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3-36_49_ARCVISION_Millenium_AALTO:Project 12 ok 27/06/12 22:50 Pagina 45

Anche Shigeru Ban, incurante di tendenze, mode, condizionamenti commerciali e formalistici, sviluppa progressivamente un suo corpus di opere singolari – dalla “Casa di carta” sul lago Yamanaka fino all’ultimo sorprendente Centre Pompidou 2 a Metz, in Francia – che lo pongono, in un immaginario quadrante di tendenze, in alto a destra, nella direzione più progressiva e imprevedibile, lontano dalle necessità e dagli obblighi del successo a tutti i costi, proiettato verso un interesse superiore, di ordine sociale, dentro cui esprimere la propria visione progettuale. La sua riconosciuta maestrìa di vero costruttore e la vicinanza ad Aalto lo portano ad accettare di produrre una riflessione più profonda sul lavoro del maestro con una decisiva mostra che si tiene nel 2007 alla Barbican Art Gallery di Londra. Scherzo del destino, proprio il Barbican Centre, uno di quegli edifici brutalisti che molto hanno fatto per allontanare il pubblico più vasto dal piacere dell’architettura, ospita in quell’anno una rassegna dei progetti più significativi di “Aalto Through the Eyes of Shigeru Ban“, come recita il titolo dell’esposizione, “Con gli occhi di Shigeru Ban”: che cerca di far capire il più possibile l’unicità della passione di Aalto per una costruzione che sia dettaglio e organismo insieme, uniti in modo indivisibile da un’attenzione alla performance dell’edificio nei confronti di chi deve abitarlo. Questa attenzione, che è poi il vero impegno umanistico di cui si preoccupa Aalto, non cambia negli anni con il cambiare delle sue ispirazioni e intuizioni di forme e materiali ma rimane il leit-motiv di quella delicata e movimentata sinfonia che è l’opera intera del Maestro. Vengono così riletti e spogliati delle convenzioni opere come Villa Mairea, che si rivela un esperimento tanto costoso quanto riuscito su come dare un’identità personale all’abitazione, senza rinunciare alla poetica del progettista, o di come rimanere in sintonia con la natura senza mitizzarla. Si riscopre il Baker House Dormitory del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, come un test delle proprietà espressive e funzionali del mattone, oltre che come occasione per Aalto di lavorare sulla grande scala, tanto riusci-

ta che Steven Holl citerà esplicitamente l’edificio nel suo successivo intervento sullo stesso campus MIT, nei primi anni di questo secolo. Si svelano gesti autenticamente liberi, una sorta di espressionismo geometrico sul filo delle leggi statiche, come nell’auditorium della Casa della Cultura di Helsinki (progettata su commissione del Partito Comunista Finlandese), con il suo soffitto acustico teso su affilati pilastri, uno spazio sorprendente dentro un volume esterno massiccio e imponente. Siamo ancora negli anni Cinquanta, quelli di un secondo splendore dell’opera e dell’esistenza di Aalto, che lavora affiancato dalla seconda giovane moglie Elissa – dopo che Aino è scomparsa per una lunga malattia: eppure inevitabile arriverà anche il declino, non delle idee e della capacità espressiva, ma dell’utopia per Aalto viva fino all’ultimo, quella dell’architettura come soluzione anche a problemi di ordine più ampio, non solo estetico e funzionale. La Finlandia degli anni Sessanta e Settanta – quando alla Casa della Cultura di Helsinki, dall’acustica perfetta, suoneranno gruppi come Frank Zappa e i Mothers of Invention, Eric Clapton, i Led Zeppelin – è ormai un’altra da quella immaginata nell’entusiasmo della ricostruzione, una struttura sociale dove iniziano a insinuarsi le inquietudini dell’età postmoderna, difficili da sanare anche per un Maestro tanto grande e generoso. Sulla barca che disegna e si costruisce per le vacanze negli ultimi anni di vita, Aalto fa incidere il motto “Nemo propheta in patria”: forse amareggiato per un clima avverso alla sua visione di una costruzione di qualità come risposta al dramma esistenziale, o semplicemente deluso dalla svolta formalista dell’architettura di quell’epoca. Scompare troppo presto per vedere realizzata, almeno nel lavoro di Shigeru Ban e di qualche altro generoso progettista, l’idea di un mondo che è tutto patria comune di un’umanità sola: quella che nasce, cresce, gioisce, soffre, muore sempre nello stesso modo, sempre con le stesse esigenze di dignità e bellezza che vale la pena cercare di soddisfare, come architetti, come progettisti coscienti dell’importanza del proprio ruolo nel corpo sociale.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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