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La bellezza trasparente della materia Nel nuovo complesso i.lab a Bergamo il processo progettuale è certamente meno segnato dalle necessità di rappresentazione: se nella chiesa di Tor Tre Teste Meier si allontana per una volta dalla pura astrazione per avvicinarsi all’uso di forme e strutture simboliche, nell’i.lab è evidente il ritorno del progettista al suo repertorio di geometrie più semplici. L’intenzione del progettista e del committente — che si rivela via via osservando e percorrendo con più attenzione spazi e strutture — è soprattutto creare una vera fabbrica della conoscenza, un laboratorio a grande scala dove ogni elemento costruttivo, ogni area funzionale, ogni soluzione spaziale è a sua volta una dimostrazione delle possibilità espressive e costruttive del cemento nelle sue forme più tecnicamente aggiornate. L’i.lab non è infatti né un palazzo per uffici, né un headquarter e tanto meno un luogo per l’arte: tipologie in cui pure Meier ha dimostrato una sapienza costruttiva esemplare e che in qualche modo i.lab contiene, grazie all’abbondanza degli spazi e a una pianta fondamentalmente libera, soprattutto nei due livelli fuori terra. Più esattamente, quest’architettura rappresenta una tipologia nuova e diversa, un microcosmo a metà tra produzione e ricerca, con una forte memoria (forse anche nostalgia) per l’età d’oro dell’industria che pure ha generato, almeno idealmente, tanta parte dell’architettura moderna. L’ampia trattazione ingegneristica che segue è la sola che può dare conto approfonditamente di quali e quante innovazioni tecniche e industriali, piccole e grandi, è fatta questa imponente macchina luminosa, in tutte le sue fasi di sviluppo e funzionamento. Alcune assumono però il valore di vere e proprie invenzioni, per come riescono a mediare tra tecnica ed estetica, tra materialità e immaterialità della costruzione: sicuramente la più impressionante è il sistema di vetrate sostenute unicamente da montanti in calcestruzzo che Meier, un po’ modestamente, definisce curtain wall. Con questo termine si indica convenzionalmente una facciata continua, solitamente vetrata, che garantisce tutte le funzioni normali di una parete esterna, senza portare altro carico che il peso proprio e la spinta del vento: invenzione modernista, già cara a Le Corbusier, è poi venuta assumendo un significato non esattamente positivo, soprattutto nelle estrose esternazioni del critico Bruno Zevi, che vedeva nella sua diffusione globale, quasi epidemica nell’edilizia più commerciale, un segno di rinuncia alla sperimentazione e all’innovazione progettuale.*

* “È superfluo ripeterlo, il curtain wall e le scatole di vetro rientrano nel classicismo non meno dei colonnati”. Bruno Zevi, Stefano Ray sulla linguistica architettonica, in, L’architettura, cronache e storia, n° 227, novembre 1974.

Dettagli: un'uscita di sicurezza diventa una scultura.

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i.lab Italcementi. Il cuore dell'Innovazione.  

Un green building che coniuga i concetti di sostenibilita ambientale e innovazione tecnologica. Un luogo della conoscenza e del sapere scien...

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