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1-1_15_ARCVISION_Millenium_INTRO:Project 12 ok 27/06/12 22:36 Pagina 7

Quest’ultima è, per definizione, cosa non prevedibile, che può cioè verificarsi nell’ambito di circostanze puramente fortuite: è ciò che rende difficile, ma anche stimolante, un tale obiettivo. Quale architettura dunque per la città del futuro? Non quella della città ideale rinascimentale; ma nemmeno della Città Nuova di Antonio Sant’Elia, né della Ville Radieuse di Le Corbusier, né della città analoga di Aldo Rossi, né della Las Vegas di Robert Venturi, né tanto meno di quella (in “stile”) di Léon Krier, né di quella “generica”, e altamente fraintesa, dello stesso Koolhaas. Più probabilmente e più semplicemente si tratterà di un’architettura intelligente, verde, sostenibile (carbon-neutral e zero-waste) e sempre più autonoma dal punto di vista energetico (condizioni necessarie perché lo sia anche la città); aperta e accessibile a tutti (anche ai diversamente abili) e pedestrian friendly; sicura (rispetto alle calamità naturali e in particolare ai terremoti e ai dissesti idrogeologici, ma anche dal punto di vista sociale); in grado di rispondere e adattarsi ai cambiamenti climatici in corso, di favorire l’integrazione delle minoranze in tessuti sociali in cui ormai, nel loro insieme, esse costituiscono spesso una maggioranza, di rispettare, riqualificare e incrementare lo spazio pubblico. Ma anche un’architettura opportunamente progettata in vista di sempre più alte densità (necessarie per alloggiare numeri crescenti di persone e ridurre i costi dell’infrastrutturazione e dei trasporti), che tenda pertanto a espandersi prevalentemente in verticale (gli ascensori inquinano meno delle auto) e soprattutto che si limiti, il più possibile, a utilizzare i brownfields, le aree dismesse abbondantemente presenti in ogni insediamento urbano contemporaneo, e non i sempre più preziosi greenfields, con l’obiettivo di invertire la tendenza alla dissennata sottrazione di aree verdi all’agricoltura e alla natura; in grado di recuperare le preesistenze adeguandole alle esigenze contemporanee, soprattutto in termini di efficienza energetica; “intelligente” dal punto dei vista dei materiali impiegati, sempre più innovativi (smart material buildings), e dal punto di vista dei costi di costruzione e, successivamente, di gestione e manutenzione (smart price buildings); con una durata infine non necessariamente elevata, com’è spesso stato in passato, ma anzi programmata in vista di una possibile sostituzione che consenta di star dietro ai cambiamenti imposti dalla sempre più veloce evoluzione delle società contemporanee. Ma anche un’architettura in grado di giocare un ruolo determinante nella competizione globale che si è scatenata fra le città, capace quindi di risultare attrattiva e coinvolgere emotivamente chi la abita, in modo da far sentire cittadini anche i city users: in una parola, un’architettura che non dimentichi la vitruviana venustas. Quanto a quest’ultima categoria, ci sembra che da molte parti – soprattutto nei Paesi più avanzati e sensibili al nuovo, segnatamente quelli dell’Europa centro-settentrionale, ma aggiungeremmo anche del Nord America e del continente australe da una parte, dell’Asia Pacifica dall’altra – sembrano giungere forti segnali di cambiamento. Si tratta di aree-laboratorio profondamente diverse fra loro: dal punto di vista della crescita demografica – relativamente stabile, sia pur con considerevoli saldi migratori attivi nei primi casi; rapidissima nel secondo – e dal punto di vista del contesto socio-politico – incrollabilmente democratico nei primi; talvolta autoritario ma al tempo stesso sorprendentemente e profondamente condiviso dalla quasi totalità della popolazione nel secondo, in un clima consensuale che antepone largamente il bene comune alle libertà individuali (si pensi al per certi aspetti inquietante esperimento socio-urbanistico costituito da Singapore e all’influsso che esercita sulla vorticosa urbanizzazione della nuova Cina). Più in generale, abbiamo insomma l’impressione che le sollecitazioni più interessanti – una volta tramontata la stagione delle star, il cui lavoro, pur apprezzabilmente funzionale alla produzione di edifici “eccezionali”, sembra ormai esercitare il suo appeal soprattutto su committenti francamente provinciali – provengano da forme profondamente innovative di elaborazione progettuale, che vedono spesso al lavoro, fianco a fianco senza che la locuzione vada intesa fisicamente, esperti diversi, riuniti in team interdisciplinari sempre più internazionali, in cui chi ha più esperienza si comporta, forse proprio perciò, in maniera molto, ma non ingenuamente, aperta al naturale sperimentalismo dei giovani. La spinta digitalizzazione del lavoro progettuale, più che consenti-

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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