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2-18_35_ARCVISION_Millenium_Meier:Project 12 ok 18/10/12 15:48 Pagina 24

Se lo sguardo “complesso e contraddittorio” dei Gray faceva esplodere la fissità iconica dell’architettura moderna, invitando a osservare la storia come “un supermercato di stili” liberamente combinabili tra loro, i progetti dei White si ponevano all’opposto in ideale continuità con le visioni della modernità tout-court: quelle dell’architettura europea tra le due guerre, del Purismo e del Suprematismo, di Terragni e di Le Corbusier, di Breuer e di Rietveld. Da essi i Five distillano i loro principali cardini progettuali: il purismo geometrico, le forme libere intersecate e tradotte in stereometrie essenziali, la formalizzazione della gabbia strutturale. Da Le Corbusier in particolare Meier mutua l’interpretazione degli spazi interni degli edifici come spazi urbani, soggetti alle stesse gerarchie esistenti tra strade e case: ne consegue un disegno accentuato e scenografico dei percorsi, in cui le scale, i sottili corridoi e le lunghe passerelle aggettanti si trasformano nelle principali nervature dello spazio. Diverse però le interpretazioni della sintesi modernista fornite da ciascun Five. Mentre per Peter Eisenman, e soprattutto per John Hejduk, la trasposizione del linguaggio moderno è funzionale a ottenere un livello elevato di astrazione e concettualizzazione dell’architettura, e a distinguere così il lavoro dell’architetto da quello del mero costruttore, per Meier (e in misura minore per Graves e Gwathmey) la trasposizione formale del purismo europeo è soprattutto necessaria per trovare un punto di equilibrio tra progetto colto e pragmatismo professionale, e a offrire così un prodotto apprezzabile da una borghesia americana dai gusti evoluti.

Museo dell’Ara Pacis, Roma 2006

Pur assumendo negli anni un proprio stile ben definito e facilmente riconoscibile, Meier porterà con sé per sempre l’imprinting dell’appartenenza al gruppo dei Five; non tanto per gli intrecci concettuali o le rare collaborazioni con gli altri esponenti – tra queste il recente, commosso, omaggio alla città di New York con il progetto del Monumento alla Memoria a Ground Zero elaborato insieme a Eisenman e Gwathmey, oltre che a Steven Holl, nel 2003 – quanto per l’idea che la propria identità di progettista possa risultare rafforzata se iscritta in un contesto più ampio: sia quello dei “White Kids” di Philip Johnson, sia quello della grande visione modernista. “White is the most wonderful color” Una frase che potrebbe anche condensare l’identità progettuale di Meier, la sua cifra stilistica universalmente riconosciuta. Bianco è il colore di tutte le case e di gran parte degli edifici, di ogni forma e funzione, da lui realizzati nel corso degli anni. Riconoscibili, riconoscibilissime le case di Meier, e facilmente collocabili in un immaginario di fondo comune e atopico in cui chiunque, dal giovane studente d’architettura europeo alla sofisticata desperate housewife americana, possa collocare la propria casa ideale: algidi muri e grandi vetrate (dietro cui si intravede un camino), immersi nel verde, sul bordo di un lago o di un’insenatura marina. Tali appaiono i primi lavori che hanno reso la figura di Meier subito nota internazionalmente: dalla Smith House (1965-67) alla Douglas House (1971-73).

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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