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9-120_133_ARCVISION_Millenium_Grimshow:Project 12 ok 27/06/12 21:51 Pagina 125

“Post-industriale” innanzitutto) qualche anno dopo si inserisce il prefisso “High”. A differenza dell’altra aggiunta semantica, che guarda un po’ malinconicamente all’indietro, “High” , o ancor più semplicemente “Hi”, come nel saluto più informale in lingua inglese, propone un vigoroso scartamento in avanti, un salto in alto evolutivo e ricco di ottime intenzioni. Come l’Hi-fi in uno stereo è garanzia di fedeltà di riproduzione sonora, l’“Hi-tech” in architettura è garanzia di un livello più elevato di tecnologia e qualità, sinonimo di affidabilità di risposta ai desideri della committenza, rappresentazione del livello economico più elevato della società che l’adotta come stile ufficiale: anche se con il passare degli anni la sua pervicace ispirazione all’age d’or dell’industria, rende l’HiTech splendidamente obsoleto. Basti pensare al lirico Terminal 4 dell’aeroporto Barajas di Madrid, l’ultima grande fabbrica di Richard Rogers. Invece di sputar fuori automobili o bambolotti, carica e scarica a getto continuo migliaia di esemplari del genere Homo Sapiens, ma per il resto è proprio una buona, vecchia fabbrica, con tanto di nastri trasportatori: che spostino valigie e persone, invece di scatole di Kellogs o di Campbell’s Soup, è un dettaglio del tutto trascurabile. Anche Grimshaw, nell’immaginario collettivo del pubblico del design, è considerato un architetto Hi-tech: parte fondante, insieme a Norman Foster e Rogers, di una realtà che, se non può esser definita “movimento” (e men che meno “teoria”), è quantomeno un riconosciuto e stimato “stile”, con in più il marchio “British”. Del “Brit-hi-tech” nel lavoro di Grimshaw non mancano certamente i tratti distintivi: l’uso enfatizzato di elementi di derivazione “industriale” o “meccanica” (tensostrutture, travi reticolari, facciate continue di cristallo, tiranti d’acciaio, ...), il gigantismo monumentale (da mettere in connessione con la citata fedeltà ai desideri della committenza), la facilità nello scomporre e ricomporre tali elementi, come un meccano, in diversi contesti funzionali (dai musei alle residenze) e in diversi territori. Una nuova primavera arriva per Grimshaw all’inizio degli anni Ottanta, quando Rolf Fehlbaum lo chiama a progettare e realizzare la nuova fabbrica Vitra di Weil am Rhein (Germania), dopo che la prima è stata distrutta da uno spaventoso incendio. Grimshaw non si fa sfuggire l’occasione per reinventare con leggerezza e fermezza l’immagine dell’industria, icona di riferimento del mondo Hi-tech: tanto da fare dell’edificio il capostipite – insieme al fantasioso Vitra Design Museum di Frank Gehry – di quell’eccezionale parco di architetture conosciuto come “Vitra Campus”. I successivi Financial Times Print Works a Londra (1988), Ludwig Erhard Haus di Berlino (1998), Experimental and Performing Arts Center di Troy, New York (2008) sono altrettante testimonianze di come i temi Hi-tech, seppur rivisitati, continuano a ispirare Grimshaw lungo i decenni, in un progressivo sviluppo verso un raffinato manierismo. Il British Pavillon per l’Expo di Siviglia (1992) ne è un po’ la caricatura. L’International Terminal di Waterloo (1993) e la pensilina modulare per l’azienda spagnola Cemisa (1996) ricordano invece la sua abilità nell’usare “gli stessi” elementi costruttivi – sia che si tratti di realizzare una piccola fermata dell’autobus che una delle più grandi stazioni ferroviarie del mondo. Architetto quando disegna gli oggetti e industrial designer quando pensa l’architettura, Grimshaw si diverte a declinare i temi della società neo-macchinista, trasformando ogni edificio in un veicolo, ogni spazio in un abitacolo, ogni finestra nel finestrino di un treno

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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