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Steven Holl La carne e lo scheletro

“S

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teven Holl è come Le Corbusier”. Queste le prime parole usate da Kenneth Frampton nella sua corposa opera monografica sull’architetto di Seattle (Steven Holl architetto, Milano 2002). In realtà la frase esatta recita: “Steven Holl è, come Le Corbusier, tanto pittore quanto architetto”. Ebbene, la seconda equazione – forse non proprio esatta: Holl è molto più architetto – custodisce un tratto rilevante del profilo del nostro autore; ma è piuttosto la prima a colpire e suggestionare, specie se depurata di quella virgola posta prudenzialmente a metà strada. “Steven Holl è come Le Corbusier”. Affermazione azzardata; esperimento tentato altre volte, e poi quasi sempre smentito dalla storia, non tanto intesa come critica, quanto come inesorabile trascorrere del tempo e della distanza di giudizio. Forse ai giorni nostri potremmo tentare la stessa equazione con Rem Koolhaas (“Rem Koolhaas è come Le Corbusier”) o magari con Kazuyo Sejima (“Kazuyo Sejima è come Le Corbusier”). Ma forse no. Troppo attento a distruggere l’immagine del Grande Svizzero, il primo, (magari per subentrargli, e anche con successo); troppo donna e troppo giapponese, la seconda. Steven Holl invece, a parte il suo essere americano, di Le Corbusier ricorda la prolificità, l’abbondanza di lavoro costruito, disegnato e anche scritto; in quest’ultimo caso con un deciso aumento di riferimenti colti e costruzioni intellettuali(stiche) tipico della sua generazione: Bergson, Husserl e Merleau-Ponty sono presenze costanti sul suo comodino. Holl, come Charles-Edouard Jeanneret (dit Le Corbusier), possiede una trascinante visione progettuale, utopica quanto basta e trasversale a ogni contesto; come lui è dotato del talento sufficiente per trasformare l’architettura in qualcos’altro, di più plastico e ancestrale. Come lui considera gli edifici alla stregua di corpi e ne ricerca la forma contrapponendo le logiche rigorose dello scheletro strutturale e le infrazioni viscerali, non meno ferree, alle regole cartesiane. Così che gli edifici di entrambi non appaiono l’esito di una costruzione mattone su mattone (materia su materia), ma sono piuttosto simili a volumi scavati, o tarlati dall’interno da una forma energetica molto simile alla luce. Masse monomateriche, sulle quali in alcuni casi il colore, che agisce puro, o le geometrie compositive sanciscono con i canoni fissati dal De Stijl una irrinunciabile parentela e allo stesso tempo una concreta distanza. L’Unité d’Habitation di Marsiglia (1946) e la Simmons Hall del MIT di Cambridge (2002) sono il raffronto più semplice e lampante.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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