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Griglie, mappe, pieghe Bisognerà aspettare gli anni Ottanta, però, per vedere tale teoreticismo incarnarsi in una materia costruita che non parli solo a se stessa. Eisenman rompe il silenzio e la reclusione, come disse Bruno Zevi, per accettare la sfida della società americana ed europea. Con esse parla a modo suo, ovviamente: attraverso griglie e mappe ruotate e sovrapposte, un po’ alla Morellet, e instabilità geometriche che trovano nella geografia urbana, ma in fibrillazione, la loro ragion d’essere. Così l’Iba Social Housing di Berlino (1981-85), celebre edificio al Checkpoint Charlie dove le facciate raccontano una storia complessa di tracciati locali e griglie geografiche universali; così la piccola Firehouse di New York City (1983-85), che incorpora gli orientamenti di due maglie stradali nella rotazione dei suoi piani giocando con i materiali crudi del contesto, mattoni a vista al piano terra e travi metalliche che fanno il verso alla ferrovia sopraelevata al primo piano; e così il Wexner Center of Visual Arts di Columbus, Ohio (1983-89), definito da qualcuno come il primo monu-

cano, slittamenti e rotazioni (House III), solette interrotte, pilastri in mezzo alle camere da letto, scale che non portano a nulla (House VI), modelli d’abitazione in anamorfosi (House X): un preciso repertorio formale che, manipolato e portato alle sue estreme conseguenze, rovesciava il razionalismo (in particolare quello comasco) in uno scacco funzionale: come una specie di sciopero bianco dell’architettura, facendo di questa l’esito di un processo in cui l’uomo (l’abitante, ma anche il progettista, in un certo senso) risultava veramente dislocato, una sorta di intruso. Era il “terrorismo” formale di Eisenman (Tafuri). In realtà, l’interesse di Eisenman per una dimensione puramente linguistico-formale dell’architettura risale alla sua tesi di dottorato (The Formal Basis of Modern Architecture). Pur con le dovute variazioni imposte dalle contingenze storiche e dai movimenti della cultura, sarà un binario su cui sempre muoverà la sua intensa attività teorica e pubblicistica (l’insegnamento, la rivista “Oppositions”, l’Institute for Architecture and Urban Studies). La sua minuziosa analisi dell’opera di Terragni, di recente pubblicata dopo una gestazione quarantennale, potrebbe essere il testamento teorico di tutta una fase di vita.

mento decostruttivista, probabilmente perché vi si materializzava esplicitamente, in un traliccio metallico come cerniera disassata tra due edifici esistenti, quello spazio “in-between” che tanto risuona con un certo nocciolo filosofico della decostruzione di Derrida, privilegiato riferimento di Eisenman dopo la linguistica strutturale. Con il progetto per il Biocentro della J.W. Goethe Universität di Francoforte sul Meno (1987) parteciperà alla famosa mostra del 1988 “Deconstructivist Architecture”, al MoMA di New York. Al di là dell’etichetta decostruttiva, in quegli anni Eisenman sviluppa una poetica che affronta la città, e talvolta interi brani di territorio, con tecniche di “scavo artificiale” (il CCA di Montreal, nel 1994, gli dedicherà una mostra intitolata appunto "Cities of Artificial Excavation"), attraverso il rinvenimento di tracce architettoniche e territoriali sovrapposte e scalate in vario modo (il cosiddetto scaling è stato a lungo una sua strategia compositiva). Nello University Art Museum di Long Beach (1986), per esempio, dove una combinazione della planimetria del campus con quella di un ranch un tempo esistente nella zona, con le linee di faglia, il letto di un fiume, un canale e la linea di costa produce una spe-

Manuel G. Vicente

Graves, Gwathmey e Siegel, ne fu consacrata la ricerca di gruppo, spacciata come omogenea in un’operazione promozionale tipicamente nordamericana, prima con una mostra nel 1969 e poi con il volume Five Architects, edito nel 1972: nacquero i cosiddetti New York Five, i cui progetti, subito accusati di disimpegno, di ripiego in un formalismo nostalgico e di rivolgersi solo a un’elitaria committenza di collezionisti alto-borghesi, ispirarono una sferzante serie di titoli negli articoli ad essi dedicati: Giurgola con “The Discrete Charme of the Bourgeoise”, Tafuri con “Les bijoux indiscrets” e “L’architecture dans le boudoir”, per fare qualche esempio. Tafuri, impiegando non molto a decomporre la supposta omogeneità del gruppo, ne riconobbe subito la radicalità, peraltro non sotto vuoto ma come probabile frutto di un disinganno nei confronti di obiettivi più socialmente impegnati, per i quali lo stesso Eisenman si era prodigato appena pochi anni prima. I Five furono così letti anche come sintomo di un disagio più generalizzato, declinato, dal nostro, in un’architettura “concettuale” fatta di puri segni linguistici, strutture astratte di linee, piani e volumi che si interse-

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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