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15-204_217_ARCVISION_Millenium_OWEN MOSS:Project 12 ok 28/06/12 22:29 Pagina 212

Moss). Lamiere ondulate, reti metalliche e pannelli di compensato, alternati a evoluzioni tecno-strutturali in cemento armato e acciaio, fuoriescono dai corpi di fabbrica con un’estetica più surreale e barocca che non splatter. Autentici virtuosismi progettuali, queste addizioni portano con sé anche l’entusiasmo formale e lo stupore generato dalle evoluzioni sempre più spericolate dei nuovi strumenti digitali di calcolo e rappresentazione, diffuse a macchia d’olio nella West Coast un po’ prima che nel resto nel mondo. Non siamo nella Silicon Valley, ma l’applicazione al paesaggio urbano di questi objects trouvés, sublimati in digitale e trasfigurati nelle forme e nelle funzioni, induce in chi li osserva una vitale sensazione di spaesamento. Le parti aggiunte sono nello stesso tempo “altre” e “organiche” rispetto al contesto: il loro “Dna locale” non induce nei nuovi organismi alcuna crisi di rigetto.

Maestro canadese naturalizzato californiano, Frank O. Gehry. Più che dalle spettacolari evoluzioni decostruttiviste, Moss sembra attratto soprattutto dai primi lavori di Gehry: in particolare dalla celebre casa che Gehry costruisce per sé a Santa Monica (1977-78), avviluppando una tradizionale abitazione di legno con una struttura formata da materiali poveri e di recupero. A Culver City Moss procede in maniera per molti versi simile. Vagando di strada in strada come un detective-rabdomante, raccoglie suggestioni e immagini urbane, ricordi di trame e pelli architettoniche segnate dagli usi e dal tempo, segni grafici e suggestioni pop che richiamano a una storia del luogo tanto recente quanto suggestiva. L’eterogeneo campionario di frammenti è poi impiantato sugli edifici ex-industriali dell’Hayden Tract, recuperati con un artigianale lavorio a cuci-scuci (a “tela di Penelope” lo definisce

Nomen est Omen, a Moss City Autore un po’ neo-romantico, Moss non lascia i suoi Frankestein abbandonati a se stessi. Al contrario, li battezza con ricercati nomi propri che ne attestano la nuova identità e li rendono ben accetti alla poliedrica popolazione di Culver City. L’uso dei neo-logismi è solo uno tra i suoi molti strumenti di un’operazione di riscrittura urbana e sociale che si compie attraverso l’architettura. “The Box” (1990-94) è una piccola scatola cementizia, aperta verso il cielo e sostenuta da gambe metalliche ramificate sopra un ordinario prefabbricato a un piano. “The Bee Hive” (1996-2001) è un alveare di legno rivestito da grandi fasce orizzontali di alluminio. “The Stealth” (19932001) ha una lunga propaggine esterna in vetro e metallo, scura e acuminata come i celebri caccia invisibili. “The Umbrella” (1996-99) è un’esplosione di scale, pensiline e

Tom Bonner

ti in eredità dalla crisi industriale e dall’abbandono di molti degli studios cinematografici durante gli anni ‘80. I suoi margini confinano direttamente con un’area abitata prevalentemente da neri e ispanici, tra le zone di Los Angeles maggiormente segnate nell’estate del ‘92 dagli scontri interrazziali dei Riots. Incastonata tra la San Diego Freeway e la Santa Monica Freeway, Culver City è priva di un reale tessuto urbano: il suo paesaggio è disegnato dalle auto, gli edifici sono orientati verso le grandi arterie perimetrali. L’alfabeto vernacolare del posto, denso di architetture spontanee e autocostruite e di landmarks commerciali fornisce i principali mezzi espressivi a una generazione di progettisti losangeleni. La cosiddetta “L. A. School” – che, oltre a Moss, annovera tra i principali esponenti Ro.To., Morphosis (Michael Rotondi e Tom Mayne), Franklin D. Israel – assume a carismatico guru il

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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