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1-1_15_ARCVISION_Millenium_INTRO:Project 12 ok 27/06/12 22:36 Pagina 11

bilmente rappresenta la più diretta e democratica rappresentazione dello stato dell’arte della cultura di una nazione, indipendentemente dall’orientamento politico. Non è un caso che, quando nel 1998, nacque il progetto “Incontri Millennium”, l’idea fondante fu proprio quella di sviluppare una serie di approfondimenti intorno alla figura dell’architetto, senza però privilegiare la logica accademica, che il più delle volte è fortemente autoreferenziale: così scrivevo nell’introduzione al volume Alvar Aalto: nuovi dialoghi di architettura, “Il progetto Incontri Millennium, ideato da Italcementi, esprime fondamentalmente una finalità, quella di far dialogare chi progetta con chi costruisce, in modo tale che le grandi utopie progettuali non rimangano tali, ma si trasformino in esperienze urbane, utilizzabili e godibili da chiunque abbia a cuore la qualità abitativa e il confort della città”. In questi anni si sono avvicendati sul palcoscenico del progetto Millenniun decine di architetti, provenienti da tutto il mondo, ospitati nelle principali città italiane, non solo là dove operava una Facoltà universitaria di Architettura. Una sorta di Giro d’Italia dell’architettura, proprio per contribuire a risanare quella spaccatura tra il mondo degli specialisti e coloro i quali esperimentano le opere dei progettisti, dai costruttori, partendo dai materiali, fino alle istituzioni pubbliche che hanno la funzione fondamentale di programmare e governare le trasformazioni urbanistiche e territoriali. Già queste prime riflessioni, a distanza di più di 10 anni, mettono in evidenza che è stata, in primo luogo, un’esperienza, reale e non solo virtuale, di “cantiere”. Il cantiere, ovvero il “saper fare” al centro di quelle discipline progettuali che trovano la loro naturale, e direi necessaria, verità, nella realizzazione, nella concretezza di tutti quei mestieri che fondano qualsiasi itinerario creativo: dall’idea alla realtà, passando attraverso il controllo empirico di professioni e competenze, alcune volte tra loro diverse, che contribuiscono al “fare progetto”, nel nostro caso, al “fare architettura”. Recentemente, in occasione di una conferenza, tenuta da Renzo Piano a Bologna, durante la fiera più importante al mondo dedicata alla ceramica, Cersaie, è stato sottolineato fortemente questo aspetto, direi addirittura artigianale, dell’architettura, anche quando s’inoltra in percorsi progettuali che privilegiano materiali e tecnologie, molto avanzate: “Fare architettura significa mostrare il cantiere nel suo farsi, dai primi schizzi al progetto abitato, senza mai spaventarsi di utilizzare, accanto a vecchi materiali, nuove tecnologie, anche nuovi processi, sempre comunque nel rispetto dell’uomo, perché noi architetti non dobbiamo mai sostituirci alla storia, alla memoria, senza alcuna nostalgia”. Il cantiere, allora, come luogo della sperimentazione, accanto alla definizione di un’architettura che si alimenta nella “bottega”, volgendo lo sguardo alla città; il destino, quindi, ma anche la condizione preesistente che ti costringe a pensare il “nuovo”, perché è necessario sperimentare, senza però rinunciare alla storia. Gabriele Basilico, probabilmente il fotografo che, come architetto, ha progettato e definito modelli interpretativi e di conoscenza tra i più rispettosi dell’esistente, senza mai appiattirsi in una restituzione esclusivamente documentaria, così scrive, a proposito della città come “cantiere”: “al centro del mio interesse c’è comunque e sempre l’architettura o meglio la città, cioè il luogo prevalente delle opere di architettura, dalle più belle alle più modeste, che configurano insieme l’ambiente dell’uomo. E per quanto sempre sedotto dalla grande architettura, dalle opere antiche e moderne dei maestri, continuo incessantemente a coltivare un’attrazione irresistibile per la città media, per le periferie, dove la concentrazione creativa e la qualità progettuale si diluiscono fino a smarrirsi; i modelli originali, espressione di un modello ispirato, si delineano all’infinito in una produzione anonima e diversificata che ha forse azzerato il suo codice genetico”. Quale è allora, per la maggior parte delle nostre città, il codice genetico dell’architettura contemporanea, visto che non sempre è possibile mantenere un riferimento “alto” come modello progettuale? Ecco, allora, rispuntare l’altro tema del nostro ragionamento, rispetto anche a un’iniziativa come Millennium: l’aspetto educativo che una disciplina come l’architettura dovrebbe affrontare al di là dei percorsi formativi destinati al mestiere. È un vecchio tema della società italiana, disattenta agli

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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