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13-176_189_ARCVISION_Millenium_GEHRI:Project 12 ok 28/06/12 22:12 Pagina 181

La meraviglia dei materiali e la costruzione digitale Con la seconda metà degli anni Ottanta, il successo spinge Gehry oltre i confini californiani e, ormai internazionalmente riconosciuto dopo essere stato celebrato al MoMA di New York nella mostra “Deconstructivist Architecture” (1988), approda al di fuori degli Stati Uniti. Non sempre, ma a conferma di quell’attitudine contestuale che caratterizza la sua architettura di quegli anni, i materiali presentano un trattamento diverso, più omogeneo. Il Design Museum per Vitra (1988-94) a Weil am Rhein, in Germania, parte di un campus che via via si è evoluto come vero e proprio catalogo costruito di architettura contemporanea, nonostante non smentisca la complessità casuale della composizione presenta infine un uniforme utilizzo di intonaco bianco in tutte le facciate (o superfici più o meno verticali) e lastre di zinco in tutte le superfici di copertura: a differenza della provocatoria accozzaglia materica tipicamente losangelena. Il Vitra Design Museum inizia anche a far intravedere quella direzione, per ora formale più che tecnica, che porterà Gehry alla pietra miliare del suo percorso più maturo: il Guggenheim Museum di Bilbao, anticipato, ancor più compiutamente, dal progetto di concorso per la Walt Disney Concert Hall del 1989 (un progetto ibernato per dieci anni e poi concluso solo nel 2003). Tragitto singolare, questo, che ponendosi inizialmente come ammasso di volumi dalla solida veste calcarea, e infine realizzato con una pelle vibrante in acciaio, si è evoluto nella direzione di Bilbao dopo avergli fornito l’idea fondamentale.

Entrambi i progetti condividono la collocazione in aree urbane definibili come degradate, radicalizzano il carattere scultoreo dei volumi, il rapporto tra rigidità e ondulazione delle masse, ammorbidite e “sgonfiate” come certe sculture pop dell’amico Oldenbourg: approccio di cui un altro progetto, l’edificio amministrativo del Team Disneyland ad Anaheim, in California, è caso esemplare. Eppure il museo di Bilbao, con i suoi 100 milioni di dollari di budget, ha rappresentato in particolare il punto di non ritorno di tutto un sistema politico, economico e culturale che ruota intorno all’architettura contemporanea. Parte di una serie di altri interventi voluti dall’amministrazione basca per commemorare i suoi 700 anni di storia nell’anno 2000 – un ponte pedonale sul fiume Nervion, un terminal aeroportuale di Santiago Calatrava, le stazioni della metropolitana di Sir Norman Foster, una nuova stazione ferroviaria di Michael Wilford e il piano regolatore della zona commerciale e degli affari di Cesar Pelli – è un’opera che, accanto alle accese polemiche suscitate, ha generato quel fenomeno che, di lì in poi, sarà battezzato come “effetto Bilbao”: cioè l’efficace rinascita di una città post-industriale attraverso l’architettura come principale veicolo di marketing territoriale. In effetti, l’esperienza offerta è tutt’oggi sensazionale: a partire dall’inserimento in un difficile lotto, all’incrocio di un coacervo infrastrutturale in cui il museo infine si insinua con grande abilità urbanistica. In questa nuova porta della città, lo spettacolo è quello di un organico rincorrersi di cangianti, palpitanti super-

Experience Music Center, Seattle 2000

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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