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10-134_147_ARCVISION_Millenium_BOTTA:Project 12 ok 27/06/12 21:57 Pagina 142

Enrico Cano

totale di grandi aperture di facciata (la luce piove sempre dall’alto) e lo “svuotamento” degli interni, privi per legge naturale delle suddivisioni legate agli usi domestici dello spazio. Il “vuoto di programma”, sotteso al progetto di qualsiasi luogo “sacro”, permette a Botta di dare libero sfogo alla sua abilità formale e compositiva, senza troppi vincoli funzionali. Agli spazi interni resi più algidi dalla caduta di luce zenitale, corrispondono masse esterne “pesanti”, in cui è quasi sempre protagonista il rosso opaco dei laterizi. Spesso accusato di effettuare nelle sue chiese prosaiche traduzioni delle “sacre poesie” di Kahn, Corbu e Scarpa, Botta non arretra in realtà di un passo. Al contrario dà prova di una crescente abilità nel declinare codici che tanto hanno avuto successo nel “sacro” a progetti architettonici ben più “laici”. Siano spazi ludico/compulsivi (Casinò a Campione d’Italia, 1990-2006), del piacere (Cantina Petra a Suvereto, 1999-2003) o del denaro (Torre Kyobo a Seoul, 1989/97-2003), la precisione (svizzera?), l’affidabilità tecnica e il rispetto dei parametri economici che accompagnano ogni progetto esercitano un irresistibile appeal sulle committenze di tutte le religioni. La sacralità dei “comandamenti architettonici” di Mario Botta, è una certezza su cui si può sempre contare.

Colpi di teatro (piccole cose, e una chiesa a metà) I più accesi detrattori di Mario Botta sostengono che la sua architettura si basi su un catalogo di elementi abbinabili, spesso mutuati da altre epoche e altri autori. Una sorta di “lego” meta-architettonico capace di generare architetture sì diverse, ma insensibili alla vera bellezza della diversità. Tesi in parte sostenibile, però a sua volta insensibile alle “diversità” nell’opera di Botta. Tra i suoi progetti meno amati sta certamente la ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano (2002-04). Chiamato ad agire su una “fabbrica” complessa e stratificata, Botta fa piazza pulita di tutti i dedali spaziali e le superfetazioni storiche dell’edificio, poco razionali ma intriganti, sostituendoli con geometrie tanto asettiche e levigate da indurre molti a paragonare la nuova creatura a un qualunque ospedale ticinese. Più controverso il giudizio sul MART (1988/2002), noto soprattutto per la monumentale piazza coperta centrale: un Pantheon con volta hi-tech a uso e consumo dei turisti. In realtà, come spesso nei progetti di Botta, alla “retorica di facciata” del museo (seppur interna, in questo caso) fanno riscontro spazi intestini flessibili e ben controllati, che molto hanno contribui-

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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