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finlandese, distrutta al 90% dalle truppe tedesche: le sue architetture spesso rivestite in mattoni e con tetti a falde contrastano vivacemente con il secondo International Style di Mies van der Rohe, con le sue ambizioni ad un purismo quasi brutale che elevano il maestro del modernismo ortodosso allo status culturale di semidio nello “Spaccio del Capitalismo trionfante”, di cui il Seagram Building è il simbolo incancellabile. Il municipio di Säynätsalo (1948-1952), l’Istituto Nazionale delle Pensioni a Helsinki (1948-57, illuminato dalla luce naturale che proviene dall’alto) sono invece opere complesse ma poetiche di un nuovo Alvar Aalto, cariche di memoria e di storia, importanti per la ricostruzione anche morale di una Finlandia consunta dalla lunga guerra: il simbolo di una socialdemocrazia che vuole essere, utopisticamente, la terza via – generosa ma razionale – tra l’ingordigia invasiva del Capitale e l’utopia impossibile del Comunismo. Resta ad Aalto ancora una possibilità di espressione quasi pura, con la Maison Carré di Bazoches sur Guyonne, in Francia (1956-59): costruita per il mercante d’arte Louis Carré, è di per sé con la sua storia una tranche de vie, una sorta di sezione frattale dell’intera vita artistica di Aalto, delle sue aspirazioni, dubbi e certezze. L’incontro tra committente e architetto avviene alla Biennale di Venezia, quando nel 1955 Aalto vi inaugura il padiglione della Finlandia. Non è lontana la pubblicazione sulla “Domus” di Ernesto Rogers (Ponti è ancora per qualche tempo in disgrazia presso l’editore Giovanni Mazzocchi) del suo più lucido scritto su arte e architettura, “La Trota e la Corrente”, dove con una metafora naturalista paragona il lentissimo svilupparsi della costruzione a un organismo che nasce lontanissimo e per mille peripezie giunge a completa maturazione, solo dopo molto tempo e distanze. Così anche l’architettura può forse essere arte ma solo dopo che il suo processo di sviluppo come organismo della natura umana sia completato e riconosciuto. Così per Aalto la Maison Carré è la più grande, forse la migliore occasione per dialogare intimamente, liberamente con l’arte degli amici e ammirati Lèger e Picasso, ma anche Bonnard, Dufy, Klee, Giacometti e Calder, fino all’arte indigena africana che pure li aveva ispirati. Unica richiesta di Carré, forse per ragioni di contesto regionale, un tetto a falde. Per il resto Aalto si lancia nel suo esercizio di geometria tettonica più pura, protetto all’esterno dalla familiarità della cortina di mattoni, ma nella volumetria generale, nel minuzioso disegno degli interni, nello studio delle viste in relazione alle opere (e non “contro” di esse, per la felicità degli artisti) esprime un aggiornamento completo del suo vocabolario formale, fino all’equilibrismo del sottile pilastro in legno e bronzo che sostiene il grande sbalzo della copertura.

Un’opera così intima, dove sembra tornare la sperimentazione inventiva di Villa Mairea, fa da contrappunto all’enorme impegno dispiegato da Aalto in progetti grandiosi come il Piano per Helsinki del 1959-64 (di cui però sarà da lui realizzato in vita solo la Finlandia Hall) o in edifici rappresentativi, dallo Jutland Art Museum di Aalburg, in Danimarca, al museo dedicato alla sua stessa opera, costruito a Jyvaskyla (1971). Si moltiplicano i riconoscimenti internazionali negli Stati Uniti, in Francia, Messico: in Italia, nel 1965, si tiene al Palazzo Strozzi di Firenze una sua grande mostra personale che viaggerà ancora in Finlandia, Svezia e Brasile. Sempre in Italia sarà anche realizzato, postumo e dopo molte vicissitudini (dal progetto del 1966 al completamento nel 1994 passano quasi trent’anni) un suo edificio religioso, la piccola Chiesa di Santa Maria Assunta a Riola, nei pressi di Bologna: qui la spiritualità laica di Aalto si esprime soprattutto nello spazio interno, segnato da grandi archi asimmetrici realizzati in cemento armato, ma che potrebbero essere anche in legno tale appare la loro leggerezza. Anche in un’opera di modeste dimensioni il Maestro ricerca la continuità con le radici del suo lavoro, la bellezza di una spazialità creata da un segno leggero, mai invasivo, sempre ispirato alle sue origini culturali, alla sua concezione dell’essere umano come forma più alta di sintonia tra natura e artificio. Quando muore, a Helsinki, l’11 maggio del 1976, Aalto ha ancora molti progetti in corso: ha lavorato fino all’ultimo, tra la costruzione di nuovi edifici, la progettazione di altri e lo sforzo di preservare la sua opera come un patrimonio culturale del suo paese e del mondo. Se ne va forse con la nostalgia per un’opera molto amata come la Biblioteca di Viipuri (di cui nella geografia contemporanea non rimane neanche il nome, divenuto Vyborg sotto la giurisidizione russa) che non riuscirà a vedere restaurata: per un suo segno di rinascita, occorrerà aspettare gli anni Novanta, quando un industriale italiano dell’arredamento, Enrico Baleri, fonda il comitato Aalto/Viipuri e con diverse iniziative culturali cui collaborano architetti e designer contemporanei, ne sostiene il restauro, almeno parziale, coordinato dal Ministero Finlandese per l’Ambiente. Il lavoro di Aalto sembra dunque legato al destino da lui prefigurato per gli artefatti umani che, nel lunghissimo periodo, possono aspirare a diventare arte. Oltre a lasciare viva nel ricordo degli appassionati la memoria di un’opera senza confronti nella storia del Modernismo, i suoi edifici rimangono ancora fonte di ispirazione per la ricerca dell’invenzione tra spazio, tempo e architettura: i tre parametri chiave della questione progettuale, come li ha saputi enunciare l’amico Siegfried Giedion, e a cui Aalto ha saputo aggiungere, in molti dei suoi edifici, la questione sociale.

Alvar Aalto Ricostruire il bello nella città del prossimo millennio. Il segno di Alvar Aalto Bologna, Palazzo Ratta

Invito all’incontro Millennium su Alvar Aalto organizzato da Italcementi a Bologna il 9 ottobre 1998.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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