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Le terrazze di pietra a secco e le aperture delle tholos in nudo cemento lo fanno sembrare da certe angolazioni un villaggio funerario primitivo. Il suo paesaggio postalluvionale ricorda soprattutto quello di un fiume, o forse di un lago, sul cui fondo prosciugato si affastellano oggetti eterogenei, che sembrano strappati ad altri spazi e ad altre vite architettoniche. Le “frane sospese” dei terrazzamenti, trattenute da reti di acciaio ossidato, sono simili alle massicciate dei canali, e rinviano alle colonne sbozzate che giacciono seminascoste all’interno del Parc Güell. Gli ossari in cemento armato prefabbricato assomigliano a dighe, ma anche agli scheletri strutturali di Notre Dame du Haute a Ronchamp. Le traversine ferroviarie annegate nel cemento della pavimentazione ricordano gli esperimenti più essenziali della Land Art californiana, e molto da vicino il Sets (Dispersal) di Michael Heizer. Frammenti con i quali Miralles seppellisce anche le spoglie architettoniche di un secolo in esaurimento, rendendo loro dovuto omaggio. Eppure il progetto possiede anche una funzione catartica e rigenerativa. I lunghi tempi di lavorazione lo fanno interagire con i lavori sviluppati nel frattempo dallo studio Miralles-Pinós, di cui assorbe e restituisce continuamente soluzioni formali e tecnologiche, come un polmone. Per descrivere queste interazioni progettuali Miralles usa la metafora del frottage, tecnica surrealista inventata da Max Ernst – resa celebre anche da Bruno Munari e dai suoi laboratori con i bambini –, basata sullo “sfregamento” con una matita di un foglio di carta sovrapposto a una superficie corrugata. Di “sfregamento” Miralles parla nel raccontare la genesi dell’Impianto Olimpico di tiro con l’arco di Barcellona (1989-92): progetto, anche nel tema, molto più solare di quello del cimitero, ma che da quest’ultimo riprende il tema del doppio muro di contenimento attrezzato, realizzato da setti in cemento prefabbricato che si piegano seguendo l’andamento del sole. Il frottage, i collages, e più in generale le tecniche di rappresentazione della avanguardie storiche (e ancor più in generale, dei bambini) sono alla base dell’approccio giocoso che caratterizzerà le opere realizzate da Miralles negli anni a venire. A distanza di quasi un secolo dalle acrobazie cartesiane di Auguste Perret, Miralles sa far “cantare” al cemento armato la poesia dell’architettura, con la solo apparente ingenuità di uno sguardo ancora infantile, mediato da un coraggio tecnico che altri suoi colleghi e coetanei non riusciranno a dimostrare, neppure in una carriera ben più lunga e fortunata. Cose viste a destra e a sinistra (senza occhiali) Durante i lavori di cantiere di Igualada, Miralles getta le basi teoriche della propria ricerca progettuale, sintetizzandole nella tesi di dottorato presentata all’ETSAB nel 1987 e intitolata Cose viste a destra e a sinistra (senza occhiali). Professionista lanciato già da alcuni anni, concentra la propria ricerca nello studio di strumenti di rappresentazione utilizzabili per lo sviluppo operativo del progetto. Una scelta alimentata anche dalle condizioni geopolitiche di quel periodo: tempi di movida, in cui, abbandonati gli occhiali delle ideologie, la mente si apriva alla vista del mondo e delle idee, almeno quanto il mercato si apriva alla domanda di edifici e infrastrutture. Miralles ricerca dunque innanzitutto una tecnica di rappresentazione che possa tradurre la complessità delle (sue) idee di spazio in uno spazio reale e costruito. La cosa sorprendente è però che le caratteristiche di rap-

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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