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(Grand Union Walk Housing, Londra, 1988) o forse di un missile lanciato nel cosmo dell’immaginario (National Space Centre, Leicester, 2001). L’utopia, l’ironia e il fantastico nella sua visione fanno capolino molto più sovente di quanto non lo facciano nei lavori di Lord Norman Robert Foster Barone Foster of Thames Bank o di Lord Richard Rogers of Riverside. Eppure Grimshaw non è neanche un vero architetto d’avanguardia, o non lo è più, come lo sono stati Cedric Price o Peter Cook: i suoi viaggi tra Spazio-Tempo-Architettura (come direbbe Sigfried Giedion) avvengono sempre mantenendo almeno un piede ben saldamente a terra.

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Case sugli alberi Il primo edificio costruito da Grimshaw, insieme a Terry Farrell, è la torre residenziale al 125 di Park Road, proprio di fronte all’ingresso del Regent’s Park a Londra (196870); progetto-pilota di co-ownership che porta i due autori, entrambi appena trentenni, all’attenzione della critica nazionale. Realizzata in un periodo precedente all’esplosione Hi-tech, la costruzione non manca di soluzioni di tecnologia alta, anche se applicata con una modalità molto lontana da quella dell’Hi-tech convenzionale. La forza portante dell’edificio non è trasmessa con enfasi all’esterno, ma celata esattamente nel punto più nascosto: nel core di cemento armato, nocciolo strutturale e insieme cuore funzionale che ospita i principali servizi tecnici, come i bagni, gli ascensori e le scale. Con la grande libertà nel disegno degli spazi interni, grazie a questa scelta, Grimshaw arretra i sottili pilastri di calcestruzzo rispetto alle facciate, conseguendo una libertà analoga per i prospetti. Le finestre a nastro corrono su tutto il perimetro della torre, curvando sugli angoli arrotondati e alternandosi a fasce orizzontali di alluminio ondulato. L’esperimento principale nel progetto è l’uso ben calcolato dei diversi materiali, che alterano l’immagine “classicamente moderna” composta dai numerosi riferimenti “alti” – il core e gli angoli stondati ricordano quelli della torre Johnson Wax di Wright; le finestre a nastro, i pilotis e le piante libere sono da manuale lecorbusiano (Cinq points de l’architecture moderne). Con un approccio da grande Direttore del Circo dell’architettura, Grimshaw affida al cemento armato il compito nascosto, ma essenziale, di “Augusto”, regalando il ruolo del “Clown bianco” all’alluminio del rivestimento, libero di risplendere sotto l’incostante luce londinese. Un simile approccio ricorre in diversi progetti di Grimshaw & Farrell, poi Grimshaw & Partners. Soprattutto ispira il grande complesso dello European Institute of Health and Medical Sciences dell’Università di Guilford (1999): un gigantesco edificio rivestito di zinco e attraversato da lunghe finestre a nastro, simile a un transatlantico capitato chissà come nella campagna del Surrey. Anche in questo caso alla pelle tecno-modernista fanno da contraltare le soluzioni strutturali interne, risolte con elementi prefabbricati di calcestruzzo e travature in legno “glu-glam”. Indotta anche da una strategia di contenimento dei costi, la soluzione del “doppio materiale” riveste anche un ruolo estetico. Mantenere nascoste le qualità di materiali “caldi” e “naturali”, e proporre all’esterno gusci “freddi” e “artificiali” serve a Grimshaw a stabilire un rapporto di reciproca distanza e rispetto tra architettura e paesaggio, senza ricorrere a strategie di mascheramento o a camouflage stilistici. L’idea è parzialmente ribaltata in alcuni lavori recenti, accomunati da un uso abbondante del legno a vista: all’intradosso delle grandi coperture della Stazione Amsterdam ArenA Bijlmer (2007) o della Southern Cross Station di Melbourne,

oppure nelle “bolle” dell’Experimental and Performing Arts Center di Troy, New York (2008). I tempi però cambiano (lo canta anche Bob Dylan), la nuova società Greentech – tanto eco-sensibile quanto capricciosamente consumista – richiede i propri materiali istituzionali. Altri mondi Il progetto più faraonico di Nicolas Grimshaw è sicuramente il complesso bio-turistico dell’Eden Project (19962001), ideato come luogo simbolo del nuovo Millennio dall’imprenditore anglo-olandese Tim Smit, promotore anche di uno dei più estesi e spettacolari giardini botanici del mondo: il Lost Gardens of Heligan. Dotato di un’evidente carica retorica, dovuta in larga parte anche alle esigenze del programma, l’Eden Project è per molti versi un progetto “altro” rispetto alla maggior parte dei lavori elaborati dall’architetto inglese. Eppure, anche per la sua ridondanza, questo intervento si propone anche come un accumulatore di temi, visioni e soluzioni che distinguono l’operato di Grimshaw nella storia dell’architettura e nella geografia dell’umanità (o viceversa). Realizzato in una cava dismessa di kaolinite nella Cornovaglia del sud, il complesso ha come elemento di maggior risalto e attrazione due gigantesche biosfere. Ospitano oltre 100.000 piante entro ambienti che riproducono le condizioni “naturali” dei biomi mediterraneo e tropicale. Nel progettare le biosfere, Grimshaw rielabora l’archetipo della cupola geodetica di Buckminster Fuller, ne moltiplica la logica modulare in una serie di calotte emisferiche che si innestano l’una nell’altra e generano la figura di un gigantesco bruco, o il quartier generale di un’armata aliena. Sulla struttura tubolare a moduli esagonali di acciaio space-frame, completamente autoportante, si innesta una membrana semitrasparente di ETFE: un materiale plastico trasparente molto resistente alle corrosioni e alle intemperie, e soprattutto decisamente più leggero del vetro. Ogni elemento della membrana, sigillato sull’ossatura e quindi gonfiato, si trasforma in un efficace “cuscinetto isolante”, che ottimizza il controllo della luce e del microclima interno. Al tramonto i raggi del sole filtrano parzialmente nella membrana traslucente delle cupole, ne esaltano l’aspetto tecno-organico e le fanno assomigliare a un enorme, sconosciuto organismo pulsante. Poco lontano dalle biosfere sorge “The Core”, un edificio destinato a spazio didattico ed espositivo: qui il tema del biomorfismo assume caratteristiche ancor più simboliche. Il tetto di legno e rame, disegnato insieme allo scultore Peter Randall-Page, è caratterizzato da una particolare geometria a spirale che ricorda alcuni modelli fillotassici di crescita delle piante, come quelli delle pigne, dei girasoli o dei broccoli romaneschi, che tanto appassionano Paolo Portoghesi nei suoi stupendi saggi su natura e architettura. Una simile logica genera il disegno del mistico “The Seed”, un “seme” di granito grigio-argenteo di 70 tonnellate scolpito da Randall-Page e piazzato al centro dell’edificio. Naturalmente il tema del rapporto con la natura non si limita agli aspetti compositivi e simbolici, e permea molte soluzioni tecnologiche del progetto: come i sofisticati pannelli d’isolamento di carta riciclata o il sistema di recupero delle acque piovane dell’edificio didatticoespositivo. Inestricabilmente contaminato da soluzioni sostenibili e archetipi Hi-tech, tra slancio utopico e retorica da Luna Park, l’Eden Project non sarà un esempio di architettura per puristi: ma tra quelli considerati oggi i principali monumenti dell’umanità – dal Colosseo alla Tour Eiffel, dalla Sidney Opera House al Centre Pompidou – non sono certo molti quelli che all’epoca della loro costruzione furono giudicati capolavori di pura bellezza.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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