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re la gestione del cosiddetto Free Form Design (con tutto ciò che ne consegue in termini di libertà ideativa ma anche di gratuità formale) appare così oggi significativamente al servizio di ciò che la globalizzazione dei mercati – nel segno di una sempre maggiore cooperazione tra architetti, ingegneri, paesaggisti, impiantisti, tecnici, costruttori e produttori – richiede per migliorare i processi e i sistemi di ideazione, gestione e manutenzione: la diffusione del BIM, Building Information Modeling, il sistema informatico che consente l’integrazione tra progetto architettonico, strutturale e impiantistico, fabbricazione dei prodotti e loro assemblaggio, realizzazione finale. Una tecnologia che riduce sostanzialmente i problemi che si determinano nel passaggio dalla dimensione progettuale alla realtà costruttiva, con conseguente riduzione dei costi e grande vantaggio per la sfera del facility management (risparmio energetico, facilità di manutenzione, ottimizzazione nella gestione degli spazi ecc.). Si tratta insomma, ancora una volta, di una vera e propria rivoluzione culturale: gli architetti sono chiamati a un diverso approccio strategico, nel quadro di un’armonica integrazione fra i diversi attori sulla scena e di una sempre più rapida modificazione di tecniche e procedure. Il loro ruolo, almeno in linea di principio, non è dunque limitato al progetto architettonico: essi sono chiamati a svolgere funzione di veri e propri chief information managers o master modelers – locuzioni peraltro vicine all’etimo stesso del termine architetto – in grado di controllare tutte le informazioni necessarie a trasformare efficacemente le idee progettuali in un edificio. Al tradizionale rapporto fra architetto, cliente e costruttore si sono così aggiunti una lunga serie di specialisti (per i controlli della qualità, dell’illuminazione, dell’impatto ambientale, dei processi di produzione edilizia e della loro efficienza economica, per il rispetto delle normative urbanistiche, di sicurezza e per il coordinamento organizzativo del cantiere, per non parlare del marketing, della comunicazione, della sociologia del consenso). Le architetture migliori del panorama globale più recente ci appaiono dunque sostanzialmente riconducibili a gruppi, per lo più poco noti agli abituali frequentatori di riviste e web sites, che, lavorando seriamente e senza l’ossessione dell’autopromozione, sono così in grado di vincere concorsi che, in particolare nell’Europa centro-settentrionale, appaiono evidentemente improntati a professionalità e trasparenza, conducendo puntualmente alla realizzazione dell’opera e quindi alla indispensabile verifica, in cantiere prima e sul mercato poi, della concreta affidabilità e della effettiva qualità della sperimentazione proposta. Riteniamo insomma non casuale il fatto che ormai da molti anni la critica architettonica, pur così incline a farlo, non sia più stata in grado di tirar fuori un nuovo “ismo”, una nuova etichetta atta a designare la produzione più recente: la partita, a nostro giudizio, non sembra più giocarsi sui linguaggi o sull’immagine, quanto piuttosto sui contenuti, sulla sostanza del costruito. Un’architettura dunque un po’ meno prigioniera della vanità dei committenti e, naturalmente, degli stessi progettisti (con i conseguenti sconfinamenti in una dimensione psicologica voyeuristica in cui, più o meno consapevolmente, si collocano fruitori, turisti e critici), e un po’ più interessata a porsi come obiettivo primario una fisiologica relazione con le persone che la usano, con le funzioni che ospita e con il paesaggio urbano in cui si colloca. Sulle cause di ciò si potrebbe discutere a lungo. Riteniamo che, nel clima di generale e consensuale estetizzazione che ha pervaso il nostro passato più recente, una delle cause principali sia comprensibilmente riconducibile alla stanchezza nei confronti di un nuovo che si è dimostrato, nei fatti, quanto mai solipsistico e principalmente preoccupato di superare soltanto se stesso e che, da ricerca intelligente, sembra essersi trasformato in gusto gratuito per la novità, la sfida, il superamento dei record, nel tentativo di infrangere regole che non esistono più da tempo, in una gara a stupire forse un po’ sterile che, a lungo andare, si è vista destinata a non stupire più nessuno. Sembra anzi che l’intera psicologia collettiva delle città contemporanee più avanzate – da Vancouver ad Amburgo, da Sydney a Copenhagen – sia ispirata alla filosofia del “passo indietro”: la consapevolezza della insostenibilità di uno stile di vita fondato sui consumi e sullo spreco energetico, unita all’ormai consolidata attenzione al “politically correct”, ha lasciato a mano a mano spazio a stili e modalità di vita via

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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