del dialogo serrato, del botta e risposta, si rivela vincente e tagliata su misura per la storia e il genere letterario prescelto.” Enrico Ghioni - Sindaco di Erba “L’esordio di un talento ironico che sembra osservare sconsolato la banalità del male quotidiano. Un romanzo scritto con grazia e ironia, in cui le pagine non grondano sangue perché è l’intelligenza a condurre i giochi.” Mario Mariani - Autore e regista RAI


CAPITOLO UNO Sitting in his nowhere land Making all his nowhere plans For nobody. l coro senza strumenti della traccia 4 di Rubber Soul era proprio quello che volevo sentire, volevo sentire l’attacco del basso e della chitarra dopo quelle voci sospese nell’aria, volevo cantarle a voce alta per iniziare bene quella giornata che sapevo sarebbe stata freddissima. Spalancai le persiane della camera e la luce e il freddo mi penetrarono in tutto il corpo. Entrai in bagno, mi lavai la faccia con l’acqua gelida mentre il primo stacchetto della chitarra stava già finendo: “Nowhere man...”. Andai in cucina e riempii d’acqua la caffettiera rimanendo a fissarla imbambolato per qualche secondo. Ascoltavo ancora i coretti del ritornello quando il suono fastidioso del campanello si infiltrò fra le note della canzone. Presi il caffè dalla credenza e caricai la moka. Stavo ancora dormendo ma i gesti mi riuscivano incredibilmente precisi. Suonarono ancora e questa volta realizzai che forse era meglio sapere chi veniva a

I


cercarmi di primo mattino. Aprii e mi si presentò davanti il mio amico Pat, con la faccia completamente rossa e gli occhi fuori dalle orbite. “Ue...” mi disse quasi boccheggiando, prima che io potessi fare mente locale e tese un braccio in modo da non permettermi di chiudergli la porta in faccia, cosa che io non avrei comunque mai fatto. “Ciao Pat!” dissi sorpreso. “C’è una rapina Rudi,” mi disse subito lui, rimanendo fuori dalla porta. “Una rapina? Dove? Qui?” Entrò in casa quasi travolgendomi e si sedette al tavolo del soggiorno: “C’è una rapina!” aggiunse ancora ansimando. Pian piano cominciavo a svegliarmi e a diventare un po’ più reattivo: “Pat, che ci fai qui di prima mattina?” Anche lui prese un po’ di fiato e tornò all’attacco: “Intanto sono quasi le 10, e non è prima mattina essendo, per tutto il resto del mondo, un giorno lavorativo!” Accusai il colpo senza darlo a vedere, come se non avessi sentito: lui reputava che, per il semplice fatto che non mi obbligavano ad alzarmi sempre prima delle sette e mezza, i miei lavori non fossero dei veri lavori. “Seconda cosa: che cos’è questa merda?” Si guardava intorno con gli occhi persi. Rimasi senza parole e senza capire a cosa si stesse riferendo e lui continuò con l’attacco: “I Beatles! Sono i Beatles! Tu ascolti i Beatles di mattina? Dimmi che hai una ragazza in camera con cui vuoi fare il romanticone, Rudi, è questa situazione che ti fa sentire questa 12


robaccia, vero?” In fatto di gusti musicali io e Pat non eravamo mai andati molto d’accordo e lui non mancava occasione per insultare la mia collezione di dischi o le mie nuove proposte. Come se non ci fosse stata ancora nessuna conversazione fra di noi, andai in cucina a mettere il caffè sul fuoco, visto che ormai la moka era pronta. “Ti vedo agitato gli dissi, vuoi un caffè” Lui guardò il soffitto scuotendo la testa: “Mio Dio, Rudi! Ma come fai a sopravvivere a questo mondo!” Rimasi ancora senza parole e lui continuò spiegandomi il suo disappunto: “Se vedi qualcuno agitato non devi offrirgli il caffè, al massimo una camomilla, un bicchiere d’acqua, una tisana... ma non un caffè!” “Vuoi una camomilla?” “Mi fa schifo la camomilla.” “Affare fatto, allora io mi prendo un caffè doppio: vorrà dire che se non diventerai più calmo tu sarò io a diventare nervoso abbastanza da sopportarti.” Pat rimase in silenzio mentre io aspettavo che il mio caffè fosse pronto. Esattamente nella pausa fra “Think for yourself” e “Word” ricominciò il suo discorso in modo meno confuso: “Be’, senti: c’è una rapina in corso qui a Erba.” Aspettai in silenzio, lui si alzò, venne in cucina e riattaccò: “Una rapina, guarda, non ci crederai, ma sai dove? Be’, alla San Paolo!” Lo guardai in silenzio e sorseggiai il caffè che era caldo e forte. Mi guardò come fossi un estraneo e poi riattaccò: 13


“Al Lariano, una rapina al Banco Lariano!” Non capivo ancora se stesse scherzando oppure no, non capivo se il suo discorso avesse un doppio senso, fosse in un codice che io avrei dovuto decriptare e quindi rimasi ancora in silenzio. “Mi hai capito o no?” “Scusami Pat, forse sono ancora rincoglionito, ma non capisco di cosa tu stia parlando...” “Di una rapina, una vera rapina!” “Una vera rapina?” Cominciavo a capire che non si trattava né di uno scherzo né di un gioco, a quanto pareva. “Certo, e io sono incaricato di gestire l’operazione... cioè, in realtà, dato che è ancora in corso, adesso c’è là il commissario capo Marconi a negoziare, ma le indagini le conduco io!” “Chi?” gli chiesi mentre cercavo di ricostruire tutto il discorso, che mi pareva ancora confuso. “Il commissario Marconi è un esperto in negoziazioni, un pezzo grosso, diciamo, con un sacco di esperienza, e l’hanno chiamato a Como per gestire l’operazione che è sotto il mio...” “Scusami Pat,” lo interruppi, “ripetimi un po’ cosa succede.” Pat era spazientito. “Oh Rudi! Allora c’è una rapina in corso al Banco Lariano!” Il “Banco Lariano” in realtà non esisteva più. Era stato, ed era tuttora, il luogo di ritrovo di tantissime compagnie erbesi che la sera si ritrovavano nel grande parcheggio di fronte alla banca che ormai da qualche anno era diventata “Banca San Paolo”. Per tanti erbesi della nostra generazione, però, pur cambiando il nome alla banca, non era stato modifica14


to il nome del punto di riferimento per tutti i ritrovi: il “Banco Lariano”, il luogo più familiare di tutta Erba. “I rapinatori sono ancora dentro,” proseguì il mio amico, “e lì c’è già un negoziatore, un commissario esperto in negoziazioni che gestisce l’operazione, visto che ci sono ostaggi e tutto il resto, un po’ come per Samuel L. Jackson...” “Ok, e tu che c’entri?” “Io curo le indagini del caso, lo affianco, per il momento, ma poi sarò io responsabile delle indagini!” “E perché devi essere affiancato da un negoziatore? Non ti avevano promosso a detective?” Pat alzè gli occhi al cielo stizzito: “Commissario! Mi avevano promosso a commissario, non esiste ‘detective’, ok?” Annuii col capo e con gli occhi bassi: per lui questi errori erano imperdonabili. Pat era un poliziotto. In principio, a dire il vero, aveva accolto con vero entusiasmo la sua promozione, ma dopo qualche tempo, dato che era insito nella sua indole lamentarsi di qualsiasi cosa, aveva cominciato a sospettare che non fosse il lavoro per lui, e di lì a poco cominciò a rammaricarsi di come erano andate le cose, del tempo in cui stava seduto dietro la scrivania e del fatto che non si sentisse più utile come prima. “Be’, finalmente allora parti all’azione!” Lui finalmente mi sorrise, era un sorriso nervoso e si lisciò i pochi capelli all’indietro con le mani, per farmi capire quanto fosse davvero teso e preoccupato. Era poco più vecchio di me, ma anni di palestra l’avevano reso in principio un po’ più robusto, poi piazzato e ora era decisamente più tendente al grasso che all’atletico. 15


Adesso se ne stava lì, sulla soglia della mia cucina, con le braccia tese tra uno stipite e l’altro come per reggersi, e mi guardava con l’aria compiaciuta di chi ha appena dimostrato di essere importante, anche se ancora non mi era chiaro il suo ruolo in tutto questo. “Sei teso?” gli chiesi. “Secondo te? Un uomo è entrato in una banca qui a Erba, è armato e tiene con sé degli ostaggi, io sono incaricato di seguire le indagini e dovrei essere rilassato?” “Non lo so... com’è la situazione?” “È delicata, è entrato ed è scattato l’allarme. Abbiamo subito circondato la banca e quindi è in gabbia. Unico guaio è che ha con sé degli ostaggi e quindi bisogna agire con cautela.” “E tu che fai in tutta questa storia, Pat?” “Io seguo le indagini! Ma mi ascolti o dormi? Cosa ti sei fumato ieri sera?” “No, ti sto ascoltando!” “Io, ad esempio, quando finirà questa storia dovrò condurre le indagini, capire il perché della rapina, come si è svolta...” “Ma che indagini sono retroattive?” “Pensi che le indagini si svolgano soltanto per catturare i serial killer?” Aspettai un po’ prima di rispondergli: “Sì!” dissi poi. “Beh, no. Si vede che sei uno che ascolta i Beatles!” Feci finta di non averlo sentito e finii con un sorso il mio caffè. “Stamattina mi hanno chiamato,” continuò lui, “per questa emergenza spiegandomi la situazione...” “Ok, e ora devi sottometterti a questo Marconi?” “No, le nostre indagini sono separate, ma in questa fase lui mi affianca...” 16


Abbassò un po’ gli occhi, avevo comunque colpito nel segno. “Be’, continua il discorso, ti hanno chiamato e...?” “E mi han detto che le indagini erano mie, che dovevo organizzare il sopralluogo con la mia squadra.” “La tua squadra?” “Certo, ho organizzato gli uomini per cominciare a visionare la situazione.” “E dove sono adesso?” “Sono alla banca!” “E poi, che hai fatto?” “Niente...” Mi alzai, sciacquai la tazzina nel lavandino, alzai gli occhi e gli chiesi: “E non dovresti tornare là, tu?” “Certamente!” “E allora che ci fai qui?” Mi guardò negli occhi e poi disse sicuro: “Sono venuto a chiamarti!” “A chiamarmi?” “Sì, a raccontarti la cosa e a chiederti se volevi venire.” “Alla rapina?” “Non ti va?” Già la situazione mi sembrava assurda. Quella domanda poi mi pareva inconcepibile. Gli sorrisi aspettandomi che scoppiasse a ridere e lo guardai incredulo. “Non ti va?”, ma che razza di domanda era? Lui non parlava e mi guardava con un sorriso quasi ebete. Tutto sommato per assurda che fosse la situazione non potevo che accettare l’invito. “Ok, vengo.” Pat sorrise, era tutto sommato contento di avermi come amico, nonostante ascoltassi i Beatles e, cosa ben peggiore, nella mia discoteca ci fossero tutte e tre 17


le loro Anthology. “Dai, veloce!” “Veloce? Ma se sei stato qui a perder tempo fino adesso!” “Dovevo indurti ad accettare la cosa,” mi rispose quasi euforico e si avviò verso la porta, dimenticandosi che comunque non potevo uscire in maglietta in pieno inverno.” Salito in macchina tornai a preoccuparmi per quella assurda situazione: ero seduto su una volante della polizia ed ero diretto in una banca in cui era in corso una rapina. Pat non accese la sirena, ma partì comunque di gran carriera, cosa che sicuramente l’Antonietta, la mia vicina calabrese, avrebbe notato e condiviso con tutta via Cavriola. Davanti al Cigno d’Oro cominciò a scuotere la testa: “Speriamo bene, porco cane...” Pat era visibilmente preoccupato, adesso, e non distoglieva gli occhi dalla strada. Decisi di farlo parlare, per tranquillizzarlo, ma soprattutto per tranquillizzare me: “Cosa dovrebbe andare bene?” “La mia prima indagine da commissario, cosa se no?” La radio emanava a tratti fruscii e voci disturbate. Non sapevo proprio che dire e rimasi in silenzio. “Spero almeno che Marconi mi prenda bene.” Si voltò verso di me e mi sorrise: “Dovrò corteggiarlo un po’ così magari entriamo in sintonia. Che vita... sempre a cercare di corteggiare degli idioti!” “A proposito di corteggiare, Pat, avrei organizzato una serata per domani sera a cui non puoi dirmi di no.” 18


“No.” Rimasi in silenzio, poi tornai alla carica: “E va bene, puoi dirmi di no quanto vuoi, ma non puoi non venire.” “Di che si tratta?” “Una serata romantica a quattro, io, te e due ragazze.” “E chi sarebbero?” “Allora la mia è la Lucia, quella che usciva con Bradipo!” Cercò per un attimo nella sua memoria e quando capì di chi stavo parlando scosse la testa: “La Lucia? Ma è un cesso quella ragazza, Rudi!” Feci l’offeso anche se sapevo che sarebbe stata quella la sua reazione. “A parte che non è bruttissima... e comunque è una ragazza con cui riesci a parlare per più di tre ore senza dover citare sei volte l’Isola dei Famosi!” “Ho capito, ma non puoi uscire con quella ragazza...” “Come sarebbe?” “Be’, io comunque non vengo. Mi vergogno!” Parlava come fosse il Brad Pitt della Brianza quando piuttosto assomigliava a un Gérard Depardieu senza capelli. “Voglio avere una storia seria, Pat, e sento che con Lucia potrebbe andare, è intelligente, divertente e mi piace davvero...” “Vedi tu, sono fatti tuoi, per me potresti uscire anche con Carlo Pedersoli!” “Chi è Carlo Pedersoli?” “Ah, quanto sei ignorante, sei ignorantissimo! Comunque dimmi, chi è la quarta del gruppetto, spara subito il nome che così rifiuto e non ne parlia19


mo più!” “È una sua amica, molto carina.” “Oh sì certo, della serie ‘ho un’amica carinissima che non ha mai avuto il fidanzato ma ti giuro, non è per il corno che ha in mezzo agli occhi perché quello gli dona e poi è così simpatica’, vero?” Lo disse tutto di un fiato e fui costretto a trattenere la risata, anche perché nella manica avevo un vero asso. “No, carina di bestia, ho la sua foto.” Pat si girò verso di me per un attimo, guardò che nessuno passasse per uscire dallo stop di Arcellasco e andare in direzione del centro e poi tornò a guardarmi: “Hai una sua foto?” Era incredulo. “Sì, me la son fatta dare apposta, non sono nato ieri nemmeno io! Gli porsi la foto che Lucia mi aveva dato due giorni prima, quando avevamo pianificato l’uscita che per lei sarebbe dovuta servire a fidanzare i nostri due amici eterni scapoli. Del resto cominciavo a preoccuparmi seriamente dell’ipercritico Pat che non aveva una ragazza ormai da tantissimo tempo e invece che ammorbidirsi, col tempo diventava sempre più acido.” “E bravo il mio Rodolfo,” sorrise compiaciuto per qualche secondo, guardò la foto e ne rimase piacevolmente colpito. Sorrise ancora per pochissimi secondi, poi ritrovò il suo spirito battagliero e aggiunse: “Sarà sicuramente una bigotta, hai visto com’è vestita? Con la camicetta bianca... sembra una ciellina anni ‘80, è patetica!” “No, Lucia me l’ha descritta tutt’altro che bigotta. È una che viaggia, che fa volontariato...” 20


Passammo davanti alla Stella Artois, ma sul retro della sede della Guardia di Finanza Pat proseguì dritto, mentre io mi aspettavo svoltasse verso la stazione: “Che fai? Non puoi svoltare a sinistra, là in fondo...” Mi ricordai che stavamo andando a sventare una vera rapina e che quindi certo non ci avrebbero dato una multa per una svolta vietata. Devo ammettere che lo stomaco mi si chiuse di colpo e forse anche a Pat i pensieri tornarono alla rapina perché si passò una mano sulla testa e per una frazione di secondo chiuse gli occhi: “Speriamo vada tutto bene!” “Certo che andrà tutto bene!” Già davanti al Malerba, il negozio di dischi in cui passavamo metà dei nostri weekend, c’era appostata una pattuglia della polizia con due agenti armati di mitraglietta ai lati. Al passaggio di Pat lo salutarono con un cenno. “Mi sto cagando sotto,” mi disse laconico. “Anche io, ma non vuol dire che poi non vada tutto bene!” Non ci credevo, non credevo assolutamente a quel che dicevo, ma un amico serve anche a questo. Arrivammo al semaforo di via XXV Aprile e la strada era sbarrata. Due macchine della polizia e una dei carabinieri erano piazzate in mezzo all’incrocio e dei poliziotti, poco più in là, avevano appena finito di piazzare le transenne in modo che i curiosi, e ce n’erano già parecchi, non potessero arrivare a vedere la piazza. Accanto a noi c’erano due ambulanze con lampeggianti e sirene spente. Mi aspettavo di vedere l’ampio parcheggio completamente deserto mentre invece, come era più logico aspettarsi, c’erano delle macchine posteggiate. Tutto il resto era irreale, tutto irreale. 21


I negozi che si affacciavano sul piazzale erano stati sgomberati, il ferramenta all’angolo dove ci eravamo fermati con la macchina, era deserto e così anche il gelataio. L’edicolante non era, a differenza del solito, nel suo rifugio accanto all’incrocio. Vicino alla sua edicola c’erano una decina di poliziotti sparsi, chi dietro ai cartelloni pubblicitari, chi dietro alle macchine posteggiate. Il corso era tutto completamente deserto e si poteva scorgere, sporgendosi, che un altro posto di blocco ostruiva il passaggio dall’altra parte. In tutto il mio campo visivo non c’era praticamente nessuno. “Tieni questo!” mi disse Pat all’improvviso porgendomi bruscamente un tesserino di riconoscimento. “Cos’è?” gli chiesi. “Un tesserino della Polizia, per venire con me, e ricordati che tu sei...” Ebbe un attimo di esitazione, come per cercare la parola giusta, e poi disse convinto: “Un consulente.” “Un consulente?” “Sì, sei uno psicologo, no?” L’unica cosa che accomunava me e uno psicologo era la laurea che avevo preso anni prima, costretto dai miei genitori, in psicologia. Da lì a dire che potevo spacciarmi per psicologo era davvero un passo azzardato. “No, a dire il vero non lo sono...” “Per me sì, e per loro anche,” tagliò corto Pat. Non fece in tempo a scendere dalla macchina che gli si fece incontro un uomo sulla quarantina, piuttosto basso e piccolo, ma dall’aria risoluta, l’unico vestito in borghese che stava vicino all’edicola. Si rivolse al mio amico come se finalmente fossero pronti per andare in pizzeria: “Commissario Mauri!” 22


“Marconi? Molto piacere.” No, non poteva essere Marconi! Non so per quale motivo, ma me l’ero immaginato alto e muscoloso mentre quest’uomo era talmente magro che il giaccone che indossava, nonostante fosse probabilmente della taglia più piccola disponibile, sembrava un poncho rigonfio. “Piacere.” I due si strinsero la mano, accennai il gesto anche io verso l’ormai “famoso” commissario capo Marconi, ma non mi degnò nemmeno di uno sguardo. Ritirai subito la mano, senza smettere di sorridere in maniera cortese, per non far fare brutta figura al mio amico: dopo tutto ero praticamente un intruso. Ne approfittai per appuntarmi alla giacca il lasciapassare. “Allora è entrato subito prima dell’apertura, quando ancora nessun cliente era nella banca. Dentro c’erano solo pochi dipendenti, per fortuna.” Mentre parlava col mio amico, Marconi non mi dava assolutamente l’idea di essere un capo supponente. Stava illustrando la situazione e con le mani indicava ogni uomo del quale spiegava la posizione, gli ordini e la funzione nell’operazione. Teneva gli occhi fissi su Pat e non aveva smesso un solo secondo di parlare quando, penso verso la fine del suo discorso, si girò verso di me e sorrise. Rispondendogli con un sorriso mi accorsi che non stavo assolutamente ascoltando quello che stava dicendo e che probabilmente mi ero perso importantissime informazioni. Tornai in me, ma era troppo tardi per riprendere il filo del discorso: più mi concentravo per ricostruire ciò che mi ero perso, più mi accorgevo di perdermi anche il finale. 23


“...dalla sinistra, certamente,” stava rispondendogli Pat, serio e con la faccia impegnata come quando ci sfidavamo a Risiko. “Esattamente. Buon lavoro commissario e buona fortuna.” “Grazie. È un onore inaugurare con lei il mio incarico.” Il commissario si allontanò senza nemmeno guardarmi. Gliene fui grato perché non sapevo come giustificare la presenza di uno psicologo in quei luoghi pericolosi e assolutamente vietati ai non addetti. Pat si avvicinò a me con la stessa faccia con cui parlava al commissario Marconi. “Hai sentito?” “No, a dire la verità mi sono perso una parte del discorso perché lo stavo osservando: io mi aspettavo un omone grande e grosso...” “Ma va! Te l’avevo detto che era un pirletta!”” Volevo fargli sapere che tutto sommato anche la descrizione psicologica che ne aveva fatto non sembrava affatto calzare col personaggio, ma decisi di farla breve: “E quindi? Che ti ha detto?” gli chiesi. “Allora, per farla breve: ci son dentro sei ostaggi. Il rapinatore è, con ogni probabilità, solo, probabilmente armato. Ha saltato i metal detector, ha eluso gli allarmi che in questa Banca sono all’avanguardia e si è barricato dentro. Abbiamo posizionato gli uomini in modo da evitare una fuga a piedi, non si sa mai, e il Commissario capo ha aspettato il mio arrivo per cercare di mettersi in contatto con l’interno. A breve posizioneremo i tiratori scelti, stanno arrivando. Mentre pensavo ai tiratori scelti di Codice Swordfish tornò il commissario Marconi che si mise di nuovo a parlare con Pat. 24


La banca mi sembrava silenziosa e imponente, come adagiata sull’enorme parcheggio, a fianco del desolante corso XXV Aprile che ero abituato a vedere sempre affollato. Ne approfittai per guardarmi in giro: poco lontano da noi, a un centinaio di metri dalla banca, c’erano una mezza dozzina fra poliziotti e carabinieri accovacciati o seduti dietro le ultime macchine parcheggiate. Alla fine del parcheggio, dietro un muro di cinta, altri poliziotti con il capo chino su un tavolino con dell’attrezzatura elettronica. La banca aveva al piano terra gli sportelli mentre, dal primo piano in su, gli uffici e i box che erano accessibili dalla rampa a lato dell’edificio. Cercai di vedere se ci fosse qualcuno ai piedi della rampa ma tutta la zona era deserta, forse ancora troppo pericolosa. I miei pensieri furono interrotti dallo sguardo del commissario Marconi che si spostò da Pat a me e poi rivolto a Pat lo sentii dire, interrompendo il suo discorso: “Ma il suo amico, qui, ride sempre come un pistola?” All’improvviso mi sentii come colpito da una pallottola al cuore. Smisi di sorridere e mi accorsi che i muscoli delle guance mi facevano male: probabilmente ero paralizzato da sempre in quella posizione di cortesia. Mi girai verso Pat e lo vidi ridere della battuta del commissario. Tradito su tutti i fronti accettai la resa incondizionata: “Sono un po’ nervoso...” Era il massimo che potevo dire senza prostrarmi ai piedi dei due poliziotti. Il commissario capo rise, segno che aveva accettato la mia consegna delle armi. Avevo la netta sensazione che da quel momento in poi, ai suoi occhi, sarei stato 25


il “pistola che ride sempre”. Per fortuna tornò subito al suo discorso serio. Mi impegnai a non sorridergli mai più, per nessun motivo al mondo. Stetti lì qualche secondo, poi mi girai con indifferenza e cominciai a girovagare un po’ a caso per l’incrocio. Mi avvicinai alle ambulanze e ai medici che chiacchieravano pronti all’intervento, sperando di incontrare qualche amico o almeno qualche conoscente, ma erano tutti volti sconosciuti. Stavo per allontanarmi per raggiungere la folla di curiosi che si cominciava ad accalcare alle transenne quando fui sostanzialmente abbordato da un poliziotto in uniforme: “Lei è un detective privato?” Non era molto alto e aveva la faccia simpatica. “No... veramente no,” gli risposi non proprio prontamente. “Ah, perché l’ho vista arrivare con il commissario...” “No, no, non sono un detective.” Rimasi sul vago perché non avevo la minima idea di come presentarmi a quest’uomo, l’idea dello psicologo consulente non mi convinceva affatto. “Be’, sa una cosa...?” “Cosa?” feci l’aria interessata e attenta. “Secondo me il rapinatore è entrato dalle porte di accesso del primo piano, sul retro, quelle per le casseforti.” Feci la faccia da duro, non troppo meravigliata, e dentro di me mi chiesi perché mai quest’uomo si volesse confidare con me. “Magari aveva anche qualche complice, ma non è detto perché quelle porte non hanno metal detector e 26


gli allarmi vengono disinseriti alle prime ore del mattino.” “Vengono disinseriti? E perché mai?” “Carico e scarico dei fattorini.” L’aria era compiaciuta, di chi la sa davvero lunga. Addirittura fece una pausa muovendo il capo su e giù e mise le braccia conserte. “Il venerdì è sempre un via vai di roba. E per far tutto più velocemente a volte staccano gli allarmi. Non girano soldi, il venerdì mattina, ma carte, documenti...” “Interessante...” “Io ho un amico che lavora in un’altra filiale di questa banca...” “Capisco, interessante... e quindi il suo amico adesso è uno dei maggiori sospettati?” Glielo chiesi come se fosse la più logica delle intuizioni e lui mi guardò per un attimo meravigliato. Poi si accorse subito che era una battuta e sorrise, ma lasciò cadere le braccia con fare un po’ più dimesso di prima. “Pensavo che magari al commissario farà piacere sapere questa cosa... così, per questo ho ritenuto importante dirgliela...” “Certo, ha fatto benissimo, glielo riferirè!” “Agente Marco Di Capua, grazie!” Capii perché il buon Marco mi aveva raccontato tutto, gli strinsi la mano e gli diedi una pacca sulla spalla, come sigillo a un tacito accordo. “Non mi scorderò!” Mi girai verso Pat che aveva appena finito di parlare con il commissario Marconi. Congedandosi, il negoziatore sorrise al mio amico e mi salutò da lontano con un mezzo sorriso. Io non gli sorrisi, per sicu27


rezza, ma abbassai il capo in segno di rispetto. Pat si avvicinò a me con la stessa velocità con cui il poliziotto si allontanò, a passi distesi e decisi. “Allora?” gli chiesi con ansia. “Allora nulla ancora, a breve proveremo a metterci in contatto con lui, prima volevamo che la zona fosse sotto controllo. Comunque è in trappola.” “Ottimo... senti, quel poliziotto mi ha detto di dirti che il venerdì staccano gli allarmi delle porte sul retro del primo piano, in cima alla rampa, per caricare e scaricare la roba, documenti, carte...” “Mi sembra impossibile, questi sistemi d’allarme non si possono mica staccare con un bottone. E comunque ci sono le telecamere che lo avranno senz’altro...” Pat fu interrotto da delle grida che arrivavano dalla banca. Ci voltammo e corremmo a vedere cosa stesse succedendo. Eravamo vicini all’edicola quando Pat mi bloccò con un braccio: “Fermo Rudi, più in là di questo punto sei scoperto, non andarci per nessun motivo!” La frase mi mise addosso una tremenda ansia e mi parve che la mia vita fosse davvero in pericolo. In mezzo al piazzale, dalla banca, correvano due persone, con le mani protese verso i poliziotti. Quando si avvicinarono potei vedere che erano tutti e due terrorizzati, pallidi da far spavento e con gli occhi fuori dalle orbite. Una di loro era una donna e urlava in continuazione: “È un assassino!” Il ragazzo, invece, correva silenzioso. “Fate passare i medici!” urlò Pat deciso, quasi spaventandomi. Arrivarono vicino a noi i medici, proprio nel 28


momento in cui i due raggiunsero l’edicola e furono accolti da altrettanti poliziotti. “Sedetevi qui,” Pat li accolse con fare risoluto e li fece accomodare su delle sedie su cui fino a poco prima erano seduti degli agenti. Arrivarono subito gli infermieri con delle coperte e un the caldo. “Come si sente signora?” disse il medico con fare affettuoso alla donna. “Mi fan male tutte le gambe: è un assassino!” “Stia tranquilla adesso, è tutto finito.” La donna abbassò lo sguardo a terra e chiuse per un attimo gli occhi. Aveva i capelli lunghi, ricci e biondi e due occhi blu che, forse per la paura, sembravano davvero enormi. Il dottore le guardò una caviglia che sembrava gonfia e Pat intervenne con fare affettuoso: “Ha fatto una bella corsa, adesso, eh?” “Sì, ero terrorizzata che mi potesse sparare alle spalle.” “Diciamo che pochi hanno passato momenti così difficili. Comunque è stata molto brava a mantenere la calma.” A dire la verità la signora mi pareva a dir poco esausta e isterica e non mi pareva certo un esempio di freddezza. Lei annuì e sorrise al mio amico. “Poi, quando il medico avrà finito, posso disturbarla per un paio di domande? Voi potreste aiutarci a catturarlo...” La donna cominciò a respirare più tranquillamente e sorrise annuendo al commissario. “Brava, allora torno fra poco, ok? Ci diamo del tu? Ora vado dal tuo collega che mi sembra spaventato a morte, poveretto...” 29


“Povero Roby,” ripeté la donna approvando completamente le parole del mio amico che mi aveva dimostrato di saperci davvero fare: con il suo fare affettuoso ed elegante l’aveva tranquillizzata in un attimo. Ci avvicinammo al ragazzo che era avvolto nella coperta e circondato da infermieri. “Buongiorno.” “Buongiorno,” rispose subito. “Bella avventura, eh?” Il ragazzo annuì soltanto, era alto e robusto e anche sotto le coperte potevo capire che aveva un corpo piuttosto atletico. “Non è che capiti tutti i giorni, avrà preso un bello spavento,” chiese Pat. “Sì,” confermò il ragazzo che sembrava sostanzialmente impassibile. “Tutto all’improvviso, da un momento all’altro ci siamo ritrovati chiusi in trappola e...” Il discorso del ragazzo fu interrotto da un vociare attorno alla donna. Pat si voltò e si alzò di scatto e vide che dei giornalisti avevano circondato i medici e cercavano di intervistare l’ostaggio. “No, per favore signori siate ragionevoli o vi dovrò segnalare. C’è un limite invalicabile laggiù e vale per tutti, è scritto chiaramente! Tutti indietro, via, vi prometto che rilasceremo dichiarazioni al più presto!” Il drappello di gente si allontanò piano e dimesso. Praticamente nessuno cercò di opporre resistenza e si andarono a piazzare dietro le transenne. “Di Capua!” Urlò Pat verso il poliziotto che piantonava il posto di blocco: “Nessuno, neh! Non fare passare nessuno che qui potrebbe anche sparare!” 30


Si aiutava con ampi gesti delle mani e il “mio amico” Marco annuì col capo. Pat tornò dal ragazzo e si accovacciò davanti a lui. “Beh, adesso come stai?” “Bene, bene,” rispose il ragazzo. Pat indicò la ragazza con lo sguardo e chiese a Roby se erano entrambi impiegati. “Sì, tutti e due.” “Ora, quando vi sarete sistemati un attimo vi farò qualche domanda al volo, sempre che siate d’accordo.” “Certo signore, nessun problema!” Pat si alzò, si strofinò le mani per riscaldarle un po’ guardandosi in giro. “Rimangono dentro quattro ostaggi e il rapinatore, dobbiamo farci dire il più possibile, capire con che persona abbiamo a che fare, se davvero puè uccidere o no e come intenderà reagire. È in trappola, ma può fare ancora danni non da poco. Venne verso di noi il commissario Marconi al quale Pat spiegò che gli ostaggi erano ancora agitati, che il ragazzo era sotto choc e che per questo poteva apparire calmo quando in realtà era scosso. Decise che avrebbe cominciato di lì a poco a fare qualche domanda alla signora che gli sembrava più attendibile, agitata come era comprensibile, ma lucida. Io mi limitai ad annuire col capo solo alla fine del suo discorso, quando mi ricordai che ero il consulente psicologo. “Perfetto,” gli rispose Marconi, intanto io comincio a studiare la piantina della banca che mi è arrivata, così poi la vediamo assieme.” Pat salutò il collega e si avvicinò alla donna ancora un po’ sofferente in viso. 31


“Mi spiace, per l’inconveniente dei giornalisti, ti han dato fastidio?” “No, figurati...” Sul viso della donna, ancora pallido e spaventato, si aprì lento un sorriso che mi inondò di buon umore. “Perfetto.” Pat si sedette sui propri talloni in modo da essere alla stessa altezza della donna mentre io rimasi alle sue spalle, in piedi. “Allora dimmi, ti ricordi qualcosa?” “No... cioè sì, ma niente in particolare.” “Tu dov’eri tenuta?” “Ci teneva... nei servizi!” disse quasi offesa. Pat scosse la testa in segno di profonda disapprovazione. “Il rapinatore era da solo, secondo te?” “Sì, sì.” “E com’era vestito?” “Tutto di scuro, con il passamontagna.” “Il passamontagna?” “Sì, e aveva gli occhiali da sole, scuri.” “Ma lui stava lì con voi, vi controllava?” “A dire il vero io l’ho visto all’inizio, quando ci ha urlato come un ossesso di entrare nei gabinetti, con la pistola!” “E poi non è più entrato nei gabinetti?” “No, mai, ci ha aperto la porta adesso, e ci ha fatto segno di uscire! Pat socchiuse gli occhi come fosse concentrato.” “Mi puoi dire qualcosa degli altri ostaggi?” “I nostri colleghi... non so nulla perché loro non erano tenuti in bagno.” “Nemmeno quanti erano?” “Eravamo in sei, mi pare...” alzò gli occhi al cielo come per contare e poi confermò: “Sì, sei.” 32


“In bagno eravate solo tu e il ragazzo, giusto?” “Sì!” disse la ragazza con un filo di voce. Pat abbassò leggermente lo sguardo. “Capisco...” ma la donna continuò subito: “E poi da soli, nel silenzio dei servizi...” “Certo, lo so. Ascolta, se ti viene in mente qualcosa, qualche particolare su quell’uomo mi chiami subito, ok?” “Certamente.” “Mi raccomando.” “Ok.” Pat si alzò, ringraziò i medici che fecero alzare la donna sorreggendola per le spalle, e si diresse verso il ragazzo. “Allora, com’è questo rapinatore?” Con mia grande sorpresa anche il ragazzo sembrò riprendersi di colpo. “È un tipo abbastanza minuto, vestito quasi da rap,” disse subito. “Da rapper?” chiesi io incuriosito, mi piaceva l’idea del rapinatore rapper. “Sì, con pantaloni ampi e una felpa americana... e ha una pistola!” Pat si massaggiò il pizzetto, ovviamente curatissimo, a differenza della mia barba che per colpa della crescita a ciuffi e della mia incuria, mi dava sempre l’espressione di un marinaio dopo il naufragio. “Dimmi,” disse poi, “è mascherato o no?” “Ah sì, ha un passamontagna, leggero, tipo di nylon.” “Tipo una calza di nylon?” “No, non è una calza, ha proprio un passamontagna, ma leggero. Pat continuava a massaggiarsi il mento come se 33


stesse pensando a complesse teorie metafisiche.” “E aveva gli occhiali?” “No.” “No?” “Non mi ricordo, non mi pare, forse sì... sì, aveva gli occhiali.” Senza reggere lo sguardo del poliziotto, aggiunse, come per giustificarsi: “L’abbiamo visto poco, ci ha solo detto di entrare in bagno, a me e a Mara, e di uscire dalla banca alla fine, ma per il resto ci ha tenuto chiusi.” “E aveva i guanti, immagino,” indovinò Pat.” “Non mi ricordo...” “E poi?” “E poi...” “Le scarpe?” “Non saprei.” Scosse la testa facendo finta di sforzarsi per ricordare i particolari. In realtà, ma non potevo certo biasimarlo, mi pareva che i suoi pensieri vagassero ai momenti passati, piuttosto che focalizzarsi sulle scarpe del rapper. “Si muoveva continuamente... come un forsennato, puntava la pistola a destra e a manca, poi ci ha detto di entrare nel bagno.” “E come vi ha trattato, come trattava gli ostaggi?” “No, per quello ci ha trattato bene, ci ha fatti mettere nel bagno e poi non si è più visto fino a quando ci ha aperto e ci ha detto di uscire... urlava.” “E non vi controllava? Il bagno non si puè chiudere dall’esterno.” “Lo so, ma non è mai entrato in bagno. Ha detto che ci avrebbe sparato per qualsiasi motivo.” La voce era rotta dalla paura. “È entrato solo alla fine, quando vi ha detto di uscire dalla banca...” 34


“Sì.” “E gli altri ostaggi?” “Non saprei, io e Mara eravamo in bagno.” “Be’, per voi è andata bene, di che ti lamenti?” disse Pat sorridendo. Il ragazzo lo guardò negli occhi per qualche secondo e Pat, trasformando il sorriso in una faccia serissima, aggiunse: “Ci devi aiutare a tirar fuori i tuoi colleghi che sono ancora là dentro, se ti ricordi qualcosa, ovunque tu sia, chiamami, ok?” “Sì, certo...” “Io sono Pat.” “Pat, sì, certo...” Il ragazzo adesso sembrava più sicuro di sé e tranquillo e quando Pat si alzò, si mise in piedi di scatto anche lui. “Ok, per ora ti lascio riposare, ma se ti venisse in mente qualcosa di più non esitare: la situazione è d’emergenza e anche un piccolissimo particolare potrebbe salvare delle vite.” “Ok...” “Poi dovrai andare in Centrale e rilasciare una lunga intervista. Mi spiace, ma questo ce lo devi in ogni caso. “Certo, certo, non c’è problema.”

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CAPITOLO DUE

an mano che mi rendevo conto della situazione i brividi di paura mi correvano lungo la schiena: un uomo, a pochi metri da me, con gli occhiali scuri e un passamontagna nero, stava puntando una pistola contro degli innocenti. Per cosa poi? Il suo tentativo sarebbe senz’altro finito male, ma non ero per niente sicuro che si sarebbe risolta con un lieto fine per tutti gli altri. Pat si voltò di scatto e vide una giornalista accanto alle ambulanze che cercava di parlare con un medico. Le si avvicinò con fare davvero arrabbiato: “Allora?” Lei lo vide e fece la faccia più innocente che poteva, ma ormai, conoscendo il mio amico, ero sicuro fosse troppo tardi. “L’ho detto e ripetuto che qui è pericoloso.” La voce era davvero da infuriato e il tono alto, ma Pat riusciva a non urlare. Lei lo guardava con gli occhi sempre più spalancati e lui continuè: “C’è anche scritto sulla transenna! O forse lei, essendo una giornalista, ha bisogno di un disegnino!” La ragazza rimase come inchiodata sul posto, era sulla trentina e un fare da professionista in carriera che in quel frangente si stava tramutando in bambina dell’asilo castigata.

M


“Vada dietro le transenne,” chiese Pat un po’ più dolcemente, “e non si faccia più trovare da queste parti perché prendo nota del suo nome. Va bene?” La sventurata annuì col capo e scappò verso le transenne dagli altri colleghi che assistevano ammutoliti al diverbio. Pat si rivolse ancora al poliziotto di guardia: “Di Capua! Ma sa sét ‘drée a fa’?” Di Capua alzò le braccia in segno di discolpa e rimase muto. Raggiungemmo il commissario Marconi che se ne stava protetto dietro all’edicola, chino su un tavolino da campeggio con sopra distesa la piantina, assieme ad altri poliziotti. Pat arrivò e studiò la mappa. Il piano terra era quasi interamente occupato dall’ampio salone d’ingresso dove c’erano gli sportelli. Sul salone si affacciavano solo due servizi, su entrambi i lati e 4 stanze che probabilmente erano gli uffici di consulenti o direttori. Marconi ci spiegò cosa aveva già scoperto: “Allora, non sappiamo da dove sia entrato, probabilmente da qui,” indicò un punto al primo piano, accessibile dall’esterno tramite la rampa, “ha chiuso la porta dall’interno in un momento in cui non c’era nessuno a sorvegliare o dopo aver sistemato il dipendente. Le telecamere lo avranno filmato senz’altro ma per ora non abbiamo le registrazioni. Da qui questa porta non si può vedere, perché è sul retro della banca. Rimane da capire perché l’allarme non abbia funzionato subito.” Pat annuì sicuro: “Ok. E nessuno ha visto qualcuno aggirarsi, i fattorini o i dipendenti, le guardie giurate?” “No, le guardie giurate erano andate via da poco, i 38


dipendenti erano all’interno e nessuno è scappato prima che il rapinatore entrasse: deve essere entrato in un momento in cui erano tutti occupati.” “Va bene.” “Comunque, il rapinatore è poi sceso, ha bloccato le scale qui, perché c’è una porta blindata e ha bloccato le porte di ingresso chiudendosi dentro.” “In trappola,” aggiunse Pat. “Sì, in trappola ma anche nella tana, per ora. Pare che conosca molto bene quell’edificio.” Pat assunse un’aria pensierosa. “Gli ostaggi deve averli tenuti in queste stanze,” continuò Marconi. “Ho sentito gli ostaggi, erano tutti e due tenuti in un bagno ed escludo che sia questo con le finestre sulla strada, avrebbero chiamato aiuto e li avremmo visti. Chiaramente erano tenuti qui. “E gli altri ostaggi?” “Loro dicono di non averli né sentiti né visti.” “Probabilmente li tiene in uno di questi due magazzini.” “Sicuramente, sotto controllo e senza accesso da nessuna parte. E da lì può anche tenere sotto tiro tutto il salone e la porta blindata che dà verso la scala del primo piano.” “Esatto.” “Dicono che sia vestito con vestiti ampi, passamontagna, guanti e occhiali scuri.” “Ha paura di lasciare impronte o di essere riconosciuto dalle telecamere.” “Un pregiudicato?” “Probabile, comunque queste cose non le fanno i ragazzini...” La situazione mi elettrizzava. Cominciavo a entrare 39


nel personaggio del detective in gamba, visto che a quanto pareva, i curiosi non erano ben visti, e tanto meno i giornalisti. Cercai di farmi un’idea della fisionomia del rapinatore cercando di non trascurare nemmeno un dettaglio di cui ero venuto a conoscenza: un uomo, non troppo alto, vestito da rapper e mascherato, agitato e armato. “A questo punto possiamo allacciare una prima comunicazione. Prima ci accertiamo che non abbia staccato i telefoni.” “Va bene, fate pure.” Marconi si mise a parlare ad uno dei poliziotti che erano chini sulle apparecchiature elettroniche. Il ragazzo parlò col collega, mise le cuffie e cominciò a digitare sulla tastiera davanti a sé. Dopo qualche attimo di attesa scosse la testa e ricominciò l’operazione da capo. “Vede commissario,” disse Marconi al mio amico, con l’aria del vecchio insegnante, “la prima comunicazione è importante perché dobbiamo agire contemporaneamente su due fronti: in difesa dobbiamo capire che tipo è, farci un’idea delle aspettative che ha e di cosa potrebbe fare, di come potrebbe reagire. Invece per quanto riguarda l’attacco dobbiamo tranquillizzarlo, dobbiamo reagire, fargli capire che siamo presenti, ma senza fargli capire che è perduto: questa sarebbe la cosa peggiore perché quando un uomo capisce di non aver nulla da perdere, è l’uomo più pericoloso che ci sia.” Pat ascoltava attento gli insegnamenti del piccolo commissario capo. Ci voltammo verso il poliziotto che ancora scosse la testa e appuntò qualcosa sul foglio di carta che aveva 40


accanto al portatile. “Niente?” urlò Marconi nella sua direzione.” “No, niente. Ha staccato le linee dei telefoni delle stanze, ora non mi resta che collegarmi dalle linee protette, ma ho bisogno di tempo, poco più di un minuto.” “Va bene.” Non passarono più di trenta secondi quando un giovane poliziotto vestito completamente di nero si avvicinò a Pat e Marconi. “Buongiorno, sono Antonio Russo, sovrintendente capo della Squadra Speciale Tiratori Scelti.” Si presentò ai due come fosse in vacanza, camminando con le anche leggermente in avanti, e questo fece irrigidire Pat. “Perfetto, ben arrivati,” lo accolse il commissario Marconi.” “Gli uomini sono già tutti pronti, ho una squadra di sedici unità, sette postazioni di tiro a distanza complete e quattro teste di pronto intervento.” “Perfetto sovrintendente, posizioniamo subito i tiratori.” Pat guardò in alto assieme a Marconi e al capo della squadra speciale che, dall’aspetto, lo si sarebbe detto una sorta di capitano Nemo buono. Aveva i capelli rossastri piuttosto corti e la barba, di un rosso un po’ più scuro, folta e incolta. Avrei potuto pensare che fosse un filosofo o un avventuriero, ma mai avrei immaginato che fosse un poliziotto a capo di un reparto speciale di tiratori scelti. “Allora,” cominciò con aria sicura Marconi, che evidentemente non si faceva fuorviare dall’aspetto del suo collega, “dobbiamo coprire tutti e quattro i lati della banca anche se l’ordine di importanza è: faccia41


ta, retro e il lato sul viale. Il nostro uomo è probabilmente rintanato in una stanza senza finestre, ma se mette fuori la testa dobbiamo essere pronti anche a sparare: è armato e ha fatto intendere agli ostaggi di essere molto deciso.” Russo annuì: “Nessun problema, ho gente con esperienza, sono tutti uomini in gamba. Quanti sono dentro?” “Il rapinatore, molto probabilmente solo, e quattro ostaggi.” “Ok.” “Sarà meglio stare attenti. Posizionate una squadra al secondo piano di quella casa lì.” “Dove, sopra la pasticceria?” “No, nella casa accanto, dove c’è quel balcone, direi...” “Va benissimo, chiaramente ci posizioniamo alla finestra accanto. Per ragioni di sicurezza i balconi sono esclusi.” Il tiratore si accarezzava la barba e ciondolava da un piede all’altro come fosse Jovanotti intervistato da Pippo Baudo, sembrava divertito dalla cosa più che preoccupato. “Va benissimo.” “E quindi posizioniamo la squadra 2 ad incrociargli il tiro da questo palazzo qui dietro, ok?” continuò Jovanotti, con l’aria di uno che aveva fatto quello sporco lavoro un sacco di volte anche se in realtà dubito che ci fossero state tante situazioni del genere in provincia.” “Per me va benissimo. Poi coprite per bene il lato sul viale. Voglio dei tiratori esperti perché lì non ci sono finestre e il loro lavoro servirà solo se si darà alla fuga. E in quel caso non voglio gente che spari a casaccio.” 42


“Nessuno spara a casaccio, commissario.” Jovanotti accennò un vago sorriso molto tranquillizzante.” “Non ne dubito, ma lì la situazione è delicata, capisce anche lei.” “Sì certo, non è una scampagnata alla Salute. Comunque non ci sono problemi.” Il poliziotto con le cuffie aveva terminato il suo lavoro e chiamò il commissario Marconi: “Commissario, il telefono sulla linea separata squilla!” Marconi si avvicinò al poliziotto e rimase in attesa con una mano appoggiata sulla sua spalla. Dopo poco scosse la testa: “Il telefono squilla, ma non risponde.” Pat, approfittando della pausa, continuò il lavoro di Marconi con il capo dei tiratori: “Bisogna anche tenere sotto tiro il primo piano dal retro. Il rapinatore conosce molto bene l’edificio ed è entrato da lì, con ogni probabilità uscirà proprio da quelle porte.” “Perfetto, metto delle squadre al secondo piano di quella fabbrica e nell’edificio che c’è dietro alla banca, così anche quel lato sarà completamente sotto tiro.” Il capo dei tiratori sembrava contare mentalmente i suoi uomini: “Perfetto, allora una squadra la metto più libera sul tetto di questa fabbrica e una la lascio qui, nel caso di imprevisti o necessità.” “Mi raccomando, non fatevi vedere mentre vi piazzate: ha ancora degli ostaggi e non voglio spaventarlo.” “Stia tranquillo.” “Benissimo, proceda.” “Non avete ancora stabilito nessun contatto?” chiese Jovanotti a Pat, rivolgendo lo sguardo verso Marconi e il suo uomo intento ancora a digitare sul computer. 43


“No, questi sono i primi tentativi, ma a quanto pare non risponde,” gli rispose Pat. Non erano passati nemmeno dieci minuti che la radio di Marconi attirò la mia attenzione con due scariche. Si sentiva una voce disturbata, costretta ad alzare un po’ il tono della voce per farsi capire, ma calma e pacata: “Siamo tutti ai nostri posti, commissario. Dica però a Mauri che mi piacerebbe venisse qui, al secondo piano della casa a sinistra della Banca, sopra il pasticcere, perché c’è una cosa interessante da fargli vedere. Un uomo l’attenderà sul retro del palazzo.” “Ricevuto,” si limitò a dire Marconi, poi si girò verso Pat che annuì col capo, mi guardò di sfuggita e mi ordinò: “Andiamo!” Trotterellai dietro di lui verso via Fiume per evitare di passare in una zona a rischio, troppo vicina alla Banca, e facemmo il giro dell’isolato senza dirci una parola, coi pensieri che andavano alla confusa situazione che stava sconvolgendo Erba. Arrivati sul retro della palazzina un ragazzo in divisa si fece avanti: “Commissario, Russo l’aspetta.” “Perfetto, dove devo andare?” “Mi segua,” disse convinto il poliziotto. Poi si accorse anche della mia presenza e quindi si corresse con un po’ di imbarazzo: “Seguitemi.” Salimmo in ascensore e al secondo piano entrammo in un appartamento di una signora che ci accolse con una faccia a dir poco preoccupata. “Commissario Mauri,” si presentò subito Pat porgendole la mano. La donna gliela strinse: “Piacere, prego entrate.” 44


Entrai e strinsi la mano alla padrona di casa salutandola. Senza perdere troppo tempo il poliziotto ci fece strada attraverso il salotto e un piccolo corridoio e entrammo in camera da letto. Lì, proprio come nei film, due uomini in tuta nera erano accovacciati accanto a un cavalletto con un fucile puntato, all’altezza del davanzale. Le finestre davanti a loro avevano le tende tirate ed erano leggermente scostate in modo che potesse spuntare all’esterno solo la canna del fucile. Accanto a loro, in piedi vicino alla finestra, con le spalle al muro, c’era Jovanotti, che non solo aveva sempre la posa di un bagnante al bar della spiaggia, ma stava anche canticchiando a mezza voce una canzone di Pupo. “Buongiorno commissario, l’ho fatta venire qui perché da qui si ha un’ottima visuale. Pat annuì senza saper cosa dire, il capo dei tiratori si spostè leggermente e sbirciè dalla finestra.” “Fino a poco fa abbiamo visto delle ombre a quella finestra, solo delle ombre, non abbiamo potuto scorgere nessuno, ma posso assicurarle che la situazione all’interno è sotto controllo perché i movimenti non erano per nulla frenetici. Pat si sporse per sbirciare la finestra. Mi sembrava tutto immobile, la Banca come anche la piazza. Mi sporsi anche io e vidi i poliziotti nascosti dietro le macchine e dietro l’edicola, in attesa di ordini, seri e pacati. Da lontano potevano sembrare tranquilli, ma sapevo quale fosse l’atmosfera laggiù: la tensione la potevo davvero sentire nell’aria. Sul tetto della Gasfire, di fronte a noi, erano appostate delle coppie di tiratori immobili, anche loro in 45


attesa di un ordine che desse il via ad un’operazione collaudata, veloce e precisa. Pat stette per lungo tempo affacciato alle spalle dei tiratori e guardò per più di un minuto la banca con particolare attenzione. Poi fece anche lui una rapida panoramica su tutta la piazza e quindi fu interrotto da Jovanotti: “Commissario Mauri, aspettiamo suoi ordini.” “Sapete che fare, e comunque avrete gli ordini dal commissario capo Marconi, sono già d’accordo con lui.” “Perfetto,” gli rispose l’uomo senza far trasparire nessuna opinione al riguardo. Io e Pat ci congedammo e tornammo alla nostra postazione dietro l’edicola ancora con passo sostenuto, come quando arrivavamo in ritardo allo stadio, le volte che mi portava a vedere il Milan. “È una bella gatta da pelare!” mi disse quasi ansimando durante la corsa. “Veramente. Io non saprei da dove iniziare... quel rapinatore sembra preparatissimo.” Pat si bloccò di colpo e fece la faccia dell’offeso. “Be’, anche noi siamo preparati... e certo lo siamo più di lui!” “Su questo non ho dubbi, infatti ho detto che io non saprei da dove iniziare.” Pat tenne quindi un’espressione seria, per sostenere la parte dell’esperto: “Per prima cosa ci siamo fatti un’idea chiara della situazione, bisogna accumulare più informazioni possibile per risolvere i due casi, quello della rapina con ostaggi in corso e quello delle indagini successive.” Si girò verso di me e mi guardò negli occhi con fare quasi minaccioso: “Noi non dobbiamo perdere di 46


vista il nostro vero compito, le indagini di tutto il caso e non solo di quest’evento.” Avrei voluto rispondergli che era suo il compito, e non nostro, che era lui l’esperto e che mi aveva costretto a seguirlo come finiva col fare sempre quando aveva qualche problema. Fino a che si limitava a chiamarmi per il suo trasloco o per fargli da spalla in un’uscita a quattro era un discorso che avrei potuto anche accettare, ma trascinarmi in una rapina a mano armata in una banca, mi pareva un concetto di amicizia a dir poco allargato. Arrivammo all’edicola e rimasi un poco distante da Pat che raggiunse subito Marconi intento a parlare con il geniere che si stava mettendo in contatto con il rapinatore. In effetti avevo l’impressione di essere circondato da gente competente e mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Come se non bastasse, appena arrivati dietro l’edicola, mi accorsi che dovevo assolutamente andare in bagno. Nei film non capitava mai che a Robert Redford scappasse la pipì sul più bello, e nessuno di quei poliziotti, per quel che potevo vedere io, incrociava le gambe contorcendosi per trattenerla. E quindi perché proprio a me doveva scappare in quel preciso momento? Cercai di trattenerla e pensare ad altro e mi avvicinai a Pat e Marconi che stavano confabulando fra loro. “...un uomo robusto ma non troppo alto, circa un metro e 75, sulla cinquantina, e per ultimo un ragazzo corpulento, alto più di 1 e 80, di trentacinque anni e tanti muscoli.” Pat mi vide arrivare e mi introdusse nella conversazione: “Rudi, Marconi mi stava facendo un quadro degli ostaggi ancora presenti all’interno.” 47


Marconi leggeva degli appunti che chiaramente si era fatto dare da un suo agente che doveva aver intervistato gli ostaggi usciti poco prima. Pat cercò quindi di riassumere: “Rimangono quindi questi quattro ostaggi, una donna e tre uomini.” “Sì,” affermò con convinzione Marconi. “Tutte persone piuttosto tranquille. Le vie del Signore sono infinte, non ho la sfera magica, ma mi sembra un tipo in gamba, questo rapinatore, e ha scelto gli ostaggi da liberare con cura. Ha lasciato andare i più instabili e si è tenuto quelli con i nervi più solidi, probabilmente.” “Quindi conosceva già gli ostaggi?” chiesi io, sperando di fare un intervento poco stupido. “È proprio questo il punto,” disse Marconi rendendomi orgoglioso. “O ci ha parlato parecchio, li ha messi sotto torchio e ha capito come andavano le cose, ma ritengo la situazione improbabile, i due che sono usciti han detto che non li ha neppure guardati. Oppure aveva fatto dei sopralluoghi, delle indagini preliminari, conosceva già l’ambiente: sia l’edificio che le persone con cui avrebbe agito.” Trovai la cosa inquietante. La situazione mi sembrava complicarsi sempre di più. “E c’è la possibilità che conosca anche noi?” Pat sembrava sempre più sicuro, nel rapporto di sudditanza che aveva con il commissario Marconi. “Non lo escludo,” gli rispose il commissario, “non posso assolutamente escluderlo anche se mi sembra improbabile. Comunque facciamo tutti le nostre ipotesi e non abbiate paura a spararle grosse perché in queste situazioni è facilissimo trascurare dei particolare importanti, tanto quanto fare stupidi errori o cadere in tranelli e imboscate.” Marconi aveva alzato il tono della voce e si rivolge48


va a tutti, me compreso: “Fuori le opinioni, ragazzi!” Mi accorsi che stavo ballando da una gamba all’altra per trattenere il mio bisogno. Mi guardai in giro e vidi che il bar Centrale era comunque abbastanza lontano da essere fuori dalla zona rossa e sembrava aperto. Mi avviai senza dire nulla a nessuno verso quella fonte di salvezza, sperando che il mio grande amico, dato che era una sua caratteristica mettermi in imbarazzo con le domande sbagliate al momento sbagliato, non mi urlasse: “Hey Rudi! Dove stai andando?” Mi voltai solo quando ero vicino alle transenne contro le quali si accalcava un sacco di gente e di cameramen tenuti a bada da tre poliziotti e vidi che Pat era troppo impegnato a cercare di collegarsi con l’interno della banca per accorgersi della mia sparizione. Perché, pensai, il rapinatore non vuole comunicare con l’esterno? Le ipotesi che mi venivano in mente erano davvero un’infinità: poteva voler far salire la tensione, poteva volersi organizzare all’interno o aspettare un primo passo dei poliziotti. Mi chiesi anche quanto ci sarebbe voluto per porre fine a quella assurda storia. Il cassiere, il barman e i pochi avventori del locale erano tutti fuori a sbirciare la situazione, in silenzio. Per non entrare indisturbato attirai l’attenzione sulla porta e quando il barman mi vide gli ordinai un caffè: “Se mi fa un caffè fra due minuti lo prendo volentieri...” gli dissi per far capire il mio stato di massima fretta. Il ragazzo mi rispose con un cenno distratto. Entrai nel bar che era completamente vuoto. Una volta liberato dal peso tutto mi sembrò più 49


tranquillo e semplice: dopotutto era solo una rapina, una rapina come ne avevo viste tante, in tantissimi film. E il fatto che fosse reale non doveva farmi sentire un eroe o una persona speciale dato che ogni giorno su qualsiasi pagina di cronaca, si leggono di cose anche peggiori. Dopotutto ero uno spettatore esterno e il fatto che fosse una cosa che accadeva così vicina era l’unico fatto veramente eccezionale. E certamente era meno spaventosa di come mi appariva cinque minuti prima. Mi affacciai all’esterno e il barman era ancora lì impalato a guardare verso la banca. Lo chiamai e voltandosi mi indicò il bancone dove il mio caffè fumava abbandonato. “Oh, mi scusi,” dissi, “non l’avevo proprio visto.” Zuccherai il caffè e cominciai a sorseggiarlo pensando a quale sarebbe potuta essere la prima mossa della polizia, la meno pericolosa e la più efficace. Una volta fuori dal bar chiesi al cassiere di poter pagare: “No, non si preoccupi, vada pure, vada...” “Come ‘vada’?” gli risposi. “E il caffè, devo pagarglielo?” “Ma si figuri, pensi pure al suo lavoro, diamine. Cosa sarà un caffè, commissario.” Il buon uomo mi aveva scambiato per un poliziotto. Non voglio affermare di essere stato un cliente abituale del Centrale, ma certamente quell’uomo m’aveva visto decine di volte, vestito esattamente come ero vestito in quel momento, e avevo sempre pagato tutto. Non feci in tempo a ringraziarlo perché la nostra attenzione fu catapultata al parcheggio. Ci furono delle grida e un clamore diffuso. Alla transenna tutti si muovevano concitatamente e cercavano di vedere 50


un po’ più in là, stando sulle punte dei piedi. Corsi verso il mio amico e passai il posto di blocco con l’aiuto di un poliziotto che aveva riconosciuto il mio pass. Quando scorsi Pat lo vidi intento a dare indicazioni rivolto verso la banca e spostando oltre lo sguardo feci appena in tempo a vedere un uomo alto e magro, vestito sportivo ma assolutamente non trasandato, correre scomposto verso l’edicola, attraversando il parcheggio. Arrivò dai poliziotti ansimando quando ci arrivai anche io. Pat accolse l’uomo fra le sue braccia. Era un uomo sulla quarantina, con la faccia paonazza per l’agitazione e la corsa al freddo. Dietro gli occhiali aveva gli occhi fuori dalle orbite per lo spavento e cercava di parlare ma faceva fatica a riprendere fiato. “Stia tranquillo,” lo calmò Pat con fare affabile, “che se ci dice quel che ha da dirci fra un minuto non cambia nulla.” Non so se fosse vero quello che aveva detto, ma l’uomo sollevò gli occhi al cielo e cominciò a respirare più tranquillamente. Nel giro di pochi secondi poté parlare: “Mi ha detto di dirvi... che... che vuole una macchina, una Mercedes... grigia.” “Vuole una macchina?” Pat e Marconi risposero all’unisono meravigliati. “Ti ha detto di dirci questo?” chiese Marconi che aveva un atteggiamento decisamente più aggressivo e meno affabile di Pat. L’uomo annuì con la testa. Pat e Marconi si guardarono esterrefatti: “Ma a che gioco sta giocando? Non riesco proprio a capire chi abbiamo davanti.” 51


Il mio amico scosse la testa, ma sembrava quasi gli scappasse da ridere. “E non le ha detto altro?” continuò Marconi. “No... no. Ma ha i nervi a pezzi, mi ha urlato di uscire, di non fermarmi altrimenti mi avrebbe sparato, e di chiedervi una Mercedes grigia qui fuori.” “Qui fuori?” “Sì.” “Dove?” “Fuori dalla banca, non mi ha detto dove la vuole esattamente, a dire il vero.” “È impazzito,” sentenziò Marconi, che dopo un attimo di riflessione aggiunse: “E comunque è un diversivo, non può essere altrimenti.” Mi stupì la reazione dei poliziotti: nei film avevo visto spesso i rapinatori chiedere una macchina sportiva per fuggire. Mi sembrava invece strano che le richieste fossero così precise. Pat diede una giacca all’uomo che cominciava a sentire il freddo e continuò il suo interrogatorio con il suo solito atteggiamento rilassato e affettuoso: “Lei ha visto gli altri ostaggi? Stanno bene?” “No, non erano tenuti con me. Io ero chiuso nel magazzino.” “Quale magazzino, quello sulla sinistra?” “Sì... sì, quello entrando a sinistra.” “Infatti e non sa dirmi dove poteva tenere gli altri ostaggi?” “No, ma chi c’è ancora là dentro?” “Tre suoi colleghi, sinceramente non so i nomi ma poi le faremo sapere tutto.” “Grazie sì.” L’uomo si guardava in giro ancora sotto shock. 52


“E lei ha visto il rapinatore? Ci ha parlato?” “No, non l’ho visto, mi ha chiuso in magazzino quasi subito, costringendomi ad entrarci puntandomi la pistola, e poi mi ha urlato da dietro la porta questo messaggio e mi ha lasciato andare. Io non mi sono voltato, e non ho smesso di correre.” L’uomo aveva le lacrime agli occhi e Pat intervenne tranquillo: “Ha fatto bene, avrebbe rischiato un disastro se si fosse girato. E comunque non avrebbe visto nulla: quell’uomo è mascherato.” “Sì, era mascherato, aveva il berretto e gli occhiali!” “Il berretto? Il berretto o il passamontagna?” “Il berretto, mi pare.” “Ok, perfetto, vada con questi signori che la tratteranno bene...” Pat indicò due infermieri che abbracciarono l’uomo e lo accompagnarono verso l’ambulanza. “Porco cane!” esclamò il mio amico, “che situazione!” “Sì, una brutta situazione,” aggiunse Marconi. “Non riesco ancora a decifrare le azioni di quell’uomo. Comunque prima di pensare che sia uno sprovveduto agiamo con cautela. Intanto chiediamo di far arrivare una macchina qui e teniamola nascosta per prendere un po’ di tempo. Rimanemmo un po’ in silenzio, poi Pat si voltò di scatto verso di me e con una faccia allegra mi chiese: “Ma tu dove ti eri cacciato, a far pipì?” Sorrisi a forza odiandolo con tutto il cuore. Se non fossi stato circondato da poliziotti e carabinieri l’avrei strozzato. Ad ogni modo decisi di dire la verità, per non peggiorare la situazione a aggiunsi soltanto un timido: “Già...” “Bene, me ne andrò anche io,” disse improvvisa53


mente Marconi guardandosi in giro: “Dov’è andato lei?” “Al bar Centrale, quello là!” gli dissi indicando il bar davanti al quale la folla era quasi raddoppiata. “Perfetto, grazie, torno fra due minuti.” Lo guardai andarsene sicuro al bar, come se nulla fosse e rimasi come impalato per qualche secondo. Pat mi richiamè all’ordine, chiedendomi di seguirlo ad ascoltare i primi ostaggi per poterli lasciar andare. Arrivammo dalla donna e le chiese con il suo tono mellifluo se le era parso che il rapinatore fosse in qualche modo scosso. “Anche se l’ho visto davvero per poco tempo, non mi sembrava che fosse scosso. Era arrabbiato, urlava e continuava a muoversi, ma sapeva quel che stava facendo.” “Perfetto, e cerchi di concentrarsi e di immaginare che sia qualcuno che lei conosce, qualcuno che ha visto in banca negli ultimi giorni...” La donna, già a metà domanda scuoteva la testa e questo spazientì Pat che tornò alla carica: “No, non dia niente per scontato signora, cerchi di capire, perché è probabile che lei conosca quell’uomo. Ripercorra tutte le persone che ha incontrato in banca in questi ultimi giorni, clienti, correntisti...” La donna non smise di scuotere la testa e in tutta risposta, all’insistenza di Pat, gli confidò: “Mi sento molto stanca...” Pat provò un ultimo tentativo: “Allora non pensa possa venirle in mente?” “Agente, è difficile che io abbia già visto una persona del genere.” Pat si alzò, questa volta senza ringraziare, e diede il 54


permesso ad alcuni agenti di portare in Centrale gli ostaggi per l’interrogatorio. “Perché tiene tutti gli ostaggi separati fra loro? Vuol farci credere di non essere solo?” Sperai che Pat mi stesse facendo quelle domande senza una reale fiducia nelle mie risposte. “Mi sembrano molto più difficili da controllare, così facendo.” Annuii. In effetti Al Pacino in Quel pomeriggio di un giorno da cani aveva radunato tutti gli ostaggi sotto tiro. Che senso ci poteva essere a dividerli e lasciarli da soli, senza controllarli? “Ci sono troppi lati oscuri in questa faccenda e quel genio di Marconi non mi sembra sul problema!” Volevo rassicurarlo dicendogli che a me, invece, pareva essere un uomo esperto e consapevole di quel che stava facendo, ma ritenni meglio non ostacolare i suoi pensieri contraddicendolo. Un agente arrivò dal corso XXV Aprile quasi di corsa e chiese di parlare con il commissario Mauri urgentemente. Pat si presentò e il giovanotto gli disse che aveva contattato il responsabile dei servizi di sicurezza di quella filiale della San Paolo. “Bravissimo, e ci sono novità?” chiese il mio amico. “Ha detto che c’è un sistema di registrazione a circuito chiuso con fotogrammi in sequenza in tutte le stanze di passaggio e nei saloni pubblici.” “È possibile averne le registrazioni?” “Sì, dovrebbe essere possibile, dei nostri agenti lo stanno accompagnando a prelevare le registrazioni.” “Perfetto, il prima possibile voglio averle!” “Certamente!” “Altro?” 55


“No, l’ho trattenuto chiedendogli di restare a disposizione e mi ha detto che non ci sarebbero stati problemi, che è a nostra completa disposizione. Devo farlo venire qui sul posto?” “No, quando sarà tornato trattenetelo in Centrale.” “Sì.” “Ok, e chiedetegli di restare là fino a che non si sarà conclusa la situazione di massima emergenza.” “Va bene commissario!” “Sarà meglio non avere troppa gente qui in giro, per il momento! Nel frattempo era tornato Marconi che guardò con uno sguardo interrogativo Pat che lo mise subito al corrente delle novità: “Potremo avere le registrazioni dei video interni, telecamere a circuito chiuso.” “Be’, ma noi le potremo vedere solo quando entreremo nella banca, e quindi mi interessa ben poco questa novità, sinceramente.” “No, c’era un canale di registrazione esterno. Il responsabile è andato con degli agenti alla sede per prelevarlo.” “Ah, ottimo, allora.” “E comunque rimarrà in Centrale a nostra completa disposizione per qualche ora.” “Molto interessante. Altre novità?” “No, non per il momento. Mi chiedo che convenienza ci sia a dividere gli ostaggi.” “Non lo so esattamente, ma anche questa mossa ci dice che conosce il territorio, che si fida a tenerli chiusi nel bagno perché sa che non usciranno e soprattutto sapeva già quando è entrato che erano un posto sicuro, bagno senza finestre e il magazzino...” Pat annuì e io come lui, sempre facendo attenzione a non sorridere troppo davanti al commissario capo. 56


“Va bene, facciamo una mossa, prendiamo un po’ di tempo e aspettiamo. Dopo queste parole decise, Marconi si diresse verso una volante con passo sicuro e io e Pat ci guardammo negli occhi.” Il commissario arrivò con un megafono in mano, ci passò davanti e andò a posizionarsi accanto all’edicola, a cinquanta metri dalla facciata della banca.” “Ok, lo so che mi senti,” gracchiò il megafono, “sono il commissario Marconi. Abbiamo accolto la tua richiesta, ma abbiamo bisogno di almeno due ore di tempo.” Seguì una lunga pausa in cui gli occhi di tutti erano puntati sulla grande facciata della banca. Immobile. “Dacci un segno per capire che hai ricevuto il messaggio!” continuò Marconi nel megafono. Stette per qualche minuto, immerso nel più assoluto silenzio, col microfono davanti alla bocca e poi lo lasciè cadere quasi sconfortato. Venne verso di noi e con fare più dimesso di prima ci disse: “Per ora non ci resta che aspettare. È inutile dannarsi l’anima e rischiare di fare mosse false proprio in questo momento. Aspettiamo sempre all’erta e sempre pronti ad intervenire.” Rimanemmo per qualche secondo in silenzio e io guardai la squadra di tiratori sul tetto della Gasfire che riuscivo appena a scorgere. Poi Marconi continuò il discorso come pensando a voce alta: “Comunque sono ottimista: è in trappola, libera gli ostaggi e prima o poi farà qualche passo falso, vedrete. È solo una questione di chi ha i nervi più saldi perché se non ci facciamo prendere dal panico è impossibile che ne esca bene. Lo catturiamo senz’altro.” “E se dovesse essere un pazzo che comincia a spara57


re?” chiese Pat. “Questa è la versione meno ottimistica, ma io la escluderei. Non è così che si comporta un folle nelle prime fasi di una rapina con ostaggi. A questo punto non escludo che abbia come movente quello della sensazionalità, che sia un mitomane o magari un fanatico di Greenpeace. Ma non è un pazzo omicida, avrebbe già sparato, avrebbe agito diversamente.” “E sentendosi in gabbia, non potrebbe dar fuori di matto perché vede che il suo piano sta fallendo?” “Ma perché dovrebbe vederlo fallire. Per ora ha guidato lui il gioco. Sapeva che sarebbe arrivata la Polizia e saprà senz’altro di essere circondato da tiratori appostati. Anche l’eventualità di prendere ostaggi e le modalità con cui li ha liberati mi sembrano premeditate.” Il commissario Marconi aveva ragione: anche il fatto di avergli concesso la macchina aveva probabilmente reso tranquillo il rapinatore che aveva escogitato un piano per fuggire. Un piano che a noi era ancora oscuro. “Questo significa,” dissi io timidamente, “che ha un asso nella manica, o almeno pensa di averlo.” Pat annuì felice, guardando il commissario Marconi in attesa di una risposta. “Sì, certamente. E non so quale, non ne ho la minima idea.” Rimanemmo tutti perplessi. Eravamo convinti di avere la vittoria in pugno ma, allo stesso tempo, sapevamo che anche il nostro nemico, barricato in quella banca, aveva la stessa convinzione. E uno dei due si stava sbagliando. Stavamo fissando tutti l’ex Banco Lariano, quando da dietro di noi un agente chiamò Marconi. 58


“Sono arrivati i gruppi elettrogeni commissario, li facciamo piazzare? Non erano nemmeno le tre, e la luce non era calata, ma pensai che in effetti sarebbe stato meglio prevedere un problema come il buio, invece che correre ai ripari quando ormai sarebbe stato impossibile vedere chi ci fosse nel piazzale.” Mi voltai e vidi due camion che avevano parcheggiato a ridosso delle transenne e che occupavano tutto il corso. “Benissimo,” rispose Marconi. “Posizionatene uno qui, che illumini il piazzale e la facciata e l’altro in questa traversa qui, dove finisce il muro di questa fabbrica, sempre ad illuminare il piazzale e la facciata. Poi avrò bisogno di altri due camion dall’altra parte, uno accanto ai portici laggiù, dove c’è la pasticceria e l’altro sempre su questo viale ma dall’altra parte della banca, verso il passaggio a livello che c’è là in fondo. È chiaro che dovrete fare il giro per piazzarli.” “Certamente, adesso glielo dico.” “Tutto l’edificio deve essere illuminato a giorno.” L’agente corse verso i camion e salì su uno di essi sfregandosi le mani per il freddo. Dopo poco i due camion si mossero e mentre uno sparì in retromarcia l’altro si posizionò subito oltre le transenne e due uomini cominciarono a montare sul cassone la struttura che doveva sorreggere i fari. “Dobbiamo stare attenti a non fare passi falsi,” confermò Marconi. “Già, da una parte non dobbiamo spaventarlo o insospettirlo, e dall’altra non dobbiamo sbagliare nessuna mossa,” confermò Pat. “Esattamente, attacco e difesa.” I discorsi si facevano un tantino visionari e, anche 59


per non spaventarmi troppo, decisi di spostarmi davanti all’agenzia di viaggi, più protetta rispetto alla Banca, e di starmene lì un po’ di tempo per osservare la gente, i giornalisti e gli agenti, tutti immobili in una calma solo apparente, carichi di tensione sino al limite e con il fiato sospeso. Mi sembrava di vedere dei replay al rallentatore. Per lungo tempo Marconi e Pat rimasero in silenzio come per valutare bene la situazione anche se mi pareva di capire che il mio amico cominciasse, per assurdo, ad annoiarsi un pochino. I giornalisti si erano trovati delle postazioni uno accanto all’altro, con di fronte a loro le telecamere. Stavano tutto il tempo alle transenne per cercare qualche notizia ed ogni volta che qualcuno si avvicinava, lo bombardavano di domande. Le istruzioni erano state chiare, niente dichiarazioni, ma come sempre accade c’era qualche poliziotto che, forse per mania di protagonismo, lasciava trapelare qualche notizia, su cui ricamare. Così, in quei dieci minuti che stetti ad ascoltare, vidi uno sguardo che faceva intendere che c’erano ancora ostaggi, diventare una notizia certa del fatto che il rapinatore stesse facendosi scudo con degli innocenti e che minacciasse con la pistola chiunque passasse davanti alla banca. La loro foga fu attenuata dall’arrivo di una Mercedes grigia che rallentò vicino alle transenne senza fermarsi. Una nuvola asfissiante di giornalisti gli assaltò i finestrini chiedendo al guidatore chi fosse e quale fosse il suo ruolo, se avesse qualche notizia sull’assassino, perché nel precedente servizio era già diventato un assassino, e se fosse il negoziatore. L’uomo, impassibile, attraversò a fatica la folla e una volta oltre le transenne posteggiò la macchina e scese 60


tranquillo. Guardando i giornalisti cominciai a capire perché, a volte, la gente pensa di avere a che fare con delle cavallette affamate fino all’inverosimile: se fossi stato lì ancora per qualche minuto avrei dovuto avvertire Pat che c’erano voci fondate che ritenevano che il nostro uomo fosse armato di una bomba atomica. Per fortuna, dopo nemmeno cinque minuti, un agente chiamò Marconi che si recò subito alla volante per parlare alla radio attirando la mia attenzione. Ne approfittai per ributtarmi nella mischia e raggiunsi Pat che se ne stava vicino al distinto signore che guidava la Mercedes, con le mani in mano, e mi sorrise con quell’espressione un po’ ebete di chi non sa proprio cosa fare. Bisognava attendere. Marconi tornò da lui con una brutta notizia, glielo si leggeva in faccia: “Quel maledetto ne sa una più del diavolo, ha manomesso il circuito, probabilmente ha tagliato i cavi di trasmissione delle immagini prima di essere ripreso! E sì che non è davvero semplice il sistema per disattivarli!” Pat lo guardò con una faccia preoccupata e io feci lo stesso, anche se in realtà, in qualche modo, me lo aspettavo. “E adesso?” chiese dopo un attimo. “E adesso, quando riuscirà ad entrarci, forse le serviranno a qualcosa, quei video, ma dubito che abbia lasciato le telecamere attivate a lungo... al massimo avrà qualche fotogramma su cui lavorare!” Già mi immaginavo io e Pat, come il tenente Colombo, a riavvolgere e rivedere un nastro per decine di volte fino a scovare il particolare che incastrasse l’assassino saccente. La vicenda mi appassionava, ma 61


sentivo l’esigenza di passare all’azione e Marconi mi lesse nel pensiero: “Be’, signori miei, è ora di far qualcosa. Bisogna mettersi in contatto con lui.” Detto questo come fosse una verità assoluta, il commissario si avvicinò a grandi passi al poliziotto che aveva cercato di mettersi in contatto col rapinatore e ricominciarono a confabulare un po’. Intanto Pat si avvicinò al distinto signore che stava indossando un giubbotto antiproiettili, delle coperture per le gambe, un caschetto e degli stivali. “Che fa?” chiesi a Pat incuriosito. “Si protegge, dovrà portare la macchina fino alla Banca e vorrei dargli la possibilità di difendersi.” “Dovrà portare la macchina laggiù?” chiesi inorridito. Mi pareva impossibile che un uomo avesse il coraggio di guidare una macchina a pochi metri da un pazzo armato e soprattutto di scendere e di attraversare tutto il piazzale, fino alla nostra postazione, sotto il tiro di quel criminale. È una cosa che si vede fare spesso nei film, ma una volta che si è davvero sul posto di una rapina, a poche decine di metri da un uomo armato, la paura blocca veramente le gambe. “Certo che dovrà portare la macchina laggiù, Rudi!” Mi rispose Pat quasi irritato: “Pensavi che quando aveva chiesto una Mercedes gli sarebbe andato bene qualsiasi parcheggio purché non a pagamento? Oppure ci avrebbe dato i gratta e sosta dalla finestra? Oppure ci avrebbe chiesto di tenergliela qui e che sarebbe passato a prenderla quando gli fosse servita?” “Non pensavo a nulla di tutto ciò,” gli risposi sarcastico, “ma non avevo pensato che si dovesse rischiare la vita per portargli la macchina.” “Purtroppo è necessario, anche se le probabilità che attacchi sono poche.” 62


L’uomo aveva già finito di vestirsi e si recò con passo sicuro alla macchina. Vedendolo arrivare i giornalisti, già quando era a venti metri, si fregarono le mani e i cameramen filmarono da mille angolature il suo arrivo e la sua partenza sulla Mercedes. Lui non fece mai una piega, non un’espressione diversa da quella da duro che aveva sempre fatto. L’unica nota stonata era il caschetto della polizia, blu scuro, che a dire il vero non gli donava molto e, in contrasto con la sua espressione impassibile, gli dava un aspetto da orsetto. Passò davanti a noi, si fermò davanti a Pat che si chinò al suo finestrino. Si dissero due cose che io non riuscii a capire, poi Pat fece un cenno a Marconi e l’uomo, tirato su per bene il vetro, partì per la sua avventura. Arrivò ai piedi della rampa che portava sul retro della banca a due all’ora mentre Pat stava incollato al walkie talkie sentendo la radiocronaca di quel che accadeva dai poliziotti piazzati nel condominio di fronte. “Sceso dalla vettura.” Riuscii a sentire fra il gracchiare della trasmissione. Dopo poco lo vidi camminare a passi lunghi ma lenti in mezzo al piazzale, con le mani larghe come i pistoleri di Sergio Leone. Attraversò tutto il piazzale senza mai modificare il proprio passo, apparentemente tranquillo, mentre anche la radio aveva smesso di gracchiare e tutti avevamo il fiato sospeso. Dopo qualche secondo, durato un’eternità, arrivò dietro all’edicola e si lasciò andare ad un abbraccio al tenente Marconi che era ancora vicino al telefonista. Fu un abbraccio da macho, con pacche sulle spalle e saluti all’americana. Per l’uomo ci fu un applauso veloce, qualche congratulazione dei colleghi e poi il congedo 63


del mio amico, che gli permise di andare a casa. Un’apparizione breve ma intensa, posso dire che quell’uomo aveva vissuto un minuto da leone, alla Clint Eastwood. Non passò un attimo che Marconi prese in mano il megafono. “La Mercedes è posizionata!” Una scarica e poi il commissario tornò alla carica: “La Mercedes è posizionata di fronte alla banca!” Ancora una scarica. “Va bene, liberazione di un ostaggio immediata, liberazione del secondo ostaggio prima della fuga, liberazione del terzo ostaggio successiva!” Ancora una scarica e quindi di nuovo il commissario: “Ripeto, liberazione di un ostaggio immediata e del secondo prima della fuga!” “Va bene, come si procede?” chiese Pat. “Attendiamo ancora le sue mosse. Non facciamo nulla finché non libera almeno due ostaggi o non cerca la fuga. Ad ogni modo, senz’altro si farà scudo con l’ultimo ostaggio in modo da poter scappare. Bisogna vedere se lascerà dentro gli altri ostaggi, come purtroppo credo, o li libererà prima.” “Ok, allora attendo suoi ordini,” disse Pat con sicurezza. I giornalisti scalpitavano per sapere cosa stesse succedendo. Avevano ascoltato il dialogo del commissario ma non sapevano che non vi era stata nessuna risposta. Mi venne voglia di raccontare qualche fatto saliente ma decisi di non farmi avanti. Dopo tutto avrei davvero potuto sviare le indagini o comunque renderle difficili. In ogni caso sul posto c’erano già due camion di Mediaset, un camion Rai e un camioncino targato Rai 64


Lombardia. C’erano poi macchine e furgoni di Telelombardia, Tele Lecco, Espansione... tutte le TV locali i cui giornalisti erano i più agguerriti e fra i quali battagliava anche la ragazza che probabilmente si era dimenticata degli insulti di Pat e cercava ancora di oltrepassare il limite. “Dubito che ci possa sfuggire, ma se dovesse riuscirci il cerchio in cui cercare il colpevole sarà abbastanza stretto. Questa banca è all’avanguardia come sistemi di sicurezza e se li ha neutralizzati vuol dire che non è inesperto e che la rapina è premeditata.” Pat annuì serio: “Questo però mi preoccupa. Non ha paura di far capire di essere individuabile, e non vorrei che alla fine si rivelasse un’azione kamikaze.” “Ne dubito Mauri, i kamikaze non si mascherano quasi mai, a loro non solo non interessa essere riconosciuti, ma anzi hanno una necessità particolare ad essere identificati, il più delle volte.” “A meno che non abbia bisogno di rimanere anonimo per portare a termine la sua impresa.” “Ci ho pensato, ma perché? Non mi vengono in mente risposte valide.” Anche io ero a corto di risposte e mi girai verso Pat che era perplesso. “Nemmeno a me. Eppure mi pare che in tutto questo ci sia qualcosa che non quadra, come una chiave nascosta che una volta svelata...” Pensai che Pat avesse visto troppi film polizieschi e feci finta di pensare seriamente alla cosa, mentre invece stavo pensando a Lucia e all’uscita del giorno dopo in cui riponevo buone speranze per il successo della mia missione.

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Fu Marconi ad interrompere i nostri pensieri: “Be’, ragazzi, mi sa che nelle indagini dovrete scoprire i complici di quest’uomo. Ho come il sospetto che questa azione sia solo la punta di un iceberg.” Questa ipotesi non l’avevo neppure presa in considerazione e guardai Pat. Evidentemente la mia faccia doveva essere terrorizzata perché lui scoppiò a ridere e mi disse, per tranquillizzarmi a modo suo: “Stai calmo, non devi temere nulla per me! Anche se fosse una banda di spietati assassini, ci sarai tu al mio fianco!” Marconi mi guardò negli occhi e scoppiò anche lui a ridere. Un allegro quadretto in cui si era scoperto che il ‘coglione che ride sempre’ era anche un ‘cacasotto’. In questa idilliaca situazione Pat riuscì per primo a tornare serio e continuare il discorso: “Ma se è una banda, può darsi che ciò che volevano rubare sia già fuori?” “È possibile.” “E cosa potrebbe essere... magari gioielli.” Pensai che in effetti non potevano essere enormi sacchi di denaro ma qualcosa di poco ingombrante, come gioielli o forse dei documenti. Volevo avanzare quest’ipotesi ma pensai che non era il caso di rendere ancora più spiritosa la mia presenza davanti al commissario Marconi e me ne rimasi all’ascolto. “Potrebbero essere stati documenti,” propose, ignaro dei miei pensieri, il mio perfido amico. “È possibile, dovrete fare delle indagini accurate su tutti i documenti che potrebbero essere scomparsi o modificati.” “Sì... le Banche sono assicurate su queste cose.” “Su alcuni documenti certamente, se hanno un 66


valore dichiarato potrebbero essere assicurate.” Marconi si allontanò col solito passo deciso e rimanemmo io e Pat, a guardarci negli occhi. “Che giornata!” esclamò lui come per prendersi una pausa. Era stata una giornata dura, effettivamente. Era ormai pomeriggio, il sole era già basso e il freddo si faceva sentire. “Ci facciamo un panino?” L’idea mi andava, cominciava a girarmi la testa per la fame: “Ci sto! Pensavo ci saremmo diretti al bar, ma in effetti potevo anche immaginare che Pat non si potesse assentare per uno spuntino. Inoltre poco più in là c’erano delle bottiglie d’acqua e tre panini su di un tavolino accanto a una macchina della polizia.” “Allora...” disse addentando il panino, “che ne dici?” “Di che?” “Meglio questo dei Beatles, no?” Lo guardai con l’aria di chi non ha tanta voglia di scherzare: “Vuoi dire che ti dovrei ringraziare?” “Be’,” cercò di dirmi tra un boccone e l’altro, “un’occasione del genere la butterebbero via in pochi!” Alzai gli occhi al cielo, non ne ero convinto anche se, a dire il vero, non ero convinto nemmeno del contrario. “Questo è un bel lavoro! Mica il tuo da sanguisuga, sempre a caccia di lavoretti da quattro soldi, ad elemosinare qualche giorno una notizia, qualche altro una critica, o una foto...” A dire il vero mi ero abbassato a stare per qualche minuto in Centrale con lui, qualche volta, aspettando la notizia di cronaca che saltasse fuori all’improvviso, 67


ma era successo negli anni dell’università, quando avevo ancora qualche aspirazione a diventare giornalista. “Il mio lavoro era far sapere i fatti alla gente, dire la mia su come i gruppi locali suonano, raccontare delle storie che altrimenti andrebbero perdute...” “Sì, certo, come quando hai intervistato mia mamma sul caro prezzi!” “Certo!” dissi velocemente, in modo da non perdere, nel corso della frase, la mia convinzione. “Ma fammi il piacere, l’unica volta...” Il nostro dialogo fu interrotto brutalmente da uno sparo lontano che mi fece abbassare per lo spavento. L’eco si spense dopo qualche secondo e lasciò tutto il piazzale in un silenzio glaciale. Guardai Pat che mi fissò negli occhi e leggendoci la mia domanda mi rispose: “Ha sparato lui. Arrivava dalla banca!” Ci fissammo ancora per qualche secondo e rimanemmo in silenzio. Mentre mi sembrava che tutta Erba avesse il fiato sospeso, si sentì un secondo sparo, che mi sembrò anche più forte del primo. Marconi, pochi passi davanti a noi, si mise le mani fra i capelli. “Li sta ammazzando!” mi disse Pat. Guardai la banca, con ancora l’eco degli spari nelle orecchie, e tutta la vicenda, da un’avventura pericolosa, mi sembrè trasformarsi in un’immane tragedia, terrificante. Marconi prese in mano il megafono è parlò al rapinatore: “Non fare sciocchezze, esci immediatamente, a questo punto ti diamo pochi secondi per uscire.” La sua voce era comunque calma e decisa, non 68


sembrava né scosso né spaventato anche se la sua faccia faceva trapelare la tensione. La folla di curiosi e di giornalisti cominciava a vociare e voltandomi vidi che i poliziotti, che erano aumentati sensibilmente di numero, facevano quasi fatica a trattenere i cronisti. Fra la gente di passaggio c’era anche qualcuno in lacrime, forse qualche parente o qualcuno che temeva che il proprio figlio fosse nella banca. Sentii Marconi dire qualcosa e Pat si volse di scatto verso di me e poi guardò il commissario. “Codice 1 in Zona A!” urlò ancora il piccolo poliziotto. Pat era impietrito e, girandomi verso gli altri poliziotti, vidi che erano tutti immobili e con gli occhi diretti verso la Banca. Il silenzio era ripiombato su tutta la piazza in un attimo. “Che succede?” sussurrai a Pat per non essere sentito. “Esce,” mi disse laconico, e silenziosamente ci avvicinammo a Marconi, camminando leggermente chinati per maggior sicurezza. Quando arrivai un po’ più vicino all’edicola vidi delle ombre davanti all’uscita principale della banca dirigersi verso il centro del piazzale. Dopo poco riuscii a distinguere la sagoma di due persone. Il silenzio era assoluto e gli attimi sembravano interminabili. Marconi sussurrava dei comandi alle pattuglie in codici che non riuscivo a capire. Quando i due furono a dieci metri dall’entrata, vicino alle prime macchine, potei vedere chiaramente che il rapinatore stava tenendo una ragazza abbracciata al petto con una pistola puntata alla tempia. Lui era 69


Note sull’autore Paolo Stefi È nato a Milano nel 1976 e vive a Erba da tempo. Laureato in Scienze politiche, motociclista da sempre e per sempre, oggi è responsabile della redazione di una nota casa editrice. Ha fondato e suonato nei BlueSky e nella Charleston Blues Band ed è autore e regista dei musical The Blues Brothers Musical e The Commitments Musical. Ha collaborato con l’Autunno Musicale di Como di cui ha diretto lo spettacolo Pietro Lichtenthal Show e con il Comune di Erba per il quale ha organizzato, negli ultimi anni, le Serate Danzanti estive. Esercita anche come fotografo, è tifoso ferrarista e questo è il suo primo romanzo.


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