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Enric Miralles (EMBT) L’ordine e il caos

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hi nasce a Barcellona e vuol essere architetto ha un terribile fantasma con il quale fare prima o poi i conti, un autore/icona tanto seducente quanto schiacciante: Antoni Gaudí, “il santo”, “il genio”, “il più grande architetto del Ventesimo Secolo”, secondo punti di vista. Tra gli architetti più brillanti, forse il più brillante, della generazione sbocciata durante la “primavera spagnola” del post-franchismo, Enric Miralles è dotato di una vitalità e un’esuberanza progettuali che hanno pochi eguali fra i suoi coetanei, e per i quali secondo alcuni critici non è esagerato paragonarlo proprio al suo celebre concittadino. Difficile da collocare nei vasti e vaghi ambiti del decostruttivismo (per chi ancora ricorda la breve fortuna critica di questa tendenza), Miralles ne sfrutta gli stilemi in maniera analoga al modo in cui Gaudí usa e deforma i caratteri stilistici dell’Art Nouveau. Poco importa se il primo predilige la materia grezza e opaca, ben lontano dalla ricerca di ricchezza formale e dall’esplosione di colori dell’opera del secondo: ancor meno conta se l’esuberanza giocosa e “collettivista” dell’uno sia opposta alla follia ascetica e al misticismo solitario dell’altro. Più forte delle differenze è la comune capacità (spagnola? catalana?) di giocare con la plasticità di forme e materiali, e di concepire uno stile tanto più personale quanto “universale”. Più forte delle differenze è soprattutto la leggerezza apparente con cui entrambi miscelano le figure della Vita e della sua eterna Nemica nell’impasto del progetto, trasformando l’architettura in una materia perennemente non-finita. Nella storia di Gaudí il tema del sacro è sicuramente molto più presente che nella traiettoria progettuale di Miralles, eppure l’opera più nota di entrambi, se non la più importante, indaga proprio tale tema. La Sagrada Familia, lavoro ultimo e universalmente noto, nel caso di Gaudí. Un piccolo cimitero, realizzato quasi a inizio carriera nella cittadina di Igualada, poco lontano da Barcellona, in quello di Miralles. Lavoro celebre anche per l’eterno statuto in divenire, il primo (ancora in costruzione, nonostante la recente sfarzosa inaugurazione): lavoro terminato dopo 10 anni, il secondo (dal 1985 al 1996), ma in divenire nello spirito e nelle forme, dal carattere perennemente non finito. Ricavato all’interno di un paesaggio desolato, fatto di reperti post-industriali e frammenti di periferia, il cimitero si apre nel terreno come un’impressionante ferita disegnata. Nella sua planimetria vagamente antropomorfa si sovrappongono le geometrie pure e i raccordi ondulati dei percorsi e dei terrazzamenti, le propaggini ipogee delle tombe in nudo calcestruzzo, gli impressionanti totem di acciaio ossidato delle cancellate di ingresso.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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