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Un robot dal cervello “bestiale” A Robot with a “Beastly” Brain intervista a Salvatore Veca* interview with Salvatore Veca*

Le nuove frontiere della bioingegneria in una sintesi inedita tra organico e meccanico: duemila cellule cerebrali di topo importate in una macchina The latest frontiers of bioengineering in a new synthesis of the organic and mechanical: two thousand brain cells from a mouse incorporated in a machine

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context and a framework of unjust institutions, then it is clear that our priorities undergo profound changes. It is no longer a question of a dialectic between limits and no limits, but the prior issue of fighting injustice. Fortunately, this is not the case with our current frame of reference. Let us go back to the idea of limits again. Our frame of reference is characterized by the growing power of the

instruments at our disposal, in both a positive and negative sense. If we think of our own individual situations, we come up against means of either enhancing or (according to our point of view) repressing our personalities. Take the way in which personal computers relate to individual creativity. In your view, what are the implications, both individually and collectively, of this relationship?

From my own personal point of view, it is a dramatic story with a happy ending. I started working with a computer well after my wife and children, because I was fortunate enough to have the help of two secretaries who typed out faithfully what I wrote down on paper. So my own creativity depended on how my biro related to the horror vacui of blank paper, something all writers are familiar with. As my duties became more pressing and I had less time at my disposal, I was forced to start using a computer. Initially this held back and hampered my creative skills. But that was just an initial reaction that soon turned into a sort of addiction and eventually a fresh source of creativity. Nowadays, I do not even write down notes without using my computer. Now I need to relate my own personal experience to everybody else’s to try and see how the interaction between tool and creativity has developed in general, so that the description of an experience that just happens to be shared with lots of other people can be turned into a widely applicable theory. So what can we learn from this mentalscape? That there is nothing terribly new under the sun. That right through history what we call creativity is just an ongoing struggle between an attempt to work out new versions of the world – morphological, iconic, aesthetic, erotic and cognitive – and the latest “tool box” or, in other words, a vast and constantly changing repertoire of means available for achieving our goals. So where does the problem come from?

From the fact that this tool box favors change and leads to our losing track of any limits. Creativity is an adventure into exploring new possibilities which, once again, bring out the contrast between new unlimited means and old tools and limits. New versions of the world are worked out from old formulas, paraphrasing them, mixing up tools and languages, and constantly setting new limits. The power of the unlimited gradually emerges forcing us, as Neurath pointed out, to repair our ship while out at sea. But all this is far from being a bad thing, quite the contrary. I have an austerely positive view of all this and we must acknowledge that a tendency to push our limits all the time considerably widens our range of possibilities. This is a typically human affair, in which we can recognize Goethe’s Streben and, at the same time, the wisdom of Terence’s old saying about “nihil humanum alienum puto.”

* Salvatore Veca is one of the leading contemporary Italian philosophers. His long academic career began in 1966. He has taught at several Italian universities (Milan University, Calabria University, Bologna University, Florence University) and carried out plenty of research (he has written dozens of highly popular books and essays). He has been teaching Political Philosophy in the Faculty of Political Science at Pavia University since 1990 (where he has been the dean since 1999). He has also been pro-rector for Didactics at Pavia University since 2002.

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998. Kevin Warwick, Professore di Cibernetica e Ricercatore nel campo dell’Intelligenza Artificiale all’Università di Reading, nel Regno Unito, affronta un’operazione che sconvolge la comunità scientifica internazionale. Si fa impiantare nell’avambraccio un microchip, attraverso il quale è in grado di comunicare con l’ufficio: apre le porte, accende le luci e attiva il proprio website che risponde con un messaggio preregistrato. Per Kevin Warwick è solo l’inizio di una serie di esperimenti, durante i quali collega progressivamente il proprio sistema nervoso a un computer. Il “Project Cyborg” del docente anglosassone è attualmente in pieno sviluppo. Steve Mann è invece uno scienziato e da oltre vent’anni si dedica ai cosiddetti WearComp, i computer portatili. Macchine che ci seguono ovunque e filtrano, indirizzano o intensificano le informazioni fornite dall’ambiente. Ricevono e trasmettono e-mail, percepiscono i segnali d’allarme, fanno funzionare gli elettrodomestici. Due esempi fra i più noti d’integrazione tra uomo e macchina, che evocano scenari fantascientifici, ma sono superati dalla più recente, e per certi versi inquietante, ibridazione. Non è una novità ipertecnologica che esiste solo nel contesto rarefatto dei laboratori degli Istituti Tecnologici, ma è addirittura un prodotto che può essere acquistato, alla modica cifra di 3.000 dollari. L’aspetto innocuo di una caffettiera nasconde

la frontiera più avanzata della bioingegneria, e traccia una direzione del tutto innovativa nella produzione dei robot. Si chiama Kephera, si muove alla poco rispettabile velocità di un metro al secondo e il suo inventore, il ricercatore americano Steve Potter, l’ha battezzato affettuosamente “Hybrot”. È il capostipite degli “hybrid robot”, una strana via di mezzo tra l’animale e la macchina. Detto anche “animat”, animale automatico, è il frutto di una sperimentazione che dura ormai da dieci anni, e porta alle estreme conseguenze l’ibridazione tra un essere vivente e le componenti robotiche. A muoverlo sono gli impulsi di duemila cellule cerebrali di un topo, tenute in vita per due anni in un incubatore e poi applicate a un microchip. I neuroni fanno “agire” il robot, mentre le cellule a raggi infrarossi e i minisensori elettronici trasmettono al cervello del topo le informazioni raccolte durante l’attività. Kephera acquisisce questi dati e modifica di conseguenza il proprio comportamento. Se riassumiamo in una sola parola la frase precedente, forse l’importanza dell’invenzione risulterà più evidente: il piccolo Hybrot impara. Superando di colpo i risultati di molti mastodontici computer dedicati all’Intelligenza Artificiale, il prodotto della svizzera K-Team ha attirato l’attenzione degli scienziati di tutto il mondo. Gli scenari che si aprono sono molteplici. Qualcuno già pensa a future generazioni

di computer che saranno capaci di adattarsi all’ambiente, di cambiare durante la loro esistenza, e addirittura di autoripararsi o, detto in altri termini, di “guarire”. Il finanziamento iniziale di 1,2 milioni di dollari concesso dal Ministero della Sanità Usa all’inventore di Kephera e al suo team è un chiaro segnale di interesse, e una

dimostrazione di fiducia in applicazioni utili per il genere umano. Gli ibridi delle nuove generazioni potranno assistere le vittime di malattie e di incidenti, sostituendone alcune funzioni nervose vitali. Organi artificiali e protesi potranno essere controllati in modo sempre più preciso e sofisticato, e si pensa già

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arcVision 9  

Un approfondimento sul concetto di limite. Da un lato la propensione tutta umana a superare ogni confine attraverso uno sviluppo continuo de...

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