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incontrano i vecchi limiti. Qui nasce lo scontro al quale assistiamo e vi è chi ritiene che si tratti di un conflitto almeno in parte inevitabile, perché l’uomo è una creatura d’abitudini che fronteggia prospettive incerte. E in questo contesto non vi è realmente una autorità in grado di normare, per il solo fatto che le norme non riescono subito a cogliere le peculiarità della nuova situazione, in quanto rappresentano inevitabilmente il capitale della saggezza del passato e non quella del presente e del futuro. Questo significa che siamo costretti a pagare i costi della transizione, con tutto ciò che questo implica in termini di imperfezioni e abusi? In sostanza sì. Significa che occorre individuare norme che disciplinino le nuove realtà senza soffocare le nuove idee e contrarre i limiti dello spazio delle possibilità innovative. Significa che nessun pasto è gratis e nessuna innovazione avviene senza costi. La virtù massima consiste nel massimizzare i benefici dell’innovazione, minimizzandone i costi. Ed è bene riconoscere che ciò non è molto facile. Ma l’innovazione non è sinonimo, di per sé, di giustizia. E pagare i costi della transizione ha senso solo se il traguardo cui si punta rientra nell’ambito di una situazione più giusta, non più ingiusta. Come distinguere la prima dalla seconda? I due percorsi di creazione delle norme che ho esposto, così come la massima della

minimizzazione dei costi, presuppongono uno sfondo “quasi giusto” (near just) che si ponga nell’intorno di convenzioni e pratiche socialmente accettabili. È solo in questo contesto che possiamo accettare i costi sociali connessi con il cambiamento. In caso contrario, se l’assunzione di partenza è che l’innovazione ha luogo in una situazione ingiusta e in un quadro di istituzioni ingiuste, allora è chiaro che le priorità cambiano profondamente. Il

problema non è più quello della dialettica fra limite e non-limite, ma diventa quello previo di combattere l’ingiustizia. Non è questo, però, e per fortuna, il nostro attuale sistema di riferimento. Torniamo allora all’idea del limite. Il nostro contesto di riferimento è connotato dalla crescente potenza degli strumenti a nostra disposizione, in senso positivo e in senso negativo. Se pensiamo alle nostre realtà individuali,

facciamo i conti con strumenti che sono in grado di esaltare la nostra personalità o, a seconda dei punti di vista, di deprimerla. Pensiamo al rapporto fra uno strumento come il personal computer e la creatività individuale. Come vede, da un punto di vista personale e collettivo, le implicazioni di questo rapporto? Da un punto di vista personale la mia storia è quella di un dramma a lieto fine. Io ho iniziato a lavorare con il computer molto più tardi di mia moglie e dei miei figli, perché godevo del lusso di due segretarie che riportavano fedelmente quello che io apponevo su carta. E dunque, la mia creatività dipendeva dall’interazione fra la mia stilografica e l’horror vacui della pagina bianca, dramma comune a tutti gli scrittori. Poi, quando le mie responsabilità istituzionali sono cresciute e il tempo a disposizione si è ristretto, ho dovuto accettare di apprendere l’uso del computer. E il primo effetto è stato di subire una mutilazione, una decurtazione della mia capacità creativa. Ma è stata la prima reazione, che poi si è abbastanza rapidamente trasformata in dipendenza e, quindi, in una nuova spinta di creatività. Oggi, senza computer non prendo nemmeno un appunto. Ora devo connettere questa mia piccola storia personale con una molteplicità di piccole storie analoghe, per capire in che modo si sia evoluto in termini collettivi il rapporto tra strumento e creatività, cosicché la descrizione della sorte casualmente condivisa da molte persone si trasformi

in teoria generalmente valida. E cosa ci dice questo passaggio mentale? Che non sta succedendo niente di terribilmente nuovo. Che in fondo, nell’intera storia passata, ciò che chiamiamo creatività è nient’altro che la vicenda di un corpo a corpo permanente tra il tentativo di elaborare sempre nuove versioni del mondo – morfologiche, iconiche, estetiche, erotiche, cognitive – e la “scatola degli attrezzi” di turno, ossia il vasto e mutevole repertorio dei mezzi disponibili in funzione dell’obiettivo che si desidera raggiungere. Dove nasce il problema? Dal fatto che il tool box favorisce il cambiamento e induce alla perdita del limite. La creatività è un’avventura di esplorazione di possibilità inedite che, ancora una volta, mettono in contrasto la disponibilità di nuovi mezzi illimitati con i vecchi strumenti e i vecchi limiti. Si elaborano così nuove versioni del mondo, partendo dalle vecchie formule e parafrasandole, mescolando gli strumenti e i linguaggi e modificando continuamente i limiti. Emerge la potenza dell’illimitato che ci impone, come ha detto Neurath, di riparare la nostra barca mentre continuiamo a navigare. Ma tutto questo è ben lungi dall’essere negativo, anzi. Il giudizio è per me sobriamente positivo e dobbiamo riconoscere che la tendenza a forzare il limite, con cui ci confrontiamo continuamente, amplia enormemente il nostro repertorio di possibilità. E questa è una faccenda tipicamente umana, in cui riconosciamo il familiare Streben di Goethe e, al tempo

stesso, la saggezza della massima terenziana a proposito del “nihil humanum alienum puto”. * Salvatore Veca è uno dei più importanti filosofi italiani contemporanei. La sua lunga carriera accademica, iniziata nel 1966, è stata caratterizzata da una intensa attività di insegnamento in diverse sedi (Università di Milano, Università della Calabria, Università di Bologna, Università di Firenze) e di ricerca (ha scritto decine di saggi e di volumi di grande successo). Dal 1990 è professore ordinario di Filosofia Politica alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia (di cui è preside dal 1999). Dal 2002 è pro-rettore per la Didattica dell’Università di Pavia.

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tendency to go beyond the limits is a typically human trait and, in principle, tends to improve life rather than result in more injustice and inequality. But the battle between bounds and boundlessness is an ongoing struggle and necessary to ensure that the sheer power of the instruments in play in all these various realms does not jeopardize our ability to control. Salvatore Veca, a leading Italian philosopher, has tackled the most controversial issues of the day

in this issue of arcVision, suggesting clear-sighted and unbiased readings of modernday reality evolution. The staggering progress in Western society over the last few decades, or really centuries, is the result of almost boundless faith in the positive effects of extending and furthering knowledge. Nowadays, however, faced with certain undesirable effects of such starting expansion that is placing increasingly power tools in human hands, we are starting to wonder whether man ought, at least in certain contexts, to establish some sort of limits. Take, for instance, genetics, biotechnology, artificial intelligence or the more general way in which man relates to nature. Is there any point in looking at this question of limits or is it really unnecessary, particularly since limits are so hard to set? What we are now witnessing in the age in which in we live is an evolving situation in which two partly diverging tendencies co-exist. On one hand, there is a tendency to break all boundaries by constantly expanding our knowledge, notably in the fields of science and technology. This course of action seems quite reasonable and desirable to most people, who, on the contrary, tend to think the idea of setting limits is a false problem, a bureaucratic obstacle or useless hindrance to developing our culture to its fullest. On the other hand, there is an alternative, and at least partly contradictory,

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Un approfondimento sul concetto di limite. Da un lato la propensione tutta umana a superare ogni confine attraverso uno sviluppo continuo de...