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Negli spazi in cui interviene e penetra la vita naturale, o meglio la “natura naturale” e non antropica, qualsiasi colore che non sia il bianco potrebbe apparire come un elemento artificiale e non necessario. “Ogni edificio immerso in uno scenario naturale – afferma Meier in un’intervista con Gianni Pettena apparsa su “Domus” (n. 629, aprile 1982) – risulta più chiaro nelle intenzioni se è bianco; col bianco si possono sottolineare aspetti e funzioni diverse. Quando c’è tanto colore attorno non è necessario assorbirlo, basta rifletterlo”. L’annullamento col bianco delle differenze tra i vari materiali non ha però solo un valore estetico ma anche tecnologico; nella stessa intervista Meier afferma: “Francamente non mi interessa molto il discorso dei mattoni rossi o del legno a vista usato come un materiale naturale. In realtà non possono esistere materiali naturali all’esterno di una costruzione proprio per i problemi di preservazione e mantenimento dei materiali stessi”. Identificato nell’assenza di tonalità il proprio marchio di fabbrica, Meier avvia un’opera di interpretazione dei codici moderni e di adattamento degli stessi alle logiche costruttive, commerciali e comunicative della contemporaneità. In questa operazione egli procede negli anni con coerenza e pervicacia, percorrendo trasversalmente le dimensioni, la disposizione e le destinazioni d’uso dei propri edifici senza mutare il codice stilistico e il “metodo” progettuale di fondo. Un metodo che prevede il rigoroso controllo di ogni fase di lavoro e l’uso di un numero ampio ma ben definito di elementi compositivi e costruttivi, applicabili a qualsiasi tipologia

architettonica: slanciati pilotis e grandi finestrature vetrate, setti murari autonomi e sfalsati su più piani e volumi organici e curvilinei a contrasto con l’impianto cartesiano generale. Ciascun edificio realizzato da Meier sembra così far parte di un altro di maggior sviluppo, o essere, all’opposto, interpretato come la riduzione in scala di un modello più ampio: una villa come la Grotta House (Harding Township, New Jersey, 1984-89) può essere facilmente scambiata per un piccolo museo e un museo, come il Getty Center (Los Angeles, 1984-97) può passare per una piccola città. Come nota Marco Biraghi (Storia dell’architettura contemporanea II. 1945-2008, Milano, p. 276), “l’effetto di déjà vu che produce di conseguenza la sua architettura ne costituisce il limite ma anche il punto di forza, in un mondo che privilegia la sterile invenzione e la novità a tutti i costi”. Un effetto amplificato dall’adozione di quello che diventerà forse il tratto più caratteristico e riconoscibile nell’architettura di Meier: il sistema modulare a griglia che disegna e regola la composizione dei volumi architettonici. Apparso per la prima volta nel The Atheneum di New Harmony (Indiana, 1975-79), la soluzione si basa su pannelli in alluminio di forma quadrata, ovviamente smaltati di bianco. Materiali: unità nella diversità La molteplicità di materiali, significati e identità “segretamente custodite” nel bianco può a un certo punto clamorosamente rivelarsi. Nell’attuale stagione della propria avventura professionale e di ricerca, Richard Meier

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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