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pie che nel bianco delle sue architetture trova la tabula rasa su cui ogni volta ripartire per una nuova definizione del rapporto tra tecnica e arte. Certamente il bianco non è il colore dell’America, o almeno dell’America artificialmente costruita, ma piuttosto quello della casa mediterranea da cui pure viene l’ispirazione di Meier al nitore delle opere di Le Corbusier: una voluta estraneità al grigiore e alla confusione dello sprawl — il magma indistinto delle città americane cresciute quasi senza regole — che l’architetto insegue nella sua fuga senza fine tra i continenti, in un vagare incessante, interrotto da soste qui e là nel grande atlante del mondo globalizzato dove sorgono i suoi edifici. In Spagna o in Germania, a Singapore o in Giappone, in Olanda o in Italia, dovunque Meier lascia un segno, un landmark che comunque contiene spesso il seme del monumentalismo, o meglio, dell’architettura come monumento — grande o piccolo non importa. Dove “monumento” non significa celebrazione tronfia e retorica, ma ammonimento, qualcosa che sta a ricordare la presenza e l’importanza della costruzione in una società disperatamente bisognosa di punti di riferimento. Si tratti di un edificio “dimostrativo”, come l’Atheneum di New Harmony (Indiana, Usa 1979) o di una grande macchina per la ricerca industriale, come il nuovo complesso i.lab per Italcementi a Bergamo, il fascino delle costruzioni di Meier su chi le visita o le abita rimarrà intatto, lascerà un segno permanente dell’idea di architettura come luogo della convivenza civile. Astrazione e vitalità dello spazio Anche il laborioso lavoro sull’astrazione compiuto da Meier in quasi sessant’anni di carriera rappresenta un "ritorno alle origini", a quando il pensiero modernista ha immaginato fosse possibile ricreare un intero universo abitativo — case, edifici pubblici, città — sulla linea di una coerenza geometrica: quella che la rivoluzione dei materiali (a cominciare dal cemento armato) e della produzione industriale aveva reso possibile, e che avrebbe portato l’avanguardia artistica, dal cubismo in avanti, a trasformare l’arte stessa in composizione di forme primarie. Non mancano ancora oggi nell’architettura contemporanea — anzi periodicamente tornano con grande visibilità — autori ed edifici che in qualche modo si rifanno al genere di astrazione delle avanguardie, fino a una singolare mimesi di forme “alla” Hans Arp o Henry Moore: ma in molti casi si tratta di una ripetitività stanca, un’esagerazione aiutata dal disegno al computer, che lascia perplessi e incerti gli osservatori attenti, e spesso insoddisfatto chi dovrà poi vivere dentro certe astrusità. A questa insicurezza di fondo di molti architetti, anche di grande successo, che sembrano spesso dimenticare ogni logi-

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i.lab Italcementi. Il cuore dell'Innovazione.  

Un green building che coniuga i concetti di sostenibilita ambientale e innovazione tecnologica. Un luogo della conoscenza e del sapere scien...

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