arcVision 7

Page 1

Periodico semestrale anno IV n° 7 I semestre 2002 - Spedizione in abbonamento postale - 70% - Bergamo

Global Con le torri crolla il vecchio mondo? Si ridisegnano i nuovi equilibri internazionali per la politica, per l'economia e per la società civile Does the Old World collapse along with the Twin Towers? New balances of international power in the realm of politics, economics and civil society Projects Lo scheletro anima della forma: un unicum inscindibile per materializzare lo spazio abitativo del futuro The skeleton, the soul of form: an inseparable whole intended to give material substance to the living space of the future News Il futuro sostenibile dell’industria cementiera Sustainable development in the cement industry

7

www.italcementigroup.com



Rivista semestrale pubblicata da Six Monthly Magazine published by Italcementi Group via Camozzi 124, Bergamo, Italia Direttore responsabile Editor Sergio Crippa Coordinamento editoriale Editorial Coordinator Ofelia Palma Realizzazione editoriale Publishing House l’Arca Edizioni spa Redazione Editorial Staff Elena Cardani, Carlo Paganelli, Elena Tomei Autorizzazione del Tribunale di Bergamo n° 35 del 2 settembre 1997 Court Order n° 35 of 2nd September 1997, Bergamo Law Court

In questo numero

■ Global ■

■ Projects ■

■ News ■

Struttura Structure

2 ■

Romano Prodi

Rinascimento europeo

European Renaissance

Dominick Salvatore

L’etica della globalizzazione

The Ethics of Globalization

Magdi Allam

La recessione soffia sulle tensioni dei Paesi arabi

The Winds of Recession feed the tensions of the Arab World

Cesare Merlini

Stati Uniti, la solitudine di un’iperpotenza

The United States, the lonely superpower

Enrico Sassoon

Allarme sottosviluppo

Scare over Underdevelopment

Struttura e Forma

Structure and Form

Testi a cura di Texts by Carlo Paganelli

Antropomorfismo strutturale

Structural Anthropomorphism

Progetto di Kisho Kurokawa Architect & Associates

Project by Kisho Kurokawa Architect & Associates

Se la città ha un cuore

If the City Has a Heart

Progetto di Soriano & Asociados

Project by Soriano & Asociados

Contenitore di emozioni

A Container Filled with Emotions

Progetto di Frank O. Gehry

Project by Frank O. Gehry

Il simbolo della memoria

The Symbol of Memory

Progetto di Blouin Ikoy & Associés

Project by Blouin Ikoy & Associés

Il santuario della luce

The Sanctuary of Light

Progetto di Richard Meier

Project by Richard Meier

Sogni e visioni

Dreams and Visions

Progetto di Studioddm (Mario Taddei, Edoardo Zanon)

Project by Studioddm (Mario Taddei, Edoardo Zanon)

La tecnologia plana sull’acqua

Technology lying on the Water

Progetto di ADP-Paul Andreu

Project by ADP-Paul Andreu

Il futuro sostenibile dell’industria cementiera

Sustainable development in the cement industry

I numeri di Italcementi Group

Italcementi Group: Facts and Figures

Bilbao, punto di riferimento urbanistico

Bilbao, a reference in urban planning

Il peso della qualità

The weight of quality

Angeli in cementeria

Angels at the cement plant

Cover, the auditorium of the DG Bank building in Berlin

4 9 14 17 22

Mario Antonio Arnaboldi

Copertina, l’auditorium della DG Bank di Berlino

www.italcementigroup.com

In this issue

26 30 36 46 58 64 68 80 ■

88 90 92 94 95

Chiuso in tipografia il 15 Luglio 2002 Printed July 15, 2002


In questo numero In this issue

I

2

Ground Zero

n questo primo scorcio del terzo millennio, stiamo assistendo a una brusca trasformazione dello scenario internazionale. I vecchi assetti, sulla spinta di nuovi tragici eventi, si evolvono verso equilibri diversi, caratterizzati da alleanze e intese sempre più allargate: una terapia per le nuove emergenze. Si ridisegnano i nuovi equilibri internazionali per la politica, per l’economia e per la società civile. Come sottolinea Dominick Salvatore, non essendo emersi validi modelli alternativi la globalizzazione prosegue, ma con una consapevolezza inedita. Si rendono necessari nuovi contenuti etici e sociali, con un controllo più capillare e democratico dei processi in atto, per favorire l’ingresso a pieno titolo dei Paesi in via di sviluppo nei circuiti internazionali. È indispensabile pensare a una ristrutturazione del sistema economico e finanziario mondiale, con una distribuzione più equa delle risorse, per promuovere un quadro commerciale dinamico, arricchito da una pluralità di soggetti. Una situazione che non può fare a meno di prescindere dalla leadership degli Stati Uniti dove, osserva Cesare Merlini, l’attuale consenso per il presidente, la ritrovata fiducia nella ripresa economica e la forte solidarietà sociale interna potrebbero far prevalere il modello “reattivo” in politica estera, accentuando l’autonomia/isolazionismo dell’iperpotenza rispetto agli alleati. D’altra parte, il concetto di economia globale, in cui è necessaria la partecipazione attiva di tutte le parti in causa, sembra essere la migliore garanzia per un rapporto sempre più stretto con le altre nazioni. Gli stessi Paesi Arabi, osserva Magdi Allam, dovrebbero a questo fine abbandonare l’integralismo ideologico, per vincere una sfida che può essere affrontata solo con l’aiuto e la disponibilità dell’Occidente. Nella consapevolezza, scrive Enrico Sassoon, della necessità di una svolta nelle politiche di aiuto ai Paesi poveri. Un panorama complesso e in continua evoluzione, ricco di opportunità e anche di rischi, sostiene Romano Prodi, in cui l’Europa può giocare un ruolo determinante, se perseguirà con coerenza la politica di rafforzamento della propria identità, continuando il processo di allargamento ad altri paesi membri. Lo spirito del tempo aleggia anche nella progettazione architettonica. L’incontro fra spiritualità orientale e tecnologia occidentale si fa materia nella cupola del Museo Marittimo di Osaka, simbolo di una nuova fusione tra ideologie complementari. Frammenti di edifici sparsi in tutto il pianeta, definiscono con l’aspetto esteriore le potenzialità della struttura, scheletri generatori di forme, proprio come nell’organismo umano, con il numero come DNA. Il progetto nasce da un humus di algoritmi, frattali ed equazioni, e l’apparenza è la naturale espressione dell’essenza, in un “unicum” inscindibile. La cifra comune sembra essere la costruzione di uno spazio per l’uomo, con un’ossatura solida ma capace di offrire, oltre alla protezione, emozioni. La configurazione a vele della chiesa “Dives in Misericordia” a Roma, con il bianco assoluto delle superfici e le lame di luce a disegnarne le forme, suggerisce l’elevazione come in un santuario della luminosità; il monolite alleggerito da lastre di cristallo strutturate dell’archivio nazionale di Ottawa sfida il tempo e ricrea l’atmosfera di raccoglimento propria di un simbolo della memoria; la dicotomia tra interno ed esterno della DG Bank di Berlino è un abito innovativo per un mondo finanziario alla ricerca di altre identità. Edifici come corpi dove batte, secondo Alberto Savinio, il cuore delle città.


A

s the third millennium begins, we are witnessing a sharp transformation of the international arena. New tragic events are tilting the balance of power broadening alliances and understandings: a therapy for new emergencies. New balances of international power in the realm of politics, economics and civil society emerge. As Dominick Salvatore has pointed out, in the absence of any valid alternatives, that globalization is continuing but with fresh awareness. New socio-ethical considerations are called for, if there is to be more widespread and democratic control of the processes under way so that developing countries can play a role on the international scene. The world financial-economic system needs to be restructured through a more even distribution of resources promoting a more diversified and dynamic trade system involving more players. A situation that cannot do without the leadership of the United States, where, as Cesare Merlini notes, the president’s present popularity, new confidence in the economic recovery and a great sense of national unity might see the triumph of “reactive” foreign policy, stressing the superpower’s independence/isolationism from its allies. On the other hand, the concept of a global economy built on the active involvement of all the parties seems to be the best guarantee of closer relations with other nations. As Magdi Allam notes, even Arab nations should, for this reason, give up their ideological fundamentalism and successfully negotiate a challenge that can only be tackled with the help and contribution of the West. With the awareness, however, as Enrico Sassoon writes, of the necessity of giving structural priority to measures favoring poor countries. A complicated and constantly evolving state of affairs, full of opportunities and dangers, as Romano Prodi claims, in which Europe can play a key role, as long as it continues to develop its present policy of strengthening its own identity by expanding its borders to bring in new member states. The spirit of the times is also influencing architectural design. The coming together of Oriental spirituality and Western technology is physically embodied in the dome of the Maritime Museum in Osaka, Japan, a symbol of the union of complementary ideologies. Fragments of a family of buildings spread throughout the globe provide an external picture of the potential of the underlying structure, a backbone for generating forms just like the human body, with numbers acting like DNA. Design emerges from a humus of algorithms, fractals and equations, and appearance is the natural expression of essence in one inseparable whole. The common leitmotiv seems to be the construction of people-friendly spaces, a solid framework yet capable of creating emotion, in addition to providing shelter. The sail-shaped design of the “Dives in Misericordia” Church in Rome with its all-white surfaces and sheathes of light shaping its form suggests elevation as in a sanctuary of light; the monolith of the National Archives in Ottawa, Canada, is made lighter by its sheets of structural glass, which defy time and recreate the contemplative atmosphere of a symbol of memory. The dichotomy between inside and outside of the DG Bank in Berlin is an innovative design for a financial world in search of new identities. In the words of Alberto Savinio, buildings are like bodies in which the vital pulse of the city beats.

3


Global

4

L’11 settembre ha definitivamente mutato lo scenario degli equilibri internazionali. Se da un lato ha rilanciato il ruolo degli Stati Uniti, da sempre oscillante fra isolazionismo e interventismo, dall’altro ha inferto un duro colpo alle economie nazionali dei Paesi arabi, la cui emancipazione dall’arretratezza economica e dall’oscurantismo ideologico non potrà essere conquistata senza la disponibilità e la cooperazione dell’Occidente. In questo panorama l’Europa potrà giocare un ruolo determinante, se perseguirà con coerenza la politica di rafforzamento della propria identità. E se la crescita economica ha ripreso la sua corsa, il processo di globalizzazione ha acquistato una nuova consapevolezza con contenuti etici e sociali più favorevoli ai paesi poveri. The 11th September has brought about a permanent change in international balances of power. Whereas, on one hand, it has re-launched the United States’ role, still caught between isolationism and interventionism, on the other it has struck a hard blow to the national economies of Arab countries, which will only recover from economic backwardness and ideological obscurantism with the support and cooperation of the West. In this general scenario, Europe will be a key player if it manages to strengthen its own identity. Economic recovery is already under way and the globalization process has gained a fresh awareness and a more ethical and social content favoring poor countries.

Rinascimento europeo European Renaissance di Romano Prodi* by Romano Prodi*

Completato l’avvio dell’euro, nel 2002 l’Unione europea affronterà i grandi temi dell’allargamento e delle riforme istituzionali With the euro’s launch now completed, the European Union will tackle the important topics of enlargement and institutional reform in 2002

Romano Prodi

I

l 2002 è un anno magico per l’Europa. Si è aperto con il lancio dell’euro, è proseguito con l’avvio della Convenzione che preparerà la grande riforma delle istituzioni europee e si concluderà, speriamo, con la storica decisone sull’allargamento dell’Unione fino a dieci nuovi membri. Il primo gennaio abbiamo festeggiato il lancio dell’euro e il passaggio è stato un successo straordinario. È un successo di tutti: dei parlamenti, europeo e nazionali, dei governi, della Banca centrale europea, della Commissione, delle banche commerciali e delle amministrazioni postali, dei supermercati e di tutto il settore del commercio, delle aziende che hanno curato il trasporto dei biglietti e delle monete nuove e di quelle vecchie e di tutte le imprese, grandi e piccole, che hanno investito e si sono attrezzate per la nuova moneta. Ed è un successo di tutti i cittadini che hanno accompagnato il cambiamento con pazienza e, spesso, con allegria. L’euro è una virtù contagiosa. Innanzitutto ci sono i Paesi candidati all’adesione che sono anche automaticamente

candidati, naturalmente dopo la verifica dei necessari parametri, a far parte dell’Unione economica e monetaria. Nessuno tra loro ha chiesto o immagina di chiedere una clausola di uscita e molti hanno già legato, con un controllo sui cambi, la loro valuta all’euro. Vi sono, poi, più di 50 Paesi (i Balcani, l’Africa francofona, i Paesi che hanno accordi di cambio), per i quali l’euro è la moneta di riferimento. Vi sono, infine, i Paesi dove l’opinione pubblica sembra ora essere più favorevole all’idea di aderire all’euro: il Regno Unito, la Svezia, la Danimarca e la Norvegia, che non fa neppure parte dell’Unione. Il lancio dell’euro è stato un esperimento a grandezza naturale dell’europeismo della gente e il risultato del test conferma la voglia d’Europa. È stato provato che le istituzioni e i governi europei sono capaci di preparare e organizzare il cambiamento, ma soprattutto è stato provato che, quando si tratta di lavorare per migliorare le loro prospettive per il futuro e quando le cose sono spiegate e preparate bene, i cittadini europei sono pronti al cambiamento. Il successo

dell’euro ha, quindi, un preciso significato politico. Ci dice che c’è una grande domanda di un’Europa forte e unita e che abbiamo le forze per rispondere a questa domanda. Lo stato di salute delle finanze pubbliche dei Paesi europei non è mai stato così buono da vent’anni a questa parte. Negli anni che hanno portato all’Unione economica e monetaria tutti i Paesi europei, e l’Italia come e molto più di altri, hanno compiuto una colossale opera di risanamento economico. Quel risanamento si è dimostrato duraturo ed è ciò che ha permesso all’Europa e all’Italia di sopportare in modo soddisfacente il marcato rallentamento dell’economia mondiale e la crisi innescata dagli avvenimenti dell’11 settembre 2001. Ma occorre andare avanti, aprire i mercati, completare la costruzione del mercato unico in tutti quei settori in cui ancora esistono chiusure nazionali (le telecomunicazioni, i trasporti, l’energia). Dobbiamo arrivare a una piena integrazione dei mercati finanziari, poiché l’assenza di un unico, autentico mercato finanziario è una delle debolezze maggiori dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti. Fatto l’euro, occorre completare l’architettura della politica economica europea. Le critiche ricorrenti di eccessiva rigidità al Patto di Stabilità e Crescita sono infondate, come dimostrano gli eventi del 2001. Il risanamento degli anni passati ci ha permesso un maggior margine di manovra e gli stati membri hanno potuto rispondere al rallentamento congiunturale lasciando operare i cosiddetti stabilizzatori automatici.


Questo vuol dire che, all’interno dei limiti del Trattato, il Patto è flessibile. Abbiamo, dunque, delle buone regole e ora che con l’euro aumentano le interdipendenze tra i Paesi e quindi le esternalità, queste regole vanno rafforzate. Per evitare politiche incoerenti, serve un più stretto coordinamento. Debbono aumentare la trasparenza delle scelte, la visibilità dell’euro, il dialogo fra stati membri, Banca centrale europea e Commissione. Per questo la Commissione proporrà presto un Codice di Condotta per le politiche economiche nazionali, con l’obiettivo di realizzare in modo coordinato politiche che confermino la ritrovata stabilità macroeconomica, promuovano la crescita, permettano di rispondere alle evoluzioni della congiuntura e, soprattutto, impediscano errori manifesti come quelli che negli anni Ottanta hanno portato sull’orlo dell’insostenibilità. Per quanto fondamentali, non possiamo però limitarci ad azioni per aprire i mercati o a nuove regole per meglio coordinare le nostre politiche economiche. La stabilità, le finanze sane, la moneta unica non sono fini a se stesse. Sono solo un mezzo per raggiungere l’obiettivo vero del nostro stare insieme: quello di creare condizioni di vita migliori per i nostri cittadini. La nostra Europa ha radici comuni; è cresciuta sul consenso e sulla condivisione di alcune grandi scelte che sono principi basilari della vita sociale. Penso a cose come la gratuità dell’istruzione di base e anche dell’istruzione superiore per i più dotati e i meno abbienti, la presa in carico da parte della società delle

fondamentali esigenze nel campo della salute, della vecchiaia e, in generale, dell’assistenza ai bisognosi e ai più deboli. Ma penso anche al rifiuto di qualsiasi discriminazione razziale, sessuale o religiosa e al rifiuto della pena di morte. Sono principi che si declinano in modo diverso nei vari Paesi, ma che ritroviamo un po’ dappertutto. È questo che chiamiamo il modello sociale europeo, un modello che ci fa dire che dobbiamo lavorare e lottare perché l’Europa sia e rimanga il posto al mondo dove la vita è meno dura per tutti, e soprattutto per i più deboli. Se le differenze di reddito aumentano in modo selvaggio anche nell’Europa continentale, dove pure avevamo ben altre tradizioni, se la rincorsa è solo a smantellare il welfare, se non riusciamo a capire l’importanza della protezione dell’ambiente, allora il modello europeo diventa una predica astratta. Il significato dell’euro deve essere anche e soprattutto questo. Di capire che l’Europa ha una vocazione e dei valori che le sono propri. L’America ci ha insegnato tantissimo, ma negli ultimi dieci anni ci siamo fatti troppo dominare e influenzare dal modello unico americano di mobilità, innovazione e produttività, dimenticando al tempo stesso che in quel modello la società diventa sempre più dura. Competitività e protezione sociale non si escludono a vicenda. Esse, anzi, si rinforzano a vicenda. Più protezione sociale significa più disponibilità a prendere il rischio da parte delle aziende e dei lavoratori e quindi più competitività. Fatto l’euro, e con esso le scelte di politica micro e

macroeconomica, il più grande cantiere aperto davanti all’Unione europea è il cantiere dell’allargamento. L’unità sui valori fondamentali non ci ha mai portato alla scelta di isolarci ma ci ha, anzi, portato ad aprirci. La nostra forza è stata la nostra capacità di proiettarci verso l’esterno. Eravamo 6 Paesi nel 1957, siamo in 15 oggi, saremo probabilmente in 25 fra pochi anni e forse in 30 in meno di un decennio. Ma perché si fa l’allargamento? Potrei rispondere che l’allargamento si fa perché questo è ciò che la Storia chiede oggi all’Europa di fare. E questa, in fondo, sarebbe la risposta più vera. Ma l’allargamento è un processo grande e complesso, pertanto, non ci dobbiamo stupire che nelle nostre società, ma anche in quella dei Paesi candidati ci siano delle inquietudini e anche dei timori. A questi sentimenti dobbiamo dare risposte. Dobbiamo spiegare che la sicurezza e un buon governo dell’immigrazione si conquistano molto meglio avendo i Paesi dell’Est dentro l’Unione, con tutte le sue regole, piuttosto che fuori. Dobbiamo spiegare che l’allargamento è una grande opportunità economica per tutti. Perché l’allargamento non è un gioco a somma zero in cui uno vince solo se l’altro perde. È un gioco a somma positiva dove vincono tutti. Infatti, dopo gli allargamenti degli anni passati, i successi della Spagna, del Portogallo, della Finlandia, dell’Irlanda hanno portato benefici a tutta l’Europa. E così sarà anche per il prossimo allargamento. La capacità di trasmettere i benefici a tutti i Paesi dell’Unione è l’enorme vantaggio del mercato

interno, l’enorme forza delle nostre economie europee e uno dei suoi “ammortizzatori sociali di mercato”. In Europa noi abbiamo gli strumenti per diffondere a tutte le regioni la crescita economica e ridurre le differenze inter-regionali tra i livelli di sviluppo. Insomma, dobbiamo guardare alle spese per l’allargamento come ad un investimento e non come ad un costo. In ogni caso, e anche questo lo dobbiamo spiegare bene, si tratta di un investimento più che sopportabile. Pochi numeri sono sufficienti per dare un’idea delle dimensioni. Innanzitutto è bene ricordare sempre che il tetto fissato per il bilancio europeo è pari all’1,27% del Pil comunitario. L’allargamento sarà finanziato rispettando questo tetto massimo. Sull’allargamento la vera garanzia che noi dobbiamo dare ai nostri cittadini, a quelli dei nostri Paesi come a quelli dei Paesi candidati, è la garanzia che avverrà in modo serio. E su questo mi sento di dare una garanzia assoluta. In questo momento, sono in corsa per entrare nell’Unione nel 2004 dieci Paesi. Se sono arrivati a questo punto è perché come Paesi candidati hanno fatto sforzi giganteschi. Più grandi addirittura di quelli che noi italiani abbiamo fatto per entrare nell’euro. Io spero che alla fine dell’anno arriveremo alla conclusione che qualcuno tra questi dieci Paesi, forse tutti e dieci, forse meno, ancora è troppo presto per dirlo, ce l’avranno fatta. Ma se arriveremo a questa conclusione, questo sarà sulla base di una valutazione rigorosa ed equa. Da ultimo, voglio spendere due parole sulla riforma dell’Unione. L’allargamento dell’Unione a 25 o 30 Paesi

5


6

membri non si può fare sulla base delle regole che erano state pensate per l’originaria Unione a 6. I vecchi metodi seguiti nel passato per aggiornare i Trattati, metodi basati su negoziati condotti nelle notti dei Consigli europei, hanno, però, fatto il loro tempo. La grande Europa che stiamo costruendo richiede una grande riforma che sia il frutto di un dibattito largo ed aperto. Per questo, nel mese di dicembre 2001, è stato deciso che la riunione dei capi di stato e di governo, il Consiglio europeo, che sarà chiamato a prendere la decisione definitiva sul nuovo Trattato dell’Unione, sia preceduta da una speciale Convenzione che riunirà i rappresentanti dei governi e dei parlamenti nazionali, del Parlamento europeo e della Commissione. Accanto ad essa si darà vita a un Forum nel quale saranno rappresentate tutte le componenti della società civile europea. L’Europa si trova ad una svolta della propria storia. Da un lato abbiamo un mondo sempre più complesso a governarsi, più ricco di opportunità ma anche di rischi. Dall’altro lato abbiamo un’Europa che, grazie all’euro e all’allargamento, acquista le dimensioni e i mezzi per diventare un attore di prima grandezza sulla scena mondiale. L’interesse di ogni Paese europeo è, dunque, quello di contribuire a costruire un’Europa sempre

più unita e sempre più forte. Un’Europa capace di portare un contributo decisivo alla sicurezza e alla stabilità, dal campo della politica a quello dell’economia. Un’Europa capace di garantire sicurezza e stabilità, per non essere oggetti indifesi in un mondo che altrimenti sarebbe in questo caso davvero in balia di crisi finanziarie, di guerre, e di ogni genere di instabilità. Un’Europa, dunque, capace di parlare con una sola voce e in grado, soprattutto quando saremo in più di venti membri, di prendere le decisioni necessarie sfuggendo alla paralisi del voto all’unanimità. Questo è il vero e autentico interesse nazionale di ogni Paese membro dell’Unione. Questo gli Italiani l’hanno sempre sentito e l’hanno sempre saputo. Anche senza forse conoscere questo concetto, gli italiani hanno sempre saputo che il loro interesse nazionale stava nella costruzione di un’Europa sempre più unita e sempre più forte e nella piena partecipazione dell’Italia a questa costruzione.

* Romano Prodi è presidente della Commissione europea dal settembre 1999. In precedenza ha ricoperto in Italia numerosi incarichi di grande rilevanza in campo economico e politico, come presidente dell’Iri, ministro dell’Industria e presidente del Consiglio (quest’ultimo incarico nel triennio 1996-1998). È stato inoltre presidente della coalizione di centrosinistra dell’Ulivo nel 1995.

2

002 is a magical year for Europe. It began with the launch of the euro, continued with the start of the Convention that will prepare the great reform of European institutions and it will end, we hope, with the historic decision on the enlargement of the Union with up to ten new members. On January 1, we celebrated the launch of the euro, an event that proved to be an enormous success. And it is everybody’s success. A success for the European and various national parliaments, various governments, the European Central Bank and the Commission, commercial banks and postal administrations, supermarkets, the entire commercial sector, companies involved in transporting the new bills and coins and all the companies, large and small, that invested in and prepared themselves for the new currency. Naturally, it is also a success for all the European citizens who endured the change patiently and, more often than not, joy. The euro is a contagious virtue. First of all, there are the candidate countries in line for membership in the Union. These nations are also, automatically, eligible – after ensuring that the necessary requirements have been met – to join the economic and monetary Union. None of these countries have asked or would imagine asking for an exit clause. Many of these

states have already pegged their currency, with exchange controls, to the euro. Furthermore, there are more than 50 countries (the Balkans, francophone Africa, the countries having exchange rate agreements) in which the euro is the reference currency. Finally, there are the countries in which public opinion seems to be leaning in favor of adopting the euro: the United Kingdom, Sweden, Denmark, and Norway – a country that is not even a member of the Union. The launch of the euro was a large-scale experiment of people’s Europeanism and the test results confirm a desire for Europe. It has proved that European institutions and governments are capable of preparing for and organizing the changeover. Most of all, it demonstrates that, when it comes to working for a better future and when matters are well-prepared and clearly explained, European citizens are ready and willing to accept change. The euro’s success has, therefore, a precise political meaning. It tells us that there is a great demand for a strong and united Europe, and that we have the capacity to respond to this demand. The state of public finances in Europe has never been so good in the last twenty years. During the years that led up to the economic and monetary Union, all European countries – and Italy as much as and often much more than others – undertook colossal economic restructuring measures. This reorganization proved to be long-lasting and it has permitted Europe and Italy to sustain, in a satisfactory manner, the marked slowdown of the world economy and the crisis precipitated by the


events that took place on September 11, 2001. It is now necessary to move forward, to open markets, to complete the construction of a single market in every sector in which national boundaries and limits still apply (telecommunications, transport and energy). We must reach a level where financial markets are fully integrated because the absence of a single, authentic financial market is one of Europe’s greatest weaknesses when compared to the United States of America. Now that the euro is here, the time has come to complete the building of European economic policy. Recurring criticism that the Pact of Stability and Growth is excessively rigid is unfounded, as the events of 2001 have shown. The financial reorganization of past years has allowed for a larger margin of maneuvering and the Member States have been able to respond to the economic slowdown by letting the so-called automatic stabilizers do the work. This means that, within the limits of the Treaty, the Pact remains flexible. We have, therefore, solid initial regulations, and now that with the euro’s arrival interdependence between countries increases, as do the externalities, these rules must be reinforced. To avoid incoherent policies we require close coordination. The transparencies of choice, the euro’s visibility, dialogue between Member States, the European Central Bank and the European Commission must all increase. For this reason, the Commission will soon propose a Code of Conduct for national economic policies, with the aim of creating coordinated

policies that confirm the rediscovered macroeconomic stability, promote growth, allow significant responses to overall change and, above all else, avoid obvious errors like those of the eighties which led to the brink of unsustainability. However, as fundamental as they may be, we cannot limit ourselves to actions aimed at opening markets or to new rules to better coordinate our economic policies. Stability, healthy finances and monetary union are not ends in and of themselves. They are only a means to an end in order to achieve the true goal of our togetherness: that of creating an improved quality of life for all of our citizens. Our Europe has common roots; it has grown with consensus and shared decisions concerning several great choices that are the basis of our societal life.

I am referring to things like providing free education, and also at an advanced university level, for the most gifted and those with the fewest means; society’s responsibility to meet the fundamental needs in the fields of health, caring for the elderly and, more generally, assisting the needy and the weakest among us. But I am also referring to the rejection of any kind of racial, sexual or religious discrimination and to the rejection of the death penalty. These principles are given different priorities in different European countries, but they can be found in various degrees everywhere. This is what we call the European social model. It is a model that forces us to fight and work so that Europe remains the place in the world where life is less demanding for everyone, especially for the weakest among us. If income gaps increase

uncontrollably in continental Europe as well, where we have always had another outlook, if all our work is only aimed at dismantling “social assistance,” if we are not able to understand the importance of environmental protection, then the European model will become nothing more than an abstract lecture. This, more than anything else, must be the euro’s true significance: understanding that Europe has a vocation and values of its own. America has taught us a great deal, but over the last ten years we have allowed ourselves to be dominated and influenced too greatly by the single American model of mobility, innovation and productivity. We have forgotten that under that model, life becomes increasingly tough. Competition and social protection are not mutually

7


8

incompatible. On the contrary, they strengthen each other. Increased social protection means more willingness to take risks on behalf of the companies and workers and therefore more competition. Now that we have our euro and with it both micro- and macroeconomic policy choices, the greatest ongoing project facing the European Union remains its enlargement. Unity on fundamental values has never led us toward isolation – in fact, it has always led us toward a spirit of openness. Our strength has lain in our capacity to project our common vision to the outside world. We were 6 countries in 1957, today we are 15; we will probably be 25 in a few years and perhaps 30 countries in less than a decade. Why are we expanding? I might answer that enlargement is what History is asking Europe to do today. And this, ultimately, would be the truest answer. But enlargement is a large and complex process, and therefore we shouldn’t be surprised to encounter fears and apprehensions not only in our societies but also in those of the candidate countries. We must provide answers to the questions raised by these feelings. We must explain that security and effective immigration policies are best obtained by including the Eastern European countries in the Union, with all of the rules and regulations, rather than excluding them. We must explain that enlargement represents a great economic opportunity for everyone. Adding countries to the Union is not a zero-sum game in which one side wins only if all the others lose. It is a positivesum game, in which everyone

wins. In fact, in the wake of the enlargement of recent years, successes in Spain, in Portugal, in Finland and in Ireland have brought benefits to all of Europe. This will be the case for upcoming enlargement phases as well. The capacity to transmit benefits to all the countries in the Union is the enormous advantage of the internal market, the enormous strength of our European economies and one of its “market shock absorbers.” In Europe we have the necessary means to spread economic growth to every region and reduce the interregional differences between development levels. Basically, we have to think of the expense of enlargement exactly as an investment and not as a cost. In any case, and this too must be clearly explained, this is an easily affordable investment. Just a few numbers are sufficient to give an idea of its dimensions. Let me begin by reminding readers that the fixed ceiling for the European budget is 1.27% of the common GDP. The enlargement will be financed while fully respecting this maximum limit. For enlargement, the true guarantee that we have to give our citizens, those in our countries just as those of candidate countries, is the promise that it will be undertaken in a responsible manner. Regarding this subject, I feel that I can give an absolute guarantee. In this moment, ten countries are in the running to enter the European Union in 2004. If they have all reached this point, it is because as candidate countries they have made extraordinary sacrifices. Even greater sacrifices than we Italians had to make in order to be accepted for the euro.

I sincerely hope that by the end of the year we will reach the conclusion that a few of the ten countries, perhaps all ten, perhaps fewer – it is still too early to tell how many – have met the requirements. But, if we reach this conclusion, it will be based on a rigorous and equitable evaluation process. Lastly, I would like to say a few words about reform of the Union. Enlargement of the Union to 25 or 30 member countries cannot be carried out based on rules and regulations initially created for the original 6-member Union. The old methods for updating treaties, based on negotiations conducted at night by the European Councils, have had their day. The great Europe that we are building requires great reform which can only come out of wide-ranging and open debate. For this reason, in December of 2001, it was decided that the meeting of heads-of-state and governments, the European Council – which makes a final decision on the new Union Treaty – be preceded by a special Convention that will bring together all the government representatives and members of the national parliaments, the European Parliament and the Commission. Along with the Convention, a Forum, representing all the components of European civil society, will be created. Europe stands at a turning point in its history. On the one hand, we have a world that is increasingly complex to govern, richer in opportunities as well as risks. On the other hand, we have a Europe that, thanks to the euro and enlargement, has acquired the dimensions and the means to become a main actor on the

world scene. It is in the interest of every European country, therefore, to contribute to the construction of an increasingly united and strong Europe. This Europe, should be capable of guaranteeing security and stability both politically and economically, to avoid being a defenseless object in a world that would otherwise be faced with numerous crises of finance, war, and every other kind of instability. A Europe, therefore, capable of speaking with a single voice and capable – especially when it will consist of more than twenty states – of making the necessary decisions without losing its force by being paralyzed by unanimous voting requirements. These reforms are in true national interest of every member country in the Union. It is something that Italians have felt and understood from the very outset. Even though they may not be familiar with this specific concept, Italians have always understood that their national interest lies in the construction of a united and strong Europe, and in Italy’s full participation in the construction of this Union.

* Romano Prodi has been President of the European Commission since September 1999. Previously he held various high-level positions in Italy in both the economic and political spheres, including terms as President of IRI (Institute for Industrial Reconstruction), Minister of Industry, and President of the Council of Ministers (this latest office for a threeyear term stretching from 1996 to 1998). He was also President of the center-left Ulivo coalition in 1995.


L’etica della globalizzazione The Ethics of Globalization di Dominick Salvatore* by Dominick Salvatore*

Gli attentati del settembre 2001 hanno provocato solo danni secondari all’economia mondiale, che già sta riprendendo la sua marcia in avanti The terrorist attacks of September 2001, caused only collateral damage to the world economy, which is once again beginning to move forward

Dominick Salvatore

L’

economia e la società sono oggi al centro di una rivoluzione paragonabile alla Rivoluzione Industriale, tanto per le dimensioni, quanto per le conseguenze che essa ha e avrà sull’economia mondiale. La rivoluzione attuale è basata sulla globalizzazione dei mercati resa possibile dal rapido sviluppo e dalla rapida diffusione della tecnologia informatica e dalla creazione di una nuova information economy. La globalizzazione, un tempo, si esauriva nella semplice esportazione di beni e servizi e, al limite, nel trasferimento di alcuni impianti produttivi all’estero. Oggi, essa implica molto di più, e cioè il fatto che le decisioni manageriali, anziché essere rivolte alla singola regione o nazione, devono tenere in considerazione il mondo intero come il mercato rilevante. A causa dell’enorme sviluppo delle telecomunicazioni e dei trasporti, i gusti si stanno uniformando a livello internazionale, e questo vale non soltanto per i prodotti alimentari di basso prezzo (come ad esempio la CocaCola) ma anche per beni più costosi di lunga durata, come

telefonini, personal computer, e automobili. Oggi, più che in passato, molti prodotti sono importati e altri ancora hanno parti e componenti costruite all’estero, con la conseguenza che i produttori nazionali devono affrontare una competizione sempre più agguerrita su scala mondiale. Allo stesso tempo, anche il mercato del lavoro è diventato globale, con i lavoratori dei Paesi ricchi sempre più in concorrenza con quelli dei Paesi in via di sviluppo, specialmente quelli dei mercati emergenti. La globalizzazione ha comportato una forte e crescente interdipendenza tra le varie economie, come è evidenziato dal rapido incremento degli scambi commerciali internazionali di beni e servizi, dai massicci movimenti di capitali finanziari e investimenti diretti, e dai forti flussi migratori di persone e di “know-how”. Negli ultimi decenni, il commercio internazionale è cresciuto ad un ritmo pari al doppio di quello della crescita del Pil globale, tanto da essere considerato uno dei motori trainanti della crescita mondiale. Anche il flusso internazionale di capitali

finanziari e investimenti diretti è più che raddoppiato nell’ultimo decennio in rapporto al Pil mondiale. La liberalizzazione del commercio e della finanza internazionale negli ultimi decenni ha reso tutto questo possibile, mentre la concorrenza internazionale lo ha reso indispensabile – le imprese devono esportare beni e servizi per ottenere economie di scala nella produzione e devono investire capitali e tecnologie all’estero, laddove i ricavi sono superiori, per non perdere competitività e mercati. Anche i flussi migratori internazionali di persone sono cresciuti di molto negli ultimi decenni. E ciò non riguarda solo persone con una bassa preparazione tecnica, ma anche esperti – per intenderci, il cosiddetto “brain drain”. Nei sei mesi successivi agli eventi dell’11 settembre 2001 con la possibilità di altri atti terroristici si sono dimezzati i viaggi aeri e gli scambi commerciali e finanziari. Contemporaneamente sono aumentati i controlli di frontiera, si è intensificata la sorveglianza delle telecomunicazioni, e ridotto il flusso migratorio. Una parte degli investimenti che prima erano diretti a incrementare la produttività di lavoro adesso vanno a coprire spese militari per combattere il terrorismo. A distanza di mesi, tuttavia, sembra che tutto stia tornando quasi alla normalità e molto probabilmente anche la globalizzazione riprenderà presto la sua corsa. È chiaro che il costo delle transazioni internazionali è aumentato a causa delle spese per la sicurezza e certamente ci saranno individui che viaggeranno di meno. Similmente, alcune imprese si sono trovate scoraggiate

dall’investire all’estero. Infine, ci sono le spese militari stanziate per combattere il terrorismo. Si noti, tuttavia, che l’effetto di tutto questo è paragonabile all’imposizione di un’imposta del 10 o 20 percento sulle transazioni internazionali, la cui riduzione tende solo a frenare il processo di globalizzazione, senza però arrestarlo. Il forte calo nella crescita del commercio internazionale e degli investimenti finanziari e diretti che si è avverato nel 2001 è dovuto solo in parte agli atti terroristici. La contrazione era già in corso dalla fine del 2000 a causa dello scoppio della bolla speculativa del settore tecnologico e della recessione degli Stati Uniti e come risultato della riduzione del tasso di crescita mondiale. L’atto terroristico dell’11 settembre ha solo reso la crisi economica un po’ più profonda e posticipato la ripresa dall’inizio alla metà del 2001. Con la ripresa economica negli Stati Uniti e nel mondo, anche la globalizzazione dei mercati e dell’economia mondiale riprenderà. Sarà un po’ meno rapida che non in passato e di quanto lo sarebbe stata senza il terrorismo, ma il processo di globalizzazione è inarrestabile. L’efficienza economica lo richiede e le nuove tecnologie lo rendono inevitabile. La ragione è che non esiste altro modello economico. Tornare indietro e cercare di fermare il processo di globalizzazione e l’economia di mercato non rappresenta una scelta possibile per nessuno. Coloro che in passato si sono schierati contro la globalizzazione per i suoi difetti e svantaggi (che esistono), non sono mai riusciti a presentare un modello economico alternativo valido.

9


10

Tuttavia, come spesso accade nelle rivoluzioni, anche la globalizzazione comporta sia grandi opportunità che grandi pericoli. Le opportunità e i benefici sono indiscutibili. La globalizzazione ha fatto migliorare le condizioni economiche di tutti i Paesi e di tutti i popoli. La Banca mondiale ha dimostrato che negli ultimi decenni i Paesi in via di sviluppo più aperti al mercato mondiale sono cresciuti più rapidamente dei Paesi ricchi (riducendo quindi le disuguaglianze internazionali) mentre quelli

meno aperti al mercato mondiale sono cresciuti meno rapidamente, rendendo più ampio il loro divario rispetto ai Paesi ricchi. Nessuno ha forzato la Cina ad aprirsi ai mercati internazionali, e senza tale apertura essa non avrebbe mai potuto ottenere i capitali, le tecnologie e i mercati che le hanno permesso la rapidissima crescita economica che ha registrato nell’ultimo decennio – senza dimenticare che ciò ha anche comportato una drammatica diminuzione nel numero di cinesi poveri. La Banca mondiale ha stimato

che se il processo di globalizzazione non si fosse verificato, il numero di poveri (coloro che vivono con un reddito inferiore ad un dollaro al giorno) sarebbe aumentato dai 300 milioni di persone di 10 anni fa a 650 milioni, anziché essere ridotto ai 150 milioni attuali. Anche se solo delle stime, questi dati, veramente drammatici, non sono discutibili. Non è quindi la globalizzazione che ha causato la povertà; senza la globalizzazione, semmai, la povertà nel mondo sarebbe stata molto superiore.

Tuttavia, la globalizzazione ha anche comportato un incremento nelle disuguaglianze tra i Paesi ricchi e i Paesi in via di sviluppo più poveri, così come all’interno dei Paesi poveri stessi. La globalizzazione comporta efficienza economica per i Paesi e le popolazioni che riescono a coglierne i benefici, ma non per i Paesi più arretrati e chiusi che invece non riescono a beneficiarne. Anche se l’efficienza economica è ovviamente molto importante, essa non può e non deve essere la sola cosa che c’interessa. Ci sono profondi aspetti etici, sociali e umani che non possono essere lasciati al mercato. Oggi, tuttavia, non ci sono regole adeguate a livello nazionale e internazionale che tengano conto di questi importanti aspetti non economici della globalizzazione. Il forte dilemma che si presenta alle nazioni e ai popoli ricchi è come dare alla globalizzazione un volto più umano e quindi un contenuto più etico e sociale. In altre parole, non si può rimanere indifferenti alla profonda povertà di certe nazioni, in particolare in Africa, o alla fame di milioni di bambini. È chiaro che un mondo simile non può nemmeno essere pacifico e tranquillo. Infatti, e diversamente che non in passato, la collettività è oggigiorno sempre meno disposta a tollerare tali forti ineguaglianze. Purtroppo, né le Nazioni Unite, né la Banca mondiale, né il Fondo monetario internazionale, né la World Trade Organization (Wto) o altre istituzioni internazionali sembrano capaci o disposte ad istituire nuove regole per gestire la globalizzazione in modo da permettere una più


equa distribuzione dei benefici che da essa scaturiscono. C’è molto che i Paesi sviluppati possono e devono fare per aiutare i Paesi poveri, come ad esempio cancellare i debiti internazionali, aumentare gli aiuti economici ed aprire di più i propri mercati ai prodotti di queste nazioni povere. Ma tutto questo, come anche il lancio di nuovi negoziati commerciali Wto a Doha (Qatar), non è affatto sufficiente. Quello che è necessario è la totale ristrutturazione del sistema economico e finanziario internazionale in modo da riflettere tutte le interdipendenze che si sono venute a creare in seguito alla globalizzazione. È anche necessario eliminare le cause che hanno portato i nuovi terroristi ad atti tanto ignobili quanto disperati. La sfida per il futuro è quindi di creare un sistema sociale, economico e politico mondiale che elimini le ragioni del terrorismo e che, pur permettendo alla globalizzazione di continuare la sua rapida corsa verso l’efficienza e la crescita economica, assicuri una distribuzione dei benefici economici, sia tra i vari Paesi che all’interno degli stessi, più equa che non in passato. In sostanza, un sistema che permetta un controllo più capillare e democratico del processo di globalizzazione tra le varie nazioni e i vari popoli. Questa è la grande sfida per il ventunesimo secolo. * Dominick Salvatore è professore emerito di Economia e presidente del Dipartimento di Economia alla Fordham University di New York. È membro della New York Academy of Sciences e presidente della relativa Sezione di Economia. Il professor Salvatore è consulente delle Nazioni Unite, della World Bank, del Fondo monetario internazionale, dell’Economic Policy Institute e di molte banche e società internazionali.

T

oday, society and the economy lie at the center of a revolution whose present and future dimensions and consequences, on the world economy, can be compared to the Industrial Revolution. The current revolution is based on a globalization of markets made possible by the rapid development and spread of information technologies and the creation of a new information economy. Previously, globalization simply meant exporting goods and services and, at most, the transfer of a few production plants to a foreign location. Today, it implies a great deal more: managerial decisions, rather than simply directed at individual regions or single nations, must take into consideration that the entire world is a relevant market. Due to the enormous developments that have taken place in telecommunications and transportation, tastes are being standardized on an international level. This can be said not only of low-cost food products (Coca-Cola, for example) but also for expensive, longer-lasting products such as cell phones, personal computers and cars. Today, more than in the past, many products are imported and many others contain parts and components that were assembled abroad. Consequently, national producers must deal with increasingly fierce competition on a global level. Concurrently, the labor market has also become global. Workers in wealthy countries increasingly compete with those who live in developing countries, especially newlyemerging markets. Globalization has led to a strong and growing

11

interdependence between various economies, as shown by the rapid increase in the international exchange of goods and services, by the massive flows of financial capital and direct investments, and by the substantial migration of people and “know-how”. In the last few decades, international trade has grown at twice the growth rate of the global GDP, so much so that it can be considered the driving force behind global growth. The international flow of financial capital and direct investment has more than

doubled over the last decade compared with the global GDP. The liberalization of trade and international finance in these last few decades has made all of this possible, while international competition has made it indispensable – companies must export goods and services in order to obtain economies of scale in production and must invest capital and technological capacity abroad, where earnings are greater, in order to guarantee their own markets and competitive status. The international


12

migratory flow of people has risen significantly in the last decades. This does not only concern people with a low level of technical expertise and training, but also the experts – which has often, and under differing circumstances, been referred to as the “brain drain.� Because the threat of additional terrorist attacks was still lurking in the six months following the events of September 11, 2001, air travel was halved, and with it commercial and financial exchanges. At the same time, border controls increased, surveillance of telecommunications grew more intense and the migratory flow of individuals slowed down. A portion of the investments previously directed at increasing work productivity are now used to cover military expenses and to combat terrorism. A few months later, all things considered, it seems as if everything is returning to a semblance of normality. It will not be long, most likely, before globalization will pick up where it left off. Clearly, the cost of international transactions has increased due to the added security expense and there will undoubtedly be individuals who will travel less. Similarly, some companies have reacted to the events by backing away from foreign investment. Lastly, there is the matter of military spending set aside to combat terrorism. It should be noted, however, that there are signs that the effects of these consequences can be compared to the slapping of a 10 to 20 percent tax on international transactions, whose reduced size simply tends to slow the globalization process, without actually stopping it. The strong drop in growth in


the international commercial sector, and in financial and direct investments that took place during 2001 is only partly due to the terrorist attacks. The contraction was already underway at the end of 2000 due to a bursting of the speculative bubble in the technological sector and the subsequent recession in the United States and as a result of the reduction of the global growth rate. The terrorist attacks of September 11 simply deepened the economic crisis and postponed the recovery from the beginning to the middle of 2001. With economic recovery underway in the United States and the rest of the world, the globalization of markets and the world economy will take off again. The pace will be a little less rapid than in the past and slower than it would have been without the terrorist attacks, but the globalization process cannot be stopped. Economic efficiency needs it and today’s technology renders it inevitable. The reason is that there exists no other economic model. Turning back the hands of time and trying to stop the globalization process and the market economy is not a realistic or even possible option for anyone. Those who in the past have come out against globalization because of its weaknesses or disadvantages (which are real and do exist), have never been able to present a valid alternative economic model. As often happens in revolutions, globalization will bring with it both great opportunities and great risks. The opportunities and benefits are unquestionable. Globalization has improved the economic conditions of every country and all peoples.

The World Bank has shown how in the past few decades that developing countries which have kept themselves open to the world market have grown more rapidly than wealthy countries (reducing as a result the level of international inequality), while those that are less open to the world market have grown more slowly, widening the divide that separates them from wealthy countries. No one forced China to open its doors to international markets, yet without that opening it would never have been able to obtain the capital, technologies and markets that have allowed it the rapid growth it has recorded over the last decade – it is important to remember that this economic growth has also led to a dramatic reduction in the number of poor Chinese. The World Bank has estimated that if the process of globalization had not happened, the number of poor (those who earn less than a dollar a day) would have grown from 300 million to 650 million individuals in ten years, rather than being reduced by half to the current 150 million. Even though these are just estimates, the data, which is truly dramatic, is unquestionable. Therefore, it is not the process of globalization that causes poverty; on the contrary, without globalization world poverty would be vastly greater than it currently is. Nevertheless, globalization has also brought with it an increase in the inequality between wealthy countries and poorer developing countries, just as it has brought an increase in inequality inside the poor countries. Globalization brings economic efficiency to

countries and populations that are able to take advantage of its benefits, but not for countries that lag behind and remain closed and instead are unable to reap any rewards. Even if economic efficiency is obviously extremely important, it cannot be and must not be the only thing that interests us. There are major ethical, social and human aspects that must not be left in the hands of the markets. Today, however, adequate regulations do not exist on either a national or an international level that take into account these important non-economic aspects of globalization. The major dilemma facing wealthy nations and their citizens is how to give globalization a more human face and therefore more ethical and social content. In other words, we cannot remain indifferent when faced with the dire poverty of certain nations, especially in Africa, or before the famine experienced by millions of children the world over. It is clear that such a world cannot remain peaceful and calm. In fact, unlike in the past, the collective will of today’s world is increasingly less willing to tolerate these kinds of strong inequalities. Unfortunately, neither the United Nations, nor the World Bank, nor the International Monetary Fund, nor the World Trade Organization (WTO) nor other similar international institutions seem able or willing to establish new regulations to manage globalization in such a way that it permits a more equitable distribution of the benefits it creates. There is much that developed countries can and must do to help poor countries, like, for example, canceling international debt, increasing

economic assistance and opening their own markets to products produced by these poor countries. But all of these things, like the launch of the new commercial negotiations of the WTO in Doha, Qatar, remain insufficient. What is necessary is a total restructuring of the international economic and financial system in such a way that it reflects all the interdependencies that have been created as a result of globalization. It is also necessary to eliminate the causes that have led the new terrorists to attacks that are as despicable as they are desperate. The challenge of the future will be to create a global social, economic and political system that is capable of eliminating the motivations that lead to terrorism and which, while allowing globalization to continue its rapid rush toward efficiency and economic growth, ensures a more equitable distribution of economic benefits, both between the various countries and between the individuals within each country’s population. Basically, we need a system that permits a broader and more democratic control of the globalization process between the various nations and diverse peoples. This is the great challenge of the twenty-first century.

* Dominick Salvatore is Professor Emeritus of Economics and Chair of the Department of Economics at Fordham University in New York. He is a Fellow of the New York Academy of Sciences and Chair of its Economics Section. Professor Salvatore serves as a consultant to the United Nations, the World Bank, the International Monetary Fund, the Economic Policy Institute as well as many other banks and international companies.

13


La recessione soffia sulle tensioni dei Paesi arabi The Winds of Recession feed the tensions of the Arab World di Magdi Allam* by Magdi Allam*

Oltre i confini di un diffuso anti-americanismo, emerge la realtà di una crisi economica che si é aggravata con il crollo delle Torri Gemelle If we look beyond the widespread anti-American feeling, the truth is that the collapse of the Twin Towers worsened the economic crisis

14

Magdi Allam

R

ecessione, inflazione, aumento della disoccupazione, fuga dei capitali, calo delle riserve di valuta pregiata, svalutazione delle monete locali, crescita del debito pubblico: quasi ovunque nei Paesi arabi il dopo 11 settembre si è rivelato un duro colpo per le economie nazionali. Se c’è una ragione fondata per cui l’opinione pubblica araba boccia gli Stati Uniti, al di là delle annose critiche alla politica americana in Medio Oriente e al rifiuto della gestione unilaterale della guerra contro il terrorismo globale, ebbene è da ricercarsi nel diffuso deterioramento dell’economia che va a incidere direttamente sul vissuto delle persone. Non devono, perciò, sorprendere i risultati di un sondaggio, condotto dalla Gallup tra il dicembre 2001 e il gennaio 2002 su un campione di 9.924 adulti residenti in nove Paesi musulmani, da cui emerge che il 77% considera moralmente ingiustificabile l’attacco americano in Afghanistan, il 61% non crede che siano stati degli arabi a compiere gli attentati alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono, il 58% non ama Bush e il 53% si dice contrario agli Stati Uniti.

In realtà il cataclisma finanziario ed economico che ha fatto seguito all’11 settembre ha messo a nudo la fragilità dei sistemi economici arabi. Questi continuano in parte ad essere monodipendenti dal greggio, anche se probabilmente sta vivendo il suo ultimo quarto di secolo come fonte energetica principale del pianeta (è il caso dell’Arabia Saudita); in parte pagano le conseguenze di una gestione tentennante del processo di privatizzazione (l’Egitto); in parte sono succubi del protrarsi di una crisi militare e politica (come nel caso dell’Iraq). Più in generale gli stessi organi d’informazione e, talvolta, addirittura i dirigenti dei Paesi arabi hanno denunciato l’esistenza di una diffusa realtà di corruzione, parassitismo, burocratismo e inefficienza all’interno delle strutture produttive ed economiche statuali. In Egitto, ad esempio, si sta assistendo a una sorta di stagione di Mani Pulite che ha già portato all’arresto e alla condanna di un ex-ministro, di banchieri e di uomini d’affari. Da questo punto di vista l’11 settembre sarà probabilmente ricordato come l’inizio di una svolta, non solo per la politica,

ma anche per l’economia araba. Il paese che ha maggiormente risentito degli effetti dell’11 settembre è senza dubbio l’Arabia Saudita, scopertosi il “gigante malato” sul piano economico dopo essere emerso come “l’alleato infido” sul piano politico nei confronti degli Stati Uniti. Tutto inizia quando l’Fbi rivela che ben 15 dei 19 membri del commando responsabile dell’offensiva terroristica contro l’America sono di nazionalità saudita. Alti responsabili americani hanno indicato nel principe ereditario Abdallah, noto per le sue simpatie panarabe e panislamiche, il protettore di Osama bin Laden, il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti accusato di essere il mandante degli attentati. La stampa americana ha diffuso la verità, peraltro già nota, sulle malversazioni commesse ai più alti livelli della famiglia reale e che hanno trasformato un Paese che nel 1982, quando salì al potere re Fahd, disponeva di 120 miliardi di dollari di riserve valutarie, in un Paese che oggi lamenta un debito pubblico di 300 miliardi di dollari. Contemporaneamente i

sauditi vantano delle riserve valutarie all’estero, depositate principalmente negli Stati Uniti, pari a 600 miliardi di dollari. Un patrimonio ingente che potrebbe risollevare le sorti di un’economia parassitaria, ma che solo in minima parte è rimpatriato dopo l’11 settembre, nonostante il clima di accesa ostilità nei confronti degli arabi esploso negli Stati Uniti e un appello pubblico rivolto dal ministro delle Finanze saudita. Una tale sfiducia si deve sostanzialmente all’incapacità delle autorità ad emancipare l’apparato economico dalla sudditanza dal greggio, i cui proventi assicurano il 90% della valuta pregiata delle casse dello Stato (contro ad esempio il 50% del Kuwait e solo il 30% degli Emirati Arabi, che già sin d’ora hanno superato lo shock del dopopetrolio). In questo contesto, considerando il calo del prezzo del greggio e l’inflazione, il Dipartimento Americano per l’Energia ha calcolato che nell’arco di vent’anni la rendita petrolifera per abitante in Arabia Saudita è calata da 24.000 a 2.600 dollari. Dopo l’Arabia Saudita è stata l’intera rete delle banche e


degli enti finanziari islamici disseminati nel mondo a subire i più pesanti contraccolpi dall’11 settembre. È all’interno di questa rete che circola sia il denaro personale di Osama bin Laden, stimato in 300 milioni di dollari, sia il denaro che va a finire nelle sue tasche, stimato in 500 milioni di dollari annui, frutto della raccolta della zakat, l’elemosina legale prescritta dal Corano, e delle sadaqat, che sono invece delle donazioni volontarie. Tutto ciò avviene grazie allo stretto collegamento tra le finanziarie e le banche islamiche con le moschee e i luoghi di culto dove avviene la raccolta dei soldi dei fedeli musulmani. Ebbene lo smantellamento di questo intreccio che lega le moschee, gli enti caritatevoli, le finanziarie islamiche, il finanziamento di progetti gestiti da integralisti islamici e i soldi ai gruppi dichiaratamente terroristici, è diventato una priorità in quasi tutti i Paesi arabi dopo le fortissime pressioni degli Stati Uniti. In Kuwait il Governo ha adottato seri provvedimenti per far rispettare una precedente ordinanza di chiusura di un centinaio di enti caritatevoli illegali impegnati nella raccolta della zakat. In Egitto è allo studio la creazione di un ente finanziario islamico governativo con il compito di imporre e raccogliere la zakat i cui proventi, stimati in 12 miliardi di sterline egiziane (circa 3 miliardi di dollari), da utilizzare come fondi di solidarietà sociale. Ma non sarà semplice. Attorno alla gestione della zakat si concentra il potere economico dei gruppi e del clero islamico, senza il quale verrebbe meno anche il loro potere politico. Per tutte queste ragioni l’11 settembre emerge sempre più

15

come il banco di prova dell’emancipazione degli Stati arabi dall’arretratezza economica e dall’oscurantismo ideologico, una sfida che però non potranno vincere senza la disponibilità e la cooperazione dell’Occidente.

* Laureato in Sociologia all’Università La Sapienza di Roma, Magdi Allam è inviato speciale per il Medio Oriente del quotidiano La Repubblica e segue da molti anni gli eventi politici, economici, sociali e culturali del Medio Oriente, comprese le tematiche trasversali quali il terrorismo, l’islam, il confronto tra le religioni e i rapporti Nord-Sud. Come sociologo si è specializzato nel fenomeno dell’immigrazione, in particolare nella realtà degli immigrati di fede musulmana. Ha scritto “Diario dall’Islam” (Mondadori, 2002) e, insieme a Roberto Gritti, “Islam, Italia – Chi sono e che cosa pensano i musulmani che vivono tra noi” (Edizioni Guerini e Associati, 2001). Collabora come commentatore a diverse radio, televisioni e riviste specializzate in Italia e all’estero.

R

ecession, inflation, rising unemployment, capital flight, lower reserves of hard currencies, devaluation of local currencies, increase in national debt: September 11 struck a hard blow to the national economies of most Arab countries. Beyond the age-old criticism of American policy in the Middle East and the refusal to accept its unilateral approach in the war against global terrorism, Arab countries’ negative public opinion toward the United States is founded on the widespread economic decline directly affecting people’s lives. The results of a Gallup poll carried out between December 2001 and January 2002 on a sample of 9,924 adults living in nine Muslim countries are therefore hardly surprising. This poll shows that 77% of those surveyed consider the American attack on Afghanistan morally unjustifiable, 61% don’t

believe the attacks on the Twin Towers in New York and on the Pentagon were perpetrated by Arabs, 58% don’t like Bush and 53% say they dislike the United States. In fact, the financial and economic disaster following September 11 has brought to light the fundamental weakness of Arab economies. Many still depend exclusively on crude oil, even though oil will probably be the planet’s main energy source for only a few more decades (e.g. Saudi Arabia). Some are paying the consequences of a hesitant process of privatization (Egypt); others still are subject to an ongoing military and political crisis (Iraq). More generally, the Arab press and even Arab leaders themselves have revealed the existence of widespread corruption, parasitism, bureaucracy and inefficiency in state-run production and economic infrastructures. Egypt, for


16

instance, is in the midst of an operation comparable to the Italian Mani Pulite inquiry (corruption investigations), which has already led to the arrest of a former minister, as well as a number of bankers and businessmen. As a result, September 11 will probably be remembered as the beginning of a turning point, not only in politics, but also in Arab economies. Saudi Arabia was the hardest hit by the aftermath of September 11. Economically, it has turned out to be an “ailing giant” and, politically, a “treacherous ally” to the United States. It all began when the FBI disclosed that 15 of the 19 members of the commando responsible for the terrorist attacks against

America were Saudi Arabian citizens. Top American officials believe that Crown Prince Abdallah, well-known for his Pan-Arab and Pan-Islamic sympathies, is protecting America’s public enemy #1, Osama bin Laden, accused of masterminding the September attacks. Furthermore, the already infamous misappropriations perpetrated by the highest members of the royal family have been widely reported in the American press. These misappropriations turned a country that had 120 billion USD in foreign currency reserves in 1982 when king Fahd came to power, into a country with 300 billion USD of debt. Meanwhile, Saudi Arabian currency reserves abroad, mainly in the United

States, amount to 600 billion USD. This capital could contribute significantly in helping this parasitic economy emerge from its current state. However, only minimal amounts of this capital have been repatriated after September 11, in spite of the very hostile climate toward Arabs in the United States and of the Saudi Finance Minister’s public appeal. This public mistrust is mostly due to the authorities’ inability to reduce the economy’s dependence on oil, which accounts for 90% of the State’s proceeds (as compared to 50% in Kuwait and only 30% in the United Arab Emirates, both of which are now ready to overcome the after-oil shock). In this context, taking into account the fall in the price of oil and inflation, the American Department of Energy estimates that in the last twenty years, per capita oil revenues in Saudi Arabia have dropped from 24,000 to 2,600 USD. Hardest hit after Saudi Arabia by the consequences of the September 11 is the entire network of banks and Islamic financial institutions scattered around the world. It is within this network that Osama bin Laden’s personal wealth revolves, an estimated 300 million USD, as well as the capital that ends up in his pockets, estimated at 500 million USD per year, from the zakat, the legal alms prescribed by the Koran, and the sadaqat, voluntary donations. All this is made possible by the close connection between investment companies and Islamic banks and the mosques and places of worship where the money is collected from faithful Muslims. As a result, and after strong pressure from the United States, the

dismantling of this network linking mosques, charities, Islamic investment trusts, the funding of projects organized by Islamic extremists and the funds provided to avowed terrorist groups, has become a priority in virtually all Arab countries. In Kuwait, for example, the government has implemented serious measures to comply with a former ordinance decreeing the closure of about a hundred illegal charities that collect the zakat. In Egypt, authorities are working on the creation of a governmental Islamic financial institution to impose and collect the zakat, but the resulting proceeds, estimated at 12 billion Egyptian pounds (about 3 billion USD), would be used for social projects. However, it will not be easy. Islamic group’s and the clergy’s economic power depends on their controlling the zakat; and by losing control over it, they also lose political power. For all these reasons, September 11 has actually become the crucible that might free the Arab countries from economic backwardness and ideological obscurantism. But they will not be able to achieve this challenge without the support and cooperation of the West. * Magdi Allam, a graduate in sociology from La Sapienza University in Rome, is the special correspondent for the Middle East of the daily Italian newspaper La Repubblica. He has been following socio-cultural, economic and political events in the Middle East for years, including issues ranging from terrorism, Islam, comparative religion, and North-South relations. As a sociologist, he is an expert on immigration, especially the conditions and situation of Muslim immigrants. He is the author of “Diario dall’Islam” (Mondadori, 2002) and, together with Roberto Gritti, “Islam, Italia – Chi sono e che cosa pensano i musulmani che vivono tra noi” (Edizioni Guerini e Associati, 2001). He also works as a commentator for various radio and television stations and specialized magazines in Italy and abroad.


Stati Uniti, la solitudine di un’iperpotenza The United States, the lonely superpower di Cesare Merlini* by Cesare Merlini*

La lotta al terrorismo mondiale ha rilanciato il ruolo internazionale dell’America, da sempre oscillante fra isolazionismo e interventismo The fight against global terrorism redefined the international role of the US, perpetually caught between isolationism and interventionism

Cesare Merlini

L’

attacco dell’11 settembre ha cambiato l’America. Questa osservazione può sembrare banale, ma la questione è di sapere quanto nel cambiamento è nuovo e quanto ci riporta a un’America che abbiamo già conosciuto. Il che può anche aiutare a capire dove questo cambiamento potrà portare nel medio periodo, ed è certo un compito più ambizioso. A livello della società si è assistito a una dimostrazione di resilienza e coesione. Resilienza: tutta la popolazione, in particolare quella di New York, è tornata abbastanza rapidamente alla sua attività normale. La coesione visibile è quella patriottica, rappresentata dall’“orgia” di bandiere. Ma non è solo patriottica: il sociologo Robert Putnam, che in passato aveva condotto un’ampia ricerca sul declino dell’associazionismo spontaneo, dai gruppi genitoriinsegnanti ai circoli di bowling (donde il titolo del libro che ne derivò: Bowling Alone) ora riscontra un’inversione di tendenza, che si manifesta già nell’arco di questi pochi mesi. La società americana ritorna solidale. E la solidarietà non conosce confini di razza.

Quel melting pot, che veniva dato in crisi sotto la spinta dell’immigrazione ispanica e asiatica, funziona di nuovo per effetto dell’elenco multilingue delle vittime delle Torri Gemelle, integrando anche, con qualche difficoltà ed eccezione, gli americani di origine araba – almeno per ora. Qualcosa del genere successe con la seconda guerra mondiale. Si disse: se i neri muoiono come i bianchi sui fronti europeo e asiatico, vuol dire che sono cittadini americani a pieno titolo; e il movimento dei diritti civili ne ebbe un impulso definitivo, anche se ci sarebbero voluti ancora quattro o cinque lustri per portarlo a compimento. Anche allora si verificò negli Stati Uniti un’ondata di patriottismo e di solidarietà, che mise il Paese in condizione di forza al momento dell’inizio della corsa contro l’impero sovietico, corsa che si concluderà con la vittoria. A livello economico l’attacco al cuore commerciale dell’America è giunto in un momento in cui si discuteva se il rallentamento in corso, dopo la lunga fase espansiva, potesse portare ad una recessione; gran parte degli osservatori convennero sulla valutazione

che il duro colpo inflitto (in particolare a certi settori come le linee aeree, le assicurazioni, il turismo) avrebbe definitivamente fatto pendere le cose in quel senso. Invece si è trattato essenzialmente di un rallentamento e per di più di breve durata, come appare dagli andamenti di questa primavera. Alla fine degli anni Quaranta il piano Marshall venne criticato in patria perché dirottava verso i Paesi europei risorse che erano necessarie all’economia nazionale per risorgere dallo sforzo bellico. Come è noto, la ripresa ci fu e la stessa America finì per giovarsi grandemente degli scambi con un’Europa occidentale in fase di ricostruzione e di inizio di integrazione. A livello politico, il patriottismo e le solidarietà dei cittadini dopo l’11 settembre si sono tradotti in consenso per il Presidente, che riunisce in sé la rappresentanza dello Stato e il potere esecutivo (due ruoli che in Italia sono divisi). George W. Bush aveva iniziato la sua presidenza mirando a due obiettivi: all’interno una società più libera dallo Stato; all’esterno un ruolo degli Stati Uniti più libero dalle istituzioni internazionali e da vincoli di presenza e di intervento. L’attacco dei fanatici di Osama bin Laden ha cambiato radicalmente questi obiettivi: i provvedimenti della sua Amministrazione hanno ora una forte connotazione di autoritarismo nel Paese e di attivismo unilaterale in politica estera, l’uno e l’altro giustificati dalla necessità di proteggere i cittadini e il Paese nel suo insieme dal pericolo del terrorismo. Con il rischio di strafare. “Dopo i brutali attacchi dell’11 settembre, l’amministrazione Bush ha cominciato a costruire, decreto

dopo decreto, un sistema parallelo di giustizia penale largamente sottratto all’abituale controllo del Congresso e dei tribunali”, ha commentato un duro editoriale del New York Times nel febbraio scorso, eccezionalmente lungo e argomentato sul problema. Anche dopo la seconda guerra mondiale, dopo una breve fase di smobilitazione, vi fu un’ondata autoritaria che si tradusse nel maccartismo, un trauma profondo per la cultura americana. Che fu superato e che non impedì la venuta successiva del kennedismo e il successo del movimento dei diritti civili, già menzionato. Ma è utile ricordarlo perché è una costante del sistema politico americano quella di una destra pronta a cogliere una minaccia esterna per dipingere scenari apocalittici che giustificano misure inquisitorie e autoritarie. Per esempio, finita la guerra fredda e in un clima di apparente smobilitazione, quella destra si ritrovò privata della grande minaccia esterna (“è la fine della storia”, disse un politologo) e si rivolse a quelle interne, derivanti ai suoi occhi dall’eccesso sia di governo sia di libertà, donde il moltiplicarsi delle formazioni paramilitari (ricordiamo la disastrosa bomba di Oklahoma City) e la popolarità dei predicatori fondamentalisti cristiani. Due di questi hanno definito a caldo l’attacco alle Torri Gemelle come il castigo mandato da Dio contro una città corrotta, che accetta l’aborto e l’omosessualità (salvo poi scusarsi, appena capito che l’evento portava con sé il ritorno, tanto sospirato, del “nemico”). E veniamo alla politica estera. La prima fase dopo l’aggressione è stata, come si sa, quella del coalition building

17


18

sull’esempio della guerra del Golfo e di Bush padre, con risultati anzi ancora più positivi, dato il coinvolgimento di Russia, Cina e perfino di Paesi musulmani. Tuttavia l’Iraq non aveva attaccato gli Stati Uniti, ma il Kuwait. È vero che interessi e principi americani erano colpiti, ma è altra cosa spedire aerei kamikaze contro il World Trade Center e il Pentagono (e forse, nelle intenzioni, la Casa Bianca). Presto lo spirito del Golfo è stato sostituito dallo spirito di Pearl Harbour. Bush ha sentito, o voluto sentire, una pressione dell’opinione pubblica a fare di più, a vincere (una parte degli americani non aveva mai perdonato a suo padre di non essere arrivato a Baghdad e di non aver fatto fuori Saddam, una parte che non a caso adesso si è fatta sentire di nuovo e con più successo di allora). Questo spirito si è tradotto in un crescente unilateralismo nelle decisioni strategico-militari imposte agli alleati, anche quelli più vicini, come gli inglesi. Da una parte l’intensità dei bombardamenti e il trattamento dei prigionieri hanno sollevato diverse perplessità. Dall’altra il build up militare – finanziario, tecnologico e logistico – che ne è derivato, appare quantitativamente sproporzionato alla minaccia: la spesa per la difesa ha superato il livello del miliardo di dollari al giorno, con un aumento che da solo è più della somma dei bilanci militari dei Paesi dell’Unione europea. Ma anche qualitativamente, visto che diversi critici, anche negli Stati Uniti, ritengono che quanto fatto in materia di intelligence e controllo delle reti informatiche, necessariamente in collaborazione con altri, potrebbe (il condizionale

è d’obbligo nella materia) essere invece inadeguato. Insomma la guerra contro i talebani e al Qaeda porta con sé un cambiamento dei rapporti strategici internazionali di assai più larga e lunga portata di quanto possa sembrare a prima vista. La distanza fra la potenza americana e qualunque altra in Europa o in Asia diventa abissale. Anche nella seconda guerra mondiale gli americani inflissero una durissima punizione agli aggressori, dalla tempesta di fuoco di Dresda all’atomica di Hiroshima, ed è noto che l’aver usato due bombe nucleari contro i giapponesi è stato anche un segnale all’alleato sovietico, che presto sarebbe diventato antagonista: l’ultimo atto della guerra calda come prologo della guerra fredda. Alla disfatta della Germania e del Giappone fece seguito una fase della politica estera americana caratterizzata da una grande creatività istituzionale (l’Onu, le istituzioni economiche di Bretton Woods, l’Alleanza Atlantica e altro ancora), che ha assicurato agli Stati Uniti un ruolo di leader riconosciuto del sistema occidentale, ma anche di “potenza necessaria” crescentemente accettato dal resto del mondo. Si tratta di un esempio, abbastanza eccezionale nella storia, di egemonia illuminata (oggi diciamo leadership, grazie al prevalere anche della lingua di quel Paese). Beneficiaria in primo luogo di questa politica estera è stata l’Europa, non solo perché la sua sicurezza ne è stata assicurata, ma anche perché il suo processo di integrazione è stato incoraggiato, contro la regola del “divide et impera”, tipica delle egemonie. Il risultato è

stato quello di dare all’Occidente delle strutture, non meno che dei valori, che alla fine hanno prevalso sul sistema contrapposto. Donde la fine del bipolarismo politico, strategico-militare ed economico. Si possono così individuare due diverse anime che si alternano nella cultura politica americana. Una che potremmo chiamare attiva, l’altra reattiva. Un recente libro sulla storia della politica estera americana fa risalire la prima ad Alexander Hamilton, uno dei padri della 1 costituzione federale . Questa carta, un esempio mirabile di equilibrio fra poteri, che non a caso ha resistito per oltre due secoli (si pensi a cosa è successo ai sistemi istituzionali europei in quei due secoli) è forse la creatura dell’Illuminismo meglio riuscita. L’equilibrio di poteri si è tradotto anche in equilibrio di valori, fra etica e potere, e nel ruolo esercitato dagli Stati Uniti nella costruzione delle istituzioni internazionali e nella diffusione delle libertà politiche ed economiche. L’anima reattiva la potremo intitolare, sulla scorta dello stesso studio, ad Andrew Jackson (il settimo presidente) che combatté con uguale durezza contro gli inglesi e contro gli indiani americani, senza sottilizzare sulla diversa consistenza dei due nemici. Quando provocata e minacciata, quest’anima emerge dal profondo e reagisce oltre misura, indulgendo nell’overkilling, come si dice. In essa il moralismo tende a prevalere sull’etica, la forza sull’equilibrio, la gerarchia di potere sulle istituzioni. È l’anima più lontana dalla cultura europea, anche se talvolta all’Europa è servita. Queste due anime sono

all’origine di un continuo dibattito nel Paese sugli orientamenti della politica estera e sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. A seconda dei momenti, l’una o l’altra è più visibile. Oggi sembra prevalere l’anima jacksoniana. Da ciò deriva una fase di difficili relazioni con l’Europa (come dimostrano, ad esempio, i conflitti commerciali), alimentata anche da una crescente percezione americana che gli Stati dell’Unione europea non si decidono a loro volta se vogliono contare o meno nel mondo, traendone le necessarie conseguenze di unione politico-militare. Ma le relazioni non sono difficili solo con l’Europa. Un’impostazione unilaterale della politica estera associata con quella che i francesi chiamano l’iperpotenza (super non basta più) configura un ruolo imperiale per gli Stati Uniti, che male si adatta alla storia e alla cultura politica americana. Per cui c’è da aspettarsi che il dibattito proseguirà e che le prevalenze potranno cambiare. La sfida per l’Europa è quella di sapervisi inserire. 1. Walter R. Mead, “Special Providence. American Foreign Policy and How it Changed the World”. Alfred A. Knof, New York, 2001.

* Cesare Merlini è presidente del Comitato esecutivo del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti (dal 1983), presidente della UTET SpA (dal 1999), presidente dei Garanti dell’Istituto Affari Internazionali (dal 2001) e presidente dell’IDE (Imprenditori Dirigenti Europei) di Torino (dal 2001). Fa parte del Consiglio di amministrazione dell’ISPI (Milano) ed è membro del Comitato di direzione di Global FP, bimestrale edito dall’IAI, dall’ISPI e da La Stampa. Merlini è stato professore ordinario di Tecnologie nucleari al Politecnico di Torino dal 1976 al 1985. È inoltre autore e coautore di diversi articoli e libri sui problemi internazionali e su quelli nucleari.


S

eptember 11 changed the United States. This might seem like an obvious statement, but the question is which part of this change is new and which part of it takes us back to the United States we knew before. Knowing where the change will take us over the medium-term is a more challenging assignment. American society has shown just how resilient and tightly knit it can be. Resilience in the way the entire population, most notably the people of New York, returned to normal so quickly. This cohesion is revealed in such reactions as the patriotic flag-waving seen across the country. But this reaction is more than just patriotism. The sociologist Robert Putnam, who had already carried out an extensive survey in the decline of spontaneous associationism in everything from parentteacher groups to bowling clubs (hence the title of his book: Bowling Alone), noted a major turn-around over the last few months. American society is sticking together again, and there are no racial boundaries to this solidarity. A melting-pot that was thought to be going through a crisis, due to Hispanic and Asian immigration, is bubbling once again due to the range of nationalities counted among the victims of the Twin Towers, even including Americans of Arab descent – at least for the time being. Something similar happened during World War II. The reasoning was: if blacks die just like whites out on the European and Asian fronts, then that makes them as American as anybody else. This realization gave a serious boost to the civil rights movement, even though it

took another 20 years or so to really turn things around. Back then, there was a similar wave of patriotism and solidarity, placing the nation in a powerful position at the start of its triumphant race against the Soviet Union. From an economic perspective, attacking the heart of America’s business center took place at a time when the topic of discussion was whether the economic downturn, following a long period of growth, could lead to a recession. Many observers agreed that the huge impact (in sectors such as the airlines, insurance, tourism) would definitely tilt

the economy in that direction. Instead, business simply slowed down, and briefly for that matter since the economy appears to be picking up this spring. The Marshall Plan was criticized at home in the late1940s because it allocated resources to European countries which were badly needed by the domestic economy following the war effort. As we all know, the economy was revived and in the end America itself ended up significantly benefiting from trade with Western Europe as it began to rebuild and integrate. On a political level, the

nation’s patriotism and solidarity after September 11 resulted in a boom in the President’s popularity as the representative of both the State and executive power (two roles that are divided in Italy). George W. Bush began his term in office with two goals in mind: on the domestic front, a society with less government interference, and abroad, greater freedom for the United States to maneuver without the hindrance of international bodies, restrictions and constraints. The attacks carried out by Osama bin Laden’s fanatical followers have radically changed these

19


20

goals: Bush’s administration now shows signs of authoritarianism at home and unilateral activism abroad, both of which are justified by the need to protect the nation and its people from the threat of terrorism. But there is the serious danger of going too far. “After the brutal attacks of September 11, the Bush administration has started to build, decree after decree, a parallel system of penal justice largely out of the usual control of the Congress and courts,” as an exceptionally

long and carefully argued editorial explained in the New York Times last February. Following a short period of demobilization after World War II, there was an authoritarian wave that turned into McCarthyism, profoundly marking Americans. Nevertheless, the country was able to move forward into the Kennedy era, and the success of the civil rights movement mentioned above. But it is worth remembering, since the American political system has

always had a right-wing force ready to take advantage of any outside threat by conjuring up apocalyptic scenarios and justifying authoritarian/inquisitional measures. For instance, at the end of the Cold War and in a climate of apparent demobilization, this rightwing fringe suddenly found itself without an outside threat (“the end of history,” as one political commentator called it), so it focused its attention on threats from within. In their opinion these threats were the result of too much government and too much freedom, hence the growing number of paramilitary organizations (i.e., the disastrous bomb attack on Oklahoma City) and the popularity of fundamentalist Christian evangelists. Just after the attack on the Twin Towers, two of these evangelists described the attack as God’s wrath on a corrupt city that allows abortion and homosexuality (they later apologized when they realized that the event brought with it the return of the “enemy,” the essential element of the right wing’s success). Let’s now turn to foreign policy. The period right after the attack, as we know, saw the kind of coalition-building we witnessed during the Gulf War when George Bush senior was in office, but with even greater success due to the involvement of Russia, China and even Muslim countries. But let’s not forget that Iraq had attacked Kuwait, not the United States. Although the Iraq invasion had threatened American principles and interests, the kamikaze planes sent to hit the World Trade Center and Pentagon (and most likely the

White House) were an entirely different matter. The spirit of the Gulf War was soon replaced by the spirit of Pearl Harbor. Bush felt, or wanted to feel, the public pressure to do more, to win (a number of Americans never forgave his father for not reaching Baghdad and killing Saddam, the same Americans who, not surprisingly, soon raised their voices again and with even greater success). This spirit turned into a growing unilateral approach to strategic-military decision-making imposed on even its closest allies, like the British. On one hand, the intensity of the air raids and the treatment of prisoners were perplexing issues. On the other, the military – financial, technological and logistical – build-up that resulted seemed out of proportion to the actual threat, from both a quantitative and a qualitative point of view. The defense budget exceeded a billion dollars a day (an increase amounting to more than the combined military budgets of all the European Union countries). But even with this investment, a number of critics, even American critics, believe that the intelligence and computer network control operations implemented in cooperation with other countries may not be enough. In other words, the war against the Taliban and Al Qaeda is resulting in greater and more extensive changes in international strategic relations, which at first seemed apparent. There is now an even wider gap between American power and any other in Europe or Asia. The Americans dealt out severe punishment to their enemies in the World War II,


from the Dresden firebombing to the atom bomb dropped on Hiroshima. It is a wellknown fact that the use of two atom bombs against Japan was also a way of issuing a warning to the Soviet Union, which was about to become the principal rival to the United States: the final act of conventional warfare before the start of the cold war. The defeat of Germany and Japan was followed by a phase in American foreign policy characterized by great institutional creativity (the UN, Bretton Woods’ economic institutions, the Atlantic Alliance and so forth), that gave the United States a leading role in the West, and cast the US as a “necessary power,” a role that was increasingly considered as acceptable by the rest of the world. Historically, this is a rather exceptional example of enlightened hegemony (what we would now call leadership). The first to benefit from this line of foreign policy was Europe, not only for security reasons, but because it gave a boost to the integration process, which contrasted the idea of the “divide and conquer” principle so typical of hegemonies. This resulted in the West being given both structures and values that eventually overcame their opposition. The result was the end of political, strategicmilitary and economic dualism. American politics features two different and alternating souls: one active, the other reactive. A recent book on the history of American foreign policy traces the former back to Alexander Hamilton, one of the founding fathers of1the federal constitution . This charter, an admirable example

seems to be Jackson’s. This is causing some problems in relations with Europe (e.g. trade conflicts), which is further fueled by America’s growing belief that the States of the European Union are unable to decide whether they want to really count on the world scene and draw the necessary political-military consequences. But there is more to it than just European-American relations problems. There is a unilateral set-up of foreign policy together with what the French call hyper-power (super is evidently no longer enough) that gives the United States an imperial role that sits uneasily with American political history and culture. We can therefore expect the debate to continue with possible changes in prevalences. The challenge facing Europe is to find its own place and role. 1. Walter R. Mead, “Special Providence. American Foreign Policy and How it Changed the World.” Alfred A. Knof, New York, 2001.

of the balance of powers, survived more than two centuries (just compare that with what has happened to European institutions over the same two-hundred-year period), and is perhaps the best offshoot of the Enlightenment. The balance of powers also developed into a balance of values, between ethics and power, and into the United States’ role in building up international institutions to help spread political/economic freedom. In accordance with the essay mentioned above, we can attribute the reactive soul to Andrew Jackson (the seventh US President), who fought with dogged determination against the British and the Native

Americans, without giving heed to the differences between the two enemies. When provoked or threatened, this reactive soul emerges from the depths and exhibits an excessive reaction, resulting in “overkill.” Moralizing tends to take precedence over ethics, force over balance, and the hierarchy of power over institutions. It is a far cry from European culture, even though it has sometimes served Europe’s purposes. These two souls lie at the heart of constant debate within the country over the basic line of foreign policy and the United States’ role on the world scene. At times, we can see one soul or the other coming to the fore. At the moment it

* Cesare Merlini is chairman of the Executive Committee of the Council for Relations between Italy and the United States (since 1983), chairman of UTET SpA (since 1999), chairman of the Guarantors of the Institute for International Affairs (since 2001) and chairman of IDE (European Executive Businessmen) in Turin (since 2001). He is a member of the ISPI Board of Directors (Milan) and member of the Global FP’s Management Committee, a bimonthly magazine published by IAI, ISPI and La Stampa. Merlini used to be a professor in the Department of Nuclear Technology at Turin Polytechnic from 1976-1985. He has also written and contributed to various articles and books on international issues and problems related to nuclear technology.

21


Allarme sottosviluppo Scare over Underdevelopment di Enrico Sassoon* by Enrico Sassoon*

Aiutare i Paesi poveri è diventato ancora l’obiettivo primario della comunità internazionale. Un compito diventato più urgente con l’esplosione degli integralismi Helping poor countries has become the international community’s main objective: an objective that has become even more urgent due to the rise in fundamentalism

22

Enrico Sassoon

N

ei prossimi mesi le grandi istituzioni internazionali premeranno sull’acceleratore dello sviluppo. Wto, Fmi e Banca mondiale stanno, infatti, predisponendo azioni mirate, basate sul fatto ormai accertato che maggiori opportunità di scambi internazionali rappresentino una formula ideale per favorire lo sviluppo dei Paesi più poveri. A questo scopo, la Wto ha recentemente approvato un incremento del budget che è destinato a fornire servizi ai Paesi più arretrati, per metterli in condizioni di esportare i loro prodotti. La stessa logica guida la Banca mondiale, in procinto di aumentare le risorse per l’espansione degli scambi e l’accesso ai mercati dei Paesi più ricchi. Gli oppositori della globalizzazione e della Wto dovranno farsi una ragione di questi orientamenti. Un nuovo rapporto della Banca mondiale ha infatti smantellato le argomentazioni dei movimenti no global sotto una montagna di fatti e cifre. Tra il 1945 e il 1980, rivela il rapporto, l’integrazione economica ha riguardato

quasi esclusivamente i Paesi ricchi, mentre quelli poveri ne hanno beneficiato marginalmente. Le esportazioni di prodotti manifatturieri dei Paesi in via di sviluppo sono, infatti, salite dal 25% a oltre l’80% del loro export. Ma questo fenomeno ha riguardato solo due dozzine di Paesi (tra cui Cina, India e Messico) che contano nell’insieme circa 3 miliardi di abitanti. Negli ultimi vent’anni questi Paesi hanno raddoppiato il rapporto tra commercio estero e prodotto interno lordo, e sono cresciuti a un tasso medio del 5%, godendo inoltre di un sostanziale aumento dei livelli di scolarità e di aspettative di vita. I due miliardi di persone che vivono negli altri Paesi sottosviluppati, assai meno globalizzati dei precedenti, non hanno invece registrato queste performance. Questi Paesi, in primo luogo quelli africani, hanno visto scendere il rapporto fra scambi e crescita rispetto ai livelli precedenti, mentre è salito il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà. La Banca mondiale fornisce un esempio probante di questo fenomeno con i casi degli

andamenti divaricanti di Corea del Sud e Ghana nei 35 anni passati. Nel 1967 la Corea aveva un reddito pro capite di 550 dollari e il Ghana di 800. Nei 30 anni successivi i coreani hanno introdotto radicali riforme economiche, entrando a fare parte da protagonisti del commercio internazionale, con il risultato che il Pil pro capite è salito a oltre 10 mila dollari; per contro, il Ghana è rimasto un Paese a economia chiusa, travagliato da forti instabilità politiche, e il reddito individuale è caduto a solo 370 dollari. Il nuovo Governo del Ghana si è ora deciso a liberalizzare l’economia e gli scambi, ma avrà bisogno di molti anni per recuperare il terreno perduto. È comunque chiaro che nel 2002 e negli anni a venire una delle grandi priorità dello sviluppo internazionale sarà rappresentata dalle politiche di aiuto mirato ai Paesi poveri. Non si tratterà di generiche azioni di sostegno, come usava in passato, ma di provvedimenti diretti a creare le condizioni di una maggiore capacità autonoma di crescita e sviluppo. La consapevolezza della necessità di una svolta nelle politiche di aiuto ai Paesi poveri stava già aumentando anche prima dell’11 settembre, ma un impulso ulteriore è certamente venuto dopo quella data. Vi sono, comunque, molti motivi per dare priorità strutturale alle misure a favore dei Paesi poveri. In primo luogo anche se è vero che, tranne alcune significative eccezioni, negli ultimi vent’anni è cresciuto il reddito medio sia dei Paesi ricchi che di quelli poveri, è anche vero che è aumentato il divario tra i primi e i secondi, e si tratta di un fossato non

solo di reddito, ma anche di conoscenze, come nel caso ben noto del digital divide. Va poi ricordato che nello stesso periodo, ma soprattutto negli ultimi due-tre anni, è cresciuta una forte pressione dell’opinione pubblica occidentale a favore di politiche improntate a un’etica della responsabilità, che tenga sempre più conto delle gravi problematiche dei Paesi poveri: lo si è visto in modo chiaro a livello di base nelle varie manifestazioni del movimento no global; a livello di vertice nei grandi appuntamenti internazionali quali il Millennium Summit dell’Onu, il G8 di Genova, la Conferenza di Durban e la Conferenza di Doha, solo per citarne alcuni. Infine, anche nei Paesi in via di sviluppo è cresciuta la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo nel quadro mondiale; una presenza non omogenea e spesso contraddittoria, ma non per questo meno evidente. Non diversamente da quanto accadeva negli anni Sessanta e Settanta, al culmine del successo del movimento dei Paesi non allineati, i Paesi poveri chiedono di accrescere il proprio peso nelle grandi decisioni internazionali, di essere riconosciuti come interlocutori nelle diverse sedi negoziali e di avere più voce in capitolo nelle politiche di aiuto a essi destinate. Certo, l’ipotesi di un legame diretto tra sottosviluppo e terrorismo internazionale appare in buona parte forzata, specie se si pensa agli attentati di matrice islamica; in ogni caso, dopo l’11 settembre la spinta verso politiche di maggiore aiuto ai Paesi poveri si è comunque accentuata. Nei fatti, le radici


dell’ostilità terroristica risiedono in fattori diversi, come la scarsa democrazia nei Paesi di origine o le diversità religiose e culturali, ma è comunque altrettanto vero che un maggiore sviluppo e benessere porterebbero a eliminare parte delle motivazioni che spingono alla radicalizzazione, e dunque al terrorismo stesso. Come devono rispondere i Paesi ricchi e le organizzazioni internazionali alle grandi sfide del sottosviluppo? L’orientamento in atto è di mettere in pratica azioni mirate, ma con due approcci diversi e complementari. Il primo punta a creare condizioni generali di sviluppo mondiale che consentano ai Paesi poveri di generare le risorse necessarie allo sviluppo; questo modo di vedere le cose è sintetizzato nella formula “trade, not aid”, vale a dire maggiori opportunità di partecipare al commercio internazionale, visto come motore della crescita, anziché ricorso a maggiori aiuti allo sviluppo di incerta destinazione ed efficacia. Il secondo punta a ricreare le basi della cooperazione internazionale, mediante una revisione dei meccanismi finanziari internazionali (controllati da Fmi e Banca mondiale) e attraverso nuove regole commerciali più favorevoli ai Paesi poveri. Fino a poco tempo fa l’orientamento più condiviso tra i Paesi ricchi, che sono anche i Paesi donatori e quelli che determinano le politiche delle grandi istituzioni internazionali, era quello di creare le condizioni per la crescita, sviluppando attraverso trattative internazionali multilaterali il quadro di mercato più

appropriato e intervenendo in modo mirato nelle specifiche situazioni di crisi al momento del loro insorgere, ma sulla base di un monitoraggio continuo; la crisi politica mondiale in atto suggerisce, però, di modificare questo approccio, ammorbidendone i presupposti e accettando almeno in parte le richieste dei Paesi più poveri. Questo implica di costruire un quadro commerciale nettamente più favorevole ai Paesi più poveri,

definire meccanismi finanziari internazionali meno condizionati e predisporre schemi di aiuto indirizzati ai grandi problemi della fame e delle malattie. Saranno finalmente efficaci queste misure? Molto dipenderà dal grado di applicazione. Mentre sembra difficile che, malgrado gli impegni assunti, i fondi per la cooperazione allo sviluppo aumentino su scala nazionale al livello richiesto dalle

strategie di sviluppo dell’Onu, appare più probabile che si arrivi a definire misure generali a favore dei Paesi poveri nei diversi ambiti. Ad esempio, si è stimato che se venissero eliminate nei Paesi ricchi le barriere commerciali che limitano l’export dei Paesi poveri, da qui al 2015 oltre 300 milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo uscirebbero dalle condizioni di povertà. Altre misure potrebbero scaturire dalla creazione di un fondo, stimato in 50 miliardi di dollari, per affrontare con urgenza le questioni della fame e delle malattie che tuttora attanagliano molti Paesi poveri, specie in Africa. In questa direzione, è promettente la recente decisione Usa di aumentare di 5 miliardi di dollari i fondi destinati agli aiuti allo sviluppo. Ma qualunque possa essere la soluzione, vi è ormai un consenso generalizzato per azioni urgenti ed efficaci, allo scopo di disinnescare nuovi e devastanti conflitti su scala mondiale.

* Enrico Sassoon è editorialista del giornale economico Il Sole 24 Ore e amministratore delegato della American Chamber of Commerce in Italy. È inoltre presidente della società di software Procos ed è membro del Consiglio di amministrazione di diverse imprese in Italia.

23


24

O

ver the coming months, major international institutions will increase their focus on development. The World Trade Organization (WTO), International Monetary Fund (IMF) and World Bank are currently devising targeted measures based on the established fact that improved international trade opportunities are the best way to help poorer countries develop. With this in mind, the WTO recently authorized a budget increase to provide services for the poorest countries to enable them to export their goods. The World Bank is working along these same lines as it prepares to allocate more funds for expanding trade and facilitating access to markets in wealthier nations. Opponents of globalization and the WTO will have to come terms with these new policies. A new report by the World Bank has taken apart anti-globalization arguments with a ton of facts and figures. The report states that economic integration between 1945 and 1980 was almost exclusively the concern of wealthy nations, producing only marginal benefits for poor countries. In actual fact the export of manufactured goods from developing countries has risen from 25% to more than 80% of their exports. But this phenomenon only involved about two-dozen nations (including China, India and Mexico) whose combined population amounts to approximately three billion inhabitants. Over the last 20 years these countries have doubled the ratio of their foreign trade to gross national product and have grown by an average of 5%, while experiencing a

substantial increase in levels of education and life expectancy. The two billion people living in other underdeveloped countries, far less globalized than the rest, have not made the same progress. These countries, especially African nations, have seen their trade/growth ratio drop to previous levels, while the number of people living below the poverty line has risen. The World Bank has come up with a probing example of this phenomenon in the strikingly different trends seen in South Korea and Ghana over the last 35 years. In 1967 South Korea had an income per capita of 550 USD compared to 800 USD for Ghana. Over the subsequent 30 years South Koreans have introduced radical economic reforms, making South Korea a leading player in world trade, so that its GNP per capita has risen to over 10,000 dollars. In contrast, Ghana has never opened its doors to world trade and has been affected by political instability resulting in a drop in average individual income to just 370 USD. Ghana’s new government has now decided to liberalize its economy and trade, but it will take years to make up for lost ground. It is clear that in 2002 and the years to come, one of the main priorities of international development will lie in aid policies aimed at poor countries. Unlike the vague support strategies of the past, direct action will be made to establish conditions that will induce more autonomous growth and development. The need for a turn-around in aid policies to poor nations was known before September 11, but it was the events of

this fateful date that forced authorities to work even harder for a turn-around. There are, however, plenty of reasons for giving structural priority to measures favoring poor countries. First, even if it is a fact that while the average income in both rich and poor nations has increased over the last 20 years, with a few exceptions, the gap between them has also widened. And the gap is a result of more than just income alone: it involves valuable know-how, as in the well-known case of the digital divide.

Next, during this same period, particularly the last two to three years, there was growing public pressure in the West to favor more morally responsible policies to take into account the more serious problems afflicting poor nations. This movement emerged on a fundamental level within the anti-globalist movement, represented most notably at international summits such as the UN Millennium Summit, the G8 in Genoa, the Durban and the Doha Conferences, to name but a few. Now developing countries are


becoming increasingly aware of their own role and its importance on the international scene. While varied and often contradictory, the presence of developing countries is nonetheless increasingly evident. As in the 1960s and 70s at the height of the success of the non-aligned nations movement, poor countries now want to have more of a say in major international decision-making processes. They want to be recognized as players in international negotiations, and have a say in the aid

policies destined for them. Of course, the theory that there is a direct link between underdevelopment and international terrorism is contrived, particularly where Islamic terrorist attacks are concerned. In any case, since the September 11 attacks, there has been an increased interest in policies that provide more aid to poor countries. In actual fact, the roots of terrorist hostility are various, and include a lack of democracy and diversity: both religious and cultural. But it is equally true that improved development and well-being

would help eliminate some of the causes for the radical stances and therefore terrorism itself. So how should wealthy nations and international organizations respond to the great challenges associated with underdevelopment? The current trend is to take carefully targeted action, working in two different but complementary approaches. The first aims at creating the right basic conditions for world development, allowing poor nations to create the resources required for growth. This way of seeing things is summed up in the expression “trade, not aid� or in other words, allowing greater opportunity to participate in international trade, and recognizing it as the driving force behind growth, instead of just simply giving aid (the destination and utility of which is often unsure). The second aim is to relay the foundations of international co-operation by revising the workings of international finance (controlled by the IMF and World Bank) and introducing new trade regulations favoring poor countries. Until recently the most popular approach of wealthy nations, which are also the donors and the countries dictating the policies of major international institutions, was to create the necessary conditions for growth, developing the best possible market through multi-lateral international negotiations and targeting specific crisis situations as they emerge through constant monitoring. The crisis in world politics at the moment suggests that this approach must be altered, to tone down its prerequisites and accept, at least in part,

the demands of poorer nations. This involves building a trade framework that clearly favors poorer nations, devising more flexible international financial mechanisms and setting up aid programs to target the devastating problems of famine and illness. But will these measures be effective over the long term? A lot will depend on how well they are enforced. While it is unlikely that the funds for cooperation in development increase on a national scale to the extent required by UN development strategies, in spite of the efforts undertaken, it is likely that general measures will be implemented to aid poorer countries in various areas. For instance, it is estimated that if trade barriers restricting exports from poor nations were removed in wealthy nations, over 300 million people in developing countries would rise above poverty level by the year 2015. Further action might derive from setting up a fund, estimated at 50 billion USD, to tackle the problems of famine and illness still afflicting many poor nations, particularly in Africa. The recent US decision to increase aid and development funds by five billion USD works in this direction. But whatever the solution is, there is now widespread agreement that urgent, effective action needs to be taken to defuse new and devastating conflicts on a global scale.

* Enrico Sassoon is an editorialist for the economic Italian newspaper Il Sole 24 Ore and managing director of the American Chamber of Commerce in Italy. He is also chairman of the software company Procos, and a member of the Board of Directors

25


Projects

26

La forma deve nascere insieme al suo scheletro. E l’attenzione al numero matematico che controlla la forma dello scheletro, ovvero la struttura portante, è il modo scientifico per definire la forma dello spazio architettonico e riuscire, nell’architettura del futuro, a materializzare la funzione dello spazio nelle sue mutazioni. Form must take shape together with its skeleton. And studying the mathematical numbers controlling the actual form of a skeleton or, in other words, the support structure, is the scientific way of determining the form of architectural space and materializing the function of space and its transformations in tomorrow’s architecture.

Struttura e Forma Structure and Form Il numero che regola il progetto The Numbers that govern the Design Mario Antonio Arnaboldi*

N

el mondo della ricerca occorre affrontare i temi con spirito di creatività e determinazione. È anche vero che fare ricerca signifi1 ca applicare la teoria della serendipità , cioè operare, in un percorso definito, per ottenere una meta che, in molti casi, porta alla scoperta di ben altro, forse di qualcosa di più importante. La teoria serendipica di Cristoforo Colombo, che impostò il suo viaggio su una rotta ben precisa per raggiungere l’India e che, in effetti, scoprì l’America. Nel mondo della ricerca, nel campo della progettazione, la rotta che oggi ci si pone è quella di percorrere la via più diretta che porta ad ottenere un nuovo spazio per l’uomo; una struttura abitativa diversa, in grado di aderire alle domande emergenti. Ma quale via, quale nuovo spazio e rispetto a cosa? Soprattutto rispetto a una concreta celebrazione della nostra modernità, nell’intento di mutare i comportamenti del vivere quotidiano. Ciò sta a significare l’impegno per una ricerca che deve essere compiuta per individuare quegli ambienti eccellenti dove l’industria, attraverso le più recenti tecnologie, si metta in gioco come parte attiva e fattiva dell’edificazione, cioè, per realizzare una fattura industriale degli edifici. Come mai lo stato dell’architettura italiana è ancora fermo su posizioni romantiche, destinate solo a riciclare un passato ormai sepolto sotto il mattone? Il muro di Berlino ci insegna moltissimo a questo proposito, sia sotto l’aspetto della sua fisicità, che sotto l’aspetto del suo profondo significato morale. Ed è sul senso morale, sull’onestà, che deve basarsi la nuova ricerca, che è costretta spesso a superare le lacune legate alla formazione universitaria, ferma da troppi anni su posizioni non innovative, su insegnamenti tanto differenti da quelli delle università straniere, in particolare dalla metodologia anglosassone, dall’innovazione giapponese e dalla scientificità tedesca. Il sapere professionale frammentario che alberga nelle attività italiane riferite all’arte dell’edificare, cioè alla professionalità degli architetti, degli ingegneri edili, dei geometri o dei periti edili, ne è un chiaro indice e necessita di una riunificazione che si deve fondare sul sapere universale dell’architettura. L’atto architettonico è un atto unico, è un fatto unitario che rappresenta le necessità degli uomini ma, soprattutto, deve fondarsi sulla ricerca di nuovi bisogni. Non si può frammentare l’architettura, è un unicum inscindibile, che non deve basarsi sulle specializzazioni settoriali, data l’u-

nità morale e sentimentale insita nel progetto stesso. Non ha più senso che un ingegnere aiuti un architetto a progettare e a disegnare la struttura portante dello spazio, come se fosse un fatto a sé stante. La forma deve nascere insieme al suo scheletro, come madre natura ci ha sempre insegnato. Uno scheletro umano non può che generare delle forme umane che, anche se diverse per tipologia, sono simili fra loro, sono sempre uomini. Viceversa, un diverso tipo di scheletro è in grado di formare un nuovo animale, di dare vita a una nuova forma, a un nuovo spazio radicalmente diverso, insomma, una nuova architettura. Ecco che tutto ciò fa scaturire la prima osservazione sulla formazione universitaria. Finché in università si insegna a disegnare copiando, invece di disegnare pensando, non raggiungeremo mai una formazione completa per i futuri operatori dell’architettura. Finché nella professione nasceranno architetti o ingegneri specializzati nella progettazione di piscine, ospedali, piuttosto che di alberghi o di sedi di università, non riusciremo più a comporre il nuovo progetto. Purtroppo ciò succede anche nella selezione dei professionisti per i Concorsi d’Architettura. È come se un architetto, un vero progettista, non uno specializzato, fosse in grado di disegnare solo un cucchiaio o solo una città. Il punto ritorna alla conoscenza, il nodo chiave è quello di affrontare l’architettura nei suoi veri contenuti, cioè esattamente quelli che la compongono: la struttura, le ossa, gli impianti, le arterie, l’immagine, l’ambiente e via dicendo. Deve nascere una nuova metodologia, capace di modificare l’approccio al progetto e impedire che la così detta architettura Hi-Tech, ormai morta, continui nelle sue sterili apparizioni. Occorre una nuova concezione del sapere, legata alle macchine della matematica, ai più sofisticati calcolatori, ai recenti computer, unitamente ai software emergenti e ai più avanzati programmi di calcolo. Gli algoritmi, i frattali, la sistematica delle forme matematiche, delle equazioni di terzo grado, delle cubiche, delle coniche, sono il nuovo humus sul quale si deve appoggiare il progetto, se non si vuole che l’architettura nostrana contemporanea venga saltata nella storia recente. Anche l’aggiornamento del prodotto industriale deve passare da questa via che, in modo serendipico, porterà ai futuri risultati che saranno di impostazione diversa e dimostreranno che l’architettura sa volare. Tutto ciò è come il numero che regola lo spazio e il tempo dei fotogrammi di un film che permettono il


STRUTTURA STRUCTURE

montaggio della sua storia; è simile al numero che monta l’architettura nello spazio e nel tempo, che definisce la sua immagine nella percezione dell’uomo attraverso lo spazio. L’architetto Rem Koolhaas si è reso conto, da valido professionista quale è, che anche la città può formarsi nel medesimo modo. Non esistono remore, non devono esistere perplessità, perché la scienza matematica ormai si è divulgata attraverso i calcolatori ed è diventata accessibile anche al più umile operatore. Si dice che la guerra abbia trasformato il contadino in operaio, per avergli fatto maneggiare le armi; il computer è simile a un’arma per conquistare il progetto di architettura. È in questo modo che, oggi, si sta assistendo all’emergere di una nuova generazione di personaggi in grado di maneggiare il numero del calcolo statico, attraverso sofisticati programmi, che danno la possibilità ai giovani progettisti di scrutare il futuro, composto da realtà ormai non più virtuali. Basta osservare il lavoro dei programmatori dei film di fantascienza, oppure le bellissime strutture dei video game, per scoprire che, oggi, vi sono personaggi, alimentati da grande passione e sensibilità, in grado di raccontarci come sarà in futuro il nostro spazio abitativo. Viene in tal modo chiaramente indicata l’evoluzione cui è destinata l’architettura.

Occorre fare presto, non per modificare gli animi ma solo per alimentare il nostro pensiero e tenderlo alla ricerca, quella costruttiva, quella che stupisce, quella che ci fa sperare che l’architettura non è morta, ma che si deve rinnovare tutti i giorni. I programmi a elementi finiti, che raccolgono le sollecitazioni unifilari riferite ai baricentri delle masse, come il programma Sargon sa descrivere, piuttosto che i Software, ad alto contenuto matematico, come Strucad, che trasferisce i risultati nella materia, nei profilati in ferro, nel cemento, nella plastica, la gomma e che generano, poi, le sezioni adatte al più alto valore di resistenza. Tutto ciò sta a significare che l’hardware e il software, ben combinati, sono in grado di materializzare, in modo nascosto, il lp (raggio d’inerzia) dell’ellisse centrale, piuttosto che il metodo grafico di Karl Culmann. È la magia del nostro tempo che trova delle remore solo negli architetti romantici, che continuano a voltarsi indietro pensando che l’architettura sia già stata inventata. Il progetto è come un romanzo perché tutti e due sono un racconto. Il racconto per il progetto architettonico nasce nel magico momento della creatività, nasce nel momento di chi vuole approfondire il proprio studio nella logica della trasformazione, nelle radici del mutamento che, co-

27

La materia modellata secondo la nuova matematica algoritmica. Il disegno raffigura una parte della struttura in ferro del Main Complex di AFI South-Lagopatria (Napoli), dello Studio Arnaboldi; elaborazione attuata con software Strucad da Davide Benini. Matter shaped according to the latest algorithmic mathematics. The drawing shows part of the iron structure of the Main Complex of AFI South-Lagopatria (Naples) designed by Studio Arnaboldi; Cad rendering using Strucad software by Davide Benini.


28

me insegna la natura, nasce dal telaio che la sopporta. Pensare al mutamento della struttura significa, obbligatoriamente, porsi nella condizione di rispondere alle ragioni per cui l’architettura, lo spazio dell’uomo, lo spazio vuoto che forma la città, esistono. Esistono perché sono la forma che deve equilibrare la spinta della natura con il valore del nostro sentimento. La spinta del vento, dell’acqua che scivola sulle superfici inclinate della sua pelle; le aperture per accogliere e controllare la luce, trattenere o isolare il caldo o il freddo, tutte vere e proprie forze che modellano lo spazio e sono destinate a dettare la forma ottimale per suggerire un’architettura differente tra il polo e l’equatore. Non vi è nulla di statico, nulla di scoperto, nulla di definito in questo mare di direzioni e di rotte; diventa veramente indispensabile aspettarci sempre di più e di diverso se la serendipità ci accompagna nella nostra predisposizione a trovare il nuovo, il bello, l’utile, la forma, l’arte. Se poi si pensa che la struttura, che definisce le forme, racchiude al suo interno la forza della nostra spiritualità, tutto questo ci spinge a volere ciò che più è consono al nostro vivere nel momento della nostra partecipazione alla modernità. Si capisce come queste tensioni devono essere in grado di modellare la materia attraverso il numero matematico, il numero scientifico, insomma, il sapere latu sensu, capace di usare le stesse forze che la natura usa per formare una conchiglia, un fiore, l’ala di un uccello. La forza dell’acqua, che modella la prua di una nave, ha lo stesso potere della resistenza del vento in grado di modellare un aereo; tutto allora risponde alla funzione, all’utile, al bello. Per l’architettura occorre che l’autore costruisca il racconto, che l’architetto, ricco delle nuove conoscenze, sia in grado di costruire, in modo unitario, una storia che rispetti le funzioni del progetto contemporaneo. Occorre un racconto in grado di modificare la struttura per ottenere un nuovo spazio, uno scheletro che tenga conto di tutte le implicazioni dell’architettura e che non imponga la semplice composizione di una facciata, il taglio di una finestra, l’orditura di un mattone, il displuvio di un tetto; insomma, una struttura globale che diventi, nel suo insieme, un evento architettonico, in grado di generare un organismo per vivere. Un organismo che, a sua volta, sia capace di generare la nuova città attraverso spazi che si penetrano e si compenetrano, in modo che il luogo della vita diventi un tutt’uno con la nostra mobilità nel tempo, un organismo in grado di esprimere la fusione della nostra fisicità con la nostra spiritualità, nell’intento di una vita sociale a noi consona. 1. Serendipità, dall’inglese serendipity, è un termine coniato nel 1754 da Horace Walpole e indicante il fare per caso delle scoperte, senza indagini sistematiche. Il termine deriva da Serendip, nome arabo dell’isola di Ceylon e si riferisce a una leggenda sui principi di Serendip che, viaggiando, non facevano che scoprire, grazie sia al caso, sia alla loro acutezza, cose di cui non erano in cerca. Il termine è stato preso nel linguaggio scientifico dal fisiologo statunitense Walter Bradford Cannon. * Mario Antonio Arnaboldi è Medaglia d’Argento del Politecnico di Milano per i 40 anni d’emerita docenza. È vicedirettore della rivista l’Arca. Opera con lo Studio Architetti Associati Arnaboldi & Partners, Milano. Tra i progetti più recenti: Cargo City – Aeroporto Malpensa 2000; Calcoli strutturali della Nuova Sede NATO – Afsouth 2000 – Lagopatria, Napoli; Palazzo Comunale di Casalpusterlengo. Pubblicazioni: La città visibile, l’Arcaedizioni, 1992; Progettare oggi, l’Arcaedizioni, 1992; Il senso universale dell’architettura, Liguori Editore, 1993; Il giudizio universale, l’Arcaedizioni, 1995; La disciplina del progetto, Clup, 1989; Genesi della forma, Marsilio Editore, 1966; Genesi e propedeusi al progetto, Silvia Editrice, 1987; Atlante degli impianti sportivi, Hoepli, 1982.

R

esearch must be driven by creativity and determination. There can be no doubt, too, that doing research also means applying the theory of serendipity1, i.e., following a set route to a predetermined goal which often leads to quite a different discovery, that often times turns out to be even more important. The theory of serendipity is epitomized by Christopher Columbus’s voyage to India, which actually led him to discover America. Today, in the fields of research and design, the course that has been set is that of the most direct route to creating a new space for people to inhabit; a different kind of structure to live in; one that caters to emerging needs. But which route, which new space and in relation to what? A course that is a real celebration of our modernity with the goal of changing our everyday behavior. This means orienting our research toward finding ideal surroundings in which industry can apply the latest technology to play an active and effective role in building, in other words, we are talking about creating buildings in an industrial manner. Why is Italian architecture still stuck on romanticism, merely recycling a past that is now dead and buried beneath a pile of “bricks”? The Berlin Wall is extremely instructive in this respect, both on a physical level and in terms of its deep moral significance. And it is on morality and honesty that this latest research must be based, since it must all too often fill in the gaps in our university education, which is so often stagnant and unlike that of foreign universities, particularly those based on the AngloSaxon method, Japanese innovation and German scientific precision. The fragmentary professional know-how that can be witnessed in the Italian art of building, the professionalism of its architects, building engineers, and building surveyors, is a clear sign of the need for a reunification that must be founded on a global architectural know-how. Architecture is a uniform act, a unitary fact that translates human needs and, above all, that should be grounded in the quest for new needs. Given the moral and sentimental unity inherent in design, architecture cannot be divided up. It is an inseparable whole that can not be based on separate, specialist sectors. It no longer makes sense for an engineer to “assist” an architect in planning and designing the support structure of space, as if it were a separate element in its own right. Form must take shape together with its skeleton, as Mother Nature has always taught us. A human skeleton inevitably generates human shapes, which, although very different from each other, remain nevertheless human beings. In order to change, therefore, a new type of skeleton must be created to form a new animal, giving life to a new shape, a new and radically different kind of space, in a word, a new architecture. All this inevitably leads to a first comment about university education. As long as design in universities means “copying,” rather than “thinking,” our architects of the future cannot be properly trained. As long as our profession continues to produce architects or engineers specializing in the design of swimming pools and hospitals, rather than hotels and university buildings, we can never attain this new concept of architectural design. Unfortunately, the same logic applies to the selection of participants in Archi-


tectural Competitions. It is as if an architect, a real designer not just a specialist, were only capable of designing a single spoon or a single city. The key to the whole issue is “knowledge” and setting about tackling the real contents of architecture, its true constituents: structure, bones, systems, arteries, image, environment and so forth. A new methodology is necessary. A methodology capable of changing our approach to design and able to stop the sterile development of so-called HighTech architecture, now dead and buried. We need a new concept of knowledge closely linked to the mathematical machinery, the most sophisticated recent computers, together with new software and cutting-edge programs. If we want to ensure that our modern-day architecture is not forgotten by recent history, algorithms, fractals, the systematics of mathematical forms, third-degree equations and cubic and conic equations must come together to create the new breeding ground of design. Even the refurbishing of industrial products must follow this path, which will lead (by serendipity) to future projects of a different nature, proving that architecture can, in fact, fly. This is similar to the guiding numbers that control the space-time relations of the still shots in a movie, essential in editing the story. It is also similar to the numbers that set architecture in space and time, defining how it is perceived through space. As an expert, the architect Rem Koolhaas realized that a city could be put together in the very same way. Nothing need get in the way or perplex us, because, thanks to computers, mathematical science is now widely available to even the humblest of operators. It is has been said that the war turned farmers into workers by forcing them to take up weapons; a computer is rather like a weapon for conquering architectural design. This is how a new generation is now emerging, a generation capable of handling static calculations by means of sophisticated programs giving young designers the opportunity to look into a future that is no longer made up of purely virtual realities. Witness the work of programmers of science fiction movies, or the wonderful structures of video games, to realize that there are some people today fueled with great passion and sensitivity and capable of telling us what the space we live in will look like tomorrow. It is also a clear indication of how architecture is destined to develop. Nevertheless, we must act quickly, not to alter our souls but simply to nourish our minds and focus on research. The kind that is constructive and astounding, the kind that makes us believe that architecture is not dead but that it is being re-invented every day. Finite-element programs, like Sargon, that combine the single-wire stresses and strains exercised on the barycenter of masses, rather than the software with high-tech mathematical content like Strucad, which transfers the results into matter, iron sections, concrete, plastics and rubber, and which generates sections handling the highest resistances. This implies that the thoughtful combination of hardware and software can secretly give material form to the p l (inertial radius) of the central ellipse, as opposed to Karl Culmann’s graphics technique. This is our own modern-day magic, criticized only by romantic architects, “frozen in time,” who still turn

their backs on all this in the firm belief that architecture has already been invented. Design is like a novel in that both tell a tale. In architectural design the narrative is born in that magical moment of creativity, the moment in which one delves deeper into the logic of transformation, the roots of change, which, as nature teaches us, find their origin in the supporting structure. To consider changing structure implies putting oneself in a position to cater to the very raison d’être of architecture, i.e. the living space of man and the empty space of the city. Architecture exists because it is the form striking a balance between the force of nature and the values of our feeling. The way the wind blows and the water flows on the skin; the openings to let in and control light, to retain or insulate against heat and cold; these are all authentic forces shaping space and destined to dictate the optimum shape of an architecture that will be different from the poles to the equator. Nothing static, nothing already discovered, nothing definite in this maze of different directions and routes; we must continue to expect more and different things, if serendipity is to accompany us in our quest for the new, the beautiful, the useful, as well as form and art. If, moreover, we consider that structure, which defines form, holds within it the essence of our spirituality, then we must seek the best way for us to live and participate in modernity. It becomes clear how these tensions must lead to the shaping of matter by means of mathematical/scientific numbers, i.e. knowledge in the broadest sense, using the same forces nature uses to make a shell, a flower or a bird’s wing. The power of water that shapes a ship’s hull is the same as the force that the wind exerts on an airplane; everything, then, corresponds to function, utility and beauty. For architecture, the author must write his own story, draw on his own wealth of knowledge to construct a unitary narrative that respects the functions of modern-day design. The tale told must be capable of altering structure to create a new space, a structure that takes into account all the implications of architecture, rather than simply applying a façade design, the cut of a window, a row of bricks or the ridge of a roof. In other words, a global structure that becomes an architectural event, the creation of an organism to live in. An organism which, in turn, can create a new city through interpenetrating spaces, so that we can live in perfect harmony with our mobility through time; an organism able to express the way our physical nature fuses with our spirituality to create the ideal form of social life. 1. The term serendipity was coined by Horace Walpole in 1754 and means making an unintentional discovery without any systematic search. The word comes from Serendip, the Arabic name for the Island of Sri Lanka (formerly Ceylon) and refers to a legend about the princes of Serendip, who, while on their travels, kept making discoveries they were not looking for, either by chance or cunning. The word was incorporated in the language of science by the American physiologist Walter Bradford Cannon. * Mario Antonio Arnaboldi holds the Milan Polytechnic’s Silver Medal for 40 years’ teaching and is Assistant Editor of l’Arca magazine. He works with Studio Architetti Associati Arnaboldi & Partners, Milan. His most recent projects include: Cargo City – Malpensa Airport 2000; Structural computation for the New NATO Headquarters – Afsouth 2000 – Lagopatria, Naples; Casalpusterlengo Town Hall. Publications: La città visibile, l’Arcaedizioni, 1992; Progettare oggi, l’Arcaedizioni, 1992; Il senso universale dell’architettura, Liguori Editore, 1993; Il giudizio universale, l’Arcaedizioni, 1995; La disciplina del progetto, Clup, 1989; Genesi della forma, Marsilio Editore, 1966; Genesi e propedeusi al progetto, Silvia Editrice, 1987; Atlante degli impianti sportivi, Hoepli, 1982.

29


Antropomorfismo strutturale Structural Anthropomorphism Toyota City, Toyota Bridge Toyota City, Toyota Bridge Progetto di Kisho Kurokawa Architect & Associates Project by Kisho Kurokawa Architect & Associates

T

30

In queste pagine, particolari del ponte, che ha una larghezza media di 20 m con un massimo di 32,5 m. Grande importanza è stata data anche al traffico pedonale cui sono riservate due corsie laterali larghe 10 m. These pages. Details of the bridge, which has an average width of 20 m with a maximum of 32.5 m. Pedestrian traffic, for which two 10-meter-wide side lanes have been reserved, was also taken into consideration.

oyota non è solo il logo di una delle maggiori industrie automobilistiche mondiali, ma anche il nome di una città di 350 mila abitanti, distante un’ora di strada da un’importante metropoli come Nagoya. Il centro urbano è stato realizzato alla fine degli anni Trenta per accogliere la comunità destinata alla produzione di auto e quant’altro gira attorno al mondo dei motori. Il Toyota Bridge rappresenta dunque un ulteriore tassello che va ad aggiungersi a Toyota City, creando cosi un importante collegamento fra la città e il territorio circostante. Configurato come una grande struttura zoomorfica, che rimanda all’impianto osseo di un misterioso animale preistorico, il Toyota Bridge privilegia nella distribuzione dei percorsi il traffico pedonale, cui sono riservate due grandi corsie laterali, larghe circa dieci metri. Nonostante il ponte sorga nella più grande città dell’automobile, si è voluto dare ampio spazio al-

l’uomo. Ciò spiega come la poetica progettuale di Kurokawa metta sempre al centro del progetto il rapporto fra l’uomo e l’architettura. Fondatore, insieme a Kiyonori Kikutake, del Metabolismo, movimento sorto in occasione della World Design Conference di Tokio del 1959, Kurokawa non ha mai smesso di ricercare nell’architettura funzioni e forme ispirate alla natura, ai suoi processi vitali, alla ricerca di un equilibrio fra spazio urbano e spazio esistenziale. Insomma, nel Maestro giapponese non si è mai assopita la carica metabolista di un grande dell’architettura da sempre impegnato nel confronto fra naturale e artificiale. Soprattutto là dove ci siano da costruire manufatti architettonici di grande intensità simbolica come il ponte, che rappresenta l’eterno desiderio dell’uomo di superare i suoi limiti. Il ponte rimanda infatti al volo, al salto nel vuoto capace di rimediare alla mancanza d’ali. Ma il Toyota Bridge è anche altro: è un segno forte nel paesaggio. Un paesaggio che, nel caso di Toyota City, è caratterizzato da dolci declivi collinari e dalla presenza di ampi spazi verdi. In un simile contesto, la “struttura nervosa” del nuovo ponte emerge con grande intensità, con grande forza segnica, divenendo punto di orientamento e fulcro visivo nel paesaggio. Da ovunque si osservi, il ponte restituisce suggestioni sempre diverse: di scorcio se ne apprezzano le linee arcuate, l’armonioso intreccio di tiranti; dal basso invece porzioni di cielo colorano d’azzurro le asole di alleggerimento strutturale. Strutturalmente il ponte presenta un articolato blocco portante in calcestruzzo, mentre il resto è una mirabile opera di carpenteria metallica, realizzata totalmente a disegno. Arcate e strutture sono infatti progettate per creare una configurazione strutturale unica, destinata esclusivamente a risolvere la statica del Toyota Bridge. Ciò fa di questo manufatto un’opera unica e irripetibile, poiché irripetibili sono le situazioni orografiche delle sponde dei fiumi dove lanciare i ponti. L’architettura può dunque essere un’opera d’arte a scala territoriale? Nel caso delle opere di Kurokawa certamente sì! Nelle sue realizzazioni egli impiega materiali diversi, anche se spesso ricorrono il calcestruzzo e l’acciaio, a patto che sia possibile plasmarne la materia, dando forma a strutture mai standardizzate, poiché non vi è nulla di meno standardizzato di un luogo, di un territorio, di un paesaggio.


STRUTTURA STRUCTURE

31


Pianta e viste del Toyota Bridge, realizzato da Kurokawa per collegare Nagoya City a Toyota City. Plan and views of the Toyota Bridge, designed by Kurokawa as a link between the city of Nagoya and Toyota City.

32

T

oyota is not only the logo of one of the largest automobile companies in the world, it is also the name of a city with a population of 350,000, an hour’s drive from a major city, Nagoya. The urban center was built toward the end of the thirties to host a community destined to work in automobile production and services. The Toyota Bridge therefore, represents an additional feather in Toyota City’s cap, creating an important link between the city and the surrounding area. Set up like a giant animal-shaped structure that reminds the onlooker of some mysterious prehistoric animal’s skeleton, the Toyota Bridge’s layout favors pedestrian traffic, distributing two ten meter-wide walkways on both sides of the structure. In spite of the fact that the bridge rises in the largest automobile city in the world, there was a

strong desire to give man his own space. This attitude explains how Kurokawa’s design poetic always places the relationship between man and architecture at the center of his works. The father, together with Kiyonori Kikutake, of Metabolism, a movement that emerged around the time of the World Design Conference held in Tokyo in 1959, Kurokawa has never ceased searching for functions and forms inside his architecture that are inspired by nature and its vital processes searching for a balance between urban space and existential area. In this Japanese master, the metabolist’s desire – which is so typical of him – for working eternally to blend the natural and the artificial has never waned with the passing of time. This is especially true when it comes to building architectural constructions of great symbolic intensity such as the bridge, which represents man’s eternal desire to


overcome his limits. The bridge reminds one of flight, of the leap into space capable of making up for the lack of wings. But the Toyota Bridge is even more: it is a strong sign in the surrounding landscape – landscape that, in Toyota City’s case, is characterized by soft slopes and the presence of abundant greenery. In a similar context, the “nervous structure” of the new bridge emerges with great intensity, with a great signifying force, becoming a point of orientation and a landmark. From any given vantage point, the bridge supplies ever-diverse suggestions: from a partial perspective, one can appreciate its arched lines and the harmonious braided cables; from below, the sky colors in light blue the openings designed to lighten the structure. Structurally, the bridge presents an articulated concrete support block, while the rest is an admirable

work of metallic carpentry, fully created to design. Arches and structures are designed to create a unique structural configuration, destined exclusively to satisfy the equilibrium requirements of the Toyota Bridge. This makes this architectural work a unique and unrepeatable feat, akin to the mountainous landscape of the riverbanks from which bridges protrude over the river. So, can architecture be a work of art on a territorial scale? In the case of Kurokawa’s works, the answer is a resounding yes! In his architectural constructions he uses a variety of materials, even though concrete and steel are often the most common elements, as long as what he chooses can be molded, modeled, giving form to structures that are never standardized, because there exists nothing less standardized in this world than a place, a territory or a landscape.

33


34


35


Se la città ha un cuore If the City Has a Heart Bilbao, Palacio Euskalduna Bilbao, Palacio Euskalduna Progetto di Soriano & Asociados Project by Soriano & Asociados

A

36

La facciata del Centro Congressi. La forma e i materiali utilizzati nell’esterno dell’edificio ricordano quelli di una nave incagliata nei bassi fondali del fiume. The Conference Center facade. The form and materials used for the outside of the building are meant to resemble a ship stranded on the riverbed.

scolto il tuo cuore, città (Alberto Savinio, 1941) è un libro ma anche una straordinaria metafora che evidenzia come ogni mutazione, ogni nuovo edificio siano battiti vitali per la metropoli che cresce. Dunque, se la città ha un cuore, l’architettura è il suo centro pulsante. Bilbao, capitale basca da qualche anno al centro di grandi lavori di riqualificazione, è certamente una città con un cuore. Un cuore grande e complesso come il Palacio Euskalduna, che rivela come l’architettura di qualità sia considerata dagli amministratori più illuminati potente motore per la promozione dei centri urbani. L’architettura più creativa è sempre ricca di metafore che ne rivendicano il ruolo di vettori di immaginari, scaturiti spesso dallo spirito del luogo. In questo caso, il genius loci su cui lavorare era il mondo degli arsenali, del porto fluviale di Bilbao, con i suoi vascelli che dai luoghi più lontani ed esotici scaricavano merci e uomini nei magazzini delle città dell’entroterra. L’immagine della nave arenata, con tutte le implicazioni del caso, è stata il concept su cui si sono concentrati gli architetti di Soriano & Asociados. Attraverso un percorso di avvicinamento al nucleo di quello che appare come un vascello in disarmo, ma anche in via di costruzione e in perenne attesa nel suo bacino di carenaggio, ci si accorge come la fitta distribuzione di alberi metallici svolga egregiamente più funzioni. A cominciare da quella di filtro per rallentare i flussi di visitatori ma anche di supporto del sistema di illuminazione artificiale, fino a fungere da barriera frangivento e da schermo per il soleggiamento, che da quelle parti è davvero di forte intensità. Il non finito, l’immaginario rarefatto del cantiere con le sue strutture a vista che lasciano solamente immaginare come potrà concludersi il tutto, sono la cifra stilistica di questo grosso intervento di riqualificazione di un’area ex portuale, destinata a divenire luogo di forti concentrazioni di capitali. Anche capitali intellettuali poiché, secondo chi guarda, il Palacio può assumere diverse connotazioni, diverse paternità progettuali: per esempio, Carlo Mollino o Giovanni Battista Piranesi. Ciò dimostra che anche senza ricorrere a linguaggi codificati in tendenze consolidate, si possono ottenere ottimi risultati. Nel ventre del vascello, ovvero nelle stive del Palacio, trovano posto, in ordine sparso, tutta una se-

rie di spazi: sale conferenze, luoghi destinati agli incontri e anche un teatro. Quest’ultimo pensato come una sorta di personaggio notturno, qua e là illuminato da soffitti solcati da file di luci e con una platea con poltrone dai toni smorzati che facilitano quel senso d’intimità fondamentale per allacciare un giusto rapporto fra pubblico e scena. In mezzo a tutti questi spazi, percorsi e luoghi troneggia l’enorme struttura in cui sono sistemati tutti i dispositivi sceno-tecnici. Ma se l’interno è una sequenza di spazi e funzioni disseminati su livelli diversificati e altezze a volte diverse solo per soggettive percezioni, ciò che colpisce è l’esterno del complesso, che appare come senza prospetti. O meglio, con una tale


STRUTTURA STRUCTURE

sfaccettatura di pieni e vuoti da rendere estremamente arduo ogni tentativo di dare un ordine a tutto l’insieme. Il Palacio è insomma una fitta distribuzione di funzioni fra loro collegate attraverso percorsi in quota, strutture in calcestruzzo concluse in capitelli svasati, che ne alleggeriscono il carico visivo. A ben vedere, i rimandi stilistici vanno oltre quelli molliniano e piranesiano, andando a confluire in una sorta di stile vicino a quello di uno Scharoun, rivisitato e aggiornato con ciò che si pensa avrebbe potuto fare oggi il grande Maestro razionalista avendo a disposizione tecnologie digitali e materiali tecnologici, inesistenti ai suoi tempi. Insomma, il Palacio Euskalduna è destinato a far

parlare di sé non solo per la sua intrinseca forza evocatrice ma anche per la sua straordinaria mimesi con infinite poetiche. Un’architettura che non si esaurisce nella sua funzione pratica è destinata nel tempo a mutare in testo, in struttura comunicante, in occasione di riflessione critica. Insomma, alcune architetture hanno la forza di trasformarsi in scrittura. In tal senso, vale la pena concludere con una citazione a Italo Calvino, che per le città “letterarie” aveva particolare predilezione: “Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte”, dice Marco Polo al Kublai Khan descrivendogli la città di Tamara (Le città invisibili, Einaudi, 1972).

37


Particolare dell’accesso principale dalla città di fronte al Centro Congressi del Palacio Euskalduna a Bilbao, inaugurato alla fine del 1999. Detail of the main entrance from the city facing the Palacio Euskalduna Conference Center in Bilbao, which opened at the end of 1999.

38

L

isten to Your Heart, City (Alberto Savinio, 1941) is not merely a book, it is an extraordinary metaphor that highlights how every change, every new building constitutes a vital heartbeat for a growing city. Therefore, if the city has a heart, then architecture constitutes its heartbeat. Bilbao, the Basque capital that has been the focus of great renovation and building transformation efforts for several years now, is unquestionably a city with a heart, a large and complex one like the Palacio Euskalduna. This building reveals how the most enlightened administrators consider quality architecture to be a powerful engine for developing urban centers. The most creative architecture is always rich in metaphors capable of asserting its role of vector of imaginaries, often emanating from the spirit of the place. In this case, the pervading spirit to be taken into account was the world of shipping warehouses of the river port of Bilbao whose vessels unloaded men and merchandise coming from the farthest and most exotic locations in the world bound for the warehouses of the inland cities. The image of the stranded ship, with all its possible implications, was the concept upon which the architects of Soriano & Asociados concentrated their efforts. Through a path leading to the heart of what appears to be a laid up ship, but concurrently a ship under construction endlessly waiting in dry dock, one realizes how the generous distribution of metal cranes thoughtfully provides several functions at once. It acts at once as a filter to slow the flow of visitors, as well as a support structure for a system of artificial lighting, and lastly, as a wind-breaking barrier and a shade against the sun which can be remarkably strong in this corner of the world. The unfinished section – the subtle imaginary of the work site with its open and visible structures leave the spectator to imagine what the whole will look like once complete – constitutes the stylistic component of this enormous renovation project of a former port area, now destined to become a concentration of investment and capital. The investment will be intellectual as well; depending on the viewer’s perspective, the Palacio is capable of taking on numerous appearances and diverse design origins: for example, Carlo Mollino or Giovanni Battista Piranesi. This fact demonstrates how, even without retreating to language codified in consoli-

dated trends, it is possible to obtain excellent results. In the belly of the ship, that is within the Palacio’s holds, a series of spaces find room in no particular order: conference rooms, areas destined for meetings and even a theater. This last space has been designed as if it were a nocturnal character, randomly lit up by ceilings crossed by rows of lights. Its audience floor, with soft-toned armchairs, facilitates the sense of intimacy so fundamental for establishing the right balance between the public and the performers on stage. The enormous structure housing the theatrical equipment towers over these spaces, pathways and places. But if the inside is a sequence of spaces and function rooms spread over diversified levels and heights – sometimes different from one another for subjective perception – what strikes the visitor is the complex’s exterior which appears devoid of perspective. Or better yet, it appears to possess a facade so filled with full and empty spaces that any attempt to lend order to the whole would prove extremely arduous. The Palacio is essentially a close distribution of functional areas connected with one another through elevated pathways; steel-reinforced concrete structures crowned with embrasure capitals that lighten the visual impact. Clearly, the stylistic references go above and beyond those considered to be of the Mollinian and Piranesian schools, flowing together into a style that is similar to a Scharoun, revisited and updated by what the great Rationalist master would have been able to accomplish with today’s digital and technological materials, unavailable in his day and age. Essentially, the Palacio Euskalduna is bound to provoke discussion not only for the intrinsic evocative force, but also for the extraordinary imitation of various poetics. An architecture that does not exhaust itself in practical functions is destined over time to turn itself into text, communicating structure and an opportunity of critical reflection. Some architectural works exist with enough strength to turn themselves into text. In this sense, it is appropriate to conclude with a quotation from Italo Calvino, who had a particular predilection for “literary” cities, and wrote: “The glance runs along streets as if they were written pages,” (spoken by Marco Polo to the Kublai Khan, describing for him the city of Tamara), (Invisible Cities, Einaudi, 1972).


39


In queste pagine, particolare del foyer con le passerelle attraverso cui si accede alla sala dell’auditorium. These pages. Detail of the foyer showing the walkways leading into the auditorium.

40


41


42


Il vestibolo della sala congressi al livello 7,05. Sotto, dall’alto in basso, sezione longitudinale, piani ai livelli +26,55, +14,55, +7,05. The conference hall lobby on level 7.05. Below. From top down, longitudinal section, plans on levels +26.55, +14.55, +7.05.

43


Schizzo preliminare per il foyer e, a destra, la sala principale da 2.200 posti. Preliminary sketch for the foyer and, left, the main hall with a seating capacity of 2,200.

44


45


Contenitore di emozioni A Container Filled with Emotions Berlino, DG Bank Berlin, DG Bank Progetto di Frank O. Gehry Project by Frank O. Gehry

F

46

La facciata d’ingresso dell’edificio a uso misto DG Bank a Berlino, che apre sulla Pariserplatz verso la Porta di Brandenburgo. Questa facciata è caratterizzata da una serie regolare di semplici aperture squadrate e rientrate ed è rivestita con pietra arenaria che si armonizza col colore dell’antistante Porta di Brandenburgo. The entrance facade of the multifunctional DG Bank building in Berlin facing Pariserplatz near Brandenburg Gate. This facade features a regular pattern of simple square in-set openings and is clad with sandstone which matches the color of the Brandenburg Gate.

orse stanco di stupire con le sue esplosive architetture ispirate al dinamismo dei futuristi (cfr. il Guggenheim Museum di Bilbao in Spagna), Gehry cerca altre strade e progetta una scatola a sorpresa. Ovvero un edificio con l’esterno totalmente in antitesi con l’interno, una sorta di architettura double-face. Qualcosa insomma in grado di far ricredere chi pensava che ormai fosse preda della sindrome di Bilbao. Il nuovo corso inizia con la DG Bank, costruita a Berlino sulla Pariserplatz, verso la Porta di Brandenburgo. Gehry ottiene l’incarico del progetto vincendo un concorso internazionale precedendo sul filo di lana concorrenti del calibro di Tadao Ando e Arquitectonica. Un premio meritato, il suo, visto il risultato: la DG Bank è un’opera di rottura, un’architettura che segna una linea di demarcazione fra due linguaggi di Gehry parimenti affascinanti e destinati a creare epigoni ovunque. E quindi a incidere non poco sui paesaggi urbani delle grandi metropoli, come appunto Berlino, luogo simbolico della rigenerazione della città occidentale. Oltre a essere una banca, la DG Bank è uno straordinario contenitore di emozioni, proprio per la dicotomia compositiva fra esterno e interno. Se il Razionalismo aveva decretato che l’esterno è conseguenza degli spazi interni, la DG Bank rimette tutto in discussione, proponendo una sequenza di accadimenti spaziali assolutamente non dichiarati. Ciò può significare una sola cosa: l’architettura non può avere dogmi, non può essere costretta in schemi inamovibili poiché, come l’arte, riflette il suo tempo. La DG Bank non è solo una scatola a sorpresa in cui tutto succede all’interno, è una sorta di film: Gehry sembra infatti essere ricorso al linguaggio cinematografico, ordinando gli spazi come una sequenza spazio-temporale, organizzando il tutto attraverso uno storyboard sottilmente enfatizzato onde ottenere il massimo di emozioni ogni qualvolta ci s’inoltri all’interno dell’edificio. La “regia” di Gehry ha previsto una serie di schermi ideali in forma di griglie ortogonali pensate per dare massimo risalto una volta arrivati davanti alla “mostruosità” (nel senso di monstrum = meraviglia) neo-organica, sistemata al centro del contenitore. Evidentemente egli non ha potuto sottrarsi al fascino dei suoi fantasmi zoomorfici, che tanto

hanno connotato le sue opere più clamorose e celebrate. Giocando con trasparenze, pieni e vuoti e sensuali volute sospese, Gehry avvolge lo spettatore-fruitore con vertiginose suggestioni fino a fargli perdere la cognizione della fisicità del luogo per farlo entrare in una sorta di spazio mentale, dove è facile perdersi, inseguendo i propri fantasmi, i sogni più nascosti. Non importa se poi in un secondo tempo tutto si stempererà in situazioni reali, in spazi come l’auditorium o la caffetteria, poiché l’esperienza del “viaggio” rimarrà indelebile nella memoria, anche una volta usciti dalla DG Bank. Ma ciò che più impressiona di questo anomalo edificio destinato al terziario è la presenza del grande volume sospeso d’acciaio e legno, che rimanda alle forme archetipiche delle prime forme di vita terrestre. Una memoria giurassica vista come proiezione nel futuro di un passato ripresentato in chiave tecnologico-favolistica, quasi a voler dimostrare attraverso l’architettura che davvero nulla si crea e nulla si distrugge. Introversa, spettacolare ed estrema, la DG Bank si propone come un luogo di trasgressione là dove invece ci si aspetterebbe il contrario, là dove le logiche economiche non prevedono voli ed emozioni che non siano legati all’andamento del dollaro. Insomma, come va letta quest’inversione di tendenza che investe un mondo finanziario ansioso di cambiarsi d’abito per comunicare, attraverso l’architettura, altri valori? Forse la risposta sta in un’ansa della cultura contemporanea così pervasa dal desiderio di trasversalità, di contaminazione dei linguaggi. In tal senso, perché non mutuare dalla cultura musicale risposte a quesiti di diverso segno? Brian Eno, eclettico agitatore di pentagrammi dalle sonorità molto amate dagli architetti poiché strutturate come ambienti spaziali, sostiene che la verità sta in fondo a un percorso trasgressivo, a un viaggio nell’estremo, che poi approderà in una radicale rinascita. Ecco, forse la DG Bank di Gehry rappresenta un tentativo di viaggio nella massima trasgressione per poi ritrovare nuovi valori, altri riferimenti.


STRUTTURA STRUCTURE

47


Vista della cupola vetrata. Nella pagina a fianco, l’ingresso dell’auditorium/sala riunioni. View of the glass dome. Opposite page. Entrance to the auditorium/meeting room.

48

P

erhaps because he was tired of surprising everyone with his explosive architecture inspired by the dynamism of the futurists (for example, the Guggenheim Museum in Bilbao, Spain), Gehry went in search of other paths and designed a jack-in-the-box building with an exterior that is the antithesis of its interior; a kind of double-sided architecture. This project has the ability of altering the opinion of those who believed that Gehry had become a victim of the “Bilbao syndrome.” His new approach begins with the DG Bank, built in Berlin overlooking the Pariserplatz, facing the Brandenburg Gate. Gehry obtained the job by winning an international competition against such admirable peers as Tadao Ando and Arquitectonica. The choice has proved welldeserved in light of the result: the DG Bank is a breakthrough work, a type of architecture that draws a demarcation line between Gehry’s two languages, both of which are fascinating and des-

tined to generate discussion everywhere they are represented. As such, this construction highly influences the urban landscape of the great city of Berlin, a place symbolizing of the regeneration of Western cities. In addition to being a bank, the DG Bank is an extraordinary container of emotions, due specifically to the compositional dichotomy between its exterior and interior. If Rationalism decreed that the exterior is a consequence of internal spaces, then the DG Bank revives the discussion, presenting a sequence of absolutely undeclared spatial developments. This can only signify one thing: architecture can support no dogmas; it cannot be contained in fixed outlines because, like artwork, it reflects the times. The DG Bank is not only a box of surprises in which everything happens within, it is also similar to a film: Gehry seems to have drawn upon cinematic language, ordering the spaces to the beat of some spatial-temporal sequence, organizing everything



50


through a subtly emphasized storyboard in order to obtain as much emotion as possible every time someone enters the building. Gehry’s “direction” has called for a series of ideal outlines in the form of orthogonal grates, intended to provide maximum emphasis as you arrive in front of the neo-organic “monstrosity” (i.e. monstrum = wonder), located in the middle of the container. Apparently, Gehry could not extract himself from his attraction to zoomorphic illusions, which have so clearly marked his most famous and celebrated architectural works. Playing with transparencies, full and empty spaces, and sensual suspended vaults, Gehry wraps the spectator-user with dizzying suggestions until the individual loses his sense of the space’s physical nature. The visitor enters into a kind of mental space in which it is easy to get lost, following one’s personal fantasies; one’s most hidden private dreams. It doesn’t matter that subsequently the individual will find himself in real situations, in spaces such as the auditorium or the cafeteria, because the experience of the “voyage” will remain indelible in the individual’s memory, even once he has left the DG Bank. However, what is most striking about this unusual building destined for the service industry is the presence of an enormous suspended volume made of steel and wood, which reminds the viewer of archetypical forms

from the first stages of terrestrial life. It is a Jurassic memory interpreted as a projection into the future of a past represented in a technological-fairy-talelike mode; an attempt to demonstrate through architecture that nothing is created and nothing destroyed. Introverted, spectacular and extreme, the DG Bank comes across as a daring environment exactly where one would expect the opposite, a place where economic logic does not call for flights of fancy and emotions that are not strongly linked to the dollar’s trend. So, how should one interpret this inverted tendency where the financial world is eager to change clothing and communicate other values through its architecture? Perhaps the answer lies in a secluded area of contemporary culture filled with linguistic contamination and a desire to be transversal. In this sense, why not borrow from the culture of music answers to questions of a different nature? Brian Eno, eclectic agitator of pentagrams whose sonorities are much-loved by architects because they are structured like spatial environments, claims that the truth lies at the bottom of a path of transgression; a voyage into the extreme that will eventually lead to a radical rebirth. Perhaps Gehry’s DG Bank represents an attempt to travel into the outer limits of transgression to rediscover new values and other references.

Nella pagina a fianco, il grande atrio che, illuminato naturalmente dalla calotta in vetro e metallo della copertura e contenente, oltre al volume dalle forme organiche in acciaio dell’auditorium/sala riunioni, quello completamente vetrato della caffetteria, si presenta come una dinamica orchestrazione fuori scala di movimento e luce. Sotto, l’ingresso al grande atrio. A pagina 55, a sinistra dal basso in alto: piante del piano sotterraneo, piano terra, primo, secondo, terzo e quarto piano; a destra dal basso in alto: piante del quinto, sesto, settimo, ottavo, nono piano e delle coperture. Opposite page. The large atrium. It is naturally lit through the roof’s glass and metal spherical vault and contains the auditorium/meeting room’s steel organic forms and all-glass cafeteria which is similar to a dynamic out-ofscale orchestration of motion and light. Below. The entrance to the great hall. Page 55. Left, from bottom up: plans of the underground level, ground floor, first, second, third and fourth floors. Right, from bottom up: plans of the fifth, sixth, seventh, eighth and ninth floors, and the roofs.

51


52


53


54


55


56


57


Il simbolo della memoria The Symbol of Memory Ottawa, Archivi nazionali del Canada Ottawa, National Archives of Canada Progetto di Blouin Ikoy & Associés Project by Blouin Ikoy & Associés

58

L

a memoria della nazione racchiusa in un santuario laico. La filosofia progettuale degli Archivi nazionali del Canada ha messo in gioco segni e simboli per creare un nuovo cuore politico alla città. Realizzato a Gatineau, vicino Ottawa, il NAC rappresenta infatti il primo insediamento del futuro centro civico. Il primo atto simbolico attuato fra costruito e ambiente naturale – costituito da boschi e aree a verde – è la matrice geometrica dell’impianto planimetrico, caratterizzato dalla grande ellissi entro cui è inscritto l’ampio volume del contenitore vetrato. Ritorno all’eternità dell’architettura? Nelle intenzioni dei progettisti il NAC rappresenta un’inversione di tendenza. Negli ultimi anni, soprattutto da parte della “scuola francese”, si era diffusa l’idea di un’architettura “effimera”, legata a linguaggi quasi usa e getta per favorire un veloce ricambio della scena urbana. Al contrario, i progettisti di Blouin Ikoy & Associés hanno ingaggiato una sfida millenaria con il tempo, individuando in una flessibilità d’uso quasi illimitata la soluzione al problema della veloce obsolescenza che insidia le opere di architettura contemporanea. Come? Puntando su materiali come l’acciaio inox, in grado di resistere – a detta dei progettisti – fino a cinquemila anni alle aggressioni degli agenti atmosferici, ma anche capace di uscire indenne dal rapido mutare delle mode. Cinquemila anni rappresentano davvero una sfida impegnativa, non priva di risvolti anche beffardi, poiché la tecnologia ormai promette sviluppi esponenziali. L’acciaio inox anche fra meno di un secolo potrebbe infatti risultare obsoleto ed essere superato da altri materiali, soprattutto dai cosiddetti compositi con caratteristiche prestazionali ampiamente superiori. Non solo il tempo ma anche lo spazio è stato oggetto di profonde riflessioni. Il NAC non doveva essere un’architettura “omogenea”, nel senso di inseguire pedissequamente uno stile forzatamente unitario da risultare frutto di una centrifugazione in grado di amalgamare il tutto, occultando le diverse matrici spaziali. Evitando qualsiasi “contaminazione” fra contenitore e contenuto, il NAC presenta un nucleo (l’archivio vero e proprio) racchiuso in un guscio protettivo capace di comunicare la sua funzione di “tenda sacra” tecnologica. Il santuario laico appare ancora più evidente all’interno del grande contenitore vetrato con il nucleo che ha la forma di un monolite in


STRUTTURA STRUCTURE La nuova sede degli Archivi Nazionali del Canada, realizzati a Gatineau, alla periferia di Ottawa in un’area per la quale è previsto uno sviluppo urbano come nuovo centro civico. The new headquarters of the National Archives of Canada. Designed in Gatineau, in Ottawa's suburbs, it is earmarked for a proposed civic center.

59


60

cemento, una sorta di hard disc dove sono conservati i file della storia del Paese. Intorno al nucleo-monolite, alto tre piani, si snoda un percorso, una sorta di promenade architecturale che propone come scena generale la vastità del volume vetrato, realizzato in lastre di cristallo strutturale, ed effetti di trasparenza poiché s’intravedono le strutture portanti esterne composte di colonne e tralicci alti circa trenta metri. Paesaggio sotto vetro. Alla ricerca di un ideale luogo in cui convivano armoniosamente città e campagna, la sommità del grande monolite è organizzata secondo un tracciato planimetrico simile a un villaggio mediterraneo, ma con percorsi e strutture facilmente modificabili per adeguarsi a possibili variazioni funzionali future. Sospeso fra memoria e futuro, il NAC può anche apparire estremamente atipico, a causa di una marcata drammatizzazione simbolica, ma suggerisce l’idea che l’architettura, per non essere solamente espressione materiale di funzioni, deve rischiare, deve essere in continua mobilità per poter attraversare territori concettuali inesplorati.


1. Atrio/Atrium (lobby area) 2. Rampa/ Ramp 3. Volta/Vault 4. Area di sicurezza/ Security area 5. Galleria/ Gallery 6. Impianti/ Technical equipment 7. Biblioteca/ Library 8. Laboratorio/ Laboratory 9. Archivio/ Archives 10. Amministrazione/ Administrative office

61


Nella pagina a fianco, planimetria generale e pianta, prospetto e particolare di una delle colonne di acciaio inossidabile alte circa 30 m che, all’esterno del guscio vetrato che racchiude gli archivi, sostengono la copertura curva metallica.

62

T

he nation’s history enshrined in a secular sanctuary. The design philosophy behind the National Archives of Canada uses signs and symbols to give the city a new political heart. Built in Gatineau, near Ottawa, the NAC is the first element in the creation of a new civic center. This first symbol that has materialized in the surrounding landscape – woods and greenery – is the geometrical matrix of the site plan featuring a large ellipse with a vast glass container in its center. Does this represent a return to an eternal vision of architecture? The architectural designers of the NAC see it as a reversal of the current trend. In recent years, especially in the “French school,” the concept of “ephemeral” practically disposable architecture, designed for rapid changes of the cityscape, has become widespread. In another vein, Blouin Ikoy & Associés have chosen to meet the age-old challenge of time through almost unlimited modularity; thereby addressing the problem of the increasingly rapid obsolescence that threatens most works of contemporary architecture. How have they done this? By focusing on materials like stainless steel, capable of withstanding the aggressions of atmospheric agents for up to five thousand years – according to the architects – as well as surviving, unscathed, the rapid changes in trends. Five thousand years really do represent a mighty challenge, though, and as technology continues to progress exponentially, time will not fail to produce unexpected and sometimes silly results. Stainless steel might well be obsolete in less than a century, replaced by other materials, particularly the so-called composites with far superior quali-

Opposite pages. Site plan and plan, elevation and detail of one of the ca. 30 mhigh stainless steel columns sustaining the curved metal outside the glass shell enclosing the archives.

ties and properties. Besides time, space has also become the object of careful study recently. The NAC was not supposed to be a “homogeneous” work of architecture, literally following a forced unitary style resulting in a spin cycle capable of blending everything and camouflaging the various spatial matrixes. By avoiding any “contamination” between container and contained, the NAC presents a central core (the main archives) enclosed within a protective shell that translates its function as a “sacred technological tent.” The symbolism of the secular sanctuary becomes crystal clear as it sits inside a vast glass container, with its cementmonolith core, a hard disc of sorts that contains the files of the Nation’s history. A kind of architectural path winds around the three-storey monolith core offering a view of the vast glass structure, made of sheets of structural glass, and of its transparencies, through glimpses of the external support structures, the thirty-meter-high columns and stanchions. A landscape shrouded in glass. In an attempt to create a place in which city and landscape live harmoniously side by side, the top of the large monolith is set out according to the layout of a Mediterranean village, but using paths and structures that can be easily adapted according to possible future requirements. Suspended somewhere between yesterday and tomorrow, the NAC may seem atypical because of its marked symbolic dramatization, but it clearly embodies the idea that in order for architecture to be more than just a material expression of functionality, it must take risks and remain in constant motion to reach previously unexplored conceptual realms.


Legenda planimetria/Site plan key 1. Archivi/Archives 2. Impianti/Technical equipment 3. Percorso ellittico/Elliptical path 4. Parcheggio/ Parking 5. Laghetto/ Pond

63


Il santuario della luce The Sanctuary of Light Roma, Dives in Misericordia Rome, Dives in Misericordia Progetto di Richard Meier Project by Richard Meier

64

L’

architettura sacra è uno dei temi di progetto dove è più facile sbagliare. Non basta aggiungere a un edificio una croce e un campanile per farne una chiesa. La chiesa è un luogo di emozioni profonde. L’atmosfera del luogo sacro nasce da uno spazio destinato a un’unica funzione: il rapporto con Dio attraverso la modulazione della luce, attraverso il grado di coinvolgimento emotivo dato dalla particolare configurazione spaziale dell’edificio chiesa. Il Razionalismo ha creato una profonda cesura fra l’antico e il moderno. Ha imposto una visione “fredda”, una tendenza all’accentuazione della composizione funzionale eludendo i fattori emozionali dello spazio. Dagli anni Trenta in poi, sono state prodotte chiese ineccepibili nella composizione ma prive di atmosfera mistica. A parte l’eccezione di Notre Dame du Haut, realizzata a Ronchamp su progetto di Le Corbusier, il resto è quasi tutto da dimenticare. Occorre rivedere modalità compositive e strutture. Occorre realizzare chiese meno “puriste” e più in sintonia con la sacralità del luogo rituale. In tal senso, una risposta l’ha data Richard Meier con la chiesa Dives in Misericordia, in costruzione a Roma. La nuova chiesa, realizzata in una zona periferica della capitale, ha origine dal concorso internazionale a inviti “La Chiesa del 2000”, bandito dall’Opera Romana per la Preservazione della Fede e la Provvista di Nuove Chiese in Roma. Richard Meier, architetto americano di fama internazionale, progetta un’architettura vigorosa, di forte impatto e generatrice di un luogo, là dove prima l’unica identità del luogo era di non avere nessuna identità. La zona è connotata da edifici di edilizia popolare e l’intorno generale disomogeneo, privo di punti focali, di spazi destinati alla socialità, come ce ne sono tanti intorno Roma. La configurazione a vele, le grandi aperture che lanciano all’interno lame di luce danno un forte carattere simbolico, realizzando uno spazio di grande intensità emozionale. La forza evocativa, il bianco assoluto delle superfici murarie pongono la chiesa come nucleo di forte riqualificazione del quartiere. Inoltre, Dives in Misericordia dispone di una qualità ormai rara: avere un interno parimenti suggestivo all’esterno. È insomma un’architettura da percorrere, da vivere come spazio dinamico in grado di coinvolgere i fedeli attraverso una sequenza di stati d’animo in-

tensi e variabili. Esattamente alla maniera delle grandi chiese del passato. Per esempio, Sant’Ivo alla Sapienza, sempre a Roma, dove il Borromini attraverso la forma spiralica della lanterna della cupola provoca una sorta di vertigine in chi la guarda, dando l’impressione di risucchiare l’anima nel suo vortice infinito. Qualità della luce. La nuova chiesa dimostra come sia ancora possibile creare forti tensioni emotive senza ricorrere a strutture formalmente complesse, a complicate sequenze compositive. In Dives in Misericordia tutto accade grazie alle interruzioni di materia fra vela e vela, dove grandi portali, decrescenti verso l’esterno, inondano di


STRUTTURA STRUCTURE

luce l’aula conferendo a tutto l’insieme profondità spaziale e intensità luminosa. La nuova chiesa si pone dunque come esempio eclatante di struttura architettonica tipologicamente dedicata, unicamente destinata al culto attraverso caratteristiche proprie e non interscambiabili con altre funzioni. Meier sa “giocare” con le forme, con i solidi geometrici elementari. Per esempio con il quadrato, il rettangolo ed elementi semicircolari, miscelando il tutto fino a realizzare uno spazio complesso ma di immediata lettura, favorendo così la sintonia tra fruitore e luogo, arricchendo il percorso con sinuosità, convessità e concavità. Ciò che più colpisce è la grande sensibilità e sa-

pienza compositiva. Meier sa coniugare sfericità e superfici piane, geometrie elementari e complessità spaziali. Ciò fa parte di una matrice creativa nata e sviluppata già nei suoi primi lavori negli States, realizzati negli anni Sessanta: per esempio, la sua prima casa a Essex Fells, nel New Jersey. Identiche particolarità compositive si ritroveranno anche nelle opere della maturità come il Getty Center, a Los Angeles, dove si riscontra la compresenza di forme e volumi “contrari”, ovvero la fusione di spazi e forme sintatticamente inavvicinabili e invece da Meier sapientemente manipolati e ricomposti in forme accettabili sia dal punto di vista linguistico sia funzionale.

Il cantiere della chiesa Dives in Misericordia, nel quartiere di Tor Tre Teste. Al centro della foto, la particolare macchina realizzata ad hoc per la messa in opera dei conci. Building site of Dives in Misericordia church in the Tor Tre Teste neighborhood. Center photo, the special machine designed for lying the ashlars.

65


66

In queste pagine, alcune fasi della messa in opera dei conci e, nella pagina a fianco, dall’alto in basso, prospetto, sezione longitudinale, sezione trasversale. These pages, stages of ashlar assembly phases and, opposite page, from top down, elevation, longitudinal, and cross section.

R

eligious architecture is one of the most challenging themes to master. Simply adding a cross or bell tower to an ordinary building does not turn it into a church. A church is a place filled with emotions. A holy place draws its atmosphere from its dedication to a single function: the relationship with God through the modulation of light and the emotional involvement associated with the spatial layout of the church. In recent years, Rationalism has resulted in a sharp rift between ancient and modern. It has imposed a “cold” vision that emphasizes functional design at the expense of the more emotional connotations of space. Since the 1930s, churches have been stylistically irreproachable but they lack a mystical atmosphere. Apart from exceptional works like Notre Dame du Haut in Ronchamp designed by Le Corbusier, nearly everything else is of no interest. The structural and compositional forms need to be revisited. Churches must become less “purist” and more in harmony with the sacred nature of a place of worship. In this respect, Richard Meier’s design of the Dives in Misericordia church, actually under

construction in Rome, provides one possible solution. Built in the suburbs of Rome, this new church was entered in the “Church of the Year 2000” invitational competition organized by the Rome Committee for Keeping the Faith and Providing New Churches for the City. The internationallyrenowned American architect Richard Meier designed a lively, striking work of architecture that creates a space in a place whose previous identity was precisely not to have any identity. Like so many suburbs of Rome, the area is mainly made up of varied low-income housing projects with no real focal points or areas to meet and congregate. The sail-shaped design and the large openings that bring large swathes of light into the building are powerfully symbolic and create a setting full of emotions. The strength of its symbolism and the absolute whiteness of its walls make the church the neighborhood’s hub of urban redevelopment. Dives in Misericordia also features what has become a rare quality nowadays: its interior is as evocative as the exterior. Just like the great


67

churches of the past, this is a work of architecture that must be visited and experienced like a dynamic space capable of accompanying worshippers in a progression of intense and variable states of mind and spirit. It is similar to, for example, Sant’Ivo alla Sapienza, also in Rome, where Borromini’s spiraling dome lantern creates a sense of vertigo that conjures up the feeling of having one’s soul sucked up into an endless vortex. And that quality of light… The new church demonstrates how to create powerful emotions without resorting to stylistically intricate structures and complicated design sequences. Everything in Dives in Misericordia is the result of the way in which matter is broken up from one sail to the next, as huge portals, descending toward the exterior, flood the main hall with light creating an overall sense of spatial depth and intense luminosity. In this way, the new church becomes a striking example of so-called typologically-dedicated architectural structure, devoted exclusively to worship through its specific features that can-

not be adapted to other functions. Meier knows how to “play” with form and the basic geometric shapes, such as the square, rectangle and semicircular elements, mixing them together to create a complex space that is nevertheless easy to experience, and thereby encouraging a harmonious balance between place and user, as well as enriching the atmosphere with convex, concave and sinuous shapes. The great sensitivity and the stylistic know-how are the most striking elements of the design. Meier skillfully combines spherical shapes and flat planes, simple geometric patterns and spatial intricacies. This is part of the creative matrix already apparent in his early works in the States in the 1960s: for instance his first house in Essex Fells in New Jersey. Stylistic elements that can also be found in his more mature works like the Getty Center in Los Angeles which features “opposing” shapes and structures, such as the fusion of syntactically irreconcilable spaces and shapes, which Meier skillfully handles and recomposes to reconcile them both stylistically and functionally.


Sogni e visioni Dreams and Visions Design da fantascienza e comunicazione Science Fiction Design and Communication Progetto di Studioddm (Mario Taddei, Edoardo Zanon) Project by Studioddm (Mario Taddei, Edoardo Zanon)

68

I

l mondo delle macchine, il culto della tecnologia, il ciberspazio: queste le coordinate su cui si fonda la ricerca di Studioddm, gruppo formato da Mario Taddei e Edoardo Zanon. Ancora una volta il Futurismo riemerge, riconfermandosi più vitale che mai, nonostante sia trascorso quasi un secolo da quando Boccioni, Marinetti e compagni cercarono di ricostruire un universo tecnologico quale dimensione parallela di un mondo che andava loro stretto, nel tempo e nello spazio. E lo spazio, quello cosmico, è la dimensione in cui vivono le sorprendenti strutture di due giovani progettisti, laureati in design al Politecnico di Milano. Sorprendenti quanto inverosimili dal punto di vista funzionale, poiché sono strutture configurate più sul visionario che su dati realistici. Cargo spaziali e stazioni satellitari presentano tuttavia interessanti suggerimenti tecnici. La loro forza immaginifica, i particolari costruttivi così dettagliati sono talmente realistici da suggerire spunti e soluzioni possibili dal punto di vista ingegneristico. Con The Art of Time Mechanic, una brochure che documenta come gli architetti abbiano metabolizzato alla perfezione il linguaggio del MCAD (Mechanical Computer Aided Design), Studioddm entra nel mercato, realizzando una comunicazione di forte contenuto spettacolare. Il loro più che un catalogo è una sorta di storyboard cinematografico. Time Mechanic si presenta infatti come un frammento di un film di fantascienza, dove i personaggi sono straordinarie macchine che fluttuano nello spazio. La genialità del sistema di comunicazione sta nell’aver previsto una sorta di interattività. Ovvero sta in chi guarda le immagini intuire possibili storie di astronauti perduti a migliaia di anni luce dalla Terra. In realtà, ogni riferimento a Guerre stellari è puramente casuale, poiché tutto è in funzione dimostrativa. La brochure serve infatti a divulgare un programma di modellazione in 3D, il Thinkdesign, accessibile gratuitamente via Internet e su CDRom. The Art of Time Mechanic va dunque letta come portfolio professionale ma anche come comunicazione di un nuovo linguaggio attinente il design e l’architettura. Aldilà della complessa messinscena di un prodotto informatico, dietro l’operazione di Studioddm ci sono informazioni di carattere scientifico che riguardano fenomeni come la trasmissione sub-luce (un sistema di trasmissione più veloce della luce).


STRUTTURA STRUCTURE L’SGSS-Sub Gravitational Stargate System, la stazione sperimentale orbitante dotata di sistemi di trasmissione e ricezione di tipo sub-luce. La struttura di base è concepita in modo da poter ruotare a 360° e puntare nella direzione dovuta. Dal centro dell’SGSS partono a 120° tre strutture che portano alle estremità gli interferometri gravitazionali.

The SGSS-Sub Gravitational Stargate System, the experimental orbiting space station with a system capable of transmitting and receiving sub-light impulses. The base is designed to rotate a full 360°, pointing in the right direction. From the center of SGSS emerge three long appendages at a 120° angle carrying the gravitational interferometer on their tips.

69


Un SGSS respinge un attacco di alieni grazie agli interferometri sub-gravitazionali. Per aggiungere i dettagli di un’esplosione reale sono stati aggiunti all’interno degli oggetti come carburante e materiale aggiuntivo per creare più caos.

70

An SGSS repels the aliens’ attack with sub-gravitational interferometers. To add details of realistic explosion elements and create more chaos, fuels and other materials were added.

Dalle riflessioni sulla sub-luce nasce il progetto SGSS, Sub Gravitational Stargate System, ovvero un interferometro (strumento di precisione usato per misurare lunghezze d’onda e indici di rifrazione sfruttando fenomeni interferenziali) con oscillatore a onde subgravitazionali, punto centrifugo e centripeto di impulsi sub-luce. Questo insieme di conoscenze veicolato fra lo scientifico e il fantascientifico mira a definire sistemi in grado di far viaggiare l’uomo a velocità elevatissime, capaci di rendere possibili viaggi in altri sistemi, in altri mondi lontanissimi, altrimenti irraggiungibili data la loro distanza. Nella fantasia visionaria di Studioddm si ipotizza la costruzione del laboratorio SGSS in un futuro non poi così lontano come il 2152. Per chi vuole saperne di più, sono disponibili ulteriori informazioni navigando su www.studioddm.com, un sito pieno di sorprese e suggestioni dove design e architettura trovano un’integrazione per ora negata e invece destinata a prodursi nel divenire. Le visioni di Taddei e Zanon tendono infatti verso una totale fusione fra le due discipline. L’architettura nel momento in cui diviene prodotto di alta tecnologia non può che essere architettura industrializzata. Si ipotizza che in un futuro non lontano costruire divenga una procedura molto simile alla composizione realizzata attraverso un sistema come il Meccano. Ogni componente strutturale avrà una sua definizione morfologica e sue caratteristiche statiche. Sarà insomma quasi impossibile sbagliare i calcoli strutturali, poiché la scelta dei componenti sarà orientata a priori e con una serie di variabili a prova di errore. Dunque, il futuro dell’architettura probabilmente avrà nella tecnologia il suo massimo referente. In tal senso, l’architetto sarà un progettista a responsabilità limitata? È possibile. Tuttavia ciò potrebbe rivelarsi non un fatto totalmente negativo, poiché se da una parte la creatività dovrà svilupparsi entro limiti dettati dal prodotto industriale, dall’altra sarà quasi impossibile realizzare brutte architetture in nome di una libertà creativa alla portata di architetti senza talento.


71


Sotto, il Robot Edo e, nella pagina a fianco, un’arma utilizzata nello scontro tra terrestri e Kinodermi. Per ogni modello sono state realizzate numerose immagini da usare come texture con un mix di metalli, pannelli,

72

T

scritte e simboli. Nelle sequenze animate con numerosi elementi in movimento sono stati inseriti i modelli con diversi gradi di dettaglio. Un modello completo a elevato dettaglio è composto da 125.365 poligoni.

he world of machines, the cult of technology and cyberspace: these are the basic concepts that guide the Studioddm team (founded by Mario Taddei and Edoardo Zanon) in its quest. Once again Futurism is making the headlines, proving it is more alive than ever almost a century after Boccioni, Marinetti and co. tried to re-create a technological universe in a parallel dimension to a world whose space and time they found constraining. And cosmic space is the dimension in which the surprising structures of these two young architects, both graduates in design from Milan Polytechnic, come alive. Designed more along visionary lines than based on realistic data, the structures are as functionally startling as they are improbable. The space cargos and satellite stations do, however, present interesting technical aspects and ideas. Their highly imaginative power and in-

Bottom. The Edo Robot and, opposite page, a weapon used in the battle between humans and Kinodermians. For each model several images were created for use as a texture with a mix of metals, panels,

writings and symbols. Each animated sequence, with a large number of elements in motion, used models with different level of detail. A full model with a high-level of detail is composed of 125,365 polygons.

credibly detailed construction features are so realistic they suggest designs and solutions that are quite feasible from an engineering point of view. The “Art of Time Mechanic,” a brochure that demonstrates how the architects have perfectly metabolized MCAD vocabulary (Mechanical Computer Aided Design), marks Studioddm’s market debut with a spectacular form of communication. More than a catalogue, they have produced a sort of film storyboard. Time Mechanic is actually like the fragment of science fiction movie, whose characters are incredible machines flying through space. The originality and genius of this type of communication lies in its interactive nature. In fact, it is up to the onlooker to imagine stories of astronauts lost in space, thousands of light years from the Earth. Because everything is purely demonstrative, any reference to Star Wars is purely accidental. Ultimately, the brochure


is actually intended to promote a 3D modeling program, Thinkdesign, available as free-ware on the Internet and on CD-Rom. The “Art of Time Mechanic,” therefore, ought to be seen as both a business portfolio and a way of spreading a new language for architecture and design. Apart from the graphic complexity of a computer software product, Studioddm’s project is also based on hard scientific data concerning phenomena like sub-light transmission (a transmission system that works faster than the speed of light). The research on sub-light transmission gives birth to the SGSS project (Sub Gravitational Stargate System), which consists of an interferometer (a precision tool for measuring wave lengths and refraction indexes using interferential phenomena) with a sub-gravitation wave oscillator and centrifugal/centripetal sublight impulse point. Combining science and science fiction, this body of knowledge aims to design systems for travel at extremely high speeds, making it possible to reach other systems and worlds, so distant that they would otherwise remain unreachable. Studioddm’s imaginative vision also foresees the construction of the SGSS laboratory in the “notso-distant” future of the year 2152. Anyone interested in finding out more should visit www.studioddm.com, a site full of surprises and ideas in which architecture and design come together in original and new ways, that are quite likely to become reality in the near future. Taddei and Zanon’s visions tend to merge architecture and design. After all, once architecture becomes a high-tech product, it inevitably also becomes industrialized. In the not-too-distant future, construction is expected to become like building with a Meccano set. Each structural component will have its own morphological definition and static characteristics. It will therefore be almost impossible to make mistakes in structural calculations, since the choice of components will be made based on a series of error-proof variables. Tomorrow’s architecture will probably have technology as its closest partner. Will this make the architect something of a limited liability designer? It might. But this is not necessarily a disadvantage, since, although, on the one hand, creativity will be limited by the industrial product, on the other hand, it will be virtually impossible to design unattractive architecture in the name of a creative freedom available to even the most untalented of architects.

73


74


75


L’SGEL-Sub Gravitational Experimental Lab. Costruito nel 2152, l’SGEL è un laboratorio per sperimentazioni in orbita attorno alla Luna. È composto da due grandi moduli opposti in continua rotazione, per creare gravità artificiale. All’interno dei moduli ci sono i laboratori della confederazione terrestre disposti su tre livelli. L’SGEL è collegato al compressore d’urto quantico sferico ed è protetto da schermature magnetiche.

76

The SGEL-Sub Gravitational Experimental Lab. Constructed in 2152, the SGEL is used to conduct experiments in the Moon’s orbit. It is composed of two large opposing modules that continually rotate to create artificial gravity. The Earth confederation labs are distributed across three levels. The SGEL is connected to the spherical quantum collision compressor and protected by magnetic shields.


Interferometro SGSS. La lontananza delle tre estremità dei bracci è direttamente proporzionale alla precisione dei rilevamenti sub-gravitazionali. Le tre punte formano un triangolo equilatero con lato di 4 km. Gli interferometri gravitazionali vengono installati in sospensione quantica parallela. La lettura delle onde sub-gravitazionali avviene confrontando la diffrazione del parallelismo quantico. Nel momento in cui la struttura centrale ruota, la posizione degli interferometri gravitazionali viene mantenuta tramite un controbilanciamento di massa gestito da giroscopi quantici. Eventuali detriti cosmici vengono tenuti sotto controllo da stazioni vicine che ne intercettano la traiettoria e li respingono.

SGSS Interferometer. The distance between the three tips of the appendages is directly proportional to the precision of the sub-gravitational bearings. The three tips form an equilateral triangle with 4-Kmsides. The gravitational interferometers are installed in parallel quantum suspension. Sub-gravitational waves are read by measuring the diffraction of the quantum parallelism. When the central structure rotates, the position of the gravitational interferometers is maintained by counterbalancing the mass. This counterbalance is managed by quantum gyroscopes. Wandering cosmic detritus is controlled by neighboring stations that intercept and repel the debris.

77


78


79


La tecnologia plana sull’acqua Technology lying on the Water Osaka, Museo Marittimo The Osaka Maritime Museum Progetto di ADP-Paul Andreu Project by ADP-Paul Andreu

80


STRUTTURA STRUCTURE La sfera galleggiante alta 40 metri è visibile in ugual maniera sia dal porto e dalla passeggiata mare, che dalla città. Sulla terra ferma è situato l’edificio d’ingresso, di 5000 mq, che si sviluppa a piano terreno e su due piani interrati e ospita l’ingresso, i depositi delle opere e i locali tecnici.

R

ealizzato dopo una lunga incubazione (il cantiere è rimasto aperto circa tre anni), l’Osaka Maritime Museum ora “galleggia” sulle acque della diga del porto di Osaka. La nuova struttura fa parte di un programma di rivitalizzazione della zona portuale avviato con la costruzione di un tunnel sottomarino, che collega il museo con la città. Luccicante e simile a un’astronave anfibia, l’OMM, con i suoi quaranta metri d’altezza, è perfettamente visibile anche da Osaka, di cui è uno dei simboli di maggior richiamo. Oriente e Occidente uniti sotto una cupola. Nell’architettura occidentale, la cupola è un archetipo di origine religiosa. Nel progetto dell’Osaka Maritime Museum è facile intuire come Andreu abbia cercato di creare un punto d’incontro fra Oriente e Occidente attraverso un linguaggio collaudato dal tempo, in grado di generare quell’energia chiamata emozione che solo la buona architettura, soprattutto quella sacra, è capace di produrre. In fondo, il museo è una sorta di cattedrale del sapere. John Ruskin, critico d’arte e sociologo inglese (1819-1900), per esempio, sosteneva che una cattedrale non ha solamente la funzione di contenere una comunità religiosa ma anche di emozionarla. Il linguaggio della tecnologia, con le sue iperboli strutturali, è certo un segnale forte cui è difficile sottrarsi. Soprattutto oggi che la tecnologia, oltre a essere il dato scientifico di una costruzione, ne supporta e definisce anche il sistema di comunicazione. Cosa comunica una cupola di vetro e acciaio “planata” sulle acque del porto di Osaka? A un primo sguardo, appare come un elemento di diversità rispetto al suo intorno, quindi è un segno catalizzatore di attenzione. Ma il dato saliente, ciò che fa di quella struttura un medium, è la sua disponibilità nel concedersi come elemento scenografico, come icona tecnologica splendente di luce propria che dà spettacolo di se stessa. In questo caso lo spettacolo è un’architettura che interpreta un fenomeno naturale come quello dell’avvicendarsi della notte e del giorno attraverso la dicotomia natura-artificio. Inoltre, la doppia identità della cupola – trasparente nelle ore notturne quando è illuminata dall’interno, non trasparente di giorno – crea una fortissima tensione tra visibile e invisibile, evidenziando così l’aspetto dinamico di un’architettura attraverso lo scorrere del tempo. Ma perché l’OMM è un’icona? Perché, come direbbe un semiologo, veicola un messaggio attra-

The 40-meter-high floating sphere can be seen equally well from the port, the sea front promenade and the city. The 5,000square-meter entrance building is on the mainland and occupies the ground floor and two underground levels. It holds the entrance, storerooms for the works of art, and utilities rooms.

81


verso la sua immagine. Si tratta di un’immagine variegata e tridimensionale da cui emerge l’identità dell’OMM, che non punta sull’unicità della soluzione tecnica – in questo caso l’impiego del vetro strutturale – ma sul porsi come frammento di un insieme di edifici diffuso ormai a livello planetario con identiche soluzioni costruttive. Uno degli aspetti interessanti insito nell’OMM non è solo la sua appetibilità mediatica di “fenomeno architettonico” spettacolare, destinato a far da sfondo a video clip e spot, ma anche il suo essere frutto della velocità di comunicazione con cui è diffusa oggi la tecnologia. Se l’informazione non fosse così sorprendentemente rapida, l’architettura non si evolverebbe con altrettanta velocità. Lo spettacolo dell’architettura. Nel 1967, quando Guy Debord pubblicò il saggio La société du spectacle, l’architettura era appena entrata nella luminosa scia mediatica, ovvero della struttura-evento capace di rimodellare l’ambiente urbano attraverso architetture di forte impatto visivo e di competere con lo sfavillante linguaggio della pubblicità, da sempre presente nel paesaggio urbano. Ora invece siamo nell’età matura dell’architettura come medium. L’Osaka Maritime Museum, nella sua apparente elementarità geometrica, è una struttura complessa sul piano della comunicazione poiché portatrice di segni stratificati sovrapposti alla sua funzione didattico-divulgativa. Attraverso una forte presenza immaginifica, l’OMM è generatore di immaginario collettivo; al

82

Schema del sistema strutturale della sfera del tipo “lamella grid” costituito da losanghe piatte la cui dimensione diminuisce verso l’alto mantenendo però costanti a 90° gli angoli destri e sinistri. Diagram of the structural system of the “lamella grid” sphere constructed out of flat lozenges whose size diminishes toward the top while maintaining their 90 degree right and left angles.

tutto va poi aggiunta la componente “global” espressa dalla fusione di due culture tecnologicamente affini ma ideologicamente opposte. La tendenza verso un’architettura fusion, ibridata da un melting pot colto – relazioni con le case del tè del periodo Edo, ma anche con influenze FengShui – suggerisce diverse interpretazioni: da una parte emerge lo sguardo rivolto al passato che punta sul contrasto delle differenze – la costruzione tecnologicamente sofisticata e le relazioni cosmico-religiose del ciclo solare evocate dall’archetipo cupola –, dall’altra si evidenzia un punto debole, laddove la funzione primaria, quella di museo che sottende l’idea di conservazione perpetua, è leggermente oscurata dal concetto di effimero insito nel linguaggio mediale.


83


84


C

ompleted at last after a long period of incubation (construction lasted about three years), the Osaka Maritime Museum now “floats” on the waters of the breakwater located in the port of Osaka. The new building is part of a program designed to revitalize the port area and was inaugurated with the creation of an underwater tunnel connecting the museum to the city. Gleaming like an amphibious space ship, the 40-meter-tall OMM building is clearly visible from Osaka and represents one of the city’s main landmarks. East and West are brought together under a dome, i.e. in western architecture, the dome is a religious archetype. The Osaka Maritime Museum is a clear attempt on the part of Andreu to bring East and West together through this time-honored symbol capable of generating the kind of energy called emotion which only fine architecture, particularly religious architecture, can generate. After all, a museum is a cathedral of knowledge. John Ruskin, the British art critic and social commentator (1819-1900), claimed, for instance, that a cathedral is not just designed to house a religious community, but also to get the faithful emotionally involved. The language of technology, with its hyperbolic structures, is a powerful signal that cannot be ignored. Particularly now that technology is not just the scientific characteristic of a building, but it also supports and defines its system of communication. What message does a glass and steel dome “resting” on the watery surface of the port of Osaka send out? At first sight, it contrasts with its surroundings, attracting our attention. But the key aspect, the element that turns this structure into a medium, is the way it offers itself as an element of scenography, a technological icon glittering with its own light and quite literally making a show of itself. In this particular case, the show is a work of architecture interpreting, through the dichotomy of nature and artifice, the natural alternation between night and day. Moreover, the dome’s double identity – transparent at night when it is lit up from the inside and non-transparent during the day – creates a powerful sense of tension between what is visible and what is invisible, thereby emphasizing the dynamic aspect of a work of archi-

tecture through the passing of time. But what makes the OMM an icon? The fact, as a semiologist might put it, that it sends out a message through its image. The image that gives the OMM its identity is a varied, three-dimensional one that does not focus on the uniqueness of its technical design – in this case, the use of structural glass – but rather on its being a fragment of a group of structures spread across the planet that draws on the same building solutions. One of the most interesting aspects of the OMM is not just the fact that it is a spectacular “architectural phenomenon,” an ideal backdrop for video clips and commercials, but also the fact that it is a product of the high speed with which technology travels today. If information were not quite so stunningly quick, architecture would not evolve as fast. The architecture show. In 1967, when Guy Debord published his essay La société du spectacle, architecture had just entered the glamorous world of modern media. In other words, an event-structure capable of reshaping the urban environment through visually striking architecture and able to compete with the dazzling vocabulary of advertising, ever-present in our cityscape. Today, however, architecture as a medium has entered a mature phase. The apparent geometric simplicity of the Osaka Maritime Museum hides an intricate structure in terms of communications, because it layers several levels of symbols on top of its primary didactic-informational function. The OMM’s powerful, colorful presence is a generator of collective imagination, not to mention the “global” element inherent in the merging of two technologically related but ideologically conflicting cultures. The trend toward hybrid fusion architecture, like an erudite melting pot – combining influences of tea houses from the Edo period and Feng-Shui tradition – suggests various interpretations. On the one hand, there is an orientation toward the past that focuses on contrasting differences: technologically sophisticated construction vs. the cosmic-religious traditions of the solar cycle suggested by the dome archetype. On the other hand, it points to a weakness in the concept, as the primary function of a museum, based on the notion of perpetual conservation, is slightly obscured by the transience inherent in the language of media.

Nella pagina a fianco, fasi del montaggio della cupola trasportata via mare sul luogo del cantiere. Pagine seguenti, l’interno del museo vero e proprio contenuto nella sfera vetrata. I visitatori accedono al museo attraverso un tunnel sotto il guscio di una storica imbarcazione in legno. Salgono quindi direttamente all’ultimo piano con un ascensore panoramico in vetro e poi visitano i tre livelli del museo scendendo da una scala centrale. Opposite pages. Stages in the assembly of the dome transported by sea to the construction site. Following pages. The inside of the museum contained in the glass sphere. Visitors enter the museum through a tunnel under the shell of an old wooden boat. They reach the top floor with a panoramic glass elevator and then visit the museum's three levels going from floor to floor by way of a central staircase.

85


86


Nella pagina a fianco, l’ingresso alla galleria di collegamento con il museo dall’edificio d’ingresso sulla terraferma. Opposite page. Entrance to the tunnel connecting the museum to the entrance building on the mainland.

87


News

88

Il futuro sostenibile dell’industria cementiera Sustainable development in the cement industry I numeri di Italcementi Group Italcementi Group: Facts and Figures Bilbao, punto di riferimento urbanistico Bilbao, an urban reference Il peso della qualità The weight of quality Angeli in cementeria Angels at the cement plant

Il futuro sostenibile dell’industria cementiera Italcementi Group sottoscrive l’“Agenda for Action” del WBCSD

Sustainable development in the cement industry Italcementi Group signs WBCSD’s “Agenda for Action”

I

l mondo delle imprese è sempre più cosciente della necessità della tutela dell’ambiente e dei valori sociali condivisi, una sfida che impegna le aziende ad assicurare una partecipazione concreta alla realizzazione di un “futuro sostenibile”. A tale proposito, tra le attività del World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), l’organismo che, a livello mondiale, raccoglie oltre 150 società, figura un progetto importante, l’Iniziativa di Sostenibilità per l’Industria Cementiera, realizzato da aziende leader del settore. I dieci maggiori produttori di cemento hanno siglato infatti un protocollo industriale, l’“Agenda for Action”, nel quale vengono rese pubbliche le conclusioni di un programma di ricerca indipendente e di consultazione con i principali stakeholders, durato oltre due anni. L’iniziativa si focalizza sul contributo che l’industria cementiera può dare alla creazione di una crescita più sostenibile ed è finalizzata a identificare proposte e a promuovere azioni concrete per indurre cambiamenti positivi nell’ambito della propria attività nel lungo termine. I motivi che guidano questo progetto risiedono nel tentativo di ridurre gli impatti

negativi per l’ambiente e per la comunità. L’obiettivo di individuare e rendere attuabili una serie di iniziative che le aziende possono intraprendere collettivamente per accelerare tale cammino, si coniuga alla “legittimità a operare” affrontando problemi e opportunità. Il protocollo propone un piano quinquennale di azioni che permetteranno alle aziende di compiere ulteriori passi nella direzione di uno sviluppo sostenibile. Solo tale visione può garantire alle aziende un processo di sviluppo in cui le dimensioni ambientali, sociali ed economiche assumono il medesimo peso. Le aree individuate, da affrontare con maggiore immediatezza dall’industria cementiera, riguardano

principalmente la protezione del clima, l’utilizzo di combustibili e materie prime, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, la riduzione delle emissioni e degli impatti ambientali verso le comunità locali. Anticipando questo progetto, Italcementi ha varato, lo scorso mese di aprile, a firma del CEO di Gruppo, Giampiero Pesenti, le “Linee Guida della Politica Ambientale di Italcementi Group”, a testimonianza dell’impegno che da sempre l’azienda dimostra nei confronti dell’ambiente, definendo, a tal fine, i principi applicabili alle politiche ambientali di tutte le società del Gruppo e al coordinamento delle azioni intraprese in tale ambito. Viene posto così un tassello ulteriore – dopo il progetto “Zero infortuni”, mirato alla


riduzione degli incidenti nei luoghi di lavoro – nella direzione dello sviluppo sostenibile del Gruppo, al fine di raggiungere un equilibrio ottimale tra crescita economica, tutela dell’ambiente e responsabilità sociale, attraverso l’applicazione, anche migliorativa, delle normative vigenti e degli standard ecologici. La Politica Ambientale è un elemento centrale della mission della società, al pari di produttività, efficienza, sicurezza e salute, qualità e ricerca tecnologica; pertanto, in base a questa linea, saranno varati mirati programmi gestionali, tesi a prevenire e ridurre gli effetti negativi sull’ambiente e a ottimizzare e razionalizzare l’utilizzo di risorse non rinnovabili. Sono in via di definizione anche specifici programmi di sensibilizzazione e di formazione, oltre che un’adeguata politica di comunicazione, rivolti a tutti i dipendenti, tra i principali protagonisti della Politica Ambientale del Gruppo. In questo ambito, Italcementi Group, è da sempre attivo nel costante ed attento monitoraggio dell’impatto esercitato dai propri processi produttivi sull’ambiente: viene esercitato un regolare controllo delle emissioni di polveri, di inquinanti gassosi nonché di microinquinanti organici ed inorganici emessi nell’atmosfera e viene associata tale attività al recupero di residui da impiegare in parziale sostituzione delle materie prime e dei combustibili convenzionali. Le crescenti esigenze ambientali hanno influito positivamente sulle attività di recupero dei residui da utilizzare, sia come materie prime, sia come combustibili, presso le cementerie del Gruppo. Anche i metodi di coltivazione adottati nelle cave sono orientati al rapido ed efficace recupero paesaggistico. In particolare è ormai affermata una tendenza che non si limita al “ripristino” ambientale, ossia al puro reinserimento dell’area nel contesto di cui fa parte, ma si propone di valorizzare le aree di cava adattandole a funzioni ed usi nuovi e anche migliorativi rispetto a quelli preesistenti. Il documento “Linee Guida della Politica Ambientale di Italcementi Group” su Internet: http//www.italcementigroup.com

T

he business world is increasingly aware of the need to safeguard the environment and set certain universally held social values, a challenge committing firms to get actively involved in the creation of a “sustainable future.” To this end the World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), a worldwide organization incorporating over 150 companies, has devised an important project called the Cement Sustainability Initiative involving leading companies in the sector. The ten leading cement manufacturers have signed the so-called “Agenda for Action” publishing the results of a twoyear program of independent research and stakeholder consultation. The project focuses on the contribution the cement industry can make to developing more sustainable growth and is aimed at devising ideas and concrete action to bring about positive changes in its own long-term activities. The basic idea behind this project is to try and reduce negative impact on the environment and community as a whole. The goal of identifying and facilitating actions that companies can jointly take to speed up this process moves hand-in-hand with their “license to operate” facing both problems and opportunities. The protocol sets out a fiveyear program of actions that take the companies further toward sustainable development. This is the only way of guaranteeing a process of business growth in which environmental, social and economic factors all play an equally important role. The key priority areas for the cement industry are protecting the climate, the exploiting of fuels and raw materials, health

and safety at the work place, and reducing emissions and environmental impact on local communities. Anticipating this project, last April the Group’s CEO, Giampiero Pesenti, has approved and signed the “Key Principles of the Italcementi Group’s Environment Policy,” as evidence of the Group’s ongoing commitment to environmental issues. Principles applicable to the environmental policies of all the Group’s companies and to coordinating action undertaken in this sphere have also been drawn up. This would be another step in the direction of the Group’s sustainable development - in the wake of the “Zero accidents” project aimed at reducing accidents at work places - in an attempt to create a perfect balance between business growth, environmental protection and social responsibility by enforcing (and even improving) the regulations and ecostandards currently in force. Environment Policy is a key element of the Group’s corporate mission as well as productivity, efficiency, safety and health, quality and technological research; based on this general policy, management programs will be set under way to prevent and reduce negative effects on the environment and optimize/rationalize the use of non-renewable resources.

Special training and awarenessdevelopment programs are also being drawn up, together with a suitable communications policy aimed at all the employees, major players in the Group’s Environment Policy. In this respect the Italcementi Group has always been careful to constantly monitor the environmental impact of its own manufacturing processes: emissions of dust, polluting gases and organic/inorganic micro-pollutants given off into the atmosphere are all regularly monitored and backed-up by salvaging processes designed to partly replace conventional fuels and raw materials. Growing environmental demands have had positive influence on the recovery of waste both as raw materials and as fuels at the Group’s cement plants. Even excavation methods used in the quarries are geared to rapid and effective landscape recovery. The tendency is now to move beyond mere environmental “restoration,” or in other words just re-incorporating the exploited area in its proper setting, to actually redeveloping quarry areas by adapting them to new and even better uses and functions than they were previously used for. The document outlining the “Italcementi Group’s Key Principles of Environment Policy” can be found at the Internet site: http//www.italcementigroup.com

89


I numeri di Italcementi Group Italcementi Group: Facts and Figures

90

P

rosegue il trend positivo dei risultati nonostante il rallentamento dell’economia mondiale e l’incertezza che caratterizza i mercati. I livelli globali di attività del Gruppo nel primo trimestre 2002 sono migliorati rispetto a quelli già decisamente buoni dei primi tre mesi dello scorso anno e risultano sostanzialmente in linea con i risultati registrati al 31 dicembre 2001. Nell’esercizio 2001 Italcementi Group ha realizzato un significativo miglioramento dei risultati. Il forte progresso della gestione industriale è stato sostenuto dal positivo andamento dei ricavi e dalla realizzazione del programma di riduzione dei costi anche di fronte alla sfavorevole dinamica dei costi energetici. Il primo trimestre 2002 Nel primo trimestre 2002 Italcementi Group ha registrato un fatturato di 937,7 milioni di euro, con un incremento del 3,3% rispetto al medesimo periodo dell’esercizio precedente per effetto dell’evoluzione positiva dell’attività (+1,3%), dell’ampliamento dell’area di consolidamento (+1,3%), nonché per la variazione dei tassi di cambio (+0,7%). Il maggior contributo all’aumento dei ricavi è venuto dai Paesi dell’Unione europea, principalmente dall’Italia, mentre le flessioni più significative hanno interessato la Turchia e, per effetto della considerevole diminuzione dei prezzi, la Thailandia. L’andamento del primo trimestre è scarsamente rappresentativo della tendenza dell’intero esercizio per le caratteristiche del settore in cui il Gruppo opera. Nel primo trimestre dell’anno il margine operativo lordo (176,7 milioni di euro) e il risultato operativo (84 milioni

di euro) hanno evidenziato una flessione pari rispettivamente all’1,8% e al 2,5%. L’aumento dei costi operativi, pur contrastato dai programmi per il miglioramento dell’efficienza industriale, ha subito un significativo impatto dal prolungato periodo di sciopero nelle cementerie di Ciments Calcia (Francia). I risultati sono stati inoltre influenzati dalla flessione dei ricavi medi unitari in Thailandia. Buono è stato invece l’andamento dell’Italia e degli altri Paesi dell’Unione europea e del Nord America. Il venir meno delle perdite di cambio registrate lo scorso anno per la svalutazione della lira turca e l’apporto di Suez Cement, consolidata nel periodo in esame con il metodo del patrimonio netto, hanno sostanzialmente determinato il cospicuo progresso dell’utile. L’utile totale sale da 17,9 a 28,1 milioni di euro, mentre l’utile di pertinenza del Gruppo cresce da 12,2 a 24 milioni di euro. La capogruppo Italcementi Spa ha realizzato un fatturato di 205,4 milioni di euro (+6,1%) e un margine operativo lordo di 52,9 milioni di euro (+7,6%) mentre l’utile netto è passato da 16,3 a 20,5 milioni di euro con un miglioramento del 25,9% rispetto al corrispondente periodo del 2001. L’esercizio 2001 Nel corso dell’esercizio 2001 è proseguita la strategia di espansione del Gruppo nei Paesi emergenti ad alto potenziale di crescita. Nel gennaio 2001 Ciments Français, sub-holding per le attività internazionali di Italcementi Group, con un investimento di 69 milioni di euro, è diventata azionista al 50% della società indiana Zuari Cement Ltd, jointventure paritetica con Zuari

Industries Ltd che ha conferito la propria attività cemento costituita dall’impianto di Yerraguntla, nell’Andhra Pradesh (stato dell’India centrale). Tale presenza si è ulteriormente rafforzata all’inizio dell’esercizio in corso attraverso l’acquisizione da parte di Zuari Cement, del 94,7% del capitale di Sri Vishnu Cement situata sempre nello stato dell’Andhra Pradesh. Gli investimenti realizzati consentono al Gruppo di essere presente sul terzo mercato mondiale nel settore del cemento. Nell’ottobre scorso il Gruppo ha acquisito il 25% di Suez Cement Company, primo gruppo egiziano nel settore del cemento, che, con una capacità produttiva di 8,5 milioni di tonnellate ripartita su tre impianti (Suez, Quattamiah e Tourah) detiene circa il 25% del mercato nazionale. Ciments Français è inoltre entrata a far parte di un patto di sindacato che rappresenta il 74% dei diritti di voto. Alla fine del passato esercizio è stato inoltre rilevato un ulteriore 6,2% della società egiziana elevando la partecipazione al 31,2% del capitale. Complessivamente l’investimento è stato pari a circa 279 milioni di euro. Successivamente alla chiusura dell’esercizio è stato acquistato un ulteriore 2,8% del capitale sociale di Suez Cement. L’esercizio 2001, evidenzia a livello consolidato un incremento del fatturato da 3.811 a 4.063 milioni di euro: l’incremento del 6,6% è dovuto per il 5,3% all’evoluzione positiva dell’attività, per l’1,1% alla variazione di perimetro dovuta al consolidamento proporzionale della società indiana Zuari Cement Ltd e per lo 0,2% all’effetto derivante dalla variazione dei

tassi di cambio. Il margine operativo lordo consolidato, 1.029 milioni di euro, ha evidenziato un miglioramento del 10,2% e rappresenta il 25,3% dei ricavi (24,5% nel 2000). All’incremento del Mol hanno contribuito i Paesi dell’Unione europea (in particolare Italia, Francia e Grecia), i Paesi emergenti ad eccezione della Turchia, mentre l’apporto del Nord America è dovuto all’effetto positivo dei tassi di cambio. Il risultato operativo di 654,4 milioni di euro, pari al 16,1% dei ricavi (14% nel 2000), è aumentato del 22,7%. Escludendo l’effetto dell’incremento degli ammortamenti nel 2000, derivanti dalla rivalutazione volontaria dei cespiti, la crescita del risultato operativo sarebbe stata del 14,8%. Il risultato operativo di 654 milioni di euro è aumentato del +22,7% rispetto all’esercizio precedente, nel 2000 la capogruppo Italcementi Spa aveva scontato maggiori ammortamenti dovuti alla rivalutazione volontaria dei beni patrimoniali prevista dal cosiddetto “Collegato fiscale” con la conseguente riduzione del risultato operativo. L’utile totale di Gruppo per l’esercizio 2001 è stato di 283 milioni di euro con un incremento del 18,1%, mentre l’utile di pertinenza del Gruppo ammonta a 201,3 milioni di euro (+23,8%). La capogruppo Italcementi Spa ha realizzato nell’esercizio 2001 risultati molto positivi: l’utile netto è aumentato da 87,4 milioni di euro a 122,6 milioni di euro (+40,3%); escludendo l’effetto della rivalutazione volontaria dei cespiti realizzata nel 2000 il risultato netto sarebbe aumentato del 12,7%. Sostenuto da ricavi pari a 839,7 milioni di euro (+12,1%), il margine


operativo lordo di Italcementi Spa, pari a 247,8 milioni di euro (206,6 milioni nel 2000), ha registrato un aumento del 19,9% e rappresenta il 29,5% dei ricavi (27,6% nell’esercizio precedente). Il risultato operativo, 185,3 milioni di euro (109,4 milioni), rappresenta il 22,1% dei ricavi.

Vendite e consumi interni per settore di attività

Margine operativo lordo per area (valori espressi in milioni di euro)

(a parità di perimetro)

Sales volumes and internal consumption by business

Gross operating profit by geographical area (in millions of euro)

(on a comparable basis)

934 Unione europea European Union

2001

53.1

+3.8% 42.5

4.0

69%

68% +0.7%

■ ■ ■ ■ ■ ■

di cui Italia / of which Italy

28%

28%

T

Nord America / North America

17%

16%

14%

16%

2000

2001

he positive trend continues despite the slowdown in the world economy and the uncertainty affecting markets. In the first quarter of 2002, overall Group performance improved compared with the already positive performance of the previous year’s first quarter, in line with the results recorded at year-end 2001. In financial year 2001, despite the unfavorable trend in energy costs, Italcementi Group reported a significant improvement in income from industrial operations, due to increased sales and the successful implementation of a cost-cutting program. First quarter 2002 In the first quarter of the year, the Italcementi Group recorded net sales of €937.7 million, an increase of 3.3% compared to the same period in 2001, due to the growth in operations (+1.3%), the enlargement of the consolidation area (+1.3%), as well as to translation effects (+0.7%). The main contribution to the increase in net sales came from the countries in the European Union, principally Italy, while the largest decreases were recorded in Turkey and, because of low price levels, Thailand. First-quarter performance is not generally representative of performance for the year as a whole because of the nature of the Group’s business sectors. In the first quarter gross operating profit (€176.7 million) and operating income (€84 million) fell by 1.8% and 2.5% respectively. The increase in operating costs, although limited by industrial efficiency improvement plans, was aggravated by the prolonged strike in Ciments Calcia’s (France) cement plants. The results were also affected by the fall in average unit net sales in Thailand. On the other hand, performance was good in Italy and the other countries in the European Union and in North America.

+0.9% 53.6

2000

1.029

Altri (Paesi emergenti) Others (Emerging markets)

18.4

Cemento e clinker (Mt) Cement and clinker (Mt)

Inerti (Mt) Aggregates (Mt)

18.5

Calcestruzzo (Mm ) Concrete (Mm ) 3

3

91

Continua la crescita dei ricavi e dei risultati (valori espressi in milioni di euro)

Continuing growth trend (in millions of euro)

2071 1911 Patrimonio netto di gruppo Group shareholders’ equity

1553

Ricavi Net sales

2879

1745 1578

4063

3811

3406

3018

657 640 654

541 533

Cash flow (utile+ammortamenti)

Cash flow Risultato operativo Operating income

510

436

411

405

% R.O./Ricavi

335

11.6 Utile di gruppo Group net income

40 1997

The reduction in translation losses against those recorded last year due to the devaluation of the Turkish lira and the contribution of Suez Cement, which was consolidated in the first quarter with the equity method, were largely responsible for the significant growth in income. In fact, net income rose from €17.9 to €28.1 million while Group net income from €12.2 to €24 million. The parent company Italcementi Spa recorded net sales of €205.4 million (+6.1%) and gross operating profit of €52.9 million (+7.6%), while net income rose from €16.3 to €20.5 million, an increase of 25.9% compared to the same period in 2001. Full year 2001 During the year, the Group continued its strategic expansion in developing countries with high growth potential.

15.0

13.4

138

14.0 163

16.1 201

% Operating income/ Net sales

71 1998

1999

In January 2001 Ciments Français, the sub-holding for Italcementi Group’s international activities, became a 50% shareholder in the Indian company Zuari Cement Ltd through a €69 million investment. This is a 50/50 joint venture with Zuari Industries Ltd, which contributed its own cement business, represented by the facility at Yerraguntla, in Andhra Pradesh (central India). Operations were further reinforced at the beginning of the current year through the acquisition by Zuari Cement of 94.7% of the share capital of Sri Vishnu Cement, also based in the state of Andhra Pradesh. These investments give the Group entry on to the third largest cement market in the world. Last October the Group acquired 25% of Suez Cement Company, the leading Egyptian cement company, which, with a production

2000

2001

capacity of 8.5 million metric tons spread over three sites (Suez, Quattamiah and Tourah), has around 25% of the national market. Ciments Français has also joined a shareholders’ agreement, which represents 74% of voting rights. At the end of last year, a further 6.2% was acquired in the Egyptian company, thus increasing the shareholding to 31.2% of the share capital. The overall investment was approximately €279 million. Since closure of the financial year, an additional 2.8% shareholding has been acquired in Suez Cement. The consolidated results for financial 2001, show an increase in net sales from €3.811 bn to €4.063 bn: the 6.6% increase was 5.3% due to increased business, 1.1% due to the change in the consolidation area owing to the proportional consolidation of the Indian company Zuari Cement Ltd, and 0.2% due to


the effect of exchange rate fluctuations. Consolidated gross operating profit, €1.029 bn, improved by 10.2% and represents 25.3% of net sales (24.5% in 2000). The increase in gross operating profit was due to the European Union countries (especially Italy, France and Greece) and developing countries (except Turkey), while the contribution from North America was due to exchange rate gains. Operating income of €654.4

92

million, representing 16.1% of net sales (14% in 2000), rose by 22.7%. Excluding the effect of higher amortization charges in 2000 as a result of voluntary asset revaluations. the growth in operating income would have been 14.8%. Operating income of €654 million increased by +22.7% compared to the previous year; in 2000 the parent company Italcementi Spa took higher amortization and depreciation charges due to the voluntary revaluation of

its assets as allowed under Italian tax laws, with a corresponding reduction in operating income. Total Group net income before minority interest for 2001 was €283 million, an increase of 18.1%, while Group net income was €201.3 million (+23.8%). In 2001 the parent company Italcementi Spa reported very positive results: net income increased from €87.4 million to €122.6 million (+40.3%); excluding the effect of

voluntary asset revaluations occurred in 2000, net income would have increased by 12.7%. Helped by net sales of €839.7 million (+12.1%), Italcementi Spa’s gross operating profit, at €247.8 million (€206.6 million in 2000), rose by 19.9%, for a return of 29.5% on net sales (27.6% in the previous year). Operating income, €185.3 million (€109.4 million), was 22.1% of net sales.

Bilbao, punto di riferimento urbanistico Bilbao, a reference in urban planning

A

rcVision ha ritenuto interessante pubblicare la lettera indirizzata alla municipalità di Bilbao dal Comitato Permanente per lo Sviluppo Urbano di Oslo a titolo di testimonianza per l’impegno dimostrato dalla società Financiera y Minera, filiale spagnola di Italcementi Group, nel programma di riqualificazione urbana della città basca. Financiera y Minera (Cementos Rezola e Hormigones y Minas) è stata notevolmente coinvolta nel processo di “rivitalizzazione” della città di Bilbao, attraverso l’attiva partecipazione alle più importanti opere realizzate a Bilbao negli ultimi cinque anni, tra le quali spiccano il Museo Guggenheim, il Metropolitan, il nuovo palazzo dei congressi “Euskalduna”, il nuovo terminal aeroportuale “Santiago Calatrava”, le infrastrutture che circondano la città, il ponte “Calatrava” sul fiume di Bilbao, ecc… Financiera y Minera è stata inoltre particolarmente impegnata nel 2001 nell’ambito delle celebrazioni per il settecentesimo anno della fondazione della città attraverso, ad esempio, la sponsorizzazione di alcuni importanti interventi urbanistici che hanno visto la collocazione di supporti artistico/architettonici nelle principali piazze e crocevia della città per un periodo di sei mesi. Tutti questi interventi hanno contribuito ad affermare il ruolo di Financiera y Minera come uno dei principali attori dello sviluppo urbanistico e della rivitalizzazione dell’area metropolitana di Bilbao. Una delegazione della municipalità di Oslo, il Comitato Permanente per lo Sviluppo Urbano, ha visitato nel settembre 2001 la città di Bilbao a seguito di un seminario tenutosi in febbraio a Oslo e intitolato “Bilbao, la voglia di riuscire!”. Il seminario mirava a chiarire i vari aspetti della grande rivitalizzazione della città – determinata, tra gli altri fattori, da una efficiente e ben organizzata cooperazione tra i settori pubblico e privato. In ogni caso, il punto di maggior rilievo è che Bilbao era la dimostrazione di una tendenza completamente nuova in campo urbanistico. Così non si è perso tempo nell’organizzare una visita alla capitale basca per esaminare in situ il processo che aveva suscitato tanto interesse nel nostro Paese. Durante la visita, abbiamo presto compreso come uno dei fattori chiave che avevano prodotto tali sviluppi fosse

l’organizzazione del progetto urbanistico e la sua esecuzione in modo flessibile e non burocratico. Un ulteriore aspetto, si è capito, era che l’idea originale non era basata solo su interessi locali, ma era stata estesa alla regione intorno a Bilbao e alla nazione intera. In terzo luogo, si percepiva come i mercati e l’industria in ambito provinciale avessero mantenuto un atteggiamento positivo verso la cooperazione e l’esecuzione dei vari progetti. Infine, siamo giunti alla conclusione che Bilbao in questo frangente aveva poca o nessuna scelta. La città doveva comunque fare qualcosa! Se trasferissimo tutti questi fattori a Oslo, ci troveremmo a fronteggiare un’enorme sfida – per dar vita a una struttura organizzativa altrettanto valida di quella di Bilbao. Il nostro sistema parlamentare non ha precedenti nel mettere a punto un’organizzazione con così

ampia autorità da poter guidare il processo di sviluppo urbano. La municipalità è la più alta autorità per quanto riguarda sia l’urbanistica sia i problemi relativi alla proprietà e alla finanza, ma non ha esperienza alcuna nella creazione del coordinamento necessario a una così vasta scala. In tale contesto, Oslo si sa confrontando con una delle più vaste imprese di sviluppo degli ultimi decenni – precisamente quella di trasformare la locale area portuale di Bjørvika in un’area urbana multifunzionale con funzioni residenziali, commerciali, culturali e attività per il tempo libero. Quest’area rappresenta la migliore scommessa della città e a tal fine è stata creata una società di sviluppo della quale l’Amministrazione Comunale è azionista. Al momento, non abbiamo idea di come si svilupperà il

nostro progetto, poiché siamo ancora in una fase preliminare, ma siamo certi che Bilbao e il modo in cui sono state fatte le cose lì ci piace. Abbiamo visitato molte zone della città, siamo stati al Guggenheim Museum e abbiamo ammirato i colori brillanti per le strade durante i festeggiamenti in commemorazione del 700° anniversario della città. È stato un vero piacere. È stato quel momento a ricordarci la tigre, il simbolo di Oslo durante la commemorazione nel 2000, per i suoi mille anni. Ma questa è un’altra storia e ve la racconteremo quando verrete a trovarci. In ogni caso, Bilbao è una città dove vorremmo tornare! Kari Kiil Segretario del Comitato Permanente per lo Sviluppo Urbano di Oslo (Testo e immagini ceduti ad arcVision dalla rivista Bilbao Ría 2000)


A

rcVision decided to publish the letter written by the Oslo Permanent Committee for Urban Development to the municipality of Bilbao as a tribute to the commitment of Financiera y Minera, the Spanish subsidiary of the Italcementi Group, in the program of the Basque City’s urban redevelopment. Financiera y Minera (Cementos Rezola and Hormigones y Minas) has been actively involved in the successful “revitalization” of the city of Bilbao. It has played and active role in the completion of the city’s most significant works over the past five years, the most notable being the Guggenheim Museum, the Metropolitan, the new “Euskalduna” Conference Center, the new “Santiago Calatrava” airport terminal, the infrastructures surrounding the city, the “Calatrava” bridge above Bilbao’s river, etc… In 2001, Financiera y Minera also played an especially active role in the city’s 700th anniversary celebrations by sponsoring several important urban development operations which placed artistic/architectural elements in the main squares and crossroads of the city for six months. All these operations have strengthened Financiera y Minera’s position as a leading actor in the urban development and revitalization of the Bilbao metropolitan area. A representation from Oslo Town Hall, the Permanent Committee for Urban Development, visited Bilbao in September 2001, following a seminar in Oslo in February called “Bilbao, the will to succeed!”. The seminar helped us to clarify the various aspects of successful revitalization of the city – created, among other factors, by efficient and wellorganized co-operation between the public and private sectors. In any case, the most important point is that Bilbao was providing evidence of a completely new tendency in town planning. Thus we lost no time in arranging a visit to the capital of Vizcaya in order to examine in situ the process which had aroused such interest in our country. During the visit, we quickly realized that one of the conditioning factors which had produced such developments was Un’immagine notturna del Museo Guggenheim.

A night view of the Guggenheim Museum.

organization of planning and execution in a nonbureaucratic and flexible manner. A further aspect, we realized, was that the original idea was not solely based on local concerns, but had been extended to include the region around Bilbao and the country as a whole. Thirdly, we felt that markets and industry within the province have maintained a positive attitude with regard to cooperation and execution of the various projects. Last but not least, we reached the conclusion that Bilbao had little or no choice in the matter. The city had to do something, after all! If we transfer all these concerns to Oslo, we would be faced with an enormous challenge – establishing an organizational structure as powerful as in Bilbao. Our parliamentary system contains no precedents for setting up an organization with a wide range of authority which can

spearhead the process of urban development. The Town Hall is the highest authority with regard to both town planning and problems relating to property and finance, but it has no experience in the creation of the co-ordination which would be required on such a large scale. Within this context, Oslo faces one of the most extensive development tasks in many decades – namely, transforming our local port area, Bjørvika, and turning it into a multi-functional city area for housing, trading, and cultural and leisure activities. This area represents the city’s best bet, and so a development company has been created to this end, with the Town Hall as a shareholder. At the moment, we have no idea as to how our project will develop, since we are still very much in the early stages, but one thing we are certain

about is that we like Bilbao, and we like the way things are being done. We have visited many parts of the Villa (as you call your city), we have been to the Guggenheim Museum and have admired the bright colors of the street cows in commemoration of the 700th anniversary of the city. This was a real pleasure for us. It was then that we remembered our tiger, the symbol of Oslo on the city’s commemoration in 2000 of its 1,000 years of existence. But that is another story, and we will tell you about it when you come here. In any case, Bilbao is a city we would love to come back to! Kari Kiil Secretary of the Permanent Committee for Town Planning in Oslo

Text and images provided to arcVision by the magazine Bilbao Ría 2000)

93


Il peso della qualità The weight of quality

N

94

uova gamma con sacchi da 35 kg per Ciments Calcia La produttività non è più il solo obiettivo di un’azienda produttrice di cemento. La sicurezza, il benessere degli operatori e il rapporto equilibrato con l’ambiente sono veri e propri parametri di valutazione dell’attività, con una connotazione strategica oltre che etica. Seguendo queste linee guida, il 5 ottobre 2000 Sfic1, Capeb2, FFB-UMGO3 e FNNMC4 hanno siglato un accordo per il miglioramento delle condizioni d’igiene e sicurezza nei cantieri. Una conseguenza immediata dell’intesa è stata la riduzione del peso dei sacchi di cemento da 50 a 35 kg. “Questa innovazione riduce del 30% il peso, quindi gli sforzi del personale nei trasporti“ dichiara Gilles Marmoret, consulente Capeb. “È un segno preciso dell’impegno, in prima persona, di tutti, per migliorare il lavoro all’interno delle nostre aziende” sottolinea Sabine Vèron, responsabile marketing per i sacchi di cemento a Ciments Calcia. “Abbiamo immediatamente riconvertito i nostri impianti e dato il via alla produzione – continua – I primi test presso i clienti hanno dimostrato un’accoglienza molto favorevole”. Novità su tutta la linea Gli stabilimenti di Ciments Calcia si sono preparati da tempo a riconvertire totalmente la produzione, con una vera e propria rivoluzione delle infrastrutture. Si è reso necessario l’adattamento, e nella maggior parte dei casi un rinnovamento completo, delle linee d’insaccaggio, per un costo globale di circa 30 milioni di euro. Tre anni per completare il progetto: un lasso di tempo relativamente breve, considerando la complessità dell’operazione. “Abbiamo dovuto ripensare le nostre linee dall’A alla Z – precisa Jean Luc Descaves, della Divisione Tecnica e Produzione del Cemento – Le macchine per il confezionamento devono essere in grado di movimentare un volume elevato di sacchi da 35 kg.

Gli impianti automatizzati che posizionano i sacchi di fronte alle bocche di riempimento sono stati cambiati. Nuovo anche il sistema di pesatura, che adesso è in grado di determinare in modo automatico il peso di ciascuna unità, e di inviare il prodotto in eccedenza verso il riciclo”. Dopo il confezionamento vero e proprio, i sacchi passano attraverso un dispositivo per la pulizia, e poi vengono impilati su pallet, con un nuovo sistema di caricamento. Conclude il ciclo un’incollatrice, che ne rende più stabile l’assetto. Una stampante ad alta velocità imprime su ogni sacco la data di fabbricazione, e su richiesta i pallet possono essere avvolti da una pellicola termoplastica, per proteggere i sacchi dagli agenti atmosferici. “Una delle nostre priorità durante tutta la fase di cambiamento – aggiunge Jean Luc Descaves – è stata la sicurezza. Le macchine dovevano rispondere ai più elevati standard in materia, e i fornitori si sono impegnati a tenere corsi di formazione specifici per i macchinari da loro installati”. Nove dei dodici stabilimenti di Ciments Calcia stanno lavorando con le nuove linee. “Il sacco da 35 kg è il nostro futuro” conclude Jean Luc Descaves. Confezioni che parlano La riorganizzazione delle linee per la confezione di sacchi da 35 Kg è stata lo stimolo per un ripensamento estetico, con una nuova definizione degli involucri. Il sacco diventa così anche un efficace strumento di comunicazione, e facilita le scelte del cliente con indicazioni chiare sull’utilizzo del contenuto. “Siamo partiti dall’idea di mettere in relazione diretta le soluzioni da noi proposte e le esigenze dei nostri clienti” commenta Sabine Vèron. La sfida? Quella di creare un linguaggio semplice e accessibile, per presentare l’ampiezza della gamma e tutte le sue caratteristiche. L’idea centrale è di strutturare i contenuti in relazione all’utilizzo finale del prodotto. Tre le suddivisioni principali della gamma: Calcia “Strutture”, Calcia

“Murature” e Calcia “Finiture”. Nomi commerciali che indicano con chiarezza la destinazione d’uso, e sono arricchiti con indicazioni sulla classe di resistenza dei prodotti ed eventualmente sulle caratteristiche complementari (ES, ad esempio, sta per “eaux sulfateès” acque solfatate). Una breve formula descrittiva spiega nei dettagli la destinazione del prodotto: Ultracem è “il cemento ad alte prestazioni”. Hugues de Penfentenyo, direttore commerciale, ci illustra le basi comunicative dell’iniziativa. “Il termine ‘cemento’ è troppo generico, non dà nessuna indicazione sull’utilizzo o sui vantaggi del prodotto. Le denominazioni dei prodotti erano inoltre troppo tecniche, e la nuova normativa europea non ha certo semplificato le cose. Abbiamo semplicemente voluto porre l’accento sulla ‘personalità’ di ciascuno dei nostri prodotti, in relazione a domande specifiche, a esigenze concrete del mercato”. Dopo un lungo processo di elaborazione creativa, si è pensato all’introduzione del suffisso “CEM”, di universale comprensione europea. Inoltre, per un criterio di trasparenza, su ogni sacco compaiono chiaramente la certificazione di qualità e la certificazione ambientale adottate dallo stabilimento dove il cemento è stato confezionato. Rendere il lavoro più semplice a chi utilizza e a chi commercia il cemento: ecco lo

scopo finale di questa piccola rivoluzione linguistica, l’ennesimo segnale dell’interesse di Italcementi Group per un dialogo chiaro e diretto con i propri clienti. 1. Sfic: Sindacato francese dell’industria cementiera 2. Capeb: Confederazione degli artigiani e delle piccole imprese edili 3. FFB-UMGO: Federazione francese dell’edilizia – Unione muratura e grandi opere 4. FNNMC: Federazione francese per il commercio dei materiali da costruzione ■ ■ ■ ■ ■ ■

N

ew range: 35 kg bags for Ciments Calcia Productivity is no longer the only objective of cement manufacturers. Safety, workers’ welfare and balanced relations with the environment have become important parameters in gauging their activities, with both strategic and ethical implications. In accordance with these guidelines, on October 5, 2000, the Sfic1, Capeb2, FFBUMGO3 and FNNMC4 signed an agreement to improve health and safety conditions on construction sites. One of the immediate results of this agreement was to reduce the weight of cement bags from 50 to 35 kg. “This innovation reduces the weight by 30%, making it easier for workers to carry the bags,” says Gilles Marmoret, a Capeb advisor. “It is a tangible sign of everybody’s direct


commitment to improving the working conditions in our companies,” points out Sabine Vèron, Ciments Calcia’s marketing manager for cement bags. “We immediately converted our plants and began production. The results of the first tests conducted with our customers are very encouraging.” Innovation across the board For some time now, Ciments Calcia plants have been preparing to renovate all their production activities by completely revamping their infrastructures. The adaptation and, in most cases, the complete renovation of the bagging lines has become necessary. The overall cost will amount to approximately €30 million. It will take three years to complete the project: a relatively short timeframe considering the complexity of the operation. “We had to rethink our production lines from A-Z,” says Jean Luc Descaves of the Cement Production and Technology Department. “The packing machines must be capable of handling large numbers of 35 kg bags. The automated systems that place the bags in front of the filler ducts have been changed. The

weighing system is also new. It is now capable of automatically determining the weight of each unit and sending excess product through for recycling.” Once filled and packed, the bags are sent through a cleaning device and then piled onto pallets by a new loading system. A gluing machine completes the cycle to make the lot more stable. A highspeed printer prints the production date on each bag and, upon request, the pallets can be wrapped in a thermoplastic film to protect them against the weather. Jean Luc Descaves points out that, “one of our priorities in the renovation phase was safety. The machines had to meet the highest standards, and suppliers organized special training courses for the equipment they installed.” The new lines are operational in nine out of the twelve Ciments Calcia plants. “The 35 kg bag is our future,” concludes Jean Luc Descaves. Talking packages The reorganization of the 35 kg bag packing lines provided the incentive to rethink the appearance and re-define the very concept of the bag. As a result, bags have become an effective means of

generic, it says nothing about the use and characteristics of the product. The product names were too technical, and new European norms certainly did not simplify things. We simply chose to emphasize the ‘personality’ of each product, based on specific needs and actual market demand.” After an extensive creative process, the idea of introducing the suffix “CEM,” universally understandable in Europe, was born. Moreover, to make things as simple as possible, each bag is clearly marked with a quality seal and the plant’s environmental certification level. Ultimately, the goal of this minor linguistic revolution is to simplify the work for anybody using or selling the cement. This is further proof of Italcementi Group’s active interest in fostering clear and direct relations with its customers.

communication, assisting customers in their choices with clear instructions on how to use their contents. “The basic idea was to put our solutions and our customers’ needs in direct contact,” says Sabine Vèron. The challenge? To create a clear and simple language to present the full breadth of our product line and all its characteristics. The basic concept is to structure the contents according to the final use of the product. The line is divided into three main categories: Calcia “Structures,” Calcia “Masonry” and Calcia “Finishings.” These commercial names clearly indicate the intended use and are supplemented with additional information about the resistance rating of the products and, in certain cases, other complementary characteristics (ES, for example, stands for “eaux sulfatées,” sulphated waters). A short descriptive sentence provides a detailed explanation of the use of the product: Ultracem, for example, is a “highperformance cement.” Hugues de Penfentenyo, Sales Manager, illustrates the foundation of the project’s communications strategy. “The term ‘cement’ is too

1. Sfic: French Cement Manufacturers Union 2. Capeb: Confederation of craftsmen and small construction companies 3. FFB-UMGO: French Construction Federation - Union of builders and major construction works 4. FNNMC: French federation for trading in construction materials

shock elettrico solo ed esclusivamente in caso di fibrillazione ventricolare o tachicardia ventricolare”. Significative in questo senso le esperienze negli Stati Uniti e in Europa. Nelle città dove l’assistenza è riservata esclusivamente al personale medico qualificato, ad esempio a New York, la percentuale di sopravvivenza è minima, dall’1 al 2%, soprattutto per la lentezza dei tempi di intervento. Al contrario, dove prevale il modello della diffusione capillare con l’assistenza di personale non medico, come a Rochester, nel Minnesota, la percentuale sale al 47%. In Italia, dove ogni anno si verificano più di quarantamila casi, se l’intervento fosse effettuato tempestivamente, entro i fatidici cinque minuti, si potrebbero salvare almeno

diecimila persone. “Sono dati che fanno pensare – prosegue Mario Del Prete – e che ci hanno fornito motivazioni fortissime per dare inizio al nostro progetto. Colleferro è la seconda città, dopo Piacenza, a impegnarsi nella creazione di questa rete di punti di primo intervento. Siamo quindi un centro pilota, anche per le caratteristiche del nostro Comune, punto di riferimento industriale e commerciale delle zone circostanti con un territorio che si estende complessivamente per circa 100 chilometri con una popolazione di 100.000 abitanti. Naturalmente, l’impegno diretto richiesto alla comunità è notevole, perché accanto ad ogni defibrillatore ci deve essere una squadra di volontari che abbiano seguito

Angeli in cementeria Angels at the cement plant

I

talcementi regala un defibrillatore mobile alla comunità di Colleferro Nella cementeria Italcementi di Colleferro, vicino a Roma, fa il suo ingresso un dispositivo sofisticato che non servirà a incrementare la produttività, ma avrà lo scopo, socialmente più utile, di salvare vite umane. La donazione del defibrillatore semiautomatico mobile, così si chiama l’apparecchiatura, fa parte di un progetto più vasto, ideato dall’Associazione “Angeli del cuore”. Il programma, avviato nel 1999, prevede di creare una rete di postazioni su tutto il territorio nazionale, per prevenire la morte improvvisa da arresto cardiaco, una patologia che in Italia colpisce un abitante su mille. Un evento tutt’altro che raro, con conseguenze

drammatiche e un tempo d’intervento ridottissimo. Solo cinque minuti, prima che il cuore e il cervello subiscano danni irreversibili. Mario Del Prete, Presidente dell’Associazione “Angeli del Cuore” e Assessore alla Sanità del Comune di Colleferro, ci parla dell’iniziativa: “L’unica, efficace prevenzione consiste nell’organizzazione di una rete “ragionata” di punti di soccorso. Ovviamente non bastano gli strumenti, è necessaria anche la presenza di personale qualificato e specificamente addestrato. È importante sottolineare che non è necessaria l’assistenza di un medico o di un infermiere. La tecnologia oggi è in grado di realizzare defibrillatori semiautomatici che riconoscono l’aritmia cardiaca e forniscono l’indicazione di erogare lo

95


96

i corsi di formazione. Attualmente, la rete comprende 13 defibrillatori dislocati oltre che nella cementeria, nei cinema, nelle palestre, in alcuni studi medici, nella farmacia comunale, in un istituto tecnico professionale, in alcuni campi sportivi (la cittadina ha una forte tradizione nel gioco del rugby), sulle autovetture della Polizia Municipale, dei Carabinieri e della Polizia di Stato. Grazie alla sensibilità dei cittadini, delle Istituzioni e di aziende come Italcementi, presto saremo in grado di acquistare altri tre defibrillatori”. Anche in cementeria, quindi, un gruppo di persone ha seguito i corsi di formazione, partecipando così in prima persona al progetto di defibrillazione precoce sul territorio (P.A.D.) degli “Angeli del Cuore”. Fino ad oggi a Colleferro sono stati formati circa 1200 First Responder (primi soccorritori) con la collaborazione dell’Università di Roma. Come ha accolto questa iniziativa il personale Italcementi? Lo chiediamo a Spartaco Lolini, direttore della cementeria. “L’adesione al progetto è stata entusiastica. Non dimentichiamo che la cementeria di Colleferro tradizionalmente partecipa alla vita della comunità, ed è perfettamente inserita nel tessuto sociale del territorio. Nel 1990, per fare un esempio, abbiamo contribuito alla realizzazione dell’altare della Chiesa di S. Barbara. Nel 1995, abbiamo offerto il cemento necessario alla costruzione della Parrocchia e della casa canonica di San Bruno. La cementeria è inoltre socia sostenitrice dell’Associazione Pro Universitarie di Colleferro, che ha istituito il Corso di laurea in Ingegneria Meccanica. Un corso con indirizzi specifici ispirati dall’economia del territorio stesso, come quello in Ingegneria per lo Spazio e l’Ambiente. Non a caso, la cementeria è sede di stage per gli studenti dell’ultimo anno, che qui elaborano le tesi di laurea”. Una dialettica tra insediamento produttivo e territorio che è tipica della filosofia imprenditoriale Italcementi e che ha trovato nell’iniziativa degli “Angeli del Cuore” un’ulteriore affermazione. “Abbiamo cominciato con dieci dipendenti – spiega

Spartaco Lolini – che hanno frequentato e superato con esito positivo il corso di abilitazione, e oggi sono in grado di utilizzare un defibrillatore semiautomatico. Ma altri quindici si sono iscritti al corso iniziato nel mese di aprile di quest’anno, e presto la nostra unità operativa interna raggiungerà i 25 elementi. Un numero che parla da solo, e illustra il successo dell’iniziativa”. Quello che avviene a Colleferro è la manifestazione di una politica aziendale globale che si riflette in tutte le realtà locali. L’assunzione di una precisa responsabilità verso il territorio e la comunità che ospitano gli insediamenti produttivi di Italcementi, alla ricerca di equilibri più avanzati che, accanto ai parametri tradizionali, considerano come obiettivi prioritari la salute, la sicurezza, il rispetto dell’ambiente e, in ultima analisi, la qualità della vita. ■ ■ ■ ■ ■ ■

I

talcementi provides the Colleferro community with its own portable defibrillator A sophisticated device made its entry into the Italcementi cement factory in Colleferro, near Rome. The device is not meant to boost productivity, but to serve the much more social useful purpose of saving human lives. The donation of a portable semi-automatic defibrillator, as this piece of equipment is called, is part of a large-scale project conceived by the “Angeli del Cuore” (Angels of the Heart) Association. The program, initiated in 1999, involves setting up a network of stations throughout the country to prevent sudden death from heart attacks, a pathology that strikes one Italian in a thousand. In other words, an all too frequent event, with dramatic consequences and extremely short intervention times. After only five minutes, the heart and brain suffer irreversible damage. Mario Del Prete, Chairman of the “Angeli del Cuore” Association and Councilor in charge of Health for the Colleferro Town Council had this to say about the project: “The only effective means of prevention is to develop a “smart” network of emergency stations. Of course, the equipment alone is not enough; we also need specially trained expert staff. It

is worth pointing out that there is no need for a doctor or nurse to be present. Modern-day technology is capable of developing semiautomatic defibrillators that detect cardiac arrhythmia and activate electric shocks only and exclusively in case of ventricular fibrillation and ventricular tachycardia.” In this light, experiments carried out in both the United States and Europe are very instructive. In cities where only qualified medical staff can intervene, New York for instance, the percentage of survivors is as low 1 to 2%, mainly due to slow reaction times. In contrast, in areas with so-called capillary diffusion and the intervention of non-medical staff, such as Rochester, Minnesota, survival rates are as high as 47%. In Italy, with over forty thousand cases each year, quick action – within those fateful five minutes – would save at least ten thousand lives. “These figures are worth thinking over,” Mario Del Prete goes on to say, “and they have motivated us in setting up our project. Colleferro is the second city, after Piacenza, to set up this network of first aid stations. This makes us a pilot center, also because our town is the focal point for both industry and business for an area extending over approximately 100 kilometers and with a population of 100,000. Of course, this implies an important commitment on the part of the municipality, as each defibrillator must be manned by a team of specially trained volunteers. At present, in addition to the one in the cement factory, the network consists of 13 defibrillators located in movie theaters, gyms, a number of medical centers, the local pharmacy, a technical college, a few sports fields (the town has a long tradition of rugby), and in Municipal, Military and State Police cars. Thanks to the commitment of local citizens, institutions and businesses like Italcementi, we will soon be able to buy another three defibrillators.” A team from the cement works also attended the training courses, getting directly involved in the “Angeli del Cuore’s” project for implementing rapid defibrillation across the territory (P.A.D.). So far, in conjunction with Rome University, approximately 1,200 “First Responders” have

been trained in Colleferro. We asked Spartaco Lolini, manager of the cement works, how the Italcementi staff reacted to this project? “It was greeted with great enthusiasm. Let’s not forget that the Colleferro cement factory traditionally plays an active role in the life of the community and is perfectly integrated in the local social fabric. For example, in 1990 we helped build the altar in the Church of Santa Barbara. In 1995 we provided the concrete for the San Bruno Parish and presbytery. The factory has supported the Colleferro Pro Universities Association and its degree course in mechanical engineering. This course of study offers majors in Territorial Economics and Environmental Engineering. Not surprisingly, the cement factory offers internships to the previous year’s students, who prepare their dissertations here.” The interaction between production facilities and their geographical location is typical of Italcementi’s business philosophy. The “Angeli del Cuore” project is a perfect example. “We began with ten staff members,” explains Spartaco Lolini, “who attended and successfully passed the training course and are now qualified to use a semiautomatic defibrillator. Another fifteen have signed up for the course which began in April of this year, and soon our in-house operating unit will consist of 25 operators. The figures speak for themselves and show how successful the project has been.” Colleferro is a concrete example of a global company policy reflected in every aspect of the local community. This policy reflects the concrete commitments to the territory and communities in which Italcementi facilities are established. The company’s main objectives include the quest for greater harmony which, alongside more traditional parameters, incorporates health, safety, the environment and, ultimately, the quality of life.




Millions discover their favorite reads on issuu every month.

Give your content the digital home it deserves. Get it to any device in seconds.