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1-1_15_ARCVISION_Millenium_INTRO:Project 12 ok 27/06/12 22:36 Pagina 12

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aspetti educativi dell’arte e, in particolare, delle cosiddette arti applicate; ritorna la solita malattia crociana che, senza alcuna responsabilità diretta, sembra essere anche la causa del deterioramento dei nostri istituti tecnici, lasciando così discipline e mestieri come quello dell’architetto alla burocrazia di misteriosi “crediti formativi”. L’architettura deve riprendere la propria centralità, ai fini sia di una maggiore comprensione sia per quanto riguarda gli effetti che è in grado di produrre rispetto al territorio: lo spirito imitativo, nel bene e nel male, è sempre dietro l’angolo, anche perché tutti noi desideriamo essere un po’ architetti, soprattutto quando affrontiamo la nostra casa, il nostro quartiere. Sempre di più si parla di progetto e architettura partecipata, in particolare da parte di una grande urbanista come Oriol Bohigas; ovviamente è auspicabile questa partecipazione, quando si utilizzano, anche solo parzialmente, gli stessi codici, la stessa lingua. È all’interno di questo particolare impegno divulgativo che è possibile misurare la sensibilità estetica, nei riguardi delle nostre case, delle nostre città. Gillo Dorfles, sempre attento a questi aspetti etici dell’estetica, già nel lontano 1962, nel suo saggio Simbolo comunicazione e consumo scriveva così, a proposito della perdita della capacità informativa dell’architettura: “È necessario affermare che risulta decisivo, per una sana evoluzione dell’architettura moderna, che essa si semantizzi, ossia che giustifichi ogni sua nuova creazione attraverso l’adozione di forme che siano semanticamente palesi, e capaci di portare a una chiara comunicabilità. È sempre necessaria una rispondenza, la più completa possibile, tra l’edificio, la sua forma e il suo significato; ovvero la semantizzazione di un edificio è una conditio sine qua non, per il suo valore artistico, nell’epoca in cui esso viene progettato”. Emerge qui una costante di tutta la ricerca, e soprattutto di tutto l’impegno militante, svolto tuttora dal nostro maggiore studioso e critico delle arti, nei riguardi del rapporto tra arte e interprete, tra, in particolare, arti applicate e vita quotidiana, perché l’estetica non la si impara esclusivamente nei libri di testo, separati dalla dimensione empirica delle “cose”. È il mondo intorno a noi che produce fatti estetici, sono le arti, sono le forme delle cose, sono i nostri abiti che sono in grado di comunicare agli altri cosa intendiamo, se pur soggettivamente, come gusto. Le oscillazioni del gusto non è solo un altro titolo di un famoso saggio di Gillo Dorfles: significa tenere sempre aperta la nostra sensibilità, i nostri canali conoscitivi, anche nei riguardi di ciò che non siamo ancora in grado di riconoscere. In particolare, l’architettura e il design sono le arti che ciascuno di noi esperimenta sulla propria pelle, senza avere, il più delle volte, la possibilità di accostarsi con strumenti adeguati: uscire dalla logica della specializzazione per sposare un atteggiamento divulgativo che faccia di questi mestieri, di queste professioni, non una corporazione ma una palestra aperta nella quale sia possibile riconoscere e non subire le scelte e le opzioni estetiche e progettuali che troviamo sulla nostra strada, parlandone letteralmente e non solo sul piano metaforico. Soltanto aprendo agli altri i segreti del mestiere è possibile migliorare il nostro territorio, soprattutto non subire la “brutta architettura”. Credo che la conoscenza, quando diventa sapere diffuso e non ideologia e pregiudizi fondati sull’ignoranza, possa costituire uno straordinario antidoto contro il “cattivo gusto”, e quindi contribuire a rimettere in ordine, anche solo provvisoriamente, una sorta di “mappa del bello”, in modo particolare quando parliamo di architettura e di città. Uscire, alcune volte, dalla bottega, per parlare dei segreti del proprio mestiere, svelandone le fatiche ma anche la quotidianità di soluzioni progettuali, che a prima vista appaiono incomprensibili o solo geniali, mentre fanno parte del lavoro di tutti i giorni, significa educare a una concezione meno elitaria della dimensione estetica. L’architettura costituisce una formidabile cerniera tra la specializzazione, da un lato, e la necessità di dialogare con gli abitanti, senza spocchia né arroganza, ma con uno spirito maieutico, dall’altro. Tutti gli incontri con gli architetti che hanno partecipato al progetto Millennium, hanno svelato, a un pubblico spesse volte non specializzato, più di qualsiasi saggio erudito, che questo è un mestiere più artigianale che elitario, nel quale le “parole sono le cose”, anche perché l’autoreferenzialità, in architettura, possiede vita e gambe corte.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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